Jovem vendeu startup de monitorização de calorias. Ganhou 30 milhões de dólares
Non avrei mai pensato di scriverlo. Eppure, su un punto almeno, Roberto Vannacci ha ragione. Come ogni orologio rotto che, due volte al giorno, segna l’ora esatta.
Non ha ragione sulle provocazioni identitarie, non sulla politica fatta continuando a vestire l’uniforme da generale, non sulle semplificazioni che spesso lo accompagnano e che ho criticato pubblicamente anche su Formiche.net, immediatamente dopo la pubblicazione del suo Mondo al contrario. Ma sulla necessità di garantire maggiore rispetto – anche economico e pensionistico – a chi serve lo Stato in uniforme.
Perché esiste un problema reale. E il modo in cui certa stampa italiana continua ad affrontarlo lo dimostra perfettamente.
I recenti servizi televisivi di Piazzapulita su La7, dedicati, per attaccare Vannacci, al presunto “paradiso dei generali e colonnelli italiani” fra lidi militari, villaggi vacanze, pensioni anticipate e “privilegi”, ne sono stati l’ennesimo esempio.
Naturalmente nessuno sostiene che il mondo militare debba essere sottratto a controlli, critiche o verifiche. Al contrario. Alcuni istituti — come l’ARQ (Aspettativa per Riduzione Quadri), o troppe porte girevoli per i suoi vertici — meritano da anni una riflessione seria su sostenibilità, criteri e trasparenza. E il tema dell’eccessiva proliferazione di alti gradi non può essere liquidato con fastidio corporativo. Ne ho già parlato su «L’Identitá».
Ma qui il problema è un altro.
Si prende un tema complesso e lo si trasforma in caricatura televisiva. Ombrelloni a prezzi calmierati diventano simboli di casta. Le foresterie militari vengono raccontate come resort per privilegiati. Gli strumenti di welfare interno – spesso utilizzati soprattutto da graduati e sottufficiali, e che sono tutt’altro che resort a 5 stelle, dove spesso preferiscono andare, se possono, i generali – vengono confusi con benefici da oligarchia militare.
È il trionfo della speculazione facile: il servizio pubblico trasformato in indignazione da talk show.
La realtà della vita militare è assai meno cinematografica. E Vannacci ha fatto bene a ricordarlo pubblicamente ai giornalisti che lo hanno incalzato con ironie fuori luogo sulla sua pensione. E ripeterlo a gran voce sabato in occasione dell’Assemblea costituente del suo partito.
Mobilità continua. Famiglie separate. Trasferimenti obbligati. Reperibilità permanente. Stress operativo. Limitazioni di libertà personali che nessun altro lavoratore pubblico subisce nella stessa misura. E stipendi che, soprattutto nei gradi medio-bassi, non sono certo quelli raccontati da certa propaganda.
Basterebbe osservare la crisi vocazionale che colpisce ormai tutte le Forze Armate e di polizia per capire quanto sia grottesca la narrazione del “paradiso”. Se fosse davvero un sistema di privilegi, le caserme sarebbero prese d’assalto dai giovani italiani. Non accade. Anzi.
Ed è qui che il confronto internazionale diventa impietoso.
In Francia – tanto per citare un Paese spesso evocato come modello democratico e repubblicano, e che chi scrive conosce bene, come Vannacci che l’ha citato – i militari godono di tutele e riconoscimenti che in Italia verrebbero immediatamente bollati come scandalosi privilegi corporativi.
La République riserva ai propri militari appartamenti e foresterie prestigiose perfino nel centro di Parigi, nell’area degli Invalides o della Place Saint Augustin. Mantiene licei militari destinati esclusivamente ai figli dei dipendenti pubblici. Offre accesso esclusivo a istituzioni educative d’eccellenza alle figlie, nipoti e pronipoti degli insigniti della Légion d’honneur (corrispondente al nostro Ordine al Merito della Repubblica Italiana). E soprattutto conserva una cultura pubblica del rispetto verso chi indossa un’uniforme che in Italia sembra ormai smarrita.
Anche sul piano pensionistico il modello francese è molto diverso da quello raccontato nelle polemiche italiane che, volendo attaccare Vannacci, hanno umiliato tanti servitori dello Stato in uniforme. Molti sottufficiali francesi possono lasciare il servizio attivo prima dei vent’anni di servizio effettivo; ufficiali e quadri spesso terminano la carriera operativa tra i 45 e i 52 anni di età, non per privilegio, ma per la natura stessa della professione militare. Analoga situazione a quella di altri Paesi europei.
Perché la domanda vera è semplice: chi affiderebbe la sicurezza nazionale, missioni operative o reparti speciali a personale ultra-sessantenne?
La specificità della funzione militare esiste in tutte le democrazie serie. Solo in Italia si continua periodicamente a fingere che sia una sorta di anomalia da smascherare.
Ed è qui che Vannacci – pur restando, a mio giudizio, profondamente criticabile, come militare, ma anche come politico, su molti altri aspetti – coglie un punto reale: lo Stato italiano pretende moltissimo dai suoi servitori in uniforme, ma troppo spesso restituisce poco. In termini economici, previdenziali e persino simbolici.
Il problema italiano, in fondo, è diventato culturale. Oscilliamo continuamente fra retorica patriottica e demolizione populista. Fra celebrazione degli “eroi in divisa” nelle emergenze e sospetto permanente quando si parla delle loro condizioni di vita.
Criticare è legittimo. Distinguere i privilegi veri dagli strumenti necessari a garantire dignità e funzionalità del servizio sarebbe però segno di serietà. Che alcuni colleghi giornalisti, e non solo, non dimostrano avere. Ed è proprio questa serietà che, troppo spesso, manca nel dibattito italiano.
Irini ha concluso le Focused Operations Nereus 2026, una fase di attività intensificate durata dal 3 al 12 giugno tra il Mediterraneo centrale e il Mar Egeo. Il dispositivo ha riunito unità navali di Italia, Grecia e Romania e assetti aerei provenienti da Lussemburgo, Polonia, Italia e Grecia, sostenuti dalle infrastrutture logistiche messe a disposizione dagli Stati membri partecipanti.
Secondo quanto comunicato dall’operazione, il surge ha consentito di svolgere l’intero spettro delle attività previste dal mandato di Irini in condizioni operative reali, con l’obiettivo di migliorare efficacia, interoperabilità e livello di preparazione delle forze assegnate. Le attività condotte in mare e in volo hanno riguardato in particolare il rafforzamento della Maritime Situational Awareness, il coordinamento tra assetti multinazionali e l’applicazione delle procedure operative comuni.
Nel corso dei dieci giorni, le unità coinvolte hanno inoltre svolto attività addestrative dedicate alla guerra di superficie, alla risposta alle minacce asimmetriche e alla difesa aerea. Una parte della formazione è stata realizzata in cooperazione con il Nato Maritime Interdiction Operational Training Centre (NMIOTC) presso la base navale di Souda, in Grecia.
