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Tra alpinisti sono morti precipitando dalla parete Nord del Gran Paradiso: “Due sono italiani”

Tre alpinisti sono morti dopo essere precipitati dal Gran Paradiso, sul versante della Valle d’Aosta. Secondo quanto si apprende due di loro sono italiani e sarebbero precipitati per quattrocento metri lungo la parete Nord.

Dopo aver dormito al rifugio Federico Chabod, in Valsavarenche, a 2.750 metri di quota, sono partiti venerdì mattina, alle tre circa, in direzione della cima (4.061 metri). La chiamata di soccorso è arrivata alla centrale unica di Aosta poco dopo le 19.30, per il loro mancato rientro. Sono immediatamente partite le operazioni del soccorso alpino valdostano e del soccorso alpino della guardia di finanza di Entreves. Grazie anche a un localizzatore Gps, attivato da uno degli alpinisti, i corpi sono stati individuati a una quota di circa 3.600 metri.

La salita, classificata come “Abbastanza Difficile Superiore” e “Difficile Inferiore”, richiede un’ottima preparazione fisica, tecnica e la conoscenza dell’ambiente d’alta quota. A fine maggio, sempre sulla parete Nord del Gran Paradiso, in un incidente era morto un altro alpinista.

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Legge elettorale, le opposizioni chiedono di introdurre il voto fuorisede. The Good Lobby: “Bene, ora serve risposta stabile e concreta per milioni di elettori”

Introdurre in maniera definitiva il voto fuorisede alle elezioni Politiche, alle Europee e ai referendum. È quanto prevede un emendamento alla legge elettorale presentato congiuntamente da tutte le forze di opposizione. Si tratta di una delle 326 proposte emendative congiunte del centrosinistra (in totale gli emendamenti presentati sono stati oltre 770) che viene accolta positivamente dalle associazioni impegnate da anni nel riconoscimento del diritto di voto a distanza per i quasi 5 milioni di cittadini che vivono lontani dalla propria residenza per ragioni di studio, lavoro o salute. “È il segno della rilevanza che il diritto di voto fuori sede ha assunto nel dibattito pubblico e politico”, commenta Yari Russo, campaigner di The Good Lobby e rappresentante della Rete Voto FuoriSede.

Associazioni che nei mesi scorso hanno raccolto oltre 50mila firme per la proposta di legge di iniziativa popolare finalizzata a garantire pienamente il diritto di voto per chi vive lontano dal proprio Comune di residenza. “Negli ultimi mesi – spiega Russo – abbiamo intensificato le interlocuzioni con le forze parlamentari di maggioranza e opposizione, che sembrano dimostrare un consenso unanime sulla necessità di garantire il diritto di voto a distanza. Auspichiamo che ora si passi però dalle parole ai fatti, e che maggioranza e opposizione possano convergere su questo o su altri emendamenti per dare una risposta concreta e stabile a milioni di elettori fuorisede”.

Il voto fuorisede era stato sperimentato alle Europee del 2024 (ma solo per gli studenti), poi è stato replicato e ampliato anche ai lavoratori in occasione dei referendum su cittadinanza e lavoro del giugno del 2025. Ma per il referendum sulla Giustizia, governo e maggioranza hanno deciso di bloccare la sperimentazione. L’Italia – come ricordano le associazioni – è al momento l’unico Paese europeo, insieme alle più piccole isole di Malta e Cipro, a non disporre dell’importante strumento elettorale democratico del voto a distanza.

Il voto fuorisede è stata una delle principali richieste avanzate da associazioni e studenti nel corso le audizioni in commissione Affari Costituzionali alla Camera, con tanto di lezione da parte di una studentessa al deputato Fdi, Angelo Rossi, contrario al provvedimento (qui il video del botta e risposta). Nonostante questo, però, nel testo della riforma elettorale votato dalla maggioranza non c’è nessun riferimento al tema. Oggi però arriva l’emendamento delle opposizioni, ma per approvarlo saranno necessari i voti anche dei parlamentari di maggioranza.

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Né alcol né droga, le autopsie sulle vittime italiane di Crans-Montana: ragazzi morti per le vie di sicurezza sbarrate

I giovani italiani rimasti vittime del tragico incendio di Capodanno a Crans-Montana erano perfettamente lucidi e avrebbero potuto salvarsi. I risultati delle autopsie, consegnati al pubblico ministero di Roma Stefano Opilio, confermano infatti che i ragazzi non avevano assunto alcolici, se non in quantità del tutto trascurabili.

Ciò significa, pertanto, che Sofia Prosperi, Chiara Costanzo, Achille Barosi, Giovanni Tamburi, Riccardo Minghetti ed Emanuele Galeppini, tutti di età compresa tra i 15 e i 17 anni, non sono riusciti a fuggire dall'inferno del "Le Constellation" esclusivamente perché la porta di sicurezza del locale di proprietà dei coniugi Moretti era sbarrata. I risultati degli esami autoptici svolti sulle salme dei sei ragazzi rivelano che la morte è sopravvenuta a causa delle gravi ustioni e, nella maggior parte dei casi, per l'inalazione letale di monossido di carbonio.

Sul fronte giudiziario, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo parallelo a quello della magistratura svizzera per fare luce sulle dinamiche e sulle varie responsabilità della terribile strage avvenuta nella notte di Capodanno. Attualmente a piazzale Clodio Jacques e la moglie Jessica Moretti risultano iscritti nel registro degli indagati con le accuse di omicidio colposo plurimo, lesioni e incendio colposo. Questa, tuttavia, è solo la situazione in essere al momento, visto che con grande probabilità, non appena dalla procura di Sion verranno inviati a Roma gli atti delle investigazioni che gli inquirenti stanno conducendo su 14 individui, il fronte delle indagini potrebbe ampliarsi ulteriormente.

Ad aggravare ulteriormente la posizione dei coniugi proprietari del "Le Constellation" una fattura ritenuta dai magistrati contraffatta, risalente al 2015, e relativa all'acquisto dei pannelli fonoassorbenti usati per il soffitto della discoteca, proprio quelli che presero fuoco a causa delle scintille prodotte dai candelotti posizionati sulle bottiglie di champagne. Si aggiunga a ciò anche il contenuto dei messaggi inviati da Jessica Moretti al personale con lo scopo di istruirlo sulle modalità di svolgimento dei balletti coi fuochi d'artificio ai tavoli, una prova che documenterebbe l'abitudine a svolgere tale pratica: "Attenzione alle candele perché, se finiscono sulla schiuma, possono bruciare il Constellation", scriveva infatti la donna, evidentemente conscia del pericolo. Altro punto focale, ovviamente, quello dello sbarramento delle uscite di sicurezza, chiuse, secondo le dichiarazioni della Moretti a causa delle proteste dei vicini: "Alcuni dipendenti che abitavano sopra il Constellation lasciavano aperta quella porta per accedere all'appartamento, causando le lamentele dei condomini".

I parenti delle vittime, tramite i rispettivi legali, spingono per rendere più rigidi i capi di imputazione nei confronti dei due coniugi Moretti, sollecitando la procura a contestare loro il reato di omicidio con dolo eventuale: ciò comporterebbe una condanna fino a 20 anni di reclusione, a differenza dei 3 anni ipotizzati con l'accusa di omicidio colposo.

