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Ben-Gvir indagato, la replica del ministro israeliano: “Non mi faccio intimorire. Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte”

Risponde dicendosi tranquillo e offendendo l’Italia, definita “non più il Paese dello stivale ma delle ciabatte”. Il ministro israeliano per la Sicurezza Nazionale, Itamar Ben-Gvir, risponde dopo la pubblicazione dell’indagine a suo carico condotta dalla Procura di Roma dopo la diffusione dei video che lo vedono umiliare i membri della Flotilla fermati in acque internazionali nel tentativo di raggiungere Gaza. “Israele non è un sacco da boxe per una banda di sostenitori del terrorismo che inventano calunnie e menzogne contro i nostri combattenti”, ha affermato il ministro estremista in una nota.

Ben-Gvir ha dichiarato di non essere “intimorito da questo tipo di indagini” e ha assicurato che continuerà a sostenere pubblicamente le forze di sicurezza israeliane: “Continuerò a stare con orgoglio al fianco dei nostri combattenti”, ha precisato. E ha poi rilanciato passando all’attacco dell’Italia sul suo profilo X: “Il Paese dello Stivale è diventato il Paese delle ciabatte“, ha scritto.

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Incendio e blackout in Giamaica dopo l’arrivo di Nimitz, la portaerei Usa: nave scuola o minaccia a Cuba?

Il 5 giugno alle ore 21, la rete elettrica giamaicana, già devastata dal micidiale uragano Melissa di ottobre 2025, collassa misteriosamente, gettando l’isola in un blackout totale che dura quasi 12 ore, con un ripristino del servizio a fasi progressive (prima hotel e quartieri benestanti, ovvio) che impegna centinaia di tecnici tutta la notte fino a mattino inoltrato.

Il ministro dell’Energia Daryl Vaz del governo JLP (Jamaica Labour Party) di Andrew Holness si scaglia furibondo contro la JPS, la compagnia elettrica a capitale privato che opera in Giamaica in regime di monopolio. “Imbarazzante” e “inaccettabile” i termini usati per definire il servizio di una società già oggetto di feroci critiche per i costi altissimi pagati dagli utenti e l’inettitudine della dirigenza. I social network si intasano di post, incentrati sulla possibilità di un attacco malware (malicious software) alla centrale elettrica. Il malware è un programma informatico che comprende virus e trojan, più volte utilizzato per provocare blackout in Ucraina prima e durante la guerra con la Russia.

Dopo la riunione con la JPS, il ministro smentisce tali voci, attribuendo la causa a una serie di fulmini che avrebbero colpito la centrale provocando un effetto a catena. Restano le perplessità sul fatto che neanche Melissa, uragano forza 5, fosse riuscito a spegnere tutte le luci dell’isola istantaneamente.

Un’ora prima, un incendio di natura non accertata aveva devastato il quartier generale della JDF (l’esercito giamaicano) nella capitale. Questi strani eventi sono successi dopo l’arrivo al porto di Kingston lunedì scorso della portaerei americana Nimitz, scortata da tre incrociatori, rimasti al largo mentre la nave da guerra attraccava. L’arrivo della Nimitz è stato presentato dal governo di Holness come un evento pacifico per celebrare 250 anni di relazioni bilaterali USA-Giamaica, dalla dichiarazione d’indipendenza del 1776.

Nave scuola o minaccia a Cuba?

Gli studenti sono saliti sul colosso bellico a propulsione nucleare, che può trasportare fino a 90 caccia F/A-18E/F Super Hornet. Il partito di Holness, JLP, ha una storia di mezzo secolo almeno nella partnership politica con i repubblicani Usa. Edward Seaga, suo fondatore, era pappa e ciccia prima con Reagan poi con Bush padre, appoggiando militarmente il primo nell’invasione della piccola isola di Grenada, astenendosi però quando Bush replicò con Panama.

Due fattori stridono decisamente con l’atmosfera idilliaca dal sapore di propaganda che Holness ha costruito per questo evento:

1. La presenza di 4000 soldati sbarcati dalla portaerei, che non è facile immaginare in procinto di “imbiancare scuole” come ha fatto ironicamente notare Byron Blake, un ex diplomatico di Caricom, la Comunità Caraibica per il Libero Scambio: “Il fatto che, in un momento storico in cui la tensione tra Cuba e Stati Uniti è al top, si scelga di mettere una nave di questa portata bellica proprio davanti alle coste cubane suona come un atto di intimidazione e una prova di forza di cui la Giamaica diventa inevitabilmente complice”.

2. È quindi sospetta la tempistica di organizzare questa visita proprio quando Trump e Rubio progettano di sferrare il colpo di grazia a Cuba, il nemico storico ormai messo in ginocchio dal blocco navale che impedisce l’arrivo di carburante, alimenti e medicine, con il Venezuela ridotto a Stato succube, dopo il sequestro di Maduro e il suo petrolio interdetto all’isola un tempo alleata.