Per l’operazione, Nereus 2026 rappresenta la dimostrazione della capacità dell’Unione Europea di mantenere una presenza marittima coordinata e continuativa in un’area considerata strategica. Il comandante di IRINI, il contrammiraglio Marco Casapieri, ha definito la missione uno strumento “pronto, credibile e scalabile” per accrescere efficacia, preparazione e interoperabilità delle forze navali europee.
Le attività condotte durante Nereus arrivano in una fase di crescente attivismo operativo della missione. Nelle ultime settimane, infatti, una nave di Irini ha effettuato tre distinti flag verification boarding in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. Dopo gli interventi sulla MV Nelsa dell’11 maggio e sulla MV Oneiroi del 1° giugno, il 7 giugno è stata la volta della MV Sandhya.
Dal punto di vista giuridico si tratta di procedure previste dall’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare, che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti sulla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo successivamente le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.
Il significato di queste attività va però oltre il singolo controllo. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione attraverso attività legate alla Maritime Situational Awareness e al monitoraggio di fenomeni che incidono sulla sicurezza marittima regionale. La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questa evoluzione.
I boarding effettuati nelle ultime settimane vengono considerati a Bruxelles uno strumento per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo. Il problema, nella lettura europea, non riguarda soltanto le singole navi sospettate di utilizzare registrazioni irregolari o identità poco chiare. Riguarda più in generale il rischio che si consolidino zone grigie capaci di erodere progressivamente le regole che governano gli spazi marittimi internazionali.
In questa prospettiva, Nereus 2026 appare meno come una semplice attività di addestramento e più come la verifica della capacità europea di sostenere una presenza marittima continuativa, coordinata e pronta a operare in un ambiente sempre più complesso. La forte enfasi posta dall’operazione su interoperabilità, readiness e capacità di adattamento riflette una missione che sta assumendo un ruolo più ampio rispetto alle sue funzioni originarie.
Anche la geografia dell’operazione contribuisce a spiegare la rilevanza dell’iniziativa. Mediterraneo centrale ed Egeo rappresentano due aree strettamente connesse per la sicurezza europea. Rotte commerciali, infrastrutture energetiche, traffici marittimi e interessi strategici convergono in uno spazio che negli ultimi anni è tornato al centro dell’attenzione delle istituzioni europee.
Da qui l’insistenza sulla costruzione di una “shared maritime security architecture” richiamata nel comunicato finale dell’operazione. L’obiettivo non è soltanto mettere in mare più assetti, ma consolidare procedure comuni, standard condivisi e una cultura operativa in grado di consentire alle marine europee di agire con maggiore integrazione.
Anche la cooperazione con il Nato Maritime Interdiction Operational Training Centre di Souda si inserisce in questa logica. Pur restando distinti i quadri istituzionali di Unione Europea e Alleanza Atlantica, la convergenza sul piano addestrativo e procedurale contribuisce a migliorare la capacità delle forze europee di operare insieme in scenari complessi.
Le dichiarazioni del comandante dell’operazione hanno inoltre posto l’accento sulla necessità di adattarsi a un ambiente marittimo in continua evoluzione. È un messaggio che riflette una convinzione sempre più diffusa nelle istituzioni europee: la sicurezza marittima non può essere garantita esclusivamente attraverso il monitoraggio e la raccolta di informazioni, ma richiede la capacità di tradurre la presenza sul mare in attività operative credibili e visibili.
Per questo motivo, il significato di Nereus 2026 va letto anche oltre i risultati immediati del surge. L’operazione rappresenta un indicatore della traiettoria intrapresa da Irini e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso il dominio marittimo come dimensione della propria politica di sicurezza.
La valutazione post-operazione prevista nelle prossime settimane servirà a consolidare le lezioni apprese e a preparare future attività analoghe. Più che nei dieci giorni appena conclusi, la misura del successo di Nereus sarà probabilmente nella capacità di trasformare interoperabilità, presenza e prontezza operativa in uno strumento permanente della proiezione europea nel Mediterraneo.
La Cina ha avviato il dispiegamento operativo dell'HQ-16F. Si tratta di una nuova versione potenziata del sistema di difesa aerea HQ-16 destinata a rafforzare le capacità dell'Esercito Popolare di Liberazione (PLA) nelle aree più sensibili del Paese. Dalle prime indiscrezioni, pare che l’arma sia stata assegnato alla 73esima Armata del Comando del Teatro Orientale, schierata nella provincia del Fujian, di fronte a Taiwan. La scelta non è probabilmente casuale: di recente Taipei ha incrementato le proprie capacità missilistiche grazie all'acquisizione di sistemi statunitensi HIMARS e dei missili balistici ATACMS, considerati da Pechino una minaccia diretta per il territorio continentale.
Dal punto di vista tecnico, come ha spiegato nel dettaglio il portale Military Watch Magazine, l'HQ-16F rappresenta un salto generazionale rispetto alle precedenti versioni della famiglia HQ-16. Il nuovo jolly di Pechino utilizza una configurazione più compatta e aerodinamica, con una struttura quasi priva delle tradizionali superfici di coda.
L'elemento più rilevante riguarda però la gittata, che raggiunge i 160 chilometri. Parliamo quindi di un netto miglioramento rispetto ai 40 chilometri delle prime varianti HQ-16 e HQ-16A e ai 70 chilometri degli HQ-16B e HQ-16C. Ebbene, grazie a questo incremento il sistema viene ormai classificato come una piattaforma di difesa a lungo raggio.
Anche l'elettronica di bordo è stata aggiornata: l'HQ-16F impiega una navigazione inerziale nella fase intermedia del volo e sistemi di guida attiva o semi-attiva nella fase terminale, aumentando la resistenza alle contromisure elettroniche e la capacità di affrontare attacchi saturanti condotti con più missili contemporaneamente. Un'altra novità è l'adozione di radar AESA (Active Electronically Scanned Array), più avanzati rispetto ai radar a scansione elettronica passiva utilizzati dalle versioni precedenti. Questa tecnologia consente una migliore capacità di rilevamento, tracciamento e ingaggio di bersagli multipli, migliorando l'efficacia complessiva della difesa aerea.
L'HQ-16F non opera però in modo isolato. Il sistema fa parte della più ampia architettura antimissile sviluppata dalla Cina negli ultimi anni, una rete multilivello che integra piattaforme terrestri e navali con differenti capacità di intercettazione.
Nella fascia più alta si colloca l'HQ-29, entrato in servizio nel 2025 e progettato per contrastare missili balistici a lunghissimo raggio. A un livello intermedio opera invece l'HQ-19, spesso paragonato al sistema statunitense THAAD per capacità e missione.
L'HQ-16F occupa invece il segmento inferiore della rete, fornendo protezione contro velivoli, missili da crociera e alcune tipologie di minacce balistiche a distanza più ridotta. La sua introduzione nelle unità schierate di fronte a Taiwan segnala la volontà di Pechino di rafforzare ulteriormente la copertura difensiva lungo la costa orientale e di rispondere all'evoluzione delle capacità offensive presenti sull'isola.
