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Quando la fotografia del cibo diventa giornalismo

3 June 2026 at 16:52

Tra quasi 9.000 fotografie provenienti da oltre 50 Paesi, l’Italia si ritaglia uno spazio importante ai World Food Photography Awards 2026, il più prestigioso concorso internazionale dedicato alla fotografia del cibo e delle filiere alimentari. E per Gastronomika la soddisfazione è doppia, perché tra i protagonisti figurano due autrici che collaborano con il nostro progetto editoriale. 

La notizia più significativa riguarda Michela Balboni che, insieme a Federico Borella, ha conquistato il primo posto nella categoria “Food for the Family” con l’immagine “The Final Touch”. Lo scatto fa parte di un reportage dedicato alla produzione del pane a Samarcanda e racconta la tenerezza di un bimbo che guarda il pane appena preparato per la tavola di famiglia. Una fotografia che unisce infanzia, impasti e relazioni, andando oltre la semplice rappresentazione del pane. Così la fotografa commenta la vittoria: «Ciò che rende questa immagine particolarmente speciale è la storia che c’è dietro. Un grazie di cuore a @madraxim_hakimov e alla sua famiglia per averci aperto le porte della loro casa e accolto nelle loro vite. The Final Touch nasce proprio da quella fiducia, dalla generosità di chi sceglie di condividere la propria quotidianità e le proprie tradizioni con uno sguardo esterno.
Grazie @foodphotoaward per il vostro team incredibile, grazie alla giuria e agli sponsor per aver riconosciuto questo lavoro e per continuare a celebrare le storie che il cibo porta con sé. È un grande onore far parte di questa comunità. Congratulazioni a tutti i finalisti e ai fotografi selezionati. Vedere così tante storie provenienti da ogni parte del mondo è stato come sempre una grande fonte di ispirazione».

Per Gastronomika c’è un motivo ulteriore di orgoglio. Il servizio da cui è tratta l’immagine vincitrice è infatti lo stesso che abbiamo scelto per la copertina del primo numero di GK Magazine. Una decisione editoriale che trova oggi una conferma autorevole da parte della giuria internazionale del concorso londinese. Non tanto perché un premio certifichi una scelta, quanto perché dimostra come alcune storie riescano a parlare un linguaggio universale quando vengono raccontate con profondità e sensibilità.

Accanto a Balboni si distingue anche Sofia Carrara, inserita tra gli autori premiati del concorso con l’opera “Daikon with Small Twigs”, selezionata tra le immagini Highly Commended nella categoria dedicata agli studenti con il suo studio visivo che esplora il rapporto tra cibo e natura. Un riconoscimento che segnala una giovane autrice già capace di muoversi con personalità in un contesto internazionale di altissimo livello. 

I World Food Photography Awards, ospitati a Londra, rappresentano oggi uno dei principali osservatori sul modo in cui il cibo viene raccontato attraverso le immagini. La vincitrice assoluta è la fotografa britannica Jo Kearney con «A Woman Eats in the Canteen of the Soviet-era Sanatorium» realizzata in Tagikistan. Oltre alla vittoria di Michela Balboni e Federico Borella nella categoria Food for the Family, l’Italia ha raccolto diversi riconoscimenti con Marina Spironetti, Valentina Bollea, Diego Papagna, Michele Fini, Lollo Neri, Diego Marinelli e Pier Luigi Dodi, presenti tra finalisti e immagini Highly Commended in varie categorie del concorso. Nel complesso, la fotografia italiana si è confermata tra le più rappresentate e apprezzate dell’edizione 2026 dei World Food Photography Awards.

Sfogliando le gallerie dei finalisti emerge un elemento comune: il centro della narrazione non è quasi mai il piatto in sé, ma le persone, i territori, il lavoro e le relazioni che lo rendono possibile. L’Italia è stata una delle nazioni più rappresentate nelle shortlist del concorso, con autori che spaziano dal reportage di filiera alla fotografia concettuale, fino alla nuova generazione rappresentata proprio dalla giovane Sofia Carrara

È una direzione che sentiamo particolarmente vicina. Da anni Gastronomika sostiene che raccontare il cibo significhi raccontare la società. I riconoscimenti ottenuti da Michela Balboni e Sofia Carrara dimostrano che la fotografia più interessante non cerca la perfezione estetica fine a se stessa ma vuole invece indagare il significato nascosto dietro un gesto quotidiano, una materia prima, una tavola condivisa. Ed è proprio lì che nasce il racconto.

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L’Ucraina resiste meglio della Russia alle difficoltà di una guerra lunga

3 June 2026 at 11:58

Gli atroci bombardamenti sui civili scatenati dalla Russia, che continuano a colpire edifici residenziali e persino un parco giochi, dimostrano la malvagità di chi prende di mira consapevolmente uomini, donne e bambini, e anche di chi continua a battersi per negare l’invio di sistemi antimissile a Kyjiv. Ma non cambiano il risultato sul campo.

Anche Foreign Affairs scrive ormai che l’Ucraina ha rovesciato la situazione. Per tutto il 2024 e buona parte del 2025, osserva Jack Watling, la Russia è riuscita a reclutare più uomini di quanti ne perdesse al fronte, mentre il contrario accadeva all’Ucraina, e così Putin poteva ritenere che col tempo, sia pure al prezzo di un numero di perdite esorbitante, avrebbe raggiunto i suoi obiettivi, dunque non aveva motivo di trattare.

Ora però la situazione si è rovesciata, sia per il modo in cui le forze armate ucraine hanno saputo riorganizzarsi, e utilizzare al meglio l’innovazione tecnologica per impedire l’avanzata del nemico e al tempo stesso colpire in profondità sul territorio russo, sia per la crescente inefficienza, corruzione e impreparazione degli invasori. Esempio: «In un esercito in cui la logistica è coordinata in modo preponderante tramite Telegram, ma in cui Telegram è vietato, un addetto alla logistica coscienzioso corre un alto rischio di essere fermato dalla polizia militare ed essere costretto a scegliere tra pagare una tangente e venire riassegnato alle unità d’assalto».

Per tutte queste ragioni vi sono alte probabilità che la Russia cominci a prendere seriamente in considerazione l’idea di un cessate il fuoco. Resta da vedere, ma è un punto che l’articolo non affronta, se l’eventuale accordo segnerebbe effettivamente la fine della guerra e del progetto imperialista del regime putiniano, o invece solo una breve pausa, o addirittura una tregua di facciata, funzionale a preparare il terreno per nuove aggressioni, come avvenne di fatto con la vergognosa pace di Minsk.

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La velocità invisibile della MotoGP

3 June 2026 at 10:42

Al Mugello, durante il weekend del Gran Premio d’Italia, il rumore arriva prima di tutto il resto. Arriva prima delle immagini, prima dei tempi sul monitor, prima delle spiegazioni tecniche. È un suono fisico, quasi solido, che attraversa l’aria e ricorda a chiunque si trovi nel paddock che questo sport resta una faccenda viscerale, meccanica, umana. Poi, però, appena ci si avvicina al box Ducati Lenovo Team, la percezione cambia. La MotoGP, per certi versi, è la stessa di tanti anni fa, fatta di benzina, gomma, freni incandescenti e traiettorie impossibili. Ma oggi non è più soltanto questo. Si capisce subito che la prestazione dei piloti in pista è solo l’ultimo anello di una catena invisibile e lunghissima. C’è un’intera filiera di dati, simulazioni, sensori, infrastrutture mobili e decisioni prese in pochi minuti. La MotoGP contemporanea si corre  anche dentro un sistema tecnologico.

È soprattutto una ricerca spasmodica di dettagli. Millesimi di secondo. Piccole cose che, sommate, permettono a una moto di andare più forte di un’altra. Il pilota resta fondamentale, certo. Ma la moto, oggi, non è più solo un oggetto meccanico: è una piattaforma piena di sensori, circa cinquanta, che misurano continuamente quello che accade durante ogni gara. Tutto, dalle frenate ai trasferimenti di carico, dal comportamento delle sospensioni alle risposte dell’elettronica, diventa informazione. E l’informazione, in MotoGP, è una materia prima di inestimabile valore.

Durante un weekend di gara le Ducati in pista producono centinaia di gigabyte di dati. Il regolamento, però, impedisce la trasmissione continua dalla moto al garage. Non esiste un flusso in tempo reale come si potrebbe immaginare guardando una gara in televisione. La moto, di base, non comunica con il box. Alcune informazioni possono essere trasmesse, molte altre no. Il grosso del lavoro comincia quando il pilota rientra. A quel punto i dati vengono scaricati, processati, interpretati. E da quella lettura deve uscire una decisione.

Lo ha spiegato bene Nicolò Mancinelli, Vehicle Development Manager di Ducati Corse, durante la roundtable: in MotoGP la prestazione nasce da una ricerca quasi ossessiva di dettagli. «Il pilota fa ancora la differenza, ma la moto oggi è un oggetto meccanico attraversato dai dati», ha detto. Sensori, analisi a fine run, confronto con le sensazioni del pilota e interventi su setup, aerodinamica ed elettronica compongono una catena rapidissima, in cui la tecnologia non sostituisce l’esperienza degli ingegneri ma la rende più precisa, più veloce, più spendibile nel tempo limitato di un weekend di gara.

Lenovo

È qui che la tecnologia di Lenovo diventa parte della prestazione. Non una presenza decorativa sul cupolino, non un logo da hospitality, ma un pezzo dell’architettura competitiva di Ducati Corse. La differenza sta nella velocità con cui un’enorme massa di dati viene trasformata in un’indicazione utile: cambiare una regolazione, modificare un parametro, provare un assetto diverso, intervenire sull’elettronica, preparare la moto per la sessione successiva.

La MotoGP, vista da dentro, è meno romantica e più affascinante di quanto sembri. Perché non toglie nulla al talento dei piloti, ma lo circonda di una complessità che rende ogni giro il risultato di un lavoro collettivo. Le condizioni della pista, la temperatura, il tipo di gomma, lo stile di guida del singolo pilota, l’aerodinamica, le sospensioni, la gestione dell’impennata, il modo in cui la centralina taglia o restituisce potenza: tutto è variabile, tutto è misurabile, tutto è migliorabile.

Al centro c’è un’infrastruttura che deve essere potente, ma soprattutto mobile e affidabile. In pista non c’è il comfort di un data center stabile. C’è un campionato itinerante, che sposta persone, moto e tecnologia da un continente all’altro, in ambienti radicalmente diversi: caldo secco, umidità estrema, polvere, freddo, ritmi compressi. In questo contesto la tecnologia non deve soltanto essere performante. Deve funzionare sempre, ovunque, sotto pressione.

Il paradosso del box è che tutto sembra orientato alla tecnica del pilota, ma dietro ogni gesto in pista c’è una macchina organizzativa che lavora per ridurre l’incertezza. Gli ingegneri analizzano i dati raccolti dalle moto, li confrontano con le sensazioni dei piloti, li mettono in relazione con simulazioni, configurazioni precedenti, caratteristiche del circuito. L’obiettivo non è “fare tecnologia” per raccontarla, ma prendere decisioni migliori quando il tempo a disposizione è pochissimo.

La collaborazione tra Ducati e Lenovo, iniziata nel 2018, è cresciuta dentro questa necessità. Lenovo fornisce strumenti per trasformare i dati in informazioni, eseguire simulazioni complesse e supportare decisioni strategiche in tempi rapidissimi. Nel 2024 la partnership ha introdotto nel garage del Ducati Lenovo Team l’infrastruttura iperconvergente ThinkAgile e i server edge ThinkSystem SE350, pensati per gestire e analizzare grandi quantità di dati anche in ambienti difficili. Non è un dettaglio tecnico: è il modo in cui il garage diventa una piccola centrale di calcolo itinerante.

Ma il lavoro non finisce in pista. C’è anche Borgo Panigale, il quartier generale, il cosiddetto Ducati Lenovo Remote Garage, dove gli ingegneri possono collaborare da remoto con il team presente sul circuito. C’è il lavoro sulle simulazioni aerodinamiche e fluidodinamiche, alimentato dall’HPC. C’è la progettazione degli aggiornamenti che arriveranno più avanti, perché ogni Gran Premio non è solo una gara: è anche un laboratorio che produce conoscenza per quella successiva.

Lenovo

La parte più interessante, però, è ciò che sta arrivando. Durante la roundtable si è parlato di intelligenza artificiale non come parola magica, ma come strumento concreto. Uno degli sviluppi più promettenti è un chatbot interno, addestrato sui dati aziendali, capace di aiutare ingegneri e tecnici a ritrovare rapidamente prove, simulazioni, risultati precedenti, correlazioni. Non per sostituire chi decide, ma per accorciare il tempo tra la domanda e l’informazione utile.

In uno sport in cui i weekend sono compressi e ogni scelta pesa, poter chiedere a un sistema: “Che cosa era successo in una condizione simile?”, “Quale configurazione aveva funzionato?”, “Che risultato aveva dato quella simulazione?” potrebbe diventare un vantaggio decisivo. L’intelligenza artificiale permette una ricerca accelerata, è un sistema di sintesi operativa.

Un altro ambito è la manutenzione predittiva. In MotoGP un componente che si rompe può compromettere una gara, generare penalizzazioni, o addirittura creare rischi per il pilota. Se l’analisi dei dati permette di capire che un componente è vicino a una soglia critica, la decisione può essere presa prima del guasto. Cambiarlo in anticipo significa proteggere la prestazione, ma anche la sicurezza.

È in questo punto che il motorsport mostra la sua natura più contemporanea. La moto migliore e il pilota migliore non bastano più, se non esiste attorno a loro un ecosistema tecnologico capace di farli esprimere. La prestazione non nasce da un singolo elemento, ma dall’integrazione tra talento, meccanica, elettronica, dati, software, infrastruttura e organizzazione.

Per Lenovo, lo sport è anche questo: un ambiente estremo in cui mettere alla prova le proprie soluzioni. Lo ha spiegato Lara Rodini, Global Sponsorships & Activation Director di Lenovo, durante la conversazione nel paddock, rispondendo alla domanda su come raccontare ai tifosi la partnership con Ducati. I fan del motorsport, ha detto, sono sempre più tech minded. Non cercano solo velocità e limite, ma vogliono sentirsi parte di ciò che accade. Vogliono scoprire cosa c’è dietro, vivere contenuti, esperienze, accessi digitali, nuove forme di vicinanza.

Lara Rodini – Lenovo

In questa trasformazione, Lenovo si posiziona su due livelli. Da una parte supporta il partner tecnico, mettendo infrastruttura e tecnologia al servizio della ricerca di quei millisecondi che possono cambiare una qualifica o una gara. Dall’altra contribuisce a creare contenuti ed esperienze per un’audience sempre più frammentata e curiosa: creator, community femminili, gaming, sportivi digitali, nuovi appassionati che non vivono il motorsport come lo vivevano le generazioni precedenti.

La risposta di Lara è stata interessante anche per un altro motivo. Ha spostato il discorso dal “perché Lenovo è in MotoGP” al “che cosa la MotoGP restituisce a Lenovo”. Il motorsport, ha spiegato, permette di testare tecnologie e infrastrutture in condizioni di stress reale. Prodotti e soluzioni devono funzionare dopo viaggi intercontinentali, in ambienti climatici opposti, sotto pressione, con margini di errore minimi. Se una tecnologia regge lì, può reggere anche nelle aziende, nei data center, nelle organizzazioni che hanno bisogno di affidabilità oltre che di potenza.

Alla fine, il punto non è stabilire se la tecnologia abbia cambiato la natura della MotoGP. Lo ha già fatto. La questione, semmai, è capire chi riesce a integrarla meglio dentro la cultura della competizione. Al Mugello, il Ducati Lenovo Team mostra proprio questo: non una semplice somma tra un costruttore di moto e un’azienda tecnologica, ma un sistema in cui l’esperienza racing di Ducati e la capacità di calcolo, analisi e infrastruttura di Lenovo lavorano nella stessa direzione.

È qui che la partnership trova il suo significato più concreto. Lenovo non è soltanto title partner, ma un abilitatore tecnologico che accompagna Ducati Corse dalla progettazione alla pista: dalle workstation e dai server che supportano ricerca e sviluppo a Bologna, fino agli strumenti che nel weekend di gara aiutano il team a leggere i dati, simulare scenari, prendere decisioni più rapide. Ducati porta la cultura della velocità, dell’ingegneria e del limite; Lenovo porta la potenza necessaria per trasformare quella cultura in metodo, informazioni e scelte operative.

