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Programa de rádio «A Rua 80» leva a festa a 8 concelhos do Algarve

A Rua 80, programa de rádio de referência na música dos anos 80 no Algarve, celebra este ano o seu 15º aniversário. Para assinalar a data, lança a Tournée Rua 80 – 15 Anos, com 23 festas temáticas, animadas pelo DJ Nuno Silva, que saem dos estúdios da RUA FM para ocupar praças, jardins e espaços culturais entre 6 de junho, em Alte (Loulé), e 26 de setembro, na Cortelha (Loulé).

As festas passam pelos oito concelhos de Loulé, Portimão, Silves, Vila Real de Santo António, São Brás de Alportel, Vila do Bispo, Castro Marim e Olhão, com paragens em zonas turísticas emblemáticas, como Armação de Pêra, Monte Gordo e Quarteira, mas também no interior, reforçando o compromisso da marca com a coesão territorial.

O projeto conta com o apoio crescente de juntas de freguesia, câmaras municipais e associações locais. A entrada é livre.

«A “Festa da Rua 80” é mais do que um evento musical; é um espaço de partilha de memórias afetivas. Quando ouvimos aquelas canções, todos temos uma história para contar. Queremos que o Algarve inteiro se sinta parte desta celebração», explica Nuno Silva, DJ e criador do projeto.

Sul Informação

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Fernando Pessanha apresenta o pirata e corsário Rui Valente em Castro Marim

Uma sessão pública dedicada à apresentação da obra O Cavaleiro Rui Valente: um pirata e corsário de Faro, no Algarve do século XV, da autoria do historiador Fernando Pessanha, está marcada para sexta-feira, 12 de Junho, às 19h00, na na Taberna e Loja Medieval “O Velho Cavalinho”, em Castro Marim.

Trata-se de uma sessão promovida pela Comendadoria do Algarve do Grão‑Priorado de Portugal da Ordem Militar e Hospitalária de São Lázaro de Jerusalém.

A Taberna e Loja Medieval “O Velho Cavalinho” é apresentada como um «local cuja ambiência histórica reforça o caráter evocativo da obra e o enquadramento cultural da iniciativa».

A sessão contará com a presença do autor, sendo a apresentação conduzida por Mariana Ornelas do Rego.

A obra em destaque foi distinguida com o 1.º lugar na 3.ª edição do Prémio de Ensaio Histórico da União das Freguesias de Faro.

Com esta iniciativa, a Ordem de São Lázaro diz reafirmar «o seu compromisso em preservar e difundir a memória histórica, promovendo o conhecimento e valorizando os testemunhos que, ao longo dos séculos, moldaram a identidade espiritual, cultural e cavaleiresca do território algarvio».

Clique aqui para ler uma reportagem completa sobre o cavaleiro e corsário Rui Valente e o livro que, sobre ele, escreveu Fernando Pessanha.

Sul Informação

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Da Garlasco a Netflix, come il true crime è diventato un’industria. I dati di Giordano

È da diversi anni che l’interesse digitale per il true crime ha frantumato la nicchia nella quale per molto tempo è stato relegato – in parte, anche volontariamente per non pagare pegno a quel pregiudizio moralizzante, oggi molto meno diffuso di una volta, che censurava ogni forma di monetizzazione e di spettacolarizzazione della tragedia umana – diventando così molto più di una tendenza passeggera, di una curiosità episodica. Il true crime, in particolare quello italiano, è in una fase di definitiva maturazione, parliamo di un genere che si è strutturato come un vero e proprio mercato. Del resto, se così non fosse non si spiegherebbero neanche l’attenzione crescente da parte dei talk televisivi, alcuni dei quali devono la loro programmazione e fortuna proprio alla notiziabilità del tema, o quella che ha spinto diverse media company a investire nella produzione e distribuzione sulle principali piattaforme di streaming, ma non solo, di mini-serie dedicate ai delitti e ai misteri che hanno catalizzato per intere settimane e mesi ogni secondo della nostra attenzione.

Su Netflix è ancora possibile on demand seguire la docu-serie Vatican girl, che ricostruisce per filo e per segno e in modo avvincente la vicenda di Emanuela Orlandi, scomparsa a Roma nel 1983. Mentre, qualche anno fa, era il 2023, Sky crime ha raccontato la storia dell’omicidio di Meredith Kercher, la giovanissima studentessa inglese trovata morta nella sua casa di Perugia, dove studiava all’Università per stranieri, la mattina del primo novembre 2007 e il travagliato percorso processuale che portò prima alla condanna e poi all’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito. Poi non sono mancate le serie sugli omicidi di Sarah Scazzi, di Elisa Claps e Yara Gambirasio, ma ciò che ha contribuito a sdoganare definitivamente il genere e trasformarlo in un prodotto commerciale è stato il lavoro di alcuni podcaster e youtuber. In particolare, tra i primi ci sono Pablo Trincia e Alessia Rafanelli che hanno realizzato Veleno, podcast che ha raggiunto un’audience straordinaria, nel quale i due ricostruivano una vicenda che non tutti ricordavano, quella dei cosiddetti diavoli della bassa modenese.

Mentre, passando a YouTube, a dare il là al successo del genere ci hanno pensato Luca Zanella con il suo canale DarkSide, che conta oggi 123 mila iscritti, Francesca Bugamelli, in arte Bugalalla, nota per il suo canale YouTube Bugalalla crime, che ha una fanbase di 307 mila iscritti. Entrambi hanno pubblicato decine di video sull’omicidio di Chiara Poggi, avvenuto nell’agosto del 2007, in particolare dall’anno scorso con la riapertura delle indagini della Procura di Pavia a carico di Andrea Sempio. Entrambi, nei video che hanno incassato migliaia di visualizzazioni, hanno diffuso gli atti processuali, a volte anche inediti, stralci di intercettazioni e persino presunte registrazioni audio che hanno riacceso il dibattito su uno dei misteri italiani più discussi. YouTuber e podcaster che grazie alla vicenda Garlasco hanno aumentato notevolmente i loro fandom social, sono diventati delle celebrity e grazie a questa popolarità hanno pubblicato libri e vengono invitati nei salotti televisivi o partecipano a convegni e rassegne varie.

