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Received — 4 June 2026 Il Fatto Quotidiano

Zelensky scrive a Putin: “Incontriamoci per porre fine alla guerra”. Il Cremlino: “È il benvenuto a Mosca”

4 June 2026 at 20:33

“L’Ucraina propone di porre fine a questa guerra attraverso un dialogo diretto tra noi e voi. Propongo un incontro e propongo di fissare una data precisa“. Per la prima volta dall’invasione del suo Paese nel febbraio 2022, Volodymyr Zelensky si rivolge direttamente a Vladimir Putin con una lettera aperta, pubblicata sul sito della Presidenza di Kiev, chiedendo un faccia a faccia. Una mossa, ammette lo stesso Zelensky, dovuta al disimpegno degli Usa dal dossier: “Constatiamo che gli Stati Uniti sono pienamente concentrati sulla questione iraniana, e sarebbe un errore aspettare semplicemente che la guerra in Europa torni al centro della loro attenzione”, scrive. Una circostanza di cui il presidente ucraino si era lamentato già mercoledì in conferenza stampa con il segretario generale della Nato Mark Rutte: “Purtroppo, al momento non siamo al centro dell’attenzione”. La guerra, scrive Zelensky, deve terminare “onestamente, con dignità e con garanzie che non venga ripresa”. E in questo senso, “il tentativo di stabilire una vera tregua è il modo migliore per iniziare a dialogare”: l’Ucraina, quindi, “è pronta per un cessate il fuoco completo per tutta la durata dei negoziati”.

La risposta del Cremlino arriva quasi subito, attraverso il portavoce Dmitry Peskov: Zelensky, dice, “è benvenuto a Mosca in qualsiasi momento”. Nel suo testo, però, il presidente ucraino esclude esplicitamente che l’incontro possa svolgersi nella capitale russa, come già suggerito in pubblico da Putin: “Non c’è nulla che un leader ucraino possa fare nella vostra capitale, così come non c’è nulla che un leader russo possa fare a Kiev. Ci sono Paesi che tradizionalmente ospitano leader per risolvere questioni di guerra e di pace. La Svizzera, la Turchia, i Paesi del mondo arabo: molti sono in grado e disposti a ospitare un simile incontro”, scrive. Peskov ha precisato che la lettera non è stata ancora mostrata al presidente russo, impegnato al Forum economico di San Pietroburgo, lasciando così lo spazio per una risposta più articolata. Entusiasta, invece, la reazione del presidente Usa Donald Trump: “Sarebbe bellissimo se si incontrassero, devono farlo. Devono fare certi compromessi”, dice dallo Studio Ovale.

Nella lettera, il presidente ucraino chiede a Putin di “non aver paura di imboccare la via d’uscita da questa guerra”: “Questa è la cosa principale che ti viene richiesta ora. Sentiamo spesso dire che tu non hai problemi con questa guerra, ma ora possiamo constatare che i russi stanno finalmente iniziando ad accettare con meno serenità questa realtà, ovvero il fatto che la guerra stia portando conseguenze sempre più negative alla Russia. Ma noi in Ucraina non vogliamo una guerra permanente. Sappiamo benissimo che la vita senza guerra è infinitamente migliore. E vogliamo raggiungere questo obiettivo”. Zelensky cita con scetticismo l’incontro tra Putin e Donald Trump nell’agosto 2025 ad Anchorage: “Abbiamo sentito che in Alaska le era stata promessa la risoluzione di alcune questioni riguardanti l’Ucraina e l’Europa. Ma può constatare di persona che le questioni ucraine ed europee non vengono decise ad Anchorage”, sottolinea. Ma in ogni caso, aggiunge, “altri partecipanti concordati potrebbero unirsi al percorso bilaterale che verrà istituito tra noi”. In questo senso, “dato che la guerra si sta svolgendo in Europa, e dato che l’Ucraina necessita di garanzie di sicurezza, mentre anche voi cercate garanzie di sicurezza per voi stessi, sarebbe logico coinvolgere coloro che possono autenticamente fungere da garanti”: l’Europa e gli Stati Uniti, quindi, “devono far parte di questo processo. Questo è ciò che potrebbe aiutare a plasmare una nuova architettura di sicurezza per la nostra parte di mondo”.

“Il mondo non si è stancato dell’Ucraina, come a lungo speravate. Ma cresce la stanchezza nei confronti della Russia, persino tra coloro che, nel resto del mondo, vi aiutano a eludere le sanzioni e a mantenere a galla la vostra economia”, scrive ancora Zelensky a Putin. “Abbiamo visionato rapporti dell’intelligence che indicano che state valutando la possibilità di prolungare la guerra fino al 2027 e al 2028. Sappiamo anche che sperate che i missili balistici vi permettano di ottenere ciò che tutto il resto ha fallito. Volete trascinare la Bielorussia ancora più a fondo in questa guerra, e ora siamo costretti a prepararci anche a questo. Vediamo che state cercando di orchestrare qualcosa intorno alla Transnistria. I vostri propagandisti minacciano, in un modo o nell’altro, ogni paese confinante con la Russia. Volete davvero affrontare tutto questo?”.

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De Gregori e non solo: l’artista deve prendere sempre posizione? Carrère a Travaglio: “Io mi fido poco delle mie stesse opinioni”

4 June 2026 at 18:08

Anche i casi di Erri De Luca e Francesco De Gregori sono entrati nell’intervista di Marco Travaglio a Emmanuel Carrère. Chiede Travaglio: “Questa cosa per cui l’artista e l’intellettuale deve sempre avere una posizione, deve sempre esprimere, deve firmare appelli. Immagino che capiterà anche a te che ti chiedano di firmare appelli, di partecipare a campagne, di schierarti, di dire una cosa. Ti dicono spesso anche che cosa devi dire esattamente, perché se poi dici qualcosa di un po’ diverso non va bene. Ecco tu come ti poni su questa questione perché tu sei uno scrittore, sei uno scrittore che taglia l’attualità continuamente, però non mi pare che sei tra quelli che firmano tutto, che prendono sempre l’invettiva, l’attacco. Cosa ne pensi di questa polemica? Come ti poni tu?”

Risponde Carrère: “Penso che ci sia due famiglie di giornalisti. Ci sono i giornalisti che sono più o meno nel registro della tribuna, dell’opinione, dell’analisi, dell’editoriale, e poi ci sono i giornalisti che sono dal lato del reportage. Io non ho nessun disprezzo per la prima famiglia, ma molto chiaramente mi appartengo alla seconda. C’è quello che raccontano. Mi preoccupo delle mie stesse opinioni. Sono molto influenzabile, sono molto facilmente dell’opinione dell’ultimo che ha parlato, quindi non sono in alcun modo in grado di prendere posizione, non firmo una petizione”.