I Moretti: "Non sapevamo che le candele potessero causare una tragedia"

Intanto, Jacques e Jessica Moretti hanno negato qualsiasi responsabilità nella tragedia di Capodanno, affermando in tribunale di non essere a conoscenza del fatto che le candele scintillanti da cui è partito il rogo potessero causare una tragedia. Lo riporta l'emittente svizzera Rts che ha ottenuto una copia della trascrizione dell'ultima udienza che si è svolta in tribunale, la prima dove i proprietari del locale sono stati interrogati insieme per circa dieci ore.

Jessica Moretti ha anche messo in dubbio di aver scritto lei un messaggio condiviso ai dipendenti il 13 dicembre 2019 e reso noto dai pubblici ministeri. Nel messaggio si diceva che "se (i clienti, ndr) vogliono quelle scintillanti, stiano molto attenti, se la scintilla cade, sul divano o sul pavimento, o se la tengono in alto e bruciano la schiuma, le Constel brucerà...".

Furono proprio le candele scintillanti a innescare l'incendio di schiuma nel seminterrato del Constellation, costato la vita a 41 persone tra cui sei ragazzi italiani. "Siete sicuri che l'abbia scritto io?", ha chiesto Jessica Moretti. I magistrati le hanno detto che era "improbabile" che non fosse "consapevole dei rischi". Ma Jessica Moretti ha risposto che "non ne ero assolutamente a conoscenza" e "non pensavo in alcun modo possibile sapere che esistesse un pericolo."

Interrogato sul messaggio, Jacques Moretti ha fatto eco alle parole della moglie: "Abbiamo preso precauzioni per evitare di danneggiare l'attrezzatura. Non ci è mai nemmeno passato per la mente che potesse portare a una simile tragedia, era impossibile". E ha aggiunto: "Una volta soddisfatti tutti gli standard, ottenuta l'autorizzazione per queste fontane magiche e dopo il collaudo dei vigili del fuoco, riteniamo che non ci siano problemi a svolgere questa attività, a parte il rischio di danneggiare le attrezzature".

I messaggi choc allegati al verbale

Non solo messaggi sulle candele. I due messaggi whatsapp choc di Jacques e Jessica Moretti sono allegati al verbale dell'ultimo interrogatorio svoltosi a Sion il 5 giugno scorso. Il primo, risalente al 21 agosto 2021, è di Jacques e riguarda la chiusura delle porte di sicurezza: "Ciao a tutti, volevo sapere se la porta di sicurezza del Constell di fronte ai bagni è ancora bloccata? E se nessuno la usa? Inoltre, le porte del palazzo sono rimaste ancora aperte, bloccate aperte? Spero sempre che non siate voi? Ve l'ho già detto? Confermatemi per favore? e Grazie".

Gli risponde nella chat "Constel" un collaboratore: "Sì la porta è sempre bloccata. Sì, ne abbiamo parlato e non si lasciano aperte le porte!". Il titolare reagisce soddisfatto con l'emoticon del pollice in su.

I messaggi whatsapp - secondo quanto si è appreso - sono stati recuperati dal cellulare di Cyanne Panine, la cameriera che, sfilando sulle spalle del collega, ha inavvertitamente appiccato il fuoco a Capodanno ed è poi morta asfissiata. Di lei e del corteo con le candele pirotecniche si è parlato a lungo durante l'interrogatorio. "Non abbiamo mai forzato nessuno - ha detto Jessica Moretti agli inquirenti - ed era qualcosa che a Cyane piaceva. I servizi con le bottiglie si organizzavano tra i dipendenti".

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Nicole Minetti, il tribunale “prende atto” della grazia del Quirinale: sospesa l’esecuzione della pena di 3 anni e 11 mesi

Il tribunale di sorveglianza di Milano ha revocato l’esecuzione della pena per Nicole Minetti, l’ex consigliera regionale della Lombardia condannata a 3 anni e 11 mesi. La pena era stata accumulata in due diversi processi, quello cosiddetto “Ruby bis” per favoreggiamento della prostituzione e quello sulle “spese allegre” al Pirellone nel quale Minetti era stata condannata per peculato. La revoca decisa dal giudice è una presa d’atto della grazia concessa a febbraio dal presidente della Repubblica. L’atto di clemenza sospende la pena (poi la estingue dopo 5 anni senza reati). Come noto, il provvedimento di grazia è stato confermato dopo che la Procura generale di Milano ha sostenuto di aver eseguito tutte le verifiche necessarie dopo l’inchiesta del Fatto Quotidiano.

La decisione del tribunale è un mero passaggio formale che chiude il caso. I giudici Marcello Bortolato (presidente) e Paola Braggion, in poche righe, prendono atto dell’atto del Quirinale. Tecnicamente hanno decretato “il non luogo a deliberare” sull’istanza di affidamento in prova con cui Minetti voleva scontare la pena, una richiesta avanzata dai legali Antonella Calcaterra, Emanuele Fisicaro e Paolo Siniscalchi.

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Tenerife, problema tecnico per il volo di rientro del Papa a Roma: Leone XIV torna con l’aereo di re Felipe VI

Si conclude con un imprevisto la visita di Papa Leone XIV alle Canarie. L’aereo papale, diretto a Fiumicino, doveva decollare alle 17 dall’aeroporto di Tenerife-Nord, al termine del viaggio apostolico del pontefice in Spagna tra il 6 e il 12 giugno. Un problema tecnico, però, ha costretto il volo Iberia ad annullare la partenza. L’annuncio del comandante è arrivato proprio mentre il velivolo stava per iniziare la fase di decollo, con grande sorpresa da parte degli oltre 80 giornalisti e operatori video a bordo: “Sono spiacente di informarvi che il guasto richiede tempo – ha detto il pilota – e per questo motivo ci stiamo organizzando per sbarcare i passeggeri”. A quel punto è stato il re Felipe VI di Spagna in persona, congedatosi poco prima, a risalire sull’aereo e scortare il pontefice nella sala vip del terminal. Poco dopo lo hanno seguito il segretario di Stato Vaticano, il cardinale Pietro Parolin, e altri membri del seguito papale. Il guasto è tale da non poter essere riparato immediatamente e per questo il Papa è ripartito verso l’Italia con l’aereo del re di Spagna. Il personale della Santa Sede e i giornalisti faranno invece ritorno nelle prossime ore con un altro velivolo messo a disposizione da Iberia.

Leone XIV doveva arrivare nella tarda serata a Roma dopo la prima visita in un paese europeo da quando si è insediato. La tappa finale sono state proprio le Canarie, dove ora si trova bloccato: sulle isole spagnole ha tenuto un discorso sul dramma migratorio, visitando anche i centri di accoglienza oltre che organizzazioni umanitarie impegnate nell’accompagnamento e l’integrazione.

L’agenda del viaggio è stata intensa, dal ricevimento dei monarchi Felipe VI e Letizia nella capitale, alla messa del Corpus Christi in Plaza Cibeles, con oltre 1 milione e 200mila persone. Prevost ha anche tenuto una veglia con 600mila giovani e ha tenuto uno storico discorso, il primo per un Papa, nel parlamento spagnolo. A Barcellona poi ha visitato il Monastero di Montserrat, richiamando il valore della cultura e della spiritualità, presiedendo la cerimonia solenne nella Sagrada Familia per l’inaugurazione e la benedizione della Torre di Gesù, la più alta della Chiesa nel mondo, nel centenario della morte del suo architetto, Antoni Gaudì.