Sempre su YouTube, per restare sull’omicidio Poggi è nato, sempre l’anno scorso quando la curiosità e l’interesse degli utenti si è improvvisamente riacceso, un profilo che conta già 18 mila iscritti e che si chiama Garlasco channel, dove è possibile trovare analisi dettagliate, ricostruzioni, interviste, e approfondimenti per comprendere ogni sfumatura di questa vicenda che ha segnato la storia della giustizia italiana. In questi ultimi 14 mesi, cioè da quando a marzo del 2025 il procuratore capo della Repubblica di Pavia, Fabio Napoleone, ha deciso di indagare nuovamente sull’omicidio per il quale è stato condannato a 16 anni di reclusione l’ex fidanzato Alberto Stasi, il termine Garlasco, toponimo della cittadina pavese in questi anni è diventato suo malgrado anche l’etichetta mediatica che sintetizza tutto ciò che riguarda la vicenda, è stata utilizzato in Rete da oltre 29 mila autori unici con un milione e mezzo di menzioni. Ma, qui il dato diventa ancora più straordinario e ci aiuta a comprendere l’esplosione di questo genere, le menzioni su Garlasco hanno generato un volume totale di 26,7 milioni di interazioni. Numeri di per sé già notevoli, ma che crescono ancora di più se alla prima keyword – la parola-chiave del monitoraggio di listening – aggiungiamo un secondo termine di ascolto del parlato digitale, questa volta però nominativo. Infatti aggiungendo il nome Andrea Sempio nell’ultimo mese, da quando si è avuta la conferma di un suo coinvolgimento nell’indagine, le interazioni totali sono arrivate a ben 31 milioni. C’è da scommettere che cresceranno ancor di più con i possibili sviluppi investigativi.

A conti fatti, il driver Garlasco ha avuto questa audience digitale dirompente non tanto perché metteva in discussione una verità processuale acquisita che ha portato, dopo due assoluzioni, alla condanna di Stasi, ma perché la riapertura dell’azione investigativa si è innestata in una bolla già matura, in una community uscita dall’auto-isolamento e che da anni produce contenuti che hanno incassato attenzione e milioni di visualizzazioni e interazioni.

Formiche 225

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Teatro do Mar apresenta em Sines espetáculo de rua itinerante “Strata”

O Teatro do Mar estreou ontem e volta a apresentar hoje, sábado, em Sines, o espetáculo “Strata”, uma criação de rua itinerante que cruza dança, teatro físico, acrobacia e instalação, e aborda questões como a produtividade e o desgaste. 

A mais recente produção da companhia alentejana propõe um olhar sobre as várias camadas que o ser humano constrói na vida quotidiana.

“’Strata’ significa camadas e, curiosamente, é a origem da palavra ‘street’, rua, e também da palavra estrada, mas a relação maior [do espetáculo] tem a ver com esta coisa das camadas”, referiu a encenadora Julieta Aurora Santos.

Em declarações à agência Lusa, a também diretora artística explicou que o espetáculo se debruça sobre o facto de o ser humano “estar sempre a produzir” e da necessidade de ser “sempre eficaz”, numa “busca [pelo] sucesso”.

“Na verdade, é um sistema sempre ligado à produtividade”, que alterou “a nossa relação com o tempo” e nos deixa com “a sensação de que não temos tempo para nada”, observou. 

Segundo Julieta Aurora Santos, esta lógica de produtividade constante provoca “um desgaste muito grande no corpo, ao longo do tempo, que vai criando camadas”, podendo refletir-se em problemas como o stress, a ansiedade e outras doenças associadas à saúde mental.

“Tenho sempre uma perspetiva social, no meu trabalho artístico, de olhar para o mundo e perceber quais são as doenças da sociedade”, realçou a encenadora, salientando que, em “Strata”, o foco está no “desgaste e na lógica contemporânea de produtividade”.

Ao longo do espetáculo, os intérpretes Carlos Campos, João Pataco, Joana Teixeira, Luís João Mosteias e Sofia Santos deixam “sair camadas” até ser “revelada a vulnerabilidade dos corpos que começam muito eficazes”, desvendou.

Segundo a encenadora, o público é convidado a viver a experiência de forma física, acompanhando o percurso do espetáculo, “que se adapta ao público presente” e “à arquitetura da rua”, até uma instalação final. 

“O espetáculo não tem texto. Como a esmagadora maioria dos espetáculos do Teatro do Mar, é um espetáculo físico, e provoca o espetador a viver a experiência connosco”, revelou. 

“Strata” é dedicado a Luís Santos, colega e amigo do Teatro do Mar durante cerca de 20 anos, que morreu no passado dia 04 de maio, autor da cenografia da instalação que constituiu o seu último trabalho artístico. 

“Esta presença e esta ausência fazem parte das camadas de que o espetáculo é feito e dedicamo-lo a ele com todo o coração”, afirmou Julieta Aurora Santos. 

Depois da estreia de ontem, o espetáculo volta a ser apresentado este sábado, às 19h00, no exterior do Centro de Artes de Sines.

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Governo distingue Lídia Jorge e debate o impacto da tecnologia no 4.º Fórum Cultura

Escritora algarvia recebe Medalha de Mérito Cultural em Loulé

A escritora Lídia Jorge será distinguida com a Medalha de Mérito Cultural pelo Governo, no âmbito da 4.ª edição do Fórum Cultura, que decorre nos dias 8 e 9 de junho, no Algarve, cuja cerimónia, presidida pela Ministra da Cultura, Juventude e Desporto, está marcada para as 18h30 de 8 de junho, segunda-feira, no Auditório do Solar da Música Nova, em Loulé.

Será a oportunidade de reconhecer uma das grandes intérpretes do Portugal contemporâneo, com uma obra que reflete, de forma sensível e profunda, as transformações sociais das últimas décadas”, afirma Margarida Balseiro Lopes.

O evento contará com a participação do artista Dino D’Santiago e de um quinteto de sopros do Conservatório de Música de Loulé.

O Fórum Cultura arranca na manhã de dia 8, no Museu Zer0, em Tavira, o primeiro do país dedicado à arte digital, com a habitual reunião de trabalho à porta fechada com os responsáveis pelas entidades tuteladas pelo Ministério na área da Cultura e representantes das Comissões de Coordenação e Desenvolvimento Regional.

A partir das 14h30, o mesmo espaço acolhe a sessão pública “Impacto da tecnologia na Cultura: efeitos e novas expressões”. Especialistas de várias áreas, como o artista Leonel Moura, a professora catedrática Mirian Tavares, o cineasta Mário Patrocínio, a cantora Viviane ou Pedro Pina, vice-presidente do YouTube, abordam os desafios da digitalização e as novas formas de criação artística.

