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Cosa aspettarsi da El Niño, dove colpirà e perché assomiglia a quello del 1877 che uccise oltre 50 milioni di persone

I venti in quota cambiano direzione e le acque degli oceani sono sempre più calde: sono questi i due fattori principali che stanno contribuendo a formare il Super El Niño. Mentre il fenomeno atmosferico si avvicina, l’Organizzazione meteorologica mondiale ha invitato a prepararsi: un appello a cui ha fatto seguito anche Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. “I dati scientifici sono inequivocabili – ha dichiarato – C’è il 90% di possibilità che El Niño arrivi alle nostre porte nei prossimi mesi. Il mondo deve trattarlo come l’urgente avvertimento climatico che è”. Lo si annuncia da tempo e molti meteorologi sono preoccupati dal fatto che potrebbe essere il più forte dell’ultimo secolo. “Penso che assisteremo a eventi meteorologici che non abbiamo mai visto in epoca moderna”, ha avvertito, come riporta EuroNews, Jeff Berardelli, capo meteorologo e specialista del clima di WFLA-TV, in Florida.

Cos’è El Niño?

El Niño un fenomeno climatico naturale e periodico. Nasce dal riscaldamento delle acque oceaniche nella parte centro-orientale del Pacifico tropicale e si verifica in media ogni due/sette anni, durando dai nove ai dodici mesi. Secondo le stime del Noaa (la National Oceanographic and Atmospheric Administration) in quella zona quest’anno le temperature potrebbero aumentare di 3 gradi battendo ogni record precedente. La soglia ufficiale per stabilire la creazione di un evento El Niño corrisponde a un aumento di 0,5 gradi delle temperature superficiali dei mari per un periodo stagionale. Se la soglia raggiunge un aumento di 2 gradi allora si parla di Super El Niño, ovvero un’anomalia per quella zona del Pacifico. L’evento definito super, a differenza di quello normale, si verifica ogni quindici anni in media: l’ultimo è stato nel 2015-16, ancor prima nel 1997-98 e poi, ancora a ritroso, nel 1982-83. El Niño si alterna con la sua fase opposta, La Niña: è il fenomeno di raffreddamento delle temperature, finito nei primi mesi dell’anno. Il mondo al momento si trova nella fase di Enso neutrale, con le temperature superficiali del mare vicine alla media storica, senza il riscaldamento anomalo verso cui ci si sta invece avviando.

Il fatto che il Super El Niño arriverà è certo secondo i modelli di previsione tra cui Ecmwf, Noaa e Bom. Resta però da capire come si svilupperà e quali aree colpirà. Preoccupa soprattutto la rapidità con cui si sta sviluppando perché in soli due mesi dalla fase neutra in cui siamo si passerà a quella attiva e intensa. Oltre a questo, i meteorologi monitorano l’evento con attenzione perché rispetto al passato il mondo oggi è molto più caldo: avere un Super El Niño in queste condizioni potrebbe avere conseguenze non lineari e difficili da prevedere. A preoccupare la comunità scientifica è in particolare l’impatto che potrebbe avere sulle temperature mondiali a lungo termine. Questi eventi intensi tendono a trasferire grandi quantità di calore dall’oceano all’atmosfera e, come previsto dal climatologo Zeke Hausfather, il 2026 potrebbe già diventare il secondo anno più caldo mai registrato, mentre il 2027 avrebbe il 73% di probabilità di conquistare il record assoluto. Tutti numeri che si legano strettamente al cambiamento climatico, come sottolineato a EuroNews anche da Friederike Otto, professoressa di scienze del clima all’Imperial College di Londra: “El Niño è un fenomeno naturale. Va e viene. Il cambiamento climatico, al contrario, peggiora finché non smettiamo di bruciare combustibili fossili. Quindi è il cambiamento climatico il vero motivo per allarmarsi“.

Dove colpirà?

Difficilmente il Super El Niño colpirà l’Europa prima della fine di luglio. Qui comunque l’impatto sarà limitato. Le conseguenze principali sul continente saranno le precipitazioni di fine estate e anche in autunno. In Italia è possibile immaginare dei picchi di calore nel Centro-sud e temporali al Nord, un po’ come quelli che si sono registrati nel 2023. Le zone duramente colpite del mondo saranno Australia, Indonesia, Canada in inverno e Stati Uniti in estate, anche sea farne le spese maggiori saranno le aree del Perù e dell’Amazzonia. La vita del Sud America si intreccia da secoli con El Niño, soprattutto per un accumulo di acque oceaniche calde al largo di Perù ed Ecuador: è in base al calore di quelle acque e in base a quanto si discosti dalla media stagionale che i meteorologi ne classificano l’intensità.

La lista è lunga: dalle alluvioni che hanno devastato il Brasile nel 1982, alla siccità in Colombia che distrusse tutti i raccolti di caffè nel 1997, fino ai più recenti incendi per le scarse piogge in Amazzonia nel 2015. L’evento atmosferico del 2023 invece non era sicuramente tra i più forti in assoluto ma gli effetti sono stati lo stesso catastrofici per alcune aree del bacino amazzonico i cui fiumi hanno registrato i livelli più bassi degli ultimi 120 anni. In generale sono sempre fenomeni climatici contrastanti perché sa da un lato gli incendi hanno devastato la più grande zona umida tropicale del mondo, il Pantanal, dall’altro le forti piogge hanno costretto milioni di persone ad abbandonare le proprie case nello stato brasiliano di Rio Grande so Sul.

