Benvenuti al Mondiale, se vi fanno entrare. Gli Stati Uniti ospitano il campionato calcistico, ma respingono chi dovrebbe parteciparvi
C’è un elemento che accomuna molte donne che denunciano violenze, molestie sul lavoro o abusi di potere: la solitudine.
Una solitudine che spesso non inizia dopo la denuncia, ma molto prima. È la solitudine di chi sa che dovrà misurarsi con rapporti di forza profondamente diseguali; di chi teme di non essere creduta; di chi sa che il proprio racconto verrà esaminato, sezionato, messo in discussione più della condotta di chi viene accusato. Una solitudine che diventa ancora più pesante quando dall’altra parte ci sono uomini potenti, influenti, dotati di risorse economiche, relazioni e capacità di orientare l’opinione pubblica.
La vicenda che ha coinvolto G., la donna uruguayana, nel caso della Grazia Nicole Minetti, e quella dell’imprenditrice che ha denunciato il senatore Francesco Silvestro, per una violenza sessuale avvenuta, secondo l’accusa, negli uffici del Senato, sono storie lontane, nel tempo e nello spazio. Sono storie che ci pongono, ancora una volta, di fronte alla questione del corpo delle donne e del dominio sessuale degli uomini, al diverso peso attribuito alla credibilità femminile e a quella maschile e al prezzo che si paga sempre, quando si solleva il velo e si mostra il vero volto del potere.
Le donne che subiscono violenza prendono la parola all’interno di una società nella quale i rapporti di forza contano. Contano il denaro, le relazioni, la visibilità pubblica, il prestigio. Conta la possibilità di accedere ai media e di sostenere lunghe battaglie giudiziarie. E conta, dall’altra parte, la paura di non essere credute, di essere esposte al giudizio collettivo, di vedere la propria vita privata passata al setaccio mentre quella degli uomini coinvolti continua a essere raccontata attraverso lo specchio del successo e del prestigio sociale.
Alberto Genovese venne raccontato su Il Sole 24 ore (l’articolo contestato fu poi rimosso) come una meteora che si era spenta prematuramente, quasi fosse vittima di un incidente di percorso. Oggi la stampa lo racconta mentre organizza una festa di lusso per il suo compleanno, insieme alla moglie. Tutto è stato dimenticato tranne la ricchezza di Genovese e la celebrazione del suo tenore di vita. Altri imputati per stupro sono stati raccontati per il ruolo pubblico o privato come “campioni dello sport” o “bravi ragazzi” che sarebbero “presto diventati padri”. Le accuse di stupro pesano meno del ruolo famigliare o sociale degli stupratori.
Nel caso dell’imprenditrice che ha sporto denuncia per violenza sessuale, basterebbe mettere su un piatto della bilancia le domande che un giornalista di Repubblica ha rivolto al senatore e, sull’altro, quelle che ha rivolto all’imprenditrice. Il senatore ha dovuto rispondere a domande ‘ficcanti’ quali: “Possiede una villa?”. Per poi commentare: “Io un bel ragazzo, lei una donna normale. In tribunale ci divertiremo”. Parole gravissime, (di cui poi si è scusato, peccato che non si sia dimesso) che richiamano stereotipi e pregiudizi che per troppo tempo hanno accompagnato i processi per violenza sessuale, nei quali il giudizio si è spesso spostato dalle condotte degli imputati all’aspetto fisico, al comportamento e alla vita delle donne che denunciano.
L’imprenditrice, invece, si è trovata a dover rispondere a domande rivittimizzanti perché sono, di fatto, illazioni: “Senza che vi sia stato nessun gioco o nessun consenso tra voi? E lui dice il vino mi eccita?”, “Scusi se lo chiedo, perché non si è ribellata. Non poteva urlare?”, “Lei fa trascorrere un anno per presentare denuncia. Perché?”, “Il senatore dice che lei aveva promesso di andare a cena”.
Una narrazione che ci fa toccare con mano quanto la vergogna non abbia ancora cambiato lato e non ricade nemmeno su certa stampa che senza pudore, continua a riproporre schemi e narrazioni ormai ampiamente contestati, nonostante l’invito rivolto da Gisele Pelicot.
La vergogna al contrario, resta ancora incollata alle vittime che dopo la denuncia, hanno subito campagne d’odio, insulti, intimidazioni e processi mediatici. Così la presunzione di innocenza dell’uomo rischia spesso di tradursi, nel dibattito pubblico, in una presunzione di calunnia nei confronti delle donne, soprattutto quando in gioco vi è una forte asimmetria di potere.
Dovremmo invece chiederci sempre, quanto le disparità di potere possano rendere insostenibile il peso di una denuncia penale o pubblica, rendendo molte donne vulnerabili prima, durante e dopo aver rilasciato la loro testimonianza. È anche questo che spiega perché tante scelgano il silenzio e perché altre, dopo aver parlato, decidano di fare un passo indietro. Se una donna che mostra il vero volto di uomini celebrati pubblicamente in virtù del loro denaro e del loro potere, viene lasciata sola, perdiamo tutte e tutti. Si perde una battaglia di civiltà e lei perde la propria voce.
Possibile che la stampa italiana non si interroghi mai su cosa significa per una donna sostenere una denuncia pubblica in una situazione di disparità di potere? Possibile che la stampa italiana non sollevi mai il velo su se stessa?
L'articolo Quando una donna denuncia, è spesso sola e vulnerabile. Possibile che certa stampa non lo capisca? proviene da Il Fatto Quotidiano.
La vicenda dei pazienti in cura con cannabis medica convocati dai carabinieri in tutta Italia, raccontata in anteprima da ilfattoquotidiano.it, è approdata in Parlamento grazie a tre diverse interrogazioni presentate negli scorsi giorni. Marco Grimaldi, Avs, Mario Perantoni del Movimento 5 Stelle, si sono rivolti ai ministri dell’Interno e della Salute, e, il 5 giugno, Riccardo Magi di +Europa ha esteso la richiesta anche al ministro delle Infrastrutture. Tre atti distinti, tre forze politiche diverse, una sola domanda di fondo: cosa sta succedendo e chi ha autorizzato tutto questo?
La storia è tanto surreale quanto concreta. In queste settimane centinaia di persone, malati oncologici, persone con dolore cronico o sclerosi multipla, anziani, perfino proprietari di cani in terapia, sono state convocate presso caserme dei Carabinieri in diverse città italiane: Roma, Milano, Napoli, Bologna, Verona, Rimini. Chiamate in quanto “persone informate sui fatti”, tutte avevano in comune una cosa: hanno ricevuto a domicilio farmaci a base di cannabinoidi regolarmente prescritti dal medico.
Nessun reato contestato, ma domande invasive: quale medico ha firmato la ricetta? Per quale patologia? Da quale farmacia è stato acquistato il medicinale? In alcuni casi, riferiscono diverse associazioni di tutela, sono stati richiesti screenshot di email e conversazioni WhatsApp. Ora i parlamentari Grimaldi e Perantoni chiedono chiarezza: “Le modalità descritte nelle convocazioni rischiano di generare un clima di intimidazione e di sfiducia nei confronti delle istituzioni, incidendo negativamente sulla continuità terapeutica e sulla dignità dei pazienti”. Per Grimaldi è necessario chiarire anche “attraverso quali canali siano stati acquisiti i dati sanitari dei pazienti coinvolti, trattandosi di categorie particolari di dati personali tutelate dalla normativa vigente, inclusi il Regolamento (UE) 2016/679 (GDPR) e il decreto legislativo n. 51 del 2018”.
Il motivo dell’indagine, secondo quanto risulta a ilfattoquotidiano.it, è tecnicamente fondato: recapitare a domicilio farmaci a base di stupefacenti anche se a scopo terapeutico è vietato dalla legge. Il Consiglio di Stato, con sentenza n. 6877 del 2024, ha confermato che le farmacie non possono spedire direttamente questi farmaci ai pazienti, perché non rientrano tra i soggetti autorizzati a farlo. Magi chiede quindi al Governo di intervenire per risolvere la “farraginosità normativa che si concretizza nella sovrapposizione di disposizioni tra di loro contraddittorie e che creano profondi disagi sia alle farmacie autorizzate alla vendita, sia ai pazienti stessi”. Il risultato pratico per un ammalato in Italia è un cortocircuito kafkiano. La cannabis terapeutica è legale in Italia dal 2006 e regolamentata come farmaco a tutti gli effetti dal decreto ministeriale del novembre 2015. Ma è trattata da un numero esiguo di farmacie: circa mille su 21 mila totali. Chi ha bisogno del medicinale non può riceverlo a casa, non può acquistarlo nella farmacia sotto casa, deve percorrere centinaia di chilometri per trovare un esercizio disponibile.
Però chi assume regolarmente cannabis terapeutica e si mette al volante per raggiungere la farmacia rischia la sospensione della patente in applicazione del nuovo Codice della strada firmato Salvini. Su questo punto specifico insiste l’interrogazione di Magi, che parla di “un cortocircuito interpretativo” nel quale i pazienti vengono esposti “all’ulteriore rischio di revoca o sospensione della patente di guida anche in virtù delle recenti modifiche al Codice della Strada che puniscono la positività al test per le sostanze stupefacenti senza distinzioni tra uso ricreativo e quello regolarmente prescritto e, evidentemente, tracciato”.