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Carrère a Travaglio: “Ho votato Macron, ma è il candidato perfetto per i ricchi. E poi è infastidito dal fatto che le persone non siano intelligenti quanto lui”

4 June 2026 at 17:53

“L’ultima volta, francamente, ho votato per Macron. Il problema con Macron è che è il candidato perfetto solo per persone come me, della classe media, per le quali le cose non vanno poi così male. Ovviamente, siamo contenti di avere uno come Macron, che dopotutto è intelligente, che non ci mette in imbarazzo all’estero, che è tutto questo. Ma il problema con Macron è che è un candidato per le persone benestanti. E ci sono più persone che stanno male che persone benestanti. E le persone che stanno male non apprezzano Macron“. E’ un passaggio dell’intervista di Marco Travaglio allo scrittore Emmanuel Carrère (qui l’integrale).

Da una parte, dice Carrère, “è una persona animata da un’ambizione piuttosto nobile, sia per se stesso, sia per il suo destino, sia per il suo Paese”. Dall’altra “Macron è infastidito dal fatto che le persone non siano intelligenti quanto lui. Quindi, la maggior parte delle persone non è intelligente quanto Macron. Lui capisce tutto, analizza tutto bene. E quindi molte persone hanno l’impressione che Macron non le disprezzi nemmeno, ma che non capisca nemmeno la loro esistenza. No, non è assolutamente così. Questo è ciò che lo penalizza”. Il paragone è con un predecessore Valéry Giscard d’Estaing: “Era lo stesso tipo di persona, un tipo molto intelligente, molto brillante, che voleva il meglio per il suo paese, una sorta di modernizzazione del suo paese, tutto questo. E a un certo punto, tutta la Francia ha visto Giscard come un tipo arrogante, che non capiva niente, che era… E penso che Macron sia in qualche modo esposto alla stessa sorte, sì”.

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Il video del momento in cui un drone iraniano colpisce l’aeroporto di Kuwait City: l’impatto è devastante

4 June 2026 at 16:43

Le immagini delle telecamere di sorveglianza, diffuse dalla Direzione generale dell’aviazione civile del Kuwait, mostrano il momento in cui un drone iraniano si abbatte sul terminal 1 dell’aeroporto internazionale del Kuwait.

Nell’attacco, avvenuto mercoledì, è morta una persona e altre sessanta sono rimaste ferite. Ingenti i danni provocati allo scalo, temporaneamente chiuso.

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Israele, ok ai bonus fiscali per i coloni: tra i beneficiari il ministro dell’ultradestra Bezalel Smotrich

4 June 2026 at 15:41

Un conflitto di interessi che parte dagli insediamenti illegali e arriva ai vertici del governo di Benjamin Netanyahu. Il parlamento israeliano ha approvato una legge che estende significative agevolazioni fiscali a 58 insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il provvedimento è passato con 32 voti a favore e 23 contrari, al termine di una sessione che ha scatenato un durissimo scontro politico in Israele, legandosi a dinamiche di bilancio e alle imminenti scadenze elettorali. In particolare a quelle del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

La nuova legge modifica l’Ordinanza sull’Imposta sui Redditi introducendo una nuova area geografica denominata “linea di confronto orientale“. Questa si aggiunge alle linee di confronto già esistenti nello Stato di Israele: quella nord (al confine con il Libano) e quella sud (al confine con la Striscia di Gaza). La nuova “linea orientale” risponde a criteri specifici basati sulla vulnerabilità logistica e socio-economica. Il primo è quello della fascia socio-economica e include insediamenti con indici di ricchezza relativamente bassi. In base al criterio geografico le comunità devono trovarsi a più di 2 chilometri a est della Linea Verde. L’area è considerata ad alto rischio e per la prima volta viene introdotto un “criterio di minaccia alla sicurezza” (livelli da 2 a 5 stabiliti dal ministero della Difesa) per i territori della Cisgiordania. Il testo cita esplicitamente il fatto che gli alunni di queste zone debbano viaggiare su autobus blindati per andare a scuola. C’è poi da considerare l’impatto economico per i residenti: l’agevolazione consiste in uno sconto del 7% sull’imposta sul reddito, che si traduce in un risparmio economico fino a 10.000 shekel (circa 3.000 euro) a persona all’anno.

La legge è stata promossa dal deputato Zvi Sukkot del partito di estrema destra ‘Sionismo Religioso’, guidato dal ministro delle Finanze Smotrich. Il provvedimento ha sollevato immediate accuse di conflitto di interessi: tra i 58 insediamenti che beneficeranno della misura rientra infatti anche Kedumim, la comunità in cui risiede lo stesso Smotrich, il quale trarrà così un vantaggio finanziario personale diretto dalla legge. I partiti d’opposizione hanno denunciato l’operazione come un tentativo palese di canalizzare risorse statali per finanziare la propria base elettorale in vista delle prossime elezioni nazionali (fissate tra settembre e ottobre), dove il partito oscilla pericolosamente vicino alla soglia di sbarramento del 4%.

L’aspetto più controverso riguarda però il legame temporale con la crisi al confine settentrionale. I deputati dell’opposizione e i leader locali hanno accusato Smotrich di aver utilizzato i residenti del Nord come “ostaggi politici“. Il ministro delle Finanze avrebbe infatti ritardato lo sblocco di un pacchetto di aiuti d’emergenza da 5 miliardi di shekel (destinato alla riabilitazione delle comunità colpite dai bombardamenti di Hezbollah) fino a quando la coalizione di governo non avesse garantito l’approvazione dei bonus fiscali per la Cisgiordania.

Durante le trattative in Commissione Finanze, si era cercato un compromesso: il presidente Hanoch Milibetzky aveva proposto di estendere le agevolazioni a tutte le comunità settentrionali fino a 9 chilometri dal confine libanese. Tuttavia, Smotrich ha posto il veto per non diluire i fondi, e l’intervento del premier Netanyahu ha blindato la versione originaria, escludendo la fascia più ampia del Nord e provocando la furia dei sindaci dell’area colpita dal conflitto.

Anche i funzionari tecnici del ministero delle Finanze hanno espresso forte contrarietà di fronte a evidenti paradossi logici generati dalla nuova mappatura. Gli esperti hanno fatto notare come, per effetto di questa legge, un insediamento situato a pochi chilometri dalla Linea Verde in Cisgiordania riceverà una forte esenzione fiscale, mentre una comunità gemella situata sulla stessa identica linea logistica, ma dentro i confini ufficiali e riconosciuti dello Stato di Israele, rimarrà completamente esclusa dal beneficio.

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Cede il carrello di un Boeing 787 Dreamliner di Lufthansa: il momento del crollo. Feriti membri dell’equipaggio

4 June 2026 at 15:36

Incidente senza passeggeri a bordo per un aereo Lufthansa all’aeroporto di Francoforte, dove il carrello anteriore di un Boeing 787-9 Dreamliner ha ceduto mentre il velivolo si trovava fermo al gate. Le immagini diffuse sui social media mostrano il muso dell’aereo abbassarsi improvvisamente fino a toccare il suolo, lasciando il velivolo inclinato in prossimità dell’area di imbarco. Il gestore aeroportuale Fraport ha confermato il “guasto” che ha coinvolto un aereo della compagnia tedesca. Secondo quanto riportato, al momento dell’incidente non erano presenti passeggeri a bordo. Lufthansa ha fatto sapere di aver attivato un’unità di crisi per chiarire le cause dell’accaduto. L’aereo coinvolto è un Boeing 787-9 consegnato alla compagnia solo all’inizio dell’anno. Le immagini mostrano danni visibili al Dreamliner, identificato con la sigla D-ABPQ. A seguito dell’incidente è stato cancellato il volo LH450 diretto a Los Angeles previsto per oggi.