Per stare al top in MotoGP bisogna far dialogare mondi che un tempo sembravano distanti. Meccanica e software, pilota e algoritmo, pista e data center, intuizione e simulazione. Il valore dell’alleanza tra Ducati e Lenovo sta esattamente qui: nel dimostrare che l’eccellenza non nasce più da un solo gesto, da un solo motore o da un solo talento, ma da una rete di competenze che si muove insieme. E quando questa rete funziona, anche pochi millesimi possono diventare una differenza mondiale.

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Spring Attitude celebra i suoi quindici anni trasformando La Nuvola in una città possibile

3 June 2026 at 08:37

Ogni festival, quando trova la sua forma, finisce per raccontare qualcosa di più della musica che porta sul palco. Spring Attitude lo fa da quindici anni, cambiando spazi, attraversando Roma, inseguendo le mutazioni della scena contemporanea senza trasformarle in posa. L’edizione 2026, chiusa alla Nuvola dell’EUR con ventimila presenze in due giorni e un doppio sold out, ha avuto il tono delle cose arrivate a maturità senza perdere irrequietezza: un compleanno importante, ma non celebrativo; un bilancio, ma ancora in movimento; una festa, certo, ma anche un modo per ricordare che la città può essere abitata diversamente quando la musica smette di fare da sottofondo e diventa presenza collettiva.

Il dato numerico conta, certo. Ventimila persone sono una soglia, una misura di scala, una prova di fiducia. Ma raccontano solo una parte della storia. L’altra riguarda il modo in cui quelle persone sono state dentro lo spazio: non da spettatori occasionali, ma da comunità mobile, da pubblico composito, da folla intermittente capace di passare dalla canzone alla club culture, dal live al dj set, dalla ricerca al pop, senza vivere queste traiettorie come contraddizioni. È qui che Spring Attitude continua a distinguersi: nella capacità di costruire un luogo dove la contemporaneità musicale non viene ordinata per compartimenti, ma lasciata circolare.

Non è un caso che Spring Attitude appaia come una risposta possibile alla rassegnazione: un festival capace di trasformare La Nuvola in un esercizio riuscito di “hacking urbano controllato”. Non una rivoluzione, ma un modo concreto per far vivere, per due giorni, uno spazio simbolico e un quartiere spesso percepito come monumentale, direzionale, più attraversato che abitato. La formula funziona perché non si limita a importare un modello festivaliero, ma lo adatta a una specificità romana: grandi architetture, vuoti urbani, stratificazioni, ambizioni passate e nuove possibilità d’uso.

Kimberley Ross. Courtesy of Spring Attitude

La Nuvola, in questo senso, è stata molto più di una location. È diventata una macchina scenica, un contenitore estetico e sociale. La sua scala, la sua freddezza apparente, la sua monumentalità da grande opera pubblica si sono lasciate occupare da una materia opposta: corpi, calore, sudore, code, bassi, luci, bicchieri, voci, abiti, telefoni alzati, incontri. Il festival, realizzato in coproduzione con EUR SpA, ha trasformato ancora una volta il quartiere EUR in un punto di incontro della scena musicale italiana e internazionale.

Sul Ploom Stage si sono alternati alcuni dei nomi più riconoscibili dell’edizione. Nathy Peluso, con il suo CLUB GRASA, ha portato una forma di energia fisica e teatrale, mainstream e laterale allo stesso tempo. I Nu Genea hanno trasformato il loro ritorno in una celebrazione collettiva, tra disco, funk e immaginario mediterraneo. Motta ha celebrato i dieci anni de La fine dei vent’anni, riportando sul palco un disco generazionale senza ridurlo a operazione nostalgia. I PARISI hanno attraversato elettronica, visioni pop e clubbing culture con uno spettacolo costruito sul movimento e sulla precisione.

Intorno ai nomi più grandi, però, Spring Attitude ha continuato a fare quello che gli riesce meglio: tenere insieme centro e margine, riconoscibilità e scoperta. Tony Pitony è stato indicato dal comunicato come uno dei momenti più partecipati e imprevedibili dell’edizione; Yousuke Yukimatsu ha portato un set intenso e fisico; Mind Enterprises, okgiorgio, Yin Yin e Dov’è Liana hanno ampliato il perimetro sonoro del festival, tra psichedelia, italo-french touch, elettronica e forme ibride di intrattenimento intelligente.

La parte più interessante, però, resta forse quella che riguarda le nuove traiettorie del songwriting italiano. Emma Nolde, Lamante, Altea, Birthh e Gaia Banfi hanno mostrato quanto la canzone, quando smette di voler difendere i propri confini, possa dialogare con l’elettronica, l’ambient, il pop obliquo, l’indie più inquieto e le scritture personali. Spring Attitude non le inserisce come quota “cantautorale” dentro un programma dance, ma come parte di una stessa mappa: quella di una musica contemporanea che non si lascia più raccontare con le vecchie etichette.

Kimberley Ross, YOUSUKE KIM. Courtesy of Apring Attitude Festival

È proprio questa la forza dell’edizione dei quindici anni: non aver costruito una celebrazione autoreferenziale, ma un bilancio in movimento. Spring Attitude è nato, cresciuto, cambiato, ha attraversato luoghi e forme diverse, ma ha conservato una postura riconoscibile: curiosità verso ciò che accade nella musica contemporanea, attenzione ai pubblici che cambiano, fiducia nella contaminazione. Andrea Esu, co-fondatore e direttore artistico del festival, ha sintetizzato questa traiettoria sottolineando come Spring Attitude sia cresciuto insieme alla città, mantenendo negli anni la stessa curiosità e vedendo anche in questa edizione pubblici diversi incontrarsi e lasciarsi sorprendere.

Poi c’è lo S/A Block Party, che ha trasformato la terrazza della Nuvola in un dancefloor affacciato sulla città. Non un dettaglio laterale, ma uno degli spazi più partecipati dell’intera manifestazione: la prova che un festival contemporaneo non vive soltanto nel palco principale, ma nelle sue zone di passaggio, nei luoghi in cui il pubblico cambia postura, si ferma, guarda Roma da un’altra altezza, balla dentro un’architettura che per due giorni smette di essere solo icona e diventa esperienza.

Il punto, allora, non è soltanto dire che Spring Attitude ha funzionato. Il punto è capire perché. Ha funzionato perché non ha scelto tra festa e ricerca, tra club e canzone, tra pubblico largo e nicchia, tra architettura e corpo. Ha funzionato perché ha accettato la complessità della musica contemporanea e l’ha trasformata in un’esperienza accessibile senza renderla piatta. Ha funzionato perché, in un Paese in cui spesso si discute di festival inseguendo paragoni impossibili con i grandi modelli internazionali, Spring Attitude conferma una via italiana credibile: più diffusa, più situata, più legata ai luoghi, meno ossessionata dalla gigantomania e più interessata alla qualità dell’incontro.

Kimberley Ross, GAIA BANFI. Courtesy of Spring Attitude Festival

Anche Enrico Gasbarra, presidente di EUR SpA, ha letto l’edizione come un passaggio simbolico: i ventimila ingressi alla Nuvola, i quindici anni del festival e i dieci anni dell’edificio progettato da Massimiliano Fuksas diventano parte dello stesso racconto, quello di un quadrante urbano che vuole essere sempre più punto di riferimento per eventi culturali e internazionali. È una lettura istituzionale, certo, ma non distante da ciò che si percepiva nel pubblico: l’idea che la cultura possa servire anche a cambiare temporaneamente il modo in cui una città guarda i propri spazi.

Alla fine, Spring Attitude 2026 lascia tre immagini. La prima è quella di La Nuvola attraversata da ventimila persone, non più oggetto architettonico da contemplare ma spazio da vivere. La seconda è quella di una line-up capace di far convivere Nathy Peluso e Nu Genea, Motta e Yousuke Yukimatsu, Emma Nolde e Tony Pitony, senza chiedere al pubblico di scegliere una sola appartenenza. La terza è quella di Roma, che per due giorni ha mostrato una sua possibilità diversa: meno cartolina, meno monumento immobile, più corpo collettivo, più movimento, più primavera.

Quindici anni dopo, Spring Attitude non sembra un festival arrivato al punto di consolidarsi per inerzia. Sembra piuttosto un appuntamento che ha capito come restare riconoscibile continuando a cambiare. E forse è questa la sua vera forma di maturità: non diventare istituzione nel senso più fermo del termine, ma restare un’infrastruttura temporanea di desiderio, scoperta e presenza. Un posto in cui la musica non consola dalla città, ma la riattiva.

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Stati Uniti e Iran si sono colpiti a vicenda, in una delle notti più violente dal cessate il fuoco

3 June 2026 at 06:52

Gli Stati Uniti e l’Iran sono tornati a colpirsi a vicenda, nella notte più violenta dal cessate il fuoco del 13 aprile. Missili, droni, attacchi contro navi commerciali e basi militari hanno riportato il Golfo Persico al centro di una crisi che sembrava essersi temporaneamente congelata, mentre i negoziati per una nuova tregua appaiono sempre più in difficoltà.

L’escalation, scrive il Guardian, è iniziata quando le forze statunitensi hanno fermato e danneggiato con un missile Hellfire una petroliera battente bandiera del Botswana, la Lexie, diretta verso l’isola iraniana di Kharg, uno dei principali hub petroliferi del Paese. Il Comando Centrale statunitense (Centcom) sostiene che l’imbarcazione stesse tentando di violare il blocco navale imposto ai porti iraniani e che l’equipaggio avesse ignorato per oltre ventiquattro ore gli avvertimenti americani.

Poco dopo è arrivata la risposta di Teheran. Le difese aeree del Kuwait sono entrate in azione contro missili e droni diretti verso il Paese, mentre le sirene d’allarme hanno risuonato anche in Bahrein. Secondo il Centcom, due missili iraniani diretti verso il Kuwait non hanno raggiunto il bersaglio o si sono disintegrati in volo, mentre altri tre, lanciati contro il Bahrein, sono stati intercettati dalle forze americane e bahreinite. Washington afferma inoltre di aver abbattuto diversi droni diretti verso le proprie installazioni militari e verso navi civili in transito nell’area.

Gli Stati Uniti hanno poi colpito una stazione di controllo militare sull’isola di Qeshm, nello Stretto di Hormuz. I Guardiani della Rivoluzione hanno invece rivendicato attacchi contro il quartier generale della Quinta Flotta americana in Bahrein e contro basi statunitensi nella regione, anche se Washington sostiene che tutti i tentativi iraniani siano stati respinti senza conseguenze.

Lo scambio di raid arriva in un momento di completo stallo diplomatico. Da un lato il segretario di Stato Marco Rubio continua a sostenere che un accordo con Teheran sarebbe ancora possibile e che il regime iraniano avrebbe mostrato aperture sul dossier nucleare. Dall’altro, l’Iran minaccia di sospendere i colloqui accusando Stati Uniti e Israele di aver compromesso il cessate il fuoco attraverso le operazioni militari in Libano.

Proprio il fronte libanese rappresenta uno dei principali ostacoli ai negoziati. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che la tregua con Washington «vale su tutti i fronti, compreso il Libano», sostenendo che qualsiasi violazione da parte di Israele rischia di far saltare l’intera architettura diplomatica costruita nelle ultime settimane. Secondo il Guardian, nelle ultime ventiquattro ore l’aviazione israeliana ha condotto decine di raid nel sud del Libano, provocando vittime civili e nuove tensioni con Hezbollah.

La nuova escalation conferma la fragilità della tregua raggiunta in aprile. Lo Stretto di Hormuz, attraverso cui passa una quota significativa del commercio energetico mondiale, resta il principale punto di pressione esercitato da Teheran. Gli Stati Uniti rivendicano di aver già bloccato o deviato oltre cento navi dirette verso porti iraniani dall’inizio del blocco navale. L’Iran, dal canto suo, continua a considerare queste operazioni un atto di aggressione e promette nuove ritorsioni se Washington dovesse proseguire con la strategia della massima pressione.

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L’Ucraina ha colpito un grande terminal petrolifero vicino San Pietroburgo

3 June 2026 at 06:18

L’Ucraina torna a colpire in profondità il territorio russo. Nella notte tra il 2 e il 3 giugno un attacco con droni ha preso di mira il terminal petrolifero di San Pietroburgo, uno dei principali impianti russi per lo stoccaggio e l’esportazione di prodotti petroliferi. Lo riporta il Kyiv Independent, citando immagini e video diffusi sui social e analizzati dal canale indipendente russo Astra. Le riprese mostrano una vasta colonna di fumo nero e incendi nell’area del porto, sul Golfo di Finlandia. Secondo Astra, i droni avrebbero colpito il grande terminal petrolifero della zona, una struttura che movimenta circa 12,5 milioni di tonnellate di carburanti all’anno attraverso collegamenti ferroviari, stradali e fluviali. Le autorità russe non hanno ancora confermato il danneggiamento dell’impianto. Il governatore della regione di Leningrado, Aleksandr Drozdenko, ha dichiarato che le difese aeree hanno abbattuto cinquanta droni sopra la regione, senza però commentare gli incendi segnalati nell’area portuale.

L’attacco arriva appena ventiquattro ore dopo uno dei più pesanti bombardamenti russi delle ultime settimane contro Kyjiv, Dnipro e altre città ucraine. Sempre secondo il Kyiv Independent, il raid missilistico e con droni lanciato da Mosca ha causato almeno ventitré morti, tra cui due bambini, e oltre cento feriti.

La tempistica dell’operazione ha anche un forte valore simbolico. L’attacco coincide infatti con l’apertura dello St. Petersburg International Economic Forum, il grande appuntamento economico internazionale promosso ogni anno dal presidente russo Vladimir Putin e spesso definito il “Davos russo”. Alla manifestazione partecipano delegazioni provenienti da oltre centotrenta Paesi e territori e il Cremlino la usa tradizionalmente per mostrare la forza dell’economia russa nonostante sanzioni e isolamento diplomatico.

Negli ultimi mesi Kyjiv ha intensificato gli attacchi contro infrastrutture energetiche, raffinerie e nodi logistici situati lontano dal fronte. Una strategia che punta a colpire le entrate petrolifere della Russia e a portare la guerra sempre più vicino ai centri economici del Paese. San Pietroburgo era già stata bersaglio di raid analoghi in passato: nel gennaio 2024 un drone aveva provocato un incendio nello stesso terminal, mentre nel settembre 2025 le forze ucraine avevano colpito il porto petrolifero di Primorsk, il più grande terminal russo sul Baltico.

L’entità dei danni provocati dall’ultimo attacco non è ancora stata verificata in modo indipendente. Ma il messaggio politico appare chiaro: mentre Mosca continua a colpire le città ucraine, Kyjiv dimostra di poter raggiungere obiettivi strategici a centinaia di chilometri dal fronte, proprio mentre Putin cerca di presentare al mondo l’immagine di una Russia stabile e aperta agli affari.

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Che cos’è l’anonimizzazione e perché è al centro dello scontro tra Google e l’Europa

3 June 2026 at 06:06

Quando si cerca qualcosa su Google, si lascia una traccia. Non necessariamente un nome, non necessariamente un indirizzo. Ma una serie di domande, nel tempo, in una certa zona geografica, con un certo ritmo, può dire molto di una persona — abbastanza, in alcuni casi, da identificarla. È esattamente questo il nodo tecnico attorno a cui si sta stringendo uno dei confronti più delicati tra la Commissione europea e il colosso di Mountain View, in applicazione del Regolamento sui mercati digitali, il cosiddetto Digital Markets Act (Dma).

La Commissione ha avanzato una proposta, ai sensi dell’articolo 6, comma 11 del regolamento, che obbligherebbe Google a condividere con terze parti i dati delle ricerche degli utenti, opportunamente anonimizzati. L’obiettivo dichiarato è favorire la concorrenza: se i concorrenti di Google Search potessero accedere a quei dati, potrebbero migliorare i propri algoritmi e competere su basi più eque. In teoria, i dati sarebbero privati dei riferimenti identificativi. In pratica, sostiene Google, non lo sarebbero affatto.

Che cos’è l’anonimizzazione, e perché è difficile
L’anonimizzazione è il processo con cui si rimuovono da un insieme di dati tutte le informazioni che permettono di risalire all’identità di una persona. Il principio è semplice; l’applicazione, assai meno. La difficoltà nasce dal fatto che i dati, anche quando sembrano generici, tendono a diventare identificativi se combinati tra loro o con informazioni di contesto.