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Trump taglia caccia e navi dal fianco est della Nato: così il tycoon prepara il disimpegno in Europa

Nuova picconata dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump al sistema di sicurezza europeo nato dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. Stando infatti a quanto riportato dal New York Times, gli Stati Uniti starebbero infatti pianificando di ridurre “significativamente” il numero di caccia e navi da guerra messi sin qui a disposizione per le operazioni dell’Alleanza Atlantica nel Vecchio Continente. Un'iniziativa che, sottolinea il quotidiano Usa, accelererebbe il processo di ridimensionamento della protezione offerta dall’America agli alleati europei negli ultimi otto decenni e limiterebbe la capacità della Nato di lanciare attacchi a lungo raggio e di condurre attività di sorveglianza.

La decisione della Casa Bianca - che arriva mentre alle porte dell’Europa il conflitto in Ucraina, ancora lontano dalla sua conclusione, supera in durata il primo conflitto mondiale - sarebbe stata già comunicata agli alleati ad inizio giugno in un documento scritto. Notevole la prevista riduzione dei mezzi militari Usa nel Vecchio Continente. Gli F-16 e F-15 passerebbero da 150 a 100, gli aerei da ricognizione marittima scenderebbero a 15 unità dalle attuali 26. Degli otto aerei cisterna per il rifornimento in volo al momento stazionati in Europa non ne rimarrebbe neanche uno. Nel documento visionato in parte dal New York Times si notificherebbe inoltre lo spostamento di un sottomarino per il lancio di missili, di una portaerei, insieme a diverse navi da guerra e alle decine di caccia che partecipano al gruppo navale, e di uno dei due gruppi di bombardieri destinati sino ad ora alla difesa europea.

Le indiscrezioni di stampa in questione, alcune delle quali sono state pubblicate per la prima volta dal quotidiano tedesco Die Welt, hanno il merito di rappresentare con chiarezza come e in quale misura Donald Trump intenda realizzare il più volte annunciato ritiro dell’impegno americano dalla Nato. Allo stato attuale non si conoscono le tempistiche del ridimensionamento Usa anche se i funzionari americani consultati dal New York Times hanno affermato che avverrà molto presto, ben prima di quanto previsto dagli alleati europei.

Al di qua dell’Atlantico, la mossa improvvisa del Pentagono ha sollevato diverse preoccupazioni. Ad esempio, gli esperti sostengono che il ritiro Usa potrebbe compromettere le capacità della Nato di monitorare il traffico sottomarino russo o di lanciare missili Tomahawk a lungo raggio in profondità nel territorio russo. Gli addetti ai lavori avvertono che sebbene gli europei possiedano capacità missilistiche simili, i missili costituiscono un deterrente maggiore per Mosca quando vengono impiegati da Washington, poiché gli europei potrebbero essere più restii ad impiegarli. Una situazione che, tra i vari scenari potrebbe portare la Russia ad azzardare un’escalation nel Vecchio Continente.

I tagli che gli Stati Uniti si apprestano ad eseguire dovrebbero comunque essere mitigati in parte dal fatto che le truppe Usa continueranno a costituire una delle maggiori forze Nato in Europa. Inoltre i Paesi dell’Alleanza, consapevoli delle minacce rivolte più volte da Trump ai membri dell’organizzazione, hanno già avviato un processo di riarmo nazionale. Che si sia lontani da una situazione ottimale lo dimostrano però le dimissioni rassegnate nelle ultime ore dal ministro della Difesa britannico, John Healey, il quale ha accusato il premier Keir Starmer di non spendere abbastanza per la difesa della nazione.

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“È iniziato El Niño”. L’allarme del servizio meteorologico Usa: “Probabile che diventi un evento ‘super'”

Lo si annunciava da mesi, ora è arrivato. Il Servizio Meteorologico degli Stati Uniti, Noaa, ha annunciato che El Niño è iniziato nel Pacifico tropicale. L’agenzia federale americana prevede che il fenomeno meteorologico si intensificherà fino a raggiungere un livello moderato o forte in autunno. Stando alle previsione dei meteorologi c’è una probabilità del 63% che le temperature superficiali del mare aumentino di 2,0 gradi nella regione del Pacifico monitorata. Superata quella soglia la Noaa riqualifica l’evento come Super Niño: un’anomalia per quell’area del globo che si verifica in media ogni 15 anni con effetti devastanti.

El Niño è un evento raro ma che si forma ciclicamente, in media ogni 2-7 anni. Quando si verifica, produce un riscaldamento da 0,5 a 3 gradi delle acque superficiali del Pacifico centro meridionale ed orientale, di fronte alle coste dell’America Latina, producendo però effetti in tutto il mondo. Dura dai 9 ai 12 mesi e tra gli effetti principali ci sono inverni caldi e secchi nel Nord degli Stati Uniti e tempeste e neve negli stati meridionali. Nonostante la sua ciclicità, si tratta di un fenomeno difficile da prevedere perché, come spiegato da Ken Graham, direttore della Noaa, “ogni El Niño è diverso. Ognuno è unico e lascia la propria impronta sul nostro clima”.

Di solito è proprio nel periodo invernale che El Niño tende ad essere più intenso, soprattutto per l’emisfero settentrionale del mondo. In un tipico inverno caratterizzato da questo evento atmosferico, la corrente sull’Oceano Pacifico settentrionale si sposta verso sud, muovendo le tempeste verso la fascia meridionale degli Stati Uniti. Per questi motivi, spesso si traduce in un inverno più caldo del normale nell’America del Nord. Come un effetto a catena, i venti in quota più forti tendono a sopprimere lo sviluppo di tempeste e uragani nel bacino atlantico, mentre quelli più deboli favoriscono lo sviluppo di cicloni tropicali nei bacini del Pacifico orientale e centrale. Da qui il rischio di inondazioni dovute all’alta marea, soprattutto nella costa occidentale degli Stati Uniti.

Gli effetti di El Niño colpiscono anche la fauna marina e gli altri organismi oceanici, provocando cambiamenti nella migrazione dei pesci. Le specie di acqua calda infatti si spostano verso nord, mentre quelle che prediligono temperature più fredde si spostano ancora più a nord del normale, prediligendo acque profonde. Tutti comportamenti fuori dalla normalità che influiscono negativamente su crescita, sopravvivenza e riproduzione, provocando, come accaduto in passato, anche la formazione di alghe nocive nelle coste a ovest degli Stati Uniti.

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Macron annuncia il primo vertice bilaterale con Meloni: si terrà il 25 giugno ad Antibes e ci saranno 9 ministri

Si terrà il 25 giugno ad Antibes, in Costa Azzurra, il primo vertice intergovernativo tra Giorgia Meloni ed Emmanuel Macron. Si tratta del primo bilaterale di alto livello tra Italia e Francia da quando la presidente del Consiglio è a Palazzo Chigi ed è anche il primo dall’entrata in vigore del Trattato del Quirinale, firmato da Mario Draghi e Macron nel novembre del 2021 davanti al presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

L’ultimo vertice bilaterale tra i due governi si era tenuto a fine febbraio del 2020, pochi giorni prima del lockdown per la pandemia: Macron e l’allora premier Giuseppe Conte si erano incontrati a Napoli. Poi la tradizione si era interrotta. Le tensioni e il rapporto difficile tra il presidente francese e la premier Meloni hanno reso complessa l’organizzazione del nuovo summit. Ma alla fine è arrivato l’annuncio dell’Eliseo. Al vertice prenderanno parte anche “9 ministri da una parte e dall’altra”, una sorta di Consiglio dei ministri congiunto fra Italia e Francia.