Cuba, che soffre anche della fuga dei capitali stranieri – primi fra tutti la rinuncia delle catene spagnole di alberghi come Melia e Iberostar che stanno abbandonando l’Avana – è a 20 minuti di aereo da Kingston a Santiago. Anche Visa e Mastercard hanno interrotto il servizio di pagamento ai turisti che soggiornano a Cuba.

E non è un caso che le prime critiche all’opportunità di tale spiegamento di forze dirimpetto all’isola nel contesto attuale siano venute dal partito rivale PNP (People National Party) il cui storico leader, Michael Manley, fu alleato di Cuba a lungo, osteggiato dagli Stati Uniti che soffiarono sul fuoco, favorendo il conflitto civile tra i due partiti. Un migliaio di persone furono uccise durante le elezioni del 1980. Anche Bob Marley, che appoggiava Manley, fu ferito in un attentato.

Raul Castro il prossimo?

Un’altra coincidenza temporale sospetta è che la nave sia arrivata in Giamaica proprio nel momento in cui la chiacchierata trattativa tra gli Usa e il nipote di Raul Castro – Raul Guillermo Castro, detto El Cangrejo per via di una mano deformata – sembra destinata al naufragio, dopo l’incriminazione del nonno da parte del Procuratore Distrettuale Usa Todd Blanche, per l’abbattimento nel 1996 di due aerei civili appartenenti all’organizzazione anticastrista di Miami Brothers to the Rescue che avevano violato lo spazio aereo cubano. In quella circostanza morirono 4 persone, tra cui 3 cittadini americani.

Una mossa strumentale da parte di Trump, probabilmente sollecitata dal Segretario di Stato Marco Rubio per sabotare ogni margine di trattativa con l’arcinemico cubano, e fornire un eventuale pretesto per un’invasione nell’isola ai fini di arrestare il 94enne fratello di Fidel, sulla falsariga di ciò che è stato fatto con Maduro.

Ma potrebbe essere solo una minaccia per intimorire l’élite castrista, puntando al suo simbolo storico, e se questa ipotesi fosse veritiera, la presenza della Nimitz nel porto di Kingston coinciderebbe con tale minaccia. Speculations ovviamente, prive di riscontro al momento.

La portaerei ha lasciato Kingston il 5 giugno, proprio lo stesso giorno del blackout notturno in Giamaica. Il governo di Holness ha respinto ogni ipotesi di “stress test” di un cyber attack sulle postazioni JPS con effetto collaterale l’incendio della caserma, e soprattutto che la presenza della nave Usa servisse a intimidire il governo cubano, accusando social e opposizione di complottismo.

Tuttavia rimangono le inconsistenze della versione ufficiale: l’oscuramento totale di una nazione provocato da un temporale, e una nave da guerra armata fino ai denti che si scomoda per un viaggio così costoso solo a scopo didattico. Della serie, negare per non spiegare.

© F.Bacchetta

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L’Ue avverte l’Albania sul progetto del maxi-resort di Kushner: “Preoccupante, astenetevi da azioni che impatterebbero sulla vostra adesione”

Gli affari dei Trump in Albania diventano motivo di scontro a distanza tra l’amministrazione americana e la Commissione europea. Il campo di battaglia è la piccola isola di Sazan, di fronte alle coste di Valona, dove il genero del tycoon, Jared Kushner, vuole costruire un mega-resort, con la popolazione albanese che da giorni scende in piazza a Tirana per protestare contro il progetto e chiedere al governo di fermarlo. Così, anche da Palazzo Berlaymont è stata espressa “preoccupazione“. Con un avvertimento esplicito al governo albanese: “Astenersi da azioni” che potrebbero avere un impatto sul percorso di adesione all’Ue.

Un tema sensibilissimo per Tirana quello tirato in ballo dalle istituzioni europee. L’Albania, così come il Montenegro e altri Paesi dei Balcani occidentali, sta cercando di completare le ultime fasi del processo di integrazione europeo che le permetterà di diventare uno Stato membro entro il 2028, come nei progetti di Bruxelles. Un passo falso del genere rischia, se non di compromettere, di ritardare gli ultimi step di un processo che dura da diversi anni. “Abbiamo già espresso al ministro dell’Ambiente le nostre preoccupazioni in merito alle potenziali carenze di questo progetto”, ha dichiarato un portavoce della Commissione, sottolineando l’impegno di Tirana a sospendere i lavori e a condurre “una valutazione di impatto ambientale completa per il progetto, in consultazione con la società civile”. Bruxelles ricorda anche che “il progetto è anche oggetto di indagini da parte della Spak (la procura speciale anti-corruzione, ndr) che, secondo quanto riferito, vanno oltre le preoccupazioni ambientali. Le nostre preoccupazioni non sono nuove. Come già affermato nella nostra ultima relazione sull’allargamento, la ripetuta proroga della legge sugli investimenti strategici continua a sollevare preoccupazioni circa i possibili impatti ambientali, in particolare nelle aree protette”.