Margarida Balseiro Lopes

Para Margarida Balseiro Lopes, “a tecnologia deve estar ao serviço da Cultura, mas não pode substituir a visão, o pensamento crítico, a sensibilidade e a experiência humana”. Uma posição sublinhada na reunião informal dos Ministros da Cultura da União Europeia que decorreu esta semana em Nicósia, Chipre.

No dia 9 de junho, o Teatro das Figuras, em Faro, recebe a sessão “Políticas Culturais para a Música: da criação à circulação” com vários agentes e entidades culturais. A iniciativa pretende identificar respostas para um setor em transformação, marcado por novos modelos de negócio e desafios para a criação artística.

É preciso refletir sobre as condições da produção e da circulação da música e os novos padrões de consumo e os impactos no trabalho, valorização e reconhecimento dos artistas portugueses”, considera a Ministra afirmando que “uma discussão que é e será sempre indissociável da importância dos hábitos culturais e está em linha com uma das prioridades do Governo: mais Cultura para todos.

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La Biennale Teatro diretta da Willem Dafoe apre con Miyagi e Banushi: purezza o disimpegno?

“E qualcosa rimane/ tra le pagine chiare e/ le pagine scure”: con l’eco di anni lontani che furono detti ‘di piombo’, la polemica sul dichiarato disimpegno di Francesco De Gregori continua a tener banco. Eppure, si sa che ’sono solo canzonette’, ormai dal 1980, da quando Edoardo Bennato ha voluto mettere la parola fine a un certo cantautorismo politico. Ma il mondo delle rappresentazioni cosiddette artistiche della realtà offre ogni giorno sempre buoni pretesti per accapigliarsi.

Si apre a Venezia, per esempio, una Biennale Teatro dal maiuscolo titolo “ALTER NATIVE”, che fa tanto contro-cultura da sembrare pescato in un vecchio numero della rivista ‘Re Nudo’. Ciò non toglie che sia la rassegna istituzionale che segna l’apice internazionale di una stagione dei festival che anche in Italia si sta presentando con scelte diverse. Così pare da quanto s’è visto ai primi assaggi a Milano, con un eccellente FOG 2026 in Triennale Teatro, poi con LIFE di Zona K, dedicato alla polarizzazione politica, con ‘Presente Indicativo’ al Piccolo Teatro, piuttosto che, in questi stessi giorni, con il sostanzioso 30mo festival Da vicino nessuno è normale di Olinda all’ex ospedale psichiatrico Pini. E anche se si alza lo sguardo verso le grandi manifestazioni europee per studiarne i programmi, si nota che oggi i nomi di punta del teatro, della danza e delle arti performative privilegiano uno spiccato interesse per la realtà, prima ancora che la ricerca della bellezza e della poesia, o meglio attraverso di essa.

Di questa seconda edizione di Biennale affidata a Willem Dafoe – sempre che si possa parlare di costruzioni coerenti di linee editoriali – si nota una scelta di fondo legata invece all’idea di un teatro artistico per così dire ‘allo stato puro’. Questa linea s’intuisce fin dalla doppia apertura, davvero originale, di domenica 7 giugno: la riproposta di ‘Ragada’, primo atto del Romance Familiare di Mario Banushi, che avverrà nel contesto di un salotto privato, in Ca’ Malcanton; e la prima europea, al Teatro Piccolo Arsenale, di ‘Mugen Noh Othello’ di Satoshi Miyagi, rivisitazione allegorica orientale di un classico shakespeariano.

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6- Willem Dafoe_ph. Andrea Avezzù, Courtesy La Biennale di Venezia_AVZ-8125

Banushi è una sorta di nuova stella del post-teatro europeo, greco di origine albanese, giovane autore di una prima trilogia di storie di famiglia rappresentate senza che in scena sia pronunciata una sola parola, la sua visionarietà oscilla tra la tradizione popolare mediterranea e un’estetica che si direbbe queer. Satoshi Miyagi è un maestro riconosciuto del teatro classico giapponese: in questo suo recente capolavoro ribalta Otello nella chiave di una Desdemona dall’immenso potere mistico, riportando addirittura Shakespeare dentro il Mugen Noh, ‘variazione ancora più spirituale del Teatro Noh che guarda a un’antica pratica religiosa di pacificazione degli spiriti rabbiosi’.

Così lo stesso Miyagi ha dichiarato in un’intervista recente a Cristina Piccino su ‘Alias’, dove ha poi toccato con invidiabile chiarezza i temi forti dell’attualità del teatro: ‘Abbiamo la tecnologia, l’intelligenza artificiale ma se guardi la tragedia greca le questioni e i conflitti i dei suoi personaggi sono gli stessi ai quali ci si confronta oggi. C’è poi un altro punto: i testi moderni si identificano col punto di vista di una singola persona mentre nei testi classici la visione è generale. Va oltre una vita, una storia, una realtà specifica che di per sé va bene ma restituisce una immagine più individuale. I classici invece permettono una lettura universale che come in Shakespeare non appartiene solo al suo tempo’.

Ecco, l’accostamento di questo ‘Mugen Noh Othello’ dichiaratamente spirituale e universalista, in apertura di Biennale, con il primo atto teatrale domestico, e per pochi intimi, del romanzo familiare personale di Banushi, fa riflettere ben aldilà dei contrasti estetici e poetici che rivela. In fondo ci racconta di un mondo occidentale che, pur ancora intriso di tossicità ideologiche e derive pseudo-identitarie, vede le classi medio-alte delle nuove generazioni imboccare decisamente la via d’uscita sociale e culturale della singolarità (o della singolarizzazione).

Attenzione: l’atteggiamento ‘singolarista’ è qualcosa di diverso dal cosiddetto individualismo, inteso anche nel senso buono, di un certo anticonformismo alla De Gregori, per intenderci. E’ quello che la filosofa Francesca Rigotti, in un pamphlet del 2021 per Einaudi, aveva definito L’era del singolo, in cui ‘ognuno è originale e speciale e realizza un’opera d’arte unica e irripetibile, la propria vita’. Ed è questo profilo intenzionalmente singolarista a dividere il pubblico di età più matura o più engagé rispetto al ‘romance familiare’ di Banushi, che in fondo è l’esempio aulico di un certo teatro generazionale che si vede sovente in scena anche in Italia. Forse questa Biennale Teatro, con un programma tanto internazionale, sarà davvero così ‘alternativa’ da evocare in concreto la suggestione che si possa superare lo steccato tra singolare e plurale?

