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Received — 9 June 2026 Il Fatto Quotidiano

Scontro tra tir e furgone sulla superstrada Sora-Avezzano: morti tre operai edili. La dinamica dell’incidente

9 June 2026 at 20:04

Un violento scontro tra un tir e un furgone. E le tre persone a bordo di quest’ultimo che hanno perso la vita. È successo nel pomeriggio all’altezza dello svincolo per Sora Nord della superstrada Sora-Avezzano, nel Frusinate. L’incidente ha coinvolto un autoarticolato Renault Truck 480 e un furgone cassonato Fiat 250 con a bordo alcuni lavoratori di un’impresa edile.

La dinamica è in fase di accertamento da parte dei carabinieri della compagnia di Sora. Da quanto si apprende, l’autoarticolato ha centrato il pieno lo sportello del conducente del furgone che, stando alla posizione dei mezzi, viaggiava nella sua stessa direzione. Due persone sono morte sul colpo, un cittadino nigeriano di 29 anni alla guida e il passeggero alla sua destra, un operaio edile di 66 anni. Il terzo operaio che era con loro è stato portato all’ospedale Santissima Trinità di Sora ma anche lui è deceduto e non è stato ancora identificato. Alla guida del tir, invece, c’era un uomo di 57 anni residente a Raiano, in provincia de L’Aquila. Illeso ma sconvolto.

Sul posto sono intervenute tre pattuglie dei carabinieri della compagnia di Sora, personale sanitario del 118, i vigili del fuoco e squadre dell’Anas. La statale 690 “Sora-Avezzano” è stata provvisoriamente chiusa al traffico in direzione del confine con la Regione Abruzzo, in corrispondenza del km 40 e deviato con uscita obbligatoria allo svincolo di Sora Nord al km 42. L’autoarticolato appartiene alla società Di Nino Trasporti con sede a Pratola Peligna, il furgone è dell’impresa edile Edil Pe. Costruzioni di Frosinone.

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Arrestato in Egitto l’ex marito di Nessy Guerra: era stato denunciato per minacce anche al console italiano

9 June 2026 at 14:10

Una svolta arriva dall’Egitto nella vicenda di Nessy Guerra, la cittadina italiana che da mesi si trova bloccata nel Paese insieme alla figlia di tre anni, al centro di una complessa battaglia giudiziaria con l’ex marito. L’uomo è stato arrestato dalle autorità egiziane dopo una serie di denunce e segnalazioni che lo riguardavano, comprese quelle presentate da rappresentanti della rete diplomatica italiana. Secondo quanto riferito da fonti informate, l’uomo era già stato condannato in via definitiva dalla magistratura italiana per diversi reati commessi in Italia, tra cui atti persecutori e lesioni personali, oltre a furto e truffa. Negli ultimi mesi il suo nome era tornato al centro dell’attenzione anche per presunti episodi intimidatori avvenuti in Egitto.

L’arresto arriva infatti dopo una denuncia presentata alla polizia egiziana dal console onorario d’Italia a Hurghada per minacce e tentativo di aggressione. Stando alle ricostruzioni emerse nei giorni scorsi, Hamouda si sarebbe presentato insieme alla madre presso il resort che ospita il consolato onorario, dove avrebbe rivolto pesanti intimidazioni nei confronti del rappresentante italiano. La vicenda era stata raccontata pubblicamente dalla stessa Nessy Guerra in un video diffuso sui social network. La donna aveva denunciato che l’ex marito e la suocera avrebbero minacciato il console chiedendo denaro e prospettando gravi conseguenze fisiche in caso di rifiuto.

La storia di Nessy Guerra è diventata un caso diplomatico e giudiziario seguito con attenzione anche in Italia. La donna è infatti sottoposta a un divieto di espatrio che le impedisce di lasciare l’Egitto insieme alla figlia. Nei mesi scorsi è stata inoltre condannata a sei mesi di detenzione e lavori forzati con l’accusa di adulterio, una sentenza che ha suscitato forte attenzione mediatica e sulla quale la difesa continua a contestare la fondatezza delle accuse. Parallelamente è in corso il contenzioso relativo all’affidamento della bambina, cittadina italo-egiziana, che vede contrapposti i due genitori davanti ai tribunali egiziani. In attesa delle decisioni della magistratura locale, Nessy Guerra ha più volte dichiarato di vivere nascosta insieme alla figlia e ai propri genitori per timore di possibili aggressioni o ritorsioni da parte dell’ex marito.

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Coltivazione piante di papavero da oppio in zona vietata per la frana di Niscemi: due denunciati

9 June 2026 at 13:20

La scoperta ha sorpreso anche i carabinieri. In un’area impervia di Niscemi (Caltanissetta), sottoposta a interdizione dopo la frana del gennaio scorso, c’era una intera piantagione di piante di papavero da oppio. I militari dell’Arma hanno trovato una coltivazione di circa 720 piante di Papaver somniferum.

Il ritrovamento è avvenuto nel corso di un’operazione condotta dai militari dello squadrone eliportato Cacciatori Sicilia, con il supporto dei carabinieri della Stazione locale. La zona, caratterizzata da fitta vegetazione e condizioni di difficile accesso, è risultata completamente isolata e rientra tra quelle interdette per motivi di sicurezza legati al dissesto del terreno.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le piante si trovavano in avanzato stato di maturazione e sarebbero servite alla produzione di sostanze stupefacenti. I carabinieri hanno denunciato alla Procura di Gela un uomo di 57 anni e una donna di 48 anni, entrambi residenti a Niscemi, ritenuti responsabili della coltivazione. Su disposizione dell’autorità giudiziaria, l’intera piantagione è stata sequestrata.

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Siri Ia non sarà rilasciato in Europa, scontro Apple-Commissione Ue. “Bruxelles rifiuta di collaborare”. “No, regole valgono per tutti”

9 June 2026 at 13:06

E’ scontro aperto tra Apple e la Commissione Europea, dopo la decisione di Cupertino di bloccare la disponibilità per gli utenti europei di Siri Ai, l’intelligenza artificiale già installata sui dispositivi della “mela”. La multinazionale fondata da Steve Jobs non ha neppure dato una tempistica per il rilascio del servizio nel Vecchio continente, giustificando la scelta con l’incompatibilità del suo prodotto rispetto alle regole europee del Digital markets act (Dma). Cupertino ha espresso delusione per l’approccio di Bruxelles al negoziato, votato al “rifiuto di collaborare in modo costruttivo”. La Commissione europea ha respinto al mittente le accuse: “La decisione di non lanciare Siri Ai nell’Ue spetta esclusivamente ad Apple – afferma il portavoce della Commissione per il Digitale Thomas Regnier – perché assolutamente nulla nel Dma vieta ad Apple di introdurre nuovi prodotti nell’Ue”.

