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Uber demite 23% da equipe de RH em reestruturação global

A empresa de mobilidade Uber anunciou, nesta quinta-feira (4), a demissão de 23% de seus funcionários das áreas de recursos humanos, recrutamento e cultura, que inclui também o relacionamento com os motoristas.

O gigante do transporte por aplicativo disse que os cortes devem afetar cerca de 1% de seus 35 mil empregados, segundo memorando interno visto pela emissora americana CNBC. A companhia ainda mobiliza o trabalho de cerca de 10 milhões de motoristas parceiros.

Procurada, a Uber não esclareceu se os cortes vão afetar a sede da empresa no Brasil.

Reestruturação e cortes

A demissão em massa, focada principalmente em cargos seniores, faz parte de uma reestruturação comandada por Jill Hazelbaker, diretora de assuntos corporativos recém-promovida a presidente da empresa de transporte por aplicativo. O objetivo é simplificar a gestão das equipes.

Diferentemente de grandes dispensas recentes em empresas de tecnologia, a Uber afirmou em entrevista à Bloomberg que os cortes não estão ligados ao uso de inteligência artificial generativa.

Expansão no Brasil

A empresa tem um centro de tecnologia na capital paulista, com cerca de 500 engenheiros. Em entrevista à Folha, o CEO da empresa Dara Khosrowshahi anunciou uma expansão para o Rio, investindo mais de R$ 2 bilhões em tecnologia.

Apenas no Brasil, são mais de 2 milhões de motoristas que trabalham com a Uber. “Estimamos que mais de 85% da população brasileira já usou a Uber de alguma forma”, disse Khosrowshahi. (Pedro S. Teixeira/FOLHAPRESS)

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Nucleare, la Camera approva la legge delega. Pichetto: “Scelta di concretezza, non ideologica”. Opposizioni di traverso

La Camera approva la legge delega sul nucleare con 155 voti favorevoli, 86 contrari e 8 astenuti. Come da cronoprogramma annunciato settimane fa dal ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin, il testo passa ora al Senato. Il governo conta nell’approvazione definitiva prima della pausa estiva e sull’emanazione dei decreti delegati entro il 2026. Perché il Governo Meloni portasse l’Italia fino a questo punto, è accaduto di tutto. Fino alla fine, alla vigilia del voto. Mercoledì, infatti, la maggioranza ha deciso di cambiare l’ordine dei lavori della Camera contro il parere delle opposizioni, imponendo la discussione sulla legge delega per il nucleare, invece che quella su una mozione che riguarda il gioco d’azzardo. Poi, l’Aula della Camera ha bocciato con 74 voti favorevoli e 116 contrari le pregiudiziali di costituzionalità di Avs ed M5s sulla legge delega sul nucleare. Anche Azione ha votato contro, insieme alla maggioranza. E così si è arrivati al voto finale della Camera, che non ha svelato nulla di nuovo sul fronte delle posizioni. Tramite la legge le camere conferiranno al governo una delega, da esercitare entro un anno, per disciplinare la produzione di energia da ‘fonte nucleare sostenibile’, la ricerca sulla fusione e la gestione dei rifiuti radioattivi. Il testo definisce i campi d’intervento dei futuri decreti governativi tra cui la disciplina per la costruzione e l’esercizio di impianti nucleari (SMR, AMR e micro-reattori), la produzione di idrogeno tramite energia nucleare, la gestione del combustibile esaurito, la sicurezza nucleare e la riorganizzazione della governance, con il riordino delle funzioni degli enti competenti. Per gli esponenti di maggioranza – in questo caso appoggiati da Azione – la legge è il primo passo verso l’indipendenza energetica, per le altre forze politiche questa legge è una forzatura. E ci sono una serie di perplessità sull’iter seguito, sull’utilità e anche sul nodo del nucleare a scopi militari. Su cui il Governo Meloni si lascia la porta aperta. Anche se il ministro ha precisato che il ddl “riguarda solo il nucleare civile”.

Il ministro Pichetto Fratin: “Una scelta di concretezza, non di ideologia”

“Con l’approvazione compiamo un passo importante per il futuro energetico dell’Italia. Oggi abbiamo iniziato a porre le condizioni affinché il Paese sia pronto ad adottare il nucleare sostenibile quando le nuove tecnologie, alle quali puntiamo, saranno mature e disponibili all’inizio del prossimo decennio” ha commentato Pichetto Fratin. E ancora: “Il nucleare sostenibile significa più sicurezza energetica, più decarbonizzazione, più indipendenza. In un mondo in cui la domanda di energia è destinata a crescere rapidamente, anche per effetto dell’intelligenza artificiale, dei data center, dell’elettrificazione industriale e civile, chi sarà in grado di produrre energia sarà più libero, più forte e più sicuro”. Per il ministro il nucleare “non è una bandiera politica o ecologica: è uno strumento da valutare con serietà, fiducia nella ricerca e responsabilità verso le prossime generazioni”. Insomma, si parla di sostenibilità e sicurezza ma, intanto, il testo stabilisce anche i criteri direttivi che l’esecutivo deve seguire nel redigere i decreti: garantire sì i massimi standard di sicurezza e la protezione della salute, oltre a prevedere misure di compensazione e beneficio per i territori ospitanti gli impianti, ma anche semplificare i procedimenti autorizzativi. E, ovviamente, assicurare la partecipazione dell’industria italiana alla filiera tecnologica. “Se mi si dice quando pensi di vedere l’energia da fonte nucleare, da fissione, vi dico 2034-2035 perché poi diventerà molto più veloce. Se noi seguiamo quella che che è l’evoluzione della scienza nella ricerca – ha aggiunto il ministro – e quindi della tecnologia, l’accelerazione è notevole ed è sta avvenendo in tutto il mondo”.