Il 70% delle farmacie che potrebbero trattare questi prodotti rifiuta di ricevere spedizioni destinate ai pazienti di altre province, per paura di sanzioni o contestazioni amministrative. Sanzioni reali, concrete: una farmacia che pubblica sul proprio sito informazioni sulla cannabis medica, come fa normalmente per qualsiasi altro farmaco, può incorrere in multe di migliaia di euro, perché il dpr 309/90 vieta la “promozione”, anche indiretta, delle sostanze stupefacenti. Un’odissea normativa che appare ideata per combattere il narcotraffico, non per regolare un farmaco prodotto dallo Stato attraverso lo Stabilimento Chimico Farmaceutico Militare di Firenze “a tacere dell’evidente discriminazione nei confronti degli altri pazienti che assumono altra tipologia di farmaci psicotropi regolarmente prescritti”, come sottolinea il grilllino Perantoni. A denunciare per prima la vicenda sono state l’avvocata Cathy La Torre, fondatrice di WildSide Legal, e Antonella Soldo dell’associazione Meglio Legale che continuano a ricevere segnalazioni da tutta Italia come quella di un paziente bolognese: “Mi sono sentito trattato più come un sospettato che come un paziente che utilizza cannabis medica nel rispetto della legge”.
L'articolo Cannabis medica, interrogazioni parlamentari di Avs, M5S e +Europa sui pazienti convocati in caserma per l’indagine sulla consegna a domicilio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Alcuni dei principali esponenti della rete antiaborto nel mondo si sono incontrati il 28 maggio scorso nella Sala della Regina della Camera dei deputati italiana, su invito dell’associazione Pro Vita e Famiglia e accolti dal saluto del presidente leghista della Camera Lorenzo Fontana. L’evento, intitolato “il grande bavaglio”, è stato organizzato per denunciare una presunta censura nei confronti di chi sostiene opinioni come “l’unica famiglia è quella naturale” e “la vita va difesa dal concepimento fino alla morte naturale” o di chi critica “l’industria abortista”. Tra gli ospiti: l’influencer olandese e una delle rappresentanti Maga in Europa Eva Vlaardingerbroek; l’attivista pro-life Livia Tossici-Bolt, condannata nel Regno Unito per avere violato la zona cuscinetto vicino alle cliniche per l’aborto; Adina Portaru, esponente della rete Alliance Defending Freedom, nota per le campagne contro l’interruzione di gravidanza. Tra gli esponenti politici in sala e relatori, l’eurodeputato di Fratelli d’Italia Paolo Inselvini. Hanno preso la parola anche la consigliera regionale del Lazio Chiara Iannarelli (Fdi) e l’assessora regionale Simona Baldassarre (Lega).
Questi ospiti internazionali sono entrati a Montecitorio per denunciare la “dittatura del politically correct“. Ad accoglierli, il messaggio del presidente della Camera, letto da Antonio Brandi, presidente di Pro Vita e Famiglia. La terza carica dello Stato ha detto che le istituzioni hanno “il compito di garantire adeguati spazi di libertà che consentano a ogni individuo di esprimere il proprio pensiero senza condizionamenti. Il confronto, soprattutto con opinioni diverse, rappresenta un’opportunità di crescita e arricchimento”. Contattata da ilfattoquotidiano.it, la presidenza della Camera ha dichiarato che è una prassi istituzionale inviare questo tipo di messaggi e che non era a conoscenza di tutti i partecipanti che avrebbero preso la parola nell’evento. Ha aggiunto che lo svolgersi dell’incontro non è stato seguito direttamente. Come è noto, il presidente non invia messaggi a tutti gli eventi che si svolgono a Montecitorio. Inoltre, la stessa Sala della Regina viene concessa solo su autorizzazione dello stesso presidente. Contattata da ilfattoquotidiano.it, Pro Vita e Famiglia ha detto di avere indirizzato la richiesta di prenotazione della sala alla presidenza della Camera dei deputati.
Fontana nel 2019, allora ministro per la Famiglia, era stato tra i principali sponsor del Congresso mondiale delle famiglie di Verona. Quando nel novembre 2022 era stato nominato presidente della Camera, Pro Vita e Famiglia aveva espresso apprezzamento per la decisione definendolo vicino alle sue “battaglie politiche e culturali”. Da tempo, il principio della libertà di parola viene richiamato da realtà pro-life e di destra per promuovere pubblicamente posizioni anti-abortiste e conservatrici su diritti civili, bioetica e immigrazione. Eva Vlaardingerbroek, ad esempio, ha evocato Charlie Kirk, ucciso negli Stati Uniti nel 2025, citandolo come un esempio di libertà di espressione.
Non è nuovo che Pro Vita e Famiglia affermi di essere stata censurata. Questa volta nel mirino è finito il Digital Services Act (DSA), la normativa dell’Unione Europea sui servizi digitali intermediari che ha l’obiettivo di rafforzare le responsabilità delle grandi piattaforme e dei motori di ricerca, istituendo un sistema comune di vigilanza e sanzioni. Il DSA rappresenta “una delle minacce più gravi alla libertà di espressione online nel mondo occidentale contemporaneo”, ha detto Adina Portaru, senior counsel di Alliance Defending Freedom (ADF), filiale di Alliance Defending Freedom International. Organizzazione conservatrice cristiana, ADF si occupa di assistenza legale ed è nota per le sue campagne volte a limitare l’accesso all’aborto. Nel 2022 aveva avuto un ruolo centrale nell’annullamento della sentenza Roe v. Wade che garantiva il diritto costituzionale all’interruzione volontaria di gravidanza negli Stati Uniti. ADF ha difeso la stessa Livia Tossici-Bolt, condannata per avere violato le “buffer zones” (zone cuscinetto) attorno alle cliniche per aborti, sostandovi con un cartello con la scritta “Here to talk, if you want”. Tossici-Bolt fa parte di “40 Days for Life”, una campagna internazionale anti-aborto che tiene veglie di preghiera fuori dagli ospedali e dai consultori.
In sala anche l’eurodeputato Fdi Paolo Inselvini, secondo il quale oggi sono state “dimenticate le basi della vita“, cioè “il rispetto della famiglia come prima cellula fondante della nostra società e della nostra civiltà, la difesa della vita dal concepimento fino alla morte naturale, la libertà d’educazione e la difesa non solo della nostra identità cattolica e cristiana ma della nostra fede”. Inselvini a Bruxelles siede con European Conservatives and Reformists: insieme a Patriots for Europe (in cui rientrano partiti come Lega e Vox), il gruppo era stato promotore del “VII Transatlantic Summit”, tenutosi a febbraio scorso nel Parlamento Europeo a Bruxelles. L’evento era stato organizzato dalla Political Network for Values (PNfV), piattaforma di lobbying che collega attori e organizzazioni di estrema destra a livello globale e promuove un’agenda volta a imporre valori cristiano-conservatori. Il PNfV si oppone ai diritti delle persone LGBTQ+, all’aborto e all’eutanasia, e promuove la teoria complottista della “grande sostituzione“. Inselvini aveva partecipato al summit insieme a Carlo Fidanza, altro europarlamentare di Fratelli d’Italia. Tra i partecipanti c’era anche Lucy Akello, parlamentare ugandese che ha contribuito all’approvazione di una legge che impone l’ergastolo e la pena di morte come pena massima per l’omosessualità in Uganda.
Come esponenti della maggioranza però, non c’era solo Inselvini. Durante il dibattito ha preso la parola anche la consigliera regionale in Lazio Maria Chiara Iannarelli che ha parlato di “ideologia gender” e di “transizioni di genere pericolose e affrettate” che avverrebbero nelle scuole. In suo sostegno è arrivata poi Baldassarre che ha aggiunto che se oggi si affermasse che “i bambini nascono da una mamma e un papà si verrebbe accusati di essere politicamente scorretti”.
L'articolo Alla Camera convegno degli esponenti delle rete anti-aborto mondiale. Il presidente Fontana autorizza e manda un messaggio proviene da Il Fatto Quotidiano.
Venticinque anni dopo la prima parata organizzata a Milano nel 2001, il Pride torna a interrogarsi sul significato di scendere in piazza in un momento storico segnato da nuove tensioni sui diritti civili. È questo il messaggio emerso durante la conferenza stampa di presentazione del Milano Pride 2026, in programma l’8 giugno a Palazzo Marino. Alla conferenza sono intervenuti l’assessore al Welfare e Salute del Comune di Milano Lamberto Bertolé, la presidente di Cig Arcigay Milano Alice Redaelli, Francesco Pintus di Milano Pride, Gianluca Trezzi di Checcoro ed Elisa Ruscio di Acet, in rappresentanza delle realtà che organizzano l’evento. L’edizione di quest’anno coincide con il venticinquesimo anniversario della manifestazione e culminerà il 27 giugno con la tradizionale parata che attraverserà la città fino all’Arco della Pace. Gli organizzatori prevedono oltre 350mila partecipanti e un Pride Month diffuso che coinvolgerà Milano con quasi 200 iniziative tra dibattiti, eventi culturali, spettacoli, momenti sportivi e attività dedicate alla salute e alla prevenzione.