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Chi paga le nostre scelte

Qualche giorno fa siamo tornati a casa stanchi dal lavoro, abbiamo messo a bollire l’acqua per la pasta. Abbiamo aperto un barattolo di pelati e ci siamo preparati un sughetto rapido. Abbiamo condito la pasta e abbiamo acceso la tv. Al telegiornale abbiamo ascoltato di quattro braccianti morti arsi vivi dai loro aguzzini, che li obbligavano a dormire in dieci nella stessa stanza e non volevano pagare loro il pattuito, che comunque sarebbe stato sempre troppo poco per un lavoro faticosissimo, ripetitivo, da fare a temperature improponibili.

Ci siamo indignati, abbiamo pensato che sono dei criminali e abbiamo augurato loro di passare il resto della vita in carcere, a pagare quello che avevano fatto a dei lavoratori inermi.

Poi abbiamo girato il viso, incrociando con gli occhi il barattolo di pelati. Quello arraffato nello scaffale più basso al supermercato, quello primo prezzo.

No: non è colpa nostra se quei braccianti sono morti. Sì, il caporalato è un reato, e va perseguito dalle autorità, che devono fare il massimo possibile per evitare che queste cose succedano. Qualcuno direbbe che i cittadini non possono farsi carico di questi problemi, e forse ha ragione. Ma anche le nostre piccole scelte quotidiane possono fare la differenza: e non possiamo chiudere gli occhi quando le facciamo.

Avete mai guardato il prezzo al chilo delle Vigorsol? Prima di risparmiare su frutta, verdura, uova, carne e pesce, proviamo a farlo evitando di acquistare cose inutili a prezzi assurdi. Prima di risparmiare su quello che diventa parte di noi, che ci costituisce, proviamo a capire chi pagherà le nostre scelte. Noi, con la nostra salute. Il pianeta, sempre più inquinato. E, a volte, anche altri esseri umani, con la sola colpa di essere nati dalla parte sbagliata del mondo e di aver provato a riscattarsi qui, nel continente ricco e avanzato.

È facile scegliere meglio? Pagando di più saremo certi che non stiamo finanziando aziende che sfruttano i lavoratori? Purtroppo no. Ma la scelta giusta la possiamo fare con la curiosità e la conoscenza: informarci, incontrare produttori virtuosi, scegliere con maggiore consapevolezza e attenzione è un nostro diritto, una nostra possibilità, e forse – oggi – anche un nostro dovere. È faticoso? Sì, ma anche incredibilmente bello. È costoso? Sì. Ma se paghiamo troppo poco per quello che diventa noi, se paghiamo l’olio per il motore della nostra auto più di quanto paghiamo per l’olio che condisce la nostra insalata siamo sicuri che stiamo risparmiando davvero?

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I lettori fittizi dei giornali, le offerte speciali, e il successo percepito

Ho un amico che non ascolta mai. Ho molti amici che non ascoltano mai, ma questo appartiene a un sottinsieme ancora più fastidioso: quelli che fanno le domande e non ascoltano le risposte. Tu ti sbatti ad articolare una risposta che non ti frega niente di dare, solo perché loro hanno chiesto e non vuoi essere cafona, e dopo un po’ ti accorgi che non ti stanno ascoltando. Oppure non te ne accorgi lì per lì, ma una settimana dopo ti rifanno la stessa domanda.

Questo amico negato per l’arte della conversazione ieri mi ha mandato uno screenshot, ma prima di dirvi cosa mi aveva immortalato devo riferirvi un’altra conversazione, una di qualche mese fa, una durante la quale – indovinate un po’ – non mi aveva ascoltata.

Gli stavo raccontando che in Francia c’era una polemica che riguardava Hélène Mercier, pianista ma soprattutto moglie di Bernard Arnault, uno degli uomini più ricchi del mondo. Aveva dato un’intervista nella quale aveva detto che essere senzatetto era una scelta di vita: l’opinione pubblica era ovviamente insorta, lei aveva ovviamente dato la colpa ai tagli di montaggio dell’intervistatore.

Non ne sono sicura, ma mi sa che glielo stavo raccontando solo perché mi aveva fatto molto ridere scoprire che anche i francesi cianciano di tribunal médiatique. Fatto sta che lui, che non mi ascolta mai, mi ha chiesto dove l’avessi letto, e per una volta ha ascoltato mentre gli rispondevo: su Libération.

«Ma quanti abbonamenti hai?», aveva obiettato, che è un’obiezione che ricevo spesso, perché sono effettivamente abbonata a un numero ridicolo di giornali, e la domanda successiva è sempre quella che mi aveva formulato anche l’amico non ascoltante: «Ma quanto spendi?».

La risposta è sempre «pochissimo», e sempre procedo a illustrare a tutti i curiosi anche quel che, inascoltata, avevo in quell’occasione detto a lui. L’abbonamento a Libération era in offerta: un euro per tre mesi. Certo, poi sperano che ti dimentichi di disdire, e che paghi almeno un mese a prezzo pieno, e a volte succede.

Il Boston Globe? Otto mesi a un dollaro, un po’ più costoso di quando, l’anno scorso, mi ero abbonata per leggere un’intervista al figlio di Bob Dylan: allora era un anno a un dollaro. Quando gli interlocutori ascoltano, vedo accendersi nei loro occhi la possibilità di essere anche loro gente che può leggere ciò che vuole invece di elemosinare lo screenshot d’un articolo da chi è abbonato.

«C’è un’intervista delirante a Marc Jacobs sullo Style del Sunday Times». «Uh, me la mandi?» «Io se vuoi te la mando, ma c’è un’offerta a una sterlina al mese per sei mesi». «E quando finisce poi come faccio?».

Quando finisce dipende, la maggior parte dei giornali esteri ti supplicano di restare, ci manca poco che ti diano dei soldi loro. Il mese scorso finiva la mia offerta a un dollaro al mese per il Washington Post, non è che mi sarebbe costato uno sproposito a prezzo pieno, diventavano 6 al mese, ma è il principio (figurarsi: dietro le questioni di principio ci son sempre i soldi): ho cliccato per disdire, e mi hanno rinnovato lo sconto.

C’era una pubblicità di divani in tv anni fa, erano sempre gli ultimi giorni di offerte che sarebbero finite alla fine di quella settimana, e passavano gli anni ed erano sempre lì, sempre gli ultimi giorni di offerte, sempre l’ultima occasione di Mina.

Il New York Times alla fine dell’anno in offerta ti rinnova l’abbonamento al prezzo normale, tu clicchi sulla disdetta e loro, col tono con cui Natasha in “Sesso senza amore” diceva «Vabbuo’, tras’», ti concedono di restare scontata: facciamo che ti concediamo un altro anno a due euro al mese, dai. Saranno vent’anni che andiamo avanti così: mai pagata una cifra sensata.