“Questo vertice – sottolinea Parigi -permetterà di approfondire la cooperazione franco-italiana in molti settori strategici, in particolare la difesa, lo spazio, l’energia e le infrastrutture”. Secondo quanto trapela, il principale argomento del bilaterale dovrebbe essere il via libera al cosiddetto progetto Bromo, una joint venture strategica siglata tra Leonardo, Airbus e la francese Thales. A margine si terrà un “Business forum franco-italiano” e una visita alla sede di Thales Alenia Space, società franco-italiana, a Cannes, ha precisato l’Eliseo. La presidenza francese riferisce inoltre che Macron e Meloni “si confronteranno anche sui grandi temi europei e internazionali e discuteranno i modi per rafforzare i legami tra le società civili francese e italiana, in particolare attraverso i giovani e la cultura“.

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Garlasco, Stasi verso l’affidamento in prova ai servizi sociali: parere favorevole dalla procura

Alberto Stasi potrebbe presto uscire dal carcere. Condannato in via definitiva per l’omicidio della fidanzata Chiara Poggi, uccisa nella sua villetta di Garlasco nel 2007, Stasi potrebbe presto ottenere l’affidamento in prova ai servizi sociali. Un provvedimento che dovrà arrivare dal tribunale di sorveglianza di Milano.

A differenza di quanto emerso in un primo momento, infatti, per cui sembrava una decisione già stabilita, i giudici, dopo l’udienza che si è svolta nel pomeriggio di oggi in gran segreto, sono tecnicamente in riserva dopo la camera di consiglio, e dovrebbero depositare l’ordinanza entro cinque giorni, come riporta l’Ansa.

La procura generale, diretta da Francesca Nanni e con il sostituto pg Valeria Marino, aveva già dato parere favorevole vista la buona condotta da detenuto in questi anni e per le relazioni positive dell’equipe del carcere di Bollate.

Stasi si trova già in regime di semilibertà. La concessione dell’affidamento in prova non è collegata con l’eventuale procedimento di revisione del suo processo, per il quale la difesa presenterà istanza. Per il caso Garlasco, infatti, è attualmente aperto un nuovo filone di inchiesta che vede Andrea Sempio come unico indagato per l’omicidio di Chiara Poggi.

L’affidamento in prova si tratta di una richiesta standard per i condannati che sono alle prese con l’ultima parte della pena. Dal 2015 Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni per l’omicidio della fidanzata, è detenuto a Bollate e dal 2023 lavora all’esterno dell’istituto penitenziario con mansioni amministrative e contabili, rientrando in cella la sera. La sua fine pena è prevista nel 2028.

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Scontro social Meloni-Conte. “Video dell’Aula con il mio volto è una fake news, ero al Quirinale”. “Era per contestualizzare, la butta in caciara”

Botta e risposta social tra Giorgia Meloni e Giuseppe Conte. La premier ha risposto a un post pubblicato su X dal leader del Movimento 5 stelle, accusandolo di diffondere fake news. Nel post Conte pubblicava un breve taglio del suo intervento di ieri alla Camera dopo le comunicazioni della presidente della premier in vista del Consiglio Ue. Un video montato con, in controcampo, per pochi secondi, il volto della presidente del Consiglio che però in quel momento non era presente in Aula.

“Mi spiega come avete fatto a montare mie espressioni sul video del suo intervento, considerato che in quel momento io ero al Quirinale e quindi non in Parlamento? Lo chiarisco solo per ricordare a tutti quanto la vostra politica si fondi su mistificazioni della realtà e fake news”, ha attaccato Meloni commentando la clip.

Poco dopo la controreplica di Conte, sempre via social, che chiarisce il perché della scelta. “Non avrei mai immaginato che tra crollo del potere d’acquisto, Italia fanalino di coda sulla crescita, stazioni di carburante come gioiellerie, inchieste per corruzione e 13 miliardi bloccati sul Ponte, riuscisse a trovare il tempo per seguire i miei social e aggiornarsi sui i miei post”, risponde Conte.

Per poi proseguire: “Mi sorprende, peraltro, che l’unica sua premura sia stata di segnalare che nel mio video compare il suo viso, quando in realtà lei si era allontanata, e non ha potuto seguire in diretta il mio intervento che ho fatto dopo le sue comunicazioni, quando era tenuta ad ascoltare non solo gli interventi di maggioranza ma anche di opposizione“. L’ex premier quindi ammette il montaggio del video, sottolineando però che è “servito a ‘contestualizzare’ il mio intervento, a precisare che quelle domande e richieste di chiarimenti erano rivolte a lei”. “Sono domande e richieste che avanzano milioni di cittadini, famiglie e imprese che sono in difficoltà e gradirebbero risposte da lei – prosegue ancora il leader M5s – Risposte però anche ancora oggi, dopo quasi 4 anni di governo, non arrivano. E non arrivano perché non sa che dire, non ha ricette, non ha soluzioni”. Ecco quindi, affonda Conte, “che impiega il tempo sui miei social alla ricerca di distrazioni e diversivi che la facciano passare per vittima. Tutto torna utile, purché non si affrontino le priorità e le urgenze dei cittadini. Insomma, tutto fa brodo per buttarla in ‘caciara’“.

“Se si appassiona nel seguire i miei video, a quando un confronto serio sulle questioni urgenti che pongo e che gli italiani pongono insieme a me alla sua attenzione?”, conclude Conte.

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Allarme "animali spia" in Cina: “Tartarughe e pesci usati per rubare dati nei nostri mari”

L'allarme arriva direttamente dal Ministero della Sicurezza di Stato cinese (MSS), la principale agenzia di intelligence del Dragone che si occupa di spionaggio all'estero e controspionaggio. I servizi segreti stranieri starebbero utilizzando nuovi metodi per rubare i dati marittimi sensibili della Cina, tra cui boe di rilevamento, veicoli subacquei autonomi, dispositivi elettronici ma anche animali dotati di particolari sensori. Ebbene queste attività, ha spiegato il MSS sul proprio account ufficiale di WeChat, rappresenterebbero una seria minaccia per la sicurezza di Pechino.

L'allarme della Cina

Nel post sopra citato, il MSS ha avvertito che una "guerra segreta invisibile" si starebbe svolgendo silenziosamente nei mari intorno alla Cina. Che cosa sta succedendo? Pare che diverse agenzie straniere siano attive nel raccogliere dati sensibili "attraverso una varietà di nuovi dispositivi di spionaggio" per produrre mappe sottomarine. Le autorità hanno esplicitamente parlato di grandi animali marini, nello specifico di tartarughe e pesci spia che sarebbero stati rinvenuti "attaccati a sensori" mentre nuotavano nelle acque cinesi.