Proprio per questo i danni maggiori saranno dovuti ad uno squilibrio del ciclo dell’acqua con potenziali alluvioni anche nei Paesi asiatici come Cambogia e Thailandia. Al contrario, il monsone indiano, fondamentale ogni stagione per diminuire il calore e favorire i raccolti, sarà più debole, causando gravi danni economici alla popolazione. Anche la Cina avrà le sue conseguenze, pur essendo un Paese che storicamente non subisce direttamente gli effetti di El Niño. Dopo l’evento del 1997, Pechino ha subito una delle peggiori inondazioni dell’ultimo secolo nella sua storia, con il fiume Yangtze che, pieno per due mesi di piogge torrenziali, uccise oltre 3mila persone. C’è anche l’Africa dove eventi come El Niño tendono a prosciugare le stagioni delle piogge tra luglio e settembre nel Sahel e tra novembre e marzo nelle aree meridionali. Aria calda e umida convergono verso l’Africa orientale, provocando inondazioni, frane e anche focolai di malaria. El Niño del 2015 ha fatto collassare il sistema dei raccolti di gran parte del continente meridionale, facendo crollare anche di due terzi la produzione in alcuni Paesi. Alla lunga lista di danni si aggiunge infine anche il Polo Nord, dove l’aumento delle temperature già in rialzo potrebbe accelerare lo scioglimento dei ghiacci.

Un po’ di storia

Il Super El Niño verso cui il mondo si avvia, secondo molti esperti, è il più vicino per caratteristiche a un evento atmosferico del 1877 che devastò i raccolti uccidendo milioni di persone. Era 150 anni fa quando il fenomeno climatico imprevisto provocò una carestia globale che causò la morte di oltre 50 milioni di persone tra India, Cina e Brasile. Per il tempo era circa il 4% della popolazione mondiale stimata: equivale a circa 250 milioni di persone se accadesse oggi. A renderlo così letale fu la convergenza rarissima di tre sistemi oceanici. Contemporaneamente al Super El Niño, si verificò un Dipolo dell’Oceano Indiano in fase positiva, ovvero la parte occidentale dell’Oceano Indiano (vicino all’Africa) molto più calda della parte orientale (vicino all’Indonesia), mai superato da allora. A questo si aggiunse un riscaldamento senza precedenti dell’Atlantico settentrionale, che spostò le correnti atmosferiche portatrici di pioggia lontano dalle regioni agricole vitali. Questa “tripla minaccia” trasformò i monsoni in miraggi e le piogge svanirono improvvisamente su tre continenti.

“Ora la nostra atmosfera e i nostri oceani sono sostanzialmente più caldi rispetto al 1870, il che significa che gli eventi estremi associati potrebbero essere più intensi”, ha detto al Washington Post Deepti Singh, professoressa associata alla Washington State University. Tra quello del 1877 e quello di oggi però, tranquillizza l’esperta, ci sono anche delle differenze che non porteranno a una crisi globale equivalente. Innanzitutto, all’epoca non c’era modo di prevedere l’arrivo di un El Niño così potente, oltre a mancare la consapevolezza di cosa effettivamente comportasse. Una conoscenza che il mondo moderno ha acquisito soprattutto studiando il Super El Niño che ha colpito il mondo nel 1982-83. Grazie ai notevoli progressi nel monitoraggio e nella previsione del clima, siamo ora molto più preparati ad affrontare le conseguenze. Sono cambiati anche i fattori sociali, politici ed economici che nel 1877 aggravarono gli effetti del fenomeno atmosferico. Tuttavia, essendo così potente, potrebbe comunque avere un impatto significativo sulla sicurezza alimentare soprattutto delle zone già vulnerabili per le condizioni metereologiche attuali. “L’aumento del rischio di siccità associato a questo super El Niño minaccerà la sicurezza alimentare, idrica ed economica in molte regioni, con possibili ripercussioni a cascata a livello globale sui sistemi socioeconomici interconnessi”, ha spiegato Singh.

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Roma taglia 30mila alberi, il Campidoglio: “Ne abbiamo piantati il doppio”. Gli esperti: “Non basta mettere piante giovani”

“Trovo sbagliato e profondamente riduttivo il racconto per cui ‘abbiamo piantato più alberi di quanti ne abbiamo tagliati’. Anche se fosse vero numericamente non basterebbe, perché il tema non è quanti alberi entrano o escono dal bilancio comunale, ma quale patrimonio arboreo resta alla città. Quale ombra resta ai cittadini. Quale paesaggio ai quartieri. Abbattere alberi e ripiantarne non è un’operazione neutra. E comunque trentamila alberi abbattuti sono un’enormità”. Daniele Zanzi, agronomo di fama internazionale, commenta così i numeri del Bilancio Arboreo del Comune di Roma. Tra il novembre 2021 e il dicembre 2025, ha spiegato l’amministrazione presentando il Bilancio, gli abbattimenti sono stati 29.842 (di cui 706 schianti) – numeri altissimi rispetto a tutte le amministrazioni precedenti – mentre le piantagioni effettuate sarebbero pari a 67.640. Sono entrati nel computo anche alberi esistenti ma non censiti prima, ben 36.372, che tuttavia fornivano i loro servizi ecosistemici anche prima.

Critiche le associazioni in difesa degli alberi di Roma: per Italia Nostra mancano dati essenziali quali abbattimenti e messa a dimora per ogni municipio, strada, specie arboree, attecchimento e sopravvivenza delle nuove piante. A sua volta Curaa, Cittadini Uniti per Roma i suoi Alberi e Abitanti, parla di un conteggio senza possibilità di verifica e di un bilancio arboreo positivo ma solo sulla carta, mentre denuncia la distruzione di alberi monumentali: dai cipressi del “bosco sacro” del Mausoleo di Augusto, alle paulonie di Piazza della Chiesa Nuova, al bosco dei lecci di Castel Sant’Angelo, al dimezzamento dei pini ai Fori Imperiali. “Solo alcuni esempi di una furia che non sta risparmiando gli alberi nemmeno in periodo di nidificazione. E in ogni caso 30.000 abbattimenti significa 6.000 tonnellate di ossigeno in meno”, denuncia la presidente Jacopa Stinchelli.