La Commissione europea accusa Apple: “Vuole una deroga alle regole e limitare la libertà degli utenti”

La Commissione europea ha difeso le regole in vigore e accusato Apple di voler limitare la concorrenza, obbligando gli utenti dell’iPhone ad usare solo l’Intelligenza artificiale predefinita. Quello che Apple “non può fare – ha proseguito Regnier – è chiudere il mercato, proprio come qualsiasi altro operatore. Non spetta a loro decidere chi può innovare, né scegliere quali strumenti di intelligenza artificiale i cittadini dell’Ue possono utilizzare. Ed è proprio qui che entra in gioco il Dma e il suo obbligo di interoperabilità. Perché se vogliamo nuove soluzioni innovative e più scelta per i nostri utenti, abbiamo bisogno di una concorrenza equa e aperta per gli sviluppatori”.

Ora, prosegue il portavoce, “qual è la vera storia dietro Siri AI? Abbiamo avuto alcuni contatti con Apple su questo argomento. Ma Apple non è stata in grado di sviluppare soluzioni di interoperabilità conformi. Invece di cercare soluzioni di conformità adeguate, Apple ha semplicemente chiesto alla Commissione di essere esentata dai suoi obblighi di interoperabilità ai sensi del Dma, e questo per almeno 18 mesi“. Per la Commissione, “questa non è un’opzione. Perché significherebbe che nessun altro agente di intelligenza artificiale, a parte Siri AI (per inciso, sviluppata da Google), avrebbe le stesse possibilità di essere scelto dagli utenti iPhone. E, cosa ancora più importante: il diritto dell’Ue non è negoziabile”. “La Commissione non concederà alcuna esenzione, proprio come un agente di polizia non esenterebbe un automobilista dal rispettare il limite di velocità”, conclude Regnier.

Cupertino: l’Ue “rifiuta di collaborare”

La casa di Cupertino ha annunciato questa notte che “purtroppo, a causa del Digital Markets Act (Dma), non potrà rendere disponibile Siri Ai nell’Unione Europea con il rilascio di iOS 27 e iPadOS 27. Negli ultimi mesi, le autorità di regolamentazione dell’Ue – sottolinea l’azienda – non hanno accettato nessuna delle soluzioni proposte da Apple per portare Siri Ai nell’Ue garantendo al contempo la compatibilità con altri assistenti virtuali”. “Siamo profondamente delusi dal fatto che i nostri utenti europei non potranno utilizzare Siri Ai su iPhone o iPad con i nuovi aggiornamenti software che rilasceremo entro la fine dell’anno”, ha dichiarato Craig Federighi, vicepresidente senior di Software Engineering di Apple. “La nostra speranza è di poter rendere disponibile Siri AI nell’Ue in futuro e continueremo a collaborare con le autorità di regolamentazione europee per trovare una soluzione. Tuttavia, il loro rifiuto di collaborare in modo costruttivo su soluzioni che tutelino la privacy e la sicurezza significa che al momento non siamo in grado di fornire una tempistica per la disponibilità di Siri AI su iOS e iPadOS nell’Ue”, ha concluso Federighi.

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“Ringrazia che non ti ho ucciso”, spara all’unica gamba rimasta a un disabile per un like alla fidanzata: fermato

9 June 2026 at 13:05

Prima il colpo di pistola esploso a distanza ravvicinata contro l’unica gamba che gli era rimasta. Poi la minaccia: “Ringrazia perché non ti ho ucciso”. Infine la fuga in scooter e la sottrazione di un Rolex Daytona. È il quadro ricostruito dagli investigatori della Squadra Mobile di Napoli che hanno sottoposto a fermo un giovane accusato di aver ferito gravemente un disabile di 29 anni nel quartiere Arenaccia nei giorni scorsi. Secondo quanto emerso dalle indagini, all’origine dell’aggressione ci sarebbe un motivo ritenuto dagli investigatori del tutto futile: un “like” che la vittima avrebbe lasciato sul profilo social della fidanzata del ragazzo fermato. Un gesto che avrebbe scatenato la reazione del giovane, legato da vincoli di parentela a un presunto esponente della criminalità organizzata locale.

La vicenda risale a circa una settimana fa. Il ventinovenne, già segnato da una grave disabilità, sarebbe stato attirato in strada con una scusa. L’aggressore gli avrebbe dato appuntamento telefonicamente e si sarebbe presentato sul posto a bordo di uno scooter insieme a un altro giovane. Quando la vittima è scesa in strada, il ragazzo avrebbe estratto una pistola e fatto fuoco, colpendolo alla gamba sinistra, l’unico arto inferiore che il ventinovenne poteva ancora utilizzare. Nel 2019, infatti, l’uomo aveva subito l’amputazione dell’altra gamba in seguito a un grave incidente stradale. Dopo lo sparo, l’aggressore la rapina: si sarebbe impossessato prima del telefono cellulare e poi di un prezioso orologio Rolex Daytona appartenente alla vittima. Entrambi gli oggetti sarebbero stati successivamente restituiti dopo una trattativa avvenuta attraverso conoscenti e familiari. L’orologio, secondo quanto ricostruito dagli investigatori, è stato recuperato in una salumeria dopo contatti intercorsi tra la moglie del ferito e la madre del giovane fermato.

In un primo momento il ventinovenne, ricoverato in ospedale, aveva raccontato di essere stato vittima di una rapina. Solo successivamente, convinto dal proprio legale, l’avvocato Francesco Petruzzi, ha fornito agli investigatori una ricostruzione completa dei fatti. Una versione che nel frattempo trovava riscontro nelle immagini dei sistemi di videosorveglianza e negli elementi raccolti dalla Squadra Mobile. Sentito dagli investigatori in presenza del suo avvocato, il giovane ha ammesso le proprie responsabilità, confermando di avere sparato al culmine di una lite maturata proprio per quel “like” sui social network. Agli agenti avrebbe anche riferito di essersi pentito del gesto.

La procura ha quindi disposto nei suoi confronti un provvedimento di fermo contestandogli i reati di lesioni gravi, rapina, porto e detenzione illegale di arma da fuoco. Il ventinovenne è stato sottoposto a un delicato intervento chirurgico per cercare di salvare l’arto colpito dal proiettile. I medici non hanno ancora sciolto la prognosi funzionale: al momento non è possibile stabilire se riuscirà a recuperare l’uso della gamba oppure se sarà costretto a vivere su una sedia a rotelle.

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Perde il bambino durante la gravidanza e viene licenziata: “Troppe assenze dal lavoro”

9 June 2026 at 12:19

Prima il dolore per la perdita del bambino, poi la comunicazione che nessun lavoratore o lavoratrice vorrebbe ricevere. Una dipendente di 36 anni di Taranto, assente dal lavoro dopo un aborto spontaneo avvenuto nel corso della gravidanza, si è vista recapitare una lettera di licenziamento perché avrebbe superato il cosiddetto periodo di comporto, ossia il limite massimo di giorni di assenza per malattia oltre il quale il datore di lavoro può interrompere il rapporto. A raccontare la vicenda è il quotidiano La Repubblica.