Nel caso delle query di ricerca, Sergei Vassilvitski, senior research director di Google, ha portato alcuni esempi concreti nel corso di un briefing organizzato da Google e a cui Linkiesta ha partecipato. Alcune persone aprono le loro ricerche scrivendo direttamente il proprio nome: «Mi chiamo [Nome Cognome] e voglio sapere…». Un comportamento meno raro di quanto si pensi. Altri usano Google come strumento di traduzione per comunicare con qualcuno che parla una lingua diversa, generando sequenze di domande che ricostruiscono una conversazione privata. Prese singolarmente, queste query sembrano innocue. Messe in fila, rivelano una persona specifica.

L’identificazione diventa ancora più precisa quando si aggiunge la localizzazione geografica.Vassilvitski ha citato il caso di qualcuno che cerca informazioni su una malattia cronica e sugli orari compatibili con il proprio lavoro, qualificandosi come parrucchiera in un’area rurale. In una piccola zona con pochi saloni, i candidati possibili si riducono a una manciata di persone. Senza bisogno di nome e cognome, l’identità emerge.

Su questo terreno si è mosso anche Łukasz Olejnik, ricercatore indipendente affiliato al King’s College di Londra, che in un’analisi pubblicata ad aprile ha definito la proposta della Commissione uno dei maggiori rischi per la riservatezza e la sicurezza nazionale in Europa degli ultimi decenni. Il criterio di soglia previsto – più di 50.000 utenti registrati nell’arco di tredici mesi – è talmente basso, ha scritto, da lasciare passare una quantità enorme di termini sensibili: sintomi medici, nomi locali, farmaci. Filtrerebbe solo ciò che è assolutamente unico.

Non è una questione di tempo
Google non chiede semplicemente più tempo. Il punto, come ha spiegato Vassilvitski nel briefing, è di metodo: le misure preliminari della Commissione sono uscite intorno alla metà di aprile, il periodo di consultazione pubblica è durato due sole settimane, e la decisione finale è attesa entro la fine di luglio. Un calendario stretto per problemi che sono, come ha detto lo stesso esperto, «al limite della ricerca attuale». Quello che si chiede è un confronto aperto, con esperti di anonimizzazione e riservatezza esterni all’industria, capaci di raggiungere un consenso condiviso su cosa significhi davvero rendere anonimi questi dati. Molti di questi esperti, ha aggiunto, non sapevano nemmeno che il procedimento fosse in corso, e quando lo hanno scoperto avevano già pochissimo tempo per rispondere.

Non è una posizione isolata. Il think tank ECIPE e l’Information Technology and Innovation Foundation hanno entrambi prodotto analisi critiche delle misure proposte. La fondazione, in un commento formale alla Commissione dello scorso maggio, ha sostenuto che le misure vanno ben al di là di quanto necessario, con effetti negativi sulla riservatezza degli utenti, sugli incentivi all’innovazione e sulla praticabilità commerciale dell’intero sistema.

L’altro fronte: Android e gli assistenti artificiali
Le divergenze con la Commissione non si esauriscono sulla ricerca. Un secondo procedimento, ai sensi dell’articolo 6, comma 7 del Dma, riguarda Android e impone a Google di garantire agli assistenti di intelligenza artificiale di terze parti lo stesso accesso alle funzionalità di sistema di cui gode Gemini, il proprio assistente. In concreto: accesso al microfono, alla fotocamera, al contenuto dello schermo, ai comandi vocali, ai sensori, alle impostazioni del dispositivo, all’esecuzione in background.

Dal punto di vista ingegneristico, spiega Google, si tratta di un livello di integrazione profondissimo, sviluppato con anni di lavoro e test di sicurezza specifici. Un agente di intelligenza artificiale che opera a livello di sistema non funziona come un normale assistente testuale: deve interpretare lo schermo in tempo reale, eseguire comandi, operare in ambienti variabili. Aprire queste interfacce indiscriminatamente, senza una validazione rigorosa, aumenta la superficie di attacco. L’esempio che circola nel dibattito è quello di Samsung, che ha integrato Perplexity su alcuni suoi dispositivi Android dopo un lungo lavoro di ingegneria della sicurezza dedicato: la prova che si può fare, ma non per decreto e non in poche settimane.

La revisione del Dma e le tensioni con le grandi piattaforme
Il Dma è entrato in vigore nel maggio del 2023 e si applica a un gruppo ristretto di grandi operatori digitali – Google, Apple, Meta, Amazon, ByteDance – classificati come gatekeeper, cioè controllori di infrastrutture digitali essenziali. La prima revisione formale del regolamento, pubblicata dalla Commissione lo scorso aprile aprile, lo ha dichiarato ancora valido nei suoi obiettivi. I risultati concreti per i cittadini ci sono – schermate di scelta per i browser, possibilità di installare app da fonti alternative, maggiore controllo sui dati – ma l’enforcement è stato lento e politicamente complicato.

L’anno scorso Apple è stata multata per 500 milioni di euro e Meta per 200 milioni, entrambe per violazioni del Dka. Molti osservatori hanno giudicato le cifre troppo basse, e si è diffusa l’ipotesi che Bruxelles stesse calibrando le sanzioni per non inasprire le tensioni commerciali con Washington, dove l’amministrazione Trump aveva minacciato ritorsioni contro le aziende europee che colpissero i colossi tecnologici americani. La Commissione ha smentito ogni condizionamento.

Ora tocca a Google. Secondo quanto riportato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, citando fonti interne alla Commissione, è in arrivo una sanzione nell’ordine delle centinaia di milioni di euro per il caso di auto-preferenziamento nei risultati di ricerca. Sarebbe la multa più alta mai inflitta sotto il Dma. Google si è già difesa in anticipo: le modifiche apportate alla ricerca in ossequio al regolamento europeo rappresentano, secondo un suo portavoce, «il peggioramento più grave nella storia del prodotto».

La dimensione geopolitica
Sullo sfondo di questa vicenda si staglia una tensione più ampia, che va oltre il diritto della concorrenza. Il Dma era stato concepito come uno strumento veloce, capace di imporre compliance rapida senza i tempi biblici dell’antitrust tradizionale. In parte lo è stato. Ma la sovrapposizione tra regolazione digitale europea e guerra commerciale transatlantica ha cambiato il contesto: ogni multa è diventata un potenziale casus belli, ogni procedimento un terreno su cui si misurano i rapporti di forza tra Bruxelles e Washington.

In questo scenario, Google critica la Commissione europea di non ascoltare. A niente è servito, dicono, inviare alcuni esperti di sicurezza Android per presentare all’esecutivo prove concrete di come certi obblighi possano consentire l’uso di spyware, registrazione audio e furto di foto. Il tutto, aggiungono, mentre il Parlamento europeo discute pubblicamente su come difendersi da sofisticati rischi informatici potenziati dall’intelligenza artificiale (come Mythos di Anthropic), e il ramo normativo della Commissione europea che si occupa esclusivamente di concorrenza a Bruxelles (Dg Comp) sembra intenzionata a smantellare attivamente la sicurezza di base destinata a fermarli. La decisione finale è attesa per fine luglio.

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Trump si dimostra più lucido degli apologeti di Netanyahu

3 June 2026 at 06:01

La telefonata rivelata da Axios in cui Donald Trump rovescia la sua epic fury su Benjamin Netanyahu, dicendogli improvvisamente la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità («Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo») dimostra anzitutto due cose. La prima è che Trump, pur mentendo costantemente e spesso anche delirando in pubblico, in privato è molto più lucido di quanto sembrerebbe; la seconda è che è comunque molto più razionale di tanti apologeti di Netanyahu, e di tutti coloro che si ostinano a imbastire implausibili difese dell’indifendibile, danneggiando la loro causa e la loro credibilità. Per colpa di Netanyahu, che a quest’ora dovrebbe essere in galera da un pezzo, oggi tutti odiano Israele, come testimonia lo sfogo del suo ultimo sostenitore rimasto sul pianeta. Il che ovviamente non vuol dire che di questa situazione Netanyahu sia l’unico e solo responsabile, come dimostra il fatto stesso che ci sia ancora qualcuno, persino in Italia, che ha il coraggio di difenderlo. Del resto, più passa il tempo e più l’assoluta indifferenza per le vittime degli attacchi israeliani (o delle violenze dei coloni) avvicina i commentatori filo-Netanyahu alle vette di cinismo, disprezzo della logica e della vita umana del circo filo-putiniano.

C’è chi dice che non esistano in Italia sostenitori disinteressati di Vladimir Putin, ma è una teoria che mi convince poco e mi piace ancora meno, non foss’altro perché «chi ti paga?» è il tipico grido di battaglia degli sbandati organizzati e aizzati dai troll del Cremlino, e lo lascio volentieri a loro. Ma comincio a pensare che, tanto per i sostenitori di Putin quanto per quelli di Netanyahu, la disarmante sincerità di Trump, la sua fanciullesca inconsapevolezza, la trasparente, spudorata, evidente empietà dei suoi metodi e dei suoi fini possano avere paradossalmente un effetto catartico, mostrando al mondo intero la patetica inconsistenza di tutte le loro narrazioni e giustificazioni.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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La militante Maga che fa da cacciatrice di streghe di Trump

3 June 2026 at 03:45

L’aveva previsto due mesi prima: la prossima sarà Tulsi Gabbard. E così è stato: la direttrice dell’intelligence nazionale degli Stati Uniti ha annunciato due settimane fa che a fine mese lascerà l’incarico. Ufficialmente per stare accanto al marito malato. Ma il mandato dell’ex deputata dem convertitasi al credo Maga più complottista si chiude come era iniziato: in modo disallineato rispetto al centro di gravità dell’amministrazione Trump.

Torniamo alla previsione, che non era stata affatto generica. Già il 18 marzo, subito dopo le dimissioni di Joe Kent dalla direzione del Centro nazionale antiterrorismo, Laura Loomer, attivista di estrema destra, teorica della cospirazione e autoproclamata «giornalista investigativa», aveva scritto su X: «Tulsi Gabbard si dimetterà prossimamente», indicando la direttrice dell’intelligence come bersaglio successivo. A fine marzo, le piattaforme di scommesse come Polymarket assegnavano solo il 13 per cento di probabilità a una sua uscita entro il 31 marzo, e i principali organi di stampa americani avevano trattato le affermazioni di Loomer con scetticismo. Aveva ragione lei.

Il caso Gabbard non è un episodio isolato. È l’ultimo capitolo di una storia che ha trasformato Loomer, trentatreenne di Tucson senza alcun incarico ufficiale, in uno degli centri di potere più temuti a Washington. Il neologismo che ne ha segnato l’ascesa è entrato nel lessico della capitale: essere loomered, colpito da Loomer, significa essere pubblicamente additato come infedele a Donald Trump, con conseguenze spesso immediate. Lo stesso presidente ha dichiarato: «Se vieni loomered sei nei guai. È la fine della carriera, in un certo senso».

Il metodo Loomer è sempre lo stesso. Accumula dossier su funzionari in carica, ne verifica le affiliazioni passate, cerca dichiarazioni incompatibili con la linea Maga, poi pubblica serie di post su X che raggiungono oltre un milione di persone. La logica è quella della colpa per associazione: un funzionario che ha lavorato con un critico di Trump è automaticamente sospetto, indipendentemente dal suo operato attuale.

Nell’aprile 2025, si era presentata nell’Ufficio Ovale con un fascicolo contenente circa una dozzina di nomi di funzionari del Consiglio di sicurezza nazionale che riteneva non sufficientemente fedeli. Trump ne aveva licenziati sei, tra cui Brian Walsh, direttore per l’intelligence; Thomas Boodry, responsabile per gli affari legislativi; David Feith, responsabile per tecnologia e sicurezza nazionale; e Maggie Dougherty, responsabile per le organizzazioni internazionali. La riunione era straordinaria anche per il profilo dei presenti: oltre a Trump, parteciparono il vicepresidente JD Vance, la capo di gabinetto Susie Wiles, il consigliere per la sicurezza nazionale Mike Waltz e il segretario al Commercio Howard Lutnick. Waltz cercò di difendere i propri collaboratori. Poche settimane dopo, anche lui sarebbe stato rimosso per il Signalgate e mandato a New York come ambasciatore alle Nazioni Unite.

Lo stesso giorno, nel giro di ore, il raggio della purga si allargò ben oltre il Consiglio di sicurezza. Il generale Timothy Haugh, direttore della National Security Agency e capo del Cyber Command, fu rimosso insieme alla sua vice Wendy Noble. Loomer aveva incluso entrambi nella lista portata all’incontro con Trump, sostenendo che Haugh era stato scelto da Mark Milley, ex capo degli stati maggiori congiunti che Trump aveva pubblicamente accusato di tradimento. Noble fu descritta da Loomer come «una che odia Trump, nominata da Joe Biden», che «ha trascorso il suo tempo alla Nsa promuovendo le politiche di diversità e inclusione». I democratici al Senato e alla Camera protestarono invano: con quelle rimozioni, l’agenzia responsabile della sicurezza informatica americana perdeva in un pomeriggio la sua intera catena di comando.

Il meccanismo ha generato un riflesso condizionato negli uffici della capitale. Il senatore democratico Mark Warner, vicepresidente della commissione Intelligence del Senato, ne sa qualcosa: aveva programmato una visita all’Agenzia nazionale di intelligence geospaziale quando Loomer lo aveva attaccato preventivamente, accusando il Pentagono di permettere a un «senatore democratico anti Trump» di accedere a strutture riservate. La visita fu cancellata. «Quando Laura Loomer pubblica un post, il gabinetto di Trump si mobilita», ha dichiarato Warner.

La capacità “predittiva” di Loomer affascina e inquieta a Washington in egual misura, ma va letta con cautela. Le sue «profezie» sui funzionari da rimuovere sono meno previsioni che campagne di pressione: lei stessa contribuisce a creare le condizioni che poi si avverano. Nel caso Gabbard, Roger Stone aveva accusato Loomer di aver tentato di convincere Trump che la direttrice dell’intelligence fosse «sul punto di dimettersi – nel tentativo di spingere Trump a licenziarla preventivamente. Tutta una farsa. Per fortuna ho agito in tempo», aveva scritto Stone su X ad aprile. Ciò significa che Loomer aveva già tentato di accelerare la caduta di Gabbard almeno un mese prima che si concretizzasse.

Non sempre le sue campagne vanno a segno. Il New Yorker ha raccontato il caso di Vinay Prasad, scienziato della Food and Drug Administration impegnato in un blocco regolatorio su un farmaco per la distrofia muscolare per ragioni di sicurezza clinica. Loomer lo aveva attaccato definendolo un «cavallo di Troia marxista» infiltrato nell’amministrazione. Prasad si era dimesso sotto pressione – ma era stato reintegrato meno di due settimane dopo, quando era emerso che la campagna contro di lui coincideva con gli interessi finanziari del produttore del farmaco, Sarepta Therapeutics.

Il fenomeno Loomer si inserisce, racconta il settimanale americano, in un quadro più ampio che ha prodotto un neologismo: «chi posta comanda». La porosità tra l’infosfera della destra radicale e le decisioni di governo è inedita. Un funzionario di alto livello dell’amministrazione ha descritto la dinamica in termini espliciti: «Se qualcosa è popolare su X di destra, la Casa Bianca vi dà seguito nel novanta per cento dei casi». Loomer è il terminale più visibile di questo circuito, ma non necessariamente il più trasparente quanto ai mandanti.

Diverse fonti citate dal New Yorker suggeriscono che alcune delle sue campagne siano alimentate da interessi privati che usano la sua piattaforma per regolare conti interni all’amministrazione o per orientare decisioni di regolamentazione economica. Lei nega di essere una «pistola a pagamento». Ma il confine tra militanza genuina e attività di pressione indiretta è, nel suo caso, impossibile da tracciare; ed è proprio questa ambiguità a rendere il suo operato tanto difficile da neutralizzare.

Quel che è certo è che il suo potere è contingente e personale. Un ex funzionario del Consiglio di sicurezza nazionale ha sintetizzato la sua posizione con lucidità: «Non ha una base che la sostenga se il presidente dovesse cambiare idea sul suo valore. È uno di quei cortigiani utili come cassa di risonanza, come agente, ma in definitiva sacrificabili». Per ora, però, la sua cassa di risonanza funziona. E a Washington lo sanno tutti.

