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Kamala Harris torna in campo. Ma l’America non è pronta

Kamala Harris ci riprova? Da Washington il verdetto degli elettori: “Non basta essere anti-Trump”

Dal nostro inviato a Washington – Washington, come New York, ma per motivi diversi, non dorme mai, e in questi giorni il nome diKamala Harris torna a circolare con insistenza. L’ex vicepresidente ha dichiarato di stare “pensando” a una candidatura per il 2028, ma l’entusiasmo, almeno tra chi l’ha sostenuta in passato, è tutt’altro che scontato. Ho voluto capire cosa ne pensa la gente comune, non quella dei palazzi, ma quella che incontri per strada, in un bar, o sul sedile posteriore di un’auto.

È proprio lì, su un Uber, nel tragitto tra l’ambasciata italiana e il dipartimento di Stato, che ho avuto una delle conversazioni più oneste di questi giorni. Kwame, autista afroamericano sulla cinquantina, voce calma e sguardo diretto dallo specchietto retrovisore, non ha dubbi su un punto: “I really liked her”. Ma poi si ferma, e aggiunge qualcosa che vale più di mille analisi politiche.

Nel 2024, spiega, il problema non era Harris. Era Biden. “Tutti vedevamo un uomo allo sbaraglio. Non aveva alcuna possibilità, e lei è entrata in corsa troppo tardi, con un peso impossibile sulle spalle”. Su Trump, Kwame è chirurgico: Piace a tutti, parla alla pancia e ti fa pensare che tutto sarà perfetto durante la sua amministrazione. Ora ne paghiamo i risultati noi, mentre i ricchi stanno meglio”. Non è un’opinione isolata quella di Kwame, secondo la grande emittente americana “Abc News”, che ha intervistato oltre quindici tra ex donatori, consulenti e funzionari della campagna, molti nel partito soffrono di una vera e propria “Biden fatigue”, la stanchezza per un’era che Harris fatica ancora a scrollarsi di dosso, nonostante il suo libro 107 Days tenti di prendere le distanze dall’ex presidente.

Il discorso con Kwame mi fa capire un punto di vista condiviso dalla maggior parte degli afroamericani e della classe lavoratrice statunitense. Ho voluto quindi capire anche come la generazione più giovane ha vissuto la campagna del 2024, e come guarda a un’eventuale candidatura 2028. Le risposte non sono incoraggianti per il campo democratico. Christopher, nome di fantasia, perché lavora nel governo federale e ha chiesto l’anonimato, è un italoamericano laureato da pochi anni, ma democratico convinto da sempre. Eppure su Harris non ha dubbi: “Non voterei mai per lei”. Lo dice senza rancore, quasi con dispiacere.

“Sono un democratico da tutta la vita, ma Kamala Harris è terribile”. La ragione è semplice, e la sente condivisa da molti suoi coetanei: “Ha fatto tutta la sua campagna sul fatto che non avremmo dovuto votare per Trump. Non mi ha mai detto perché avrei dovuto votare per lei”. Il giovane va oltre, e tocca un nervo scoperto del Partito Democratico: “Le campagne di Harris e Biden mi sono sembrate elitarie. Non sanno parlare alla working class. Sono riusciti in qualche modo a farsi superare da Trump, spesso coinvolto in scandali di razzismo, nei voti dei latinos. È assurdo”.  

Le parole di Christopher trovano eco anche tra i grandi donatori. Un raccoglitore di fondi che aveva sostenuto Harris nel 2024 ha dichiarato ad “Abc News” di non aver “sentito nessuno dire che vorrebbe che lei si candidasse. Anzi, è il contrario”. Un altro ha aggiunto senza mezzi termini: “L’elettorato sarà estremamente affamato di una voce nuova, fresca, più giovane, con una prospettiva diversa. Non credo che Kamala sia la persona giusta per questo momento”.