Getta acqua sul fuoco Paola Muraro, presidente degli Agronomi di Roma. “È ovvio che la struttura di un albero di 20-30 anni non è la stessa rispetto a una pianta giovane, ma Roma aveva la necessità di un ricambio. Ricordiamo che gli effetti di queste nuove piante non sono mai visibili subito, ma dobbiamo lavorare con un senso di responsabilità ambientale futura”. Muraro ammette che “nel breve periodo si registra una perdita di servizi ecosistemici, ma nel medio-lungo termine il rinnovo porta a un patrimonio arboreo diversificato, meglio adattato agli stress urbani per una funzione vegetazionale più efficiente, più gestibile riguardo al rischio. Non siamo quindi di fronte a una riduzione sistemica del patrimonio arboreo, ma a una sua trasformazione”.

Nel dibattito interviene anche Nathalie Naim, Consigliera del Primo Municipio per la Lista Civica Gualtieri e da sempre in prima linea su decoro urbano e cura del verde. Per Naim “il bilancio arboreo, che è stato redatto secondo quando previsto dal Regolamento del Verde è un atto positivo, ma sarebbe auspicabile, ai fini di una migliore trasparenza per i cittadini, ma anche della comprensione dello stato del verde della città, realizzarlo in modo più circostanziato. Invece di declinare genericamente il numero totale di alberature abbattute e piantate, occorrerebbe indicare la tipologia e il luogo in cui ricadono perché la differenza ecosistemica fra un albero di prima grandezza e uno di piccola specie è enorme, la differenza fra un albero adulto e una pianta molto giovane o un germoglio anche”.

La questione, anche per Naim, riguarda il paesaggio: “Un albero non vale un altro. Un paesaggio tipico di Roma caratterizzato da filari di pini o da platani ad esempio, non può e non deve essere sostituito da altre specie. Infine è importante verificare i giovani alberi piantati dalle ditte e conteggiati nel bilancio perché troppo spesso questi non ottemperano al loro dovere di accudirli per due anni e molti non sopravvivono”. In generale, dunque rilievi critici mossi all’amministrazione convergono sul tema della qualità del verde. “Il valore non è nel fusto contato, ma nella funzione esercitata”, nota sempre Zanzi. “Per questo la legge che considera l’albero come oggetto di arredo urbano ed equipara un albero di trenta metri a uno appena nato andrebbe modificata”.

Resta comunque un problema radicale: l’incomprensione, sul tema del verde, tra l’amministrazione romana e i cittadini, che ormai da mesi e mesi manifestano tutta la loro frustrazione sui social media dove denunciano i continui abbattimenti senza preavviso e senza coinvolgere i residenti, che spesso si trovano all’improvviso privati dei loro alberi e della relativa ombra. “A Roma esiste una forte azione collaborativa da parte dei cittadini e questo è un vantaggio per il bene della città, ma non esiste una visione cosiddetta ‘anti-verde’, spiega Muraro. “Credo sia necessario un dialogo continuo per far comprendere che l’abbattimento di alberi arrivati a fine ciclo vita o rischiosi non è di per sé un fallimento della tutela”. “Certamente la sicurezza è un tema serio, ma non si può fare di ogni grande albero un potenziale imputato”, conclude Zanzi. “Credo che la buona amministrazione del verde si misuri anche con la qualità degli alberi salvati, con la capacità di dire no a un abbattimento evitabile, con la competenza degli interventi, con la cura silenziosa che non finisce nel giorno della piantumazione ma comincia proprio lì. Il problema non è politico, ma culturale”.

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“Dal basso”, primo festival di yoga popolare a Roma: “No alle logiche di mercato che lo rendono inaccessibile”

Da un lato c’è lo schermo dei social che racconta di corpi perfetti, scolpiti da allenamenti elitari a 150 euro. Dall’altro c’è una comunità che vuole tornare ai veri valori dello yoga, dove tutti a terra si riconoscono alla stessa altezza. È un guardarsi “Dal Basso” proprio come suggerisce il nome del primo Festival di Yoga Popolare organizzato dal collettivo “Yoga Riot” che si terrà il 7 giugno – dalla mattina alla sera – al Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax di Roma.

“Per noi significa creare una comunità davvero inclusiva, in cui non contino il tipo di corpo, l’estrazione sociale o lo stile di vita delle persone. L’idea è offrire uno spazio comune e accogliente in cui chiunque possa praticare yoga – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Matteo Franceschini , insegnante di yoga e co-fondatore del collettivo – noi siamo insegnanti e utilizziamo la pratica per trasmettere valori che appartengono prima di tutto a noi come individui. Con questo Festival volevamo costruire un momento di unione, capace di mettere tutti sullo stesso piano”.

Ma quanti e quali sono i piani da livellare per ambire alla perfetta inclusione di tutte e tutti? Non occorre fare molta strada, basta dare uno sguardo al proprio corpo. È considerato giusto? Sbagliato? È conforme? Secondo Franceschini, che ha ricordato come i valori dello yoga siano sempre andati ben oltre la sola pratica fisica, oggi sembra quasi che esista un solo corpo ideale per lo yoga ma “in realtà è l’opposto. Nella mia esperienza personale – mi occupo anche di yoga terapeutico – credo che proprio chi vive difficoltà o ha un corpo lontano dagli standard dominanti debba sentirsi accolto nella pratica. Il corpo non definisce una persona: è uno strumento, e ogni corpo racconta una storia che merita dignità e ascolto”.

Perché allora sembra così difficile superare l’idea che la pratica sia solo appannaggio di pochi? “Sui social, tutto corre velocissimo e si finisce per imporre modelli conformi spingendo molto sulla performance e sull’apparenza– ha sottolineato Franceschini – il nostro obiettivo è riportare l’attenzione sull’esperienza umana e non sulla conformità estetica”.

Ma superate le barriere fisiche che riguardano la sfera individuale, secondo Franceschini bisogna affrontare la dimensione collettiva “capitalistica” che ha creato un vero e proprio “classismo del benessere“: “Il mondo del wellness, yoga compreso, è stato progressivamente assorbito da logiche di mercato che hanno reso certe pratiche accessibili solo a chi può permettersele”. Ma l’inversione di rotta esiste ed è possibile: “Con Dal Basso abbiamo voluto fare l’opposto. Oggi esistono festival in cui un singolo giorno può costare anche 150 o 200 euro. Noi abbiamo scelto di mantenere un prezzo popolare. L’ingresso costerà 15 euro per un’intera giornata di attività, con due sale yoga, circa trenta laboratori, un mercatino e momenti conviviali. Anche il cibo sarà gestito da realtà che condividono la nostra stessa visione sociale e accessibile”.