Le relazioni tra Unione Europea e Cina si trovano di fronte a una nuova fase di tensione strategica dopo la diffusione di informazioni che attribuiscono a Pechino un coinvolgimento diretto nella formazione di personale militare russo successivamente impiegato nel conflitto contro l’Ucraina. Secondo fonti europee, le strutture d’intelligence dell’UE avrebbero raccolto elementi ritenuti sufficientemente solidi da confermare l’esistenza di programmi di addestramento svolti sul territorio cinese a favore di centinaia di militari della Federazione russa. La vicenda introduce un ulteriore elemento di complessità nel quadro delle relazioni euro-cinesi e alimenta il dibattito sul ruolo effettivamente ricoperto da Pechino nell’attuale architettura di sicurezza eurasiatica.
Nel corso di un briefing tenutosi a Bruxelles, un alto funzionario europeo ha riferito che diverse agenzie dell’Unione hanno verificato l’esistenza di attività formative destinate a personale delle forze armate russe in più località della Repubblica Popolare Cinese. Secondo le prime valutazioni disponibili, il numero dei militari coinvolti sarebbe compreso nell’ordine di diverse centinaia di unità.
Le informazioni raccolte indicano che una parte dei soldati addestrati sarebbe stata successivamente impiegata nelle operazioni militari sul fronte ucraino. Tale circostanza viene considerata particolarmente significativa dalle istituzioni europee poiché configurerebbe una forma di supporto qualitativamente diversa rispetto alle precedenti accuse rivolte a Pechino riguardanti la fornitura indiretta di componenti e tecnologie a duplice uso. In questo caso, infatti, l’attenzione si concentra su attività di formazione militare diretta, con possibili implicazioni sul piano strategico e diplomatico.
Le ricostruzioni denotano che i programmi sarebbero stati avviati nella seconda metà del 2025 nell’ambito di accordi di cooperazione tra apparati militari russi e cinesi. Alcune attività si sarebbero svolte presso installazioni situate nelle aree di Pechino e Nanchino, mentre altre fonti parlano di una rete più ampia di basi militari impiegate per l’addestramento.
I corsi avrebbero riguardato settori ad elevato contenuto tecnologico, tra cui l’impiego operativo dei sistemi a pilotaggio remoto, le tecniche di guerra elettronica, il contrasto ai droni, l’aviazione tattica dell’esercito e la condotta di operazioni con unità corazzate. Particolare rilevanza avrebbe assunto il contributo dell’industria cinese specializzata nei velivoli senza pilota, che avrebbe fornito accesso a simulatori avanzati e piattaforme tecnologiche dedicate alla preparazione degli operatori. Alcuni rapporti sostengono inoltre che tra i partecipanti figurassero membri di reparti russi altamente specializzati nell’impiego di sistemi unmanned, successivamente impiegati nelle operazioni belliche del 2026.
Le rivelazioni giungono in una fase delicata per la politica estera europea e saranno al centro delle discussioni del Consiglio Affari Esteri dell’Unione Europea. I ministri degli Esteri dei Paesi membri intendono valutare non soltanto le conseguenze politiche della presunta cooperazione militare sino-russa, ma anche le vulnerabilità strutturali derivanti dalla dipendenza dell’industria europea della difesa dalle catene di approvvigionamento cinesi.
Pechino continua ufficialmente a sostenere una posizione di neutralità rispetto alla guerra in Ucraina e ha sempre respinto le accuse di forniture dirette di armamenti a Mosca. Tuttavia, negli ultimi anni governi occidentali e istituzioni europee hanno espresso crescenti preoccupazioni riguardo al trasferimento verso la Russia di componenti, tecnologie e beni a duplice impiego suscettibili di rafforzare il complesso militare-industriale russo.
L’emersione di prove relative all’addestramento di personale militare destinato al teatro operativo ucraino, secondo gli analisti, potrebbe dunque, rappresentare un punto di svolta nelle valutazioni strategiche dell’Unione Europea, influenzando sia il dialogo politico con la Cina sia le future politiche di sicurezza e autonomia industriale del continente.
La Promesa va viendo la luz poco a poco; como Adriano (Ibrahim Al Shami J.), que está empezando a recuperar la vista. Al primero que ha atisbado es Lope (Enrique Fortún). En el caso de Julieta (Vera Asunción), una vez vuelve a sus sentidos tras permanecer varios días en coma, el primero a quien ve es Manuel (Arturo García Sancho). El ingeniero no se ha separado de la esposa de su primo Ciro (Juan Perales). Julieta ya sabe que Santos murió.
Mientras, Lorenzo (Guillermo Serrano) afea a su cuñado Alonso (Manuel Regueiro) recibir con vítores a Curro (Xavi Lock), ahora conde de Linaja. A Lope, sin embargo, no le han recibido en La Promesa con los brazos abiertos; Vera le rehúye. ¿Cómo reaccionará Martina (Amparo Piñero) a la confesión de Jacobo (Gonzalo Ramos)? Nunca hubo una oferta de trabajo en Nueva York.


¿Qué pasará en el capítulo 854 de La Promesa el próximo martes 16 de junio? La 1 suspende la emisión del serial de época el lunes 15, pues retransmite, a partir de las 18.00 horas, el primer partido de España en el Mundial de fútbol.
Curro relata a Alonso sus desventuras en Madrid y la manera en que se ganó a Alfonso XIII. Una de las cartas con las que viajó a la capital fue determinante. ¿Cuál era su contenido?
Peribáñez atiende a Adriano tras recuperar parcial y momentáneamente la vista. El conde pide al doctor no compartir esta información con nadie de La Promesa.
Ángela quiere casarse con Curro lo antes posible; Leocadia, sin embargo, recomienda a su hija no ir tan rápido. Esta vez, ¿a qué se debe?
Teresa (Andrea del Río) es degradada, temporalmente, a doncella tras haber robado la carta de Pía (María Castro) a Cristóbal. Eso no le impide medirse a Ballesteros (Fernando Coronado) y cantarle las cuarenta.
Vera vuelve a rechazar a Lope.
Ciro suplica a Manuel que les ayude económicamente a él y a Julieta.
O primeiro-ministro, Luís Montenegro, recebeu a Selecção Nacional de Futebol antes da partida da equipa para o Mundial 2026. No encontro, o chefe do Governo deixou uma mensagem de confiança e apoio aos jogadores, sublinhando a esperança dos portugueses numa…
O post Primeiro-ministro recebe Selecção antes do Mundial aparece primeiro no Diáspora Lusa.

“A percepção de vulnerabilidade com a ação militar americana, sobretudo na região, ela colocou, eu acho, uma outra urgência para gente lidar com esse desafio”, disse o assessor na 2ª Conferência Nacional Política Externa e Inserção Internacional do Brasil, realizada na Universidade Federal do ABC, em São Bernardo do Campo (SP), nesta semana.