Il principale ostacolo sul suo cammino ha un nome preciso: Gavin Newsom. Il governatore della California, anche lui cresciuto politicamente a San Francisco, è considerato il favorito da molti nel partito. Willie Brown, storico powerbroker californiano e mentore di entrambi, è stato diretto: tra i due, il più “credibile” sarebbe Newsom, “perché non sarebbe il più recente perdente”. Una sentenza brutale, ma che fotografa il problema di fondo di una candidatura Harris.

La domanda che rimane aperta è se Harris abbia davvero imparato qualcosa da quella sconfitta. I segnali, per ora, sono pochi. Secondo chi le è vicino, starebbe lavorando alle elezioni di midterm, raccogliendo fondi per i candidati democratici e battendosi contro lo smantellamento del Voting Rights Act. Una strategia sobria, lontana dai riflettori, forse troppo, per chi vuole tornare protagonista. L’America che ho incontrato, in taxi, per strada, tra una generazione e l’altra, non è ostile a lei per partito preso. È semplicemente stanca di campagne che parlano contro qualcuno invece di parlare per qualcosa. Se Harris vuole il 2028, dovrà rispondere a una domanda semplice che Kwame, Christopher e milioni di americani le stanno già facendo: perché dovrei votare per te?

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“Guerra Usa-Iran, Trump non può esagerare con gli attacchi: un’escalation manderebbe in cortocircuito l’economia globale”

Hormuz chiuso e lo spettro atomico: l’intervista a Federico Petroni sullo scontro Washington-Teheran

Mentre la tensione sul terreno non accenna a placarsi e i canali diplomatici restano faticosamente aperti, il confronto tra Washington e Teheran entra in una fase cruciale, sospesa tra il test delle rispettive “linee rosse” e la ricerca di una via d’uscita.

Sullo sfondo, i bombardamenti sulle infrastrutture civili, la chiusura dello Stretto di Hormuz e le indiscrezioni sul possibile ricorso ad armi nucleari tattiche sollevano interrogativi drammatici: siamo di fronte a una reale prova di forza o al sintomo di una profonda frustrazione geopolitica da parte di una Casa Bianca incapace di raggiungere i propri obiettivi? E quale ruolo giocano le irrisolte preoccupazioni di sicurezza di Israele nella tenuta di un eventuale accordo?

A fare chiarezza è Federico Petroni, analista geopolitico di Limes, che ad Affaritaliani analizza i nodi più caldi dello scontro e le sue possibili evoluzioni: “Siamo proprio in un momento in cui si testano queste linee rosse. È ovvio che però gli Stati Uniti finora non sembrano in grado di volere o poterle superare, anche perché la risposta dell’Iran potrebbe essere altrettanto catastrofica”.

Nuovi bombardamenti in Iran, ma i colloqui continuano: qual è la linea rossa che Trump non può superare?

“Al momento non ci sono particolari linee rosse, se non quelle ovvie: l’opzione nucleare e gli attacchi alle infrastrutture civili vitali, come la rete elettrica o gli impianti idrici. Tuttavia, i recenti raid contro una di queste strutture sembrano un chiaro messaggio inviato a Teheran per dimostrare che Washington è pronta a valicare quel limite. Inoltre, secondo fonti non confermate, Trump avrebbe sollevato l’ipotesi di utilizzare armi atomiche di basso calibro contro i siti nucleari iraniani, un’indiscrezione che avrebbe suscitato un enorme scandalo nel suo stesso gabinetto.

Siamo in una fase di test reciproco dei limiti. Finora, però, gli Stati Uniti non sembrano avere la forza o la reale volontà di superare queste linee rosse, anche perché la controrisposta iraniana sarebbe catastrofica. Teheran ha finora risposto in modo simmetrico, colpendo le infrastrutture petrolifere e gasiere del Golfo. Un’escalation di questi contrattacchi manderebbe in cortocircuito l’economia globale, traducendosi in un disastro economico anche per gli Stati Uniti”.

Se ci sarà un accordo tra Washington e Teheran, chi ne uscirà vincitore? E quanto potrà durare?