La donna lavora per una multinazionale tedesca operante nel comparto calzaturiero. Dopo l’interruzione della gravidanza è rimasta lontana dal posto di lavoro per il tempo necessario alle cure e al recupero fisico. Al termine del periodo di assenza, però, ha ricevuto una comunicazione formale con cui l’azienda le notificava il licenziamento, allegando il conteggio delle giornate non lavorate. Secondo la società, la lavoratrice avrebbe accumulato 211 giorni di assenza, superando il limite di 180 giorni previsto dal contratto collettivo nazionale del Terziario per la conservazione del posto di lavoro in caso di malattia. Proprio su questa base sarebbe stata adottata la decisione di interrompere il rapporto di lavoro.

La vicenda è ora destinata a spostarsi nelle aule giudiziarie. La donna, attraverso il proprio legale Fabrizio Del Vecchio, ha infatti deciso di impugnare il licenziamento sostenendo che le assenze collegate all’aborto spontaneo non possano essere assimilate a una comune malattia e, di conseguenza, non debbano essere conteggiate nel periodo di comporto. Secondo la tesi difensiva, la normativa che tutela la maternità prevederebbe una disciplina differente rispetto alle ordinarie assenze per motivi di salute. Per questo motivo il provvedimento viene definito “ingiurioso e illegittimo” e sarà contestato davanti al Tribunale del Lavoro di Milano, competente per territorio in ragione della sede della società.

Al centro del futuro contenzioso ci sarà dunque la qualificazione giuridica dell’assenza dal lavoro successiva all’interruzione della gravidanza. Da un lato l’azienda rivendica l’applicazione delle norme contrattuali sul comporto; dall’altro la lavoratrice sostiene che la sua situazione rientri nell’ambito delle tutele riconosciute alla maternità e non possa essere trattata come una semplice malattia. Sarà ora il giudice a stabilire se il conteggio effettuato dall’azienda sia conforme alla normativa e se il licenziamento possa essere considerato legittimo.

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Beatrice morta a 2 anni, la zia chiede l’affido delle sorelline. Il legale di Iannuzzi: “Foto e video erano nei cellulari delle bambine”

9 June 2026 at 11:57

Mentre la famiglia prova a ricostruire il futuro delle due sorelline di Beatrice, la bambina di due anni morta lo scorso febbraio a Bordighera (Imperia), l’inchiesta continua ad arricchirsi di nuovi elementi. In queste ore a muoversi è stata la zia della piccola, che ha chiesto di ottenere l’affidamento delle due sorelle della vittima e oggi collocate in una struttura protetta. La richiesta arriva in una fase delicatissima dell’indagine che vede in carcere Emanuela Aiello, madre della bambina, e il suo compagno Emanuel Iannuzzi. Entrambi sono accusati di maltrattamenti pluriaggravati dai quali, secondo la Procura di Imperia, sarebbe derivata la morte della piccola Beatrice.

Parallelamente, la difesa di Iannuzzi ha scelto di intervenire pubblicamente su uno degli aspetti più discussi dell’inchiesta: le fotografie e i video richiamati nell’ordinanza cautelare che descrivono le condizioni della bambina nei giorni e nelle settimane precedenti alla morte. “Le foto e i video richiamati nell’ordinanza di custodia cautelare sono stati rinvenuti non nel cellulare di Iannuzzi ma nei cellulari riferibili alla Aiello, di cui uno era in utilizzo alle minori e quindi erano foto e registrazioni fatte dalle due sorelle”, ha dichiarato a Uno Mattina News l’avvocato Cristian Urbini, che assiste il compagno della madre. Si tratta di una precisazione che riguarda la provenienza del materiale acquisito dagli investigatori e utilizzato per ricostruire il contesto familiare in cui viveva la bambina. Le immagini e i filmati restano comunque parte integrante del fascicolo dell’accusa e vengono considerati dagli inquirenti uno degli elementi che documenterebbero le condizioni della piccola nei mesi precedenti al decesso.

Secondo quanto emerge dagli atti depositati dalla Procura, Beatrice avrebbe subito per lungo tempo violenze e vessazioni. L’ordinanza descrive una bambina con ecchimosi diffuse, segni sul corpo e lesioni che gli investigatori ritengono incompatibili con semplici incidenti domestici. Tra gli elementi richiamati figurano anche i capelli tagliati a ciocche e diversi episodi di presunti maltrattamenti ricostruiti attraverso testimonianze e riscontri investigativi. Particolarmente rilevanti, per gli inquirenti, sono le dichiarazioni rese dalle due sorelline maggiori. Le bambine avrebbero raccontato episodi di violenza e descritto le ultime ore di vita della sorella più piccola. Dalle loro testimonianze emerge anche il tentativo di chiedere aiuto quando si erano rese conto dell’aggravarsi delle condizioni di Beatrice.

La Procura contesta a Iannuzzi comportamenti violenti diretti nei confronti della bambina. Alla madre, invece, viene attribuito un ruolo omissivo: secondo l’accusa non avrebbe impedito le violenze né avrebbe garantito alla figlia le cure necessarie nonostante le sue condizioni fossero sempre più compromesse. Entrambi gli indagati respingono le accuse. Durante gli interrogatori di garanzia, Iannuzzi si è avvalso della facoltà di non rispondere, mentre Aiello ha negato di avere mai maltrattato le figlie e di essere stata a conoscenza delle presunte violenze contestate al compagno.

Nel frattempo restano attesi alcuni accertamenti considerati decisivi. Gli investigatori attendono il deposito della relazione completa del Ris sugli esami eseguiti nell’abitazione di Perinaldo, dove secondo la ricostruzione accusatoria la bambina sarebbe morta prima del successivo trasferimento del corpo a Bordighera. È inoltre atteso il referto definitivo dell’autopsia, che dovrà chiarire in modo conclusivo le cause del decesso e l’origine delle numerose lesioni riscontrate.

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Camionista ubriaco guida un tir in contromano per 10 chilometri sull’A26: denunciato e revocata la patente

9 June 2026 at 11:08

Stava guidando ubriaco contromano in autostrada, la polizia è riuscito a fermarlo prima che ferisse qualcuno. È successo nei giorni scorsi sulla A26 Voltri-Sempione: il camionista alla guida di un tir ha proseguito la sua corsa per circa 10 chilometri.

Quando la polizia stradale lo ha fermato è risultato positivo all’etilometro, con un valore di 2,18 g/l. È stato denunciato per guida in stato di ebrezza e sanzionato amministrativamente per il contromano con patente revocata e fermo amministrativo dell’autoarticolato per tre mesi.