In base a quanto ricostruito, gli animali stavano "raccogliendo dati sensibili sull'ambiente marino, come la temperatura dell'acqua, la salinità e le correnti oceaniche in tempo reale, e li trasmettevano all'estero via satellite". Non sono però stati forniti dettagli specifici sul luogo del ritrovamento delle bestiole o su chi li avesse equipaggiati.

Nell'avviso si legge inoltre che le agenzie di spionaggio straniere avrebbero cercato per anni di analizzare le attività navali cinesi, creare "mappe sottomarine" della costa marittima del paese e monitorare i suoi giacimenti di petrolio e gas offshore. Il MSS ha infine esortato ricercatori, pescatori e armatori a rimanere vigili e a "segnalare dispositivi sospetti". In passato, non a caso, il governo cinese ha ricompensato alcune persone per la consegna di presunti dispositivi di spionaggio marittimo. C'è persino chi ha ricevuto fino a 500.000 yuan (circa 73.000 dollari).

Animali spia nel mirino

Le accuse di utilizzo di animali marini a scopo di spionaggio non sono certo una novità. Già nel 2023, l'intelligence britannica affermava che la Russia stava rafforzando la sicurezza della sua base navale di Sebastopoli, nel Mar Nero, un porto situato nella penisola di Crimea occupata dall'Ucraina, impiegando delfini addestrati. Gli 007 britannici sostenevano che Mosca avesse addestrato delfini tursiopi, tenuti in recinti galleggianti nel porto, per "contrastare i sommozzatori nemici".

Il MSS cinese ha spiegato di aver rinvenuto boe "dispiegate da un istituto di ricerca marina estero" dotate di "un pacchetto di sensori meteorologici" che consentiva loro di tracciare in tempo reale le tracce acustiche dei sottomarini cinesi. Il ministero ha inoltre citato un nuovo tipo di "veicolo planante a onde", alimentato dal moto ondoso e dall'energia solare, che, a suo dire, sarebbe impiegato da soggetti stranieri per trasmettere "dati ambientali marittimi di natura militare e informazioni sulle attività delle navi". Nel 2024, il gigante asiatico ha dichiarato di aver individuato dei "fari" nascosti sul fondale oceanico in grado di guidare il transito di sottomarini stranieri e di "preparare il terreno per la battaglia".

La sicurezza marittima, ha quindi concluso ancora il MSS, è una componente importante della sicurezza nazionale e la sua salvaguardia richiede sforzi congiunti da parte di tutti. Il quotidiano Global Times ha ricordato al pubblico di diffidare di collaborazioni sospette e di segnalare dispositivi non conformi, invitando al contempo gli armatori a rimanere vigili nei confronti di aziende sconosciute che promuovono dispositivi di servizio marittimo sospetti e a non acquistare o installare attrezzature da fonti ignote “senza riflettere”.

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“Un percorso che parla di studio, disciplina, curiosità e desiderio”: Federica Panicucci si è laureata in Scienze e Tecniche Psicologiche e festeggia

Grande festa per Federica Panicucci. La conduttrice di “Mattino Cinque” ha condiviso sui social il suo giorno speciale: la laurea in Scienze e Tecniche Psicologiche.

Panicucci ha parlato di un traguardo “che sento profondamente mio“. E ancora: “Un percorso che parla di studio, disciplina, curiosità e desiderio. Arriva in una fase piena della mia vita e per questo ha un sapore ancora più intenso. Grata, emozionata e felice”.

Nelle sue storie Instagram, la conduttrice ha condiviso alcuni scatti dei festeggiamenti, immortalando i momenti più significativi della celebrazione. Ad accompagnarla in questa occasione speciale era presente il suo compagno Marco Bacini, al suo fianco per condividere la gioia della ricorrenza.

Federica Panicucci ha festeggiato con un elegante tailleur bianco, con la corona d’alloro e un bouquet colorato tra le mani. Poi con amici e parenti, la conduttrice ha proseguito la giornata in un ristorante di sushi a Milano, dove sono stati consegnati i tradizionali confetti rossi, in un elegante packaging, infine una torta alla frutta con la scritta “Congratulazioni”.

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“Quasi 7 laureati su 10 dicono no ai lavori sottopagati”: la fotografia dell’ultimo Rapporto AlmaLaurea

Sette giovani su dieci non accettano più lavori sottopagati, aumenta il tasso di occupazione tra i neolaureati e quasi il 60% di loro è donna. È la fotografia del “XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione” presentato all’Università degli Studi della Basilicata: dallo studio, che ha coinvolto 700mila laureati di 81 università diverse, emerge un Paese in cui i laureandi sono diventati sempre più attenti alle proposte di lavoro. Per la direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo, il rapporto segnala che “lo sguardo di laureate e laureati sul lavoro è uno sguardo attento e ha precise direzioni sul piano valoriale”.

Occupazione all’80%: più coerenza tra studio e lavoro

Il report registra un netto aumento del tasso di occupazione che ruota intorno all’80% tra i neolaureati. A cinque anni dal conseguimento del titolo la quota sale al 91,7%. Numeri ottimi, considerando anche che, alla vigilia della laurea, il 76,4% degli studenti e delle studentesse dichiara di non voler accettare lavori non coerenti con il proprio percorso (nel 2016 la quota era dell’87,2%). Cresce anche la percezione che ci sia una buona coerenza tra studio e lavoro, giudicata da due persone laureate su tre “molto efficace o efficace”. Rimane però sempre un 39,4% (tra chi ha una laurea di primo livello) e un 32,5% (di secondo livello) che a un anno dal titolo non considerano utili per il mondo del lavoro le competenze acquisite in università. Gli strumenti di accompagnamento offerti dagli atenei pesano su queste statistiche, anche perché dal report emerge che chi ha preso parte alle iniziative di orientamento al lavoro, tra cui i tirocini curricolari, ha mostrato una probabilità di occupazione più alta del 10,1% a un anno dalla laurea e un minore disallineamento rispetto a chi non ne ha usufruito.

No ai lavori sottopagati: rimane però gender gap e divario territoriale

Una netta differenza rispetto a dieci anni fa, che si riflette anche sulle retribuzioni ritenute adeguate. Sette persone su dieci di chi sta per laurearsi dichiara di non essere disposto ad accettare compensi netti mensili inferiori a 1.500 euro per un impiego a tempo pieno: nel 2016 era solo il 24,4%. Una presa di posizione che sembra ottenere anche buoni riscontri nella realtà. A un anno dalla laurea la media mensile netta è di circa 1500 euro, a cinque anni dal titolo si arriva a 1.903 euro per chi possiede una laurea di secondo livello (circa 100 euro in meno per il titolo di primo livello).

Dati positivi, al netto però di divari strutturali sempre presenti: il gender gap ad esempio fatica ad essere eliminato considerando che a parità di condizioni, gli uomini hanno mostrato il 13,7% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne e una retribuzione superiore in media di 67 euro netti al mese, nonostante la quota rosa rappresenti il 59,6% delle persone laureate. “A fronte di carriere universitarie mediamente migliori delle donne, più regolari negli studi e con voti di laurea più alti – si legge nel rapporto – permane una loro minore valorizzazione nel mercato del lavoro”.