“Il Pride, come dice la stessa parola, porta in piazza l’orgoglio di centinaia di migliaia di persone che con fierezza manifestano una diversità che è da sempre caratteristica intrinseca della nostra società, ma che per lungo tempo è stata costretta a nascondersi”, ha dichiarato Bertolé. “Il 27 giugno questi ‘corpi in rivolta’ sfileranno coraggiosamente per i diritti ancora negati, contro ogni forma di discriminazione e per riaffermare l’importanza dell’autodeterminazione e dell’affermazione di sé, soprattutto in un momento storico in cui tutto questo viene messo in discussione. Il Comune vuole essere parte attiva di questa giornata di festa e rivendicazione, con il patrocinio e con la presenza alla parata e sul palco del Pride, appuntamento irrinunciabile del giugno milanese”. Un concetto che ritorna anche nelle parole di Alice Redaelli. “Questa venticinquesima edizione rappresenta un giro di boa importante”, spiega a ilfattoquotidiano.it. “Ci ha portato a riflettere su quanto sia cresciuta la manifestazione. Nel 2001 ci fu la prima parata senza sapere quale sarebbe stato il riscontro della città. Oggi il Milano Pride è cresciuto tantissimo, è diventato più ampio, più partecipato e più intersezionale. In questi anni ha aggiunto nuovi spazi di condivisione, nuovi eventi e nuove occasioni di confronto”.
Dietro la dimensione celebrativa, però, resta forte quella politica. “Oggi più che mai la partecipazione è fondamentale”, sottolinea Redaelli. “Serve una partecipazione coraggiosa, come fu quella del 2001. Ci troviamo a vedere anniversari importanti, come i dieci anni dalla legge sulle unioni civili e i venticinque anni del Milano Pride. È importante riconoscere che i passi avanti sono stati fatti, ma bisogna anche garantire il pieno riconoscimento di tutte le persone. Ci troviamo in un periodo storico in cui anche i diritti acquisiti non sono diritti scontati per sempre”. Per questo il documento politico che accompagna il Pride rilancia una serie di richieste rivolte alle istituzioni. Tra queste l’introduzione dell’educazione affettiva e relazionale nelle scuole, una riforma del diritto di famiglia che riconosca pienamente tutte le famiglie, il riconoscimento del genitore sociale, l’accesso alle adozioni per le coppie omogenitoriali e il superamento delle unioni civili attraverso l’introduzione del matrimonio egualitario. Particolare attenzione viene dedicata alle persone transgender, considerate tra le più esposte a discriminazioni e violenze. Le associazioni chiedono una semplificazione dei percorsi di affermazione di genere e un sostegno più efficace sia dal punto di vista sanitario sia da quello normativo.
Anche quest’anno tra i patrocini richiesti dagli organizzatori non compare quello della Regione Lombardia. Un’assenza che il coordinamento del Pride sottolinea da anni. “Noi come ogni anno mandiamo diverse richieste di patrocinio”, osserva Redaelli. “Crediamo che una manifestazione che ha raggiunto una rilevanza nazionale meriti che le istituzioni si spendano per la tutela di tutte le persone, senza fare distinzioni. Se il Pride è uno strumento di cambiamento sociale, il silenzio assordante della Regione Lombardia parla da solo”. Un riferimento che arriva mentre il Milano Pride può invece contare sul patrocinio del Comune di Milano, della Città Metropolitana e della Commissione europea. Molti dei problemi denunciati dal movimento, spiegano gli organizzatori, continuano a essere aggravati dall’assenza di adeguate tutele legislative. “Non è una sensazione”, osserva Redaelli. “La nostra helpline Pronto ha registrato un incremento significativo delle richieste di aiuto nell’ultimo triennio. Esiste inoltre un clima di incertezza alimentato dalla retorica di una parte della classe politica che adotta linguaggi capaci di sdoganare atti discriminatori”.
Il Milano Pride rivendica anche la propria dimensione internazionale e intersezionale. “Per noi è sempre stato essenziale che il Pride potesse parlare oltre qualunque confine”, afferma la presidente di Cig Arcigay Milano. “Parliamo delle istanze della comunità LGBTQIA+, ma anche di questioni che sono profondamente interconnesse. Sappiamo che le oppressioni si parlano tra loro e sono sistemiche. Abbiamo l’onore di organizzare un Pride molto visibile e partecipato e sentiamo il dovere di utilizzare quello spazio per dare voce anche a chi vive situazioni drammatiche e a battaglie che riguardano i diritti umani nel loro complesso”. Anche nell’edizione 2026 ci saranno le Pride Square, che dal 24 al 26 giugno ospiteranno quasi cinquanta appuntamenti tra talk, dibattiti, arte e intrattenimento. Il Pride Month, invece, porterà iniziative in tutta la città, dal centro alle periferie. “Ci ha aiutato molto costruire rapporti con associazioni che operano nelle periferie”, spiega Redaelli. “Il Pride è il Pride della città. Non riguarda soltanto Porta Venezia o il centro storico. Vogliamo che possa generare relazioni e partecipazione in tutti i quartieri”.
Gli ultimi mesi si è registrato un progressivo arretramento delle politiche di diversity, equity e inclusion da parte di alcune grandi aziende, soprattutto negli Stati Uniti ma non solo, con possibili ripercussioni sul sostegno economico alle manifestazioni LGBTQIA+. Redaelli invita però alla cautela: “C’è un’offensiva evidente contro le politiche di diversity e inclusion, che ha avuto effetti anche in Italia con il ritiro di alcune grandi aziende. Tuttavia, nonostante la rinuncia di alcuni sponsor anche importanti, altri sono subentrati e il quadro è rimasto stabile. Va inoltre ricordato che nel nostro Paese le aziende hanno budget più limitati rispetto ad altri contesti. Lo scorso anno i risultati si sono mantenuti stabili e anche quest’anno ci aspettiamo numeri simili”. “Il dato più interessante”, prosegue, “è che molte aziende che hanno investito su questi temi hanno ormai strutture e percorsi dedicati alla diversity e inclusion che stanno cercando di preservare. I passi avanti fatti in passato oggi contribuiscono a tutelare quel lavoro nonostante i passi indietro, segno che inclusione e diritti non sono una moda del momento”.
Guardando al futuro, CIG Arcigay Milano lancerà anche il percorso “Milano Queer 2050“, una serie di incontri che coinvolgeranno esponenti politici, amministratori e futuri candidati alla guida della città. “Milano ha fatto tanti passi avanti, ma può fare ancora molto”, conclude Redaelli. “Parleremo di temi che riguardano tutta la cittadinanza: accesso al lavoro, crisi abitativa, welfare. Le persone LGBTQIA+ non sono solo persone LGBTQIA+. Sono lavoratori, studenti, cittadini. Quando parliamo di diritti parliamo del futuro della città nel suo insieme”.
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Un presidio domenica 7 giugno a Roma davanti all’ambasciata libica di via Nomentana. Altre manifestazioni, cartelli e striscioni da Atene a Toronto e a Johannesburg. Attivisti in sciopero della fame in tredici Paesi tra cui l’Italia. La Global Sumud Flotilla si mobilita in tutto il mondo per fare pressione sui governi e chiedere il rilascio dei “Sirte 10+1”, come li chiamano sui social, i dieci negoziatori del convoglio umanitario che cercava di raggiungere Gaza via terra, detenuti dal 24 maggio a Bengasi, più l’undicesimo in carcere a Tripoli. Domani, martedì 9 maggio, i dieci saranno davanti al giudice della Cirenaica: se non li scarcera la situazione rischia di complicarsi.
Arrestati a Sirte, dove erano andati per ottenere almeno il passaggio degli aiuti umanitari verso l’Egitto e poi Gaza, sono nelle mani del governo della Libia Orientale, guidato del generale Khalifa Haftar, non riconosciuto a livello internazionale. Tra loro ci sono gli italiani Dina Alberizia e Domenico Centrone, la prima è un’educatrice in pensione che vive ad Albugnano (Asti) e il secondo è docente a contratto all’Università di Bari. Ci sono poi una polacca, una spagnola, una statunitense, due argentini, un uruguaiano, una portoghese e un tunisino. “Sono medici, educatori, giornalisti e difensori dei diritti umani. Sono genitori, figli, figlie, fratelli, sorelle, partner, amici e membri stimati delle loro comunità che si sono recati in Nord Africa per portare aiuti pacifici e solidarietà alla popolazione assediata di Gaza”, scrive la Global Sumud in un comunicato.
Le accuse, a quanto si è appreso, sono di ingresso illegale nel Paese e manifestazione illegale. La Farnesina assicura tutto il suo impegno, così come le diplomazie di altri Paesi coinvolti, ma i dieci sono detenuti in condizioni dure. Alberizia, 67 anni, ha avuto il permesso di telefonare di nuovo al fratello solo dopo giorni di sciopero della fame e della sete: ha detto che sta “relativamente bene”. Un altro tunisino è stato invece arrestato dalla polizia che risponde al governo riconosciuto di Tripoli.
Il Global Sumud Land Convoy era partito dalla Mauritania a fine aprile, durante la navigazione della Flotilla poi intercettata dalla Marina israeliana tra il 18 e il 19 maggio scorsi. Si era riunito a Tripoli con gli attivisti provenienti dall’Europa. Erano circa 200 a percorrere le strade costiere della Libia su cinque pullman insieme a camion che trasportavano case mobili e alle ambulanze destinate alla popolazione civile di Gaza. Il 24 maggio la carovana si era fermata nell’ultima porzione di territorio controllata da Tripoli e i negoziatori erano andati a Sirte, a 10 chilometri di distanza, per trattare con le autorità locali. Non sono più tornati.