“Eu não vejo hoje uma ameaça objetiva para o Brasil, como aconteceu na Venezuela, essa ação militar que foi efetivamente para controlar as reservas de petróleo da Venezuela”.
O assessor destacou, porém, que o Brasil precisará tomar uma decisão se deverá investir ou não no setor de defesa.
“A gente convive com um dilema permanente na sociedade brasileira, porque alguns acham que o Brasil é um país pacífico, então ninguém vai nos atacar, e não precisaríamos de defesa. Outros acham que não vale a pena investir em defesa, porque a assimetria militar é tão grande que nada que nós possamos investir vai reduzir essa distância”, disse.
De acordo com o assessor, conflitos assimétricos, como o dos Estados Unidos e Irã, mostraram, no entanto, um provável caminho diante do dilema. “Nem sempre o mais forte vence, desde que você tenha uma capacidade de dissuasão bem feita. Acho fundamental pensar a nossa situação em matéria de defesa, o Brasil é muito vulnerável, isso é evidente”, destacou.
Além do setor da defesa, o assessor-chefe adjunto elencou outros cinco desafios que o Brasil terá de enfrentar na área da política externa nos próximos anos. Segundo Faleiro, minerais críticos e terras raras, soberania digital, crime organizado transnacional, integração regional e integração com os países africanos demandarão cuidado especial até, ao menos, 2030.
Sobre minerais críticos e terras raras, Faleiro avaliou que todo arcabouço regulatório do setor está muito defasado. Ele ressalvou, no entanto, que há esforço da atual gestão para criar um Conselho Nacional de Minerais Críticos vinculado à Presidência da República.
“Acho que essa é uma área em que nós vamos precisar de muito investimento no desenvolvimento de estratégias para que o Brasil possa se assenhorar dessa condição especial que ele tem, de ser o segundo maior detentor de minerais críticos”, afirmou.
Sobre a questão do crime organizado transnacional, Faleiro disse que o país deverá estar atento para que o assunto não seja manipulado para finalidades políticas.
“Os eventos das últimas semanas mostram como é que o tema pode ser manipulado para fins políticos. Nós intuímos um pouco isso no começo do mandato e foi por isso que o Brasil disputou e ganhou a direção-geral da Interpol. Hoje quem dirige a Interpol é um delegado brasileiro, da Polícia Federal”, disse.
De acordo com o assessor, o Brasil precisará “sair da defensiva” nesse tema e propor para a América Latina uma pauta de combate ao crime organizado.
“Acho que, mesmo aqueles países que orbitam hoje mais em torno da nova administração americana, teriam dificuldade de não trabalhar numa agenda de combate ao crime organizado na região”, ressaltou.
Em relação à soberania digital, o assessor disse que o país precisará se apressar porque está atrasado. “O Brasil ficou fora do mundo quando esse tema evoluiu mais rapidamente. Nós chegamos, tínhamos perdido o bonde dessa discussão e agora nós vamos precisar de grande investimento nessa frente também”.
Além desses quatro temas, Faleiro citou ainda a situação da integração brasileira com a América Latina e Caribe. Na avaliação dele, a postura brasileira será a de, dado o quadro de fragmentação na região, fazer o que for possível.
“Há dois fatores que complicaram muito a situação de integração regional. Primeiro, a eleição do [Javier] Milei, na Argentina e, segundo, o resultado do processo eleitoral na Venezuela em 2024, que criou uma situação de veto cruzado na região e levou à paralisia da nossa tentativa de reerguer a Unasul [União de Nações Sul-Americanas ] e a própria Celac [Comunidade de Estados Latino-Americanos e Caribenhos] que hoje não consegue se articular para praticamente nada”.
Já em relação aos países africanos, o assessor avaliou que o Brasil é visto com uma simpatia histórica, criada pelas ações brasileiras nos dois primeiros mandatos do presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Mas que outros países atualmente estão mais avançados nessa relação.
“Agora depois de dez anos de abandono à África, nós encontramos a África povoada de outros atores, com instrumentos muito mais eficazes para fazer política externa. Eu acho que a gente vai precisar repensar vários desses instrumentos que nós abandonamos, sobretudo o tema da cooperação”.
Audo Faleiro comentou também sobre os Brics, bloco composto por Brasil, Rússia, Índia, China, África do Sul, Arábia Saudita, Indonésia, Egito, Emirados Árabes Unidos, Etiópia e Irã. Segundo ele, o aumento do número de membros, em 2023, foi um erro e atualmente causa o congelamento do grupo.
“Eu acho que foi um erro. Hoje os Brics estão paralisados, porque existe conflito entre países do grupo [Irã e Emirados Árabes Unidos], agredindo-se militarmente. Vocês não viram até hoje uma declaração dos Brics sobre o conflito no Oriente Médio, porque não é possível ter consenso dentro do grupo. Então, eu acho que isso foi um equívoco, não sei se é possível de reverter, provavelmente não”.

“A percepção de vulnerabilidade com a ação militar americana, sobretudo na região, ela colocou, eu acho, uma outra urgência para gente lidar com esse desafio”, disse o assessor na 2ª Conferência Nacional Política Externa e Inserção Internacional do Brasil, realizada na Universidade Federal do ABC, em São Bernardo do Campo (SP), nesta semana.
“Eu não vejo hoje uma ameaça objetiva para o Brasil, como aconteceu na Venezuela, essa ação militar que foi efetivamente para controlar as reservas de petróleo da Venezuela”.
O assessor destacou, porém, que o Brasil precisará tomar uma decisão se deverá investir ou não no setor de defesa.
“A gente convive com um dilema permanente na sociedade brasileira, porque alguns acham que o Brasil é um país pacífico, então ninguém vai nos atacar, e não precisaríamos de defesa. Outros acham que não vale a pena investir em defesa, porque a assimetria militar é tão grande que nada que nós possamos investir vai reduzir essa distância”, disse.
De acordo com o assessor, conflitos assimétricos, como o dos Estados Unidos e Irã, mostraram, no entanto, um provável caminho diante do dilema. “Nem sempre o mais forte vence, desde que você tenha uma capacidade de dissuasão bem feita. Acho fundamental pensar a nossa situação em matéria de defesa, o Brasil é muito vulnerável, isso é evidente”, destacou.
Além do setor da defesa, o assessor-chefe adjunto elencou outros cinco desafios que o Brasil terá de enfrentar na área da política externa nos próximos anos. Segundo Faleiro, minerais críticos e terras raras, soberania digital, crime organizado transnacional, integração regional e integração com os países africanos demandarão cuidado especial até, ao menos, 2030.
Sobre minerais críticos e terras raras, Faleiro avaliou que todo arcabouço regulatório do setor está muito defasado. Ele ressalvou, no entanto, que há esforço da atual gestão para criar um Conselho Nacional de Minerais Críticos vinculado à Presidência da República.