Intorno alle 22.00, le pattuglie della polstrada della sezione di Novara hanno ricevuto la segnalazione di un tir in contromano nel tratto Romagnano Sesia – Vercelli Est. Una volta raggiunto il punto, avvicinandosi al mezzo, le due pattuglie hanno usato il dispositivo safety-car per rallentare e bloccare i veicoli che sopraggiungevano nel senso di marcia corretto, al fine di evitare collisioni. Nei 1o chilometri percorsi, il conducente ha urtato più volte il guard-rail. L’autoarticolato è quindi stato intercettato all’altezza dell’intersezione con l’A4 Torino-Milano e, grazie alle manovre di interruzione del traffico messe in atto, è stato posto in sicurezza fuori dalla carreggiata.

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Andrea Cavallari incendia una cella e aggredisce due agenti in carcere, era stato condannato per la strage di Corinaldo

9 June 2026 at 10:18

Prima l’incendio nella cella, poi l’aggressione a due agenti della polizia penitenziaria intervenuti per mettere in sicurezza il reparto. Andrea Cavallari, uno dei componenti della cosiddetta “banda dello spray” condannato in via definitiva a 11 anni e 10 mesi per la strage di Corinaldo, torna al centro delle cronache giudiziarie per un grave episodio avvenuto nel carcere San Domenico di Cassino (Frosinone), dove è detenuto. Secondo quanto denunciato dal Sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), Cavallari avrebbe appiccato il fuoco a uno sgabello presente nella propria cella all’interno del reparto isolamento. Le fiamme avrebbero provocato una rapida diffusione del fumo, rendendo necessario l’intervento immediato del personale per evacuare i detenuti e attivare le procedure di emergenza.

Proprio durante le operazioni di trasferimento, il detenuto avrebbe aggredito un giovane agente in servizio da pochi giorni, colpendolo con pugni e schiaffi. Successivamente, sempre secondo la ricostruzione del sindacato, avrebbe afferrato una gamba di tavolo recuperata dalla cella e si sarebbe scagliato contro un secondo poliziotto intervenuto in aiuto del collega, colpendolo ripetutamente alle gambe e alla schiena. Entrambi gli agenti sono stati medicati e refertati. Le prognosi parlano di cinque e sette giorni. Il Sappe ha espresso solidarietà ai due poliziotti, denunciando ancora una volta le difficili condizioni operative all’interno degli istituti penitenziari italiani e i rischi ai quali il personale è quotidianamente esposto.

Il nome di Andrea Cavallari è legato a una delle tragedie più drammatiche degli ultimi anni. Nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018, all’interno della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo, in provincia di Ancona, morirono cinque minorenni e una madre di 39 anni. Decine di persone rimasero ferite nella calca scatenata dopo la diffusione di spray urticante all’interno del locale, dove centinaia di giovani attendevano l’esibizione del rapper Sfera Ebbasta.

Le indagini accertarono che la banda di cui Cavallari faceva parte utilizzava spray al peperoncino per creare panico tra la folla e approfittarne per compiere furti e rapine. Per quei fatti l’uomo è stato condannato in via definitiva a 11 anni e 10 mesi di reclusione.

La sua storia giudiziaria, però, non si è fermata alla sentenza. Nel luglio 2025 Cavallari era riuscito a evadere dal carcere della Dozza di Bologna approfittando di un permesso concesso per discutere la tesi di laurea. Dopo aver partecipato alla proclamazione, aveva fatto perdere le proprie tracce, dando il via a una lunga caccia all’uomo che aveva suscitato polemiche e interrogativi sulle modalità con cui era stato autorizzato a uscire dall’istituto penitenziario. La fuga si è conclusa pochi giorni dopo, quando era stato individuato e arrestato a Barcellona grazie a un’attività investigativa coordinata dalle autorità italiane e spagnole. Dopo la cattura è stato riportato in Italia e trasferito in carcere.

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“Molestie per un passeggero su tre”, un’indagine della Statale di Milano fotografa la “paura” su metro, treni e autobus

9 June 2026 at 09:48

Un passeggero su tre dichiara di aver subito almeno una molestia sui mezzi pubblici. È il dato che colpisce maggiormente nella ricerca “Sentirsi al sicuro sui mezzi pubblici: una priorità per tutti”, realizzata dall’Università Statale di Milano insieme all’Agenzia del trasporto pubblico locale della Città metropolitana di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia.

L’indagine, presentata nell’Aula Magna di via Festa del Perdono come ripotano i media milanesi, ha raccolto le risposte di oltre 3.500 persone appartenenti alla comunità universitaria, tra studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo. Un campione numericamente ampio, che consente di individuare tendenze significative, ma che rappresenta una popolazione specifica e non l’insieme degli utenti del trasporto pubblico lombardo. Un elemento metodologico importante per interpretare correttamente i risultati.

Dai contatti fisici ai furti: le tipologie

Il quadro che emerge racconta comunque una percezione di insicurezza diffusa. Oltre l’80% degli intervistati utilizza abitualmente il trasporto pubblico come principale mezzo di spostamento e quasi il 30% riferisce di aver vissuto direttamente episodi di molestie o comportamenti ritenuti intimidatori. Le esperienze riportate variano sensibilmente a seconda del genere. Tra le donne prevalgono gli apprezzamenti verbali indesiderati e i contatti fisici inappropriati. Tra gli uomini, invece, emergono soprattutto minacce, aggressioni e furti. Una differenza che riflette forme diverse di vulnerabilità nello spazio pubblico e che contribuisce a modellare la percezione del rischio.

Più ancora degli episodi denunciati, a colpire è il senso di solitudine raccontato da molte vittime. In una larga maggioranza dei casi, infatti, chi assiste non interviene. Lo studio richiama il cosiddetto “bystander effect“, il fenomeno per cui i testimoni di una situazione problematica tendono a non agire, spesso pensando che lo farà qualcun altro oppure per timore di esporsi personalmente.

I livelli di insicurezza percepita

La ricerca evidenzia inoltre come il timore non sia distribuito in modo uniforme. Donne, anziani, persone con disabilità e appartenenti a minoranze etniche dichiarano livelli di insicurezza più elevati rispetto alla media. Le fasce orarie serali e le zone periferiche sono indicate come i contesti in cui la percezione del rischio aumenta maggiormente.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda le conseguenze concrete di questa percezione. Per molti intervistati il problema non si limita al disagio psicologico: la paura modifica le abitudini quotidiane, induce a evitare determinati percorsi o orari e, nei casi più estremi, può limitare la libertà di movimento. È su questo punto che insistono i promotori dello studio, sottolineando come la sicurezza percepita sia una componente essenziale della qualità del servizio, al pari dell’efficienza e della puntualità.

I risultati mostrano anche che la sicurezza non dipende soltanto dalla presenza di reati o comportamenti illeciti. Illuminazione delle fermate, pulizia degli ambienti, affollamento, presenza di personale e qualità degli spazi influenzano in modo significativo il senso di protezione dei passeggeri. In altre parole, la sicurezza percepita nasce dall’insieme delle condizioni che accompagnano l’esperienza di viaggio. Tra le proposte avanzate dagli intervistati figurano il rafforzamento della presenza visibile di personale e forze dell’ordine, l’estensione dei sistemi di videosorveglianza, il miglioramento dell’illuminazione e delle infrastrutture, oltre a campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini per favorire una maggiore responsabilità collettiva.