Sempre evidenti anche le differenze territoriali: chi risiede al Nord ha avuto il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede al Sud. La stessa differenza permane anche nelle retribuzioni dal momento che chi lavora al Nord ha percepito in media 68 euro netti in più al mese rispetto a chi è occupato nel Mezzogiorno.

Statale di Milano, Torino e Bicocca tra gli atenei più virtuosi

Tra i poli più virtuosi rimane stabile l’Università Statale di Milano che si posiziona sopra la media per la maggior parte degli indicatori di qualità degli studi. Le retribuzioni sono superiori alla media nazionale e anche dal punto di vista occupazionale la Statale vanta tassi elevati, in aumento rispetto allo scorso anno (a cinque anni il tasso dei laureati di secondo livello è del 95,3%). Dati che “rafforzano il ruolo della Statale come ateneo attrattivo e competitivo a livello internazionale, capace di coniugare qualità della formazione e solidità degli sbocchi occupazionali” , commenta la rettrice Marina Brambilla secondo cui è “particolarmente significativo è il risultato sull’internazionalizzazione, soprattutto nei percorsi magistrali”.

Per quanto riguarda i laureati più richiesti è il Politecnico di Torino a distinguersi, con un esito occupazionale del 96,1% dei laureati magistrali a un anno dal titolo. A cinque anni dalla laurea la quota di occupati raggiunge addirittura il 98,8%. Non è però solo quantità ma anche qualità dei lavori a dare lustro al polo del capoluogo piemontese: oltre il 77% degli occupati può contare su un contratto a tempo indeterminato con una media di stipendio di 1.824 euro al mese, che sale a 2.250 euro a cinque anni dalla fine degli studi. Dal punto di vista dell’internazionalizzazione, il Politecnico di Torino registra i risultati migliori, triplicando la media nazionale: i laureati con cittadinanza straniera sono oggi il 18,1% del totale. Alla luce di questi numeri, non stupisce che l’83,5% dei laureati dichiara che sceglierebbe nuovamente l’Ateneo.

Record di velocità invece per l’università statale di Milano-Bicocca, dove gli studenti si laureano prima degli altri con il primo titolo di studio conseguito a 23,9 anni, a fronte di una media nazionale di 27,9 anni. Rapidità che va di pari passo con la qualità della formazione, perché stando ai numeri di Almalaurea, 9 su 10 lavorano a un anno dal titolo di studio. “Quasi 8 laureati su 10 alla Bicocca hanno avuto esperienze lavorative durante gli studi, contro circa 7 su 10 a livello nazionale. – sottolinea la pro-rettrice Sonia Migliorati – e questo, oltre a testimoniare l’attenzione dell’ateneo rispetto all’integrazione tra studio ed esperienze lavorative, può favorire l’occupabilità e l’acquisizione di competenze trasversali”.

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Dopo il flop dello Scaf, Berlino rilancia: ecco i piani (e rischi) per il caccia europeo di sesta generazione

L'inizio di questa settimana ha certificato qualcosa che gli addetti ai lavori sapevano da tempo: il caccia di sesta generazione franco-tedesco-spagnolo “Scaf” (Système de Combat Aérien du Futur) è stato definitivamente abbandonato. Dopo anni di progettazione e tentativi di accordo tra le parti industriali, Berlino e Parigi hanno preso atto che né Airbus né Dassault Aviation sarebbero mai riuscite a giungere a un compromesso soddisfacente per entrambe, con l'industria francese che considerava la sua richiesta di detenere l'80% dello sviluppo della nuova piattaforma inderogabile.

Un partenariato impossibile

Il programma “Scaf”, avviato nel 2017 con un budget di circa 100 miliardi di euro e a cui ha partecipato la Spagna tramite Indra, mirava a sviluppare un caccia di sesta generazione destinato a sostituire il Rafale francese, nonché l'Eurofighter “Typhoon” in dotazione a Germania e Spagna. Tuttavia, i negoziati si sono definitivamente conclusi lunedì scorso a causa dell'impossibilità di risolvere la controversia tra Airbus e Dassault, la cui richiesta di avere un ruolo di primo piano era stata sempre contestata dall'industria tedesca, che insisteva su una partecipazione paritaria così come avviene tra le tre industrie che stanno progettando il Gcap (Global Combat Air Programe), ovvero Leonardo, Bae Systems e Mitsubishi Heavy Industries.

Fuori i francesi i tedeschi stringono gli spagnoli

Il programma Scaf, proprio per le pretese francesi, è stato considerato se non morto in agonia già da anni, ma Airbus – e con essa il governo tedesco – non intende abbandonare l'idea di costruire un velivolo di sesta generazione facendo appello alla Spagna. Da un lato, infatti, otto importanti aziende tedesche del settore difesa e aerospaziale hanno unito le forze per lanciare ufficialmente, questo giovedì, il “Team Gen 6” che mira a produrre un nuovo aereo da combattimento, e dall'altro un'iniziativa simile, che coinvolge anche Airbus, è stata presentata alla Spagna in occasione del salone aerospaziale “Ila 26” di Berlino.

Il “Team Gen 6” comprende la divisione tedesca del consorzio europeo Airbus Defence and Space (con sede in Germania), la divisione tedesca dell'azienda missilistica europea MBDA e le aziende Autoflug, Diehl Defence, Hensoldt, Liebherr, Mtu Aero Engines e Rohde & Schwarz. Da partre spagnola, oltre alla già citata Indra, le aziende coinvolte sono Grupo Oesia, GMV, ITP e Sener.

I tedeschi stavolta sembrano avere le idee chiare: le aziende partecipanti hanno un chiaro “impegno per la cooperazione multinazionale” per avviare “un partenariato europeo generale, basato su condizioni di parità” che “può avere successo solo se sostenuto da industrie nazionali solide e fondato sulla volontà politica”. “Solo insieme, come europei, possiamo superare le sfide tecnologiche e finanziarie della sesta generazione”, hanno ribadito i partner.

Del resto la Germania ha una storia consolidata di partenariati nel settore aeronautico: il Panavia “Tornado” e il “Typhoon” sono nati da consorzi europei in cui erano e sono presenti industrie tedesche.

Molto probabilmente il nuovo “Team Gen 6” guarderà alla Svezia, che è stata partner iniziale del progetto “Tempest” - poi divenuto Gcap con l'ingresso del Giappone – per successivamente abbandonarlo nelle fasi iniziali. La stessa Svezia, infatti, ad agosto del 2024 aveva proposto un concept di Saab per un velivolo manned/unmanned di sesta generazione.

I tempi si allungano (ancora)

Il problema principale di questa nuova alleanza per un velivolo di questo tipo è dato dalla tempistica, a cui si lega anche la questione dei finanziamenti. Lo Scaf poneva le sue basi progettuali nel 2017, e aveva un orizzonte temporale iniziale di consegna degli esemplari di preserie al 2040 – poi diventato 2045 per le diatribe franco-tedesche – pertanto un nuovo progetto europeo, se pur beneficiando del lavoro svolto sino ad ora da parte di Airbus e Indra – comunque marginale per quanto riguarda la cellula e i motori – avrebbe tempi di consegna ancora più allungati rispetto a quelli già lunghi del defunto “Scaf”.