“Temo che un eventuale accordo difficilmente avrebbe vita lunga, a meno che non si riescano a risolvere le preoccupazioni di Israele, che rimangono il nodo fondamentale. Poiché questa guerra all’Iran non ha dato i risultati sperati da Washington e Gerusalemme, il rischio che tra qualche anno Israele si senta talmente poco sicuro da dover riavviare questo tipo di operazioni militari è concreto.

Fondamentalmente, il governo Netanyahu mirava a rovesciare il regime iraniano per poter sbandierare questa vittoria in patria e dichiarare concluso il conflitto. Non essendoci riuscito, lo scenario resta di forte instabilità. Quanto a chi ne uscirà vincitore, è chiaro che gli Stati Uniti non hanno centrato nessuno dei propri obiettivi, anzi hanno peggiorato il quadro geopolitico. L’Iran, dal canto suo, ne esce indubbiamente indebolito per aver perso parte della sua leadership e per l’aggravarsi del soffocamento economico; d’altro modo, però, ne risulta rafforzato, essendo sopravvissuto a una guerra aperta che nessuno, prima d’ora, aveva mai osato muovergli contro”.

L’Iran ha chiuso lo Stretto di Hormuz: che segnale sta mandando a Trump e al mondo? È un punto di non ritorno nel conflitto?

“Teheran ha bloccato Hormuz perché gli Stati Uniti hanno ripreso a bombardare per pura frustrazione. I recenti attacchi americani non sono altro che il sintomo di una crisi di nervi. Di fronte a un Iran che si sente vincitore e che quindi respinge ogni richiesta della Casa Bianca, gli statunitensi hanno pochissime carte da giocare. Si illudono che qualche campagna di bombardamento possa ammorbidire la posizione iraniana, ma penso che non ci credano fino in fondo nemmeno loro. Per questo la definisco un’operazione dettata dalla frustrazione”.

Una tregua è ancora lontana?

“Gli Stati Uniti hanno ampiamente dimostrato di non avere né la forza né la volontà di andare fino in fondo, ovvero di intensificare sensibilmente le operazioni militari. Questo accade anche perché Washington non ha una visione chiara di cosa vuole ottenere da un conflitto avviato per ragioni che hanno pochissimo a che fare con i reali interessi strategici americani.

Allo stesso tempo, però, la Casa Bianca non può fare marcia indietro senza rimediare un gravissimo danno d’immagine. Ritirarsi significherebbe ammettere non solo di aver perso la guerra, ma anche di aver ceduto il controllo di uno stretto marittimo vitale, un passaggio chiave per chiunque voglia continuare a definirsi la prima potenza del pianeta. A un certo punto Trump potrebbe anche stufarsi e decidere di abbandonare il campo, ma finora non lo ha fatto proprio perché è consapevole dell’altissimo prezzo reputazionale che pagherebbe in prima persona”.

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Paura al Pentagono, evacuazione in corso: incidente con materiali pericolosi. La Cnn: “Falso allarme”

Pentagono in lockdown, incidente con materiali pericolosi

L’evacuazione al Pentagono e’ scattata in seguito a un incidente con materiali pericolosi. Lo rende noto la Cnn. Secondo i vigili del fuoco della contea di Arlington, l’allarme e’ stato innescato da un problema relativo alla qualita’ dell’aria rilevato dai sistemi di monitoraggio dell’edificio.

Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, ha confermato che i sistemi interni hanno individuato un’anomalia che richiede misure precauzionali fino a quando non sara’ possibile valutarne la portata. “Il Dipartimento sta attuando i protocolli standard di protezione, compreso un ordine di permanenza sul posto per l’area interessata”, ha dichiarato, aggiungendo che le squadre di emergenza sono gia’ operative per assistere il personale presente nell’edificio.

L’intervento e’ coordinato dalla squadra specializzata nella gestione di materiali pericolosi della Pentagon Force Protection Agency, con il supporto del dipartimento dei vigili del fuoco della contea di Arlington. Anche l’Arlington Fire & Ems ha confermato che la propria unita’ HazMat (materlia pericolosi) e’ impegnata al Pentagono nell’ambito di un “incidente con materiali pericolosi”.