Esultano gli esponenti del Governo. E puntano sulle “bollette delle famiglie”

“Sono assolutamente soddisfatto. L’Italia non può fare a meno dell’energia nucleare. È la cosa più urgente e importante per abbassare in prospettiva le bollette per le famiglie e le imprese, però dobbiamo partire con i progetti entro la fine della legislatura” ha detto il ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, a margine del question time alla Camera. Anche se diversi studi indicano che l’energia da fissione nucleare non abbassa e non abbasserà le bollette. Per il viceministro dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, la leghista Vannia Gava “l’approvazione rappresenta un passo importante per costruire un sistema energetico più sicuro, sostenibile e competitivo. L’Italia sceglie di guardare avanti con pragmatismo, puntando su tutte le tecnologie disponibili per garantire energia stabile a famiglie e imprese, ridurre la dipendenza dall’estero e accompagnare il percorso di decarbonizzazione”. Soddisfatto anche il ministro degli esteri e vicepresidente del Consiglio dei Ministri, Antonio Tajani: “Una scelta fondamentale per la nostra economia, per le politiche energetiche nucleare di ultima generazione, ci permetterà di fare un salto di grande qualità e finalmente garantire la nostra libertà da condizionamenti esterni”. Anche la ministra dell’Università, Anna Maria Bernini, non manca di mostrare il suo sostegno alla causa: “Una scelta strategica e di visione per il futuro”. Ha votato a favore anche Azione. E Carlo Calenda lo rivendica: “Era nel nostro programma e Azione ha fatto una grande campagna per il nucleare. È l’unica energia che ci consente di essere indipendenti, di pagare poco e di emettere nulla. Un passo avanti importante per l’Italia”.

Per la maggioranza si tratta di un passo storico

Il deputato e responsabile del dipartimento energia di Forza Italia, Luca Squeri, relatore del ddl sul nucleare parla di “una visione lucida e concreta: quella di costruire un vero mix energetico. È in questa integrazione tra fonti che si gioca la sicurezza energetica nazionale – aggiunge – e in questo quadro oggi manca un elemento strategico come il nucleare”. Per Squeri “l’Italia ha già una forte base rinnovabile” (anche se è lontana dagli obiettivi al 2030, ndr), ma resta ancora esposta a una dipendenza significativa dal gas nella produzione elettrica”. “Nessuna fonte, da sola, è in grado di risolvere rapidamente il fabbisogno energetico nazionale. In questo quadro – aggiunge – il ritorno al nucleare rappresenta una scelta di realismo e di prospettiva industriale”. Il deputato di Fratelli d’Italia Massimo Milani, segretario della commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera dei deputati sottolinea la differenza con il nucleare a cui gli italiani hanno detto no con il referendum: “Mettiamo un primo tassello verso una futura indipendenza energetica. Il testo della legge delega è molto chiaro: il nuovo nucleare non è tecnologicamente comparabile con quello a cui l’Italia rinunciò in passato con i due referendum, perché parliamo di nucleare di nuova generazione”. Soddisfatto anche il deputato della Lega e capogruppo in Commissione Ambiente della Camera, Gianpiero Zinzi. “Abbiamo il dovere di mettere cittadini e imprese al riparo da choc energetici come quelli provocati negli ultimi anni dalle crisi internazionali e dalle tensioni geopolitiche. Quando ne parlavamo tempo fa eravamo considerati pazzi visionari” commenta. Anche il senatore del Carroccio, Manfredi Potenti, ribadisce: “Una notizia storica e un passaggio fondamentale per il futuro energetico dell’Italia. La Lega lo dice da sempre, anche quando altri non ci credevano, perché senza nucleare non può esserci vera autonomia energetica, né bollette più leggere per famiglie e imprese”.

Le opposizioni: “Parlamento marginalizzato. Voto su delega in bianco”

Ma il dibattito è tutt’altro che chiuso. Al ministro Pichetto Fratin si rivolge in un post sui social il vicepresidente M5S Stefano Patuanelli: “A parte le grafiche sui social in cui rilancia il nucleare, ci potrebbe dire dove intendete realizzare il deposito nazionale delle scorie radioattive? Grazie”. Molto critica Chiara Braga, capogruppo Pd alla Camera dei Deputati, intervenendo a Rainews: “Ora ci impongono una legge delega sul nucleare spacciando tecnologie inesistenti sul mercato e soluzioni a 15 – 20 anni mentre ogni giorno i cittadini si chiedono quanto ancora aumenterà un litro di benzina. Hanno sempre la solita ricetta: propaganda e vittimismo, l’unica che hanno imparato a praticare bene”. A parlare dell’iter è stato il capogruppo Pd in commissione Attività produttive alla Camera, Alberto Pandolfo, intervenendo in Aula per annunciare il voto contrario del gruppo al Ddl delega sul nucleare. “Il Parlamento è stato marginalizzato su una delle scelte di politica energetica più rilevanti degli ultimi cinquant’anni. Oggi non votiamo su una scelta di politica energetica, ma su una delega in bianco. C’è una differenza netta tra la ricerca e la propaganda che fa il governo, tra una prospettiva scientifica di lungo periodo e la pretesa di presentare ipotesi di lavoro come soluzioni cantierabili, tra una politica energetica e un’illusione da conferenza stampa”. E non si placa neppure la polemica sulla questione degli scopi militari, nonostante le parole di Pichetto Fratin. “In Parlamento è successo un fatto di una gravità inaudita” denunciano Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, deputati Avs. Al centro, ancora una volta, l’emendamento che avrebbe impegnato il governo, all’articolo 2 della legge delega sul nucleare, a prevedere il divieto di utilizzare il nucleare per scopi militari sia nella ricerca che nell’applicazione. Solo che il Governo ha dato parere negativo determinandone la bocciatura. “Una scelta che indica l’ambiguità di Giorgia Meloni su un aspetto così importante. Si tiene aperta la porta all’uso militare del nucleare in Italia? Il voto di ieri, che ha bocciato il nostro emendamento, dice chiaramente che si è aperto un problema serio nel nostro Paese” sottolineano Bonelli e Fratoianni.

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Grande e movimentado supermercado de Portimão reabriu portas (com fotos)

Embora ainda há poucos dias, as obras parecessem estar para lavar e durar, a verdade é que já foram concluídas e o supermercado Pingo Doce da Recomar, de Portimão, voltou a estar de portas abertas.

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La grande redistribuzione: il piano globale per smantellare la plutocrazia e fermare il collasso climatico. Lavorando (molto) meno e tassando i ricchi

Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso. Le 136 pagine del Global Justice Report, diffuso il 4 giugno in occasione dell’inizio della World Inequality Conference 2026, sono ben lontane dalla fredda analisi accademica: disegnano una proposta organica di trasformazione dell’ordine economico mondiale di qui al 2100. Vasto programma, a dir poco.