Con essi, i costi di R&D e di avvio di costruzione di una piattaforma che, come si prefiggono i tedeschi, possa essere “paritaria” tra i partner, saranno sicuramente più alti. L'orizzonte temporale per questo nuovo progetto è talmente indefinito che Berlino sta correndo ai ripari pensando di ordinare più F-35 dagli Stati Uniti rispetto a quelli originariamente previsti.

Del resto la decisione di non procedere in Europa alla produzione di velivoli di quinta generazione ci ha obbligato a guardare all'unico Paese alleato che li ha progettati, e da questo punto di vista la partecipazione attiva di Italia, Regno Unito, Danimarca, Olanda e Norvegia (per restare in Europa) ha contribuito a migliorare le competenze industriali su questo tipo di velivoli. Soprattutto un Paese come l'Italia, unico in Europa a ospitare un centro di assemblaggio finale dell'F-35 (il Faco di Cameri in provincia di Novara) ha potuto beneficiare più di altri dell'esperienza su un velivolo di quinta generazione: fattore da non sottovalutare quando si deve costruire la sesta generazione aeronautica.

La Germania potrebbe quindi essere in procinto di fare il passo più lungo della gamba, e vedere una piattaforma di sesta generazione in ritardo rispetto ad altre. Esisterebbe una soluzione alternativa per Berlino: cercare di entrare inizialmente come Paese osservatore nel Gcap, per il quale aveva già mostrato interesse nel recente passato, e cercare di trovare un accomodamento industriale con Leonardo, Bae e Mitsubishi, del resto il “caccia europeo di sesta generazione” non era solo lo “Scaf” guardando a com'è nato il Gcap.

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Btp Italia Sì, rendimento minimo a 1,6 per cento per i risparmiatori individuali: via al collocamento dal 15 giugno

Tasso minimo garantito all’1,60 per cento, per i Btp Italia Sì della prima emissione, da lunedì 15 giugno fino a venerdì 19 giugno alle ore 13 (salvo chiusura anticipata). Lo comunica in una nota il ministero dell’Economia e delle Finanze. Si tratta dei Buoni del tesoro poliennali per finanziare i debito pubblico dello Stato italiano. La sottoscrizione è riservata ai soli risparmiatori individuali e affini. Non c’è un tetto alle richieste: tutte le domande in regola giunte nel periodo di collocamento saranno accolte. Per il calcolare il valore delle cedole (i pagamenti corrisposti dallo Stato per ripagare l’investimento) con questo tasso minimo, garantito anche in caso di deflazione, dovrà quindi essere sommato il tasso di inflazione nazionale (Indice Foi, senza tabacchi – Indice dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati, al netto dei tabacchi) rilevato nel periodo di riferimento.

Il Btp Italia Sì, ricorda il ministero, con godimento 23 giugno 2026 e scadenza 23 giugno 2031, prevede infatti cedole semestrali legate al tasso di inflazione nazionale oltre ad un premio finale extra dello 0,6% sul capitale sottoscritto riservato a coloro che lo acquistano nei giorni di emissione e lo detengono fino a scadenza. Al termine del collocamento il tasso minimo garantito potrà essere confermato o rivisto al rialzo, in base alle condizioni di mercato. La tassazione è agevolata al 12,5%, come previsto per i titoli di Stato (contro il 26% di altri investimenti) con l’esenzione dalle imposte di successione. Il titolo non incide sul calcolo Isee fino di 50 mila euro.

Il codice Isin del titolo necessario per identificarlo e acquistarlo durante il periodo di collocamento è IT0005713539. È possibile comprare Btp Italia Sì, oltre che in banca o all’ufficio postale, anche online mediante il proprio home-banking (con funzione di trading abilitata). L’emissione avrà luogo sul Mot (il Mercato Telematico delle Obbligazioni e Titoli di Stato di Borsa Italiana) attraverso Intesa Sanpaolo e UniCredit – dealer dell’operazione – e Banca Monte dei Paschi di Siena e Banco Bpm – codealer dell’operazione. La data di regolamento di tutti gli ordini di acquisto eseguiti è unica e coincide con quella di godimento. Il Btp Italia Sì viene acquistato alla pari (100) per importi a partire dal lotto minimo di 1.000 euro durante i giorni del collocamento e potrà essere ceduto interamente o in parte prima della sua scadenza, senza vincoli e alle condizioni di mercato, sempre per lotti minimi da 1.000 euro nominali. Il capitale nominale sottoscritto è garantito a scadenza. Sul sito del ministero dell’Economia e delle Finanze (www.mef.gov.it) sono presenti tutti i documenti che illustrano sia le modalità di collocamento e distribuzione del titolo che le modalità di calcolo delle cedole.

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Blanco con il pappagallino sulla spalla si prepara per l’esame di maturità e torna sui libri – IL VIDEO

Dalla musica ai libri di scuola. A quasi quattro anni dall’esplosione del suo successo, Blanco è alle prese con una sfida molto diversa dai concerti e dagli studi di registrazione: l’esame di maturità. Il cantante, che aveva interrotto il percorso scolastico dopo la firma del suo primo contratto discografico, ha deciso di riprendere gli studi e conseguire il diploma.

Nelle ultime ore l’artista ha condiviso sui social un breve video che lo ritrae mentre ripassa in vista degli esami di Stato ormai imminenti. Accanto a lui compare anche il suo inseparabile pappagallino giallo, protagonista di alcuni momenti della clip che ha subito attirato l’attenzione dei fan.

La decisione di tornare tra i banchi era stata annunciata alcuni mesi fa. Dopo aver lasciato la scuola per dedicarsi completamente alla carriera musicale, Blanco si è iscritto al liceo delle Scienze Umane con l’obiettivo di completare il percorso interrotto negli anni del debutto artistico. Una scelta che lo stesso cantante aveva spiegato all’inizio dell’anno, raccontando di aver maturato una diversa consapevolezza rispetto al passato.

In un’intervista rilasciata a Icon, aveva infatti spiegato di aver sentito il bisogno di investire nuovamente nella propria formazione personale: “Ho capito che è fondamentale crescere, arricchirsi. Non tutto gira intorno a questa roba”, aveva dichiarato, riferendosi al mondo della musica e al successo arrivato in giovanissima età.

A 23 anni, quindi, Blanco si prepara a vivere un’esperienza comune a migliaia di studenti italiani. Una parentesi insolita per una delle voci più popolari della musica italiana degli ultimi anni, ma che racconta la volontà di completare un percorso lasciato in sospeso e di affiancare alla carriera artistica anche il traguardo del diploma.

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Taylor Swift si commuove, è diventata la donna più giovane mai inserita nella Songwriters Hall of Fame: “È stato istintivo. Nessuno mi ha insegnato come farlo”

Taylor Swift è diventata la donna più giovane mai inserita nella Songwriters Hall of Fame. Steven Spielberg ha presentato l’artista, giovedì sera 11 giugno, con un discorso sul potere della scrittura di canzoni. Tamar Braxton ha aperto la cerimonia di inserimento con un tributo al rivoluzionario cantautore, produttore e rapper R&B Christopher “Tricky” Stewart. Il gala si è tenuto al Marriott Marquis Hotel di New York.

Tra i premiati figuravano appunto Swift, ma anche Stewart, Gene Simmons e Paul Stanley dei Kiss, Alanis Morissette e Kenny Loggins. Sono stati celebrati anche autori non musicisti, tra cui il duo di autori Terry Britten e Graham Lyle, autori di “What’s Love Got To Do With It” di Tina Turner, e il cantautore Walter Afanasieff, che ha scritto “All I Want for Christmas Is You” di Mariah Carey.