Secondo due delle fonti citati da Cnn, il lockdown interessa i piani dal secondo al quinto nei corridoi dal quattro al sette del vasto complesso militare. Una terza fonte ha riferito inoltre che gli agenti di polizia presenti nell’edificio stanno operando indossando maschere antigas e tute complete di protezione chimica.

Usa, Cnn: “Evacuazione Pentagono dovuta a un falso allarme”

L’evacuazione del Pentagono – per la segnalazione di un incidente con sostanze pericolose – e’ scattata a causa di un falsoallarme. Lo rende noto la Cnn.

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Italia-Corea, la partnership si allarga dalla manifattura alla sicurezza

La visita di Stato del presidente sudcoreano, Lee Jae Myung, in Italia segna un passaggio ulteriore nel consolidamento dei rapporti tra Roma e Seul. L’incontro di venerdì a Villa Pamphili con la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, il terzo tra i due leader in meno di un anno, porterà all’adozione di un Piano d’Azione 2026-2030 destinato ad ampliare la cooperazione bilaterale nei settori politico, economico, scientifico e della sicurezza.

Sul tavolo ci sono numeri già significativi. Con circa 11 miliardi di euro di interscambio commerciale, la Corea del Sud rappresenta il primo mercato asiatico per l’export italiano in termini pro capite. La visita sarà accompagnata da un forum imprenditoriale di alto livello e dalla firma di quattro accordi che spaziano dalla cooperazione allo sviluppo alle tecnologie avanzate, fino al sostegno alle piccole e medie imprese. La dimensione economica, tuttavia, racconta soltanto una parte della storia.

L’attenzione dedicata ai semiconduttori, alle tecnologie dell’informazione, allo spazio, all’energia e all’automotive suggerisce una trasformazione più ampia del rapporto tra i due Paesi. La Corea del Sud occupa una posizione centrale nelle filiere industriali globali più sensibili, mentre l’Italia è alla ricerca di partner con cui rafforzare la propria presenza nei segmenti tecnologici considerati strategici dalle principali economie avanzate.

La visita di Lee arriva inoltre in una fase in cui il governo italiano sta cercando di ampliare il perimetro della propria riflessione sulla sicurezza. Nel dibattito europeo e atlantico, la discussione continua a concentrarsi prevalentemente sulle spese militari e sugli obiettivi fissati dalla Nato. Roma prova però a inserire nella stessa cornice temi che fino a pochi anni fa venivano trattati separatamente: resilienza industriale, approvvigionamento tecnologico, infrastrutture critiche, energia e controllo delle catene del valore.

In questa prospettiva, il dossier dei semiconduttori assume una valenza che va oltre l’economia. La competizione tra Stati Uniti e Cina ha reso evidente come il controllo delle tecnologie avanzate sia diventato uno dei principali strumenti di influenza strategica. La capacità di accedere a componenti essenziali, attrarre investimenti e sviluppare partnership industriali è ormai parte integrante della sicurezza nazionale.

Seul occupa una posizione particolare all’interno di questo scenario. Alleata degli Stati Uniti, strettamente integrata nei mercati globali e tra i leader mondiali nell’innovazione tecnologica, la Corea del Sud è diventata uno degli interlocutori più ricercati dalle economie occidentali impegnate a ridurre vulnerabilità e dipendenze in settori critici.

Anche per questo il dialogo tra Meloni e Lee non si limiterà agli aspetti commerciali. L’agenda comprende la guerra in Ucraina, la crisi in Medio Oriente e la stabilità dell’Indo-Pacifico, tre dossier che negli ultimi anni hanno progressivamente ridotto la distanza tra le priorità strategiche europee e quelle asiatiche.

La presenza dell’Indo-Pacifico tra i temi centrali del colloquio è indicativa dell’evoluzione della politica estera italiana. Pur mantenendo il Mediterraneo come area di interesse prioritario, Roma ha intensificato i rapporti con diversi attori asiatici, dal Giappone all’India, fino alla stessa Corea del Sud. L’obiettivo è costruire una rete di relazioni con Paesi che condividono interessi economici e preoccupazioni sulla stabilità dell’ordine internazionale, come ricordato dalla premier durante le sue comunicazioni alle Camere in vista del Consiglio Europeo e del Vertice Nato – dove Seul sarà invitata insieme agli altri “IP-4”.