Un mese fa il New York Times ha annunciato d’aver superato i tredici milioni di abbonamenti. Tutti probabilmente simili a me, non dico gratis ma poco ci manca, e in questo modello che più che economico è comunicativo a me manca un tassello per la comprensione. D’accordo, vi serve dire che avete molto traffico, perché molto traffico significa molta appetibilità per gli inserzionisti, ma poi il sistema come sta su? Le seimila persone che tu giornale stipendi (numeri ufficiali del NYT), come le paghi? Coi miei due euro al mese?

Ogni tanto mi arriva una notifica di Substack che mi dice che sono, chessò, la ventitreesima più in crescita sulla piattaforma. Gli abbonati di Substack sono come le vendite dei libri autopubblicati: li controlli in tempo reale. Tizio si abbona, e a te arriva una mail, e l’interfaccia del sistema di pagamenti ti dice che i suoi soldi ti sono stati accreditati. Quando Substack mi dice che sono la ventitreesima, di solito è perché si sono abbonate, quel giorno, un paio di persone. Il quarantesimo avrà un nuovo abbonato al mese, il centesimo due all’anno.

L’economia del giornalismo digitale sembra ricalcare quel che una quindicina d’anni fa erano le serie di Hbo. Su tutte le copertine, al centro di tutti i dibattiti, e poi i dati d’ascolto dicevano che “Girls” lo guardavano un milione e poco più di americani. Che poi sono gli stessi numeri che adesso, in America, fanno i varietà condotti dai comici in seconda serata, e infatti Cbs ha potuto agevolmente dire che chiudeva Colbert perché col “Late Show” perdevano quaranta milioni di dollari l’anno.

Il New York Magazine ha in copertina Jimmy Kimmel, che conduce l’ancora non chiuso programma analogo sulla Abc, e dice che secondo lui sono numeri inventati, figurati se perdono tutti quei soldi; lo dice non potendo dire: ma quindi anche noi siamo una voragine di bilancio? Come può reggere l’economia d’un varietà che costa come un varietà e fa gli ascolti della Gruber?

Tutti i comunicati ormai dicono siamo trending topic, siamo i più visti nelle clip social, siamo i più amati ovunque tranne che dove si fanno i soldi, e tutti sembrano dimenticare che l’economia dei giornali non vive di quanti commentano il titolo su Twitter (o come si chiama ora): quello al massimo fa guadagnare Elon Musk; tutti sembrano dimenticare che il bilancio dei programmi televisivi non vive di «guarda quanti like su Instagram» (di nuovo: traffico regalato a Zuckerberg).

Però il traffico è illusione d’esistenza, e quindi se vai sulla classifica di quelli che hanno più abbonati su Substack trovi che gente con la spunta viola (che nel codice di Substack significa: ha più di diecimila abbonati paganti) è sotto, in classifica, a gente con la spunta arancione (che significa: ha più di mille abbonati paganti). Il che mi pare interpretabile in un solo modo: una volta che Substack ti ha dato il bollino viola, non te lo leva più, anche se in novemila lasciano scadere l’abbonamento ai tuoi penzierini senza rinnovarlo, perché non vuole si capisca che quella piattaforma è una nicchia e non c’è poi tutto ’sto traffico.

Il mio amico che non ascolta (mica vi sarete già dimenticati di lui? ma allora non mi ascoltate!) quel giorno mi ha risposto che il futuro stava nel dare la possibilità ai lettori di far pagare il singolo articolo. Ma, amico, ti ho detto che mi sono abbonata per tre mesi a un euro all’intero giornale, l’articolo quanto me lo devono far pagare, una frazione di nichelino?

Non mi ha risposto perché non mi stava ascoltando, ma poi ieri mi ha mandato uno screenshot che gli era comparso cliccando su un link del Corriere. Un anno a un euro, c’era scritto. Ma come un anno a un euro, mi ha domandato. Allora non mi ascolti, gli ho risposto io.

Sono stata lieta di vedere che il Corriere adotti i metodi dei giornali forestieri, ma continuo a non capire poi da dove vengano i soldi per stipendiare i giornalisti, mandarli in giro, far fare dei pezzi interessanti: dagli inserzionisti che illudi col doping del traffico?

Magari funziona, eh. Magari il sistema regge. Chissà cosa ne pensa Hélène Mercier, il cui marito è diventato fantastiliardario non scontando mai le borse di Vuitton. Chissà se viene prima l’uovo del farsi pagare a prezzo pieno la merce e se non ve la potete permettere peggio per voi, o la gallina del fatto che per permetterti prezzi alti devi vendere merce che tutti vogliano, e incredibilmente la gente vuole i ciondoli di Tiffany più di quanto voglia leggere le pagine culturali.

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Il riso scende dal piatto, il caffè sale sul palco, la bistecca non si schioda

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Un uomo che non rinuncia alla bistecca, una nazione che compra meno riso, un caffè che gira il mondo nel backstage di un concerto, un’isola che teme di somigliare alle altre e un caldo arrivato troppo presto. La settimana mette in fila cinque cibi che avevano un posto assegnato – nel piatto e nell’identità di chi li mangia – e che oggi cominciano a starci stretti.

Si comincia dal corpo, o meglio da quello che un uomo crede di essere. Il Guardian racconta che in Australia due uomini su tre mangiano carne ogni giorno e oltre la metà ne supera i centonovantotto grammi, parecchio oltre le soglie consigliate. Gli uomini ne consumano più delle donne e resistono più a lungo alle diete vegetali, vissute come una minaccia personale prima ancora che alimentare. Il conto lo paga il clima, per il metano degli allevamenti, e lo paga la salute, per i rischi delle carni rosse e lavorate. La via d’uscita, secondo il quotidiano, non è diventare vegetariani ma semplicemente mangiarne meno. Il vero ostacolo, però, non sta nel piatto ma nella testa: la bistecca resta legata a un’idea di mascolinità. Per molti uomini ridurla somiglia troppo a rinunciare a un pezzo di sé.