Ridurre le disuguaglianze “condizione necessaria” per evitare il collasso

La tesi centrale, supportata da anni di studi sull’allargamento delle disuguaglianze, è che le politiche neoliberiste e i divari di ricchezza senza precedenti che hanno propiziato sono incompatibili con la stabilità climatica. E senza una drastica redistribuzione non sarà possibile evitare la catastrofe ambientale. “La compressione delle disuguaglianze globali non è solo compatibile con una profonda decarbonizzazione“, scrivono gli autori. “È condizione necessaria per una prosperità condivisa su un pianeta limitato”. Tradotto: per garantirci la sopravvivenza, fermandoci sotto i 2 gradi di aumento della temperatura rispetto all’era pre-industriale, non basta puntare su rinnovabili e auto elettriche. Serve ridurre il peso economico – e politico – dell’ultra-ricchezza globale, produrre e consumare meno, redistribuire il lavoro e riequilibrare i redditi di Nord e Sud del mondo. Per arrivarci, come evidente, le regioni più povere dovrebbero crescere molto (3-4% l’anno) e quelle già ricche rallentare drasticamente (0-0,5% l’anno). Non significherebbe una vita peggiore, secondo il rapporto, ma meno ore lavorate, meno danni climatici, più salute e più tempo libero. E pure più servizi pubblici. Il punto, evidentemente, è chi paga.

Il Fondo globale per la giustizia e un nuovo fondo sovrano mondiale

Al centro del piano c’è dunque la creazione di un Fondo globale per la giustizia, nuova istituzione internazionale “dedicata alla convergenza socioeconomica e al finanziamento dello sviluppo sostenibile e della transizione energetica su scala globale”, a cui dovrebbe destinare ogni anno fino al 2060 l’equivalente del 10,3% del pil globale: più di venticinque volte la somma degli attuali aiuti internazionali e dei budget di Onu, Fondo monetario e Banca mondiale. Risorse provenienti dal fondo sovrano mondiale che il Global justice fund sarebbe chiamato a gestire. Ad alimentarlo sarebbe, inizialmente (vedi grafico), soprattutto la tassazione globale dei grandi patrimoni, con aliquote dall’1% sopra i 2,2 milioni di euro al 20% per chi ha oltre 553 milioni (il 5000% della media mondiale), accompagnata da una tassa mondiale sui redditi con aliquote fino al 90% ai vertici della distribuzione. Un livello che oggi può apparire estremo ma è simile a quelli applicati negli Stati Uniti e nel Regno Unito nel secondo dopoguerra. In questo modo, in linea con le proposte di alcuni degli autori – tra cui i grandi teorici di un’imposta minima sulle grande fortune Emmanuel Saez e Gabriel Zucman -si raggiungerebbe anche l’obiettivo ridurre in maniera sostanziale la quota di ricchezza detenuta dalla classe dei miliardari: dall’attuale 6,4% del totale mondiale allo 0,05% entro il 2100. In altre parole: si smantellerebbe la plutocrazia globale per spostare risorse dal vertice della piramide verso investimenti pubblici globali in clima, sanità e istruzione.

A ogni Paese dividendi in base alla popolazione

Con il passare del tempo gli asset in pancia al fondo sovrano, che si stabilizzerebbero a un livello pari al 60% del pil globale, genererebbero sufficienti rendimenti da alimentarlo costantemente. I dividendi verrebbero distribuiti ai singoli Paesi in base alla popolazione e con forti condizionalità sul rispetto di obiettivi climatici, di sviluppo umano e di riduzione delle disuguaglianze. I Paesi poveri, rispetto a quelli ricchi, riceverebbero ovviamente di più in proporzione al pil. Se si considera anche che i miliardari oggetto delle nuove imposte sono più numerosi nel Nord del mondo, è evidente che il meccanismo comporterebbe un trasferimento di risorse dal Nord al Sud. Il rapporto lo quantifica pari nello 0,8% del pil mondiale ogni anno. Una cifra comunque “significativamente inferiore”, sottolineano gli autori, a quel che servirebbe per compensare i danni cumulativi causati dal colonialismo e dai cambiamenti climatici inflitti da Europa e Nord America/Oceania tra il 1800 e il 2025.

Cinquemila euro al mese per tutti

Gli investimenti realizzati grazie alle nuove risorse aprirebbero la strada alla convergenza del reddito medio mensile di tutti gli Stati a circa 5mila euro, pari a 60mila euro l’anno, cancellando l’attuale divario di 16 volte tra Africa subsahariana e Nord America. Meglio chiarirlo: non si tratta di una sorta di assegno universale pagato dagli Stati, ma del livello di reddito che deriverebbe soprattutto dalla crescita del Sud globale e dalla forte redistribuzione della ricchezza sostenuta dall’espansione di sanità, istruzione e investimenti pubblici. La metà più povera della popolazione mondiale, che oggi ha in mano solo il 2% della ricchezza, arriverebbe al 30%. Ed entro il 2100 quasi il 90% dell’umanità vedrebbe raddoppiare il proprio reddito. In contemporanea il gender pay gap scomparirebbe. I costi, come detto, sarebbero sopportati dai più ricchi di tutti i Paesi. Il 95-98% degli abitanti Sud globale e l’85-95% di quelli del Nord beneficerebbe della transizione. A livello globale, l’89% della popolazione vedrebbe il proprio reddito più che raddoppiare mentre meno del 2% subirebbe un calo. Nelle regioni più ricche i guadagni sarebbero inferiori, ma la maggioranza vedrebbe comunque migliorare le proprie condizioni.

Da 2100 a 1000 ore di lavoro all’anno: arriva la settimana cortissima

Il tutto non lavorando di più, ma di meno. Perché per una reale transizione ecologica occorre rovesciare la prospettiva della crescita “costi quel che costi”. Per dirla con Bob Kennedy, “il pil comprende l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, le ambulanze per sgombrare le autostrade dalle carneficine, la distruzione delle sequoie e la scomparsa delle nostre bellezze naturali”, eccetera. Ma non misura salute, relazioni sociali e tutto “quello che rende la vita degna di essere vissuta”. Se vogliamo che il pianeta resti abitabile bisogna ora puntare su quella che il report definisce “sufficiency”, ovvero “una drastica riduzione delle ore lavorative e dell’impronta materiale, nonché grandi cambiamenti nei modelli di consumo, nelle abitudini alimentari, nell’uso del suolo e nella copertura forestale”. Le ore lavorate per occupato, in particolare, complice l’aumento della produttività e dell’istruzione potrebbero scendere da circa 2100 a 1000 all’anno. In pratica una settimana lavorativa dimezzata.