È con lo scardinamento di questi muri che può compiersi la piena “libertà di movimento“, un concetto che va ben oltre il suo significato letterale e che per il collettivo Yoga Riot si aggancia alla “possibilità per ogni individuo di esistere, spostarsi ed essere accolto con dignità, indipendentemente dal luogo in cui è nato”. Matteo Franceschini ha specificato come questo sia per loro un tema centrale “soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo” perché “mentre si parla sempre più spesso di remigrazione e chiusura” è fondamentale “sostenere chi fugge da determinate condizioni o aiutare concretamente chi resta nei territori colpiti“.

Tutto è dunque centrato sul significato etimologico del termine yoga: unione. È solo spogliandosi di qualsiasi sovrastruttura che si può innescare una connessione con sé stessi e l’altro in un processo che, come cerca di insegnare lo yoga fin dall’origine, ha bisogno di consapevolezza: perché, ha concluso Franceschini, “più siamo consapevoli, più ci avviciniamo alla libertà, individuale e collettiva”.

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Novo He-Man aposta em nostalgia e mostra herói mais humano nos cinemas

Figurinha carimbada nos programas infantis dos anos 1980, He-Man marcou uma geração ao diariamente empunhar a sua espada e bradar que tinha a força. A cena icônica ressurge no novo filme, mas o herói pronuncia as palavras com insegurança, longe da invulnerabilidade de antes.

Batizado apenas de “Mestres do Universo”, o longa apresenta uma versão do personagem que cresceu na Terra, exilado do reino fantástico de Etérnia. Alter-ego do guerreiro, o príncipe Adam foge para a nossa realidade ainda na infância, em meio a um ataque devastador do vilão Esqueleto ao lar, e cresce solitário com as memórias de soldados incríveis e de seres extraordinários.

Quinze anos depois da fuga, Adam sofre como poucos. Afundado em uma rotina corporativa insuportável e taxado de louco por amigos, o protagonista luta para encontrar o caminho de volta para a terra natal. Quando retorna, porém, a Etérnia que ele reencontra está devastada, dominada por um Esqueleto sedento por todo o poder do universo.

Conflitos familiares definem o novo herói

A pressão para salvar o reino e a vida no exílio definem a fragilidade de Adam no filme. Mesmo quando empunha a espada e se torna o He-Man, ele ainda sofre pela falta de aprovação do pai, que na infância o julgava frágil demais para a coroa.

Este drama paterno foi fundamental para Nicholas Galitzine na hora de dar vida ao herói loiro e cheio de músculos. Segundo o ator inglês, a trama familiar, uma aposta do longa, o ajudou a dar profundidade a um protagonista todo poderoso.

“Nós conversamos nos bastidores sobre como trazer humanidade a estas pessoas maiores que a vida, e isso foi a primeira coisa com a qual me conectei ao Adam”, diz o britânico à reportagem, durante a sua visita a São Paulo para promover o longa. Em sua avaliação, personagens invencíveis afastam o público: “Eles se tornam unidimensionais e chatos.”

“A relação com o pai informa completamente quem Adam é, e por causa dela que ele acaba preso na Terra, sofrendo para seguir em frente. De certa forma, ele se sente confinado à criança que era em Etérnia.”

Por acaso, a criança interior de Adam também é fã escancarada do universo do He-Man. Mesmo depois de adulto, o príncipe passa horas desenhando espadas e inventando apelidos para os guerreiros da infância, em uma obsessão parecida com a da meninada que caiu de amores pelos brinquedos e pelo desenho animado nos anos 1980.

A força da nostalgia

Tudo isso cai como uma luva em um filme que busca reacender nas telonas a febre de “Mestres do Universo”. Criada pela Mattel como resposta ao sucesso dos brinquedos de “Star Wars”, a franquia lançada em 1982 virou um fenômeno, com seus heróis musculosos dominando as prateleiras. Desde então, porém, a fabricante tem encontrado dificuldades para repetir o feito, entre relançamentos malsucedidos e um primeiro filme que se tornou sinônimo de fracasso após sua estreia, em 1987.

Já a nova adaptação apela para o passado. O longa recria o visual original dos heróis e vilões da série animada, produzida pela Filmation, e inclui diversas referências a cenas do desenho. Diretor do filme, Travis Knight compara o trabalho a um desafio de equilíbrio.

“Eu tentei sempre apelar à criança de oito anos que se apaixonou por ‘Mestres do Universo’, em dar vida ao filme que ela gostaria de ver”, explica o cineasta. “Um componente importante disso é a nostalgia, de amar o que veio antes, mas você também precisa estar aberto ao que vem a seguir. Esta adaptação é uma mistura dessas duas partes.”

A partir disso, Knight e os roteiristas encontraram um caminho para uma versão do protagonista que iguala os fãs no fascínio pelo mundo de Etérnia. Segundo o diretor, Adam vê a terra natal da mesma forma que um adulto lembra da infância — um olhar gentil, diferente da realidade dura dos fatos.

Personagens excêntricos e novas gerações

Nisso, o choque de impressões energiza a trama, em especial quando o herói retorna do exílio na Terra. A produção viu aí a chave para introduzir ao público os guerreiros mais estranhos, incluindo um com pescoço elástico e outro que se arremessa nos adversários.

“Para a gente, foi ótimo ter um protagonista assim para explicar esses personagens insanos de nomes ridículos, como Fisto, Aríete e o próprio He-Man”, diz Knight. “Em que mundo essas pessoas teriam tais batismos? Assim, a gente passa a ver as coisas também como criança.”