Se in Australia l’identità si difende a tavola, in Giappone cede al prezzo. Il Japan Times riferisce che nell’anno fiscale 2025 il consumo di riso è caduto al minimo da sette anni, meno 6,1 per cento sul periodo precedente, fino a 4,435 chili a testa al mese. È lo strascico della crisi della scorsa estate, quando il riso era sparito dagli scaffali e la confezione da cinque chili aveva sfiorato i quattromila yen. Al suo posto sono arrivati pane e noodles, mentre comprare direttamente dai produttori arriva a costare quasi la metà rispetto al convenience store, il minimarket aperto a ogni ora. Ad aprile i primi dati indicavano una possibile ripresa, segno che potrebbe trattarsi di un riassestamento più che di un addio. L’inflazione ha tolto l’automatismo anche all’alimento più ovvio del Paese: la ciotola di riso, oggi, è una scelta che si discute.

C’è chi il posto, invece, lo cambia di proposito. El País segue Abner Roldán e Karla Ly Quiñones, fondatori del Café Comunión di San Juan, in Puerto Rico, che hanno lasciato il bancone fisso per accompagnare Bad Bunny in tournée e preparare il caffè al cantante e alle centocinquanta-duecento persone che ogni giorno lavorano dietro le quinte. Tutto è nato quando l’artista è entrato in uno dei loro locali dopo aver votato alle elezioni portoricane del 2024. Finita la residenza di trenta concerti sull’isola, la caffetteria mobile li ha portati dal Messico all’Australia, e in ogni Paese cercano torrefattori e baristi del posto. Lo specialty coffee – quello selezionato e tracciato lotto per lotto – esce dal locale e diventa il pretesto per il backstage di fermarsi a tirare il fiato.

Dal caffè che si radica ovunque al vino che desidera l’esatto opposto. Il Financial Times racconta la Tasmania, diventata una delle mete enologiche più ambite d’Australia grazie a un clima fresco perfetto per spumanti, Pinot Noir e Chardonnay. L’isolamento, a lungo un limite, è diventato il suo capitale: protegge il paesaggio e tiene viva una cultura produttiva indipendente. Per questo l’arrivo di Bird in Hand, grande cantina dell’Adelaide Hills che ha comprato vigneti nella West Tamar Valley e sulla costa orientale, fa notizia. Il progetto promette vini di alta gamma, ristorazione, arte e una nuova sala di degustazione nei giardini botanici di Hobart. Resta da capire se un territorio che vale proprio perché non somiglia a nessun altro possa crescere senza cominciare a somigliare a tutti.

In Francia, intanto, a muoversi per prima è stata la stagione. Le Monde descrive una canicola primaverile senza precedenti che ha spinto l’agricoltura francese in territorio sconosciuto. Sopra i venticinque gradi le vacche rallentano e la produzione di latte è già calata fino al dieci per cento; il caldo rende le uova più piccole e fragili, mette a rischio il grano in piena fioritura e accelera le vigne verso vendemmie sempre più anticipate. Ma più della resa, agli agricoltori manca il terreno fermo dei riferimenti: un caldo così, in questa fase del ciclo, non si era mai visto. E nessuno, oggi, sa dire se sarà l’eccezione di una primavera o la prima di molte.

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Perché dei paccheri al pomodoro sono diventati leggenda

Da Vittorio decide di inaugurare i festeggiamenti per i suoi sessant’anni trasformando i suoi celeberrimi Paccheri in un dessert, e la notizia fa nascere una domanda: come ha fatto un piatto di pasta al pomodoro a diventare uno dei simboli assoluti dell’alta cucina italiana?

La nuova Torta Pacchero, realizzata dalla famiglia Cerea insieme al pastry chef Simone Finazzi e al maître chocolatier Davide Comaschi, è una dichiarazione d’identità prima ancora che una creazione dolce. Perché richiama immediatamente un piatto che, da anni, rappresenta Da Vittorio quanto le tre stelle Michelin.

In un universo gastronomico spesso associato a ingredienti rari, tecniche sofisticate e costruzioni complesse, i Paccheri alla Vittorio raccontano una storia diversa. Sono pasta, pomodoro e pochi altri elementi, ingredienti e tecnica che appartengono al patrimonio quotidiano della cucina italiana. Che si possono mangiare al ristorante, che sono protagonisti di tanti eventi in cui la “paccherata” è già una festa in sé, ma che si possono gustare anche a casa, acquistando il kit per realizzarli nella propria cucina. E forse è proprio questa apparente semplicità che li ha resi straordinari.

La storia dell’alta cucina è piena di piatti che hanno cercato di stupire, molto più rara è la capacità di rendere memorabile qualcosa che tutti conoscono già. Il successo dei paccheri dei Cerea nasce da qui: dalla ricerca quasi ossessiva sulla materia prima, dalla precisione dell’esecuzione e dalla costanza nel tempo. Un piatto che chiunque potrebbe descrivere in poche parole ma che quasi nessuno riesce a replicare con la stessa efficacia.

C’è poi un altro elemento che spiega il fenomeno. I Paccheri alla Vittorio rappresentano un’idea di lusso molto italiana, distante dall’ostentazione. Non il lusso dell’eccezionalità a tutti i costi, ma quello della perfezione applicata a ciò che è familiare. Un concetto che attraversa molta della grande cucina del nostro Paese, dove il valore non risiede necessariamente nella rarità dell’ingrediente ma nella capacità di esaltarne l’identità. La coreografia che sta dietro alla preparazione, con l’ospite d’onore che viene coinvolto nella mantecatura, il formaggio che cade dall’alto e una quantità di sugo enorme, così che gli ospiti siano “costretti” a fare la scarpetta in un gesto liberatorio e quotidiano, ma ai tavoli di un grande ristorante e con un delizioso bavaglino fatto apposta per l’occasione. C’è poi un motivo tutto made in Brusaporto, e ha a che fare con la famiglia Cerea, e con la sua grande unione, che si vede anche nel reel che presenta il nuovo dolce. I paccheri sono a tutti gli effetti un affare di una famiglia che non ha mai smesso di fare ospitalità con il sorriso e con l’accoglienza come mantra: la felicità di Chicco quando manteca i paccheri esprime meglio di un corso di coaching quanto è importante essere felici di fare il proprio lavoro perché questa felicità si trasmette agli altri. 

Per questo il piatto è diventato un simbolo. Non perché fosse il più complesso del menu, ma perché condensa la filosofia del ristorante, è preparato in sala con grande doti comunicative e positive, e soprattutto è comprensibile per chiunque, non ha bisogno di spiegazioni, di lunghe litanie di accompagnamento, di pensiero e di riflessione. È buono, e tanto basta. Lo stesso Vittorio Cerea costruì la reputazione della casa scegliendo una strada controcorrente per l’epoca, puntando sul pesce quando non era ancora una scelta scontata nell’alta ristorazione lombarda. Le generazioni successive hanno continuato a innovare senza rinunciare alla riconoscibilità e al piacere di avere ospiti a casa propria.