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Cinque anni fa Fantapolitica nasceva con un obiettivo preciso: aiutare giovani progressisti a entrare nelle istituzioni locali. Oggi quella missione si è trasformata in qualcosa di più ampio. Perché nel frattempo l’organizzazione si è accorta che il problema della rappresentanza non riguardava soltanto l’età. Le persone che riuscivano ad arrivare alla candidatura avevano spesso caratteristiche simili: percorsi universitari, reti consolidate, disponibilità economiche e capitale sociale. Chi proveniva da comunità marginalizzate, dal Sud o da contesti migratori, invece, restava escluso molto prima del momento del voto. È da questa consapevolezza che Fantapolitica, che il 5 giugno ha celebrato i suoi primi cinque anni di attività, sta ridefinendo il proprio ruolo. Da rete di supporto per candidati under 30 è diventata anche un laboratorio che lavora per allargare l’accesso alla rappresentanza politica, accompagnando movimenti, associazioni e comunità spesso assenti dalle istituzioni.
“Quando è nata l’organizzazione il nostro obiettivo principale era supportare persone under 30 progressiste nell’entrare nelle istituzioni locali”, racconta a ilfattoquotidiano.it Cristiana Cerri Gambarelli, tra le fondatrici di Fantapolitica. “Però già nei primi anni ci siamo rese conto che finivamo per supportare sempre le stesse persone. C’era un identikit ricorrente: persone bianche, con una certa stabilità economica e un forte capitale culturale e relazionale. Ci siamo chieste se non dovessimo fare un passo indietro e lavorare anche con chi non arriva nemmeno a prendere in considerazione la candidatura”. Da qui nasce la svolta. Continuare a sostenere giovani candidati, ma parallelamente sviluppa percorsi rivolti alle organizzazioni territoriali e alle comunità sottorappresentate. L’obiettivo, spiegano, non è soltanto accompagnare chi si candida, ma costruire quella “capacità istituzionale” che permette a movimenti e associazioni di incidere sulle decisioni pubbliche e, quando necessario, esprimere una propria rappresentanza. I numeri raccontano una crescita significativa. Dal 2021 Fantapolitica ha supportato oltre 60 candidature ai consigli comunali italiani. 36 persone siedono oggi nei consigli comunali. Solo nelle amministrative del 2026 l’organizzazione ha accompagnato 27 candidature, con otto eletti già al primo turno, di cui sette donne, e cinque in attesa dei ballottaggi.
Per Hajar Drissi, attivista dell’organizzazione, il tema della rappresentanza va ben oltre le statistiche. “Per gran parte della mia vita non ho visto persone con background migratorio nei luoghi dove si prendono le decisioni. Quando non vedi persone come te in quei luoghi, smetti di immaginare che possano appartenere anche a te. La mancanza di rappresentanza toglie la possibilità di immaginare un futuro”. Negli anni Fantapolitica ha progressivamente spostato l’attenzione su alcuni degli ostacoli strutturali che limitano l’accesso alla politica. Attraverso il progetto TACKLE, sviluppato insieme a “Dalla Parte Giusta della Storia”, l’organizzazione lavora per riportare il tema della riforma della cittadinanza al centro del dibattito pubblico. “Ci siamo resi conto che esistono persone molto attive nei propri territori che non possono nemmeno candidarsi”, spiega Cerri Gambarelli. “Finché non si ha la cittadinanza non si hanno diritti politici. Se vogliamo rendere la partecipazione più democratica dobbiamo abbattere proprio quelle barriere strutturali che impediscono a determinate persone di essere rappresentate”.
Accanto a questo lavoro, c’è quello sui territori. È il caso del Patto per Restare, rete che riunisce sessanta organizzazioni siciliane impegnate sul diritto a costruire il proprio futuro senza essere costretti a lasciare la propria terra. Un progetto che riflette una convinzione maturata negli anni all’interno dell’organizzazione: la politica di prossimità, quella che si costruisce città per città e quartiere per quartiere, rappresenta uno dei terreni decisivi per ricostruire partecipazione e fiducia. “Stiamo facendo una piccola rivoluzione contro la narrativa secondo cui i giovani non hanno voglia di impegnarsi”, sostiene Drissi. “La realtà è che i giovani hanno voglia di fare politica e di sostenersi a vicenda. Quello che spesso manca sono gli strumenti e le possibilità concrete per farlo”. Una convinzione che nasce dall’esperienza accumulata in questi anni. Oggi la rete costruita da Fantapolitica coinvolge decine di amministratori locali, attivisti e organizzazioni sparse in tutto il Paese. Un patrimonio di relazioni che, secondo l’organizzazione, dimostra come la distanza dei giovani dalle istituzioni non coincida necessariamente con una distanza dalla politica.
Resta però un nodo che l’organizzazione considera decisivo: quello economico. Perché la rappresentanza, sostengono, è anche una questione di risorse. “Fare politica costa tantissimo”, osserva Drissi. “Per molte persone il problema non è disinteresse, ma il fatto di non potersi permettere una campagna elettorale o un periodo di aspettativa dal lavoro. Per questo la nostra utopia è arrivare un giorno a sostenere economicamente chi decide di candidarsi. Se vogliamo colmare davvero i divari di rappresentanza dobbiamo affrontare il problema alla radice”. Cinque anni dopo la nascita, la sfida resta la stessa ma con un orizzonte più ampio. Non soltanto aiutare nuove generazioni a entrare nelle istituzioni, ma fare in modo che quelle istituzioni assomigliano sempre di più al Paese reale.
L'articolo “Così lavoriamo per portare nelle istituzioni chi resta escluso. La mancanza di rappresentanza non ti fa immaginare un futuro” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Mentre negli Usa sono citati in tribunale i giganti di Big Tech per i danni ai più giovani, la ministra della famiglia Eugenia Roccella rivendica i risultati del governo sulla tutela dei minori online. Ma le leggi italiane sono (quasi) lettera morta perché inesistenti i controlli sull’età. Oggi i bambini possono accedere ai siti di pornografia, con un dispositivo e una connessione internet, malgrado il decreto Caivano del 2023 ponga il divieto d’ingresso ai minorenni. E sin dalla tenera età si può usare liberamente l’intelligenza artificiale, sebbene ci sia l’obbligo del consenso dei genitori, grazie alla legge n.132 del 25 settembre 2025. C’è un eccezione: dal 5 giugno ChatGPT inaugura funzioni di verifica dell’età disattivando alcune impostazioni per gli adolescenti. Ma il movente potrebbe essere la causa civile mossa dallo Stato della Florida, più che le leggi italiane in vigore da tempo: il consenso dei genitori infatti non è previsto sulla pagina del sito che informa sui controlli. Del resto, il divieto di accesso ai social da parte dei minori è rimasto congelato a lungo per volontà di palazzo Chigi.
Roccella, il 4 giugno in Parlamento per il question time, ha esultato: “L’Italia è stata tra i primi Paesi a porsi il problema della tutela dei minori in ambiente digitale”. Sì, ma con risultati quantomeno discutibili. “Siamo il primo Paese europeo – ha ricordato la ministra – che si è dotato di una disciplina specifica per impedire ai minori di accedere a siti pornografici attraverso sistemi di verifica dell’età”. Peccato che i controlli siano ancora in alto mare e lo abbia ammesso anche Roccella: “Una recente sentenza del Tar del Lazio, nel marzo 2026 pur confermando la validità dell’impianto elaborato dall’Agcom, è intervenuta con ulteriori e complesse richieste procedurali che dovranno essere espletate prima di rendere la verifica dell’età pienamente efficace”. La ministra omette due dettagli, sul decreto Caivano. Il primo: le “complesse richieste procedurali” sono le notifiche ai Paesi e alla Commissione che ospitano le sedi legali delle piattaforme hard, in omaggio alla direttiva europea “e-commerce”. Dunque, probabilmente, bastava avvisare Cipro e Bruxelles per obbligare Pornhub ad escludere i minori dai video pornografici, disinnescando ricorsi al Tar. Roccella, al question time, non ha neppure spiegato il mancato appello al Consiglio di Stato da parte dell’Autorità per le garanzie nelle comunicazioni (Agcom) di fronte alla bocciatura del tribunale amministrativo. In questo modo, l’obbligo della verifica dell’età per le piattaforme pornografiche potrebbe restare in vigore, nell’attesa del pronunciamento definitivo. Invece, ad oggi, Onlyfan ha rispettato il divieto e quasi nessun altro. Con un paradosso: i giganti stranieri con sede in Europa proseguono indisturbati senza controlli sull’età, mentre i piccoli siti italiani sono stati oscurati. Dunque porno sì, ma solo d’importazione.
“La situazione italiana è folcloristica, perseveriamo ad approvare leggi sulla tutela dei minori online che non vengono rispettate”, dice Nicola Bernardi a ilfattoquotidiano.it. Il presidente di Federprivacy ricorda il Gdpr europeo approvato nel 2018: “Stabilisce il limite dei 16 anni per l’accesso autonomo alle piattaforme tecnologiche, prima serve il consenso dei genitori”. Da otto anni tuttavia i vincoli di Bruxelles sono ignorati dai colossi. L’Europa ha lasciato facoltà ai Paesi di abbassare la soglia fino ai 13 anni. L’Italia ha fissato l’asticella a 14, con il decreto legislativo n. 101 del 2018, modificando il codice della privacy risalente al 2003. Dunque la legge per tutelare i minori online c’è già. Eppure ne vengono sfornate altre, parimenti destinate a cadere nel vuoto. “Non è una vittoria ma pura propaganda politica, dovremmo far rispettare le leggi già esistenti senza tirarne fuori altre dal cilindro”, ammonisce il presidente di Federprivacy. “Mi chiedo se ci sia la volontà politica di rafforzare la tutela dei minori, oppure se si strizza l’occhio alle multinazionali tecnologiche”. All’origine dei “divieti fantasma” c’è la mancanza di un sistema collaudato per la verifica dell’età, sino ad oggi un vero rebus, tra rischi per la privacy e di sicurezza. Anche se Bernardi e diversi addetti ai lavori coltivano un dubbio: “Come è possibile che i giganti tecnologici, l’avanguardia globale dell’innovazione con più miliardi in cassa degli Stati, non abbiano strumenti per verificare l’età degli utenti?”.