Lo studio non pretende di misurare in termini assoluti il fenomeno delle molestie sui mezzi pubblici, ma offre una fotografia significativa di una popolazione che utilizza quotidianamente metro, treni, tram e autobus. Un’indicazione che, pur non essendo automaticamente estendibile a tutti gli utenti del trasporto pubblico, evidenzia come il tema della sicurezza percepita sia ormai parte integrante del dibattito sulla mobilità urbana e sull’accessibilità delle città.

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Sara Vetrano travolta e uccisa sul Lago Maggiore, indagato il conducente della Panda. Il dolore del padre accanto al corpo della figlia

9 June 2026 at 09:06

C’è un uomo che si stende sull’asfalto accanto al corpo della figlia e resta lì, immobile, mentre attorno continuano a lampeggiare le luci delle ambulanze. È l’immagine – raccontata dal Corriere della Sera – che più di ogni altra racconta il dramma seguito all’incidente costato la vita a Sara Vetrano, la studentessa di 17 anni travolta e uccisa domenica pomeriggio a Maccagno, sul Lago Maggiore. Domenica un’auto ha travolto un gruppo di giovani pedoni: oltre alla ragazza morta, quattro giovani tra cui la sorella della vittima sono finiti in ospedale in gravi condizioni.

Mentre la famiglia affronta ore devastanti, la Procura di Varese ha aperto un’inchiesta per omicidio stradale e lesioni stradali. Nel registro degli indagati è stato iscritto il 31enne di Luino che era alla guida della Fiat Panda finita contro il gruppo di ragazzi diretti verso la spiaggia. Gli investigatori attendono ora gli esiti degli esami tossicologici disposti sull’automobilista per verificare se si fosse messo al volante dopo aver assunto alcol o sostanze stupefacenti. Nel frattempo è stato disposto il sequestro della vettura e verranno affidate una consulenza cinematica per ricostruire l’esatta dinamica dell’investimento e una consulenza medico-legale sulle cause del decesso della giovane e sulle lesioni riportate dagli altri feriti.

Secondo la ricostruzione finora emersa, l’auto avrebbe perso il controllo all’uscita di una curva prima di travolgere i cinque ragazzi che stavano raggiungendo il lago. Per Sara non c’è stato nulla da fare. La tragedia ha avuto conseguenze pesantissime anche per la sua famiglia. Tra i feriti c’è infatti la sorella ventenne della ragazza, ricoverata all’ospedale di Monza in prognosi riservata. Le sue condizioni continuano a destare preoccupazione. Un’altra giovane coinvolta nell’incidente resta sotto osservazione all’ospedale di Varese, ma con un quadro clinico considerato complessivamente soddisfacente. Non preoccupano invece le condizioni degli altri due ragazzi investiti.

Nelle ore successive all’incidente è emerso il racconto del padre delle due sorelle, accorso sul luogo della tragedia dopo essere stato avvertito dell’accaduto. Quando è arrivato sulla statale, il corpo della figlia era già stato coperto dai soccorritori. L’uomo si è sdraiato accanto a Sara, rimanendole vicino in silenzio per lunghi minuti. Una scena che ha colpito profondamente chi si trovava sul posto e che è diventata il simbolo del dolore di una famiglia spezzata nel giro di pochi istanti.

Sara avrebbe compiuto 17 anni il 19 giugno. Frequentava l’indirizzo Servizi per la sanità e l’assistenza sociale dell’Ipc Einaudi di Varese ed era conosciuta per il suo impegno in oratorio e nelle attività dedicate ai più piccoli. Sognava di diventare psicologa e, secondo il ricordo di insegnanti e amici, aveva fatto dell’attenzione agli altri una sua caratteristica. La sua morte ha lasciato un segno profondo anche nella scuola. Nel giorno dell’ultima campanella, centinaia di studenti si sono raccolti in un silenzio insolito per ricordarla. “Doveva essere un giorno di festa e invece sarà un giorno di lutto”, ha scritto la dirigente scolastica Samantha Emanuele nel messaggio rivolto alla comunità scolastica.

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“Segni sul collo incompatibili con la striscia di seta”, vacilla l’ipotesi del suicidio per la morte Francesca Ercolini. Pm valutano l’omicidio

9 June 2026 at 08:38

Per oltre tre anni è stata considerata la storia di una donna, una magistrata schiacciata da una sofferenza personale culminata in un gesto estremo nel dicembre del 2022. Oggi, però, la morte di Francesca Ercolini potrebbe raccontare una verità completamente diversa. La Procura dell’Aquila, che da tempo ha riaperto il fascicolo sulla morte della giudice molisana trovata senza vita nella sua abitazione di Pesaro il 26 dicembre 2022, sta ora valutando anche l’ipotesi dell’omicidio. Una svolta investigativa maturata dopo il deposito della nuova consulenza medico-legale affidata al professor Vittorio Fineschi e dopo l’incidente probatorio svolto a Roma.

Secondo quanto emerge dagli accertamenti, i segni rilevati sul collo della magistrata non sarebbero compatibili con la striscia di seta che, secondo la ricostruzione originaria, sarebbe stata utilizzata per impiccarsi alla ringhiera della scala interna dell’abitazione. Un elemento che, insieme ad altre anomalie riscontrate dagli esperti, ha spinto gli inquirenti a riconsiderare integralmente la dinamica della morte.

L’ipotesi che prende corpo è quella di uno strangolamento, mentre la scena trovata dai soccorritori potrebbe essere stata costruita successivamente per simulare un suicidio. Restano però da chiarire diversi aspetti tecnici, compresa l’eventuale compatibilità dei cavi di alcune lampade presenti nell’abitazione con le lesioni rilevate sul corpo della donna. Proprio per questo motivo Fineschi avrebbe chiesto ulteriori approfondimenti e misurazioni.

Nei prossimi giorni gli specialisti della polizia scientifica torneranno nella villetta di viale Zara, a Pesaro, per effettuare nuovi rilievi e ricostruzioni. Gli esiti degli accertamenti saranno poi discussi davanti al giudice per le indagini preliminari Marco Billi nell’udienza già fissata per il 22 settembre all’Aquila.

La svolta arriva al termine di un lungo percorso investigativo che negli anni ha progressivamente incrinato la prima versione dei fatti. Quando Francesca Ercolini, presidente della seconda sezione civile del Tribunale di Ancona, fu trovata morta il giorno dopo Natale del 2022, la sua morte venne subito ricondotta a un suicidio. Secondo la ricostruzione iniziale, la magistrata si sarebbe impiccata utilizzando una striscia di stoffa fissata alla ringhiera della scala interna della propria abitazione. A dare l’allarme furono il marito, l’avvocato pesarese Lorenzo Ruggieri, e il figlio adolescente. La Procura di Pesaro e i consulenti intervenuti sul posto ritennero allora compatibile la tesi del gesto volontario.

