Processo Regeni, i legali degli 007 egiziani sollevano nuove eccezioni. Il pm: “Nessun nuovo elemento”. Ma la sentenza rischia di slittare
Quando mancano ormai le ultime quattro udienze del dibattimento, con la sentenza attesa subito dopo l’estate, la fine del processo sul sequestro, le torture e l’omicidio di Giulio Regeni, rischia di slittare, ancora una volta. Il motivo? Le nuove eccezioni sollevate, di fronte alla prima Corte d’Assise di Roma, dalle difese dei quattro 007 egiziani imputati. Ovvero, Usham Helmi, il generale Sabir Tariq e i colonnelli Athar Kamel Mohamed Ibrahim, e Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, accusati del reato di sequestro di persona pluriaggravato (mentre al solo Sharif sono contestati anche i reati di concorso in lesioni personali aggravate e di concorso in omicidio aggravato).
Nel corso dell’ultima udienza gli avvocati d’ufficio dei quattro agenti segreti egiziani hanno chiesto ai giudici di rivalutare le condizioni di “assenza” degli imputati, sostenendo a loro dire che non sussistano più i presupposti che avevano consentito di procedere in loro contumacia. Questo perché, a loro dire, potrebbero avere paura a partecipare al processo, per le possibili ripercussioni da parte del regime: “Il paradigma valutativo del ‘timore’ non può non applicarsi anche agli imputati, laddove viene applicato ai testimoni. Se il testimone può non comparire in giudizio perché vive il timore di quelle che sono le conseguenze della propria azione di venire a testimoniare, non può non valutarsi rispetto all’imputato se comparire in giudizio comporterebbe per lui degli effetti pregiudizievoli”, è stato rivendicato. E ancora: “Gli imputati fanno parte di quelli che sono degli apparati dello Stato egiziano e quindi l’eventuale loro comparsa in giudizio potrebbe dar luogo a quello che è un’ipotesi di infedeltà o di alto tradimento. Ragioni di timore ben più cogenti di quelle che questa Corte ha riconosciuto in capo ai testimoni”. Con la richiesta, quindi, rivolta alla Corte, di “riconsiderare le condizioni per procedere in assenza”.
Una tesi stroncata dal pm Sergio Colaiocco, che ha prima denunciato la strategia ostruzionistica delle difese: “Sorprende innanzitutto che la questione, visto che mi sembra sia basata sulla sentenza della Corte Costituzionale, non sia stata posta alla scorsa udienza. Ogni volta c’è una questione nuova che sembra voler portare avanti l’arrivo delle conclusioni di questo processo”.
Per poi sottolineare, nel merito delle eccezioni sollevate: “A due anni e mezzo dall’apertura del processo, la difesa ripropone una questione già affrontata. È tecnicamente inammissibile, perché è già stata decisa, non ci sono elementi o fatti nuovi”. Per Colaiocco “immaginare che rispetto al processo, di cui non abbiamo certezza se gli imputati hanno avuto notizia, abbiano comunque avuto timore, diventa una connessione logica che crea un cortocircuito dal quale non si esce”. Tradotto, “delle due l’una: o diciamo che non ne hanno avuto notizia, o dobbiamo dire che ne hanno avuto notizia e ne hanno avuto timore. Sono due ipotesi alternative. Qui è tutta un’ipotesi, di ipotesi, di ipotesi. Tutto posto sulla base di nessun dato fattuale nuovo, pertanto chiediamo inammissibilità in primis, e in subordine il rigetto”.
Considerazioni alle quali si sono associati anche l’avvocata Alessandra Ballerini e il collega Giacomo Satta, legali di Claudio e Paola Regeni, i genitori di Giulio (oggi assenti in Aula): “Non c’è alcuna evidenza da cui risulti che lo Stato egiziano abbia cambiato approccio, anzi l’Egitto si è rifiutato di notificare citazioni testimoniali e dunque la circostanza che la situazione fattuale e giuridica sia mutata e che gli odierni imputati siano poi effettivamente venuti a conoscenza, mediante la notifica del decreto di citazione, è una circostanza che non solo è indimostrata, ma è smentita dall’atteggiamento che lo Stato egiziano continua a mantenere rispetto a questo processo”.
E ancora: “Manca anche la prova che gli stessi siano intimoriti dalla partecipazione al processo”, ha continuato Satta. Mentre Ballerini ha ricordato come “non sono stati espressi minimamente e né potevano essere espressi i timori da parte degli imputati, questa è l’enorme differenza rispetto ai teste citati, come ‘Zeta’. Tant’è vero che l’imputato Sharif era firmatario del mandato di cattura che era costato 5 mesi di carcere e di tortura a questo testimone, che invece aveva espresso pubblicamente i suoi timori”. Parole contestate, invece, dalla difesa dell’imputato.
La Corte d’Assise – ha sottolineato la presidente Paola Roja – si è riservata di decidere “in tempi rapidi”. Al momento, ha precisato, “il calendario è confermato“, a partire dalla requisitoria del pm Colaiocco, prevista per il 23 giugno nell’Aula bunker di Rebibbia a Roma. Ma è chiaro che sulle tempistiche tutto dipenderà dalla decisione della Corte rispetto alle eccezioni sollevate dalle difese, compresa la data per la sentenza. “Daremo un termine ora se ci fossero ulteriori richieste di produzioni documentali, entro il 15 giugno in cancelleria”, ha però avvertito Roja, invitando le parti a “ricomparire, per ora, senza nuovi avvisi”.
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