O mais surpreendente é que essa proposta nostálgica ajudou o elenco a se desarmar do temor pelo lado mais bélico do saudosismo do público. Um desafio interessante em especial para Galitzine e Camila Mendes, que lideram o grupo como Adam e a heroína Teela. Eles nasceram nos anos 1990, uma geração depois do fenômeno de “Mestres do Universo”, mas anterior às novas audiências miradas pela produção.

Segundo a dupla, estar dentro deste sanduíche geracional rendeu uma experiência libertadora.

“A gente conheceu esses personagens quando crianças, mas não tivemos muito contato com eles. O trabalho me deu a chance de entender este mundo”, explica Mendes.

A atriz diz que se apaixonou pela série no processo. “Passei a assistir o desenho toda noite, antes de dormir. De repente, fiquei animada com a ideia de apresentar esses heróis aos mais novos.”

Galitzine afirma que a missão do filme foi tanto de agradar os fãs quanto de atrair uma nova geração: “O desafio era criar personagens que os mais velhos curtissem, mas com liberdade para produzir algo novo”.

Com esse olhar amadurecido sobre a nostalgia dos fãs, o ator então pode dizer sem medo que tinha a força. (Pedro Strazza/FOLHAPRESS)

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Una tromba d’aria si abbatte su Roma: decine di alberi caduti e auto danneggiate in diverse zone

Almeno 50 alberi caduti, segnali stradali divelti, allagamenti e auto distrutte. Sono le conseguenze di una forte tromba d’aria, subito dopo un nubifragio, che ha colpito Roma nella prime ore del mattino del 3 giugno. I quartieri più colpiti sono Prati Fiscali, Conca d’Oro e Tufello, ma anche Nomentano, Salario e Parioli. Al lavoro vigili del fuoco e pattuglie della polizia locale in campo per gestire la viabilità. Si registrano disagi anche sulla tangenziale est dove c’è stata in più punti una riduzione di carreggiata a causa dei rami finiti in strada.

“Una violenta tromba d’aria ha interessato diverse aree – ha detto il presidente del Municipio III Montesacro, Paolo Emilio Marchionne -. Fortunatamente non si registrano feriti gravi. Alcune persone hanno riportato lievi conseguenze, mentre il forte evento atmosferico ha provocato soprattutto grande spavento tra i cittadini e ingenti danni a proprietà private e infrastrutture pubbliche”. Il presidente ha fatto sapere in una nota che ci sono stati numerosi interventi per far fronte all’emergenza e ripristinare la sicurezza nelle aree colpite. “Invito tutte le cittadine e tutti i cittadini alla massima prudenza negli spostamenti, sia a piedi sia in automobile”, ha concluso Marchionne.

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Roma, uccide a coltellate il vicino 57enne per motivi condominiali: arrestato un 18enne

Una lite per motivi condominiali è degenerata in omicidio. Nella tarda serata del 2 giugno, intorno alle 21, un 18enne colombiano ha accoltellato a morte il suo vicino 57enne, Luca Di Vito, a seguito di una discussione. È successo nella periferia ovest di Roma, in via Villastellone, in zona Boccea, dove è intervenuta la polizia che ha arrestato il giovane. Secondo le prime ricostruzioni, anche grazie alle testimonianze dei condomini, già in passato tra i due ci sono stati litigi.

Stando a quanto riportato da Repubblica, a provocare la lite è stata una disputa protratta nel tempo. A creare rancore tra i due erano stati i bidoni della raccolta differenziata davanti all’abitazione di Luca Di Vito, sistematicamente usati dai condomini di un palazzo poco distante, dove viveva anche il 18enne. Sopra uno dei cassonetti, un cartello scritto a penna, gli agenti ipotizzano dalla stessa vittima, recitava: “Non buttate la vostra spazzatura nei nostri secchi. Avete rotto il ca…”. Una versione confermata anche dal fratello della vittima: “Da quel palazzo escono con i sacchi pieni e li lasciano davanti casa di mio fratello. Luca si era affacciato dal balcone per rimproverarlo, dicendogli di riportarsi la spazzatura a casa. E quel ragazzino lo ha sfidato: “Scendi giù, se hai coraggio“. Luca non si sarebbe mai messo a combattere con un ragazzino per una cosa del genere”.

Per questo motivo, sempre stando al racconto del fratello, Di Vito era andato lì solo per chiarirsi con i genitori del giovane, ma lui ha aperto la porta e lo ha accoltellato. Diversi fendenti, di cui uno fatale al collo: i sanitari del 118 ne hanno solo potuto constatare la morte. L’uomo è stato trovato senza vita sulla terrazza del primo piano dell’edificio che è stato posto sotto sequestro. La teoria è comunque al vaglio degli agenti del Commissariato Aurelio che chiariranno la dinamica di quanto accaduto, anche per verificare se il giovane 18enne abbia reagito a un’aggressione per difendersi.

Video Agenzia Local Team

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E’ morto l’attore e doppiatore Giacomo Piperno: recitò per Benigni, Tornatore e Scola, è stato la voce italiana di Gene Hackman

L’attore e doppiatore Giacomo Piperno è morto all’età di 90 anni presso il Policlinico Umberto I di Roma. A darne l’annuncio, come riportato dall’agenzia Adnkronos, sono stati i figli. Interprete eclettico, nel corso di una lunga carriera ha attraversato la storia dello spettacolo italiano alternandosi con versatilità tra ruoli drammatici, comici e storici, sia sul grande che sul piccolo schermo.

Dalla fuga in Svizzera al debutto in tv

Nato a Roma il 20 gennaio 1936 in una famiglia ebraica, Piperno riuscì a scampare alle deportazioni nazi-fasciste fuggendo in Svizzera con i propri famigliari nell’ottobre del 1943, proprio nei giorni del rastrellamento del ghetto della Capitale. L’avvicinamento al mondo dello spettacolo è avvenuto alla fine degli anni Cinquanta, culminando nel debutto televisivo del 1960 con un ruolo nello sceneggiato “Tenente Sheridan: una gardenia per Helena Carrel”. Il vero slancio professionale, tuttavia, è arrivato otto anni più tardi grazie al cinema, con la partecipazione al film “Commandos” (1968).