In attesa di un sistema a prova di riservatezza, senza rischi di furto dell’identità, di fatto ogni divieto per i minori sembra un’illusione. Come l’obbligo di accedere ai servizi dell’intelligenza artificiale solo con il consenso dei genitori, fino a 14 anni. Lo stabilisce la legge n. 132 del 25 settembre 2025, nata da un ddl governativo. Ma fino ad ora inapplicata, perché i chatbot sono a disposizione senza vincoli di età, su una miriade di piattaforme e servizi digitali.
Da allora, un cambiamento c’è: il 5 giugno ChatGPT ha avviato nuove procedure per la verifica dell’età. Leggiamo sul sito: “Per aiutare gli adolescenti ad avere un’esperienza adeguata alla loro età, utilizziamo segnali per prevedere se un account possa appartenere a una persona sotto i 18 anni”. Quali segnali? “Ad esempio, argomenti generali di cui parli o i momenti della giornata in cui utilizzi ChatGPT”. Se il sospetto è che l’utente sia minorenne, “alcuni argomenti vengono trattati con maggiore attenzione per ridurre i contenuti sensibili, come la violenza esplicita o scene cruente; sfide virali che potrebbero indurre comportamenti rischiosi o dannosi; giochi che parlano di sesso, amore o violenza, contenuti che spingono a seguire ideali di bellezza impossibili, diete poco sane o a criticare il proprio corpo”. Giova ricordare come OpenIa sia sotto processo penale e civile, contro lo Stato dello Florida negli Usa.
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Su Torino soffiano “venti di lotte”. Sotto gli eleganti palazzi del centro, un fiume arcobaleno ha attraversato la città tra musica, cori e striscioni. Sono 160mila, secondo gli organizzatori, le persone che sabato 6 giugno hanno preso parte alla ventesima edizione di Torino Pride. Madrine Ambra Angiolini e la figlia Iolanda. Ad parire il corteo, Vladimir Luxuria e il sindaco Pd di Torino Stefano Lo Russo.
Partito dal Parco del Valentino, il corteo ha attraversato le principali vie cittadine fino a piazza Vittorio Veneto, trasformando il centro in uno spazio di festa ma anche di rivendicazione politica. “Venti di lotte” è infatti il claim scelto per celebrare il ventennale della manifestazione. Un titolo che richiama non solo il traguardo raggiunto, ma anche l’idea di una comunità che continua a muoversi e a costruire alleanze. Nel documento politico diffuso per l’edizione 2026, il Coordinamento Torino Pride sottolinea come la conquista degli spazi e il sostegno reciproco tra persone e comunità non possano limitarsi a un appuntamento annuale, ma debbano diventare una pratica quotidiana. “La nostra battaglia non è solo nostra: è una lotta intersezionale per una società più giusta e più abitabile” per tutti e tutte, si legge nel testo, che per la prima volta dedica anche una sezione ai diritti digitali e al contrasto dell’hate speech online. Un messaggio che assume un significato particolare alla luce di quanto accaduto pochi giorni prima dell’evento. Il 2 giugno Chiara Tarantello, co-coordinatrice del Torino Pride, ha denunciato di essere stata aggredita verbalmente su un treno mentre partecipava a una videocall dedicata proprio all’organizzazione del Pride. “Un uomo mi ha dato della ridicola, ha detto che il Pride è inutile”, aveva raccontato, riferendo anche i tentativi dell’aggressore di tirarle dei calci. L’episodio ha suscitato solidarietà e indignazione, riportando l’attenzione su quanto il lavoro contro discriminazioni e pregiudizi sia ancora necessario. Tema, questo, emerso più volte anche dagli interventi conclusivi dal palco allestito in piazza Vittorio Veneto, dove il corteo è approdato nel tardo pomeriggio dopo due ore e mezza di marcia.
Jacopo Rosatelli, assessore di Sinistra ecologista al Welfare, Diritti e Pari opportunità del Comune di Torino, ha duramente criticato il via libera del Senato al disegno di legge del ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara in materia di consenso informato in ambito scolastico per l’educazione sessuo-affettiva. “Alla prossima aggressione omolesbobitrasfobica risparmiateci le vostre parole retoriche”, ha dichiarato. “Vergognatevi, perché la colpa è anche vostra che avete votato queste leggi che impediscono di cambiare la mentalità, di rompere gli stereotipi e i pregiudizi”. L’assessore ha inoltre richiamato l’attenzione sulla situazione internazionale, lanciando un messaggio di solidarietà verso i membri della comunità LGBTQIA+ che, a diverse latitudini, continuano a essere perseguitati, come accade in Senegal, che di recente ha inasprito le pene per le relazioni omosessuali. Tra gli interventi più applauditi anche quello di Vladimir Luxuria, che tornando sul provvedimento sull’educazione affettiva nelle scuole ha invitato studenti e docenti a farsi sentire durante il prossimo anno scolastico: “Mobilitatevi contro il ddl, fate sciopero”, ha detto, definendo il disegno di legge un attacco non solo ai diritti delle persone LGBTQIA+, ma anche all’autonomia scolastica.
L’edizione numero 20 del Torino Pride arriva in un momento particolarmente significativo per la città piemontese, che guarda già al 2027, quando ospiterà l’EuroPride, la manifestazione itinerante che ogni anno viene affidata a una diversa città europea e che richiama centinaia di migliaia di persone da tutto il continente. Una sfida importante che, nelle intenzioni degli organizzatori, dovrà rappresentare un’occasione per continuare a trasformare la città in uno spazio sempre più inclusivo. “Sarà una rivoluzione”, ha promesso dal palco Alessandro Battaglia, responsabile del progetto EuroPride 2027 e membro del Coordinamento Torino Pride.
Vent’anni dopo la sua prima edizione, il Torino Pride continua così a rivendicare la propria identità. Una manifestazione che non vuole essere soltanto una festa o una celebrazione, ma uno strumento di partecipazione politica. Perché quei “venti di lotte” che hanno attraversato le strade della città non raccontano soltanto la storia della comunità LGBTQIA+, ma quella di tutte le battaglie contro discriminazioni, esclusioni e disuguaglianze.
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Via libera alla trasparenza salariale. È entrato in vigore il decreto legislativo che recepisce la direttiva Ue 2023/970 in materia di parità retributiva, che prevede il diritto ad essere informati sul livello retributivo medio percepito dai colleghi e dalle colleghe. Questo perché allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa retribuzione, per gli uomini e per le donne. Nel rispetto della privacy, quindi, i lavoratori hanno ora diritto di richiedere informazioni sui livelli retributivi medi, ripartiti per genere, riferiti alle categorie di lavoratori che svolgono lo stesso lavoro o di pari valore.
L’obbligo di comunicazione dei dati relativi ai divari retributivi per ora scatta per i datori di lavoro che occupano almeno cento dipendenti. Nel caso in cui emerga un divario retributivo di almeno il 5% tra uomini e donne non giustificato e il datore di lavoro non ha motivato la differenza e non l’ha corretta entro sei mesi dalla data della comunicazione, allora si avvia una valutazione congiunta con i sindacati ed eventualmente con l’Ispettorato nazionale del lavoro per adottare misure correttive.
“La trasparenza retributiva non sarà il Grande Fratello dei salari, in virtù della necessità di contemperare i nuovi diritti informativi con la tutela della privacy, soprattutto nelle aziende più piccole”, sottolinea la Fondazione studi Consulenti del lavoro, in una circolare in cui evidenzia che con il provvedimento “non viene riconosciuto un diritto alla conoscenza indiscriminata delle condizioni economiche altrui, ma un diritto circoscritto alla disponibilità di dati medi e aggregati” e solo a fini antidiscriminatori , “non per finalità esplorative dei livelli retributivi dei colleghi”.
Per lo stesso principio, per le imprese con meno di 50 dipendenti si prevede che sarà un apposito decreto del ministero del Lavoro – sentito il Garante della Privacy – a stabilire i criteri da adottare per rispettare il diritto dei lavoratori a conoscere i livelli retributivi medi in chiave anti-discriminazione di genere. Un’attenzione particolare dovuta al fatto che, in questi contesti, per le dimensioni e l’organizzazione aziendali, può facilmente accadere che la conoscenza dei dati aggregati possa condurre alla determinazione indiretta della retribuzione dei singoli.
La norma prevede poi, tra il resto, che in caso di selezione di nuovi dipendenti, il datore di lavoro sia obbligato a comunicare in anticipo la retribuzione prevista o la sua fascia, prima ancora che il candidato si sieda per il colloquio. Inoltre il selezionatore non può più chiedere quanto guadagnava in passato il candidato. Una prassi diffusissima, che spesso penalizzava soprattutto le donne, consolidando nel tempo disuguaglianze già esistenti.