“Il carrello di atterraggio anteriore dell’aereo si è ripiegato inaspettatamente mentre era parcheggiato”, ha dichiarato un portavoce di Lufthansa alla Dpa. Al momento dell’incidente, a bordo si trovavano membri dell’equipaggio e personale di terra, ha aggiunto il portavoce. “Diversi dipendenti sono rimasti feriti e stanno ricevendo cure mediche”. Le foto mostrano il Boeing, che prende il nome dalla città tedesca di Herne, adagiato sul piazzale del terminal con il carrello di atterraggio ripiegato. Il velivolo stato costruito nel 2025 ed è entrato in servizio solo nel febbraio 2026. Il Boeing può ospitare fino a 440 passeggeri in tre classi e ha un’autonomia di circa 15.000 chilometri. Secondo Bild, il carrello di atterraggio del 787 Dreamliner è prodotto da Safran Landing Systems. È composto da due unità principali del carrello di atterraggio, ciascuna con quattro ruote, e da un carrello anteriore a due ruote. Non è ancora chiaro se l’incidente sia stato causato da un errore umano o da un guasto tecnico.

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Libano, ucciso un altro Casco Blu di Unifil: era un sergente serbo di 39 anni. Israele: “E’ stato Hezbollah”

4 June 2026 at 11:47

Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver raggiunto un accordo sul rinnovo del cessate il fuoco, ma in Libano si continua a morire. A perdere la vita nelle ultime ore è stato un Casco Blu di Unifil, la missione Onu incaricata di far rispettare la Risoluzione 1701 approvata dal Consiglio di sicurezza nel 2006 per mettere fine alla guerra tra Israele e Hezbollah. Si chiamava Milovan Jovanovic, era serbo e avrebbe compiuto 37 anni fra qualche giorno. E’ stato ucciso da un colpo di mortaio che ieri sera ha colpito la sua posizione vicino Marjayoun, nel sud-est del paese. Altri due peacekeeper, uno originario della Spagna e l’altro di El Salvador, sono rimasti feriti.

“Il sergente Milovan Jovanovic era nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo. Lascia una moglie e due figli minorenni. Prestava servizio nelle Forze Armate Serbe dal 10 dicembre 2011 e nella missione di mantenimento della pace in Libano dal gennaio di quest’anno”, ha riferito il ministero della Difesa di Belgrado.

“L’Unifil ha avviato un’indagine per accertare le circostanze esatte che hanno portato a questo tragico incidente”, si legge in una nota della forza di interposizione Onu, che aggiunge la richiesta “alle autorità nazionali competenti di indagare sull’incidente, assicurare i responsabili alla giustizia e garantire la responsabilità penale”. “L’Unifil ha rilevato un numero sempre più elevato di traiettorie e impatti nel Libano meridionale. La violenza deve cessare”, si legge ancora. “Gli attacchi deliberati contro le forze di pace costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza e possono costituire crimini di guerra“, conclude Unifil.

L’esercito israeliano punta il dito contro Hezbollah. “Durante la notte, le Israel Defense Forces hanno individuato diversi lanci nella zona di Al-Qatrani, effettuati dall’organizzazione terroristica Hezbollah, che sono caduti all’interno di una postazione delle forze dell’Unifil nella zona di Dibbine, nel Libano meridionale – si legge in un comunicato -. A seguito dei lanci, un membro del personale delle Nazioni Unite è rimasto ucciso e altri due sono rimasti feriti”. “Un’analisi della traiettoria di lancio – si legge ancora – indica chiaramente che il fuoco è stato aperto dall’organizzazione terroristica Hezbollah”.

Nella serata di ieri Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver concordato il rinnovo del cessate il fuoco e l’istituzione di zone di sicurezza libanesi che invece escluderanno Hezbollah. L’annuncio è arrivato al termine del secondo giorno di colloqui tra gli ambasciatori dei due Paesi ospitati dal Dipartimento di Stato americano. Il presidente libanese Joseph Aoun, in un incontro con la stampa, ha affermato che l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Libano rappresenta “l’ultima opportunità”.

I negoziati tenutisi ieri a Washington, ha affermato, sono stati “molto difficili”, a un certo punto il capo della delegazione libanese, Simon Karam, aveva sospeso i colloqui che sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha aggiunto Aoun. “Attendiamo le risposte di tutte le parti interessate e le garanzie di conformità, e l’attuazione potrebbe iniziare entro 24 ore dall’approvazione definitiva”, ha affermato Aoun.

Dal 2 marzo 2026, giorno del coinvolgimento del Libano nel conflitto mediorientale, sono stati segnalati oltre 191 attacchi contro strutture sanitarie nel Paese che hanno causato la morte di 128 operatori sanitari e il ferimento di 351. Lo si legge del Rapporto dell’Oms sulla situazione relativa al conflitto in Medio Oriente secondo cui oltre 127.700 persone rimangono sfollate in 631 rifugi collettivi in tutto il Paese, con i casi di diarrea acuta che continuano ad aumentare, passando da 504 casi nella settimana 17 a 803 casi nella settimana 20, per un totale cumulativo di 2.777 casi. Dal 2 marzo in Libano ci sono stati 3.468 morti e 10.577 feriti. Continuano intanto i movimenti di popolazione libanese, con oltre 448.000 persone che, secondo le segnalazioni, hanno attraversato il confine con la Siria dal 2 marzo.

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Pina Picierno lascia il Pd ed entra nel Pde di Gozi: “Decisione sofferta, ma il partito di Schlein non è più inclusivo”

4 June 2026 at 08:54

Alla fine anche Pina Picierno ha deciso di lasciare il Pd. Dopo Arianna Madia ed Elisabetta Gualmini, anche la convinta “riformista” che i Dem hanno candidato al Parlamento europeo ha deciso di lasciare la casa Democratica per entrare nel Pde di Sandro Gozi. Troppi gli scontri a distanza con la segretaria Elly Schlein, troppa la distanza su temi diventati di prim’ordine come il conflitto in Medio Oriente. Così, la politica di Santa Maria Capua Vetere da oltre 120mila preferenze ha dato l’annuncio in un’intervista al Foglio: “Di dubbi ne ho avuti moltissimi, mi sono più che lacerata, ma credo che per rispetto della mia dignità politica e personale sia arrivato il momento di lasciare il Partito Democratico di Elly Schlein che è divenuto un posto diverso da quello che abbiamo fondato e perché ho sempre chiesto alla politica la forza e il coraggio di fare in coscienza le scelte più giuste. Ora tocca a me avere coraggio”.

