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Trump interrompe l’intervista con Nbc: “Siete faziosi e disonesti”. La giornalista: “Sono venuta fin qui dal Wisconsin”

L’intervista è durata un’ora. Ha dichiarato di considerare Mojtaba Khamenei “più razionale” di suo padre, di auspicare attacchi “più mirati” di Israele su Hezbollah e ha negato di aver mai assicurato di non coinvolgere gli Stati Uniti in nuove guerre, una promessa che però ha costituito un punto centrale della sua campagna per la rielezione nel 2024. Ma dopo sessanta minuti in cui si mostrava visibilmente agitato, Donald Trump ha bruscamente interrotto il colloquio con la giornalista di Kristen Welker, di Nbc news, registrato venerdì in Wisconsin e andato in onda oggi. Dopo che la giornalista ha insistito sul fatto che egli non avesse fornito la minima prova a sostegno delle sue contestate accuse secondo cui le elezioni del 2020 gli sarebbero state “rubate”. “Siete un network fazioso e disonesto”, ha tuonato il presidente. “Chiudiamola qui, perché ne ho abbastanza. Grazie, cara. Buona continuazione”, ha tagliato il tycoon.

WOW — Trump crashes out and cuts his interview with Welker short as she presses him on his lack of evidence for claiming elections are rigged

“You’re either crooked or you’re stupid. Let’s call it quits. Because I’ve had enough. Thank you darling,” he tells her.”

“I traveled… pic.twitter.com/qQaNIDnX4y

— Aaron Rupar (@atrupar) June 7, 2026

Welker ha insistito affinché Trump continuasse, ricordandogli di essersi recata appositamente in Wisconsin per l’intervista, ma il presidente ha rifiutato sostenendo di “essere rimasto seduto sotto la pioggia con te per un’ora”. “Ti ho concesso abbastanza tempo. Dovresti metterti in riga. Un Paese non potrà mai essere grande con una stampa disonesta”, ha attaccato. La giornalista ha poi ha rivelato di aver riparlato con il presidente che ha accettato di concederle una seconda intervista.

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La fabbrica del consenso di Israele: in un bando segreto della Difesa il piano per manipolare l’opinione pubblica globale

Il Ministero della Difesa israeliano ha messo a punto la creazione di un programma biennale volto a formare militari e funzionari in operazioni psicologiche per influenzare l’opinione pubblica globale. In totale 320 all’anno, selezionati tramite un bando interno, pronti a plasmare l’immagine di Israele e non solo in ambito internazionale. Il corso, aperto anche a non meglio definiti “partner stranieri” e che nella prima edizione pare sia partito nel 2025, include moduli “Black Hat” per aggirare i filtri di social media come Facebook e Google, puntando a manipolare attivamente percezioni e comportamenti. Questo sforzo strutturato si inserisce nel contesto della guerra di propaganda di Israele, mirato in particolare a risollevare i consensi negli Stati Uniti.

Il bando, svelato dalla piattaforma investigativa israeliana The Hottest Place in Hell e ripreso da +972, mostra che la maggior parte dei corsi – scrive InsideOver – “è orientata ad azioni ‘offensive’, definite come interventi mirati a ‘interrompere o manipolare le convinzioni, gli atteggiamenti e i comportamenti dei pubblici bersaglio'”. Nella lista dei corsi, sono due in particolare a colpire: uno, dedicato alle tecniche ‘Black Hat’, che insegna “la distribuzione e la promozione di contenuti illegittimi utilizzando strumenti e soluzioni tecnologiche – un percorso che bypassa Facebook e Google“, mentre “un altro modulo insegna a pianificare ‘operazioni informative allo scopo di influenzare la coscienza pubblica nell’arena locale e internazionale'”, compresa la creazione di testi ad hoc per situazioni e popolazioni specifiche, misurandone l’impatto in tempo reale. Poi ci sono moduli riservati all’intelligence “per l’influenza” e “culturale”, rispettivamente creati per alimentare le campagne psicologiche e per studiare i codici culturali di popolazioni target in modo da aumentare l’efficacia dell’azione. I corsi per gli stranieri – in particolare quelli su operazioni di influenza, intelligence per l’influenza e attivismo online – verranno tenuti in inglese: per quanto non siano classificati, vengono applicate misure di riservatezza per non svelare agli stessi docenti l’identità dei corsisti e il loro ruolo nell’intelligence.