L’esecutivo di Edi Rama, quindi, si trova di fronte a un bivio: garantire alla potente famiglia Trump di investire 4 miliardi di dollari nell’ennesima “riviera” fuori dai confini statunitensi o rimanere fedele ai dettami imposti dall’Ue. Il portavoce ha ribadito che Tirana è tenuta ad “allinearsi pienamente alla legislazione dell’Ue nel settore ambientale”, ad “abrogare le disposizioni incompatibili (promulgate tramite emendamenti alla legge sulle aree protette)”, a “porre fine alla legislazione del 2015 sugli investimenti strategici” e a “dimostrare la propria capacità di gestire i futuri siti Natura 2000, comprese le misure di conservazione che impediscono il deterioramento degli habitat e delle specie. L’Albania dovrebbe astenersi da azioni che potrebbero compromettere il raggiungimento dei parametri di riferimento per la chiusura del capitolo e ci si aspetta che le autorità albanesi agiscano senza indugio”.

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Nuovi raid israeliani nel Libano meridionale: colonne di fumo e macerie nella zona di Tiro

L’esercito israeliano hanno condotto nuovi raid aerei vicino alla città di Tiro, nel Libano meridionale. Alcuni video sui social mostrano le colonne di fumo e la distruzione nei centri di Al-Burj al-Shamali e Al-Maashouk, entrambi a est della città costiera di Tiro. I nuovi attacchi arrivano dopo il colloquio telefonico tra il presidente americano Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e dopo che l’Iran si è detto pronto a interrompere i raid contro Israele se le Idf avessero smesso di attaccare il Libano.

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Larry The Cat ruba la scena al vertice tra Zelensky, Merz, Starmer e Macron ed esce per primo da Downing Street – Video

Larry The Cat il gatto di Downing Street numero 10 ha rubato la scena al vertice tra Zelensky, Merz, Starmer e Macron a Londra. Il gatto è uscito addirittura prima dei leader europei, mostrandosi a fotografi e telecamere.

Nel corso del colloquio, Zelensky ha illustrato la situazione sul campo di battaglia, evidenziando le pesanti perdite subite dalle forze di Mosca, che da cinque mesi consecutivi registrerebbero oltre 30mila tra morti e feriti ogni trenta giorni, secondo quanto riferisce Volodymyr Zelensky su Telegram. Not for sale.

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Un bambino di sette mesi morto tra le braccia di sua madre. Giustizia per Sam!

Dopo anni di guerre, di bombardamenti, di massacri, di immagini che scorrono ogni sera nei telegiornali e sui nostri telefoni, temo che in molti di noi si sia insinuata una forma di assuefazione. È una parola terribile, ma credo sia quella giusta. Una sorta di anestesia morale, forse di autodifesa, che ci porta a registrare l’orrore senza più reagire come dovremmo.

Ogni giorno ascoltiamo notizie di morti, di bambini uccisi, di famiglie distrutte. Ogni giorno ci indigniamo per qualche secondo e poi passiamo oltre. Perché la ripetizione continua del dolore rischia di consumare la nostra capacità di provare dolore. Poi, però, accade qualcosa. Qualcosa si rompe dentro e fa male.

Qualche giorno fa ho visto un servizio del TG3 sulla morte di Sam, un bambino palestinese di appena sette mesi, ucciso da un colpo d’arma da fuoco mentre si trovava in auto con i suoi genitori in Cisgiordania. Il piccolo corpo avvolto in una bandiera. E lì qualcosa si è definitivamente spezzato. Da quel momento quell’immagine mi ritorna sempre nei pensieri.

Non ho visto un palestinese. Non ho visto un israeliano. Non ho visto una bandiera, una fazione o una ragione geopolitica. Ho visto un bambino di sette mesi morto tra le braccia di sua madre. In quel momento emerge qualcosa che va oltre la politica, oltre le appartenenze religiose, oltre gli schieramenti. Scava nel nostro più profondo senso di umanità, si insinua oltre le barriere dell’assuefazione e della distanza, fa male, sanguina. E ciò che ne scaturisce è la sete di giustizia che vien fuori, rossa, scarlatta e ci ricorda che noi siamo vivi. Ancora. Per questo ho sentito il bisogno di scrivere.

Non scrivo queste parole per alimentare l’odio verso qualcuno. Non mi interessa partecipare alla gara delle tifoserie che troppo spesso accompagna ogni conflitto. Non mi interessa stabilire da che parte stare. Non ho condanne sommarie da attribuire.

Mi interessa chiedere giustizia.

Se la morte di Sam è stata il risultato di un errore, come è stato riferito, allora quell’errore deve essere accertato. Se esistono responsabilità, devono essere individuate. E rivolgo questo appello a chiunque possa far sentire la sua voce, le organizzazioni internazionali, le associazioni che si occupano della tutela dell’infanzia, i governi, il governo italiano, ciascuno e tutti i cittadini d’Israele. Perché se un soldato, se quel soldato, ha sbagliato, egli deve risponderne davanti a una giustizia indipendente e imparziale. Potendosi legittimamente difendere. Perché la verità non può essere sacrificata alla guerra.