La missione europea di Lee si inserisce nello stesso quadro. Dopo la partecipazione al vertice Ue-Corea a Bruxelles, la tappa italiana contribuisce a rafforzare il dialogo tra Seul e l’Europa in una fase segnata da una crescente frammentazione geopolitica. Per la Corea, il mercato europeo rappresenta un partner economico essenziale e una destinazione sempre più rilevante per investimenti e cooperazione tecnologica. Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, Seul offre accesso a competenze industriali e capacità tecnologiche difficilmente sostituibili.

L’adozione del nuovo Piano d’Azione fornirà una cornice istituzionale a questo processo. Il dato politico più rilevante resta però la frequenza dei contatti tra i due leader e l’ampliamento progressivo dei dossier affrontati. Una relazione nata attorno al commercio e agli investimenti sta assumendo contorni più ampi, intrecciando industria, innovazione, sicurezza e diplomazia.

In un contesto internazionale caratterizzato da competizione tecnologica, frammentazione delle filiere e crescente attenzione alla sicurezza economica, il rapporto tra Italia e Corea del Sud appare destinato a occupare uno spazio più visibile nelle rispettive strategie estere.

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Il puzzle a Kyiv si risolve con l’inviato Ue, non con i minivertici. Meloni in aula

Serve più europeismo sull’Ucraina, traguardo che si può raggiungere con un volto Ue dedito al negoziato e non con piccole riunioni che non decidono nulla. Parte da questa considerazione valoriale Giorgia Meloni nel suo intervento in Aula, in vista del Consiglio europeo.

Lo scatto che deve fare l’Ue

Lungo e articolato il nerbo delle comunicazioni con cui la presidente del Consiglio dice essenzialmente due cose: serve una svolta europea su Kyiv (anche nelle teste di chi convoca vertici ristretti) e l’Italia non è parte del conflitto iraniano e non intende diventarlo.

Sul primo punto la traccia è chiara: il periodo in cui viviamo è caratterizzato da “trasformazioni profonde e sfide complesse”, come la guerra in Ucraina che proprio oggi supera, per durata, la Prima Guerra Mondiale. L’Italia, spiega Meloni, resta coerente: sia nella solidarietà all’Ucraina che nel sostegno alla sua difesa oltre che a mantenere la pressione su Mosca. Ma Meloni aggiunge un elemento di prospettiva: dal momento che la fermezza da sola non basta più, occorre una visione di lungo periodo. Ovvero gettare le basi per le condizioni della pace, “lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo”.

Il modus operandi: l’unità

E come si raggiunge tale ambizioso risultato? Tramite “l’unità euro-atlantica e il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida non sempre facile, ma necessaria”. Dunque, sottolinea con veemenza, è l’Europa a doverle negoziare, senza subire i diktat altrui: cosa che non è immaginabile senza una figura che “possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale, perché procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza”.

E aggiunge un passaggio nevralgico: “Il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”. Per questo motivo “sostengo, da tempo, la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati Membri per portare il punto di vista dell’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare”.

Da qui, poi, (e solo da questa premessa) si potrà partire per inseguire l’altro grande obiettivo: l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, ma senza sorpassare paesi come Moldova e Balcani occidentali che sono in attesa ormai da anni e che hanno risposto positivamente ai capitoli di riforme stimolati da Bruxelles.

Iran e no war

Il secondo punto che verrà trattato nel prossimo Consiglio europeo è la crisi in Medio Oriente, “che continua a destare enorme preoccupazione sotto il profilo umanitario, della sicurezza regionale e della stabilità economica globale”. Preoccupazioni che abbracciano secondo il presidente del consiglio gli equilibri internazionali, la libertà di navigazione, i mercati energetici, le catene di approvvigionamento, le economie europee, compresa quella italiana. La linea di Palazzo Chigi, ribadisce, non cambia: l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarne. “Il nostro obiettivo è che la guerra termini al più presto, che si eviti un ulteriore allargamento della crisi e che si creino le condizioni per riportare il confronto dentro un percorso politico e diplomatico”.