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Ora l’intelligenza artificiale deve dimostrare di saper cambiare l’economia reale

3 June 2026 at 03:45

Per anni i cantori dell’intelligenza artificiale hanno annunciato l’avvento di una rivoluzione inevitabile e dirompente, destinata a migliorare la vita dei lavoratori e i rendimenti degli investitori. Da Sam Altman in giù, erano tutti convinti che la traversata nel deserto sarebbe stata più breve del previsto, descrivendoci una Terra promessa economica in cui sarebbe bastato inserire qualche algoritmo nei processi aziendali affinché il mondo del lavoro cambiasse per sempre. Più produttività, meno fatica, crescita economica accelerata. Macchine sempre più autonome avrebbero svolto la maggior parte delle attività cognitive oggi affidate agli esseri umani.

L’IA continua ad attirare investimenti enormi, ma l’entusiasmo iniziale si sta scontrando con la realtà che, come insegnava Giulio Andreotti, è sempre un po’ più complessa. La rivoluzione non è ancora arrivata, e la crescita men che meno. Il problema non è il funzionamento della tecnologia, anzi. Gli strumenti di intelligenza artificiale si sono diffusi rapidamente nelle aziende e nelle abitudini quotidiane dei lavoratori. I modelli generativi scrivono testi, analizzano dati, generano codici, producono immagini e simulazioni con una velocità che fino a poco tempo fa sembrava fantascienza. Il problema è un altro: l’economia, per ora, non se n’è accorta.

Negli Stati Uniti la produttività è cresciuta nel 2025 a un ritmo vicino alla media storica, intorno al due per cento annuo secondo i dati del Bureau of Labor Statistics, ben lontano dal balzo registrato negli anni Novanta durante la rivoluzione digitale. Alcuni economisti, tra cui Daron Acemoglu del MIT, stimano che il contributo diretto dell’intelligenza artificiale alla crescita della produttività sia finora limitato, nell’ordine di pochi centesimi di punto percentuale all’anno.

Un’indagine del National Bureau of Economic Research su circa seimila dirigenti mostra che il settanta per cento delle aziende usa strumenti di intelligenza artificiale, ma l’ottanta per cento non ha registrato alcun cambiamento significativo né nella produttività né nell’occupazione negli ultimi tre anni. Le ragioni sono meno tecnologiche di quanto si immagini: dati incompleti o disordinati, sistemi informatici incompatibili con i nuovi modelli, mancanza di competenze interne e, soprattutto, l’assenza di un problema aziendale preciso che l’intelligenza artificiale dovrebbe risolvere.

Sloan Management Review e Boston Consulting Group, il novantacinque per cento dei progetti di IA generativa resta fermo alla fase di sperimentazione o non produce benefici economici misurabili, rimanendo confinato a prototipi o test interni. E secondo la società di ricerca Gartner, entro la fine del 2026 molte organizzazioni potrebbero abbandonare fino al sessanta per cento delle iniziative di IA avviate senza dati adeguati, infrastrutture compatibili o una strategia chiara di implementazione.

Gli investimenti nell’intelligenza artificiale possono aumentare la produttività delle imprese, ma solo se ci sono degli asset complementari: dati di qualità, infrastrutture digitali e personale qualificato. In molti settori, soprattutto nei servizi, queste condizioni non sono ancora diffuse. La principale conseguenza è che l’adozione della tecnologia segue spesso una curva a “J”. Nelle prime fasi le aziende registrano addirittura un calo di produttività, dovuto ai costi di implementazione, alla formazione del personale e alla necessità di ripensare i processi. Solo dopo alcuni anni emergono i benefici.

Non è la prima volta che accade una cosa del genere. L’elettricità, per esempio, iniziò a entrare nelle fabbriche occidentali già negli anni Ottanta dell’Ottocento, ma impiegò decenni prima di produrre un aumento significativo della produttività industriale. In una prima fase gli imprenditori si limitarono a sostituire il motore a vapore con un grande motore elettrico centrale, mantenendo invariata la struttura della fabbrica ereditata dall’era del vapore: lunghi alberi di trasmissione che distribuivano la forza meccanica nell’intero edificio.

Il vero cambiamento arrivò solo quando le imprese iniziarono a sfruttare le caratteristiche specifiche dell’elettricità. Tra gli anni Venti e Trenta del Novecento le fabbriche vennero progressivamente riprogettate: piccoli motori elettrici furono installati direttamente sulle singole macchine utensili, eliminando i complessi sistemi di trasmissione meccanica e permettendo di ridisegnare completamente la disposizione degli impianti. Le linee produttive divennero più flessibili, gli spazi più efficienti e il lavoro più specializzato. Solo allora i benefici dell’elettrificazione, evidenti fin dal primo giorno, come maggiore velocità, minori costi e un sensibile aumento della produttività, iniziarono a comparire nelle statistiche economiche.

Una storia simile si è ripetuta con i computer. Già negli anni Settanta i grandi mainframe erano entrati nelle banche, nelle compagnie assicurative e nelle grandi imprese industriali per gestire contabilità, pagamenti e archivi amministrativi. Poi arrivò la seconda ondata: tra il 1980 e il 1990 il numero di computer installati nelle imprese statunitensi aumentò di oltre dieci volte e le aziende investirono centinaia di miliardi di dollari in hardware e software. Ma non abbastanza da rivoluzionare il mercato del lavoro. Nel 1987 l’economista e premio Nobel Robert Solow sintetizzò il paradosso con una frase diventata celebre: «Si vede l’era dei computer ovunque, tranne che nelle statistiche della produttività». Il boom arrivò solo negli anni Novanta, quando l’informatica iniziò a riorganizzare davvero il funzionamento delle imprese: software gestionali integrati, reti informatiche interne, internet commerciale, logistica digitale e supply chain informatizzate.

In entrambi i casi il problema non era la tecnologia in sé. Il ritardo dipendeva, e dipende, dal fatto che le innovazioni più profonde hanno bisogno di cambiamenti organizzativi, istituzionali e culturali. Le macchine possono essere installate rapidamente; ripensare il modo in cui un’economia lavora è un processo decisamente più lento. I modelli devono dialogare con sistemi informatici costruiti negli anni, con procedure interne, con vincoli legali e normativi. Devono essere addestrati su dati affidabili, e spesso quei dati non esistono o sono disordinati.

Un altro elemento che ha raffreddato l’entusiasmo riguarda il tipo di lavoro che l’IA produce. Per mesi si è parlato di automazione e sostituzione. In molti casi sta succedendo qualcosa di più complicato. L’intelligenza artificiale non elimina il lavoro umano: lo cambia e spesso lo aumenta, come afferma il 77 per cento dei dipendenti sentiti durante un sondaggio dell’Upwork Research Institute. Quasi quattro lavoratori su dieci dichiarano di passare più tempo a controllare o correggere contenuti generati automaticamente. Programmatori scrivono codici più rapidamente ma devono verificare quello generato dagli algoritmi. Analisti producono report più velocemente ma dedicano più tempo alla revisione. Questo fenomeno si chiama paradosso di Jevons e gli economisti lo conoscono da oltre un secolo: quando una tecnologia rende più efficiente l’uso di una risorsa, il consumo totale di quella risorsa può aumentare invece di diminuire.

Un’altra ragione per cui la rivoluzione promessa tarda ad arrivare riguarda la natura stessa della produttività. Nei modelli economici più semplici la produttività è un rapporto tra input e output: se una tecnologia permette di fare una certa attività più velocemente, ci si aspetta automaticamente un aumento della produzione. Ma in un’azienda il valore non nasce solo dalla velocità con cui si eseguono i compiti. Molto spesso dipende da elementi più difficili da standardizzare e quindi da automatizzare: il giudizio umano nelle decisioni complesse, la creatività nel risolvere problemi nuovi, la capacità di interpretare informazioni incomplete o ambigue, oppure di coordinare persone e relazioni all’interno di un’organizzazione. In questi ambiti l’intelligenza artificiale può aiutare, ma raramente sostituisce del tutto il contributo umano. Ed è proprio lì che spesso si genera la parte più importante del valore economico.

Negli uffici, l’impatto dell’intelligenza artificiale appare più sottile di quanto suggerisca il dibattito pubblico. Uno studio pubblicato quest’anno da ricercatori della Seoul National University basato su un sondaggio su oltre cinquemila lavoratori in Corea del Sud, mostra che più della metà utilizza già strumenti di IA generativa nel lavoro quotidiano. L’effetto medio è modesto: tra chi li usa, il tempo di lavoro si riduce in media di circa il 3,8 per cento. E soprattutto quel tempo risparmiato non si traduce quasi mai in più produzione. In molti casi viene assorbito in modi meno visibili. Per esempio: pause più lunghe, minore pressione mentale o uno spostamento verso attività percepite come più interessanti. Una parte dell’impatto dell’intelligenza artificiale sembra emergere più come miglioramento delle condizioni di lavoro che come aumento della produttività misurata.

Un altro risultato interessante riguarda l’esperienza professionale. I lavoratori meno esperti sembrano trarre i benefici maggiori dall’uso dell’IA. Gli strumenti generativi funzionano spesso come una sorta di tutor sempre disponibile: suggeriscono soluzioni, correggono errori e aiutano a completare compiti complessi. In questo modo riducono il divario tra chi ha molta esperienza e chi ne ha meno. Nelle prime fasi della sua diffusione l’intelligenza artificiale sembra agire più come una tecnologia che livella le competenze che come un semplice moltiplicatore della produttività.

L’intelligenza artificiale sta seguendo a menadito l’Hype Cycle elaborato dalla società di ricerca Gartner. Secondo questo modello, quasi tutte le tecnologie emergenti attraversano una prima fase di entusiasmo, il cosiddetto picco delle aspettative gonfiate, in cui promesse e previsioni superano di gran lunga le applicazioni reali. E questa fase l’abbiamo passata ascoltando le promesse di Altman, Elon Musk e altri pioneri dell’IA alla ricerca di ingenti investimenti. Se gli investimenti crescono troppo rapidamente rispetto alla capacità delle imprese di trasformare la tecnologia in valore economico reale, il risultato può essere una sequenza di boom e disillusioni, come quello che stiamo vivendo adesso. Dopo aver investito tanto, imprese e investitori iniziano a confrontarsi con i limiti tecnici della tecnologia, i costi di implementazione e benefici più modesti del previsto.

La fine dell’hype non segna necessariamente la fine della rivoluzione. Piuttosto ne rappresenta l’inizio vero. Quando l’entusiasmo si riduce, le tecnologie smettono di essere esperimenti spettacolari e diventano strumenti da integrare lentamente nelle strutture economiche e sociali. È un processo lento e spesso poco visibile, fatto di cambiamenti nei processi, nei modelli organizzativi e nelle competenze. Ma è proprio in questa fase, quando l’entusiasmo lascia spazio all’integrazione, che le innovazioni finiscono davvero per trasformare l’economia.

La conseguenza non sarà tanto un rallentamento, quanto uno spostamento degli investimenti. I capitali si allontaneranno dai progetti più generici, difficili da valutare e poco integrati nei processi, che saranno i primi a essere ridimensionati o chiusi. Si concentreranno invece sulle applicazioni in cui l’intelligenza artificiale produce risultati chiari e misurabili. Dovranno soddisfare tre criteri su tutti: l’automazione industriale, l’ottimizzazione operativa e la riduzione dei costi. Non basta che i modelli funzionino; devono produrre valore. Finirà la stagione dei prototipi acchiappa investitori e inizierà l’era dell’implementazione.

Il futuro dell’intelligenza artificiale dipenderà probabilmente meno dalla potenza degli algoritmi e più dalla capacità delle organizzazioni di reinventare il modo in cui lavorano. Come accadde con l’elettricità e con i computer, la tecnologia da sola non basta. Servono nuove idee su come usarla. Idee, non profezie.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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Il mito della conquista spaziale è stato sostituito dal potere delle reti orbitali

3 June 2026 at 03:45

Il 9 aprile del 1959, in una sala da ballo della Dolley Madison House di Washington, sette uomini in giacca e cravatta furono presentati al mondo.
Erano i Mercury Seven, o, come li si definì subito, “i primi astronauti” degli Stati Uniti, sebbene nessuno di loro avesse ancora volato nello spazio. Il giorno stesso, la rivista LIFE inviò una lettera con un’offerta: mezzo milione di dollari per i diritti esclusivi di raccontarne la storia. Mezzo milione per eroi che, per quanto non avessero nemmeno orbitato una volta, lo spazio lo portavano dentro, come simbolo, come promessa. Nei mesi successivi, l’America intera si affezionò ai loro volti sulle copertine; le mogli furono fotografate nelle case di Cape Canaveral; i nomi e le storie degli astronauti divennero familiari come quelli delle star del cinema.
Iniziavano gli anni Sessanta e lo spazio assurgeva a racconto, epica, mito. Costituiva la prima linea della Guerra Fredda, trasposta oltre i limiti del cielo: l’avanguardia dei valori e della capacità occidentali – statunitensi, beninteso – contro quella sovietica.

Dieci anni dopo, nel luglio del 1969, quando Neil Armstrong raggiunse il Mare della Tranquillità, primo uomo a toccare la superficie di un altro mondo, agli occhi del grande pubblico la corsa spaziale poté dirsi conclusa. Nonostante l’iniziale e debordante vantaggio sovietico, gli Stati Uniti l’avevano vinta. Quanto sarebbe arrivato dopo – satelliti, sonde interplanetarie, perfino lo Space Shuttle e le stazioni spaziali, fino a quella internazionale, la Stazione Spaziale Internazionale (ISS) – era e sarebbe rimasto questione da specialisti, non da opinion leader o decision maker.

Inaugurato da poco, il racconto dell’avventura cosmica del genere umano si era spento con altrettanta rapidità. Non per disinteresse tecnico, ma per rimozione collettiva. Negli anni Settanta, dopo la Luna, le copertine di LIFE diradarono e i contratti da mezzo milione diventarono ricordo.

Eppure, mentre l’attenzione collettiva si rivolgeva altrove, con invisibile inesorabilità lo spazio iniziò a diventare l’infrastruttura portante del Pianeta. In pochi decenni, e senza che il pubblico se ne accorgesse o gli fosse detto con sufficiente chiarezza, tutte le transazioni finanziarie, le previsioni meteorologiche, le localizzazioni GPS e i sistemi di monitoraggio climatico, sarebbero diventati interamente dipendenti da asset orbitali. Tanto da far valere quanto scritto un secolo fa dal geografo Nicholas John Spykman circa il dominio del mare, anche per lo spazio: oggi, chi lo controlla, controlla la Terra.

Per questo, lo spazio è tornato sulle prime pagine (e in tv, e sui social network). Il modo di raccontarlo, però, è radicalmente cambiato rispetto al 1959: lo spazio non è più (solo) l’avventurosa saga di donne e uomini disposti a sfidare l’ignoto per la ragion di Stato. È la cronaca di un affare da centinaia di miliardi di dollari, di un nuovo “Continente” in cui un imprenditore privato può esprimere ed esercitare la potenza di un governo, è un’arena – forse l’arena – di confronto geopolitico.

Nondimeno, invece dello sprint veloce fra gli anni ’60 e ’70, oggi lo spazio inaugura una maratona: come internet negli anni ’90, ha riconfigurato e riconfigurerà la nostra vita quotidiana. E d’ora in poi, rimarrà. Beninteso, il mutamento narrativo non è solo faccenda culturale: è questione strategica. Perché da come raccontiamo lo spazio dipende come lo governeremo. O se lo governeremo.

Tre driver, un ritorno
La riacquisita centralità nel dibattito pubblico è il prodotto di tre fenomeni convergenti, documentabili con precisione. Il primo è costituito dalla privatizzazione e dalla riduzione drastica dei costi di accesso alle orbite. Nel 2025 SpaceX, la space company di Elon Musk, ha effettuato 170 lanci – compresi i 5 test di Starship – uno ogni 28 ore. Grazie alla possibilità di riutilizzare parzialmente i vettori spaziali, i costi di lancio si sono ridotti fino al 65 percento rispetto al decennio precedente. La riusabilità dei razzi, i servizi di ride sharing orbitale, la miniaturizzazione dei satelliti hanno democratizzato, o se non altro aperto, l’accesso allo spazio.