“Acho que essa é uma área em que nós vamos precisar de muito investimento no desenvolvimento de estratégias para que o Brasil possa se assenhorar dessa condição especial que ele tem, de ser o segundo maior detentor de minerais críticos”, afirmou.
Sobre a questão do crime organizado transnacional, Faleiro disse que o país deverá estar atento para que o assunto não seja manipulado para finalidades políticas.
“Os eventos das últimas semanas mostram como é que o tema pode ser manipulado para fins políticos. Nós intuímos um pouco isso no começo do mandato e foi por isso que o Brasil disputou e ganhou a direção-geral da Interpol. Hoje quem dirige a Interpol é um delegado brasileiro, da Polícia Federal”, disse.
De acordo com o assessor, o Brasil precisará “sair da defensiva” nesse tema e propor para a América Latina uma pauta de combate ao crime organizado.
“Acho que, mesmo aqueles países que orbitam hoje mais em torno da nova administração americana, teriam dificuldade de não trabalhar numa agenda de combate ao crime organizado na região”, ressaltou.
Em relação à soberania digital, o assessor disse que o país precisará se apressar porque está atrasado. “O Brasil ficou fora do mundo quando esse tema evoluiu mais rapidamente. Nós chegamos, tínhamos perdido o bonde dessa discussão e agora nós vamos precisar de grande investimento nessa frente também”.
Além desses quatro temas, Faleiro citou ainda a situação da integração brasileira com a América Latina e Caribe. Na avaliação dele, a postura brasileira será a de, dado o quadro de fragmentação na região, fazer o que for possível.
“Há dois fatores que complicaram muito a situação de integração regional. Primeiro, a eleição do [Javier] Milei, na Argentina e, segundo, o resultado do processo eleitoral na Venezuela em 2024, que criou uma situação de veto cruzado na região e levou à paralisia da nossa tentativa de reerguer a Unasul [União de Nações Sul-Americanas ] e a própria Celac [Comunidade de Estados Latino-Americanos e Caribenhos] que hoje não consegue se articular para praticamente nada”.
Já em relação aos países africanos, o assessor avaliou que o Brasil é visto com uma simpatia histórica, criada pelas ações brasileiras nos dois primeiros mandatos do presidente Luiz Inácio Lula da Silva. Mas que outros países atualmente estão mais avançados nessa relação.
“Agora depois de dez anos de abandono à África, nós encontramos a África povoada de outros atores, com instrumentos muito mais eficazes para fazer política externa. Eu acho que a gente vai precisar repensar vários desses instrumentos que nós abandonamos, sobretudo o tema da cooperação”.
Audo Faleiro comentou também sobre os Brics, bloco composto por Brasil, Rússia, Índia, China, África do Sul, Arábia Saudita, Indonésia, Egito, Emirados Árabes Unidos, Etiópia e Irã. Segundo ele, o aumento do número de membros, em 2023, foi um erro e atualmente causa o congelamento do grupo.
“Eu acho que foi um erro. Hoje os Brics estão paralisados, porque existe conflito entre países do grupo [Irã e Emirados Árabes Unidos], agredindo-se militarmente. Vocês não viram até hoje uma declaração dos Brics sobre o conflito no Oriente Médio, porque não é possível ter consenso dentro do grupo. Então, eu acho que isso foi um equívoco, não sei se é possível de reverter, provavelmente não”.
La Federazione russa accelera lo sviluppo della propria infrastruttura satellitare a bassa orbita con l’obiettivo di rafforzare le capacità di comando, controllo e comunicazione delle forze armate. Nel corso di un incontro al Cremlino con militari impegnati nel conflitto in Ucraina, il presidente Vladimir Putin ha confermato i progressi del programma Rassvet, la costellazione satellitare sviluppata da Bureau 1440 e considerata da Mosca l’alternativa nazionale al sistema Starlink. Il progetto rappresenta una delle fondamenta della strategia russa volta a ridurre la dipendenza da tecnologie straniere e a garantire collegamenti sicuri per operazioni militari sempre più basate sull’impiego di sistemi senza pilota.
Durante il confronto con i militari, Putin ha sottolineato che la Russia dispone già delle tecnologie necessarie per supportare il controllo di droni pesanti attraverso collegamenti satellitari. Secondo il presidente russo, i primi satelliti capaci di svolgere tali funzioni sono stati messi in orbita nel 2023, mentre il programma continua a espandersi con nuovi lanci effettuati tra il 2024 e il 2026.
Il capo del Cremlino ha indicato che la rete sviluppata da Bureau1440 è progettata per offrire prestazioni comparabili a quelle di Starlink e, in alcuni ambiti specifici, potrebbe addirittura superarle. L’obiettivo strategico consiste nel realizzare una costellazione in grado di garantire comunicazioni resilienti, a bassa latenza e difficilmente interrompibili, caratteristiche considerate essenziali per il coordinamento delle operazioni sul campo di battaglia contemporaneo.
Le dichiarazioni sono arrivate in risposta alle richieste di alcuni soldati che hanno evidenziato il crescente utilizzo, da parte delle forze ucraine, di droni logistici e d’attacco controllati tramite reti satellitari occidentali. Per Mosca, la disponibilità di un’infrastruttura autonoma rappresenta quindi una componente cruciale della competizione tecnologica in corso.
Il programma Rassvet ha iniziato il proprio percorso nel 2023 con il lancio dei primi tre satelliti dalla base spaziale di Vostochny nell’ambito della missione Rassvet-1. Questi apparati erano destinati principalmente alla validazione delle tecnologie di trasmissione dati, alla verifica della stabilità delle comunicazioni e all’analisi del comportamento dei veicoli spaziali in orbita.
Un ulteriore passo avanti è stato compiuto nel maggio 2024, quando la missione Rassvet-2 ha portato in orbita altri tre satelliti di nuova generazione dal cosmodromo di Plesetsk. Rispetto ai precedenti, questi sistemi incorporavano tecnologie più avanzate, tra cui collegamenti laser intersatellitari e apparecchiature compatibili con lo standard 5G NTN (Non-Terrestrial Network), destinato a integrare reti terrestri e infrastrutture spaziali.
Il 23 marzo 2026 Bureau1440 ha annunciato il lancio di altri 16 satelliti, destinati a costituire il nucleo iniziale della futura rete operativa. Sebbene il decollo sia avvenuto con alcuni mesi di ritardo rispetto alla pianificazione originaria, la missione rappresenta un passaggio decisivo verso la realizzazione della costellazione completa.
Il progetto federale russo dedicato alle infrastrutture di accesso a Internet prevede una crescita progressiva della costellazione. I piani attuali indicano il dispiegamento di 156 satelliti entro la fine del 2026, l’espansione a 292 unità nel 2027, soglia considerata sufficiente per l’avvio dei servizi commerciali su larga scala, e il raggiungimento di 318 satelliti nel 2028. Le prospettive a lungo termine ipotizzano inoltre una flotta superiore ai 900 satelliti entro il 2035.