Infine un passaggio sulla difesa. Secondo Meloni si discute di percentuali, ma il tema della sicurezza è senza dubbio più ampio. “Il tema della sicurezza non è solo difesa, non sono solo armi, anche per quello che riguarda la difesa noi dobbiamo fare i conti con il fatto che quello che vediamo accadere attorno a noi ci racconta un modello che sta cambiando”.

Le opposizioni divise

Ma mentre il centrodestra ha presentato una risoluzione unitaria siglata da tutti i partiti (FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati), il campo largo è diviso. Secondo il Pd  “la prospettiva dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea rappresenta una scelta strategica fondamentale per il continente europeo e il concreto avanzamento del percorso di integrazione europea”, si legge nelle premesse. Per cui  impegna il governo ad “adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e promuovere l’apertura dei capitoli negoziali”. Fa alcuni distinguo il Movimento 5 Stelle che non accetta l’idea dell’Ucraina in Ue.

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Ecco la campagna di influenza di Pechino sulle midterm che sfrutta ChatGPT

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L’amministrazione Trump potrebbe tornare a pressare l’Ue. Gli scenari dell’Ecfr

Per anni il dibattito europeo sulla sicurezza economica si è concentrato soprattutto sulle minacce provenienti da Russia e Cina. Oggi una parte crescente della riflessione strategica europea guarda però anche a un’altra variabile: la possibilità che gli Stati Uniti utilizzino il proprio peso finanziario, energetico e tecnologico come strumento di pressione politica.

È questa la struttura su cui si fonda il nuovo policy brief pubblicato dall’European Council on Foreign Relations (Ecfr), firmato da Agathe Demarais, Tobias Gehrke e José Ignacio Torreblanca, in cui si prova a immaginare come l’Unione europea potrebbe reagire a una serie di scenari di coercizione economica da parte degli Usa dell’amministrazione Trump.

Gli autori partono da un dato politico. Nei primi mesi del secondo mandato, Donald Trump ha già utilizzato i dazi come leva negoziale, ha minacciato l’annessione della Groenlandia e ha mostrato una crescente disponibilità a subordinare le relazioni con gli alleati a obiettivi di politica interna. Secondo il paper, proprio perché i margini di manovra sul terreno commerciale potrebbero progressivamente ridursi, anche perché il mandato di Trump è sostanzialmente in scadenza, Washington potrebbe essere tentata di spostare la pressione verso altri ambiti nei quali l’Europa resta fortemente dipendente dagli Stati Uniti.

Il documento costruisce tre esercizi di scenario. Il primo riguarda la finanza. Gli autori immaginano una Casa Bianca interessata a indebolire il dollaro e pronta a fare pressione sui principali detentori stranieri di Treasury americani affinché riducano le proprie esposizioni. L’ipotesi si ispira alle discussioni sviluppatesi negli ambienti vicini all’amministrazione Trump sulla necessità di correggere gli squilibri commerciali attraverso un deprezzamento della valuta statunitense. In questo contesto l’Europa viene identificata come uno degli attori più esposti, essendo nel suo complesso il principale detentore estero di titoli del Tesoro americano.

Il secondo scenario si concentra sull’energia. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, il gas naturale liquefatto statunitense è diventato uno dei pilastri della sicurezza energetica europea. Gli autori ipotizzano una situazione di forte tensione internazionale nella quale Washington utilizza questa dipendenza crescente per ottenere concessioni politiche, industriali e di investimento da parte degli alleati europei. La questione non riguarda soltanto le forniture energetiche, ma il rischio che la dipendenza da una fonte alternativa a quella russa si trasformi a sua volta in una vulnerabilità strategica.