Secondo l’eurodeputata, il partito avrebbe perso quella vocazione inclusiva che lo caratterizza dalle origini, nel tentativo di mettere insieme diverse realtà della sinistra, dagli ex Ds ai figli della Margherita. Con la nuova segreteria, sostiene, il partito sta escludendo alcune correnti: “Dopo gli anni della Margherita abbiamo provato a unire le migliori tradizioni democratiche del Paese, a conciliare la giustizia sociale con la libertà individuale, ad avvicinare e tenere insieme le aspirazioni socialiste e liberali. Questo era e sarebbe dovuto essere il Pd. Ma ha subìto uno snaturamento avvenuto per scivolamenti inesorabili, senza nemmeno una reale discussione, senza nemmeno il privilegio di poterne discutere in un congresso, come ho più volte chiesto. Il Pd che abbiamo voluto al Lingotto non esiste più ed è necessario prenderne atto, ma le ragioni per cui è nato esistono ancora. Resto democratica, non torno indietro”.

E chiude invocando “un riformismo coerente e popolare” e un “nuovo soggetto politico largo“: “Credo che ci sia bisogno di ridare dignità e prospettiva unitaria a milioni di elettori che in questi anni hanno progressivamente abbandonato il Partito Democratico scegliendo altre proposte a destra o a sinistra o rimanendo a casa. Questa diaspora va ricomposta fuori dalle alchimie di coalizione e dalla riduzione in tende e cespugli, di vecchie e nuove formule. Serve un riformismo coerente e popolare, in grado di entusiasmare e di far scattare quella scintilla, di costruire con fiducia il cambiamento. Credo che ci possa e ci debba essere un impegno comune per fare nascere, tenendo insieme le differenze e le storie, un nuovo soggetto politico largo che tenga insieme, che nasca per unire esperienze e personalità politiche diverse. Mi metto al servizio di questa idea e di questo progetto”.

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Studente di Gaza lascia la Striscia per andare a studiare a Tor Vergata: arrestato da Idf. “È di Hamas”

4 June 2026 at 08:34

Martedì stava per lasciare Gaza insieme con un gruppo di altri 17 giovani diretti a Roma, perché era riuscito ad entrare nella lista degli studenti palestinesi ammessi a percorsi di studio universitari in Italia. Ma al Valico di Kerem Shalom, Mahmoud Al Najjar è stato arrestato dall’Idf con l’accusa di essere un operativo della brigata nord di Hamas e di aver preso parte al massacro del 7 ottobre 2023. A rivelarlo su X la nuova portavoce dell’esercito israeliano, Ariella Mazor, in risposta ad un post del sito di notizie della Striscia Drop Site.

Secondo il racconto del giornalista Muthanna al-Najjar al media di Gaza, “Mahmoud, originario di Jabaliya, è stato arrestato martedì dopo aver finalmente ottenuto il permesso di lasciare la Striscia e recarsi all’Università di Tor Vergata a Roma, dopo mesi di sforzi per ottenere un permesso di uscita”. Drop Site riferisce pure che “Mahmoud ha pubblicato tre articoli di ricerca accademica” e che dopo l’arresto “è stato portato in un luogo sconosciuto e la sua famiglia non ha ricevuto alcuna informazione”. Inoltre, nel racconto del giornalista Muthanna, il presunto studente “é l’unico sopravvissuto della sua famiglia”, che sarebbe stata uccisa in un raid israeliano.

Se Mahmoud è riuscito davvero ad entrare nella lista di studenti in partenza per l’Italia, la presentazione deve essere stata preparata con molta efficacia. E a tradirlo al Valico di Kerem Shalom potrebbe essere stata la tecnologia israeliana che consente anche il riconoscimento facciale: pur essendo sfuggito per quasi tre anni alle ricerche dell’Idf, potrebbe essere stato tradito proprio dai tanti video che Hamas postò online dai kibbutz del sud di Israele durante il massacro. Ora le facce di quei 7mila che assaltarono Israele sono nella lista dell’unità speciale che dà la caccia ai miliziani del 7 ottobre. Intanto è arrivato a Roma il gruppo di studenti tra cui si sarebbe infiltrato Mahmoud e che hanno potuto lasciare Gaza nell’ambito dell’iniziativa promossa da Roma a sostegno degli studenti palestinesi. Dallo scorso autunno sono già arrivati in Italia da Gaza 229 universitari.

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Ucraina, Kiev attacca San Pietroburgo all’inizio della “Davos russa”. Mosca: “La punizione sarà inevitabile”

4 June 2026 at 07:30

Con i negoziati ormai in stallo da tempo, la guerra tra Russia e Ucraina va avanti a furia di attacchi sui civili e relative rappresaglie. Kiev ha rivendicato attacchi clamorosi con droni in territorio russo, in particolare a San Pietroburgo, in coincidenza con l’apertura del Forum internazionale economico (Spief), considerato una “Davos russa“, con una nutrita partecipazione straniera. Ma Mosca accusa le forze ucraine di avere ucciso almeno 12 civili in altri attacchi, di cui 8 su un pullman passeggeri che era in viaggio dalla capitale alla Crimea occupata. E la “punizione” per i colpevoli, ha avvertito il Cremlino, sarà “inevitabile”.

Una colonna di fumo nero si è levata di primo mattino all’orizzonte di San Pietroburgo, visibile agli ospiti – compresi occidentali – che cominciavano ad arrivare al Forum, dove giovedì e venerdì sarà presente anche il presidente Vladimir Putin. Secondo il suo omologo ucraino, Volodymyr Zelensky, i droni di Kiev hanno colpito “importanti obiettivi” nella metropoli baltica, situata a 1.100 chilometri dal confine. In particolare, un terminale petrolifero e bersagli “puramente militari a Kronstadt“. Secondo altre fonti ucraine, in questa storica base navale, situata sull’isola di Kotlin, davanti alla città, è stata colpita una corvetta militare. Decine di voli sono stati ritardati o cancellati nell’aeroporto Pulkovo di San Pietroburgo, proprio in coincidenza con l’arrivo di molti partecipanti al forum. Sempre secondo gli ucraini, altri droni si sono abbattuti su uno stabilimento a Tambov, specializzato nella produzione di sistemi di controllo per l’aviazione e la tecnologia missilistica.

“Credo che questi siano attacchi giusti, solo un giorno fa c’è stato un attacco massiccio, abbiamo risposto di conseguenza”, ha affermato Zelensky, ricordando i pesanti bombardamenti russi della notte tra lunedì e martedì con un bilancio complessivo, secondo le autorità ucraine, di oltre 20 morti e 120 feriti a Kiev e Dnipro. I russi avevano detto di avere attaccato obiettivi militari come rappresaglia a un bombardamento il 22 maggio su un dormitorio studentesco nella regione di Lugansk, da loro controllata, in cui erano stati uccisi 21 ragazzi e ragazze e 42 erano rimasti feriti. Ora le parti si sono invertite: gli ucraini affermano di avere colpito solo obiettivi militari in risposta agli attacchi delle forze di Mosca, mentre i russi li accusano di avere preso di mira i civili.