Alla base di questa operazione ci sono i tentativi di Israele per riguadagnare terreno nell’opinione pubblica americana. A questo scopo, il ministero degli Esteri di Netanyahu ha avviato da tempo campagne digitali su Google e YouTube finalizzate a veicolare contenuti pro-Israele. L’acquisizione di Paramount Global da parte di Skydance Media, guidata dall’imprenditore David Ellison – figlio di Larry, multimiliardario fondatore di Oracle e che ha donato milioni di dollari alle forze armate israeliane – ha impresso una svolta fortemente filo-israeliana all’assetto del gruppo, che include anche Cbs. La transizione ha generato tensioni interne e un ampio dibattito mediatico per la gestione dei contenuti e le scelte editoriali, in particolare per la scelta della giornalista filo-israeliana Bari Weiss, diventata direttrice della tv. Peraltro Ellison, scrive il Financial Times, “si prepara a riunificare CBS e CNN sotto il suo controllo attraverso l’ acquisizione di Warner Bros Discovery per 111 miliardi di dollari”. Tra le campagne di influenza – e disinformazione – di Israele, anche quella che ha coinvolto influencer israeliani e stranieri e che si è svolta tra ottobre 2023 e dicembre 2024: l’obiettivo era quello di raccontare la guerra a Gaza promuovendo esclusivamente la narrazione dell’Idf. Israele continua tuttora a bloccare l’ingresso indipendente dei giornalisti internazionali nella Striscia.

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“L’esercito israeliano ha usato munizioni al fosforo bianco in zone densamente popolate in Libano”

Un video girato il 30 maggio scorso, mentre le forze israeliane prendevano il controllo del castello di Beaufort, in Libano. Ma ci sono anche altre immagini postate sui social e analizzate da esperti e gruppi umanitari che giungono alla stessa conclusione: l’esercito israeliano ha utilizzato munizioni al fosforo bianco in zone densamente popolate in Libano durante il suo nuovo conflitto con Hezbollah. A scriverlo è il New York Times, che ha verificato i video aiutandosi da esperti: le immagini mostrano le caratteristiche scie di fumo prodotte da questa sostanza altamente pericolosa su Nabatieh, cittadina di circa 40mila persone.

Il Times cita altri video verificati che mostrano l’utilizzo del fosforo bianco nella zona di Tiro e nei pressi di tre piccole località, Qlayaa, Khiam and Yohmor, in questi mesi di conflitto. Spesso usato dai militari per creare incendi e cortine di fumo durante i combattimenti, il fosforo bianco non è illegale in sé, ma il suo deliberato utilizzo contro i civili ed in zone abitate da civili costituisce una violazione delle leggi internazionali di guerra. Una volta esposto all’aria, il fosforo bianco prende spontaneamente fuoco ed è estremamente difficile spegnere gli incendi che provoca.

Interpellato dal Times, l’esercito israeliano ha negato ogni utilizzo delle munizioni di fosforo bianco in violazione delle leggi internazionali. “Le procedure dell’Idf richiedono che queste munizioni non siano usate in zone densamente popolate, fatte salve alcune eccezioni. Ciò è conforme e va oltre i requisiti del diritto internazionale”, recita una dichiarazione in cui si sottolinea che “i principali proiettili fumogeni usati dall’Idf non contengono” questa sostanza. “Come molti eserciti occidentali, l’Idf possiede proiettili fumogeni con fosforo bianco che sono legali rispetto alle leggi internazionali”, conclude la dichiarazione, sottolineando che queste munizioni “non vengono usate per tiri mirati o provocare incendi“.

In passato l’utilizzo da parte di Israele di fosforo bianco in zone densamente popolate è stato oggetto di rapporti come quello pubblicato nel 2024 da Human Rights Watch in cui si documentava il diffuso utilizzo della sostanza in Libano mettendone in discussione la necessità ed indicando l’esistenza di alternative più sicure, come le munizione M150. Il governo libanese dall’ottobre del 2023 ha inviato quattro lettere alle Nazioni Unite sollevando preoccupazione per l’utilizzo di fosforo bianco da parte di Israele. In una di queste lettere, datata 3 luglio 2024, si citano dati governativi secondo i quali oltre 600 incendi sarebbero scoppiati a causa dell’utilizzo di fosforo bianco nel Libano meridionale.