La richiesta di giustizia non è un atto contro qualcuno. È un atto a favore della nostra comune umanità. Perché quando un bambino muore in questo modo e nessuno sente il dovere di accertare fino in fondo cosa sia accaduto, perdiamo tutti qualcosa. Perdiamo un pezzo di quel patrimonio morale che ci distingue dalla barbarie. Le guerre producono inevitabilmente vittime innocenti. Le chiamano “vittime collaterali”, un’espressione fredda, burocratica, quasi tecnica. Ma dietro quelle parole ci sono volti, nomi, famiglie, vite spezzate. C’è Sam. Ci sono i bambini ucraini. Ci sono i bambini sudanesi. Ci sono i bambini di tutte le guerre. E ogni volta che uno di loro muore, il nostro primo dovere non è scegliere una bandiera. È non tacere. Per questo oggi voglio dirlo con semplicità: chiediamo giustizia per Sam. Non per trasformare la sua morte in uno slogan, ma perché nessun bambino dovrebbe morire nell’indifferenza e nessuna famiglia dovrebbe essere privata del diritto alla verità.

Chiediamo giustizia per Sam. Solo giustizia.

[Immagine d’archivio]

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Papa Leone XIV contro il riarmo: “Preoccupante che venga presentato come risposta inevitabile alla fragilità internazionale”

Duro attacco di Papa Leone XIV contro il riarmo, in particolare quello europeo. Nel primo discorso di un Pontefice al parlamento spagnolo, le Cortes, il Papa ha ricordato la sconfitta che ogni guerra rappresenta e, a proposito di armi, ha aggiunto: “Possono imporre un silenzio temporaneo, ma non potranno mai costruire una pace autentica e duratura. Ecco perché è preoccupante che, in diverse parti del mondo e anche in Europa, il riarmo venga presentato nuovamente come risposta quasi inevitabile di fronte alla fragilità dello scenario internazionale”.

“La vera sicurezza, invece, nasce dalla giustizia, dal dialogo paziente, dal rispetto del diritto internazionale e da una politica capace di mettere la vita dei popoli al di sopra degli interessi della guerra”, ha aggiunto il Pontefice.

La pace, ha specificato, “si presenta come un’aspirazione politica e, ancor più, come una vera e propria esigenza morale”. “Richiede un discorso pubblico che rispetti chi la pensa diversamente, istituzioni al servizio dell’incontro – ha proseguito – una memoria storica che cerchi la verità e la riconciliazione e una vita sociale capace di sostenere l’amicizia civile e il rispetto reciproco pur in mezzo alle divergenze”, ha osservato ancora.

“A livello internazionale, – ha detto con chiarezza Leone – la pace richiede coraggio diplomatico, responsabilità etica e una visione del futuro fondata sul rispetto dell’identità di ogni popolo e sull’obbligo degli Stati di risolvere le loro controversie attraverso le vie pacifiche offerte dal diritto internazionale”.

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“Truffa da 3,5 miliardi sui fondi Ue”: l’Anticorruzione ungherese mette nel mirino l’ex governo Orbán

Fatture gonfiate per 3,5 miliardi di euro di fondi dell’Unione europea, parte dei quali sarebbero finiti ad alti funzionari del governo dell’ex primo ministro ungherese Viktor Orbán, che ora rischiano di finire sotto indagine. “I politici di alto livello possono e potrebbero essere perseguiti”, ha dichiarato Ferenc Pál Biró, presidente dell’Autorità ungherese per l’integrità, equivalente all’Autorità nazionale anti-corruzione (Anac) in un’intervista rilasciata a Politico. Biró, che era stato nominato a capo dell’Authority dallo stesso Orbán, ha parlato di un presunto sistema di frode che ha operato nei 16 anni dell’esecutivo precedente.

Il capo dell’organismo anti-corruzione, istituito nel 2022 su pressione di Bruxelles che ha posto la sua creazione come condizione necessaria all’erogazione dei fondi, ha spiegato che il suo team ha individuato numerosi casi criminali legati ad appalti pubblici manipolati. “La sovrafatturazione, che riteniamo soggetta a rischio di corruzione ammonterebbe a 3,5 miliardi di euro“, ha spiegato Biró. “Dovremmo essere in grado di recuperare quei fondi e farli rimpatriare – ha aggiunto – perché la maggior parte ha già lasciato il Paese”. Secondo l’Autorità, tre aziende si sono aggiudicate la maggior parte degli appalti governativi per la fornitura di beni e servizi, con importi gonfiati artificialmente. Sotto il precedente governo, lo Stato ungherese, ha sottolineato, “è diventato il più grande attore sul mercato”.

Biró, che ha denunciato di aver subito in passato minacce, tentativi di corruzione indiretta e arresti intimidatori, ha concluso affermando che la lotta alla corruzione è il mandato chiave del nuovo governo: “Bisogna fare giustizia – ha dichiarato – e le persone devono riottenere ciò che è stato loro rubato”.

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Forte terremoto nelle Filippine, la scossa di magnitudo 7.8 e i crolli in diretta: le immagini

Un terremoto devastante ha colpito il sud delle Filippine causando 15 morti e diversi danni. La scossa di magnitudo 7.8 si è verificata a una profondità di 35 chilometri dalla costa dell’isola di Mindanao: ora si teme il rischio tsunami lungo le coste di Filippine, Indonesia, Taiwan. Nelle immagini il momento della scossa con i conseguenti crolli di molte strutture.