La camera di compensazione sognata da Keynes

Il piano è dichiaratamente influenzato e ispirato dalle richieste di riforma in arrivo dal Sud globale in ascesa, dal dibattito sulle riparazioni climatiche e coloniali e dalle iniziative lanciate negli ultimi anni da Brasile e Sudafrica sulla tassazione dei super-ricchi. Non stupisce quindi che la piattaforma comprenda anche un ripensamento radicale del sistema economico e monetario internazionale. Oggi Europa e Nord America hanno, nelle istituzioni finanziarie globali, un peso politico enormemente superiore alla loro quota di popolazione. La proposta è di voltare radicalmente pagina passando a un sistema “una persona, un voto”. E creando una nuova valuta internazionale e una “International Clearing Union”, una camera di compensazione globale come quella immaginata da John Maynard Keynes a Bretton Woods per ridurre gli squilibri commerciali e i privilegi finanziari delle economie ricche.

Utopia o scelta politica?

Utopia? Tutt’altro secondo Piketty e colleghi, secondo cui anzi “l’insieme delle trasformazioni istituzionali e dei cambiamenti di policy inclusi nella Global Justice Platform corrisponde a una strategia relativamente moderata e gradualista“. Altra storia, si intende, è l’effettiva realizzabilità. Tradurre in pratica il piano, riconoscono, significherebbe affrontare “una feroce opposizione politica, e non soltanto da parte degli ultra-ricchi”: anche quella parte delle classi medie del Nord del mondo che rischia di rimetterci qualcosa sarà incline a rifiutare l’idea di una società fondata su minori consumi materiali, più tempo libero, maggiore redistribuzione. Anche se in ballo c’è l’abitabilità del pianeta. La storia però offre diversi precedenti di trasformazioni radicali – dall’ascesa del suffragio universale alla riduzione degli orari di lavoro grazie alle lotte sindacali fino all’universalizzazione di sanità e istruzione – che grazie a forti mobilitazioni collettive sono diventate conquiste consolidate.

“Ciò che ostacola il percorso non è un’impossibilità tecnica, ma la scelta politica e il difficile ma cruciale lavoro necessario per costruire una coalizione a suo sostegno”. Con il sostegno di sindacati, partiti e società civile, sostengono, coagulare consenso intorno alla proposta non sarebbe proibitivo. Il progetto potrebbe partire anche da una ‘coalizione dei volenterosi’ che comprenda almeno i più ricchi tra i Paesi europei, dell’Asia orientale e del Sud del mondo. Chi non aderisse – e non è un caso se il report fa l’esempio di Stati Uniti e Cina – dovrebbe essere colpito da dazi correttivi per compensare i suoi danni climatici.

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La patrimoniale fa vincere la destra, e non sistema il fisco

Da qualche giorno la patrimoniale è di nuovo al centro del dibattito. La segretaria del Partito democratico ne ha riaperto il dossier, immaginandola sui grandissimi patrimoni e coordinata a livello europeo; più a sinistra, una proposta di legge di iniziativa popolare chiede un prelievo dall’uno al tre e mezzo per cento sui patrimoni oltre i due milioni di euro, prima casa esclusa. Dalla maggioranza la risposta è arrivata in poche ore e sempre uguale: «vogliono mettere le mani nelle tasche degli italiani». Due slogan speculari, e in mezzo il vuoto.

Ed è tutto qui. La patrimoniale, così com’è agitata, è una misura che lavora sul sentimento più che sul gettito. Una parte dei grandi patrimoni è immobilizzata – immobili, partecipazioni, beni non liquidi – e un’imposta sul valore costringerebbe molti a smobilizzare per pagarla, con effetti distorsivi sul mercato e un incasso reale assai più modesto del clamore che la circonda. Ma il danno più sottile è un altro: brandita come bandiera, la patrimoniale consegna al governo l’arma perfetta. Quella del «partito delle tasse». E così copre il dato che la maggioranza non racconta volentieri: nel corso di questa legislatura la pressione fiscale ha toccato il 43,1 per cento del Pil, il livello più alto dal 2014. Era stata promessa la riduzione delle tasse. È arrivato il record.

Perché il punto vero non è chi pagherebbe troppo poco in un’imposta che non esiste. È che tassiamo male il reddito che esiste già. Il fisco italiano tratta in modo diverso redditi di pari ammontare: chi lavora paga l’imposta progressiva, chi rientra nella flat tax delle partite Iva paga un’aliquota fissa e più bassa. Due persone che guadagnano la stessa cifra versano somme diverse a seconda della casella in cui finiscono. È un’asimmetria orizzontale che viola il principio più semplice della giustizia fiscale – a parità di capacità contributiva, parità di prelievo – e che produce un secondo effetto perverso: la soglia oltre la quale il regime agevolato scade scoraggia la crescita. In un Paese di imprese troppo piccole, in un momento che impone maggiori dimensioni d’impresa, finiamo per premiare chi resta minuscolo.

Lo paga il dipendente che, a parità di reddito col vicino di scrivania diventato partita Ivs, versa di più. Lo paga il professionista onesto che concorre con chi sta sottosoglia per scelta fiscale e non produttiva. Lo paga l’impresa che non cresce per non perdere il vantaggio. E lo pagano, alla fine, i servizi: perché ogni distorsione che lascia sfuggire gettito è una corsia d’ospedale in meno, un asilo che non apre, una pensione che non sale.

C’è una terza via tra la patrimoniale-simbolo e lo slogan del «mai più tasse» che nasconde il 43,1 per cento. Si chiama riforma fiscale, ed è esattamente ciò che il Pnrr chiedeva e che questa legislatura non ha realizzato: la delega è passata, ma la sostanza – il riequilibrio strutturale del prelievo – si è dissolta in piccoli aggiustamenti, lasciando intatte le asimmetrie. Una riforma seria tassa il reddito nel momento in cui si forma, evitando di trattare le rendite con aliquote proporzionali e il lavoro con la progressività; riconduce a unità ciò che oggi è frammentato; restituisce verità al principio della capacità contributiva. E ha un alleato che la patrimoniale non avrà mai: la lotta all’evasione. Gli strumenti d’indagine di cui oggi disponiamo – fatturazione elettronica, tracciabilità, incrocio delle banche dati – permettono di aggredire un sommerso che vale ancora tra i novantotto e i centodue miliardi di euro, di cui oltre trentacinque miliardi annui concentrati nell’Irpef di autonomi e imprese individuali, dove la propensione all’evasione resta particolarmente elevata. Lì c’è il gettito. Non in una nuova imposta sugli umori.