Nel 2024 l’economia spaziale ha mosso – le stime divergono e le prossime righe diranno il perché – circa 600 miliardi di dollari a livello globale, con il settore commerciale responsabile di quasi l’80 percento del volume. Le proiezioni per il 2035 parlano di 1.800 miliardi, a un tasso di crescita doppio rispetto al PIL mondiale; non manca chi profetizza un valore fino a tremila miliardi nello stesso periodo, una differenza in buona parte riconducibile alla difficoltà stessa di individuare i limiti di un settore capace di abilitarne altri, diversi e all’apparenza lontani: i profitti di un eventuale broadcaster che utilizzasse una costellazione satellitare sono inquadrabili nella Space economy? Se sì, quanto? Il dibattito rimane aperto, ma è certo che quando un mercato cresce a ritmi roboanti, i media non possono ignorarlo. Significa attenzione pubblica.

Il secondo catalizzatore è il ritorno della competizione tra potenze. Dopo la stagione della cooperazione pacifica, supremamente simboleggiata dall’ISS, Stati Uniti, Cina, Russia e un numero crescente di Paesi con ambizioni o programmi spaziali propri costruiscono architetture orbitali sempre più autonome, non di rado incompatibili. È una dimensione, per quanto rilevante, che rappresenta solo una delle leve capaci di riportare lo spazio al centro dell’attenzione collettiva. Non necessariamente la principale.

Il terzo catalizzatore è la personalizzazione della narrazione. Elon Musk, Jeff Bezos e la sua Blue Origin, o Kam Ghaffarian con Axiom Space, non sono solo imprenditori: sono hub mediatici in carne e ossa, in grado di riportare lo spazio dentro il racconto quotidiano della tecnologia, della geopolitica, degli orizzonti imminenti: in una parola, del futuro. Nel 1959 i Mercury Seven erano il veicolo narrativo per raccontare la proiezione statunitense al di là del cielo. Oggi Musk o Bezos sono imprenditori che costruiscono il loro racconto pubblico, con i loro mezzi – stricto sensu, piattaforme di loro proprietà da X al Washington Post – e secondo la loro visione, non di rado striata di messianesimo.

Lo spazio non è più solo un programma di Stato a favore di periodico; è anche la prossima frontiera evolutiva del genere umano, presidiata – quando non controllata – da pochi soggetti privati, ognuno con il proprio racconto personale.

Opportunità emergenti
Anche per questo i suoi orizzonti, oggi, non sono più circoscrivibili in quelli dell’esplorazione. Lo spazio è industria, servizi, infrastruttura critica per settori in apparenza avulsi dall’orbita terrestre, ma in realtà dipendenti da qualsiasi cosa accada o viaggi in prossimità del pianeta. Non sarebbe forzato dire che buona parte della nostra vita, e quindi della nostra economia, adesso è space based. Va da sé che anche le opportunità via via abilitate siano tutt’altro che teoriche. L’agricoltura di precisione usa dati satellitari per ottimizzare irrigazione e fertilizzazione, riducendo sprechi e aumentando rese; i mercati finanziari globali dipendono dalla sincronizzazione garantita dai sistemi PNT (Positioning, Navigation and Timing), con una precisione capace di consentire transazioni nell’ordine di nanosecondi.

Il monitoraggio ambientale – dalle emissioni di gas serra alla deforestazione, dalla salute degli oceani alla gestione delle risorse idriche – si basa su costellazioni satellitari in orbita bassa (fra i 100 e i 2mila chilometri di quota), che forniscono dati con tempi di rivisita in progressiva riduzione. La californiana AstroForge ha lanciato, nel 2025, la sua prima missione verso un asteroide, sviluppata in dieci mesi per 6,5 milioni di dollari: cifre impensabili un decennio fa, quando una missione simile avrebbe richiesto budget statali e uno sviluppo decennale.

Gli esperti stimano che il mercato minerario spaziale potrebbe valere 5 miliardi di dollari entro il 2030 e 23 miliardi un decennio dopo. L’acqua estratta dal suolo lunare è convertibile in idrogeno e ossigeno, cioè carburante per missioni verso lo spazio profondo. Startup come Interlune, basata a Seattle, promettono di commercializzare terre rare ed elio-3 estratti dalla regolite, la “polvere selenica”; Starcloud, Google, Nvidia, Amazon o SpaceX giurano che, fra pochi anni, i data center, cioè i “pozzi” da cui attingere la potenza computazionale necessaria ad alimentare qualsiasi intelligenza artificiale, saranno nello spazio, pronti a ridurre i consumi energetici e idrici che già oggi spaventano chi, sulla Terra, li ospita.

Non è fantascienza: sono proiezioni mosse da progetti già attivi, investimenti già allocati, tecnologie già comprovate o alla vigilia dei primi test in laboratorio e oltre l’atmosfera.

Lungi da sentenze superficiali, non sono nemmeno sprechi di risorse o investimenti temerari: lo sviluppo spaziale produce ciò che gli economisti indicano come trickle-down tecnologico: innovazioni nate per l’orbita si riversano sull’economia civile. Il GPS, nato per guidare i missili nucleari dei sottomarini statunitensi durante la Guerra Fredda, oggi orienta il traffico marittimo e aereo globale, consente a qualsiasi smartphone di sapere dove si trovi con precisione metrica. I materiali sviluppati per resistere alle condizioni estreme dello spazio – temperature che oscillano tra -150 e +150 gradi Celsius, radiazioni intense, vuoto assoluto – trovano applicazione in medicina (protesi, strumenti chirurgici), automotive (materiali leggeri e resistenti), edilizia (isolanti termici avanzati). Software e algoritmi che permettono la diagnosi precoce delle microcalcificazioni al seno derivano da quelli impiegati per correggere la “miopia” del telescopio spaziale Hubble, lanciato nel 1990 con un difetto alla sua lente primaria.

La connettività satellitare globale promette di portare internet ad alta velocità anche nelle aree più remote della Terra, colmando il digital divide. Megacostellazioni come Starlink, OneWeb e Amazon Leo, così come i loro omologhi cinesi, vanno componendo reti di migliaia di apparati in orbita bassa, capaci di offrire latenza (via via) comparabile alla fibra ottica e copertura planetaria. A fine 2025, Starlink operava oltre 9.350 satelliti in orbita, costituendo oltre la metà di tutti gli apparati attivi intorno alla Terra. Per i Paesi in via di sviluppo, per le comunità rurali, per le navi in mezzo all’oceano, questo significa accesso a educazione, telemedicina, servizi digitali altrimenti impossibili.

Rischi da governare
È inevitabile che a corredare la narrazione dell’opportunità ci sia quella del rischio. Militarizzazione crescente, concentrazione di potere in mani private, frammentazione della governance internazionale sono temi concreti che impongono domande e risposte non più rinviabili. Tuttavia, come sempre successo nello spazio – da quando il lancio dello Sputnik nel 1957 terrorizzò l’Occidente paventando la supremazia dell’altra parte del mondo – opportunità e rischio non sono narrazioni alternative. Sono le due facce del medesimo processo.

La stessa tecnologia capace di garantire il monitoraggio delle emissioni può essere usata per scopi militari; il satellite che connette aree remote è, a un tempo, asset strategico. La dualità è strutturale, non contingente. Lungi dal paralizzarci, significa solo che lo sviluppo spaziale impone consapevolezza, trasparenza e un dibattito pubblico all’altezza delle complessità in gioco.

Il Trattato sullo Spazio Extra-Atmosferico del 1967, la “Magna Carta” dell’ultra-cielo, fu scritto per un mondo con due attori sovrani e nessuna space company privata. Gli Artemis Accords, sottoscritti da 61 nazioni al gennaio 2026, tentano di aggiornare un framework in evoluzione costante. Insieme con le numerose regolamentazioni nazionali – non ultima quella italiana, approvata pochi mesi fa – rappresentano uno sforzo concreto nella costruzione di regole condivise. È tutto da dimostrare se ci possano riuscire, ma in un mondo via via più frammentato, la space diplomacy testimonia come da lassù i confini non esistano.
Dalle reti energetiche ai trasporti, dalla finanza alla logistica fino alla sicurezza delle pipeline, tutto ricorda come lo spazio integri l’economia globale. E quanto questioni di resilienza e governance debbano ormai, e con urgenza, contemplare il rapporto con l’extra-terrestre.

La responsabilità del dibattito pubblico
Nel 1959 sette uomini seduti a un tavolo diventarono leggenda prima ancora di volare nello spazio. Oggi in pochi conoscono i nomi degli astronauti; ma tutti sanno chi sono Musk o Bezos. Lo spostamento di attenzione dal programma all’imprenditore, dal collettivo all’individuale, non è neutrale. Trasforma ciò che è politicamente possibile. Cambia quel che il pubblico percepisce come normale.

Per questo, la sfida attuale è in una narrazione che sia all’altezza della (nuova) realtà; che non afferisca all’entusiasmo acritico di una visione tecno-utopistica, ma nemmeno al catastrofismo geopolitico pronto a individuare oltre l’atmosfera solo una nuova linea del fronte. La realtà è ben più complessa e, in fondo, molto più interessante di entrambe le caricature.

Il contributo più importante che un dibattito pubblico informato, plurale e non dettato da interessi particolari può fornire è di tenere insieme le due anime del settore: l’accelerazione tecnologica e la responsabilità globale. È una logica che sarebbe auspicabile innervasse i tempi che viviamo: le sfide più grandi non hanno confini. Né nel Mondo, né oltre.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

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Se vuoi fare la spia, non studiare intelligence

3 June 2026 at 03:45

«In realtà un corso universitario in intelligence studies è raramente un percorso verso una carriera nell’intelligence». Nigel Inkster, già capo delle operazioni del Secret Intelligence Service (o MI6, il servizio segreto britannico per l’estero), non è il solo a dirlo, ma lo sostiene con una chiarezza che vale la pena prendere sul serio. Perché dietro questa affermazione apparentemente controintuitiva c’è una delle tensioni più interessanti e meno discusse nell’ecosistema della sicurezza nazionale contemporanea: quella tra chi studia l’intelligence e chi la pratica.

Gli intelligence studies esistono come campo accademico riconoscibile almeno dagli anni Ottanta, con un’accelerazione significativa dopo l’11 settembre 2001. La proliferazione di corsi, master, centri di ricerca dedicati è stata rapida e, per certi versi, inevitabile: la domanda pubblica di comprensione del fenomeno era reale, i fallimenti dell’intelligence americana e occidentale avevano reso il settore improvvisamente visibile, l’apertura progressiva degli archivi storici aveva reso possibile una storiografia più solida. Il problema è che questa crescita ha generato una tensione strutturale che il campo non ha mai davvero risolto. Da un lato, gli studiosi hanno costruito un oggetto disciplinare autonomo: il ciclo dell’intelligence, le teorie del fallimento analitico, la governance comparata dei servizi, il diritto dell’intelligence, l’etica della raccolta. Dall’altro, le agenzie hanno continuato a reclutare secondo una logica sostanzialmente diversa, indifferente, quando non apertamente scettica, verso questi strumenti concettuali.

Il risultato è una doppia incomprensione. Gli accademici tendono a sopravvalutare la rilevanza pratica della loro produzione. Le agenzie tendono a sottovalutare il contributo che una cultura dell’intelligence diffusa potrebbe dare alla qualità del dibattito pubblico sul settore. Nel mezzo, una generazione di studenti che si iscrive a corsi con aspettative spesso mal calibrate rispetto a ciò che troverà sul mercato del lavoro.

Il problema epistemico
C’è una ragione più profonda per cui questo gap è difficile da colmare, ed è di natura epistemica. La letteratura accademica sull’intelligence è costruita prevalentemente su fonti declassificate, memorie di ex funzionari, inchieste parlamentari, documenti resi pubblici attraverso strumenti come lo statunitense Freedom of Information Act. È una letteratura inevitabilmente retrospettiva e parziale: racconta ciò che è già accaduto, su cui è già possibile fare luce, e spesso molti anni dopo. Le agenzie, invece, lavorano su informazioni correnti, lacunose, contraddittorie, in contesti operativi dove l’incertezza è la norma e non l’eccezione.

La distanza tra i due regimi di conoscenza è reale e probabilmente insuperabile. Un analista che ha studiato i fallimenti dell’intelligence americana prima dell’invasione irachena del 2003 ha acquisito strumenti cognitivi preziosi per riconoscere le patologie del processo analitico – il groupthink, il mirror imaging, l’eccessiva dipendenza da singole fonti. Ma non ha necessariamente acquisito la competenza sostantiva – linguistica, tecnica, geografica e settoriale – che le agenzie cercano quando assumono.

Quello che le agenzie vogliono, in sostanza, è qualcuno che sappia qualcosa nel senso più pieno del termine: che conosca davvero il Sahel, o i mercati dell’energia, o la crittografia post-quantistica, o il diritto islamico nelle sue varianti regionali. Il «ragionare come un analista» è una capacità che preferiscono formare internamente, su una base di expertise che considerano difficilmente replicabile in aula.

L’avviso italiano: una cartina di tornasole
Nessun documento rende questa logica più trasparente di un avviso di reclutamento. E quello lanciato a febbraio (oggi chiuso) dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (la campagna «Il tuo talento al servizio dell’Italia») è particolarmente eloquente.

L’intelligence italiana cercava profili eterogenei in settori ben definiti: high performance computing, crittografia, gestione di cluster, automazione di processi di scraping, cyber, economia e finanza, terrorismo interno e internazionale, open-source intelligence. I laureati di area umanistica o internazionalistica erano benvenuti, ma a una condizione esplicita: dovevano portare conoscenze concrete dei fenomeni di terrorismo jihadista, radicalismo religioso, criminalità internazionale, immigrazione e traffico di esseri umani, eversione brigatista o anarchica, estremismo e antagonismo.

Gli intelligence studies non compaiono nemmeno come categoria residuale. L’avviso non cerca chi sa cos’è il ciclo dell’intelligence o chi ha letto Sherman Kent, pioniere dei metodi d’analisi dell’intelligence. Cerca chi sa qualcosa che serve adesso, in domini operativi specifici, con competenze verificabili.

Inoltre, guardare soltanto agli analisti rischia di dare un’immagine incompleta delle agenzie. Un moderno servizio di intelligence assomiglia sempre più a una grande organizzazione complessa: oltre a linguisti, esperti regionali e tecnologi, servono psicologi, giuristi, specialisti delle risorse umane, esperti di logistica e professionisti capaci di sostenere il funzionamento quotidiano dell’organizzazione. Molte delle competenze richieste sono le stesse che permettono a qualsiasi grande istituzione di operare efficacemente.

Questo non è un caso italiano. È la norma nei principali sistemi di intelligence occidentali, che reclutano prevalentemente da percorsi generalisti (come giurisprudenza, scienze politiche, lingue, ingegneria, informatica, Stem, psicologia) e formano internamente le competenze specifiche. I programmi universitari con rapporti istituzionali diretti con le agenzie esistono, ma sono eccezioni legate a network specifici, non la regola del settore.

A questo si aggiunge una trasformazione organizzativa più ampia. Le agenzie occidentali dipendono sempre meno dal trasferimento di personale proveniente da difesa, forze armate e polizia e sempre più dal reclutamento diretto di profili civili specializzati. Anche in Italia, soprattutto dopo la riforma del 2007, il comparto ha progressivamente ampliato il ricorso a competenze provenienti dal mondo accademico, professionale e imprenditoriale.

Allora a cosa servono gli intelligence studies?
Sarebbe sbagliato concludere da tutto questo che i corsi universitari in intelligence siano inutili. Producono analisti per il settore privato, giornalisti specializzati, funzionari di polizia con ruoli analitici, consulenti per organizzazioni internazionali, ricercatori ovviamente. È un’utilità reale, con un mercato in espansione, in parte proprio perché la complessità geopolitica aumenta la domanda di competenze interpretative.

Ma c’è una funzione più importante, e meno frequentemente riconosciuta: quella di costruire una cultura della sicurezza. In democrazie che fanno della supervisione parlamentare e del controllo pubblico sull’intelligence un valore costituzionale, la qualità del dibattito su questi temi dipende dalla capacità della società civile di capire di cosa si parla. Magistrati, parlamentari, giornalisti, funzionari pubblici che hanno una comprensione anche solo elementare di come funzionano i servizi, di quali siano i loro limiti strutturali, di come si costruisce una stima analitica, sono un asset democratico non banale.