Ma già nel corso del 2023 l’inchiesta aveva preso una direzione diversa. Dopo la denuncia presentata dalla madre della magistrata, la Procura dell’Aquila aveva aperto un procedimento per maltrattamenti, iscrivendo nel registro degli indagati il marito della giudice e il figlio minorenne. Al centro degli accertamenti vi erano messaggi, fotografie e video che la donna avrebbe inviato ai familiari e che, secondo gli investigatori, documentavano episodi di violenza domestica e una situazione di forte sofferenza personale.

Le indagini hanno poi continuato ad allargarsi. Nel giugno 2025 il gip dell’Aquila ha disposto la riesumazione della salma dal cimitero di Riccia, in provincia di Campobasso, affidando una nuova autopsia al professor Fineschi e incaricando il Ris di Roma di ricostruire scientificamente la scena della morte e del successivo ritrovamento del corpo. In quel momento gli indagati erano già sei, tra loro il marito della magistrata e il medico legale che aveva eseguito il primo esame autoptico. Le contestazioni, a vario titolo, andavano dal depistaggio alla falsità ideologica fino alla violazione del segreto istruttorio.

Ora il quadro investigativo si è ulteriormente modificato. La consulenza depositata nell’incidente probatorio non certifica ancora una responsabilità penale, né ovviamente individua un autore dell’eventuale delitto, ma mette in discussione il presupposto sul quale era stata costruita la ricostruzione originaria: che Francesca Ercolini si sia tolta la vita. È proprio questo il punto decisivo della nuova fase dell’inchiesta. Se i prossimi accertamenti dovessero confermare l’incompatibilità tra le lesioni e la dinamica del suicidio, il caso potrebbe trasformarsi definitivamente da una vicenda archiviata come gesto estremo a un’indagine per omicidio.

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Enorme squalo bianco avvistato nel canale di Sicilia, il sub: “Le mie dita tremavano”

9 June 2026 at 07:51

Durante un’immersione nel Canale di Sicilia, un gruppo di volontari dell’associazione Ghost Diving e di Healty Seas, fondazione non profit che opera per la protezione del mare, ha avvistato uno squalo bianco, specie rara nelle acque del Mediterraneo. I sub stavano bonificando i fondali attraverso la rimozione di attrezzature da pesca abbandonate e impigliate in un relitto.

L’incontro con lo squalo è stato filmato dal subacqueo Derk Remmers che, in un’intervista rilasciata alla Bbc, ha raccontato di aver faticato ad attivare la telecamera a causa dell’emozione del momento: “Le mie dita tremavano, è stato un incontro davvero speciale. Lo squalo nuotava vicino a noi, si allontanava e tornava indietro”. Le immagini sono poi state postate da Pascal van Erp di Ghost Diving sulla propria pagina Facebook.

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Received — 8 June 2026 Il Fatto Quotidiano

Violenza sessuale di gruppo fuori da una discoteca di Milano: la vittima è una studentessa spagnola in Erasmus

8 June 2026 at 19:45

La violenza fuori da un locale, poi la corsa in ospedale, infine in Questura. È l’incubo vissuto da una studentessa universitaria spagnola, di 20 anni, a Milano in Erasmus, vittima – secondo l’Ansa – di una violenza sessuale di gruppo. Il fatto si è verificato nella notte tra il 22 e il 23 maggio scorso alla fine di una serata in discoteca in via Corelli, periferia est del capoluogo lombardo.

La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, e la Squadra mobile della polizia stanno indagando per arrivare ad identificare gli aggressori, quattro o cinque, che hanno abusato della giovane fuori dal locale e in un’auto. La ragazza, dopo le violenze, accompagnata da un’amica, è andata in ospedale, dove sono stati accertati gli abusi, e poi in Questura a denunciare.

Da quanto si apprende, la giovane, che frequentava col progetto Erasmus una nota università milanese, era andata in discoteca per passare una serata di divertimento con una sua amica. Lì è stata agganciata da alcune persone che, una volta all’esterno, l’hanno prima trascinata in una via appartata e poi dentro una macchina, dove avrebbe subito le violenze. La studentessa in stato di choc è stata portata, poi, da un’amica in taxi in un ospedale per le visite. Gli abusi sono stati accertati dalla clinica Mangiagalli specializzata in casi di questo genere. Nelle ore successive la denuncia alla polizia. È stato subito attivato il “codice rosso” ed è stato aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti, coordinato dal pool di contrasto ai reati sessuali, guidato dalla pm Letizia Mannella. La ragazza è stata anche ascoltata a verbale per ricostruire le terribili violenze subite e ha cercato di fornire dettagli utili sugli stupratori. Successivamente è rientrata in Spagna dalla sua famiglia. Inquirenti e investigatori stanno lavorando da giorni per arrivare ad individuare gli autori.

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Perquisito il consulente Davide Barzan: indagine per bancarotta da un milione di euro. La difesa: “Mai preso soldi”

8 June 2026 at 17:43

Una perquisizione in casa, una nello studio, e un’indagine che si allarga attorno a una società finita in liquidazione giudiziaria con un buco contestato da circa un milione di euro. È il quadro che ha portato la Guardia di Finanza a presentarsi questa mattina a Riccione, nell’appartamento e nell’ufficio di Davide Barzan, criminalista e consulente noto anche per il suo ruolo nel caso dell’omicidio di Pierina Paganelli. Il provvedimento è stato disposto dalla Procura di Bergamo, che ipotizza a carico di Barzan il reato di bancarotta fraudolenta nell’ambito della gestione di una società attiva nella produzione di infissi, poi finita in liquidazione giudiziaria. Nel fascicolo compare anche il nome di Pierluigi Chieffi, 58 anni, consulente finanziario di Coriano, attualmente detenuto nel carcere di Rimini per cumulo di condanne, tra cui quella per un’aggressione con sfregio. Chieffi risulta inoltre indagato per il danneggiamento dell’auto dello stesso Barzan, avvenuto nel maggio 2025.

Secondo la ricostruzione degli inquirenti, la vicenda nasce quando la società viene acquisita da Barzan, che ne diventa socio unico. La fase successiva è quella della liquidazione volontaria, con la nomina di Chieffi come liquidatore, già collaboratore della stessa azienda in qualità di consulente esterno. Da lì il passaggio alla liquidazione giudiziaria e l’avvio dell’indagine, nella quale la Procura contesta presunte distrazioni di fondi e ipotesi di truffa per circa un milione di euro. La difesa del consulente, affidata agli avvocati Marlon Lepera e Nunzia Barzan, respinge ogni addebito e sostiene che Barzan non avrebbe “mai preso soldi” dalla società finita sotto procedura.