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Terremoto nelle Filippine di magnitudo 7.8: edifici crollati, almeno 19 morti e 200 feriti. Rientrata allerta tsunami

Almeno 19 morti e 200 feriti nelle Filippine: è il bilancio provvisorio del terremoto di magnitudo 7.8 che ha colpito il sud del Paese con epicentro in mare. Ritirata l’allerta tsunami in Malesia e Indonesia, dopo un onda anomala di circa un metro senza danni, mentre le devastazioni maggiori sembrano essere avvenute nella località di General Santos, importante centro economico delle Filippine. Lo riferisce l’Ufficio della protezione civile di Manila, secondo quanto riporta la Bbc. Le vittime sono state dovute perlopiù al crollo di edifici, mentre non sono stati segnalati danni o morti a causa dello tsunami. 12 dei morti sono stati registrati nella regione di Soccsksargen dell’isola di Mindanao, ha dichiarato Rodrigo Sosmeñ, direttore della sezione locale della protezione civile. Altre tre persone sarebbero morte nella provincia di Davao Occidentale, per le autorità locali.

Secondo lo United States Geological Survey, una serie di potenti scosse di assestamento ha dopo colpito la zona della città di General Santos. La autorità locali citano un bilancio di 3 morti e 129 feriti. Video pubblicati sui social media e verificati dall’Afp mostravano un centro commerciale con un fast food Jollibee ridotto in macerie. Sono seguite numerose scosse di assestamento e il terremoto è stato avvertito fino in Malesia. Con 700mila abitanti General Santos è una delle città principali del Paese, centro nevralgico dell’industria di esportazione del tonno e di altre attività commerciali.

Al momento non si hanno notizie di persone intrappolate nelle strutture parzialmente crollate a General Santos. L’aeroporto locale è stato temporaneamente chiuso e 17 voli nazionali sono stati cancellati, hanno riferito i funzionari dell’aviazione civile. Secondo l’Istituto filippino di vulcanologia e sismologia, il terremoto è stato causato da un movimento nella Fossa di Cotabato a una profondità di 10 chilometri. Il Dipartimento Meteorologico della Malesia ha emesso un allarme tsunami per lo stato di Sabah sull’isola del Borneo. Sabah è a breve distanza in barca dal sud delle Filippine; e uno tsunami di 83 centimetri è stato misurato da un misuratore al largo dell’isola indonesiana di Sulawesi. Le Filippine, uno dei Paesi più soggetti a disastri naturali al mondo, sono spesso colpite da terremoti ed eruzioni vulcaniche a causa della loro posizione sul cosiddetto ‘anello di fuoco’ del Pacifico, un arco di faglie sismiche che circonda l’oceano. L’arcipelago è inoltre colpito da circa 20 tifoni e tempeste tropicali ogni anno.

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L’Armenia guarda all’Europa: il filo-Ue Pashinyan vince le elezioni parlamentari

L’Armenia compie un passo verso l’Europa. Il partito del primo ministro, Nikol Pashinyan, ha vinto con ampio margine le elezioni parlamentari di ieri, un esito che rafforza la politica di avvicinamento del governo all’Ue e agli Stati Uniti. La Commissione elettorale centrale ha annunciato la vittoria del partito di governo Contratto Civico con il 49,81%. Molto distanziati i due partiti dell’opposizione favorevoli a mantenere le tradizionali buone relazioni con Mosca: Armenia Forte, del miliardario russo-armeno Samvel Karapetyan, ha ottenuto il 23,29% e Alleanza Armena dell’ex presidente Robert Kocharyan il 9,94%.

“Caro Nikol Pashinyan, congratulazioni per la tua vittoria elettorale – ha scritto su X la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen -. Lo spirito della Rivoluzione di Velluto che hai guidato nel 2018 è vivo e forte. Apprezziamo profondamente la nostra partnership con l’Armenia democratica, che si sta avvicinando sempre più all’Europa. Siamo al fianco dell’Armenia”.

Recandosi al seggio a votare, Pashinyan ha fatto capire di volere continuare sulla strada verso l’Unione europea, ma evitando strappi pericolosi con la Russia. A Vladimir Putin, secondo il quale Erevan dovrebbe chiedere attraverso un referendum il parere dei cittadini sull’eventuale ingresso nella Ue, il premier ha risposto che per ora il problema non si pone, perché l’Armenia non è ancora pronta per ottenere lo status di Paese candidato. Ma ciò non significa che Erevan rinuncerà al suo obiettivo: “Continueremo con calma sul cammino delle riforme“, ha dichiarato Pashinyan.

Le autorità di Erevan insistono comunque nel dire che il processo di avvicinamento in corso con l’Occidente non esclude la cooperazione con il blocco di Paesi a trazione russa riuniti nell’Unione economica euroasiatica (Russia, Bielorussia, Kazakhstan, Kirghizistan e Armenia, appunto). Il governo di Erevan cerca dunque di non aggravare le tensioni con Mosca, dopo un recente monito di Putin. Riferendosi al conflitto russo-ucraino, il leader del Cremlino ha sottolineato che “tutto è cominciato” con “l’ingresso, o il tentativo di ingresso, dell’Ucraina nella Ue”.