Ed è qui che il fisco smette di essere una questione tecnica. Un prelievo ingiusto non perde solo entrate: disincentiva la crescita, mette l’onesto in concorrenza col protetto, e affama le riforme che dovrebbe finanziare. Welfare, lavoro, sanità, crescita: non sono capitoli separati, e nemmeno il fisco lo è. Tassare bene è la condizione perché il resto regga. Tutto si tiene, o niente regge.

La patrimoniale fa sentire qualcuno più giusto per una stagione. Una riforma fiscale ben congegnata fa funzionare un Paese per una generazione. Non è la stessa cosa – e non è nemmeno vicina.

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Le pensioni dovrebbero essere una leva di crescita, non una fonte di gettito

In Europa, e in Italia soprattutto, c’è molto risparmio che non viene investito in imprese europee, e italiane. Parte di questo risparmio è coatto: quel poco o quel tanto dei contributi versati dai lavoratori per la loro pensione che finiscono non a finanziare le pensioni in essere, ma ai fondi. I fondi pensione li impiegano per garantire un certo rendimento, compatibilmente con un basso profilo di rischio: proprio perché stanno maneggiando quella che sarà, passata una certa soglia di età, la fonte di reddito di molte persone.

Dovunque questo secondo pilastro contributivo – che si affianca e in alcuni casi può sostituire quello pubblico – è stato stimolato, esso ha contribuito a mobilitare risparmi a favore dell’economia reale e dell’innovazione, a beneficio dei risparmiatori e dei futuri pensionati. Negli Stati Uniti i piani 401k hanno trasformato i lavoratori in capitalisti, che beneficiano dell’andamento del mercato azionario e del boom delle imprese innovative. Il risparmio previdenziale investito negli Stati Uniti corrisponde al centocinquanta per cento del Pil, in Europa solo al venticinque per cento e soltanto tre Paesi dell’Unione europea (Danimarca, Svezia e Paesi Bassi) hanno fatto del sistema previdenziale una leva per la crescita (si veda l’approfondimento di Nicolas Marques nello studio Ibl-Epicenter sul nuovo bilancio europeo).

Tuttavia, perché questo meccanismo funzioni è necessario, da un lato, rendere pienamente responsabili i gestori dei fondi pensione verso i lavoratori: i loro risparmi devono essere gestiti nel loro interesse, non concepiti come una forma di finanziamento a basso costo per le imprese (o per alcune di esse). Dall’altro lato, è necessario rimuovere i disincentivi che frenano l’utilizzo del risparmio privato in asset produttivi: per esempio, la fiscalità oggi favorisce i titoli di stato, i cui rendimenti sono tassati al 12,5 per cento, contro tutte le altre rendite finanziarie che sono tassate al ventisei per cento (parificare l’aliquota è una delle riforme che abbiamo proposto per la prossima legge di bilancio). Peggio ancora, pur prevedendo modesti incentivi (quali il lieve incremento della soglia di deducibilità negli investimenti nei fondi pensione), il governo ha recentemente aumentato il carico fiscale su tali impieghi, incrementando i contributi annuali dovuti alla Covip.

Tutto questo mal si accorda con lo sbandierato obiettivo di mobilitare il risparmio per le imprese. In realtà il risparmio andrebbe mobilitato soprattutto per i risparmiatori e per i futuri pensionati: è a loro che deve garantire prestazioni più dignitose. Se quello è l’obiettivo, bisogna mettere i fondi in condizione di investire il più liberamente possibile. Immaginare eventuali corsie preferenziali a vantaggio dell’investimento “nazionale” è controproducente e anche un po’ folle, dal momento che l’autostrada ancora proprio non esiste.

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Alentejo 2030 reforça dotação para municípios em 45,4 milhões de euros

O Programa Regional do Alentejo 2030 reforçou em 10,3%, equivalente a cerca de 45,5 milhões de euros, a dotação para os municípios, no âmbito de uma reprogramação intercalar, anunciou a Comissão de Coordenação e Desenvolvimento Regional (CCDR).

A assinatura das adendas aos Contratos de Desenvolvimento e Coesão Territorial (CDCT) com as Comunidades Intermunicipais, que ocorreu ontem, dia 3 de Junho, formalizou a adaptação da contratualização territorial à reprogramação intercalar do programa, reforçando o investimento público nos territórios.

Segundo a CCDR/Alentejo, as adendas refletem um aumento global da dotação financeira dos CDCT, que passa de cerca de 440 milhões de euros para 446 milhões de euros.

Em relação a instrumentos complementares, há um reforço de 15,5 milhões de euros no âmbito da Habitação do Fundo para a Transição Justa (FTJ) e 24 milhões dirigidos ao ciclo urbano da água nos municípios.

«No seu conjunto, estes montantes traduzem-se num acréscimo global de cerca de 45,5 milhões de euros, correspondente a um aumento de 10,3% face à contratualização inicial, reforçando significativamente a capacidade de investimento dos municípios», sublinha a CCDR/Alentejo.

A revisão dos contratos integra, pela primeira vez, uma componente dedicada à habitação acessível e social, «respondendo a necessidades estruturais do território e alinhando o Programa com as prioridades europeias e nacionais no domínio da coesão social e territorial», explica a entidade que gere o programa operacional.

As adendas incorporam igualmente os ajustamentos decorrentes da reprogramação intercalar do Alentejo 2030, incluindo a redefinição de prioridades, a reafetação de recursos e o alinhamento com os níveis de execução verificados, «garantindo maior eficiência e eficácia na aplicação dos fundos».

Destaca-se ainda o reforço do investimento no ciclo urbano da água, «área estratégica para a região, com impacto direto na resiliência dos sistemas, na sustentabilidade dos recursos hídricos e na resposta aos desafios climáticos».

«O novo enquadramento contratual reforça o foco na execução física e financeira dos investimentos, no cumprimento das metas estabelecidas e na observância da regra do N+3, assegurando uma utilização eficiente dos fundos europeus», lê-se, em comunicado.

Paralelamente, este processo contribui para a preparação do próximo ciclo de programação, «consolidando a capacidade de planeamento e intervenção das entidades territoriais, com base na experiência adquirida» no período em curso.

Com a assinatura destas adendas, o Alentejo 2030 «reafirma o seu compromisso com uma política de coesão orientada para resultados, centrada nos territórios e nas pessoas, promovendo uma execução mais célere, eficaz e alinhada com os desafios estratégicos da região».