Il nome del consulente è noto anche al di fuori di questo procedimento, per il suo coinvolgimento mediatico e professionale in diverse vicende giudiziarie, tra cui il caso Pierina Paganelli. Proprio quel processo, intanto, si avvia alla fase conclusiva. A Rimini è attesa martedì l’ultima udienza in Corte d’Assise per l’omicidio della donna, uccisa il 3 ottobre 2023 nel garage di via del Ciclamino. Sarà il giorno delle repliche delle difese e del pubblico ministero, prima del ritiro della Corte in camera di consiglio per la decisione.

Il dibattimento non subirà modifiche nonostante lo sciopero degli avvocati penalisti, poiché l’imputato Louis Dassilva è detenuto dal giugno 2024. Rinviata invece a ottobre l’udienza a carico di Valeria Bartolucci, moglie dell’imputato, accusata di diffamazione aggravata e minacce per alcune frasi rivolte alla nuora della vittima, Manuela Bianchi, durante l’arresto del marito. Tra le espressioni contestate, secondo l’accusa, anche una frase ritenuta particolarmente grave: “Io non ci metto niente a scioglierla in un fusto pieno di acido, ci vuole poco a comprare un’arma a San Marino”. La sua posizione era stata inizialmente oggetto anche di una denuncia per stalking, poi archiviata dal gip, mentre per le altre imputazioni è stato disposto il rinvio a giudizio.

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Madre e figlia avvelenate dalla ricina, nuovo round di interrogatori: ascoltati anche gli amici di famiglia

8 June 2026 at 17:03

Si allarga ulteriormente il cerchio degli interrogatori nell’ambito dell’inchiesta sulla morte di Sara Di Vita e della madre Antonella Di Ielsi, avvelenate dalla ricina. Dopo una prima fase concentrata sui familiari più stretti, gli investigatori stanno ora estendendo gli accertamenti anche agli amici della famiglia, ascoltati in queste ore negli uffici della Squadra Mobile di Campobasso. Gli interrogatori sono ripresi lunedì mattina in Questura e proseguiranno nei prossimi giorni con una serie di audizioni ritenute utili a ricostruire il contesto relazionale e personale delle due vittime. L’obiettivo è quello di delineare con maggiore precisione gli ultimi mesi di vita di Sara Di Vita e della madre, cercando eventuali elementi utili all’indagine che possano emergere da frequentazioni, contatti e dinamiche quotidiane.

Tra le persone già convocate figurano diversi amici di famiglia, mentre in settimana è atteso l’interrogatorio di Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, una delle figure su cui si concentra parte degli approfondimenti investigativi. Non è invece ancora stata fissata una data per un eventuale nuovo sopralluogo nell’abitazione di Pietracatella, rimasta sotto sequestro da circa 160 giorni, dal periodo in cui si verificarono i decessi.

Il lavoro degli inquirenti procede parallelamente sul fronte tecnico-scientifico, con una serie di esami che stanno scandendo i tempi dell’inchiesta. Entro la fine del mese è attesa la consegna dei dati estratti dallo smartphone di Alice, un passaggio considerato significativo per la ricostruzione delle comunicazioni e degli spostamenti della famiglia. A seguire, entro la fine di luglio, dovrebbero essere disponibili anche i risultati delle analisi sui telefoni cellulari e sui computer sequestrati all’interno dell’abitazione di Pietracatella. Materiale che potrebbe fornire ulteriori riscontri o nuove piste investigative.

Sul versante medico-legale, invece, si attende entro una ventina di giorni l’esito definitivo delle autopsie sui corpi delle due vittime. Un passaggio fondamentale, più volte rinviato, che dovrebbe chiarire ulteriormente le modalità dell’avvelenamento e la dinamica degli ultimi momenti di vita. Le indagini, coordinate dalla Procura, si sviluppano quindi su più livelli: dalle testimonianze alle analisi scientifiche, fino allo studio dei dispositivi elettronici. Un lavoro complesso che punta a ricostruire non solo la dinamica della morte, ma anche il contesto in cui sarebbe maturata la tragedia.

A supportare gli accertamenti è un pool di specialisti che si avvale anche della consulenza di Carlo Locatelli, direttore del Centro antiveleni di Pavia, già protagonista della prima svolta investigativa quando, a metà marzo, era stata individuata la presenza di ricina nel sangue delle due donne, elemento che aveva cambiato radicalmente l’impostazione dell’inchiesta. Gli investigatori mantengono il massimo riserbo, mentre l’attività istruttoria prosegue con un calendario serrato di audizioni e verifiche tecniche.

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Incendio in un’azienda di materie plastiche nel Pisano, allerta in 5 Comuni: “Chiudete le finestre e non uscite”

8 June 2026 at 13:37

Un’enorme nube nera si è sprigionata dalle fiamme ed è visibile da decina di chilometri di distanza, fino a raggiungere anche il centro di Pisa. È un maxi-incendio che desta non poca preoccupazione quello che si è sviluppato in un’azienda di rifiuti plastici da avviare a riciclo con sede a Lugnano, frazione di Vicopisano. A causa delle fiamme e del rischio inquinamento sono state evacuate alcune scuole e i sindaci di Pisa, Cascina, Vicopisano, Calci e San Giuliano Terme raccomandano alla popolazione di tenere le finestre precauzionalmente chiuse. In mattinata si è svolta una riunione urgente in prefettura con i sindaci del territorio, le forze dell’ordine e i rappresentanti di Asl e Arpat.

I sindaci dei comuni interessati dalla nube di fumo nero, visibile anche a decine di chilometri di distanza e anche a Livorno, hanno emesso un’ordinanza “contingibile e urgente con misure precauzionali a tutela della salute pubblica, con una decisione assunta in via preventiva e cautelativa, nelle more degli accertamenti ambientali affidati ad Arpat e Asl Toscana Nord Ovest, finalizzati a verificare la qualità dell’aria e l’eventuale presenza di sostanze inquinanti derivanti dall’incendio”.

L’ordinanza dispone, in via del tutto cautelativa e fino a nuove comunicazioni, di “chiudere e mantenere chiuse porte, finestre e ogni altra apertura di abitazioni, uffici, luoghi di lavoro e di ritrovo, disattivare, ove possibile, impianti di condizionamento, aerazione e ventilazione meccanica che prevedano l’immissione o il prelievo di aria dall’esterno; limitare le uscite e la permanenza all’aperto ai soli casi di assoluta e comprovata necessità; sospendere attività lavorative, sportive, ludiche e ricreative all’aperto; provvedere a un accurato e prolungato lavaggio con abbondante acqua corrente di ortaggi e frutta coltivati all’aperto sul territorio comunale prima del consumo; mantenere, per quanto possibile, gli animali da affezione e da cortile all’interno di locali chiusi, proteggendo inoltre mangimi e riserve d’acqua da eventuali ricadute di ceneri o fumi”.