I grandi registi del cinema italiano

Da quel momento, la sua carriera cinematografica lo ha visto collaborare con alcuni dei più importanti registi italiani. Ha recitato in pellicole d’impegno civile e storico come “Sacco e Vanzetti” (1971) di Giuliano Montaldo, “Porte aperte” (1990) di Gianni Amelio, “Il portaborse” (1991) di Daniele Luchetti e “Pasolini, un delitto italiano” (1995) di Marco Tullio Giordana. Significative anche le sue incursioni nella commedia e nel cinema d’autore: ha preso parte a “Rugantino” (1973) di Pasquale Festa Campanile, “Il camorrista” (1986) di Giuseppe Tornatore e “Splendor” (1988) di Ettore Scola. Un solido sodalizio professionale lo ha legato a Roberto Benigni, che lo ha diretto prima nell’episodio “In banca” del film “Tu mi turbi” (1982) e successivamente nel successo “Il piccolo diavolo” (1988).

La televisione e il doppiaggio

Parallelamente al cinema, Piperno ha mantenuto una presenza costante in televisione, partecipando a numerose serie e miniserie. Tra i suoi lavori per il piccolo schermo figurano “Napoleone a Sant’Elena” (1973) e, in anni più recenti, la fiction “Caterina e le sue figlie” (2005-2007), dove ha interpretato il marito del personaggio portato in scena da Iva Zanicchi. Il suo talento si è esteso con successo anche alla sala di doppiaggio. Tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta, Piperno ha prestato la propria voce a interpreti internazionali del calibro di Gene Hackman e Philippe Leroy, contribuendo a caratterizzare e rendere memorabili i loro personaggi per il pubblico italiano.

Foto: Wikipedia.

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È morto Owain Rhys Davies, l’attore gallese era noto per il ruolo dell’Agente Wilson in “Twin Peaks”. Il fratello chiede privacy “sulle circostanze della sua morte”

Mondo del cinema in lutto. È morto a 44 anni l’attore gallese Owain Rhys Davies, noto per il ruolo dell’Agente Wilson nel revival della serie “Twin Peaks”, la serie cult creata da David Lynch e Mark Frost e tornata sugli schermi nel 2017. A dare la notizia, come riporta la BBC, è stato il fratello Rhodri, che sui social ha scritto che l’attore è scomparso “improvvisamente, in modo naturale e sereno”.

Nel suo messaggio, Rhodri ha espresso anche il profondo dolore della famiglia: “Sono incredibilmente orgoglioso di mio fratello. Sappiamo che questa perdita sarà sentita da molte persone e ci conforta sapere quanto fosse amato”. Il fratello ha inoltre chiesto rispetto per la privacy, aggiungendo che restano ”domande senza risposta sulle circostanze della sua morte”.

Anche il profilo ufficiale di “Twin Peaks” ha voluto ricordarlo con un messaggio di cordoglio: “I nostri pensieri sono con la sua famiglia, i suoi amici e tutti coloro che lo hanno conosciuto e amato. Grazie per aver fatto parte del mondo di Twin Peaks, Agente Wilson”.

Cordoglio anche dal Welsh National Theatre, che ha definito l’attore “un talento straordinario il cui lavoro ha arricchito il teatro e lo schermo gallese”. Nella nota si legge: “La sua passione, creatività e dedizione hanno lasciato un segno duraturo nella vita culturale del Galles. La comunità artistica è più povera per la sua perdita e possiamo solo immaginare le molte storie che avrebbe ancora raccontato”. Il messaggio si conclude con un saluto in gallese: ”Cysgàn dawel, Owain” (riposa in pace, Owain).

Owain Rhys Davies nel corso della sua carriera aveva preso parte a numerose produzioni di rilievo internazionale. Tra queste si annoverano la serie fantascientifica di Netflix “The OA”, accanto agli attori Brit Marling e Jason Isaacs, il lungometraggio “Alice attraverso lo specchio” e la commedia horror “A Serial Killer’s Guide to Life”.

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Spring Attitude celebra i suoi quindici anni trasformando La Nuvola in una città possibile

Ogni festival, quando trova la sua forma, finisce per raccontare qualcosa di più della musica che porta sul palco. Spring Attitude lo fa da quindici anni, cambiando spazi, attraversando Roma, inseguendo le mutazioni della scena contemporanea senza trasformarle in posa. L’edizione 2026, chiusa alla Nuvola dell’EUR con ventimila presenze in due giorni e un doppio sold out, ha avuto il tono delle cose arrivate a maturità senza perdere irrequietezza: un compleanno importante, ma non celebrativo; un bilancio, ma ancora in movimento; una festa, certo, ma anche un modo per ricordare che la città può essere abitata diversamente quando la musica smette di fare da sottofondo e diventa presenza collettiva.

Il dato numerico conta, certo. Ventimila persone sono una soglia, una misura di scala, una prova di fiducia. Ma raccontano solo una parte della storia. L’altra riguarda il modo in cui quelle persone sono state dentro lo spazio: non da spettatori occasionali, ma da comunità mobile, da pubblico composito, da folla intermittente capace di passare dalla canzone alla club culture, dal live al dj set, dalla ricerca al pop, senza vivere queste traiettorie come contraddizioni. È qui che Spring Attitude continua a distinguersi: nella capacità di costruire un luogo dove la contemporaneità musicale non viene ordinata per compartimenti, ma lasciata circolare.

Non è un caso che Spring Attitude appaia come una risposta possibile alla rassegnazione: un festival capace di trasformare La Nuvola in un esercizio riuscito di “hacking urbano controllato”. Non una rivoluzione, ma un modo concreto per far vivere, per due giorni, uno spazio simbolico e un quartiere spesso percepito come monumentale, direzionale, più attraversato che abitato. La formula funziona perché non si limita a importare un modello festivaliero, ma lo adatta a una specificità romana: grandi architetture, vuoti urbani, stratificazioni, ambizioni passate e nuove possibilità d’uso.