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“Sono stato male tutta la notte, non riesco a venire”: professore finge un malessere per andare all’addio al celibato dell’amico, ma una foto sui social lo incastra

Aveva pensato a tutto. Alla telefonata all’alba per avvisare la scuola che non sarebbe andato al lavoro, alla scusa della notte passata tra vomito e mal di testa e perfino alle pagine del passaporto da strappare per cancellare le tracce del viaggio. Quello che non aveva previsto era che qualcuno pubblicasse sui social una foto in cui compariva con una birra in mano all’aeroporto.

Protagonista della vicenda è Joe Wilson, insegnante di una scuola primaria di Rotherham, nel South Yorkshire, finito al centro di un procedimento disciplinare dopo aver finto di essere malato per partecipare invece all’addio al celibato di un amico in Portogallo. A raccontare la storia è la BBC, che cita le conclusioni della Teaching Regulation Authority.

Secondo quanto emerso durante l’inchiesta, il 18 maggio 2023 Wilson ha inviato un messaggio alle 5 del mattino spiegando che non sarebbe riuscito a presentarsi a scuola. “Sono stato male tutta la notte e ho un forte mal di testa“. La giustificazione è proseguita anche il giorno successivo. “Non sto ancora meglio, oggi non riuscirò a venire. Non riesco a trattenere né cibo né acqua, vi terrò aggiornati“, ha comunicato ai responsabili dell’istituto.

In realtà, secondo la commissione disciplinare, il docente si trovava in viaggio verso il Portogallo per partecipare a un addio al celibato. A far crollare la sua versione è stata una fotografia pubblicata online da altri partecipanti all’evento. Nello scatto compariva anche lui, immortalato in aeroporto con una pinta di birra in mano poche ore dopo aver comunicato alla scuola di essere troppo malato per lavorare.

Quando la vicenda è emersa, Wilson ha inizialmente sostenuto che le immagini risalissero a un viaggio precedente. Successivamente, secondo quanto riportato durante il procedimento, ha persino strappato alcune pagine del passaporto nel tentativo di nascondere la trasferta. Messo di fronte alle prove, ha infine ammesso di aver mentito per partecipare al weekend con gli amici.

La Teaching Regulation Authority ha concluso che il docente ha intenzionalmente ingannato la scuola e ostacolato le verifiche interne. Pur giudicando il comportamento incompatibile con gli standard richiesti alla professione, la commissione ha deciso di non vietargli l’insegnamento, ritenendo sufficiente la pubblicazione delle proprie conclusioni disciplinari.

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Alte colonne di fumo dai villaggi del Libano dopo gli attacchi israeliani: le immagini

Alte colonne di fumo si alzano sui villaggi del Libano meridionale dopo gli attacchi israeliani in diverse località. Israele ha lanciato un’operazione in Libano per sradicare il gruppo armato Hezbollah, sostenuto dall’Iran, che ha trascinato il Libano nella più ampia guerra in Medio Oriente lanciando missili per conto del suo finanziatore. Un cessate il fuoco che avrebbe dovuto porre fine ai combattimenti tra Israele e Hezbollah è entrato in vigore il 17 aprile, ma non è mai stato pienamente rispettato.

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La giostra a forma di missile ipersonico: la nuova attrazione “Oreshnik” inaugurata a San Pietroburgo – Video

La Russia ha inaugurato in un luna park di San Pietroburgo una nuova attrazione chiamata “Oreshnik“, in onore del suo missile ipersonico in grado di trasportare testate nucleari. La Russia ha lanciato missili Oreshnik, che viaggiano a 10 volte la velocità del suono, contro l’Ucraina almeno in tre occasioni.

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Drone russo colpisce il sito di stoccaggio nucleare di Chernobyl: danni e incendio. Ma i livelli di radiazioni sono nei limiti

Un drone russo ha colpito nella notte un edificio all’interno del sito dell’impianto centralizzato di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nella zona di Chernobyl, provocando un incendio e danni significativi alla struttura. L’episodio, confermato dalla società statale ucraina Energoatom e notificato all’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), riporta al centro dell’attenzione i rischi per la sicurezza nucleare legati al conflitto in Ucraina.

Secondo Energoatom, l’attacco è avvenuto intorno alle 2.10, ora di Kiev. Il drone avrebbe colpito l’edificio destinato alla ricezione dei contenitori per il combustibile esaurito, che risulta parzialmente distrutto. La società ucraina ha precisato che nel fabbricato danneggiato non era conservato materiale nucleare. L’Aiea, citando le informazioni ricevute da Kiev, ha riferito che l’attacco ha causato danni rilevanti alla facciata, alle finestre e alle porte dell’edificio, mentre anche strutture vicine sono state interessate dall’onda d’urto. I livelli di radiazione, tuttavia, restano entro i limiti previsti.