Pashinyan ha cercato di rassicurare gli armeni. I rapporti con Mosca “sono basati sul rispetto reciproco” e le relazioni con Putin “sono molto strette”, ha assicurato il primo ministro, al quale il presidente russo ha telefonato questa settimana per fargli gli auguri di buon compleanno. Ma Mosca non rinuncia a fare pressioni su Erevan. In un’intervista alla televisione, il vice primo ministro russo Alexei Overchuk ha fatto sapere che il suo governo ha più volte detto all’Armenia, in colloqui “a porte chiuse”, dei pericoli che comporta entrare nella Ue, considerata da Mosca “non più un’organizzazione per l’integrazione economica”, ma una unione “militare-politica” che “annuncia apertamente la sua ostilità” verso la Russia. Gli armeni, dunque, dovrebbero “pensare a quello che stanno facendo”.

La consultazione, che ha visto un affluenza del 59%, dieci punti in più rispetto alle ultime elezioni del 2021, sembrano essersi svolte tutto sommato nella calma. Tranne una denuncia di Karapetyan, secondo il quale un centinaio di sostenitori di Armenia Forte sono stati arrestati tra sabato e domenica. Sabato media statali avevano anche riferito degli arresti di sei candidati del partito dell’opposizione filorussa, senza fornire dettagli sulle accuse.

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“Asilo in cambio di informazioni sui miliziani. Così i servizi israeliani ricattano i gay palestinesi che cercano protezione”

Fino ad aprile 2024, quando si è ritrovato a vivere in un rifugio per persone della comunità LGBTQ+ a Tel aviv, il palestinese Kareem, in 22 anni di esistenza, non aveva mai incontrato un israeliano che non avesse la divisa, e che non stesse imbracciando un fucile all’interno della West Bank occupata, dove è nato e cresciuto.

La sua storia, raccontata da The Intercept, è una di quelle finite tutto sommato meglio, negli ultimi anni. Sospettato di essere gay da un padre ultraconservatore – che per questo lo minaccia di morte -, nel marzo 2024 decide sfruttare la decisione di un tribunale israeliano e di applicare per lo status di richiedente asilo in Israele per motivi di discriminazione di genere, conscio che ciò si sarebbe tradotto nell’abbandono definitivo della sua terra – tornarci avrebbe significato essere accusati di collaborazionismo con Israele.

Ottenuto l’asilo ad aprile 2024, grazie all’aiuto di alcuni avvocati israeliani, passa varie settimane a dormire sulle panchine, fino a trovare rifugio nella citata comunità LGBTQ, chiamata Hagag Havarod (il Tetto rosa). All’interno del checkpoint di Sha’ar Ephraim, da dove era transitato per andare in Israele, le autorità israeliane lo incalzano, chiedendogli informazioni su parenti e conoscenti, con l’implicito ricatto di un più rapido rilascio del permesso d’asilo in cambio di intelligence. “Quando sei in una situazione così fragile, in cui non puoi tornare nella west bank e non hai uno status riconosciuto in Israele, le agenzie di sicurezza usano sistematicamente la tua debolezza (non solo con omosessuali ma anche con consorti infedeli, persone con problemi finanziari o persone che hanno bisogno di cure urgenti, ndr) per ottenere informazioni, promettendo di non deportarti o imprigionarti”, ha spiegato a The Intercept l’avvocato di Kareem, Tamir Blank.

Passano pochi mesi all’interno del “Tetto Rosa” e una mattina Kareem si sveglia leggendo sul telefono un messaggio che lo informa che il suo permesso di permanenza in Israele è stato revocato. La sua stessa famiglia aveva riferito alle autorità israeliane che Kareem sarebbe stato un membro di Hamas, informazione che avrebbe fatto scattare la procedura di invalidazione del suo permesso. “Ero confuso”, ricorda Kareem su The Intercept. “Mi avevano appena dato il permesso, perché adesso lo rivogliono indietro?”

Per quanto inverosimile sia che un ragazzo omosessuale possa essere un membro di Hamas, lo Shin Bet prova a ricattarlo, chiedendogli nuovamente informazioni su membri di gruppi miitanti della sua città, Ramallah. Informazioni che Kareem non possiede, ovviamente, la cui mancanza, tuttavia, rischia seriamente di accelerare il suo processo di rimpatrio. Alla fine, i suoi avvocati riescono a vincere il contenzioso legale e fargli rinnovare a dicembre 2024 il suo permesso d’asilo, con il giudice che certifica la falsità delle dichiarazioni di suo padre. Oggi si trova a Tel aviv, all’interno di un limbo che si rinnova ogni sei mesi: il suo permesso rimane ma non può lavorare, avere la cittadinanza o la residenza, perché titolare di un passaporto dell’Autorità palestinese (ciò creerebbe un precedente rispetto all’invocato diritto al ritorno dei palestinesi).