Secondo le autorità russe, un attacco di droni nella regione di Donetsk, anch’essa per la maggioranza occupata dalle forze di Mosca, ha colpito un pullman passeggeri diretto a Simferopoli, in Crimea, con un bilancio di 8 morti e 10 feriti. “Un altro crimine del regime di Kiev”, ha affermato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. “Bisogna punire chi è dietro a tali crimini, e la punizione, come ha detto il presidente, dovrebbe essere inevitabile”, ha aggiunto. Quindi, la Russia continuerà le sue rappresaglie “sistematiche“. E la stessa “operazione speciale militare prosegue proprio per evitare tali attacchi”, ha rincarato il portavoce di Putin, usando la definizione ufficiale per il conflitto.

Fonti russe hanno denunciato anche l’uccisione di due vigili del fuoco e il ferimento di due loro colleghi in un altro attacco di droni ucraini nella regione di Smolensk. Mentre nella parte della regione di Zaporizhzhia sotto il controllo delle forze di Mosca, il capo dell’amministrazione filorussa ha affermato che due civili sono morti quando l’auto su cui viaggiavano è stata colpita da un velivolo senza pilota delle forze di Kiev. Sull’altro fronte, le autorità locali ucraine hanno riferito di cinque morti in bombardamenti russi nella notte tra martedì e mercoledì e altri tre nella giornata di mercoledì nelle zone vicine al fronte.

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Flotilla, dieci attivisti ancora in carcere in Libia. Una delegazione alla Farnesina per chiedere maggiori pressioni: “Non abbiamo notizie”

4 June 2026 at 07:16

Sono detenuti a Bengasi, ormai da undici giorni, i dieci “negoziatori” del Global Sumud Land Convoy, la carovana di terra che cercava di portare case mobili e aiuti umanitari nella Striscia di Gaza durante la navigazione della Flotilla. Tra loro ci sono anche gli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone. La mattina del 3 giugno una delegazione della Flotilla si è presentata alla Farnesina, davanti al ministero degli Esteri, per chiedere il massimo impegno al governo italiano per la loro liberazione. “Da giorni non sappiamo più niente di loro, neppure delle loro condizioni, chiediamo maggiore pressione e chiarezza da parte del governo“, ha detto Tony Lapiccirella, membro del comitato direttivo internazionale della Global Sumud. È sceso a incontrarli Vincenzo Nigro, portavoce del ministro degli Esteri e vicepremier Antonio Tajani, per confermare che il governo sta facendo tutto il possibile. Il console d’Italia a Bengasi, Filippo Colombo, ha incontrato i due italiani detenuti diversi giorni fa e sembra abbia ottenuto condizioni di detenzione meno dure, docce e ricambi di vestiti. Ora ha chiesto di vederli di nuovo.

La situazione non è affatto semplice. I dieci sono stati catturati il 24 maggio scorso nei pressi di Sirte, cioè all’estremità occidentale del territorio della Libia Orientale (Cirenainca) controllato dal governo del generale Khalifa Haftar, non riconosciuto a livello internazionale ma in buoni rapporti con il vicino Egitto e in una certa misura con Russia e Turchia. All’accusa di ingresso illegale nel Paese rivolta agli arrestati si sarebbe aggiunta quella di manifestazione illegale, più grave, per quanto i dieci avessero superato i check point solo per provare a negoziare un passaggio sicuro verso l’Egitto, mentre gli altri aspettavano 10 chilometri più indietro. Oltre ai due italiani ci sono una spagnola, una polacca, una statunitense, un uruguaiano, due argentini, una portoghese e un tunisino. A quanto pare il giudice di Bengasi mercoledì 3 giugno ha deciso di prolungare la loro detenzione. Sempre in Cirenaica nel giugno scorso era stato bloccato Sumud Convoy diretto a Gaza, mentre in Egitto erano stati fermati gli attivisti europei e occidentali della Global March: la prima Global Sumud Flotilla, quella del settembre 2025, è nata proprio da quel fallimento.

Il primo troncone di questo nuovo convoglio di terra, composto da attivisti del Maghreb, era partito dalla Mauritania e a Tripoli si erano uniti i partecipanti europei, tra i quali 13 italiani. Lì su cinque pullman circa 200 persone si sono messe in viaggio verso est, tra loro anche medici e con aiuti umanitari vari, sette ambulanze e 5 o 6 camion contenenti case mobili destinati alla popolazione palestinese di Gaza. “Noi eravamo fermi al primo check point, controllato dalle autorità di Tripoli – raccontava Sara Suriano, un’attvista pugliese, ieri mattina davanti alla Farnesina – e loro il 24 maggio sono andati avanti per negoziare il passaggio, ma non sono mai tornati e la sera del 25 siamo stati allontanati dall’accampamento. Siamo tornati a Tripoli e il 26 siamo ripartiti per l’Italia. Volevamo restare, tornare a casa tutti insieme, ma il consolato ci ha detto che era meglio ripartire subito, anche perché il 26 scadevano i nostri visti”. Aggiunge Marco Contadini, ingegnere romano: “Avevamo proposto di lasciare gli aiuti lì, magari di far passare solo i medici e i tecnici o di affidarli alla Mezzaluna Rossa, ma non è stato possibile”.

Leonarda Alberizia detta Dina ha 67 anni, è un’educatrice in pensione, originaria di Foggia e molto conosciuta a Torino dove vive da tempo. Domenico Centrone detto Nico è di Molfetta (Bari), ha 33 anni e tiene un corso di cinematografia all’Università di Bari. Per la loro liberazione sono intervenuti in questi giorni il presidente della Regione Puglia Antonio Decaro, Legacoop Puglia e diversi esponenti del centrosinistra. “Dina ha dedicato trent’anni della sua vita ai bambini di Torino come educatrice ed è andata in quella terra di guerra disarmata, per portare aiuto, e oggi è in carcere in un territorio controllato dalle milizie di Haftar – ha detto ieri Chiara Appendino, deputata M5S ed ex sindaca del capoluogo piemontese -. Questa vicenda non può restare nel silenzio: chiedo al ministro Tajani di intervenire immediatamente, non con le parole di circostanza ma con un’azione diplomatica concreta e urgente per riportare Dina e i suoi compagni a casa. Una donna anziana, incensurata, che ha scelto la pace merita che le istituzioni italiane si battano per lei con la stessa determinazione con cui lei si è battuta per gli altri”.

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Received — 3 June 2026 Il Fatto Quotidiano

Stop ai pagamenti con Visa e Mastercard a Cuba, sospesi da sabato 6 giugno. La banca centrale de L’Avana: “Strategia di asfissia di Trump”

3 June 2026 at 20:31

A Cuba non si potrà più pagare con carte Visa e Mastercard. A partire da sabato 6 giugno, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, i due circuiti di pagamento non saranno più in uso. Lo comunica la Banca Centrale cubana, sottolineando che le sanzioni di Trump hanno spinto una banca estera a interrompere i rapporti con l’istituto finanziario statale Fincimex.