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Novo tarifaço é oportunista e mira eleições legislativas dos Estados Unidos, diz professor

As tarifas de importação impostas nesta semana pelo governo dos Estados Unidos a produtos brasileiros são medidas oportunistas e que visam retomar a América Latina como zona direta de influência. O diagnóstico feito pelo professor de Relações Internacionais da PUC-SP Tomaz Paoliello também abarca as eleições legislativas nos EUA neste ano e a pressão de grandes empresas de tecnologia (Big Techs) para operar sem regulamentação no Brasil.

“Qualquer uma dessas coisas, seja o PIX ou o mercado de etanol, são oportunistas. Quer dizer, elas podem ser usadas ou não – nada disso é novo”, afirma Paoliello, que indica como melhor estratégia diplomática a negociação e a atuação dos empresários envolvidos diretamente. Essa foi a estratégia adotada em 2025, quando o governo de Donald Trump impôs uma tarifa de 50% a diversos produtos brasileiros.

No entanto, diferentemente do que ocorreu com as tarifas impostas no último ano e que foram derrubadas pela Suprema Corte Americana, as decisões atuais estão embasadas na Lei de Comércio de 1974 dos EUA e, mais especificamente na Seção 301, que permite retaliação a países cujas políticas sejam consideradas “desleais” a seus interesses. Ou seja, são decisões com respaldo jurídico e mais difíceis de serem anuladas.

O cenário político criado pelo presidente dos Estados Unidos, Donald Trump, é característico de sua estratégia de negociação: criar um contexto que lhe forneça ampla vantagem de barganha, como tem feito nos últimos anos. “Eles têm, até que as tarifas entrem em vigor (em 15 de julho), uma expectativa de que o Brasil faça acenos, que o governo brasileiro ofereça determinadas medidas que seriam favoráveis aos Estados Unidos para que o Trump venda essa imagem de bom negociador”, analisa Paoliello.

Por fim, o pesquisador alerta sobre o poder político e econômico que os Estados Unidos ainda possuem, mesmo diante da ascensão de um outra potência que é a China. “No equilíbrio de forças a nível global, a ascensão da China coloca essa imagem da decadência relativa dos Estados Unidos no jogo de potências. Em termos dos meios de poder que os Estados Unidos têm, [entretanto, eles] são muito poderosos. Ainda é incomparável”, avalia o professor.

Para Tomaz Paoliello as “tragédias humanitárias” em curso no mundo e as guerras por disputa de zonas de influência devem seguir ocorrendo. “A gente precisa ficar de olho no que os Estados Unidos estão pretendendo fazer em Cuba e o que estão pretendendo fazer em termos de eleições na América do Sul. Os Estados Unidos ‘colocaram as asas de fora’ no governo Trump – e a gente vê o alcance que têm de poder”.

Confira os melhores momento da entrevista:

Professor Tomaz Paoliello
Professor Tomaz Paoliello acredita que tarifas serão usadas como ‘barganha’ pelo presidente dos EUA, Donald Trump

Em poucos dias, os EUA classificaram facções criminosas brasileiras como terroristas, impuseram tarifa de 25% sobre o Brasil alegando práticas comerciais desleais, especialmente em relação ao Pix, afirmaram (Marco Rubio, secretário de Estado) que o Brasil não é um país aliado e, hoje, propuseram tarifa extra de 12,5% devido a suposto trabalho forçado no Brasil. Do ponto de vista das Relações Internacionais, o que significam essas ações?

Acredito que o principal objetivo seja retomar a América Latina como uma esfera de influência dos EUA. Então isso tem sido jogado em cima do Brasil. Tem um contexto específico da Casa Branca, do governo dos EUA, de voltar suas atenções para a América Latina. Isso já vinha acontecendo há algum tempo, é uma marca do segundo governo Trump e, neste momento, [se voltou] para o nosso país.

Tem a ver com as eleições aqui e tem a ver com as eleições lá, mas em termos de relações internacionais, tem uma determinação desse atual governo dos Estados Unidos de transformar ou retomar essa região como esfera de influência dos Estados Unidos, com maior ascendência política. 

Assim, conseguiriam influenciar de maneira mais assertiva, com menos interferência de outros países e outras potências, a política da América Latina. É uma tentativa dos Estados Unidos de amarrar, atrelar o Brasil à esfera de influência deles, forçando a mão para que o Brasil tome uma série de decisões que são favoráveis aos Estados Unidos.

Você vê uma tentativa de interferência nas eleições brasileiras?

Sim, não só as eleições. Eu acho que as eleições são um ponto nessa trajetória, mas [dentro] desse conjunto de medidas. Para mim, não está claro como isso impacta as eleições brasileiras. O Flávio Bolsonaro, por exemplo, deu uma declaração falando que é contra as tarifas, que vai pedir à Casa Branca que as retire. Então, acho que ele próprio também teme as consequências negativas deste tarifaço para sua candidatura.

Visita de Flávio Bolsonaro ao presidente Donald Trump em maio deste ano
Visita de Flávio Bolsonaro ao presidente Donald Trump em maio deste ano

Acho que está muito claro que os Bolsonaro estão muito atrelados ao Trump. Sobre isso não temos dúvida, mas acho que é uma interferência que vai para além das eleições. Então, não está pressionando sobre o que vai acontecer no Brasil no futuro, está pressionando sobre o que acontece no Brasil hoje, no atual governo Lula, antes até de ter uma mudança de governo. É um conjunto de interferências que inclui as eleições, claro, mas que faz parte de um movimento mais amplo.

Tem uma outra eleição que, para eles, é muito mais importante, que é a eleição nos Estados Unidos neste ano. A eleição de um Congresso que pode “terminar” com o governo Trump, entre aspas. Quer dizer: ele vai ter muito mais dificuldade de governar. Então também dá para a gente interpretar o que está sendo feito agora, que é esse governo aproveitando enquanto eles ainda têm maioria congressual para “passar a boiada” deles. Eles vão fazer muita coisa ainda este ano para tentar influenciar nas eleições.

Quais estratégias diplomáticas poderiam ser adotadas neste contexto?

Negociar! Esse é um dos pontos importantes dessas medidas. A gente tende a enxergar, a partir das declarações do [Secretário de Estado dos EUA, Marco] Rubio, que seria um tipo de medida muito focada em aspectos ideológicos. Ele deu uma declaração esses dias falando que o Brasil não é alinhado aos Estados Unidos – e não é mesmo! -, mas que seria alinhado à Venezuela, Cuba, Nicarágua, o que também não é o caso. Ele tende a identificar – e esse é um tipo de visão muito comum em Washington – a região da América Latina dividida entre governos de esquerda e governos de direita. Os governos de direita pró-Estados Unidos, e governos de esquerda anti-Estados Unidos. É uma visão muito esquemática da região, que entende pouco do que se passa por aqui.