“È stato istintivo. Nessuno mi ha insegnato come farlo”, ha detto Swift sul palco, parlando della sua attività di autrice di canzoni, con una voce roca che ha attribuito al fatto di aver cantato a squarciagola durante le esibizioni della serata e la storica partita NBA di mercoledì sera tra i New York Knicks e i San Antonio Spurs.

L’artista ha raccontato al pubblico di come la sua famiglia abbia stravolto le proprie vite per trasferirsi a Nashville quando era ancora una ragazzina. “Non potrò mai esprimere la mia gratitudine“, ha detto trattenendo a stento le lacrime, attribuendo il merito del loro sacrificio alla sua carriera.

Ha offerto un consiglio ai giovani cantautori: “Dovete davvero dare la priorità a ciò che amate, fino in fondo al vostro essere. Perché ne avrete bisogno”.

Steven Spielberg ha presentato Swift con un discorso a sorpresa sul potere della scrittura di canzoni. “C’è qualcosa di innegabile nel modo in cui le canzoni si imprimono nelle nostre anime”, ha detto, prima di concentrarsi su Swift. “In qualche modo Taylor ci conosce tutti fin troppo bene”. Swift ha iniziato il suo discorso ringraziando Spielberg. “Grazie a esempi come quello di Steven, ho avuto fiducia nella mia immaginazione”, ha detto.

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Innovazione, spazio e difesa. Per Avino (Argotec) è il tempo delle scelte industriali

La conferenza “Ripensare lo spazio militare fra dualità, innovazione, nuove minacce e nuove esigenze operative”, promossa dal Cesma dell’Associazione Arma Aeronautica in collaborazione con Argotec e con il contributo dell’Istituto Affari Internazionali e della Fondazione Amaldi, ha offerto un’occasione importante per riflettere sul ruolo che lo spazio sta assumendo nel quadro della sicurezza contemporanea.

Fino a pochi anni fa lo spazio era percepito ed utilizzato prevalentemente come un ambito dedicato alla ricerca scientifica e all’innovazione tecnologica. Oggi, invece, rappresenta un’infrastruttura critica dalla quale dipende una quota sempre crescente delle attività economiche, istituzionali e strategiche delle nostre società: dalle telecomunicazioni all’osservazione della Terra, dalla navigazione satellitare, alla gestione delle emergenze, fino alle applicazioni critiche per la sicurezza e la difesa, i servizi spaziali sono ormai integrati nel funzionamento quotidiano degli Stati, delle imprese e delle comunità.

Per questo motivo il tema non è più se lo spazio debba essere considerato un dominio strategico, ma quanto rapidamente Europa e Italia riusciranno a trasformare questa consapevolezza in capacità operative, industriali e tecnologiche.

La questione centrale riguarda proprio la sovranità tecnologica.

Ad esempio, tutti i satelliti costruiti da Argotec sono stati lanciati finora da operatori statunitensi. Non per scelta, ma per necessità.  Questo dato racconta una realtà che l’Europa non può più ignorare: senza un accesso autonomo e competitivo allo spazio, non esiste una vera sovranità spaziale.

Oggi, l’Europa non dispone ancora di un accesso allo spazio che possa definirsi pienamente autonomo e competitivo sul piano commerciale. La dipendenza da operatori esterni non è solo un limite industriale, ma rappresenta un rischio strategico. Chi controlla l’accesso allo spazio controlla una componente essenziale della sicurezza, della sovranità e della resilienza di un sistema Paese. L’Europa deve colmare questo divario per essere protagonista della nuova era spaziale.

Questa situazione non è nata all’improvviso. È il risultato di anni nei quali altri hanno investito con continuità e visione di lungo periodo. Elon Musk ha certamente avuto intuizioni straordinarie, ma il successo di SpaceX non può essere spiegato soltanto attraverso il talento individuale. Dietro c’è stato un sistema capace di assumersi il rischio, sostenere l’innovazione e utilizzare la domanda pubblica come leva per attrarre investimenti privati.

La lezione è chiara. Per recuperare terreno non basta solo tracciare le dipendenze critiche: occorre intervenire rapidamente per ridurle. Alcune sono ormai strutturali, ma molte possono ancora essere affrontate valorizzando le competenze industriali e tecnologiche già presenti nel nostro continente.

Anche l’attuale rapporto tra industria e difesa richiede una riflessione più matura.

Spesso si parla di tecnologie dual use come se fosse possibile trasformare rapidamente un prodotto civile in uno militare. Nel settore spaziale non funziona così. Il dual use non nasce a posteriori: si progetta fin dall’inizio. Significa concepire architetture, piattaforme e sistemi capaci di rispondere contemporaneamente alle esigenze civili e di sicurezza, integrando requisiti militari già nelle fasi iniziali di sviluppo.

Per questo motivo non esistono scorciatoie. Le competenze richieste per operare nel settore spaziale e della difesa si costruiscono nel tempo, attraverso investimenti in ricerca, test e missioni.

L’esperienza di Argotec testimonia quanto rapidamente possa evolvere questo mercato. Quando l’azienda è nata nel 2008, l’obiettivo era lo spazio commerciale. Oggi la difesa rappresenta circa il 30% del fatturato e costituisce uno dei principali driver di crescita. Non perché sia cambiata la natura delle nostre tecnologie, ma perché è cambiato il contesto strategico nel quale esse sono chiamate ad operare.

Allo stesso tempo è cambiato il ruolo dell’industria. Non basta più costruire satelliti. Occorre sviluppare capacità complete: progettazione, produzione, operazioni in orbita, gestione delle costellazioni e valorizzazione dei dati. 

La vera sfida è trasformare la tecnologia in uno strumento utile per chi deve prendere decisioni operative.

La Difesa è diventato un interlocutore sempre più competente, consapevole e preparato, dotato di capacità tecniche e ingegneristiche di altissimo livello, spesso comparabili a quelle presenti nell’industria. Questo non rappresenta una sfida, ma un’opportunità di crescita reciproca. Quanto più il dialogo tra industria e utilizzatore finale è aperto e continuo, tanto più diventa possibile sviluppare soluzioni efficaci, innovative e realmente rispondenti alle esigenze operative.

Infine, è necessario superare una visione tradizionale delle relazioni industriali. Il termine “filiera” richiama un modello gerarchico che non riflette più la complessità dei programmi attuali. Oggi è, invece, necessario parlare di partnership fondate sulla responsabilità condivisa. In una missione spaziale non esistono componenti marginali: il ritardo o la non conformità di un singolo fornitore può compromettere il successo dell’intero programma. La crescita dell’ecosistema passa, quindi, dalla capacità di costruire relazioni paritarie, basate sulla fiducia e su obiettivi realmente condivisi.

La situazione geopolitica suggerisce che il tempo delle analisi è finito. L’orologio ha iniziato a correre. Per rafforzare la nostra autonomia tecnologica e la nostra sicurezza servono visione industriale, investimenti, capacità di assumersi il rischio e una forte collaborazione tra istituzioni, mondo della ricerca e imprese. Prima come sistema Italia, poi come sistema Europa.

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