“Il 2 giugno abbiamo ricevuto una comunicazione dalla banca estera che gestisce le transazioni effettuate a Cuba con Visa e Mastercard, in cui ci veniva comunicata la sua decisione di interrompere i rapporti con Fincimex S.A.”, si legge in un comunicato in cui si definisce la decisione Usa come una “strategia di asfissia del presidente Donald Trump“. Fincimex è il braccio finanziario del conglomerato militare cubano Gaesa, recentemente sottoposto a sanzioni da parte di Washington. Nell’ultimo periodo le pressioni politiche di Washington su L’Avana sono aumentate sempre di più, insieme alle tensioni militari.

Una scia di sanzioni che ha portato negli ultimi giorni anche all’addio di alcune famose catene alberghiere che hanno deciso di lasciare l’isola. Melià ha infatti annunciato la fine delle attività in 15 hotel cubani e lo stesso aveva fatto Iberostar il 1° giugno in 12 strutture, cedendo quindi alle sanzioni Usa contro Gaesa, un conglomerato militare che controlla il turismo sull’isola.

Nella nota la Banca Centrale sottolinea che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera come i contanti, le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (di origine russa) e UnionPay (di origine cinese).

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Il fumo, le fiamme e le macerie: le immagini subito dopo l’attacco iraniano all’aeroporto del Kuwait

3 June 2026 at 14:55

Le immagini delle conseguenze dell’attacco iraniano di questa mattina all’aeroporto internazionale del Kuwait che ha causato un morto e 63 feriti, oltre che danni a infrastrutture vitali, secondo quanto riferito dalle autorità kuwaitiane. Il ministero della Salute del Paese ha aggiunto che sono stati eseguiti sette interventi chirurgici d’emergenza.

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Trump nomina Bill Pulte, esperto di mutui, a capo dell’intelligence Usa. Non ha nessuna qualifica per il ruolo

3 June 2026 at 14:29

Finora ha diretto l’agenzia federale che supervisiona i mutui immobiliari. Non ha alcuna esperienza nel settore dei servizi, né tanto meno in quello dello spionaggio o della sicurezza nazionale. Eppure Bill Pulte è stato nominato da Donald Trump capo dell’intera intelligence Usa, dopo l’addio di Tulsi Gabbard, costretta a fare un passo indietro dopo che nei mesi scorsi aveva smentito Trump sul programma nucleare dell’Iran. Anche se la motivazione ufficiale che la porterà a lasciare la guida della National Intelligence è una grave malattia del marito. La scelta di Pulte è l’ennesima decisione anti-sistema di Trump, da anni orientato su scelte provocatorie per suscitare choc e oltraggio da parte delle elite di Washington odiate dalla sua base elettorale. E l’ultima nomina appare come una nuova, classica mossa politica anti-sistema del tycoon.

La scelta di Pulte, un fedelissimo di Trump che per mesi ha invocato il licenziamento dell’allora presidente della Fed Jerome Powell e ha presentato i dossier su irregolarità nelle richieste di mutui da parte di nemici del presidente, è destinata a creare controversie ancora maggiore di quelle provocate Gabbard. Esponenti politici, di entrambi gli schieramenti, hanno espresso perplessità per il fatto che ad una persona senza nessuna qualifica nel settore sia stato affidato il cruciale incarico, creato dopo l’11 settembre, per il coordinamento di tutte le agenzie di intelligence e i briefing del presidente.

“Gli americani hanno ogni ragione di preoccuparsi di quello che sta succedendo quando la persona scelta per supervisionare tutto, dall’anti-terrorismo alle minacce straniere sulle elezioni, sia scelto per la sua disponibilità a far avanzare l’agenda politica del presidente piuttosto che per la sua esperienza”, ha dichiarato il senatore dem Mark Warner, vice presidente della commissione Intelligence. Susan Collins, senatrice repubblicana che in più occasioni ha assunto posizioni invise a Trump, ha ammesso di non sapere se il nuovo ‘spymaster’ abbia mai ottenuto una security clearance, l’autorizzazione che viene data, dopo approfonditi controlli, per accedere a materiale top secret.

In effetti, lo stesso statuto che ha creato l’Office of the Director of National Intelligence prescrive che il direttore abbia “una vasta esperienza nel settore della sicurezza nazionale”, cosa che manca completamente a Pulte, che ha alle spalle una carriera di successo nella finanza come ha ricordato Trump nel post con cui ha annunciato la nomina lodando la sua “profonda esperienza nel gestire le questioni più delicate in America, la sicurezza e la solidità dei mercati”. A parte le critiche e le perplessità dei senatori – che va ricordato, almeno al momento non potranno passare al vaglio la nomina di Pulte che è stato incaricato ad interim, una prassi a cui Trump ricorre spesso – con la nomina dell’esperto di finanze e mutui alla guida di un incarico di intelligence, di cui alcuni influencer Maga hanno chiesto l’abolizione, Trump intende mandare un chiaro messaggio alla sua base di estrema destra, ribadendo il suo ruolo di sovvertitore contro sistema e ‘deep state’.

“Pulte è un tipo che fa le cose e poi si rimette al lavoro”, è stato per esempio il commento dell’attivista di estrema destra Jack Posobiec ai microfoni del podcast di Steve Bannon, l’ex stratega della prima vittoria elettorale di Trump trasformatosi in un punto di riferimento del Maga, movimento che pone al centro della sua ideologia la convinzione che quelli che loro definiscono burocrati e elite, vale a dire i funzionari qualificati, vanno contro gli interessi degli americani e hanno fatto fallire le precedenti presidenze repubblicane. Un messaggio che JD Vance, il vice presidente che considera Maga e estrema destra come base fondamentale per la sua corsa per la Casa Bianca nel 2028, ha ribadito in un post su X con cui ha lodato Pulte per aver ricordato che “i burocrati della comunità di intelligence devono rispondere alla leadership eletta (e non il contrario)”.

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Il Pentagono assume un condannato per l’assalto al Campidoglio nel 2021. “Professionista qualificato e patriottico”

3 June 2026 at 13:50

Nel 2021 aveva 19 anni. Aveva assaltato il Campidoglio ed era stato condannato. Cinque anni dopo è stato assunto dal Pentagono nell’ufficio che si occupa di operazioni militari classificate e controterrorismo. L’ingresso al ministero della Difesa Usa di Elias Irizarry, scrive il Washington Post, ha suscitato preoccupazione tra alcuni funzionari del Dipartimento della Difesa, che ritengono inopportuno affidare un ruolo sensibile a una persona con precedenti legati all’assalto alle istituzioni statunitensi. Irizarry, che all’epoca dei fatti si era dichiarato colpevole di ingresso non autorizzato in un’area riservata, lavora nella sezione dedicata alla guerra irregolare e al controterrorismo, un’unità che si occupa anche di sicurezza delle ambasciate, recupero del personale e operazioni di salvataggio di ostaggi. Secondo fonti del Pentagono, tutte le posizioni richiedono autorizzazioni di sicurezza di livello top secret, mentre il portavoce Joel Valdez ha definito il giovane “un professionista qualificato e patriottico”.