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Se la riforma Schillaci andasse in porto così come prevede al momento la bozza del ministero della Salute, per mantenere il rapporto ottimale di 850 bambini assistiti per ogni pediatra servirebbero 4mila professionisti in più. Difficile immaginare dove possano essere trovati, considerando che già oggi ne mancano circa 500 (l’80% dei quali in Lombardia, Piemonte e Veneto) e che nei prossimi cinque anni oltre 1500 andranno in pensione. Con questi numeri, il sistema già fatica a garantire copertura, accessibilità e continuità delle cure. Eppure il riordino dell’assistenza primaria a cui lavora il governo punta ad ampliare ulteriormente ruolo e platea dei pediatri di libera scelta, aumentando la loro presenza nelle Case della Comunità ed estendendo l’età degli assistiti fino ai 18 anni. Uno sforzo non sostenibile secondo gli stessi pediatri, che hanno criticato il provvedimento e richiesto modifiche. E che viene definito addirittura “irrealistico” dall’ultimo report della Fondazione Gimbe.
È ancora una volta l’organizzazione presieduta da Nino Cartabellotta, infatti, a denunciare i cortocircuiti delle misure sanitarie introdotte dall’esecutivo. Nel mirino c’è soprattutto l’estensione dell’assistenza fino al compimento dei 18 anni. Oggi il pediatra è obbligatorio fino all’età di 6 anni. Poi, nella fascia 7-14 anni, i genitori possono scegliere tra pediatra e medico di medicina generale. Superata questa età, infine, il passaggio al medico di famiglia è automatico, salvo proroghe fino ai 16 anni per patologie croniche o disabilità. La riforma ribalterebbe questo schema, rendendo il pediatra il riferimento esclusivo fino alla maggiore età. Per Schillaci si tratta di “una misura strategica”, pensata per garantire “continuità assistenziale lungo tutta l’età evolutiva” e superare un meccanismo che finora rischiava di interrompere i percorsi di cura “in una fase delicata della crescita”.
Ma per Gimbe questo provvedimento non tiene conto delle carenze di organico di cui già soffre la professione. Secondo la Fondazione, appunto, mantenendo il rapporto ottimale di un pediatra ogni 850 assistiti, l’estensione fino ai 18 anni richiederebbe oltre 3500 pediatri aggiuntivi: 811 solo per prendere in carico i circa 690mila minori tra 6 e 13 anni oggi assistiti dai medici di medicina generale e altri 2721 per la fascia 14-17 anni. A questi si sommano i quasi 500 pediatri già mancanti. A queste condizioni, avverte Cartabellotta, “l’ipotesi di estendere l’assistenza pediatrica fino alla maggiore età non è realistica”. E il governo probabilmente lo sa, tanto che la bozza prova a rendere sostenibile l’estensione proprio aumentando il limite massimo di assistiti per i pediatri a 1500, rendendolo analogo a quello dei medici di famiglia. Una mossa che, secondo i critici, rischia di scaricare la riforma sui professionisti già in servizio, aumentando il sovraccarico e indebolendo qualità, prossimità e reale libertà di scelta per le famiglie.
Del resto, anche il dossier tecnico-economico allegato alla bozza riconosce l’impatto della misura: l’innalzamento dell’assistenza pediatrica fino ai 18 anni comporterebbe un maggiore costo annuo stimato in circa 523 milioni di euro e la necessità di inserire 1300 pediatri in più. Una stima molto più contenuta rispetto a quella elaborata da Gimbe, considerando la situazione attuale della professione: al primo gennaio 2025 risultavano attivi 6284 pediatri di libera scelta, con quasi 5,8 milioni di assistiti. La media nazionale è di 917 bambini e ragazzi per pediatra, ma in alcune Regioni il carico è ancora maggiore: in Piemonte si arriva a 1126, nella Provincia autonoma di Bolzano a 1114, in Veneto a 1018. “Con questi livelli di saturazione il principio della libera scelta rimane solo sulla carta”, commenta Cartabellotta.
La carenza attuale stimata da Gimbe è pari a 497 pediatri, ma con forti squilibri territoriali: 186 in Lombardia, 109 in Piemonte, 96 in Veneto. Da sole, queste tre Regioni rappresentano il 78,7% del fabbisogno mancante. Il paradosso è che tutto questo accade mentre le nascite continuano a diminuire. Tra il 2019 e il 2025 i bambini tra 0 e 5 anni, fascia per la quale l’iscrizione al pediatra è obbligatoria, sono calati di circa 420mila unità. Ma nello stesso periodo anche i pediatri di famiglia sono diminuiti del 15%. “La riduzione dei professionisti – avverte Cartabellotta – supera ampiamente gli effetti del calo delle nascite”. Il risultato è che in molte aree trovare un pediatra disponibile sta diventando sempre più difficile.
La bozza, inoltre, prevede anche un maggiore coinvolgimento dei pediatri nella rete dell’assistenza territoriale prevista dal Dm 77: almeno sei ore settimanali, per 48 settimane l’anno, nelle Case della Comunità previste dal Pnrr, con la possibilità per le Regioni di aumentare questa quota in base ai bisogni locali. Sulla carta, l’obiettivo è rafforzare la continuità delle cure e integrare meglio i pediatri nei servizi di prossimità. Ma allo stato attuale, senza organici adeguati, risorse e criteri omogenei di applicazione, il rischio è che la riforma si traduca in un aumento degli obblighi senza produrre un miglioramento effettivo della reale capacità di cura.
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A Lea Melandri, scrittrice, intellettuale e femminista, è dedicata la raccolta firme “Dire grazie a Lea” per chiedere che le venga assegnato il contributo economico vitalizio previsto dalla Legge Bacchelli a favore di persone che si sono distinte per meriti eccezionali nei campi della cultura, delle arti, della ricerca scientifica e dell’innovazione ma si trovano in condizioni di particolare ristrettezza.
“Lea Melandri ha dedicato la sua vita al movimento femminista, alla giustizia sociale, alla liberazione di donne e di uomini. Lo ha fatto con il suo attivismo, con il suo pensiero, con la sua scrittura. I suoi testi teorici, spesso tradotti all’estero, sono oggi considerati manifesti del femminismo italiano e riferimenti imprescindibili nello studio dell’oppressione di genere. Oggi anziana e indigente, rischia di non avere i mezzi per curarsi. Il vitalizio sarebbe il dovuto riconoscimento materiale da parte della Repubblica nei confronti di una vita spesa per cause giuste e per un’opera che oggi è patrimonio della cultura italiana”, si legge nell’appello del Comitato promotore. Lanciato a metà maggio, l’appello è stato già sottoscritto da circa 150 associazioni e 5mila persone sul sito.
Nata in una famiglia mezzadrile della Romagna più povera degli anni Quaranta del secolo scorso, Lea Melandri ha percorso il suo lungo cammino lontano o al margine dei luoghi dove il prestigio si concretizza in denaro o potere fin da quando, nel 1967, in fuga da un matrimonio forzato che verrà annullato molti anni dopo, approda a Milano dove incontra il movimento non autoritario degli insegnanti nell’inizio del lungo Sessantotto e, di lì a poco, il movimento femminista. Le sue origini e la sua vicenda biografica da sempre nutrono il suo pensiero teorico e la sua pratica politica nella convinzione, maturata proprio grazie al femminismo, che un cambiamento nei rapporti di potere possa essere ottenuto solo indagando i nessi tra la vita intima e quella sociale e restituendo un significato politico a quello che è sempre stato posto al di fuori della storia, come le relazioni tra donne e uomini, la sessualità, gli affetti familiari, la maternità e l’essere figli e figlie.
“Io vengo dalla povertà e non ho mai avuto niente. Tutto quello che ho fatto nella vita è stato dedicarmi al femminismo. Questo Lea me l’ha detta più di una volta – racconta Riccardo Burgazzi, fondatore di Prospero editore, al ilfattoquotidiano.it, che coordina la campagna. – “Ed è proprio per il femminismo, e naturalmente per i libri, che l’ho conosciuta. Poi a gennaio, parlando di lei con Giuseppe Mazza e riportandogli questo stesso incipit, lui ha commentato ‘andrebbe ringraziata per questo: probabilmente avrebbe diritto alla Bacchelli’. Ecco, questa è l’origine della campagna “Dire grazie a Lea”, che oggi accompagna la candidatura che a inizio maggio è stata presentata ufficialmente alla presidenza del Consiglio dei Ministri. Speriamo di riuscirci, tutte insieme. Sarebbe un bel modo di dire grazie: non solo a una persona, ma a una storia e a un’idea migliorativa della società”, commenta Burgazzi. Tra le scrittrici e scrittori che hanno beneficiato del vitalizio vi sono Alda Merini, Aldo Braibanti, Gavino Ledda, Dario Bellezza, Daniele Del Giudice e Valentino Zeichen.
L’attività pubblicistica di Lea Melandri prosegue ininterrotta dal 1977, anno in cui esce “L’infamia originaria. Facciamola finita con il cuore e la politica”, tradotto poi all’estero e considerato oggi un manifesto del pensiero femminista italiano degli anni Settanta. Nel libro confluiscono gli articoli pubblicati su “L’erba voglio” (1971–1977), rivista ideata e diretta da lei insieme con lo psicanalista Elvio Fachinelli, che si offre come spazio di analisi teorica sulle molteplici declinazioni del pensiero e delle pratiche antiautoritarie (l’edizione per Manifestolibri del 2018 ha la prefazione di Angela Azzaro).
L’elenco complessivo delle opere di Lea Melandri è disponibile insieme alla sua biografia sul sito della campagna. Per conosce la sua attività è possibile anche riferirsi al sito ww.archiviodilea.it, dove sono raccolte, tra l’altro, registrazioni audiovisive di suoi interventi pubblici.