L’agenzia dell’Onu ha annunciato che un proprio team effettuerà a breve un’ispezione sul posto per valutare l’entità dei danni. Il direttore generale Rafael Grossi ha definito l’incidente “fonte di profonda preoccupazione”, sottolineando che l’attacco è avvenuto in un impianto che custodisce ingenti quantità di materiale nucleare a poca distanza dall’edificio colpito. Grossi ha inoltre ribadito che gli attacchi contro siti nucleari sono “del tutto inaccettabili” e rappresentano una violazione dei principi fondamentali della sicurezza nucleare durante i conflitti armati.

L’episodio si inserisce in una nuova ondata di attacchi russi che ha interessato diverse regioni ucraine. Nella regione di Zaporizhzhia, le autorità locali hanno denunciato bombardamenti notturni e nuovi raid nelle ore successive, che hanno provocato anche blackout parziali. Un uomo di 56 anni è morto durante un attacco con droni nella stessa regione, mentre un’altra vittima, un uomo di 59 anni, è stata registrata nella regione di Dnipropetrovsk. Almeno una persona è rimasta ferita e sono stati segnalati danni alle infrastrutture.

Sul fronte politico, il ministro degli Esteri ucraino Andrii Sybiha ha accusato il presidente russo Vladimir Putin di aver respinto l’opportunità di avviare colloqui diretti con il presidente Volodymyr Zelensky per porre fine al conflitto. In un messaggio pubblicato sui social, Sybiha ha sostenuto che il protrarsi della guerra rischia di aggravare ulteriormente le difficoltà economiche e militari della Russia.

Le nuove tensioni arrivano mentre Zelensky è atteso a un confronto con i leader di Francia, Germania e Regno Unito sulle prossime mosse diplomatiche e militari. Secondo recenti analisi basate sui dati dell’Institute for the Study of War, l’Ucraina avrebbe riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso nel mese di maggio per il secondo mese consecutivo, mentre l’economia russa continua a fare i conti con inflazione, aumento della pressione fiscale e carenza di manodopera.

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Prodotti trafficati illegalmente e prezzi alle stelle: gli Usa colpiscono l’economia cubana usando anche il mercato nero

Navi private Usa attraccano a Matanzas. Portano carburante – benzina e gasolio -, che poi viene rivenduto a tre o a cinque dollari al litro. “Il prezzo è inaccessibile, ma le macchine girano ancora”, ci dice Norberto Pérez, 41 anni, che risiede nella città portuale. Si salvano a malapena la Chiesa o altri enti umanitari. “Paghiamo due euro al litro per attività con finalità umanitarie. Di più sarebbe insostenibile”, spiega un operatore Caritas, che chiede l’anonimato.

Il carburante viene trasportato da ditte Usa, tra cui Apacargo Express e Katapulk Marketplace LLC. Non c’è embargo che tenga. Le ditte, divenute spesso oggetto di controversia, hanno licenze Ofac o del Bureau of Industry and Security. Poi, la merce va nelle mani di oligarchi, militari e luogotenenti. Che si sono arricchiti negli ultimi mesi. “Questo tempo di crisi è stato fonte di prosperità per alcuni”, lamenta Yulitza Márquez, 30 anni, due figli, disoccupata. “Qui non ci resta che emigrare. I prezzi sono alle stelle”, lamenta. Va così anche con il cibo, le medicine e altri beni primari. Il mercato ero si è sostituito a quello convenzionale. “Parliamo di un’occupazione subdola e silenziosa, che non necessita cannoni ed erode il tessuto sociale ed economico dell’Isola, escludendo i settori più fragili della popolazione. È una storia già vista in Romania, Albania e altri luoghi. Ed è solo l’inizio”, commenta Massimo Nevola, padre gesuita, rientrato dall’Isola poco fa. “Metà della popolazione, pur soffrendo, si arrangia e vive con dignità. Preoccupa la tenuta del 30% di loro, costretto a frugare nella spazzatura per trovare da mangiare”, aggiunge Nevola. A lui l’invasione Usa non sembra molto vicina: “Il costo politico sarebbe troppo alto. E i cubani sarebbero contrari, nonostante la crisi”. L’invasione delle merci serve anche a rendere gli Usa fornitore esclusivo dell’Isola, scavalcando Cina e Russia. Palazzo della Revolución chiude un occhio, poiché carente di alternative. Alla fine il presidente Miguel Díaz-Canel, fedelissimo di Castro, può fare ben poco per invertire la rotta.