Kimberley Ross. Courtesy of Spring Attitude

La Nuvola, in questo senso, è stata molto più di una location. È diventata una macchina scenica, un contenitore estetico e sociale. La sua scala, la sua freddezza apparente, la sua monumentalità da grande opera pubblica si sono lasciate occupare da una materia opposta: corpi, calore, sudore, code, bassi, luci, bicchieri, voci, abiti, telefoni alzati, incontri. Il festival, realizzato in coproduzione con EUR SpA, ha trasformato ancora una volta il quartiere EUR in un punto di incontro della scena musicale italiana e internazionale.

Sul Ploom Stage si sono alternati alcuni dei nomi più riconoscibili dell’edizione. Nathy Peluso, con il suo CLUB GRASA, ha portato una forma di energia fisica e teatrale, mainstream e laterale allo stesso tempo. I Nu Genea hanno trasformato il loro ritorno in una celebrazione collettiva, tra disco, funk e immaginario mediterraneo. Motta ha celebrato i dieci anni de La fine dei vent’anni, riportando sul palco un disco generazionale senza ridurlo a operazione nostalgia. I PARISI hanno attraversato elettronica, visioni pop e clubbing culture con uno spettacolo costruito sul movimento e sulla precisione.

Intorno ai nomi più grandi, però, Spring Attitude ha continuato a fare quello che gli riesce meglio: tenere insieme centro e margine, riconoscibilità e scoperta. Tony Pitony è stato indicato dal comunicato come uno dei momenti più partecipati e imprevedibili dell’edizione; Yousuke Yukimatsu ha portato un set intenso e fisico; Mind Enterprises, okgiorgio, Yin Yin e Dov’è Liana hanno ampliato il perimetro sonoro del festival, tra psichedelia, italo-french touch, elettronica e forme ibride di intrattenimento intelligente.

La parte più interessante, però, resta forse quella che riguarda le nuove traiettorie del songwriting italiano. Emma Nolde, Lamante, Altea, Birthh e Gaia Banfi hanno mostrato quanto la canzone, quando smette di voler difendere i propri confini, possa dialogare con l’elettronica, l’ambient, il pop obliquo, l’indie più inquieto e le scritture personali. Spring Attitude non le inserisce come quota “cantautorale” dentro un programma dance, ma come parte di una stessa mappa: quella di una musica contemporanea che non si lascia più raccontare con le vecchie etichette.

Kimberley Ross, YOUSUKE KIM. Courtesy of Apring Attitude Festival

È proprio questa la forza dell’edizione dei quindici anni: non aver costruito una celebrazione autoreferenziale, ma un bilancio in movimento. Spring Attitude è nato, cresciuto, cambiato, ha attraversato luoghi e forme diverse, ma ha conservato una postura riconoscibile: curiosità verso ciò che accade nella musica contemporanea, attenzione ai pubblici che cambiano, fiducia nella contaminazione. Andrea Esu, co-fondatore e direttore artistico del festival, ha sintetizzato questa traiettoria sottolineando come Spring Attitude sia cresciuto insieme alla città, mantenendo negli anni la stessa curiosità e vedendo anche in questa edizione pubblici diversi incontrarsi e lasciarsi sorprendere.

Poi c’è lo S/A Block Party, che ha trasformato la terrazza della Nuvola in un dancefloor affacciato sulla città. Non un dettaglio laterale, ma uno degli spazi più partecipati dell’intera manifestazione: la prova che un festival contemporaneo non vive soltanto nel palco principale, ma nelle sue zone di passaggio, nei luoghi in cui il pubblico cambia postura, si ferma, guarda Roma da un’altra altezza, balla dentro un’architettura che per due giorni smette di essere solo icona e diventa esperienza.

Il punto, allora, non è soltanto dire che Spring Attitude ha funzionato. Il punto è capire perché. Ha funzionato perché non ha scelto tra festa e ricerca, tra club e canzone, tra pubblico largo e nicchia, tra architettura e corpo. Ha funzionato perché ha accettato la complessità della musica contemporanea e l’ha trasformata in un’esperienza accessibile senza renderla piatta. Ha funzionato perché, in un Paese in cui spesso si discute di festival inseguendo paragoni impossibili con i grandi modelli internazionali, Spring Attitude conferma una via italiana credibile: più diffusa, più situata, più legata ai luoghi, meno ossessionata dalla gigantomania e più interessata alla qualità dell’incontro.

Kimberley Ross, GAIA BANFI. Courtesy of Spring Attitude Festival

Anche Enrico Gasbarra, presidente di EUR SpA, ha letto l’edizione come un passaggio simbolico: i ventimila ingressi alla Nuvola, i quindici anni del festival e i dieci anni dell’edificio progettato da Massimiliano Fuksas diventano parte dello stesso racconto, quello di un quadrante urbano che vuole essere sempre più punto di riferimento per eventi culturali e internazionali. È una lettura istituzionale, certo, ma non distante da ciò che si percepiva nel pubblico: l’idea che la cultura possa servire anche a cambiare temporaneamente il modo in cui una città guarda i propri spazi.

Alla fine, Spring Attitude 2026 lascia tre immagini. La prima è quella di La Nuvola attraversata da ventimila persone, non più oggetto architettonico da contemplare ma spazio da vivere. La seconda è quella di una line-up capace di far convivere Nathy Peluso e Nu Genea, Motta e Yousuke Yukimatsu, Emma Nolde e Tony Pitony, senza chiedere al pubblico di scegliere una sola appartenenza. La terza è quella di Roma, che per due giorni ha mostrato una sua possibilità diversa: meno cartolina, meno monumento immobile, più corpo collettivo, più movimento, più primavera.

Quindici anni dopo, Spring Attitude non sembra un festival arrivato al punto di consolidarsi per inerzia. Sembra piuttosto un appuntamento che ha capito come restare riconoscibile continuando a cambiare. E forse è questa la sua vera forma di maturità: non diventare istituzione nel senso più fermo del termine, ma restare un’infrastruttura temporanea di desiderio, scoperta e presenza. Un posto in cui la musica non consola dalla città, ma la riattiva.