Tem um outro aspecto desse governo que é menos ideológico, que é muito pragmático. A gente já sabe que uma das estratégias do Trump é, como se fala, “colocar o bode na sala”, colocar um grande incômodo nas relações bilaterais com determinados países para depois vender uma solução. Faz uma estripulia qualquer, pode ser um ataque, pode ser o sequestro de um presidente, como na Venezuela, e depois vende um processo de negociação, um acordo de paz, ou o que quer que seja, como se ele tivesse feito um grande passe de mágica diplomático.

O que significa que eles têm, até que as tarifas entrem em vigor, uma expectativa de que o Brasil faça acenos, que o governo brasileiro ofereça determinadas medidas que seriam favoráveis aos Estados Unidos para que o Trump venda essa imagem de bom negociador. Não sei o que [mais] pode ser. O Lula já esteve na Casa Branca, então o governo brasileiro já está atuando junto ao governo dos Estados Unidos. As medidas a gente já, mais ou menos, sabe o que tem sido discutido: cooperação para combate ao crime organizado, acesso à exploração de terras raras no Brasil. Tem alguns pontos que os Estados Unidos poderiam vender, digamos assim, como benéficos a eles e que, eventualmente, podem servir de instrumentos de barganha em um momento como esse.

Trump busca um pretexto para que consiga adotar novamente tarifas protecionistas a países estrangeiros para fugir da decisão da Suprema Corte, que anulou as tarifas impostas no ano passado. Agora elas são baseadas na Lei de Comércio, de 1974. Existe alguma legitimidade em relação às acusações, mesmo em relação ao PIX ou trabalho forçado? Ou é uma estratégia de negociação?

Acho que várias das coisas que são alegadas não dá para dizer que sejam mentiras. Algumas delas são baseadas em informações incorretas. Agora, eu tendo a enxergar sempre que as questões jurídicas, mais técnicas, estão submetidas sempre a questões políticas. Quem toma a decisão é a política, e não o direito ou os técnicos. O que quer dizer que qualquer uma dessas coisas que a gente está falando aqui, seja o PIX, seja o mercado de etanol, são oportunistas, quer dizer, elas podem ser usadas ou não – nada disso é novo!

A questão, por exemplo, que os Estados Unidos alegam que o Brasil protege seu mercado de etanol para não importar mais para os Estados Unidos, é super antiga, não é deste governo. Agora ela foi reempacotada dentro dessa nova medida, mas já é uma queixa antiga.

Outra questão importante é a das empresas de tecnologia, que estão tendo que cumprir decisões judiciais aqui no Brasil, as big techs. Tem uma questão que é muito oportunista, de fato. Essas empresas estão do lado do governo dos Estados Unidos, a gente sabe que pressionam o governo a tomar decisões que as auxiliem em sua inserção internacional. Principalmente, porque tem determinados mercados que têm, cada vez mais, aprovado regulações na tentativa de colocar algum controle sobre a atuação dessas empresas. Na Europa é mais notável, mas o Brasil também tem tomado algumas medidas nesse sentido.

É mentira que tenham ações judiciais e que o Supremo Tribunal Federal (STF) tenha colocado imposições às Big Techs? Não, é verdade. Agora, essa verdade é usada sempre a partir de uma lógica da política. Pode ser de negociação, como eu falei, pode ser de interferência mais direta, de pressão também, não descarto esse aspecto. 

O governo dos Estados Unidos está forçando a mão, pressionando o Brasil, por exemplo, a deixar as big techs trabalharem de maneira mais livre aqui, com menos regulação. Isso pode ser só usado como barganha, mas acho que também pode ser usado, ou pode ser lido, como um objetivo em si, e as outras eu acredito que são a mesma coisa.

É bem típico de Donald Trump criar um cenário que lhe seja muito mais favorável para negociar, o que tem feito ao longo dos últimos anos. Você acha que tem alguma possibilidade concreta de passar disso e de ser implementada uma tarifa que prejudique as empresas brasileiras? Qual seria o impacto disso, caso venha realmente acontecer na decisão final de 15 de julho?

Acho que tem uma chance real, sim. O governo brasileiro vai negociar até lá, mas tem sim, uma chance, como da outra vez, de que o tarifaço entre em vigor, agora muito mais respaldado juridicamente, como você lembrou. Da outra vez, o tarifaço do Trump foi vencido na justiça americana. 

Agora eles fizeram de uma maneira que está mais justificada. Eu leio como o governo dos EUA se protegendo da Suprema Corte para que esse novo tarifaço não seja tão facilmente desmontado ou visto como ilegal, como foi da outra vez.

Tem sido bem típico do Trump, sim, mas é isso: ele vai aprendendo também. [Ele] fez de maneira mais [como uma] investida no ano passado, agora ele faz de maneira mais consistente. Então, não duvido que isso entre em vigor. Depois tem uma série de outras pressões que podem fazer diferença. A intermediação de empresários, como foi da outra vez, tanto empresários brasileiros que têm negócios nos EUA, quanto empresários americanos que têm negócios aqui no Brasil, ativem suas redes de contatos, façam conversas de bastidores, para tentar, depois, desmontar isso.

O Brasil também já está mais experiente. E a gente tem uma certa dependência dos EUA, mas relativamente muito menor do que vários outros países da América Latina ou mesmo da Europa, que são muito mais dependentes dos EUA economicamente e comercialmente. A tendência é uma estratégia paralela de tentar abrir novos mercados. O acordo do Mercosul com a União Europeia, por exemplo, só pode ser explicado a partir da pressão comercial que o Trump está fazendo, tanto sobre os países da América do Sul, quanto sobre a União Europeia. Talvez o maior “advogado” do acordo com a União Europeia, neste momento, tenha sido o Donald Trump, que jogou o Brasil em direção à Europa e jogou a Europa em direção ao Brasil. E vai jogar o Brasil em direção a outros sócios também. O Brasil vai ter que ir atrás de achar outros parceiros comerciais para compensar, ou para garantir uma menor dependência dos Estados Unidos.

E principalmente em relação à China também, que é um novo mercado a ser explorado.