Fonti riservate riferiscono che, per uscire dalla crisi, L’Avana sarebbe anche disponibile a consegnare le terre ai contadini, anche aprendo alla privatizzazione. Manca però la manodopera. Buona parte della popolazione (1,7 milioni di persone) è all’estero. E chi è dentro non vuole tornare nei campi.

Del resto “ciascuno sopravvive come può”, ci racconta Daniel Pedraza Díaz, che denuncia l’indifferenza del resto del mondo.
“Conoscere tutti la situazione che si vive nel mio Paese. Sapete che c’è crisi e repressione; che mancano medicine e altri beni primari. Ma nessuno fa niente”. Pure l’ultimatum del 5 giugno imposto dagli Usa – che ha minacciato sanzioni contro le aziende straniere – è passato inosservato. “Di geopolitica si parla più all’estero: la gente è concentrata sul qui e ora, facendo lunghe file per comprare qualcosa da mangiare. Alcuni vivono senza gas e altri senza luce o senz’acqua per intere giornate. Anche il cibo va a male, poiché non può essere conservato”, ci racconta Inneris Suarez, responsabile di Sant’Egidio a L’Avana. “La vita è ferma. Non ci sono trasporti. Ho fatto cinque chilometri in taxi per visitare una giovane in ospedale: è costato 6.500 pesos (quasi 300 dollari, ndr), che è il doppio del mio stipendio”. I rincari paralizzano la vita. Serve una pensione, mille pesos (quasi 36 dollari) per pagare un litro d’olio. La popolazione è al limite. D’altro canto, i prodotti erogati dal governo, attraverso la Libreta de abastecimiento, non durano nemmeno due settimane. Le folle si concentrano davanti alle mense, anche se non c’è cibo per tutti.

“La crisi sta cambiando anche il volto della gente. Ci è stato rubato il buonumore che un tempo ci caratterizzava. Soprattutto all’Avana vecchia, dove le abitazioni, assai datate, non reggono il caldo”, racconta Inneris. Persino i proclami “Cuba Libre” o “Ben vengano gli americani” sono indotti dalla disperazione. Gerardo Torres, anche lui operatore umanitario, ci spiega che, “spinto al limite, il popolo esprime la sua rabbia, anche senza tener conto delle conseguenze. Serve invece un vero dialogo, con aperture da parte del governo e meno prepotenza da parte degli Usa. Ma le parti sembrano lontane da un’intesa reale”.

Nel frattempo il carovita – l’inflazione è oltre il 14% – divora le rimesse che un tempo garantivano la sopravvivenza dei più fragili. “Quei cento o duecento dollari, che sono un sacrificio per chi vive e lavora altrove, non ci bastano più”, dice Grisel Acosta, 72enne, il cui figlio la aiuta da Madrid. “C’è uno scollamento mai visto tra prezzi e soldi a disposizione che non si era mai visto e che ci rende tutti più poveri, anche chi ha lavorato tutta la vita e ora vede sparire i propri risparmi”, conclude.

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Mondiali 2026, chi non paga il mantenimento ai figli resta fuori dagli stadi: la scelta dell’Argentina che fa discutere

L’11 giugno 2026 prenderà il via la Coppa del Mondo FIFA che per oltre un mese, fino al 19 luglio, monopolizzerà l’attenzione di milioni di persone tra Stati Uniti, Canada e Messico. In Argentina, come sempre accade quando si parla di Mondiali, l’attesa assume contorni quasi religiosi. Il calcio è identità nazionale, memoria collettiva, linguaggio comune.

Eppure, proprio mentre migliaia di tifosi stanno programmando viaggi, acquistando biglietti e sognando di seguire la Selección nella difesa del titolo conquistato in Qatar, una parte di loro rischia di restare fuori dai cancelli degli stadi. Non per problemi di ordine pubblico. Non per precedenti di violenza. Non per motivi di sicurezza internazionale. Ma per non aver versato l’assegno di mantenimento ai propri figli.