Al momento dell’assalto al Campidoglio, Irizarry era una matricola al The Citadel, un’accademia militare pubblica della Carolina del Sud, e prestava servizio come cadetto nella Civil Air Patrol. Dopo essersi recato a Washington con altri due uomini, si era unito alla folla di sostenitori di Donald Trump che aveva forzato le linee di polizia e fatto irruzione nell’edificio mentre il Congresso certificava la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020. Secondo i pubblici ministeri, era entrato attraverso una finestra rotta brandendo un’asta di metallo, senza però colpire nessuno. Irizarry si è successivamente pentito pubblicamente del proprio coinvolgimento, per cui era stato condannato a 14 giorni di carcere. Nel 2023 è stato riammesso al The Citadel, dove si è laureato nel 2024. Durante l’udienza di condanna aveva dichiarato: “Mi vergogno, perché farò sempre parte di questo scempio. Il 6 gennaio ha rappresentato qualcosa di veramente orribile: è stato il più grave attacco alla nostra democrazia dai tempi della Guerra civile”.

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L’ambasciatore israeliano contro Tajani: “Parla dei libanesi, ma ignora il nostro popolo. Crea scontro tra noi e il governo”

3 June 2026 at 12:32

“Ho avuto alcune divergenze con il ministro degli Esteri italiano, perché le sue dichiarazioni includono sempre la sofferenza del popolo libanese, e non c’è dubbio che il popolo libanese stia soffrendo, ma non c’è l’equivalenza nel riportare anche la sofferenza delle comunità israeliane, che noi invece cerchiamo sempre di sottolineare. E questo è un motivo di scontro con il ministro degli Esteri, e motivo di attrito che abbiamo con il governo italiano”. Conversando con i giornalisti sulla situazione in Libano, l’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled lancia un’accusa durissima nei confronti di Antonio Tajani, che nei giorni scorsi ha condannato Tel Aviv per la nuova offensiva contro il Paese confinante. “Il governo italiano non può risolvere da solo la pace nel mondo. Sono soprattutto gli Stati Uniti che devono fermare Israele, noi continuiamo a fare la nostra”, ha detto da ultimo il vicepremier e leader di Forza Italia, a margine delle celebrazioni del 2 giugno.

Già dalla settimana scorsa, però, Tajani aveva stigmatizzato i raid dello Stato ebraico, pur stando sempre attento a condannare allo stesso tempo anche le offensive dei miliziani sciiti libanesi di Hezbollah: “Bisogna disarmare Hezbollah e costruire uno stato libanese libero dai diktat fondamentalisti. Ma nello stesso tempo Israele deve comprendere che non si può andare a bombardare dove ci sono popolazioni civili“, aveva detto. E ancora: “Io credo che in Libano si debba evitare un’escalation. Hezbollah non può continuare a bombardare il nord di Israele e Israele deve affidarsi di più alle Nazioni Unite all’Unifil per cercare di disarmare Hezbollah. Noi chiediamo che si fermi questa escalation, lo chiediamo a Israele e naturalmente condanniamo tutte le azioni di Hezbollah contro Israele”. Un cerchiobottismo che evidentemente non ha soddisfatto la diplomazia di Tel Aviv.

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Russia-Ucraina, raid con i droni: Kiev colpisce terminal petrolifero a San Pietroburgo e un bus, Mosca punta Kherson e Kharkiv

3 June 2026 at 08:30

Attacchi reciproci con i droni tra Russia e Ucraina, nella note e in mattinata, con morti e feriti. La Russia ha colpito la regione di Kherson e Kharkiv, con un bilancio di 1 morto e 17 feriti, ha denunciato Kiev. Le truppe di Zelensky invece hanno mirato in profondità nei territori di Mosca, ma anche nell’area limitrofa del Donetsk. Velivoli radiocomandati hanno provocato fiamme nell’area di San Pietroburgo, incluso l’impianto petrolifero situato sul porto cittadino, con Zelensky a celebrare il successo del raid. Il governatore Drozdenko ha riferito di 50 droni nella regione, ma al momento non si conoscono i danni neppure sull’infrastruttura energetica. L’attacco è coinciso con l’inizio del Forum economico internazionale che si svolge ogni anno a San Pietroburgo – la cosiddetta Davos russa – una conferenza annuale di leader aziendali e funzionari governativi promossa dal presidente Vladimir Putin.

Zelensky: “Per la pace serve il piano ucraino di sanzioni a lungo raggio”. Rutte a Kiev

Zelensky su Telegram ha esultato per il successo dell’operazione nei confini della Federazione, su obiettivi di guerra: “Questa notte sono stati colpiti obiettivi importanti sul territorio della Russia, tra questi, il terminale petrolifero di San Pietroburgo – ha scritto il presidente ucraino – Dalla nostra frontiera statale ucraina a questo obiettivo dell’industria petrolifera russa, che lavora per la guerra, ci sono circa 1.100 chilometri. Sono stati raggiunti anche obiettivi puramente militari nella base di Kronstadt”. “Un altro obiettivo – ha aggiunto Zelensky – è un’impresa nella regione di Tambov, coinvolta nella produzione di armi russe. La distanza dalla linea del fronte è di quasi 600 chilometri. Grazie ai nostri soldati per la loro precisione. Il piano ucraino di sanzioni a lungo raggio viene eseguito esattamente come necessario per avvicinare la pace. Gloria all’Ucraina!”.

Il segretario generale della Nato, Mark Rutte, è arrivato a Kiev per una visita a sorpresa in seguito ai numerosi e massicci raid aerei russi che hanno colpito la capitale. Lo ha annunciato la compagnia ferroviaria ucraina Ukrzaliznytsia sui social media (in un post poi rimosso) sottolineando il “gesto di solidarietà e sostegno da parte dell’Alleanza verso il nostro Paese”. Previsto un incontro con il presidente Volodymyr Zelensky, che negli ultimi mesi ha moltiplicato gli appelli agli alleati affinché rafforzino il sostegno alla difesa aerea dell’Ucraina .

L’Ucraina colpisce un bus nel Donetsk: 7 morti e 11 feriti

Un drone ucraino ha colpito un bus in una parte del Donetsk occupata dai russi, provocando 7 morti e 11 feriti. È quanto ha riferito su Telegram il governatore della regione scelto dal Cremlino, Denis Pushilin. Il bus, secondo quanto riferito, viaggiava versi la Crimea in mano ai russi. “I fascisti ucraini hanno commesso un altro atto di aggressione disumana e senza precedenti nelle prime ore di questa mattina. Un drone da combattimento ha attaccato un autobus sulla tratta Mosca-Sinferopoli a Yenakiyevo”, ha riferito Pushilin, secondo quanto riporta l’agenzia di stampa russa Tass, aggiungendo che altre 11 persone hanno riportato ferite di varia gravità.