Per festeggiare un grande anniversario arriva così la Torta Pacchero, come un gioco serio, una provocazione affettuosa e persino un po’ kitsch verso uno dei piatti più amati dai clienti. Cambiano consistenze, temperature e linguaggio gastronomico, ma resta intatta la forza evocativa di un’icona che, dopo decenni, continua a essere immediatamente associata al nome Da Vittorio. A prima vista sembra proprio il piatto della famiglia Cerea, ma dietro l’illusione prende forma un dessert che ne richiama la forma e che nella sua composizione dà vita alla versione dolce con la stessa semplice bontà: una chantilly alla vaniglia con pan di Spagna Margherita e cioccolato bianco, accompagnato da una composta di fragole e limone e un delicato croccante allo yuzu. I “pomodorini” sono di cioccolato con cuore alla fragola e completano questa reinterpretazione giocosa e ironica.

In fondo, è questo il traguardo che ogni ristorante sogna di raggiungere: creare un piatto talmente identitario da diventare un simbolo. E pochi esempi in Italia raccontano questo fenomeno meglio di un semplice piatto di paccheri al pomodoro serviti da un bergamasco che manteca il tutto con tanto formaggio versato dall’alto.

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Lídia Jorge distinguida com Medalha de Mérito Cultural no Fórum Cultura

A escritora Lídia Jorge vai ser distinguida com a Medalha de Mérito Cultural durante a 4.ª edição do Fórum Cultura, iniciativa promovida pelo Governo que decorre nos dias 8 e 9 de junho em várias localidades do Algarve.

A cerimónia de homenagem está marcada para o dia 8 de junho, no Auditório do Solar da Música Nova, em Loulé, e será presidida pela ministra da Cultura, Juventude e Desporto. A distinção reconhece o percurso literário de uma das mais importantes vozes da literatura portuguesa contemporânea, cuja obra tem retratado as transformações sociais e culturais do país ao longo das últimas décadas.

O programa do Fórum Cultura arranca em Tavira, no Museu Zer0, dedicado à arte digital, onde terão lugar reuniões de trabalho e uma sessão pública centrada no impacto da tecnologia na cultura. O debate reunirá especialistas de diferentes áreas artísticas e académicas para refletir sobre os desafios e oportunidades que a transformação digital coloca à criação cultural.

No dia seguinte, as atividades prosseguem em Faro, no Teatro das Figuras, com uma sessão dedicada às políticas culturais para a música. O encontro pretende promover a reflexão sobre temas como a produção artística, a circulação de obras, os novos modelos de negócio e os desafios enfrentados pelos profissionais do setor.

A edição deste ano do Fórum Cultura reúne agentes culturais, académicos, artistas e responsáveis institucionais, reforçando o Algarve como palco de discussão sobre o futuro das políticas culturais e da criação artística em Portugal.

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Governo atribui Medalha de Mérito Cultural a Lídia Jorge em Loulé

A escritora algarvia Lídia Jorge vai distinguida com a Medalha de Mérito Cultural pelo Governo, numa cerimónia, presidida pela ministra da Cultura, Juventude e Desporto, marcada para as 18h30 da próxima segunda-feira, 8 de Junho, no Auditório do Solar da Música Nova, em Loulé.

«Será a oportunidade de reconhecer uma das grandes intérpretes do Portugal contemporâneo, com uma obra que reflete, de forma sensível e profunda, as transformações sociais das últimas décadas», afirma a ministra Margarida Balseiro Lopes.

O evento contará com a participação do artista Dino D’Santiago e de um quinteto de sopros do Conservatório de Música de Loulé.

Esta distinção integra-se na 4.ª edição do Fórum Cultura, que decorre na segunda e terça-feira, 8 e 9 de Junho, no Algarve.

O Fórum Cultura arranca na manhã de dia 8, no Museu Zer0, em Tavira, o primeiro do país dedicado à arte digital, com a habitual reunião de trabalho à porta fechada com os responsáveis pelas entidades tuteladas pelo Ministério na área da Cultura e representantes das Comissões de Coordenação e Desenvolvimento Regional. A partir das 14h30, o mesmo espaço acolhe a sessão pública “Impacto da tecnologia na Cultura: efeitos e novas expressões”.

Especialistas de várias áreas, como o artista Leonel Moura, a professora catedrática Mirian Tavares, o cineasta Mário Patrocínio, a cantora Viviane ou Pedro Pina, vice-presidente do YouTube, abordam os desafios da digitalização e as novas formas de criação artística.

Para Margarida Balseiro Lopes, «a tecnologia deve estar ao serviço da Cultura, mas não pode substituir a visão, o pensamento crítico, a sensibilidade e a experiência humana».

No dia 9, o Teatro das Figuras, em Faro, recebe a sessão “Políticas Culturais para a Música: da criação à circulação” com vários agentes e entidades culturais.

A iniciativa pretende identificar respostas para um setor em transformação, marcado por novos modelos de negócio e desafios para a criação artística. “É preciso refletir sobre as condições da produção e da circulação da música e os novos padrões de consumo e os impactos no trabalho, valorização e reconhecimento dos artistas portugueses”, considera a ministra.

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Festival regressa às Escaidinhas de Ferragudo para celebrar o Solstício de Verão

O Festival das Escaidinhas, que tem lugar em Ferragudo por ocasião do Solstício de Verão, regressa no próximo dia 21 de Junho, domingo, entre as 18 e as 23 horas, afirmando-se como uma celebração da identidade, da criatividade e do património humano e arquitetónico da vila.

Inspirado no momento em que o sol atinge o seu ponto mais alto e os dias alcançam a sua maior duração — uma época que, desde tempos ancestrais, foi assinalada por diversas culturas europeias através de festividades ligadas à luz, à abundância e à renovação — o festival convida a comunidade e os visitantes a redescobrirem a vila através da arte e da partilha.

Na edição deste ano, e considerando o ambiente associado ao Mundial de Futebol, a organização procurou enquadrar o evento em espaços onde o fervor futebolístico não se faça sentir de forma predominante.

Em paralelo, «optou-se por uma redução dos dias de programação, privilegiando uma experiência mais contemplativa, com maior foco na fruição e perceção artística», explica a Junta de Freguesia de Ferragudo, que organiza o festival.

As escadinhas, travessas, largos e recantos que moldam a personalidade única de Ferragudo transformam-se em palcos inesperados, onde se cruzam música, teatro, dança, poesia, artes visuais, gastronomia e outras expressões culturais.