La decisione, adottata dalle autorità argentine, rappresenta una delle misure più innovative e discusse degli ultimi anni nel campo della tutela dei diritti dell’infanzia. Attraverso l’integrazione tra il Registro dei Debitori Alimentari Morosi e il programma di sicurezza Tribuna Segura, chi risulta inadempiente nei confronti dei propri figli può essere identificato durante i controlli e vedersi negato l’accesso agli impianti sportivi. Il progetto, inizialmente applicato alle competizioni nazionali, punta ora a estendere il divieto anche alle partite del Mondiale 2026.

A prima vista potrebbe sembrare una misura simbolica. In realtà nasce da un problema sociale enorme, spesso invisibile. Secondo un rapporto dell’Unicef pubblicato nel 2024, il 56% delle madri argentine non riceve regolarmente l’assegno di mantenimento quando il padre non vive più nella stessa casa. Dietro questa percentuale si nascondono milioni di bambini e adolescenti che vedono compromesso l’accesso a beni essenziali, dall’alimentazione alla salute, dall’istruzione alle attività ricreative. Una statistica che racconta molto più di una semplice controversia economica tra ex partner: racconta una forma di disuguaglianza strutturale che colpisce soprattutto donne e minori.

Per comprendere la portata della decisione argentina è necessario ricordare che l’assegno di mantenimento non è un favore né una concessione volontaria. È un obbligo giuridico che deriva dalla responsabilità genitoriale. Significa contribuire alle spese necessarie per garantire ai figli una vita dignitosa, indipendentemente dalla fine di una relazione affettiva. Eppure, in gran parte dell’America Latina, il mancato pagamento degli alimenti continua a essere uno dei principali fattori di impoverimento delle famiglie monoparentali, quasi sempre guidate da donne.

La novità introdotta da Buenos Aires consiste nell’aver spostato la questione dal piano privato a quello pubblico. Per anni i debitori alimentari sono stati perseguiti attraverso procedure giudiziarie spesso lente e inefficaci. Oggi l’Argentina tenta una strada diversa: colpire dove l’impatto sociale e simbolico è maggiore. Nel paese di Maradona e Messi, infatti, essere esclusi da una partita della nazionale equivale a essere esclusi da uno dei principali rituali collettivi della vita pubblica.

La scelta non è casuale. Il calcio rappresenta uno dei pochi spazi in grado di generare una pressione sociale immediata. Una multa può passare inosservata, una causa civile può trascinarsi per anni. Restare fuori dallo stadio durante un Mondiale, invece, è qualcosa che produce conseguenze tangibili e visibili. Il messaggio delle autorità è tanto semplice quanto diretto: chi non rispetta i diritti dei propri figli non può pretendere di godere normalmente dei privilegi della vita sociale.

Naturalmente il provvedimento ha aperto un dibattito. I sostenitori ritengono che si tratti di una misura proporzionata e coerente con il principio del superiore interesse del minore, riconosciuto dalla Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia. I critici sostengono invece che il rischio sia quello di privilegiare la dimensione punitiva rispetto alla risoluzione concreta del problema. Impedire a una persona di entrare allo stadio non garantisce automaticamente che il denaro arrivi nelle tasche dei figli. Tuttavia, anche chi avanza queste obiezioni riconosce che il fenomeno richiede strumenti nuovi, poiché quelli tradizionali hanno dimostrato limiti evidenti.

L’aspetto forse più interessante della vicenda è che essa racconta una trasformazione più ampia nel modo in cui gli Stati affrontano la protezione dei diritti dell’infanzia. Sempre più spesso le amministrazioni pubbliche collegano l’accesso a determinati benefici, servizi o attività al rispetto di obblighi familiari e sociali. In questo caso il calcio diventa uno strumento di politica pubblica. Non per punire il tifoso, ma per ricordare che la responsabilità genitoriale non può essere sospesa nel momento in cui una relazione termina.

Alla vigilia del Mondiale 2026, uno dei più grandi spettacoli sportivi del pianeta, l’Argentina lancia dunque un messaggio che va ben oltre il calcio. In una società che troppo spesso normalizza l’inadempienza paterna e scarica sulle madri il peso economico e affettivo della cura, il paese sceglie di affermare una priorità precisa. Prima della partita, prima del tifo, prima della passione per “La Albiceleste”, vengono i diritti dei figli.