Il terzo capitolo affronta il terreno digitale. Qui il focus è sullo scontro tra Bruxelles e le grandi piattaforme americane. L’ipotesi è quella di un’amministrazione Trump intenzionata a difendere apertamente i colossi tecnologici statunitensi dalle normative europee, a partire dal Digital Services Act e dal Digital Markets Act, fino a minacciare restrizioni sull’accesso europeo a servizi cloud e semiconduttori avanzati.

Al di là dei singoli scenari, il valore politico del documento risiede soprattutto nel cambiamento di prospettiva che riflette. Gli autori non descrivono gli Stati Uniti come un avversario strategico paragonabile a Russia o Cina. Il punto è un altro: riconoscere che l’interdipendenza può trasformarsi in leva politica anche all’interno delle alleanze e che l’Europa deve prepararsi a gestire questa eventualità. In altre parole, il problema non è la rottura del rapporto transatlantico, ma la crescente imprevedibilità di una Casa Bianca disposta a utilizzare strumenti economici coercitivi nei confronti dei partner.

Da qui deriva la principale raccomandazione del paper: l’Unione europea dovrebbe rafforzare gli strumenti di deterrenza economica già disponibili e svilupparne di nuovi, facendo leva sul mercato unico, sul proprio potere regolatorio e sulla capacità di intervenire sui flussi finanziari, energetici e digitali. Gli autori insistono in particolare su un concetto: colpire i flussi è spesso più efficace che intervenire sugli stock esistenti, perché consente di esercitare pressione mantenendo il controllo dell’escalation.

L’altra conclusione riguarda il lungo periodo. Ogni crisi con Washington, sostengono Demarais, Gehrke e Torreblanca, dovrebbe essere utilizzata per costruire capacità permanenti: dalla regolazione delle stablecoin alla sicurezza energetica, fino agli investimenti nella sovranità tecnologica europea. L’obiettivo non è vincere uno scontro con gli Stati Uniti, ma ridurre progressivamente le dipendenze che rendono possibile la coercizione economica e irrobustire la sovranità strategica europea.

È forse questo l’aspetto più significativo del lavoro dell’Ecfr. Più che una previsione su ciò che farà Trump, il paper fotografa l’evoluzione del pensiero strategico europeo. Un dibattito che fino a pochi anni fa era concentrato quasi esclusivamente sulle minacce provenienti dall’esterno dell’Occidente e che oggi inizia a interrogarsi anche sui rischi derivanti dagli squilibri interni all’alleanza transatlantica.

Il fatto che il principale think tank europeo, che si occupa di policy per l’Ue, dedichi un intero studio a possibili forme di coercizione economica americana dice molto dell’effetto prodotto dall’approccio di Trump verso alleati e partner. Secondo uno studio pubblicato il 10 giugno sempre  da Ecfr, ormai solo un europeo su dieci considera gli Stati Uniti un alleato affidabile. La maggioranza degli individui percepisce gli Usa non più come un alleato, bensì come un “partner necessario”.

Ma la riflessione va oltre la figura disfunzionale dell’attuale presidente: per Bruxelles, come per altri alleati degli Stati Uniti, il tema della riduzione delle dipendenze strategiche e di una più equilibrata distribuzione delle responsabilità all’interno dell’alleanza dell’Occidente politico è destinato a restare anche quando l’attuale stagione amministrativa americana sarà terminata.

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Cile, polemiche per il museo dell’estrema destra che vuole riscrivere il Colpo di Stato di Pinochet

Il progetto presentato alla Camera dei deputati “per ricordare le vittime dell’umiliazione, della fame e degli abusi subiti a causa del governo socialista di Allende”. In contrapposizione al Museo della memoria e dei diritti umani, uno dei centri più visitati e prestigiosi della...