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Licenziato dopo una domanda su Israele, il giornalista Gabriele Nunziati fa causa all’Agenzia Nova

8 June 2026 at 12:08

Il giornalista Gabriele Nunziati ha annunciato in un breve video social che farà causa contro la sua ex agenzia di stampa, l’Agenzia Nova. Il cronista era stato licenziato l’autunno scorso, dopo che aveva chiesto alla portavoce della Commissione europea Paula Pinho se Israele dovesse pagare la ricostruzione della Striscia di Gaza. La prima udienza è prevista per domani, 9 giugno, e in quell’occasione ci sarà un sit-in a cui parteciperò Amnesty, Articolo21, Fnsi, Associazione Stampa Romana, Articolo21, UsigRai, che stanno supportando il giornalista nella sua battaglia legale. Durante la manifestazione si discuterà di libertà d’informazione in particolare sulla Palestina e su Israele.

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“Braccianti in nero costretti a vivere in un casolare senza bagni. Si scaldavano bruciando spazzatura”: arrestato caporale

8 June 2026 at 10:26

Lavoravano in nero, con una retribuzione inferiore alla metà dei minimi del contratto nazionale dell’agricoltura, ed erano costretti a dormire in un casolare rurale in una condizione “degradante” che dovevano anche pagare 5 euro al giorno, nonostante non fosse neanche bagni e riscaldamento. L’ultima storia di para-schiavismo arriva dalla provincia di Brindisi, dove i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno arrestato in flagranza un caporale. I braccianti agricoli lavoravano in alcuni terreni al confine tra il Brindisino e il Tarantino.

Stando alla ricostruzione dei militari dell’Arma, attraverso una cooperativa, il caporale approfittava dello stato di bisogno di diverse persone, costringendole ad affrontare una giornata lavorativa di dieci ore fronte di una paga inferiore alla metà rispetto a quella prevista dal Contratto collettivo nazionale del lavoro di settore, decurtando ulteriori 5 euro giornaliere pro-capite per l’alloggio nella diponibilità dell’indagato.

Si trattava di un casolare rurale in condizioni igienico sanitarie degradanti, caratterizzato da presenza di muffe, con servizi igienici non funzionanti e privo di riscaldamento, al punto che i lavoratori sfruttati bruciavano la spazzatura in un caminetto per riscaldare gli ambienti, costretti così a respirarne fumi pericolosi e dormire su materassi sporchi, trovati nelle campagne vicine. I braccianti, due al momento quelli che si è riusciti a identificare, venivano impiegati in nero, senza contratto di lavoro, senza visite mediche e nessun corso di formazione, aumentandone così il rischio di subire infortuni gravi sul lavoro, poiché maneggiavano attrezzi pericolosi, come seghe circolari, senza averne acquisito competenze ed appreso modalità di utilizzo specifico.

Uno dei braccianti è risultato per altro privo di permesso di soggiorno per l’impiego lavorativo. L’indagine “lampo”, iniziata verso la fine di marzo con la denuncia sporta da un terzo bracciante anche lui vittima di sfruttamento, è stata coordinata dalla procura di Brindisi che ha chiesto e ottenuto gli arresti domiciliari per il caporale. È stato anche posto sotto sequestro il mezzo con il quale i braccianti venivano trasportati e il casolare dove dormivano. Sono state elevate sanzioni amministrative ed ammende per totale 20.000 euro.

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“Appartengo ai Latin Kings, ma non l’ho ammazzato io”, il 19enne fermato per l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera nega davanti al gip

8 June 2026 at 10:17

“Non ho colpito io, non l’ho ammazzato io, ero sul luogo sì ma non l’ho ucciso io”. Si è difeso così davanti alla giudice per le indagini preliminari Sara Cipolla Jefferson Smit Echevarra Verano, il 19enne peruviano arrestato per l’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera, il 22enne morto dopo il brutale pestaggio e accoltellamento avvenuto la sera del 26 maggio nella stazione di Milano Certosa. Vittima di uno scambio di persona. Il giovane indagato, appartenente ai Latin Kings, ha negato di aver inferto le coltellate mortali, sostenendo di avere avuto in mano soltanto una pietra durante gli scontri. Ha però ammesso di fare parte della gang e ha ricostruito una giornata segnata da tensioni e regolamenti di conti con un gruppo rivale, indicato come vicino alla MS-13.

Secondo la sua versione, nel pomeriggio ci sarebbe stato un primo scontro tra le due fazioni, seguito da un secondo confronto in serata. “Non c’è stato alcun rito di iniziazione”, avrebbe spiegato il 19enne, attribuendo agli avversari l’iniziativa delle violenze. Davanti alla gip ha inoltre sostenuto di non sapere se la vittima appartenesse realmente alla gang rivale, pur affermando che si trovava nel gruppo con cui i Latin Kings si erano nuovamente confrontati quella sera.

Una ricostruzione che si scontra con gli elementi raccolti dagli investigatori della Squadra Mobile. A carico del giovane ci sarebbero infatti testimonianze dirette, tra cui quella del fratello della vittima, riconoscimenti fotografici e le immagini delle telecamere di sorveglianza. Per gli inquirenti, insieme a un secondo presunto accoltellatore attualmente irreperibile, sarebbe stato tra i protagonisti dell’aggressione culminata nella morte del 22enne.

Le indagini delineano uno scenario ancora più inquietante: Gianluca Ibarra Silvera sarebbe stato ucciso per errore. Gli aggressori lo avrebbero infatti scambiato per un appartenente alla MS-13, gang rivale dei Latin Kings. Una vendetta maturata dopo un precedente alterco nel quale alcuni membri del gruppo oggi indagato avrebbero avuto la peggio.

Quella sera il 22enne si trovava con il padre, il fratello e un amico. La famiglia ha sempre ribadito che il ragazzo non aveva precedenti penali. né legami con organizzazioni criminali. Eppure sarebbe stato inseguito da un gruppo composto da almeno 17 persone, raggiunto e aggredito con estrema violenza. Secondo la ricostruzione investigativa, gli assalitori avrebbero lanciato bottiglie, pietre e coltelli prima di accanirsi sulla vittima con decine di fendenti. Le ferite, in particolare quella che ha reciso l’arteria femorale, si sono rivelate fatali.

L’inchiesta della Procura di Milano, coordinata dal pubblico ministero Elio Ramondini, vede al momento due destinatari di fermo, uno dei quali ancora ricercato, e altri sette giovani iscritti nel registro degli indagati. La giudice dovrà ora decidere sulla convalida del fermo e sulla richiesta di custodia cautelare in carcere per il 19enne. La difesa ha già annunciato che, in caso di conferma della misura, presenterà istanza per gli arresti domiciliari.

Intanto proseguono gli accertamenti per identificare tutti i componenti del branco e chiarire nel dettaglio ruoli e responsabilità di una vicenda che, secondo gli investigatori, affonda le radici nella rivalità tra bande giovanili sudamericane attive nell’area della stazione di Milano Certosa, storico punto di ritrovo delle cosiddette “pandillas”.

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