Droni su San Pietroburgo, a 1.100 chilometri dal confine

Nel frattempo, canali Telegram russi e i principali media ucraini riportano un “attacco di decine di droni” a San Pietroburgo, condotto stamattina in Russia. Colpito anche il terminal petrolifero del Grande Porto cittadino sul Golfo di Finlandia. Si tratta di uno dei più grandi impianti di stoccaggio ed esportazione di carburante della Russia. Riceve e spedisce prodotti petroliferi via fiume, ferrovia e su strada, e vanta un volume di movimentazione stimato di 12,5 milioni di tonnellate all’anno. Fumo nero è stato osservato sopra l’infrastruttura, mentre i residenti segnalavano con foto e video esplosioni in città e incendi in altri luoghi. San Pietroburgo si trova a circa 1.100 chilometri dal confine ucraino.

Il governatore dell’oblast di Leningrado, Aleksandr Drozdenko, ha riferito che stamattina sono stati abbattuti 50 droni nella regione, ma non ha commentato gli incendi al porto, la cui entità non è ancora stata definita. A causa dell’attacco, i voli all’aeroporto Pulkovo di San Pietroburgo hanno subito interruzioni: quasi 30 hanno subito ritardi superiori alle due ore e altri nove sono stati dirottati verso altri aeroporti, secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa statale russa Tass.

Velivoli russi su Kherson e Kharkiv

Una donna di 86 anni è stata uccisa e altre sei persone sono rimaste ferite in un attacco notturno con un drone russo contro un palazzo residenziale a Kherson. Lo ha riferito la Procura dell’Oblast. “Secondo le indagini, ieri sera l’esercito russo ha attaccato un edificio a più piani” nella località. Tre residenti locali sono rimasti feriti in modo più o meno grave e ad altre tre persone è stata diagnosticata un’intossazione da monossido di carbonio”, ha riferito il servizio stampa della Regione. Nelle ultime 24 ore, le forze armate russe hanno colpito anche Kharkiv e 19 insediamenti nella regione, ferendo 11 persone, ha dichiarato su Telegram il capo dell’amministrazione militare regionale, Oleg Synegubov.

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Received — 2 June 2026 Il Fatto Quotidiano

“Non respiro”: il 18enne Henry Nowak muore in custodia della polizia, ma era vittima di un accoltellamento. Virale l’hashtag #WhiteLivesMatter

2 June 2026 at 14:11

“Non respiro, non respiro”. È il 3 dicembre 2025, sono passati cinque anni e mezzo dall’omicidio di George Floyd a Minneapolis, l’afroamericano morto soffocato sotto il ginocchio di un agente di polizia che lo aveva immobilizzato a terra. Fu il caso che scatenò proteste di piazza in tutto il mondo sotto lo slogan Black Lives Matter. Poco meno di sei anni dopo, queste sono state le ultime parole di un’altra vittima, il giovanissimo Henry Nowak, appena 18enne. Lui, però, non è americano. E soprattutto non è nero. È morto mentre la polizia lo aveva ammanettato a terra dopo aver ricevuto delle coltellate dal 23enne sikh fanatico delle armi, Vikcrum Digwa. Così la destra (e non solo) britannica (e non solo) ha iniziato a diffondere le immagini della morte di Nowak. E l’hashtag che su X diventa virale è #WhiteLivesMatter.

In Inghilterra le varie realtà di destra, dall’estremista razzista Tommy Robinson fino al leader di Reform Uk, Nigel Farage, hanno subito cavalcato l’episodio e parlano di “razzismo al contrario“. E a dare loro una mano a diffondere il messaggio ci ha pensato anche Elon Musk che dal suo profilo X ha rilanciato i vari messaggi di proteste per ciò che è successo a Southampton.

La ricostruzione della morte di Nowak ha dell’incredibile e ha già scatenato un putiferio in Gran Bretagna sia riguardo all’operato della polizia sia sulla gestione dell’immigrazione. Il fatto risale al dicembre scorso. Il giovane stava tornando a casa nella città meridionale dell’Inghilterra dopo una serata con gli amici. Sulla sua strada, però, incontra Digwa che lo accoltella senza apparente motivo per cinque volte con una lama lunga 21 centimetri. A chiamare la polizia, però, è proprio Digwa. Non perché si sia reso conto della gravità del suo gesto, bensì per cercare una via d’uscita: agli agenti, con la complicità del fratello e di un amico, racconta di essere stato vittima di “un razzista che voleva farci del male, ci siamo dovuti difendere”. Gli agenti arrivano e credono al suo racconto, tanto che si gettano su Nowak, a terra in una pozza di sangue e ormai in fin di vita. Quando il 18enne dice loro, con la voce ormai bassissima, di essere stato accoltellato, uno dei poliziotti replica: “Non credo proprio” e inizia a leggergli i suoi diritti. Solo dopo qualche minuto una poliziotta si accorge che il 18enne stava raccontando la verità e chiama un’ambulanza. Ma è troppo tardi, come rivela oggi un video finalmente pubblicato dalla Hampshire & Isle of Wight Constabulary e registrato dalle bodycam degli agenti. Le ultime parole di Nowak saranno “non respiro“. E mentre i poliziotti sono intenti a immobilizzare quella che è in realtà la vittima di un accoltellamento, la madre di Digwa, oggi condannato a 21 anni di carcere, arriva sul posto, prende l’arma del delitto e la fa sparire.

Una storia talmente assurda e piena di colpe, non solo di chi ha commesso l’agguato ma anche del corpo di polizia, da rappresentare il gancio perfetto per tutti quei movimenti che sostengono la tesi del “razzismo al contrario”, con gli stranieri che sarebbero più tutelati dei “bianchi”. Così a personaggi come Tommy Robinson ed Elon Musk, impegnati a rendere virale l’hashtag #WhiteLivesMatter, si accoda anche Farage che al caso dedica un video sui suoi canali social: “Queste sono le immagini di discriminazione più sconvolgenti che vedrete mai – dice – Un ragazzo bianco ammanettato da agenti di polizia più preoccupati da un’accusa di razzismo che da un omicidio. Questo deve rappresentare un punto di svolta. Anche le vite dei bianchi contano”, ha detto. E poi usa le ultime parole di Nowak proprio per fare un paragone col caso Floyd: “Parole tristemente familiari – continua – Ricordate George Floyd, un pregiudicato di lungo corso, morto in circostanze terribili nel Midwest degli Stati Uniti alcuni anni fa? Ricordate la reazione a quell’evento e il modo in cui si comportò la polizia? Nel giro di pochi giorni Keir Starmer si inginocchiava in segno di solidarietà. Il movimento Black Lives Matter esplose in tutto il Paese. La statua di Churchill venne imbrattata, il Cenotaph a Londra vandalizzato. Eppure, quale è stata la reazione pubblica dei nostri leader politici e dei media? Assoluto silenzio. Viviamo in una cultura dal doppio standard, in cui i diritti e gli interessi dei bianchi contano meno di quelli delle minoranze etniche”.

Il clima ha costretto anche il premier Keir Starmer a intervenire: “Si tratta di un caso terribile e sconvolgente. I familiari di Henry hanno dovuto affrontare il trauma di un lungo processo e sopportare che l’assassino inventasse accuse vergognose nei confronti di loro figlio, un ragazzo riflessivo, gentile e profondamente amato. Dobbiamo interrompere questa spirale di tragedie affrontando l’orrore della criminalità legata ai coltelli”.

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