In questo senso, gli intelligence studies hanno una legittimazione accademica più solida come campo di riflessione sull’intelligence – sulla sua storia, sulla sua governance, sui suoi fallimenti – che come percorso professionale diretto verso le agenzie.

La spia che non ha studiato per diventarlo
C’è un paradosso finale che vale la pena nominare. Le agenzie non possono dire pubblicamente, con precisione, cosa cercano davvero nei candidati – per ragioni ovvie di sicurezza operativa. Questo mantiene strutturalmente aperto il gap tra offerta formativa e domanda istituzionale. I corsi proliferano in parte perché le agenzie non smentiscono mai esplicitamente la percezione che siano un percorso utile.

Nel frattempo, la spia che le agenzie cercano ha studiato fisica, o arabo, o economia dei mercati emergenti, o sicurezza informatica. Forse ha letto qualcosa sull’intelligence, per curiosità o per caso. Ma non ha scelto quel corso pensando che fosse il modo giusto per arrivarci. E probabilmente, proprio per questo, è il profilo che cercano.

 

Questo è un estratto della newsletter di Strategikon, la testata di Linkiesta dedicata alla sicurezza nazionale e curata da Gabriele Carrer. Arriva ogni martedì. Qui per iscriversi.

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Un’Europa più forte è possibile, ma tutto ha un prezzo

3 June 2026 at 03:45

Le proposte di modifica dei meccanismi decisionali europei sono come il giorno della marmotta, la stessa scena che si ripete all’infinito. Al gioco partecipa anche la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen: «Il piano A è andare avanti a ventisette. Ma se ciò non fosse possibile, il Trattato prevede una cooperazione rafforzata». Con questa frase, pronunciata lo scorso febbraio davanti al Parlamento europeo durante il dibattito sulla competitività e sul rapporto Draghi, von der Leyen ha aperto esplicitamente alla possibilità di un’Europa a più velocità. Intesa come strumento pragmatico per «abbattere le barriere che ci impediscono di essere un vero gigante globale».

Poche settimane prima, i ministri dell’Economia e delle Finanze di Germania, Francia, Italia, Spagna, Polonia e Paesi Bassi avevano discusso come far avanzare alcuni dossier cruciali senza attendere l’accordo di tutti i ventisette i Paesi dell’Unione. «Le sei grandi economie europee vogliono fare da motore per l’Europa», ha detto il ministro tedesco Lars Klingbeil. Il messaggio, nella sostanza, è lo stesso: rafforzare competitività e difesa, come suggerito da Mario Draghi, richiede velocità, non unanimità.

L’idea di procedere per gruppi ristretti non è nuova nella storia dell’integrazione europea. I trattati consentono già un’integrazione differenziata. L’euro, Schengen, le cooperazioni nel diritto di famiglia, i brevetti: diversi esempi mostrano che l’Unione ha da tempo accettato di viaggiare a più velocità. Solo che adesso le pressioni di un’America meno cooperativa, di una Russia aggressiva e di una Cina dominante nelle catene globali del valore lasciano l’Europa ancora più esposta. La flessibilità aiuta, ma non basta a garantire decisioni rapide su dossier centrali come politica estera e difesa, alimentando nell’opinione pubblica la percezione di un’Europa lenta e inefficace.

I sei Stati che vogliono fare da motore intendono muoversi in campi su cui l’Unione discute da decenni con pochi risultati concreti: difesa comune, intelligence, sicurezza interna, accesso alle materie prime, coordinamento fiscale. Già nel 2017 la Commissione Juncker pubblicò un libro bianco sul futuro dell’Europa, indicando scenari e strumenti per affrontare sfide molto simili a quelle attuali. Quasi dieci anni dopo, gran parte di quei progetti esiste, certo, ma solo su carta.

Forse è il caso di trasformare la geometria variabile da strumento occasionale a metodo strutturale. Non per creare un club esclusivo di Stati europei, ma per definire regole chiare di partecipazione, aperte a chiunque voglia aderire rispettando lo Stato di diritto. Alcuni Paesi membri potrebbero muoversi su dossier critici senza inciampare in veti e ostruzionismi, offrendo al contempo incentivi concreti a chi vuole aggregarsi in un secondo momento.

Energia, difesa, politica estera, governance economica e coordinamento fiscale sono settori in cui questo approccio potrebbe fare la differenza: accelerando decisioni strategiche, riducendo la frammentazione e costruendo strumenti permanenti di stabilità. L’esperienza recente della pandemia e del Next Generation Eu hanno dimostrato un vecchio assunto del liberismo: una crisi è sempre un’opportunità. In questo caso l’opportunità è quella di accelerare la costruzione europea. Accettare che alcuni Paesi avanzino più velocemente su certi dossier potrebbe essere il prezzo per evitare che l’Europa resti ferma mentre il mondo accelera.

Il cuore del dilemma europeo non è solo politico, ma costituzionale. A differenza di altri organismi intergovernativi, l’Ue è un ordinamento costituzionalizzato dai Trattati, con vincoli stringenti che disciplinano perfino le eccezioni al principio dell’unanimità. Questo è particolarmente evidente nel caso della cooperazione rafforzata, l’artificio giuridico spesso invocato come via d’uscita dal blocco a ventisette.

L’articolo 20 del Trattato sull’Unione europea (TUE) consente a un gruppo di Stati di avanzare insieme su specifici dossier, purché gli obiettivi non possano essere raggiunti dall’Unione nel suo insieme e partecipino almeno nove Paesi. È concepito come deroga, non come regola. Poi ci sono gli articoli 326-334 del Trattato sul Funzionamento dell’Unione europea (TFUE). Questi stabiliscono che le cooperazioni rafforzate devono rispettare i Trattati e il diritto dell’Unione, e soprattutto non possono pregiudicare né il mercato interno né la coesione economica, sociale e territoriale.

In più, ogni nuova cooperazione deve essere aperta a tutti gli Stati membri e che questi possano aderire in qualsiasi momento. In parole semplici, anche se un gruppo di Stati volesse avanzare su difesa comune, intelligence o fiscalità europea, non può farlo in modi che ostacolino qualcuno o alterino la concorrenza interna al mercato unico. Questa è la tutela di base dell’integrazione europea, molte volte sottaciuta nel dibattito politico. Proprio per questo, trasformare la geometria variabile in metodo strutturale è praticamente impossibile. Servirebbe un processo revisione costituzionale su larga scala, inattuabile soprattutto in tempi brevi, in una fase di grande fragilità – Emmanuel Macron è un’anatra zoppa in patria, Friedrich Merz non ha lo standing né la forza politica, Giorgia Meloni non sembra davvero intenzionata a diventare la leader europeista di cui ci sarebbe bisogno, ammesso che abbia le carte per farlo.

Il credito politico per aprire una vera revisione dei trattati oggi non c’è, in Europa. Una riforma costituzionale richiederebbe anni di negoziati, ratifiche nazionali e referendum. Sarebbe un percorso macchinoso e vulnerabile alle ingerenze di potenze esterne, dalla Russia alla Cina, interessate proprio a mantenere un’Europa debole e incapace di decidere. La domanda quindi non è se l’Europa abbia bisogno di avanzare a più velocità, ma come farlo senza spaccarsi prima di cominciare. La risposta più onesta è anche la meno elegante. Non serve una rivoluzione o una nuova fase costituente. La via più percorribile è quella sotterranea, poco a poco, forzando gli strumenti esistenti e accettando una dose strutturale di ambiguità. In perfetto stile Ue.

La prima opzione sul tavolo è spingere al massimo la cooperazione rafforzata (art. 20 TUE), interpretandola in modo estensivo e trasformandola, di fatto, in una prassi più frequente per consentire a gruppi di Stati di avanzare su difesa, sicurezza, politica industriale e approvvigionamenti strategici. È un costituzionalismo creativo: stare dentro i trattati, stiracchiandoli al massimo, un po’ come fanno da anni molti governi nazionali quando governano per decreto.

La seconda strada è più esplicita, quindi rischiosa. È la strada quella degli accordi intergovernativi extra-Ue. Trattati bilaterali o trilaterali tra Stati che condividono una visione strategica, come il Trattato del Quirinale tra Italia e Francia o il Trattato di Aquisgrana firmato nel 2019 tra Francia e Germania. Sono accordi di coordinamento sui dossier più importanti, senza passare per le procedure comunitarie. È una via già battuta, spesso celebrata, talvolta disattesa, quasi sempre personalizzata. Di solito funzionano finché c’è una regia politica forte, e fin qui è stata utilissima quella di Emmanuel Macron. Senza di lui, e senza una leadership capace di pensare in termini europei, questa architettura rischia di svuotarsi rapidamente.

Entrambe queste soluzioni – cooperazione rafforzata “forzata” e accordi intergovernativi – non sono alternative pulite. Sono compromessi. La prima resta prigioniera dei limiti giuridici dei trattati, la seconda rischia di legittimare un’Europa costruita fuori dall’Unione. Il confine è sottile, ma l’alternativa – restare formalmente uniti e politicamente irrilevanti – è peggiore. Se il mondo accelera e l’Europa resta ferma, la geometria variabile diventa una necessità di sopravvivenza.

Davanti a questa impasse la tentazione è pensare che una forzatura sia inevitabile. In fondo, l’Europa ha spesso costruito i suoi pilastri prima ancora di avere un tetto comune. L’euro è nato senza un’unione fiscale compiuta. Schengen ha preceduto una vera politica migratoria. L’integrazione europea non è mai stata lineare; è stata incrementale, talvolta imperfetta, spesso ambigua.

Oggi quella stessa ambiguità potrebbe diventare metodo. Spingere al massimo la cooperazione rafforzata, moltiplicare accordi intergovernativi, costruire alleanze strategiche che superano i confini formali dell’Unione. Non è un caso che nel 2026 si siano intensificati i dialoghi con il Canada, sul piano commerciale e perfino su quello della difesa, con l’ingresso di Ottawa nei progetti europei di sicurezza industriale. È il segnale di un’Europa che, per rafforzarsi, comincia a costruire ponti anche al di fuori dei ventisette.

Ma qui si apre il vero paradosso. Rafforzare l’Unione aggirando le sue rigidità può renderla più efficace nel breve periodo. Allo stesso tempo, rischia di spostare il baricentro decisionale fuori dal perimetro istituzionale comune, creando un’Europa che si consolida per addizione di accordi, più che per coesione interna. Se l’Europa sceglie di avanzare per gruppi ristretti e per alleanze esterne, sta costruendo un nucleo più solido o sta accettando una frammentazione controllata? Forse il vero banco di prova non sarà la prossima riforma dei trattati, ma la capacità di tenere insieme velocità e unità, potenza e legittimità. Perché un’Europa più forte fuori dall’Europa potrebbe essere una soluzione. Oppure l’inizio di un nuovo equilibrio ancora tutto da definire.

Questo è un articolo del numero di Linkiesta Magazine 01/26 – “Super Mario per l’Europa”, ordinabile qui.

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Quelli che usano la libertà d’espressione contro la libertà

2 June 2026 at 06:42

In questi giorni, forse anche perché legittimamente annoiati dal delirio di onnipotenza trumpiano da un lato e dal delirio d’impotenza della politica italiana dall’altro, in tanti ci siamo esercitati su un certo numero di polemiche che ruotavano tutte, per un verso o per l’altro, attorno alla libertà d’espressione, il più malinteso e manipolato tra i valori della democrazia liberale, divenuto non per caso la bandiera di tutti i peggiori fascismi in circolazione.

Dall’intervista di Erri De Luca su Gaza fino alle parole di Enrico Mentana sulla programmazione della 7, passando per le dichiarazioni di Francesco De Gregori contro certe pose da artisti impegnati e per l’annullamento del concerto di Kanye West a Reggio Emilia, su giornali, talk show e social network praticamente non si parla d’altro, da giorni. Il problema è che se ne parla male. Quindi vi dico subito in modo chiaro e semplice come la vedo io: quello che conta, nella libertà di espressione, è la libertà, non l’espressione.

Consentire una serie di letture pubbliche del Mein Kampf nel ghetto di Roma sarebbe certamente un modo esemplare di assicurare la facoltà di esprimersi di migliaia di antisemiti in camicia bruna, ma confliggerebbe con la libertà dei residenti e con il loro diritto a uscire di casa senza dover temere di venire aggrediti, linciati o ammazzati in mezzo alla strada. Fatta questa premessa di carattere generale, veniamo ai casi particolari e ad alcune necessarie distinzioni, cioè esattamente quello che a mio parere è mancato in un dibattito soffocato dalla logica dell’appartenenza tribale, o forse solo dall’attaccamento di tutti i partecipanti alle proprie ossessioni e idiosincrasie.

Sul caso che ha fatto più rumore – e ragionevolmente si è portato dietro gli altri, secondo la stessa logica per cui se un giocatore di golf uccide qualcuno a mazzate in modo particolarmente efferato, per i successivi due mesi giornali e tv si riempiono di serial killer golfisti, magari anche solo amatori, o al limite spettatori occasionali – ho già scritto qui in dettaglio, dunque mi limito a sottolineare un punto. E cioè che si può benissimo condividere la riprovazione di De Luca per l’uso ritorsivo del termine «genocidio» contro Israele, senza però accettare la sua giustificazione dei massacri di Gaza con l’argomento secondo cui «il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto», e ancor meno l’assurdo parallelo con Mosul, Raqqa e Mariupol. Allo stesso modo si può condividere la critica di De Gregori all’idea che l’artista debba dare al mondo continue lezioni di vita, politica e educazione civica (come mostrano di condividerla, su Linkiesta, Cataldo Intrieri e Guia Soncini), e trovare tuttavia insostenibile, ingeneroso e persino irritante indicare come esempio di un simile modo di fare proprio Bruce Springsteen.

Di fronte alle squadracce di Donald Trump che ammazzano cittadini in mezzo alla strada, e a editori multimiliardari di quotidiani e tv che gli baciano la mano, per non dire di peggio, il fatto che almeno lui alzi la voce e cerchi di scuotere il suo paese è un esempio di coraggio e dirittura morale per cui bisognerebbe ringraziarlo e rendergli onore, certo non sfotterlo. Quanto alle parole di Mentana sulla linea antigovernativa dei talk show della 7, il punto è semplicemente che l’espulsione dalla Rai di programmi e conduttori non allineati ha fatto la fortuna della concorrenza (vogliamo parlare dei dati di ascolto della Nove grazie a Fabio Fazio?) creando un vuoto, una distorsione del mercato, tra la Rai meloniana e la Mediaset berlusconiana, di cui per La 7 sarebbe stato folle non approfittare.

Lo scandalo, ovviamente, è il fatto che pressoché tutti o quasi tutti i giornalisti e conduttori di maggiore successo siano finiti su La 7, per l’intollerante prepotenza dei nuovi padroni della tv, al tempo del mono-duopolio meloniano Rai-Mediaset. Quanto infine alla polemica sul concerto annullato di Kanye West, rapper ultra-trumpiano che ha apertamente inneggiato a Hitler, mi colpisce solo per un aspetto: che ci ricorda una volta di più quanto la retorica sui rischi del nuovo antisemitismo da parte della destra trumpiana e filotrumpiana sia completamente fasulla e strumentale, e sia esattamente l’altra faccia della loro non meno fasulla e strumentale battaglia sulla libertà d’espressione: l’una e l’altra si traducono banalmente nel cercare scuse per ridurre al silenzio gli avversari politici e per diffondere in ogni modo ogni possibile discorso d’odio. Una manovra che come al solito vede convergere e confondersi, in una miscela esplosiva, furbacchioni di destra e fessi di sinistra.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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De Gregori, e il florido mercato degli artisti engagé

2 June 2026 at 03:45

Lo vedo passare, il Principe, la mattina per il Lungotevere della Vittoria: leggero, scivola via e intorno a lui il vuoto. Nessuno che osi disturbare il suo cammino, chiedergli un selfie. Francesco De Gregori è un atipico pezzo di Roma, quella che non indulge alla caciara e alla cordialità finta e appiccicosa da circolo sul Tevere (dove, al massimo, in anni lontani sarà entrato per portare i figli a nuoto, da tipico padre collaborativo di Roma Nord, forse).

Francesco De Gregori, in cinquantatré anni, ha scritto a sua volta pezzi di storia della vita di tanti, da quando frequentava il Folkstudio ai primi concerti in un cinema-teatro dietro la Tiburtina, dove si alzava immancabile il pugno quando annunciava che avevano ammazzato Pablo, perché non avevamo capito niente, come al solito. Una sera Lucio Dalla salì sul palco per un duetto di “Anidride solforosa” di Roberto Roversi. Succedeva anche questo, ai tempi: altro che le finte ospitate casuali dei costosi concertini di oggi.