Vari riconoscimenti simbolici all’impegno di una vita sono arrivati nel corso degli ultimi decenni. Nel 2009 ha ricevuto la cittadinanza onoraria di Carloforte (Sulcis), dove nel 1975 ha organizzato la prima vacanza femminista in Italia e che da allora frequenta per le vacanze estive. Nel novembre 2012, il Comune di Milano, su proposta di Anita Sonego, le ha attribuito l’Ambrogino d’oro. Nel 2025 ha ricevuto il Premio Niccolini come «figura di intellettuale che attraversa i campi del sapere e dell’impegno, ineludibile punto di riferimento del pensiero femminista e della sua alterità». Il 10 giugno di quest’anno, la Lefebvre Giuffrè Edizioni premierà Lea Melandri per la comunicazione sociale sul tema del contrasto alla violenza di genere.
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Il capitalismo influisce profondamente sulle persone con disabilità, creando strutture sociali ed economiche che marginalizzano e definiscono la loro esistenza in termini di produttività e utilità. È questa la tesi elaborata da Marta Russell (1951-2013), scrittrice e attivista statunitense con disabilità. I suoi studi sono stati raccolti nell’opera intitolata “Capitalismo e disabilità. Le tesi radicali di Marta Russell”, curata da Keith Rosenthal, uscita postuma per Haymarket Books nel 2019. Per la prima volta il libro è stato tradotto in italiano e pubblicato ad aprile per Ombre Corte. Secondo Russell “il capitalismo ha un impatto significativo su definizione e gestione della disabilità” e la relazione tra capitalismo e disabilità è “complessa e multidimensionale”. Le strutture capitaliste non solo definiscono la disabilità, ma contribuiscono anche a “perpetuare disuguaglianze e barriere”. È fondamentale, a suo dire, riconoscere e affrontare queste dinamiche per promuovere una società più inclusiva e giusta.
“Il testo è innovativo perché scardina i luoghi comuni del pietismo e assistenzialismo con cui la narrazione mainstream racconta la disabilità: Russell rifiuta tanto il modello medico-individuale quanto un approccio fondato solo sui diritti civili, e mostra come la disabilità non sia un destino biologico né una mera condizione medica, ma una categoria politica sviluppata dal capitale. È una svolta che sposta il problema dal corpo “deficitario” del singolo alle strutture materiali che producono esclusione”. A dirlo a ilfattoquotidiano.it è Ester Micalizzi, la traduttrice del testo, sociologa e una sibling (sorella di una persona con disabilità). “Arrivo a questo libro da entrambe queste prospettive: quella dello sguardo critico sulle strutture sociali e quella, molto più intima, di chi la disabilità la attraversa ogni giorno in famiglia. Russell parla a entrambe queste parti di me e per questo tradurla è stato insieme un atto di studio e politico”.
L’autrice descrive il concetto di disabilità come “costrutto sociale che emerge dalle dinamiche di potere e dalle crescenti disuguaglianze economiche”. Il capitale ha bisogno di tracciare una linea tra “corpi produttivi” e “improduttivi”, tra chi genera profitto e chi viene considerato un “peso” o uno “scarto”. Per analizzare la posizione mutevole delle persone disabili nella produzione capitalistica, Russell utilizza in primis il concetto marxista dell’esercito industriale di riserva. “Da qui il passaggio cruciale dal parlare di persone disabili a persone disabilitate, rese tali dai rapporti sociali ed economici. Il celebre money model di Russell”, sottolinea la sociologa, “mostra inoltre come i corpi non sfruttabili come forza-lavoro vengano comunque resi profittevoli, trasformati in merce attraverso l’industria assistenziale, sanitaria e istituzionale”. Russell costruisce gran parte della sua critica attorno all’Americans with Disabilities Act del 1990, come legge storica eppure incapace di mantenere le promesse. “Una strategia di diritti civili di stampo liberale, che evita lo scontro con i rapporti strutturali del capitalismo, non può funzionare. Le leggi antidiscriminazione”, spiega la traduttrice, “operano in un’epoca di downsizing aziendale, salari in contrazione e ci si chiede se i soli diritti civili possano creare l’eguaglianza economica di cui le persone disabili hanno bisogno”. La risposta di Russell è no”, aggiunge, “senza intaccare la logica produttiva che misura il valore umano sulla capacità di lavorare, le leggi restano gusci formali, mentre il neoliberismo erode allo stesso tempo welfare e protezione sociale”.
Tra i vari temi affrontati c’è la questione disabilità e prigioni, dove la scrittrice evidenzia “una suprema ingiustizia”. Per Micalizzi “Russell dedica pagine fondamentali al nesso tra disabilità e sistema carcerario. La sua critica risulta familiare a chi si occupa di posizioni abolizioniste sul complesso carcerario-industriale: prigioni e istituzioni totali (manicomi, strutture segreganti, Rsa) sono storicamente luoghi in cui vengono ammassati corpi considerati improduttivi, e oggi le persone con disabilità, soprattutto psichiche-cognitive, sono drammaticamente sovra rappresentate nella popolazione detenuta. La suprema ingiustizia”, continua, “sta nel fatto che lo stesso sistema che disabilita le persone attraverso povertà, mancanza di cure e segregazione, poi le criminalizza e le rinchiude, trasformando l’incarcerazione in un’ulteriore forma di profitto sui corpi resi ‘scarto’”.
Altro tema analizzato è il rapporto disabilità ed economia di guerra. “Russell”, spiega Micalizzi, protestò contro entrambe le guerre in Iraq e legge l’imperialismo e la guerra come fattori di ulteriore oppressione e immiserimento delle persone disabili a livello globale. Il nesso è duplice: da un lato la guerra produce disabilità, mutilando civili e combattenti nei paesi aggrediti e in quelli che aggrediscono; dall’altro l’economia di guerra sottrae risorse pubbliche al welfare e ai servizi, scaricando i costi sulle persone più vulnerabili”.
“Tradurre Russell”, raccont ancora la sociologa, “è stato impegnativo, soprattutto per la paura costante di non riuscire a restituire in italiano la radicalità e la precisione analitica del suo pensiero: ogni scelta lessicale pesa, perché Russell non scrive di disabilità con il linguaggio addolcito che siamo abituati a sentire, ma con il rigore tagliente dell’analisi materialista, mescolando teoria marxista, dati economici, giornalismo d’inchiesta e una rabbia lucida che attraversa ogni pagina. Ho provato un misto di responsabilità e urgenza, consapevole che portare Russell in italiano significa offrire al nostro dibattito uno strumento critico che finora mancava. È stato un lavoro”, conclude, “che mi ha insegnato quanto la traduzione, di fronte a un testo politico, sia essa stessa un atto politico”.
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“Questo attore, da cinque giorni, è un uomo libero”. Carlo Imparato lo annuncia dal palco del Teatro dell’Arca, dentro il carcere di Marassi, a Genova, alla fine di una replica della “Voce di Antigone”. L’uomo che ha appena finito di recitare con la compagnia di persone detenute ha finito di scontare la sua pena. Il pubblico applaude. Fuori da quel teatro, anche in Liguria, il carcere resta sovraffollato, attraversato da violenze, lavoro scarso e misure alternative spesso bloccate dalla mancanza di una casa.
La sala teatrale è all’interno delle mura. Dieci anni fa Teatro Necessario ha trasformato una discarica interna alla casa circondariale in questo teatro, aperto alle persone detenute a cui viene concesso l’apposito permesso, e al pubblico esterno. Sandro Baldacci, ideatore del progetto, lo chiamava un ponte tra carcere e città.
Mirella Cannata, insegnante che con Carlo Imparato guida oggi l’associazione Teatro Necessario, racconta che tutto era nato come un laboratorio di pochi mesi. “Ci siamo resi conto subito che il teatro era una necessità“, ricorda. Necessario perché offre alle persone detenute “l’opportunità di scoprire potenzialità e capacità che neanche loro sanno di avere”. In vent’anni sono state coinvolte oltre 500 persone detenute come attori e tecnici, mentre circa 90.000 spettatori sono entrati all’Arca.
A maggio la compagnia ha portato in scena “La voce di Antigone”, dentro il progetto nazionale “Per Aspera ad Astra”, avviato nel 2018 e oggi attivo in 15 carceri italiane. Il laboratorio lavora sui mestieri del teatro ed è un campo di prova che richiede precisione, fiducia, tempi e regole da rispettare.
Al percorso concluso a maggio ha preso parte anche Giorgio Morando, giudice per le indagini preliminari del tribunale di Genova, poi salito sul palco come attore della compagnia. “Le nostre realtà sono spesso contrapposte – dice a ilfattoquotidiano.it. – Io faccio il giudice, spesso vengo percepito da loro come una figura distante. Invece voglio essere vicino in quella che è la funzione costituzionale della pena, cioè la rieducazione. L’ho sempre studiata nei libri, poi l’ho vista concretamente in questo progetto e quest’anno l’ho voluta vivere insieme alla compagnia”.
Dentro il teatro del carcere, Antigone riporta il conflitto tra legge dello Stato, coscienza e dignità. Eva Cambiale, attrice e co-regista insieme a Carlo Orlando, racconta il lavoro dietro le quinte: nove ore alla settimana, da ottobre a maggio, con persone che non avevano mai fatto teatro. “È difficile che in carcere si crei un gruppo, un gruppo unito, in cui ci sia parità e assenza di giudizio”, dice. Nelle sezioni spesso prevalgono diffidenze e solitudini; per qualche ora alla settimana, quelle regole cedono terreno a un’altra disciplina: si prova, si sbaglia e si ripete. Si impara a stare nello spazio senza occuparlo tutto e ad ascoltare la battuta dell’altro.