Dal punto di vista operativo, la rete dovrebbe consentire alle forze armate russe di disporre di comunicazioni satellitari continue e ad alta affidabilità per il controllo di piattaforme unmanned, inclusi droni da trasporto capaci di movimentare carichi compresi tra 10 e 40 chilogrammi verso le zone avanzate del fronte.
Nel contempo, Bureau 1440 sta sviluppando terminali utente basati su antenne a scansione elettronica attiva (AESA/APAR), tecnologia che consente il puntamento automatico verso i satelliti e la gestione dinamica del collegamento. Oltre all’impiego militare, la società lavora a versioni dedicate all’aviazione civile e al trasporto ferroviario ad alta velocità, con prototipi già testati per garantire connettività stabile su convogli in movimento fino a 400 chilometri orari.
Per il Cremlino, Rassvet non rappresenta soltanto un progetto di telecomunicazioni, ma un vero e proprio strumento di sovranità tecnologica destinato a sostenere l’autonomia strategica russa sullo scacchiere della competizione geopolitica e militare nello spazio orbitale.
Ila Berlin 2026 si chiude come una fiera meno celebrativa e più industriale, segnata da programmi che guardano alla sostenibilità dello spazio, alla difesa contro nuove minacce e alla costruzione di filiere europee più integrate. Dopo l’apertura dominata dalla presenza italiana con l’AW249 di Leonardo, dal contratto per i satelliti Copernicus Sentinel-1 NG e dal ruolo di ELT Group nella difesa elettronica, Berlino ha continuato a produrre annunci che raccontano una traiettoria precisa. L’aerospazio europeo si muove su tecnologie sempre più complesse, spesso duali, e su cooperazioni che devono trasformare ricerca, industria e capacità operative in strumenti disponibili.
Tra gli annunci più rilevanti c’è la selezione di Thales Alenia Space e Leonardo da parte della Commissione europea per due satelliti operativi del programma Isos, dedicato alle operazioni e ai servizi in orbita. Thales Alenia Space guiderà lo sviluppo di Eross Sc, un veicolo pensato per rendez-vous automatizzati e operazioni robotiche nello spazio. Leonardo si occuperà invece di Scope, una piattaforma modulare e multi-missione con bracci robotici, intelligenza artificiale, interfacce standardizzate e capacità di rifornimento.
Il programma punta a costruire un’infrastruttura orbitale europea per manutenzione, assemblaggio, logistica, riciclo e rimozione dei detriti. La posta in gioco è la capacità dell’Europa di rendere più sicuri e sostenibili gli asset spaziali, sviluppando servizi in orbita che finora restano una frontiera industriale e operativa.
Mbda ha portato a Ila un pacchetto concentrato sulle esigenze più pressanti della difesa contemporanea. La società ha presentato una soluzione anti-drone che combina il missile guidato Defendair con un’arma laser ad alta energia, pensata per rispondere alla diffusione di minacce senza pilota piccole, rapide e a basso costo. Accanto a questo, ha esposto capacità di Deep precision strike, con sistemi ipersonici e soluzioni subsoniche per attacchi a lunga distanza, oltre a uno strumento di simulazione spaziale per analizzare minacce e catene di impatto.
Sempre a Berlino, Mbda ha firmato un memorandum con Ukrainian Armor per avviare una partnership strategica nei settori Deep strike e counter-Uas. L’intesa punta a combinare esperienza tecnologica europea, capacità produttive ucraine e conoscenza maturata sul campo, con l’obiettivo indicato di arrivare a una collaborazione più strutturata.
Nel settore spaziale, OHB Italia ha affidato alla società beneventana Cosine lo sviluppo di Hamlet, un imager spettrale destinato alla sonda euro-giapponese Ramses. La missione, realizzata nell’ambito della collaborazione tra Esa e Jaxa, studierà l’asteroide Apophis durante il suo passaggio ravvicinato alla Terra.
Hamlet servirà a caratterizzare la composizione dell’asteroide e a osservare i cambiamenti prodotti dall’interazione gravitazionale con il nostro pianeta. È un tassello scientifico, ma anche un contributo alla difesa planetaria, perché permette di migliorare la comprensione degli oggetti vicini alla Terra e delle loro reazioni a eventi estremi.
La chiusura di Ila ha visto anche un accordo tra il Distretto aerospaziale piemonte e AeroSpace.NRW, il cluster aerospaziale della Renania Settentrionale-Vestfalia. Il memorandum punta a rafforzare la collaborazione tra ecosistemi industriali e di ricerca, con attenzione all’aerospazio civile, alla difesa, all’aviazione sostenibile e alle opportunità di mercato internazionali.
L’intesa lega due regioni manifatturiere con competenze complementari e guarda alle reti europee di finanziamento e innovazione. È un segnale meno spettacolare rispetto ai nuovi sistemi presentati nei padiglioni, ma utile a capire la direzione della fiera. La competizione aerospaziale europea passa sempre più dalla capacità di collegare tecnologie, territori e catene industriali in programmi concreti.
Il Pentagono vuole affidarsi ai sistemi senza equipaggio per affrontare le sfide strategiche dell’Indo-Pacifico, un’area considerata cruciale nella competizione con la Cina. L’ultima iniziativa riguarda lo sviluppo di una nuova generazione di imbarcazioni autonome di superficie, gli Usv (Unmanned Surface Vessel), pensate per garantire i rifornimenti alle forze statunitensi anche in scenari ad alta intensità operativa. Washington vuole così costruire una rete logistica più flessibile, resistente e meno vulnerabile agli attacchi nemici.
Secondo quanto riportato da Naval News, il Dipartimento della Difesa Usa ha avviato una procedura per acquisire decine di questi mezzi autonomi destinati a sostenere le operazioni dell’esercito americano nel Pacifico. Il programma ruota attorno all’Autonomous Resupply Vehicle (ARV-S), un drone navale progettato per trasportare container standard da 20 piedi verso unità avanzate distribuite tra isole, basi remote e avamposti strategici.
Le specifiche richieste sono particolarmente ambiziose: autonomia fino a 1.600 miglia nautiche andata e ritorno, capacità di carico di almeno due container e possibilità di navigare e manovrare in modo completamente autonomo anche in condizioni meteorologiche impegnative. Per Washington si tratta di una risposta diretta alle difficoltà che potrebbero emergere in un eventuale confronto con la Cina, soprattutto nelle aree comprese tra il Mar Cinese Meridionale e Taiwan.
A causa della crescente potenza navale cinese, della diffusione di sistemi missilistici a lungo raggio e della minaccia di attacchi contro infrastrutture e linee di comunicazione, i tradizionali mezzi logistici rischiano infatti di diventare bersagli vulnerabili. Mezzi autonomi, più piccoli, distribuiti e relativamente economici, consentirebbero invece di moltiplicare i punti di rifornimento e complicare l’individuazione da parte dell’avversario.