Mentre Messi si prepara all’ultimo Mondiale della sua carriera e milioni di argentini sognano un nuovo trionfo, Buenos Aires lancia un messaggio semplice e difficile da contestare: il primo dovere di un padre non è sostenere la nazionale ma sostenere i propri figli. E questa volta, per entrare allo stadio, potrebbe essere necessario dimostrarlo, pena un cartellino rosso e l’espulsione.

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Centinaia di droni ucraini attaccano San Pietroburgo. Zelensky: “Sono le nostre sanzioni a lungo raggio e funzionano”

Putin raffredda ogni ogni prospettiva di vertice dopo la lettera aperta con cui Zelensky aveva rilanciato l’ipotesi di un incontro diretto. E dall’Ucraina, come ha confermato il suo presidente, è partito un massiccio attacco su vasta scala di droni su San Pietroburgo, dove sono rimaste ferite quattro persone, tra cui un bambino. Un raid avvenuto in coincidenza con la chiusura del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (Spief), mentre il governatore della città baltica, Alexander Beglov, ha rivolto un appello senza precedenti alla popolazione perché rimanesse in casa. Un altro bombardamento di droni ucraini era avvenuto nella giornata inaugurale, il 3 giugno. “Stanotte, i nostri droni hanno percorso una distanza di circa mille chilometri fino alla regione di San Pietroburgo, agli arsenali della Marina nemica e a una base a Kronstadt“, ha scritto Zelensky su X, rivendicando il lancio di droni sulla Russia e definendoli “sanzioni”. “È ora di porre fine a questa guerra. Ma il leader della Russia vuole continuare a combattere. È per questo che le sanzioni ucraine contro questa aggressione stanno funzionando”, ha affermato.

“Le nostre sanzioni a lungo raggio hanno raggiunto anche circa 500 chilometri nella regione di Krasnodar e hanno colpito un deposito di petrolio. Questi sono importanti risultati degli sforzi congiunti dei guerrieri delle Forze Armate ucraine, del Servizio di Sicurezza dell’Ucraina e dell’Intelligence della Difesa dell’Ucraina. La Russia deve porre fine alla sua guerra e fermare i suoi attacchi. Qualsiasi manifestazione di ingiustizia contro l’Ucraina riceverà una risposta giusta”, ha concluso.

Alexander Drozdenko, governatore della regione di Leningrado, di cui San Pietroburgo è capoluogo, ha detto che “in un attacco senza precedenti, sono stati abbattuti 144 droni nemici sopra il territorio della regione”. Drozdenko ha aggiunto che i detriti di uno dei droni, precipitati al suolo, hanno causato un incendio “presso un impianto del ministero della Difesa a Bolshaya Izhora”, provocando il ferimento di 4 persone. Uno solo di questi è stato ricoverato in ospedale, mentre gli altri tre, tra cui un bambino, hanno ricevuto assistenza medica sul posto. Oltre 600 persone sono state evacuate dalla zona.

Intanto, al Forum economico di San Pietroburgo si fatto in larga misura finta che la guerra non esistesse, malgrado le colonne di fumo nero sollevate da un attacco di droni di Kiev sulla città ad accogliere i partecipanti al loro arrivo in città mercoledì mattina. Non palpabile il disagio fra i partecipanti, il ‘gotha’ dell’economia e della finanza del Paese. Nulla è stato detto al Forum su come potrà essere affrontata la crisi in vista che non intaccherà il modello dominante, anche se il cash flow delle grandi imprese ha cominciato a risentirne, e rischia di portare, oltre che allo scontento del mondo dell’impresa, anche aumenti delle tasse e altre misure restrittive per le persone della classe media.

“L’economia russa può sostenere un peso di queste dimensioni quasi indefinitivamente. La questione non è quanto si possa andare avanti. O se l’economia possa sostenere la spesa attuale destinata al comparto militar industriale. La questione è piuttosto come ulteriori aumenti della spesa potranno essere finanziati, quando sarà necessario”, ha spiegato, citato dal Moscow Times, l’economista Dmitry Nekrasov, già direttore del Centro di analisi del servizio federale per il fisco, dichiarato ‘agente stranierò e ora all’estero, sottolineando che il peso della crisi ricadrà su chi al forum non è stato invitato. Nel clima della conferenza, tradizionale occasione per attrarre investimenti, quindi da cui ogni forma di pessimismo è bandita, qualche lapsus nel generale clima di rimozione è stato fatto.

(nella foto: droni su San Pietroburgo il 3 giugno 2026)

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