È salvo, al momento, ma come ricorda il suo avvocato – che ha difeso decine di palestinesi che alla fine sono stati costretti a collaborare con lo Shin bet – i gay palestinesi più che essere accolti in Israele, vengono continuamente ricattati dalle autorità, che chiedono sostanzialmente informazioni in cambio di protezione, trasformando la loro vulnerabilità in uno strumento coercitivo.

“Ogni caso in cui le autorità possono adescare una persona innocente, a cui si può estorcere qualche informazione o che può essere reclutato come collaboratore, è oro per noi”, aveva dichiarato ad aprile 2023 su Haaretz un ex membro anonimo dell’Unità 8200 di Aman (intelligence militare), quella che si occupa di guerra cibernetica e spionaggio di segnali elettromagnetici. “Durante i nostri corsi di formazione ci insegnano ad imparare a memoria le varie parole che in arabo designano una persona omosessuale”, continuava l’ex dell’Unità 8200. “L’obiettivo è scovare online il minimo segnale sulla sessualità di un palestinese e poi usarlo contro di lui, rovinandogli la vita. Ciò ha anche un ulteriore effetto collaterale: in un ambiente in cui l’omofobia è diffusa, le persone LGBTQ nella West bank vengono visti ex ante come dei potenziali collaborazionisti, proprio in virtù del fatto che le pratiche ricattatorie contro di loro da parte delle autorità israeliane sono ormai di dominio pubblico”.

La storia di Kareem ha molto a che fare con la tendenza di Israele non solo a indulgere in pratiche di pinkwashing per nascondere le proprie politiche d’occupazione e i massacri di palestinesi, come quando a novembre 2023, i soldati delle IDF a Gaza postavano foto della bandiera LGBTQ tra le macerie della Striscia, svuotando di senso tanto la stessa bandiera quanto la desolazione dell’ambiente circostante, raso al suolo da Israele (che aveva già ucciso 10 mila palestinesi dopo un mese di offensiva) e ridotto a “sfondo” per una operazione di autopromozione gay-friendly (sulla bandiera capeggiava la scritta “in the name of love”); ma anche con quella, abbastanza fuorviante, a promuoversi come un “rifugio sicuro” per le persone omosessuali, anche palestinesi, specie rispetto ai paesi che lo circondano, ed agli stessi Territori Occupati.

Israele non esita a minacciare sistematicamente i palestinesi della comunità LGBTQ, e questo non è solo un crimine d’odio omofobo ma anche un crimine di guerra, se è vero che la Corte dell’Aja definisce come tale il fatto di “obbligare civili di un paese ostile a prendere parte ad operazioni di guerra dirette contro il loro stesso paese”.

È certamente vero che Israele è 50mo nell’Lgbtq Equality Index, mentre la Palestina è 146ma – sebbene nella West Bank, ma non a Gaza, gli atti omosessuali consenzienti siano legali. È però altrettanto vero che l’uguaglianza di genere, formale o sostanziale, perde di valore quando non è sorretta dall’uguaglianza in genere, come nel caso dello Stato ebraico. Come riferito al Guardian dall’attivista arabo israeliana Rauda Morcos, a proposito del gay pride di Tel aviv, “a chi importa in questo momento che in Israele tu abbia uguali diritti come omosessuale? A me no, perché se non abbiamo uguali diritti come esseri umani, non ha nessun senso”. Una democrazia per soli ebrei non è una democrazia.

Non solo: vendersi come paese empatico e aperto nei confronti della comunità LGBTQ non è compatibile con il sadismo di certe pratiche dello Shin Bet. Anche perché se a Kareem è andata un po’ meglio, in tanti ci hanno rimesso la vita, come ad esempio Zouhair al Ghaleeth, un ventitreenne di Nablus, che nel 2023 era stato adescato su una app di incontri da un membro dei servizi israeliani, che aveva registrato poi un loro incontro sessuale e obbligato a rivelare informazioni su membri della Fossa dei Leoni, che lo avevano quindi scoperto, obbligato a registrare una video confessione di collaborazionismo, e infine ucciso. Come lui, secondo quanto riferisce Bets’elem, centinaia di palestinesi, sin dal 1967, e migliaia ricattati con minacce esistenziali.

Nel 2014, una ventina di membri dell’Intelligence israeliana aveva già pubblicato una lettera significativa, in cui si rifiutavano di completare il loro servizio nell’Unità 8200 a causa delle violazioni dei diritti dei palestinesi della West Bank. “La popolazione palestinese sotto il regime militare è totalmente esposta allo spionaggio e alla sorveglianza dell’intelligence israeliana“, recitava la lettera. “Si tratta di attività usate a fini persecutori, e per creare divisioni all’interno della società palestinese, reclutando collaboratori e così mettendo una parte della società palestinese contro se stessa”.