“Sappiamo benissimo che lavoriamo con dieci detenuti su oltre 600“, riconosce Cambiale. Ma per chi partecipa, il teatro è “una boccata di ossigeno”, ancora più preziosa proprio in considerazione del contesto molto complesso, “in cui c’è molta sofferenza”.
La relazione annuale 2025 del garante regionale Doriano Saracino dà la misura di quel contesto. Al 31 dicembre 2025 negli istituti liguri c’erano 1.398 persone detenute per 1.111 posti: sovraffollamento al 126 per cento. A Marassi i presenti erano 689 su 535 posti, ben oltre la capienza.
Il garante apre la relazione con un fatto avvenuto proprio a Marassi. Il 4 giugno 2025 circa 200 persone detenute protestarono dopo le violenze subite da un ragazzo di 18 anni. Sui fatti indaga la magistratura: sulle violenze, su eventuali omissioni nella custodia e sulla protesta, per la quale è stato contestato per la prima volta in Italia il nuovo reato di rivolta in istituto penitenziario. Saracino scrive che, per quanto subito dal giovane, “il termine tortura non pare davvero esagerato”.
Le criticità ricorrenti riguardano salute, continuità delle cure, condizioni igienico–sanitarie e spazi di vita. Nella relazione si parla di referti non consegnati, visite e interventi senza tempi certi, prestazioni che saltano per problemi di scorte, celle con muffe e umidità, vetri mancanti, pannelli in plexiglas che riducono aria e luce, infestazioni nelle zone di raccolta dei rifiuti. Anche il lavoro resta insufficiente: secondo il garante, le carceri liguri sono al terzultimo posto in Italia per opportunità di lavoro alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria. Per chi potrebbe scontare fuori l’ultima parte della pena, l’accesso alle misure alternative diventa più difficile senza una casa idonea o un luogo di accoglienza, rendendo la pena in carcere più lunga per i più poveri.
Morando spiega che progetti come il laboratorio dell’associazione Teatro Necessario servono a far vedere anche all’esterno il carcere non come “un luogo di perdizione”, ma come un posto dove le persone possono mostrarsi al pubblico e dire “noi non siamo spazzatura“.
A fine spettacolo prende la parola un uomo della compagnia. “Ogni volta che sono su questo palcoscenico, veramente mi sento libero con voi”, dice. Dopo gli applausi, il pubblico esce da una parte mentre gli attori, sotto lo sguardo degli operatori di polizia penitenziaria, rientrano nelle sezioni dal retro del palco.
L'articolo Genova, nel carcere di Marassi il teatro “necessario” dei detenuti. E recita anche il giudice Morando: “La funzione della pena è la rieducazione” proviene da Il Fatto Quotidiano.
Dopo i social network anche l’intelligenza artificiale finisce in tribunale per i possibili nefasti effetti sugli utenti. Mentre Meta accetta per la prima volta di pagare una sanzione, milionaria, lo Stato americano della Florida ha accusato OpenAI di badare più ai miliardi che al benessere di bambini e adolescenti. “Sam Altman e ChatGPT hanno scelto la corsa all’intelligenza artificiale a discapito della sicurezza dei nostri figli. Hanno scelto il profitto a discapito della sicurezza pubblica e noi in Florida non lo tollereremo”, ha dichiarato il primo giugno in conferenza stampa il procuratore generale James Uthmeier. Nel mirino di quest’ultimo c’è il design della tecnologia: ChatGPT “è progettato per comportarsi come un amico, incoraggiando l’utilizzo del chatbot, per poi abbandonare gli adolescenti vulnerabili dinanzi a qualsiasi spaventoso bisogno rivelino al loro ‘confidente’. Nella migliore delle ipotesi, questa caratteristica progettuale è imprudente, nella peggiore è intenzionale”.
Non solo ChatGPT, ma anche i social network sono sul banco degli accusati per le caratteristiche dell’algoritmo: contro Meta, casa madre di Facebook e Instagram, negli Usa ballano 2400 cause intentate intentate da bambini, famiglie, distretti scolastici, 42 procuratori generali statali. Dunque potrebbe essere solo l’inizio della valanga. “La vera novità, sul piano giuridico, è che si prova a far rispondere il modo in cui il prodotto è progettato, non solo l’uso che ne fa chi lo adopera”, commenta con ilfattoquotidianoi.it Marco Martorana, avvocato, docente all’università di Parma, specializzato in tecnologie digitali. “Che a citare OpenAI sia uno Stato, e non più soltanto le famiglie delle vittime, cambia la natura della partita: l’Ia non è solo un affare tra privati ma può diventare un questione di salute pubblica”, prosegue il legale. Tuttavia appare concreto il rischio che i colossi sfuggano ai tribunali con la scorciatoia delle multe milionarie, per loro leggere come noccioline. “La scelta di Meta di chiudere con una transazione il caso del Kentucky, pochi giorni prima del processo e senza ammettere alcuna responsabilità, mostra il rovescio – avvisa Martorana – pagare diventa il modo per dare un prezzo al rischio ed evitare quel confronto in aula”.
Meta per la prima volta (il 21 maggio secondo i documenti visionati dall’agenzia Reuters) ha accettato la sanzione, da 9 milioni, per evitare il processo contro il distretto scolastico della Contea di Breathitt, nello Stato del Kentucky. Le scuole otterranno 27 milioni per affrontare i problemi di salute mentale dei più giovani. Anche Snap, Youtube e TikTok sono usciti dal processo previsto a giugno pagando la loro parte della multa. Ma alle porte ci sono le denunce di altri 1200 distretti scolastici. “La condotta degli imputati ha portato a una crisi di salute mentale tra i giovani americani e non è un’iperbole”, scrivono i legali della contea di Breathitt nell’atto di citazione. Anzi, le parole sono da intendersi letteralmente, suffragate dalle società scientifiche di pediatria e psicologia. “Il fatto che sia presente una crisi di salute mentale tra i giovani americani è stato dichiarato dall’American Academy of Pediatrics, dall’American Academy of Child and Adolescent Psychiatry, dalla Children’s Hospital Association e dal Surgeon General degli Stati Uniti”. Nel mirino ci sono le scelte di progettazione compiute dalle piattaforme per tenere agganciati gli utenti il più a lungo possibile, con il rischio di alimentare dipendenza soprattutto nei più giovani. Lo scopo? “Generare profitti”. Lo strumento? I ragazzi. “Se perdiamo il contatto con gli adolescenti negli Stati Uniti, perdiamo il flusso di clienti”, sosteneva un documento interno di Instagram rivelato dal New York Times nel 2023. Secondo gli accusatori del Kentucky, i colossi dei social network sarebbero consapevoli dei pericoli. E’ la stessa ipotesi del procuratore del New Mexico, dove è corso la seconda fase del processo civile contro Meta, dopo la condanna del marzo al risarcimento da 375 milioni di dollari. Ora il New Mexico ne chiede 10 volte di più: 3,7 miliardi, per risolvere i problemi di salute mentale dei più giovani.
Lo Stato della Florida rivolge a OpenAi accuse molto simili a quelle piovute sulle piattaforme social. Secondo il procuratore Uthemier la multinazionale e Sam Altman erano a conoscenza dei rischi, soprattutto per i minori. Dunque il Ceo dovrebbe essere ritenuto “personalmente responsabile per il danno causato ai cittadini della Florida”: colpevole di “totale disprezzo per il rischio per la vita umana derivante dalla condotta della sua azienda”. Sulla multinazionale pende una sanzione “potenzialmente da miliardi di dollari”, secondo le dichiarazioni di Uthemier riportate da Cnn.
La causa civile è una costola dell’indagine penale annunciata dal procuratore il 21 aprile scorso, frutto della sparatoria avvenuta il 17 aprile 2025 nel campus dell’università dello Stato, con un bilancio di 2 morti e 6 feriti. L’imputato Phoenix Ikner avrebbe consultato l’intelligenza artificiale per ricevere consigli su armi e munizioni, l’orario e l’area migliore per colpire il maggior numero di persone. “Se quel bot fosse una persona, verrebbe accusato di concorso in omicidio premeditato”, aveva dichiarato Uthmeier in una conferenza stampa. Nell’occasione il procuratore della Florida aveva rammentato il lavoro del suo ufficio per perseguire i crimini legati all’uso dell’intelligenza artificiale: una condanna a 135 anni di carcere per un predatore sessuale; il processo in corso ad un presunto pedofilo, con 46 capi d’accusa relativi a materiale pedopornografico generato dall’IA .
La causa civile presentata il primo giugno invece accusa OpenAI di pratiche commerciali ingannevoli e sleali per accelerare i guadagni in barba ai rischi: “A causa delle false dichiarazioni degli imputati su ChatGPT e della loro negligente introduzione di ChatGPT in Florida e nel mondo, gli omicidi di massa sono stati aiutati (…), le persone vulnerabili sono state incoraggiate al suicidio (…) gli utenti hanno perso capacità di pensiero critico e i minori sono diventati dipendenti da uno strumento che finge compassione umana per raccogliere i propri dati senza la supervisione dei genitori. Lo sscopo del colosso? “Accumulare grandi fortune, nonostante conoscano il pericolo di ChatGPT”. In una dichiarazione, OpenAI ha affermato di ritenere che i minori “necessitino di una protezione significativa” e di aver “messo in atto protezioni e politiche all’avanguardia nel settore”. Anche le piattaforme social come Facebook, Instagram e TikTok ripetono da anni di fare tutto il possibile per tutelare gli utenti, soprattutto i minori. Ma la palla ora passa ai tribunali.
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