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Quello di Kyiv sulla morte di Davydov è un silenzio calcolato

L’Ucraina torna (apparentemente) ad attaccare gli alti ranghi delle forze armate russe. Il colonnello Damir Davydov, responsabile della direzione per il rifornimento di artiglieria e munizioni missilistiche delle forze armate russe, è infatti morto nelle scorse in seguito all’esplosione della sua automobile nella cittadina di Balashikha, alle porte di Mosca. Secondo quanto riportato da diversi media russi (e confermato successivamente dal Cremlino), l’esplosione sarebbe avvenuta nelle prime ore del mattino di martedì, quando un ordigno collocato sotto il veicolo dell’ufficiale è detonata mentre l’automobile era in movimento. Le immagini diffuse sui social media e riprese da canali filogovernativi mostrano l’auto venire avvolta dalle fiamme prima di schiantarsi contro un’altra vettura parcheggiata. Alcuni passanti hanno tentato di soccorrere Davydov estraendolo dall’abitacolo in fiamme. Testimoni citati dal media indipendente Astra hanno riferito che il colonnello era ancora vivo dopo essere stato tirato fuori dal veicolo, ma è deceduto poco dopo a causa delle gravissime ustioni riportate.

Davydov ricopriva un ruolo logistico di primo piano all’interno dell’apparato militare russo, supervisionando la distribuzione di munizioni e armamenti alle forze impegnate sul campo. Sebbene il suo nome fosse poco noto al grande pubblico, la sua posizione lo rendeva una figura rilevante nella macchina bellica di Mosca. Le autorità russe non hanno attribuito ufficialmente la responsabilità dell’attacco. Il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov ha confermato che il presidente Vladimir Putin è stato informato dell’accaduto, limitandosi però a sottolineare che i dettagli dell’indagine restano riservati.

Neanche Kyiv, in accordo con i principi della plausible deniability, ha commentato l’episodio. Tuttavia, gli indizi che suggeriscono un coinvolgimento ucraino sono concreti. Dall’inizio dell’invasione su larga scala dell’Ucraina nel 2022 i servizi di intelligence ucraini sono stati collegati, direttamente o indirettamente, a una serie di operazioni contro ufficiali militari russi, funzionari installati nei territori occupati e sostenitori della guerra. Molti di questi obiettivi sono stati accusati da Kyiv di essere coinvolti in crimini di guerra o nella conduzione delle operazioni militari contro l’Ucraina.

L’uccisione di Davydov rappresenta un nuovo motivo di imbarazzo per l’apparato di sicurezza russo. L’attentato è infatti avvenuto a meno di due chilometri dal luogo in cui, nell’aprile dell’anno scorso era stato assassinato con modalità analoghe il tenente generale Yaroslav Moskalik, vicecapo della Direzione operazioni dello Stato maggiore russo. A dicembre 2025, invece, era stato il generale Fanil Sarvarov, capo della direzione addestramento operativo dell’esercito dello Stato Maggiore russo, a rimanere ucciso in un incidente dalle dinamiche estremamente simili a quelle del caso Davydov.

L’episodio riporta ancora una volta l’attenzione sulla (scarsa) capacità delle autorità russe di proteggere personale militare e funzionari di alto livello anche nelle aree più sensibili del Paese. Negli ultimi anni Mosca ha rafforzato le misure di sicurezza per i vertici politici e militari, ma la serie di attentati e operazioni clandestine attribuite all’Ucraina continua a evidenziare la vulnerabilità del fronte interno russo. Non a caso, nella stessa giornata i media statali russi hanno riferito anche di un presunto tentativo di attentato contro un dipendente di un’impresa scientifico-industriale nella capitale. Secondo il Comitato investigativo russo, due adolescenti sarebbero stati arrestati dopo aver ricevuto istruzioni da presunti coordinatori ucraini per il trasferimento di un ordigno esplosivo destinato all’attacco.

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Ue, la lite continua tra Von der Leyen e Kallas. E la minaccia di una riforma impraticabile

Una bozza, secondo il Financial Times, propone di ridurre i poteri del Servizio diplomatico europeo e, di conseguenza, dell’Alto Rappresentate. Ma sembra essere l’ennesima puntura di spillo messa a punto da Palazzo Berlaymont: l’ultimo braccio di ferro si sta consumando sulla...

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