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Ho visto più volte ‘Le città di pianura’ e ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso

Le città di pianura di Francesco Sossai mi è sembrato da subito una specie di allegro cimitero dei perdenti. Un luogo dove le vite non riescono a stare dritte, ma trovano comunque un modo per andare avanti. Un po’ come il Cimitero Brion di San Vito, che nel film ritorna come un simbolo. Un posto che celebra l’amore e allo stesso tempo la fine. Un posto dove ci sta dentro tutto.

Ho visto il film più volte. Ogni volta mi ha lasciato qualcosa di diverso. È un film che sembra semplice, ma non lo è. Tre uomini che girano per il Veneto, una Jaguar sgangherata, tanti bar, tantissimi bicchieri. In realtà è un viaggio dentro un modo di stare al mondo. Un modo fragile, a volte comico, a volte triste, ma sempre molto umano.

Carlobianchi e Doriano sono due cinquantenni che vivono sospesi in un mondo alcolico, fatto di bar e benzinai, di debiti e ricordi dei gloriosi anni Novanta. Una vita che non è andata come pensavano ma che non cercano di aggiustare. Cercano solo “l’ultima”. L’ultima bevuta. L’ultima scusa. L’ultima possibilità di non tornare a casa. È un modo per non crescere, perché crescere a cinquant’anni fa paura. Sembra tardi e sembra inutile.

Poi l’incontro casuale con Giulio, il bravissimo Filippo Scotti, un personaggio quasi celatiano. Studente di architettura. Uno che invece vuole crescere ma non sa come. I due lo trascinano con loro. Gli promettono un’ultima che non arriva mai. E da lì parte il viaggio. Un viaggio che cambia tutti e tre, anche se nessuno lo dice.

C’è un principio mutuato dall’economia che attraversa il film. Quello di utilità marginale. Il ragionier Carlobianchi lo spiega a tavola utilizzando una fetta di salame. Dice che quando hai raggiunto la sazietà, il resto non serve più. Vale per tutto. Ma non vale per l’ultima, precisa Doriano riempiendosi il bicchiere. L’ultima sfugge sempre, perché non è sete, non è bisogno. È un tentativo, un modo per dare un senso alle cose quando il senso non c’è.

Il Veneto del film è un Veneto che riconosco da emiliano di pianura che ha fatto il militare a Vicenza al Dal Molin. Paesini, capannoni, bar aperti dal mattino, “ombrette”, grappe, gente che beve presto e gente che lavora troppo. Uno “spleen veneto” che ricorda Volponi. E quando penso a Volponi mi viene in mente anche Pasolini. Non per citazione diretta, ma per atmosfera. Per quella idea che la periferia non è un luogo minore, ma un posto dove il mondo si vede meglio.

In questo paesaggio i due cinquantenni diventano una specie di poeti del bere. Non poeti romantici, piuttosto lunatici. Poeti della resa consapevole e della luna nel pozzo. Gente che parla poco, sbaglia spesso, vive di slanci e cadute. E però ha una cosa che li salva: l’amicizia.

Giulio entra in questo duo come un figlio. O un fratello. O un ospite. Porta i due al Cimitero Brion, un monumento all’amore coniugale. I cerchi che si intersecano diventano un’immagine chiara. Due vite che si toccano. Due bicchieri sulla tovaglia che lasciano il segno della condensa. È la stessa figura. Il caos della vita che a volte si organizza da solo.

C’è poi il tema del “segreto del mondo”. I due dicono di averlo scoperto qualche sera prima, ma erano ubriachi “tronchi” e non lo ricordano più. Passano il film a cercare di ricostruirlo. Tutti abbiamo avuto un momento in cui ci sembrava di aver capito tutto. Poi lo abbiamo perso. E passiamo il resto del tempo a inseguirlo.

Il finale è semplice. Giulio parte in treno per raggiungere il suo travagliato amore a Verona. Un cono gelato cade dalle mani di Doriano sull’asfalto. Una macchina lo schiaccia. Lui improvvisamente dice di aver ricordato il segreto del mondo. Forse è questo. Le cose belle cadono, si rompono o si sporcano. Semplicemente finiscono. Ma se accanto hai un amico come Carlobianchi, un indimenticabile Sergio Romano. Se hai qualcuno con cui condividere un’ultima. Se hai un ragazzo che hai aiutato un po’ a crescere. Allora la vita vale comunque. Anche se non ti resta molto.

Vorrei dire una cosa su Pierpaolo Capovilla. Per me è la rivelazione gigantesca del film. Ha una voce e una intonazione che non si dimentica. Un volto che racconta tutto senza parlare. Sa che non troverà un senso alle cose e nonostante tutto appare sereno. È un interprete raro. Un marziano nel cinema italiano, nel senso migliore.

Le musiche sono di Krano e sono nate per il film. Si incastrano con le immagini, con i silenzi, con i movimenti dei tre. Sembrano scritte per ogni scena, per quel viaggio e per quella Jaguar un po’ sfocata. È raro trovare un film in cui le musiche sembrano precedere le scene, come se le avessero chiamate.

C’è un altro momento che resta. Un cameo di Spigariol che in un bar canta una canzone sull’America accompagnato dalla chitarra. Il trio lo ascolta rapito. Lui si commuove. È un attimo che non spiega nulla e dice tutto.

Le città di pianura è un film che Francesco Sossai ha scritto con lo sceneggiatore Adriano Candiago. Un film che parla di amicizia, di amore, di fallimento. Racconta di incontri che cambiano la vita, anche quando non sembrano niente. E anche di cattivi maestri che sono sempre i migliori.

Come i film più importanti è un film che resta anche quando finisce. Anche quando spegni lo schermo e torni alla tua vita e ti accorgi che i cerchi che si intersecano ci sono anche lì. In un bar, su una tovaglia. In un gesto o in un ricordo. Un film che ti accompagna quasi in silenzio e senza spiegare troppo. Con la stessa delicatezza con cui si beve l’ultima. Anche quando non è l’ultima per davvero.

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