Claro. A China é a outra potência. Os Estados Unidos ao mesmo tempo tentam amarrar a América Latina aos seus interesses, transformar a América Latina novamente nessa esfera de influência mais direta. A contrapartida é, para os países que querem de alguma maneira se proteger dessa influência, só tem uma outra alternativa, que é se aproximar da China. Então, uma consequência quase lógica desse tipo de ação do Trump é aproximar vários países que eram antigos parceiros dos Estados Unidos, em parceiros da China.

Agora, a China também tem limites do que pode oferecer. Por exemplo, tem um aspecto que é pouco falado da relação Brasil-EUA. A maior origem de investimentos no Brasil – não estou falando de comércio, mas de fluxos financeiros – vem dos Estados Unidos. A China tem crescido um pouco, mas não é um grande investidor no Brasil. Isso poderia, por exemplo, trazer uma grande mudança de placas tectônicas, caso a origem do investimento externo no Brasil mudasse dos Estados Unidos em direção à China.

É errado pensar nos EUA como um grande império em decadência?

Eu não sou dos que costumam ver os EUA como uma potência em decadência. A gente está vendo exatamente a força dos Estados Unidos, um momento do governo americano que tem menos pudor em usar a força, seja em direção aos países da América Latina, seja o que a gente viu no Oriente Médio. A gente tem visto, na verdade, evidências dessa potência americana.

Relativamente, é claro que está em decadência porque tem a ascensão de uma outra potência. No equilíbrio de forças a nível global, a ascensão da China coloca essa imagem da decadência relativa dos Estados Unidos no jogo de potências. Em termos dos meios de poder que os Estados Unidos têm, [entretanto, eles] são muito poderosos. Ainda é incomparável. A gente viu o que aconteceu no Oriente Médio: Israel, em um espaço curto de alguns anos, venceu todos os seus rivais regionais. Detonou o Hezbollah, o Hamas, acabou com o Irã, tudo a partir de apoio dos Estados Unidos. Isso é o poder dos Estados Unidos de moldar uma região, refazer as relações em um determinado lugar do mundo. É muita potência destrutiva neste caso, uma tragédia humanitária, mas que demonstra muito poder.

Então eu acho que agora, para a nossa região, a gente precisa ficar de olho. O que os Estados Unidos estão pretendendo fazer em Cuba, o que estão pretendendo fazer em termos das eleições na América do Sul, onde eles têm menos alcance do ponto de vista da influência direta. São todas coisas para a gente ficar de olho porque os Estados Unidos “colocaram as asas de fora” no governo Trump – e a gente vê o alcance que eles têm de poder.

Podemos dizer que o principal interesse norte-americano no Brasil seriam as terras raras e os minerais para fazer a transição energética, que é um mercado dominado pela China? Neste contexto, principalmente caso a direita não vença as eleições, haveria algum risco de alguma intervenção direta no Brasil ou isso ainda está distante?

Eu acho que não. Os Estados Unidos não têm uma tradição de fazer intervenções diretas na América do Sul, como a gente viu, recentemente, na Venezuela. Acho que Venezuela e Colômbia talvez sejam a exceção, que são países mais caribenhos, mais ligados ao sistema de poder americano do que os [outros] países sul-americanos. Claro que geograficamente são sul-americanos, mas compuseram mais esse sistema de estados caribenhos. Agora, Brasil, Argentina, Chile, Uruguai, claro que os Estados Unidos têm muita ascendência, participaram de eventos políticos aqui, mas, raramente, senão nunca de maneira direta, com intervenções diretas, desembarque de tropas. Não acredito que isso seja o caso, pelo menos, para o que está no momento.

O Brasil também é um país poderoso, a gente às vezes menospreza a [nossa] capacidade, mas fazer uma intervenção no Brasil não é qualquer coisa. A questão das terras raras é uma questão importante! A gente pensa que se a direita vencer a eleição, principalmente o candidato viável da direita sendo o Flávio Bolsonaro, não tenho dúvida que ele vai fazer um aceno neste sentido para os Estados Unidos. 

Mas o governo Lula também não tem se colocado de maneira muito contrária à comercialização dessas terras raras para os Estados Unidos, não se opõe a isso. O Brasil não tem hoje um plano estratégico para exploração e comércio de terras raras. O Brasil vê as terras raras como um patrimônio mineral, como vários outros que a gente tem, um recurso natural. E hoje não tem impedimento de que uma empresa americana explore e comercialize as terras raras no Brasil. O governo do Brasil vê mais royalties do que estratégias.

De maneira mais ampla, para encerrar, o momento geopolítico global é delicado: há guerra na Ucrânia, uma postura agressiva dos EUA, há o genocídio na Palestina. Como enxerga esse momento global? Vê alguma possibilidade de uma guerra em maior escala?

O que a gente tem visto é o que deve continuar acontecendo. A gente viu uma profusão de guerras que não são pequenas. A guerra da Ucrânia, em uma trajetória mais longa, uma guerra que vai ser lembrada e estudada por muito tempo. O genocídio em Gaza vai também ser lembrado para sempre, uma tragédia humanitária muito documentada, que gerou muita comoção, mesmo fora da região. O bombardeio atual do Irã, com o bloqueio do Estreito de Ormuz, quer dizer: são todas guerras já muito importantes com impactos globais.

Uma guerra entre potências, a gente não vai ver, isso continua tão improvável quanto foi na época da Guerra Fria. As potências são potências nucleares. Uma guerra entre Estados Unidos e China, Estados Unidos e Rússia, acho muito pouco provável. Agora, essas outras guerras, de disputas por áreas de influência, a gente vai continuar vendo acontecer, acredito eu.

Por exemplo: a gente tem um risco relativamente grande de algum evento, inclusive militar, em Cuba. Seria uma tragédia para a nossa região e para o mundo, mas, principalmente, para os cubanos. Há uma chance de acontecer, não posso dizer que vai acontecer, mas eu vejo que, pelo menos num período próximo, a gente vai continuar vendo a eclosão de conflitos. Tentativas de interferência em assuntos internos de países, a política de potências de maneira mais explícita, que já tem consequências trágicas. A gente já está vendo isso. 

Já nem precisamos esperar uma guerra mundial, como a gente fala, para ver a tragédia do momento, dessa disputa de potências que a gente está vivendo agora, principalmente a partir da atuação dos Estados Unidos e, em menor medida, da Rússia. A China age de maneira diferente nesse aspecto, mas sobre a China a gente precisaria falar em uma outra entrevista!

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