Fino ai suoi immancabili concerti natalizi al Teatro Tenda di piazza Mancini, con cui si scandivano amori importanti e sofferti.

Che io mi ricordi, la sua canzone più politica è “Storie di ieri”, la prima in cui, negli anni Settanta, veniva pronunciato il nome di Mussolini per definirlo un «poeta truffatore».

Certo, anche “Viva l’Italia”, ma lì cantava un Paese idealizzato che si stringeva «ad occhi aperti nella notte triste» della strage di piazza Fontana e che si sarebbe riunito, di lì a pochi anni, per l’ultima volta intorno al feretro di Enrico Berlinguer.

Un Paese che forse non è mai esistito e oggi è sparito, ma a cui si poteva guardare anche con empatia e pietà, come il piccolo cuoco di Salò alle prese con la Storia che gli passa accanto in un’Italia che muore nel suo ultimo grande lavoro, “Amore nel pomeriggio”, del 2001.

Fondamentalmente Francesco De Gregori al “popolo de sinistra” è sempre stato estraneo. Ha raccontato scenari surreali (“Alice”), metafore (“Bufalo Bill” e “Titanic”), solitudini di donne cannone e leve calcistiche, sospeso tra Bob Dylan e Leonard Cohen. Ha raccontato storie intime e individuali. Il resto non gli ha mai interessato e, proprio per questo, subì un traumatico processo a scena aperta il 2 aprile 1976 al Palalido di Milano.

Durante il tour di “Bufalo Bill “(e non era un caso: l’uomo diventato simbolo, suo malgrado, di qualcosa di molto più grande), fu accusato e minacciato – si parlò di una pistola mostrata in pubblico – da membri di Autonomia Operaia, gruppo estremista, di essersi venduto al capitale, di essere diventato l’artista commerciale di “Buonanotte fiorellino”, di sfruttare i suoi ammiratori costretti a pagare (millecinquecento lire, oggi circa settanta centesimi) per ascoltarlo.

Raccontano le cronache che sul palco «un uomo dalla barba bianca, dall’età indefinibile, prende la parola: “La rivoluzione non si fa con la musica. Prima si fa la rivoluzione, poi si pensa alle arti e alla musica. Lo diceva anche Majakovskij, che era un vero rivoluzionario, e si è suicidato. Suicidati anche tu”».

De Gregori ascolta pallido e silenzioso. Mormora al microfono: «Forse sono una vittima dell’industria». Riesce a raggiungere il camerino, distrutto, e conclude: «Stasera mancava solo l’olio di ricino».

Esattamente mezzo secolo dopo, un altro uomo di età indefinibile, capelli e baffetti bianchi, è salito sul palco per fargli il processo sul suo silenzio riguardo al «genocidio di Gaza». L’uomo è Gino Castaldo, critico musicale di Repubblica, immortalato dalla Gialappa’s come un omino seviziato da Ema Stokholma.

Castaldo non lo invita al suicidio, ma a pentirsi di non aver condannato con le giuste parole l’eccidio di settantamila gazawi, per molti evidentemente del tutto sovrapponibile a quello di milioni di ebrei. Forse la vera colpa è di non aver sdoganato la grande voglia di antisemitismo che gira nell’aria.

Dall’Italia del 12 dicembre a quella di Zerocalcare non è cambiato nulla. O forse è cambiato tutto. De Gregori scivola via sul Lungotevere mentre «i gatti guardano nel sole».

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Votare è un piccolo gesto che continua ad avere una forza immensa

2 June 2026 at 03:45

Votare è più di un gesto banale, di un semplice tratto di una matita copiativa su un foglio che chiamiamo scheda.

Votare è un atto di libertà, di autodeterminazione, di partecipazione al destino comune e collettivo.

Votare è la possibilità di trasformare un desiderio in scelta, un’ingiustizia percepita in una direzione nuova, una speranza in una responsabilità condivisa. È il modo più concreto nel quale ognuno di noi può affermare di esserci, di contare, di voler contribuire.

Insomma, votare è un gesto piccolo che però ha, e continua ad avere, una forza immensa, perché da sempre, se fatto con consapevolezza, mette in moto «qualcosa», tanto dentro chi lo compie, quanto nel mondo fuori che lo riceve, registrandolo.

Questo libro nasce allora con l’intento di raccontare proprio questo: come e perché il voto conta. E perché dietro quel gesto apparentemente meccanico, quasi burocratico, si celi in realtà un patrimonio complesso, fatto di conquiste e di esclusioni, di lotte e di paure, di speranze e disillusioni, di gesti di fiducia e di atti di coraggio.

Un percorso lungo naturalmente e tutt’altro che lineare, che dà senso tuttavia a ogni scheda depositata; che conferma, oggi per molti versi ancora più di ieri, che esercitare questo diritto – faticosamente conquistato appunto – resti un atto di un’importanza essenziale, vitale.

In un tempo infatti in cui la sfiducia cresce, l’astensione dilaga e la politica sembra guardare a un orizzonte troppo vicino per apparire come un reale progetto che abbia la sostanza di una visione, recuperare il significato profondo del votare diventa un gesto controcorrente, quasi rivoluzionario.

Non a caso, in fondo, il voto è il modo più semplice e più deciso per dire ancora una volta: «io ci sono». Per affermare cioè che il futuro comune dipende anche da noi: che nulla insomma è già scritto e che la nostra voce può ancora spostare e «cambiare il corso» della Storia.

Che è poi quello che differenzia – se ci fermiamo un momento a pensare – le autocrazie dalle democrazie: le prime infatti hanno sempre un futuro già scritto, precotto e bell’e pronto, a prescindere dall’esito del votare da parte dei cittadini.

Mentre le seconde, invece, non conoscono mai il loro futuro, perché quel domani che si chiama futuro nasce, ogni volta, proprio da lì, da quel momento che è il votare, insomma: ossia da quella scelta compiuta con una matita, ripetuta milioni di volte, in genere in uno stesso giorno, da coloro che hanno l’esercizio di quel diritto.

Allora è proprio per questo che votare è una parola – o più precisamente un verbo – «controtempo»: perché invita a fermarsi e a ricordare ciò che rischiamo di perdere quando smettiamo di esercitare il nostro diritto più potente, che è anche – non dimentichiamolo –, almeno in teoria, il più facile da praticare e il più semplice da intendere.

Non a caso non esiste, nella storia, grande pensatore che non abbia sottolineato come il votare sia, in fondo, un modo per esprimere e per confermare non soltanto una responsabilità sociale quanto, anzitutto, la propria libertà personale. E che, quando ciò non accade – come ormai stiamo vedendo in molte democrazie, a partire dall’Italia dove l’astensionismo ha raggiunto livelli di guardia, come spesso sottolinea il presidente della Repubblica Sergio Mattarella –, si inizia progressivamente a decadere, a degradarsi, perché «la democrazia vive solo se qualcuno se ne prende cura», come ricordava già molti anni fa Italo Calvino nel suo La giornata d’uno scrutatore.

La democrazia infatti – e questi tempi appunto ce lo mostrano in modo brutale – non è un paesaggio, uno sfondo, un ambiente di vita dato una volta per tutte: è un cammino quotidiano, che è fatto anzitutto, come presupposto necessario e doveroso da parte di tutti noi, da un gesto minuscolo – votare appunto – che tuttavia, se compiuto da tutti, può essere davvero grande e cambiare lo scenario e il panorama della società che ci circonda.

Eppure, proprio perché quella straordinaria «magia» che chiamiamo democrazia possa funzionare appieno attraverso un voto libero – non una finzione già decisa a tavolino, da qualcuno, altrove, in piena solitudine – sono necessari presenza, responsabilità e cura da parte di tutti noi.

Essa richiede, in fondo, una forma di fedeltà quotidiana da parte di ciascuno di noi.

Perché, quando ognuno pensa che sia compito di altri occuparsene, finisce che nessuno lo fa davvero. E allora tutto, lentamente ma inesorabilmente, si spegne: proprio come accade anche ai giardini più fioriti e rigogliosi quando vengono abbandonati.

Dunque, se si guarda alla parola «votare» da questa prospettiva, essa acquista inevitabilmente un significato diverso, più profondo: votare infatti diventa una chiamata alla partecipazione, ma prima ancora un richiamo a noi stessi a fare la nostra parte, per quanto grande o piccola possa sembrare.

Osservandolo più da vicino, si scopre infatti che il votare non indica quindi soltanto un’azione, ma una vera e propria presa di posizione.

Perché è, in buona sostanza, il modo in cui ciascuno di noi sceglie di collocarsi nel proprio contesto, nella società che lo circonda – nel mondo, vicino e lontano – dichiarando, appunto con un gesto semplice, da che parte intende stare.

Votare significa allora non restare spettatori, ma scegliere di essere parte. E, in questa scelta, assumere il ruolo di protagonisti di una storia che, per sua natura, non è mai già scritta, a condizione che il voto evidentemente non si riduca, come detto, a una mera finzione.

Votare, dunque, è lasciare una traccia di sé.

È un gesto silenzioso che, tuttavia, fa molto rumore, producendo effetti profondi, imprimendo segni e marcando perimetri: perché incide nelle istituzioni, perché orienta le decisioni collettive, perché contribuisce a delineare il tempo che verrà per noi e per gli altri.

È forse proprio qui allora che si coglie il significato più autentico del votare: nel ricordarci che la democrazia non si nutre dei grandi discorsi di un giorno, ma dei gesti semplici e continui di partecipazione attiva, di cittadinanza attiva, che ciascuno di noi può fare, quotidianamente.

Vive insomma nella costanza di atti condivisi, ripetuti nel tempo perché non si corroda, e nella presenza discreta ma attiva di milioni di persone che, senza rumore, mantengono aperta la possibilità del cambiamento.

Perché, se ogni voto è un segno fragile, insieme agli altri diventa invece forza, direzione, orizzonte.

Per questo il votare, più che un semplice diritto, è un’occasione preziosa: quella di non delegare ad altri, e ai loro interessi, la responsabilità di decidere ciò che ci riguarda più da vicino.

È un momento in cui ciascuno di noi è chiamato a uscire dalla posizione comoda dello spettatore per assumere, invece, quella più impegnativa del protagonista.

In fondo, il futuro non è un orizzonte distante e già scritto, ma prende forma, giorno dopo giorno, nella trama concreta delle scelte che compiamo, o che scegliamo di non compiere.

E proprio per questo il voto rappresenta una soglia: il punto in cui la libertà individuale si traduce in responsabilità collettiva, e in cui la possibilità diventa verso, direzione, indirizzo politico.

Scegliere di votare significa allora non solo esprimere una preferenza, ma riconoscere che il destino comune dipende anche da noi. Significa accettare che la democrazia non vive di automatismi, ma della presenza consapevole di chi la abita.

Tratto da “Votare”, di Francesco Clementi, ed. il Mulino, 14€

*Professore di diritto pubblico italiano e comparato nell’Università La Sapienza di Roma.

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C’è chi sta prendendo molto seriamente il nuovo film di Spielberg

2 June 2026 at 03:45

Per una parte di pubblico, il nuovo film di Steven Spielberg non è solo un film. “Disclosure Day” in arrivo il 10 giugno in Italia, sarebbe la prova che il regista sa qualcosa sugli extraterrestri e ha scelto il cinema per raccontarcelo. Su X, su Reddit e nei seguitissimi podcast dedicati agli UFO non si parla di sospensione dell’incredulità: si è convinti che il film sia tratto da fatti reali, l’apice di una vera disclosure. Una rivelazione pilotata. E il tempismo non potrebbe essere dei migliori.

L’ufologia vive una seconda primavera da quando il governo statunitense, complici le famose audizioni al Congresso degli ex agenti dell’intelligence e il recente programma PURSUIT voluto da Trump, ha cominciato a desecretare alcuni documenti su oggetti non identificati.

Nel 1938 era bastato un radiodramma di Orson Welles sull’invasione marziana a gettare nel panico mezza America; oggi, immersi in continue crisi internazionali, se Spielberg chiudesse il film annunciando la data del primo contatto, la maggioranza del pubblico passerebbe oltre. Ma per la nicchia ufologica, il momento è proficuo e questo cortocircuito è linfa vitale: il fascino del mistero si alimenta proprio del contrasto tra l’indifferenza generale e l’imminenza di una verità nascosta. E lì in mezzo, ora, siede Steven Spielberg.

“Disclosure Day” è una storia originale tratta da un soggetto di Spielberg, sceneggiato da David Koepp: nel film, un funzionario della cybersicurezza scopre le prove dell’esistenza degli alieni e la cospirazione del governo che le tiene nascoste. Le prime recensioni sono entusiaste per quella che, già nelle premesse, è un racconto di verità sepolte e istituzioni opache; la superficie perfetta su cui proiettare il sospetto che sia tutto reale.

Da qui nasce l’idea della soft disclosure, o predictive programming, teoria secondo cui il film servirebbe ad abituarci, un fotogramma alla volta, a una realtà troppo grande per essere svelata in un colpo solo. Un piano studiato a tavolino che vedrebbe Spielberg coinvolto da decenni.

Il regista infatti non è nuovo agli ambienti ufologici. Per “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, del 1977, passò anni a ritagliare avvistamenti dai giornali e a parlare con ex militari convinti dell’esistenza di un insabbiamento. Il suo consulente era J. Allen Hynek, l’astronomo e consulente scientifico che aveva guidato il Project Blue Book, indagine ufficiale dell’aeronautica americana sugli UFO, avviata negli anni ‘50. Dalla scala di Hynek deriva perfino il titolo di quel film, e lo scienziato compare in un cameo nel finale. Spielberg costruì le sue inquadrature sui resoconti reali, ma non tutti nella comunità ufologica ne furono entusiasti. Come temette il ricercatore Richard Haines sulle pagine di una rivista cospirazionista, il mezzo cinematografico aveva finito per contaminare le testimonianze: da lì in poi, chi giurava di aver visto un UFO finiva per descrivere le visioni di Spielberg.

C’è un dettaglio che dice molto su come ragiona il pubblico più elettrizzato dall’uscita del film. In realtà, dopo Incontri ravvicinati del terzo tipo, le segnalazioni di UFO non aumentarono: diminuirono. L’ufologa Jenny Randles spiegò che il film aveva spostato la fascinazione dal cielo allo schermo. Per chi crede, però, un dato che smentisce il fenomeno diventa ulteriore conferma: se un film può azzerare gli avvistamenti, allora fa qualcosa di più profondo di un film.

Una lettura che Spielberg asseconda da sempre. Da anni, il regista racconta che dopo una proiezione di E.T. alla Casa Bianca, nel 1982, Ronald Reagan si alzò e, senza sorridere, si rivolse alla sala: «Ci sono persone qui che sanno che tutto quello sullo schermo è assolutamente vero». Tutti risero; lui no.

Per chi aspetta la rivelazione imminente, Spielberg è diventato un cantore profetico: il testimone che prima o poi dirà la verità. Lui lo sa, e sta al gioco. Ha voluto ambientare “Disclosure Day” nel presente proprio per «costruire nello spettatore la sensazione che quanto raccontato stia accadendo adesso, per davvero». Ciò che nel ’77 sperava essere vero, oggi, racconta in varie interviste, sarebbe reale. E appare persino nell’ultimo trailer di “Disclosure Day”, rendendo sempre più indistinguibile l’urgenza del film da quella del suo autore.

Le storie di alieni sono sempre state lo specchio delle nostre paure: gli invasori degli anni Cinquanta raccontavano la tensione da Guerra Fredda; La guerra dei mondi, sempre di Spielberg, parlava all’America segnata dall’11 settembre di una catastrofe che piomba dal cielo senza preavviso.

Oggi, il tema non sono più gli alieni, ma la loro rivelazione. Gli Epstein files – i documenti che hanno confermato l’esistenza di reti di potere opache e segreti rimasti nascosti per decenni – hanno lasciato il segno: per una parte del pubblico, l’idea che esistano grandi verità in attesa di essere rivelate non è più solo una fantasia. Quella sfiducia verso le istituzioni è la stessa che oggi nutre l’ufologia. In un mondo sempre più segnato dall’incertezza, lo spazio per credere a qualsiasi cosa si allarga. “Disclosure Day” arriva qui, in questo clima: il film del post-Epstein Files.