La risposta a quella stessa lettera, tanto inattesa quanto potente ed emblematica della miriade di difficoltà per i palestinesi, era arrivata da Al Qaws, uno dei principali gruppi palestinesi per la promozione dei diritti LGBTQ, che in una lettera speculare aveva scritto che sebbene il ricatto sistematico dei membri della comunità fosse un “chiarissimo atto di oppressione, non è più o meno oppressivo del ricatto o estorsione nei confronti di altri individui, Magari sulla base della loro incapacità di accedere a cure mediche, Della privazione della loro libertà di movimento o anche dell’esposizione di loro infedeltà coniugali, Problemi finanziari o di abuso di droghe”. Tutti motivi di ricatto da parte di Israele, confermati dagli stessi ex membri dell’Unita 8200.

L'articolo “Asilo in cambio di informazioni sui miliziani. Così i servizi israeliani ricattano i gay palestinesi che cercano protezione” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Perché Amnesty International e altre Ong hanno denunciato FedEx Belgio per il transito illegale di armi dirette a Israele

Amnesty International, Azione per la pace, Lega dei diritti umani e Coordinamento nazionale d’azione per la pace e la democrazia hanno presentato alla procura di Liegi una denuncia contro FedEx Belgio, sussidiaria del gigante statunitense delle spedizioni, riguardante l’asserito transito illegale di armi dirette a Israele, comprese parti degli aerei da combattimento F-35 ampiamente usati dall’aviazione di Tel Aviv durante il genocidio tuttora in corso contro la popolazione palestinese della Striscia di Gaza occupata.

Secondo le leggi in vigore nella Vallonia, regione federale dotata di poteri legislativi, FedEx Belgio era tenuta a ottenere una licenza di transito dalle autorità locali, cosa che non è avvenuta. Per la legge belga, il trasferimento senza licenza di armi come quelle oggetto della spedizione è un reato.

Gli F-35 sono i più avanzati aerei da combattimento in dotazione all’aviazione israeliana. Hanno causato morti e distruzioni massicce, spazzato via intere generazioni di famiglie palestinesi e ridotto la maggior parte della Striscia di Gaza in macerie. Il genocidio israeliano tuttora in corso ha bisogno di costanti nuove forniture di armi.

Secondo informazioni disponibili sul sito di FedEx, nell’ottobre 2024 una spedizione soggetta al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi è stata trasferita dalla Hill Air Force Base, situata nello stato dell’Utah, alla Base dell’aeronautica israeliana di Nevatim.

Nel giugno 2025 FedEx ha dichiarato che “alcune rotte di volo sono state riconfigurate all’ultimo momento per ragioni operative” a causa della chiusura dello spazio aereo israeliano durante la cosiddetta “guerra dei 12 giorni” tra Iran e Israele. Conseguentemente, “alcuni prodotti soggetti al Regolamento statunitense sul traffico internazionale di armi possono essere passati involontariamente per Liegi”.

Ciò che era a bordo del velivolo di FedEx è stato scaricato a Liegi, trasportato su strada all’aeroporto di Colonia in Germania e poi fatto proseguire verso Israele.

Fonti giornalistiche hanno riferito di successivi transiti illegali di spedizioni attraverso l’aeroporto di Liegi, evidenziando la mancata applicazione delle leggi locali. Potrebbe emergere, dunque, uno schema secondo il quale le autorità federali belghe e quella della Vallonia non stanno applicando provvedimenti per regolare efficacemente il transito di armi. “Con questa denuncia, speriamo che ulteriori transiti illegali di armi destinate a Israele attraverso il Belgio verranno fermati e che si risponda sul piano giudiziario di quanto avvenuto. Non è accettabile che multinazionali come FedEx possano ignorare le regole quando fa loro comodo. Non sono al di sopra della legge”, ha dichiarato Carine Thibaut, direttrice della sezione francofona di Amnesty International Belgio.

Il diritto internazionale vieta a tutti gli stati di trasferire armi a tutte le parti coinvolte in un conflitto armato, laddove vi sia il chiaro rischio che tali trasferimenti potranno contribuire a gravi violazioni del diritto internazionale umanitario.

Nel suo parere consultivo del 2024, la Corte internazionale di giustizia ha concluso che gli stati hanno l’obbligo di non assistere Israele nel mantenimento della sua occupazione illegale del territorio palestinese. Dunque, gli stati che continuano a trasferire armi a Israele agiscono in violazione dei loro obblighi ai sensi delle Convenzioni di Ginevra e, per quelli che lo hanno ratificato come il Belgio, anche del Trattato sul commercio di armi.

Anche le aziende che producono ed esportano armi hanno la responsabilità di rispettare il diritto internazionale dei diritti umani e il diritto internazionale umanitario, attraverso procedimenti rafforzati di due diligence sui diritti umani lungo tutta la catena di valore, per assicurare che le armi esportate non vengano usate per compiere possibili crimini di diritto internazionale. Amnesty International ha contattato FedEx Belgio per commenti e ha ricevuto la seguente risposta da un portavoce dell’azienda: “FedEx è impegnata a rispettare le leggi e i regolamenti in materia. Non effettuiamo spedizioni internazionali di armi o munizioni e abbiamo in vigore procedure di verifica per impedire tali spedizioni”.

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