A proposito di Usv: nelle scorse ore un elicottero d'attacco Apache dell'esercito statunitense è precipitato al largo delle coste dell'Oman, nei pressi dello Stretto di Hormuz, durante una missione di pattugliamento nelle acque regionali. I due membri dell'equipaggio sono stati tratti in salvo proprio grazie all’intervento di un'imbarcazione di superficie senza equipaggio usata per la prima volta in simili circostanze.
La nuova iniziativa del Pentagono, dunque, si inserisce in una strategia più ampia che vede gli Stati Uniti investire massicciamente nei droni. La Marina americana prevede infatti di schierare entro il 2030 oltre trenta Medium Unmanned Surface Vessel (Musv) nel teatro indo-pacifico, affiancati da migliaia di droni navali di dimensioni minori, così da creare una rete integrata di piattaforme autonome capaci di svolgere compiti di sorveglianza, raccolta dati, protezione delle flotte e supporto logistico.
L’esperienza maturata nei conflitti recenti, dall’Ucraina al Medio Oriente, ha inoltre rafforzato l’interesse americano verso i droni marini, pur con la consapevolezza che le enormi distanze del Pacifico richiedono soluzioni diverse rispetto a quelle utilizzate nel Mar Nero o nel Mar Rosso. Per questo motivo il Pentagono punta su piattaforme autonome in grado di operare per lunghi periodi, coprire grandi distanze e sostenere una logistica distribuita. Un jolly in più per tenere a bada la Cina.
La Spagna si è ritagliata un ruolo ormai centrale nella strategia europea della Cina. La nazione guidata da Pedro Sanchez si è trasformata in in una delle principali destinazioni degli investimenti provenienti da Pechino. Madrid ha scelto una linea pragmatica nei rapporti con il colosso asiatico, con il chiaro obiettivo di attrarre capitali e progetti industriali in grado di sostenere la crescita economica e la transizione energetica del Paese. Se da un lato questa scelta sta contribuendo a rafforzare il peso della Spagna, dall’altro sta alimentando diversi malumori a Bruxelles e tra i partner europei, molti dei quali continuano a mantenere un approccio più prudente nei confronti del Dragone. Ecco che cosa sta succedendo.
Secondo quanto riportato da Bloomberg, la Spagna è diventata uno dei principali punti di riferimento per le aziende cinesi intenzionate a consolidare la propria presenza in Europa. Il motivo è presto detto: Madrid offre infatti una combinazione di fattori favorevoli, come l’accesso al mercato unico europeo, disponibilità di energia rinnovabile, costi competitivi rispetto ad altri grandi Paesi dell’Unione e una posizione geografica strategica tra Europa, Africa e America Latina.
Negli ultimi mesi diversi gruppi cinesi hanno, non a caso, annunciato investimenti miliardari nel settore delle batterie elettriche, dell’automotive e delle tecnologie legate alla transizione verde. Tra i progetti più significativi figurano gli impianti destinati alla produzione di batterie per veicoli elettrici e le partnership industriali con aziende spagnole già radicate sul territorio.
Per Pechino, dunque, la Spagna rappresenta una porta d’ingresso ideale verso il mercato europeo in una fase peraltro caratterizzata da crescenti tensioni commerciali tra Cina, Stati Uniti e Unione Europea. Sul fronte opposto, invece, per Madrid l’arrivo di capitali stranieri coincide con un tentativo di alimentare la reindustrializzazione del Paese e creare nuovi posti di lavoro.
La strategia del governo Sanchez non è però esente da critiche e interrogativi. A Bruxelles, per esempio, c’è chi ritiene che una dipendenza eccessiva dagli investimenti cinesi possa esporre la Spagna a rischi geopolitici e a possibili pressioni economiche in futuro.
Il dibattito è particolarmente acceso nei settori strategici, come le infrastrutture energetiche, le telecomunicazioni e la produzione di tecnologie avanzate. All’interno dell’Unione Europea cresce infatti la volontà di rafforzare i controlli sugli investimenti esteri e di ridurre le dipendenze industriali da Paesi terzi, soprattutto dopo le recenti crisi internazionali.
Nonostante queste preoccupazioni, il governo Sanchez continua a perseguire una politica di apertura selettiva, cercando di bilanciare le esigenze di sicurezza economica con l’obiettivo di attrarre nuovi investimenti. I numeri, nel momento in cui scriviamo, dicono che il flusso di capitali provenienti dalla Cina è aumentato e numerose aziende guardano alla penisola iberica come alla base ideale per espandersi nel continente. Le preoccupazioni e i rischi sono tuttavia dietro l’angolo.
A TAP Air Portugal assinalou, no Rio de Janeiro, os 60 anos de operações no Brasil, num evento comemorativo realizado no Palácio da Cidade. A iniciativa reuniu responsáveis da companhia, autoridades locais, parceiros do sector turístico e representantes da aviação…
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Nuova picconata dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump al sistema di sicurezza europeo nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Stando infatti a quanto riportato dal New York Times, gli Stati Uniti starebbero infatti pianificando di ridurre “significativamente” il numero di caccia e navi da guerra messi sin qui a disposizione per le operazioni dell’Alleanza Atlantica nel Vecchio Continente. Un'iniziativa che, sottolinea il quotidiano Usa, accelererebbe il processo di ridimensionamento della protezione offerta dall’America agli alleati europei negli ultimi otto decenni e limiterebbe la capacità della Nato di lanciare attacchi a lungo raggio e di condurre attività di sorveglianza.
La decisione della Casa Bianca - che arriva mentre alle porte dell’Europa il conflitto in Ucraina, ancora lontano dalla sua conclusione, supera in durata il primo conflitto mondiale - sarebbe stata già comunicata agli alleati ad inizio giugno in un documento scritto. Notevole la prevista riduzione dei mezzi militari Usa nel Vecchio Continente. Gli F-16 e F-15 passerebbero da 150 a 100, gli aerei da ricognizione marittima scenderebbero a 15 unità dalle attuali 26. Degli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo al momento stazionati in Europa non ne rimarrebbe neanche uno. Nel documento visionato in parte dal New York Times si notificherebbe inoltre lo spostamento di un sottomarino per il lancio di missili, di una portaerei, insieme a diverse navi da guerra e alle decine di caccia che partecipano al gruppo navale, e di uno dei due gruppi di bombardieri destinati sino ad ora alla difesa europea.
Le indiscrezioni di stampa in questione, alcune delle quali sono state pubblicate per la prima volta dal quotidiano tedesco Die Welt, hanno il merito di rappresentare con chiarezza come e in quale misura Donald Trump intenda realizzare il più volte annunciato ritiro dell’impegno americano dalla Nato. Allo stato attuale non si conoscono le tempistiche del ridimensionamento Usa anche se i funzionari americani consultati dal New York Times hanno affermato che avverrà molto presto, ben prima di quanto previsto dagli alleati europei.