È romantico osservare una comunità convinta che un annuncio come l’esistenza degli alieni possa essere affidato a un grande regista e al suo film in arrivo in sala. In fondo, gli ufologi credono nel cinema più di molti altri, convinti che quest’arte occupi ancora lo stesso posto del secolo scorso. Sappiamo però che se davvero fosse in arrivo ET, non sarebbe certo Spielberg a rivelarlo, ma una diretta streaming o un post scritto in capslock dal presidente degli Stati Uniti.

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Storia di un mercato evolutosi a regola d’arte

2 June 2026 at 03:45

Il volume Trading Beauty: Art Market Histories from the Altar to the Gallery di Valentina Castellani (Allemandi Editore, 2026) mette in discussione l’idea che le opere d’arte possano essere comprese indipendentemente dal mercato che le ha generate e fatte circolare. Ogni oggetto oggi conservato in un museo è stato anche il risultato di accordi economici, interessi politici e aspettative legate all’evoluzione del gusto. La storia dell’arte coincide, in larga parte, con una storia di scambi. Il volume ricostruisce i dispositivi che hanno organizzato il sistema delle immagini nel corso dei secoli: pratiche, attori, rituali e infrastrutture che hanno reso possibile la produzione delle opere, ne hanno determinato il riconoscimento e ne hanno influenzato il valore.

Con la fine dell’Impero romano d’Occidente, la scomparsa dei mecenati pubblici e privati aveva lasciato un vuoto profondo. Questo spazio fu riempito dal mecenatismo ecclesiastico: la scultura – dai capitelli ai portali fino alle forme tridimensionali –, i cicli di affreschi e le vetrate avevano l’obiettivo comune di glorificare la Chiesa, e diffondere la parola di Dio. Trasmettere insegnamenti ecclesiastici alla popolazione analfabeta divenne lo scopo primario dell’arte. 

Il viaggio intrapreso da Castellani comincia nel Medioevo e nel Rinascimento. In quell’epoca ogni opera poteva esistere solo se commissionata, secondo le esigenze e le indicazioni del committente. Il mecenatismo era infatti la forza motrice del mercato artistico, ed era la domanda a dettare i meccanismi della produzione. 

Nel Quattrocento, come spiega lo storico d’arte britannico Michael Baxandall, citato nel libro, un dipinto del XV secolo era la testimonianza di un rapporto sociale, fondato sulla dipendenza economica dell’artista. Lo scopo principale di una cappella privata era infatti quello di celebrare il prestigio finanziario, politico e sociale del suo mecenate, piuttosto che mostrare il talento degli artigiani. Il valore dell’opera risiedeva nella sua materialità: le sue dimensioni, il tempo di lavoro e l’uso di pigmenti costosi, come per esempio il blu oltremare. 

La rinascita della vita cittadina verso la fine del XII secolo e l’ascesa della borghesia urbana permisero agli artisti di emanciparsi, stabilirsi in botteghe stabili e iniziare a firmare le proprie opere. Tuttavia, l’attività era strettamente regolata dal sistema medievale delle corporazioni: per poter lavorare legalmente era necessario iscriversi alla corporazione, che regolava la formazione, stabiliva il numero di apprendisti, definiva orari e standard di qualità, e imponeva rigide barriere protezionistiche nei confronti degli artisti stranieri.

Nel 1550 la pubblicazione delle Vite di Giorgio Vasari introdusse poi il concetto di «genio» come espressione di una personalità originale. Il pittore spostò il valore dell’opera d’arte dai materiali utilizzati all’ingegno dell’artefice, l’artifex, un termine che tradizionalmente era riservato negli scritti teologici a Dio. Pur non usando ancora l’appellativo di “artista”, Vasari contribuì a modificare lo status intellettuale dei produttori di opere d’arte. Un cambio di paradigma che si tradusse in una straordinaria ascesa economica.

Nel contesto italiano, la frammentazione politica in città-stato favorì una competizione culturale: le dinastie al potere elevarono il mecenatismo a uno strumento di legittimazione. Una transizione importante si verificò nel XVII secolo, in quello che fu definito il Secolo d’oro olandese. In seguito alla guerra d’indipendenza contro la Spagna, l’Olanda si costituì come repubblica protestante, ponendo fine al sistema di committenza legato alla Chiesa cattolica e alle corti. Gli artisti dovettero così ripensare la propria posizione, e rivolgendosi a un mercato più aperto e anonimo, dominato dalla borghesia mercantile.

Questo scenario diede vita a una produzione di massa senza precedenti: nel Seicento le opere prodotte superarono i cinque milioni. L’arte entrò nelle case dei ceti medi e persino in quelle dei semplici artigiani: si stima che a Delft, in Olanda, due terzi della popolazione possedeva almeno un quadro. Cambiarono radicalmente anche i soggetti: le composizioni mitologiche e storiche furono sostituite dai paesaggi, dalle nature morte e dalle scene di interno domestico, che celebravano i valori quotidiani della borghesia. Questa massificazione comportò un forte ribasso dei prezzi: un dipinto semplice poteva costare solo due o tre fiorini, e un buon ritratto sessanta fiorini: meno del prezzo di un bue, che ne valeva novanta.

Oggi, le domande fondamentali intorno al mercato dell’arte rimangono le stesse: chi autorizza che cosa è arte? Chi trasforma l’attenzione in valore? In Trading Beauty Valentina Castellani prova a rispondere a questa domanda analizzando la metamorfosi della galleria d’arte moderna, che si evolve da semplice spazio di vendita a laboratorio di posizionamento reputazionale.

Un fenomeno centrale della storia recente è l’ibridazione tra spazio commerciale e istituzione pubblica tramite le mostre “museali” presenti in galleria. Il caso di studio analizzato nel volume è la mostra Picasso: Mosqueteros, organizzata dall’autrice per Gagosian a New York nel 2009, che dimostra come la distinzione tra pubblico e privato non sia più strutturale. Il progetto, focalizzato sulla produzione tarda di Picasso, fu concepito con rigore scientifico, prestiti internazionali istituzionali, la curatela del biografo John Richardson e l’allestimento dell’architetta Annabelle Selldorf. L’operazione culturale ha colmato un vuoto critico, generando al contempo una rivalutazione di mercato del segmento specifico dell’artista. La galleria si trasforma così in un’istituzione capace di produrre senso e valore economico, dimostrando che la costruzione del mercato e la produzione di conoscenza possono coincidere.

Nel capitolo finale, il volume affronta le turbolenze del presente: la vita post-pandemia, la crescita esponenziale del mercato dell’arte cinese, le piattaforme digitali, l’economia dell’attenzione, e l’avvento dell’intelligenza artificiale. Oggi, la legittimazione dell’opera è frammentata: si disperde tra i social media e tra nuove geografie, portando con sé il rischio di volatilità e di omologazione del gusto, dettata dagli algoritmi. 

Emerge anche una tendenza legata alle sensibilità delle generazioni più giovani, che esprimono urgenti di riequilibrio verso artisti storicamente marginalizzati. Il  collezionista contemporaneo si deve fare carico di una responsabilità culturale nei confronti della storia, invitandolo a privilegiare principi guida universali: l’autenticità della passione e lo studio metodico, gli unici strumenti capaci di riconoscere la qualità artistica.

Trading Beauty, Cover. Società Editrice Allemandi / Leo Gilardi

“Trading Beauty. Il mercato dell’arte dall’altare alla galleria”, di Valentina Castellani, Allemandi Editore, 2026, 34€, 312 pagine

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Edoardo Prati, De Gregori, e la solita tragedia degli adulti infantilizzati

2 June 2026 at 03:45

Ho un amico che di recente ha speso la cifra con cui avrebbe potuto comprare un rene al mercato nero degli organi per andare a un concerto di Springsteen. Non per le ragioni per cui nella vita sono andata a decine di concerti di Springsteen io – squarciagolare “Glory Days”, piangere su “Thunder Road” – ma perché a questo giro Springsteen fa i pistolotti contro Trump.

Il mio amico è imbecille? Certo, ma non più della media d’imbecillità dei miei coetanei: uno dei modi in cui ci conserviamo quindicenni ben dopo i cinquant’anni è farci rassicurare da quella fiaba della buonanotte costituita dalla gente famosa che ci dice che i cattivi sono cattivi. Sono indispensabili entrambi gli elementi: chi parla dev’essere famoso (Slavoj Žižek vale Kim Kardashian: se sei famoso, sarai speciale); e la cosa detta non dev’essere più complessa di «i cattivi sono cattivi».

«Il paese è allo sfascio e attende risposte non equivoche, per restituire dignità alla convivenza tra gli uomini, punto: finale di articolo che ho già scritto un centinaio di volte dal 1969», diceva Mastroianni scrivendo a macchina nella redazione d’un settimanale in una scena d’un film del 1980, “La terrazza”, e non è che sia cambiato granché, solo che usiamo TikTok invece dei settimanali.

«Mi telefonavano e mi dicevano: una barca di immigrati clandestini è naufragata, ti va di scriverne? Lo chiedevano a me come ad altri per altri giornali. E io e gli altri scrivevamo un articolo indignato e addolorato in cui dicevamo che era molto brutto che la barca fosse naufragata, che le barche sarebbe molto meglio che non naufragassero; che era molto brutto che gli immigrati non venissero accolti, che era molto brutto in generale che la gente nel mondo soffrisse di fame e di povertà e fosse costretta a prendere barche per andare a cercare fortuna in Paesi più ricchi e che poi queste barche naufragassero. […] Ci eravamo perfino spinti a scrivere, alcuni di noi, che era molto brutto che Israele e Palestina fossero in guerra da così tanto tempo, e che bisognava trovare una soluzione; non avevamo idea quale, ma nessuno ne aveva idea, quindi il proposito era sufficiente»: sono passati tredici anni da quando Francesco Piccolo pubblicò “Il desiderio di essere come tutti”, e siamo ancora lì, che il paese è allo sfascio e paghiamo il biglietto perché qualcuno dal palco ce lo ripeta.

Somigliamo a una pagina qualunque di “Un paese senza”, che è un libro del 1980 (che annata, fu quella) ma si può aprire in punti a caso che facciano da breviario del presente: «Appena si delinea un divertimento di moda o un nuovo fenomeno di costume o da baraccone, subito l’immediato e interminabile “dibbattito” che provoca ostilità belligeranti e scelte conflittuali, oltre che disseminare noia, tedio, “che palle”? Dover prendere partito (“rock duro contro disco music”) anche su frivolezze, dunque magari battersi per scioccaggini?».

È passata una settimana da quando Francesco De Gregori ha fatto portare a casa una settimana di articoli a dei giornalisti di spettacoli che normalmente vanno a morire di noia sentendo presentare dischi e concerti, e lui invece ha detto che il re è nudo e che se Dylan vuol fare proclami politici «saranno cazzi di Bob Dylan», e a tutti non sembra vera la pacchia.

Ai giornali, che hanno finalmente una cosa di cui parlare che non siano le dimensioni del palco o lo sventolio delle bandiere della Palestina o gli altri riempitivi d’una critica culturale che non sa più fare il suo mestiere. Ai commentatori dilettanti, che si dividono in quelli dell’offesa e quelli del sollievo.

Quelli del sollievo sono quelli che ai concerti ci vanno per le canzoni, non gliene frega niente di cosa pensino i cantanti di come vada salvato il mondo, vogliono solo sapere se faranno i pezzi famosi, e se – cortesemente – glieli faranno senza stravolgerli fino a farglieli risultare incantabili.

Quelli dell’offesa sono tutti gli altri, quelli cui Edoardo Prati deve spiegare quanto siano privi di vita interiore, e non vi dirò per la trecentesima volta che un adulto che deve farsi spiegare la vita da un ventenne è un segno della fine del mondo, anche perché Edoardo Prati ha un precedente, e quel precedente si chiama Francesco De Gregori.

Accadeva nel 1976, il che fa venir voglia di citare di nuovo quell’Arbasino del’80 («Ah, il ’77. Ma nel ’78 era già finito»). Francesco De Gregori, lo sanno anche quelli che del Novecento sanno solo ciò che gli dice Wikipedia, veniva sottoposto a una sceneggiata di processo popolare dopo un concerto milanese. Aveva venticinque anni «forse ventisei, la sua casa discografica dice di non avere “una biografia vera e propria”», riportava il Corriere.

Le cronache dell’epoca riferiscono che i rivoluzionari da concerto gli avessero detto che Majakovskij si era suicidato e quindi avrebbe dovuto farlo anche lui (oggi ci toccherebbero centoventisette articoli sulla salute mentale), e che al pubblico di sedicenni comunque non fosse piaciuta la nuova “Bufalo Bill” (tra bufalo e sedicenne la differenza salta agli occhi – scusate).

Rispetto al signore «con la barba bianca» che lo esorta a suicidarsi, il venticinquenne De Gregori che dice «non voglio dare messaggi» risalta come un gigante del pensiero e dell’azione, e dimostra che come sempre il problema sono gli adulti e la loro infantilizzazione, una verità vieppiù valida cinquant’anni dopo.

Cinquant’anni dopo, il figlio sessantenne d’un grande attore fa il suo bravo post su Instagram per dire che questo manifesto del disimpegno degregoriano è una vergogna, puntesclamativo. Il post è scritto in uno straziante chatgippittese, col suo bravo elenchino di gente invece impegnata: Martin Luther King, Nelson Mandela, Malala Yousafzai, tutti coniugati allo stesso passato remoto perché che può saperne l’intelligenza artificiale di come si parla d’una vivente, e tutti nomi sensatissimi, essendo il loro specifico professionale mettere le rime in musica.

Cinquant’anni dopo, Edoardo Prati, ventidue anni, registra un paio di minuti sull’affaire De Gregori – ma soprattutto su di noi, ché siamo sempre noi il problema – che sono, ahimé, perfetti. Ahimé perché insomma, se un ventiduenne capisce il mondo meglio di noialtri che abbiamo avuto decenni in più per studiarlo, siamo messi malino. Se il margine di fraintendibilità che distingue l’opera d’arte dal predicozzo deve spiegarvelo un ventiduenne, forse è meglio che torniate a scuola.

Il problema siamo noi, e infatti i commenti sull’Instagram di Prati sono pieni di miei coetanei disperatissimi, che fingono di contestare il merito con sofisticate affermazioni tipo «eh ma Trump è cattivo», ma quel che stanno davvero dicendo è: ma come, noi ci rimbecilliamo per non farci dire «boomer», noi investiamo tempo ed energie in relazioni parasociali per sentirci coetanei delle quindicenni coi poster, noi chiediamo immedesimabilità personale e ideologica ai cantanti come liceali idioti per sentirti più vicino, e tu ci dici che siamo cretini? È stato dunque tutto inutile?

Edoardo, scusaci se siamo adulti disastrosi che difficilmente potranno insegnarti qualcosa, e infatti diciamo in continuazione che impariamo molto dai nostri figli: non possiamo insegnar loro ad allacciarsi le scarpe, ma magari riusciremo a imparare da te a trattare i cantanti come cantanti e non come sacerdoti del pensiero.

Scusaci se abbiamo le priorità tutte sballate, se siamo terrorizzati di venire inquadrati nel minuto in cui non ci stiamo zelantemente posizionando dalla parte dei buoni, se sembriamo usciti da quella pagina di Piccolo del 2013, «Scrivevamo che bisognava dare lavoro ai disoccupati, che la cultura era importante, e un sacco di altre cose che sono tutte lì, a testimoniare il mio (nostro) senso civile. Non era compito nostro trovare soluzioni, però era compito nostro tenere desta l’indignazione».

Siamo noi, siamo in tanti, ci nascondiamo di notte per paura che qualcuno ci scagli contro l’insulto «ignavi» (una parola in questa settimana usata con un entusiasmo che sembra siate al liceo e abbiate appena scoperto Dante, invece che avere lo sconto over 60 per i treni).

Non abbiamo niente da insegnarti, né risposte a quell’Arbasino dell’80, a quella paginetta in cui si chiedeva, della giovinezza, se «promulgarla e proclamarla a ogni costo, sarà un atto politico oppure un gesto di consumatori di bibite? L’apparizione e proclamazione contestuale delle categorie sociali del giovane a lunga durata, dell’emarginato, del disoccupato. L’ingenua domanda se non vi siano per caso dei nessi stretti». Eh.

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