Al di qua dell’Atlantico, la mossa improvvisa del Pentagono ha sollevato diverse preoccupazioni. Ad esempio, gli esperti sostengono che il ritiro Usa potrebbe compromettere le capacità della Nato di monitorare il traffico sottomarino russo o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo. Gli addetti ai lavori avvertono che sebbene gli europei possiedano capacità missilistiche simili, i missili costituiscono un deterrente maggiore per Mosca quando vengono impiegati da Washington, poiché gli europei potrebbero essere più restii ad impiegarli. Una situazione che, tra i vari scenari potrebbe portare la Russia ad azzardare un’escalation nel Vecchio Continente.
I tagli che gli Stati Uniti si apprestano ad eseguire dovrebbero comunque essere mitigati in parte dal fatto che le truppe Usa continueranno a costituire una delle maggiori forze Nato in Europa. Inoltre i Paesi dell’Alleanza, consapevoli delle minacce rivolte più volte da Trump ai membri dell’organizzazione, hanno già avviato un processo di riarmo nazionale. Che si sia lontani da una situazione ottimale lo dimostrano però le dimissioni rassegnate nelle ultime ore dal ministro della Difesa britannico, John Healey, il quale ha accusato il premier Keir Starmer di non spendere abbastanza per la difesa della nazione.
L'inizio di questa settimana ha certificato qualcosa che gli addetti ai lavori sapevano da tempo: il caccia di sesta generazione franco-tedesco-spagnolo “Scaf” (Système de Combat Aérien du Futur) è stato definitivamente abbandonato. Dopo anni di progettazione e tentativi di accordo tra le parti industriali, Berlino e Parigi hanno preso atto che né Airbus né Dassault Aviation sarebbero mai riuscite a giungere a un compromesso soddisfacente per entrambe, con l'industria francese che considerava la sua richiesta di detenere l'80% dello sviluppo della nuova piattaforma inderogabile.
Il programma “Scaf”, avviato nel 2017 con un budget di circa 100 miliardi di euro e a cui ha partecipato la Spagna tramite Indra, mirava a sviluppare un caccia di sesta generazione destinato a sostituire il Rafale francese, nonché l'Eurofighter “Typhoon” in dotazione a Germania e Spagna. Tuttavia, i negoziati si sono definitivamente conclusi lunedì scorso a causa dell'impossibilità di risolvere la controversia tra Airbus e Dassault, la cui richiesta di avere un ruolo di primo piano era stata sempre contestata dall'industria tedesca, che insisteva su una partecipazione paritaria così come avviene tra le tre industrie che stanno progettando il Gcap (Global Combat Air Programe), ovvero Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries.
Il programma Scaf, proprio per le pretese francesi, è stato considerato se non morto in agonia già da anni, ma Airbus – e con essa il governo tedesco – non intende abbandonare l'idea di costruire un velivolo di sesta generazione facendo appello alla Spagna. Da un lato, infatti, otto importanti aziende tedesche del settore difesa e aerospaziale hanno unito le forze per lanciare ufficialmente, questo giovedì, il “Team Gen 6” che mira a produrre un nuovo aereo da combattimento, e dall'altro un'iniziativa simile, che coinvolge anche Airbus, è stata presentata alla Spagna in occasione del salone aerospaziale “Ila 26” di Berlino.
Il “Team Gen 6” comprende la divisione tedesca del consorzio europeo Airbus Defence and Space (con sede in Germania), la divisione tedesca dell'azienda missilistica europea MBDA e le aziende Autoflug, Diehl Defence, Hensoldt, Liebherr, Mtu Aero Engines e Rohde & Schwarz. Da partre spagnola, oltre alla già citata Indra, le aziende coinvolte sono Grupo Oesia, GMV, ITP e Sener.
I tedeschi stavolta sembrano avere le idee chiare: le aziende partecipanti hanno un chiaro “impegno per la cooperazione multinazionale” per avviare “un partenariato europeo generale, basato su condizioni di parità” che “può avere successo solo se sostenuto da industrie nazionali solide e fondato sulla volontà politica”. “Solo insieme, come europei, possiamo superare le sfide tecnologiche e finanziarie della sesta generazione”, hanno ribadito i partner.
Del resto la Germania ha una storia consolidata di partenariati nel settore aeronautico: il Panavia “Tornado” e il “Typhoon” sono nati da consorzi europei in cui erano e sono presenti industrie tedesche.
Molto probabilmente il nuovo “Team Gen 6” guarderà alla Svezia, che è stata partner iniziale del progetto “Tempest” - poi divenuto Gcap con l'ingresso del Giappone – per successivamente abbandonarlo nelle fasi iniziali. La stessa Svezia, infatti, ad agosto del 2024 aveva proposto un concept di Saab per un velivolo manned/unmanned di sesta generazione.
Il problema principale di questa nuova alleanza per un velivolo di questo tipo è dato dalla tempistica, a cui si lega anche la questione dei finanziamenti. Lo Scaf poneva le sue basi progettuali nel 2017, e aveva un orizzonte temporale iniziale di consegna degli esemplari di preserie al 2040 – poi diventato 2045 per le diatribe franco-tedesche – pertanto un nuovo progetto europeo, se pur beneficiando del lavoro svolto sino ad ora da parte di Airbus e Indra – comunque marginale per quanto riguarda la cellula e i motori – avrebbe tempi di consegna ancora più allungati rispetto a quelli già lunghi del defunto “Scaf”.
Con essi, i costi di R&D e di avvio di costruzione di una piattaforma che, come si prefiggono i tedeschi, possa essere “paritaria” tra i partner, saranno sicuramente più alti. L'orizzonte temporale per questo nuovo progetto è talmente indefinito che Berlino sta correndo ai ripari pensando di ordinare più F-35 dagli Stati Uniti rispetto a quelli originariamente previsti.
Del resto la decisione di non procedere in Europa alla produzione di velivoli di quinta generazione ci ha obbligato a guardare all'unico Paese alleato che li ha progettati, e da questo punto di vista la partecipazione attiva di Italia, Regno Unito, Danimarca, Olanda e Norvegia (per restare in Europa) ha contribuito a migliorare le competenze industriali su questo tipo di velivoli. Soprattutto un Paese come l'Italia, unico in Europa a ospitare un centro di assemblaggio finale dell'F-35 (il Faco di Cameri in provincia di Novara) ha potuto beneficiare più di altri dell'esperienza su un velivolo di quinta generazione: fattore da non sottovalutare quando si deve costruire la sesta generazione aeronautica.
La Germania potrebbe quindi essere in procinto di fare il passo più lungo della gamba, e vedere una piattaforma di sesta generazione in ritardo rispetto ad altre. Esisterebbe una soluzione alternativa per Berlino: cercare di entrare inizialmente come Paese osservatore nel Gcap, per il quale aveva già mostrato interesse nel recente passato, e cercare di trovare un accomodamento industriale con Leonardo, Bae e Mitsubishi, del resto il “caccia europeo di sesta generazione” non era solo lo “Scaf” guardando a com'è nato il Gcap.