O próprio percurso pela vila integra a experiência, despertando um olhar renovado sobre espaços carregados de história e memória coletiva.

O percurso artístico terá início junto ao Salva-Vidas de Ferragudo, seguindo em direção à igreja e culminando no Cruzeiro de Nossa Senhora da Conceição.

Ao longo deste trajeto, o público poderá encontrar atuações de bandas musicais, piano, exibição de curtas-metragens e, após o pôr do sol, um momento de DJ set.

O Festival das Escaidinhas continua a afirmar-se como um projeto de valorização do espaço público enquanto lugar de encontro, promovendo a criação artística e fortalecendo a ligação entre residentes, visitantes, associações e agentes culturais.

Para os artistas, representa uma oportunidade singular de apresentar o seu trabalho num contexto de proximidade e grande beleza. Para o público, é um convite a percorrer a vila de forma livre, surpreendente e inspiradora.

O Festival é uma co-produção de A Boia Associação Cultural e da Junta de Freguesia, com o apoio da Câmara Municipal de Lagoa.

O nome Escaidinhas é uma homenagem à forma como a palavra “escadinhas” é dita nesta zona do Algarve.

Veja aqui a reportagem sobre a edição do ano passado do Festival das Escaidinhas:



Sul Informação

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Vai haver uma visita especial às obras nas Ruínas Romanas de Milreu

As Ruínas Romanas de Milreu, monumento afeto ao Património Cultural, promovem, no dia 12 de junho, às 10h00, uma visita aos trabalhos arqueológicos que estão em curso no monumento, no âmbito das Jornadas Europeias de Arqueologia.

Este ano, o tema das jornadas é “Arqueologia a Acontecer”.

«Seguindo a temática proposta pelo Institut National de Recherches Archéologiques Préventives (Inrap), a atividade será dedicada à arqueologia preventiva e ao seu papel na proteção, salvaguarda e valorização do Património Arqueológico», explica o instituto Património Cultural.

As Ruínas Romanas de Milreu estão temporariamente encerradas ao público devido à execução da empreitada de “Requalificação do Centro Interpretativo e Outros Trabalhos”, desenvolvida no âmbito do Plano de Recuperação e Resiliência (PRR).

Esta visita constituirá, por isso, uma oportunidade para conhecer de perto os trabalhos em curso. 

Os participantes têm de acompanhar o grupo durante toda a visita, não sendo permitido circular livremente pela área da obra.

Devem usar calçado raso, fechado e confortável e respeitar todas as orientações de segurança no espaço da obra, incluindo o uso obrigatória do equipamento de proteção individual fornecido (capacete e colete).

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L’arte nascosta nei giardini segreti di Venezia: da Flora Fantastica al Redentore, il filo verde della Biennale 2026

A Venezia esistono giardini che non si offrono subito allo sguardo. Bisogna arrivarci per sottrazione: lasciarsi alle spalle il passo compatto di Piazza San Marco, il rumore dei trolley, la corrente dei visitatori che si sposta da una riva all’altra, e poi entrare in una zona più quieta, dove il verde appare quasi per scarto, come se la città lo avesse custodito per sé. I Giardini Reali sono così: un cuore verde a pochi metri dal bacino di San Marco, nascosto e centrale insieme, abbastanza vicino alla piazza più fotografata del mondo da sembrarne un controcampo segreto. La serra ottocentesca che oggi ospita Flora Fantastica, la mostra promossa da Swatch per celebrare l’anniversario dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, sembra il luogo giusto per cominciare un itinerario veneziano diverso, costruito non sulla fretta di vedere tutto, ma su un filo più sottile: l’arte quando incontra i giardini, le serre, gli orti murati, gli spazi verdi sottratti per qualche ora alla pressione della città.

La 61ma Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys, si svolge dal 9 maggio al 22 novembre 2026 e accende la città con una costellazione di mostre, fondazioni e palazzi aperti che funzionano come una sorta di Fuori Biennale. Basta dare uno sguardo ai numeri per avere un’idea della portata dell’evento: la Fondazione prevede un risultato positivo di 4,985 milioni di euro e ricavi da biglietteria, editoria, servizi di ristorazione, sponsorizzazioni ed erogazioni liberali per 36,364 milioni di euro; dentro questa voce, le sole sponsorizzazioni e donazioni private sono stimate in 7,920 milioni, mentre gli altri ricavi legati anche a eventi collaterali, ospitalità, utilizzo di spazi e aree ammontano a 7,279 milioni. Sono numeri che spiegano perché, nei mesi della Biennale, Venezia cambi scala: l’effetto non si misura solo nei biglietti staccati ai Giardini e all’Arsenale, ma negli alberghi, nei ristoranti, nei trasporti, nelle fondazioni private, nelle gallerie, nei palazzi aperti per mostre temporanee e in quel fitto “Fuori Biennale” che trasforma l’intera città in una piattaforma culturale diffusa. Di fronte a questa mappa sterminata, la “fomo” – la paura di perdersi qualcosa – colpisce anche l’arte. Ma l’urgenza è immotivata: le esposizioni durano mesi. La scelta migliore è rinunciare all’ansia del programma totale, individuare un filo conduttore e seguirlo per due giorni, magari lontano dai ponti festivi e dai weekend più affollati. Noi abbiamo scelto il verde.

Dai platani di Shanghai all’orchidea barocca: l’arte mutevole nella serra ottocentesca

La prima tappa ci porta a due passi da Piazza San Marco, ai Giardini Reali. Qui, all’interno della storica serra ottocentesca, va in scena Flora Fantastica, progetto a ingresso gratuito promosso da Swatch per celebrare i quindici anni dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai. Il verde del parco filtra dalle ampie vetrate, l’umidità lagunare altera i riflessi dei materiali e la luce naturale trasforma l’esposizione in un organismo vivo. I cinque artisti invitati, tutti ex residenti dell’hub creativo cinese, utilizzano linguaggi distanti per esplorare la natura come archivio di identità e memoria, senza mai forzare lo spazio che li ospita. Il confine tra dentro e fuori, tra opera e ambiente, resta volutamente instabile: una corteccia fotografata a Shanghai dialoga con gli alberi veneziani, un arancio ricamato riporta al Mediterraneo, una creatura subacquea digitale sembra rispondere alla laguna.

I lavori chiedono uno sguardo lento. L’italiana Stefania Orrù dialoga con la matericità del luogo: usa calce, sabbia e pigmenti naturali su iuta per evocare le ombre dei giardini urbani di Shanghai. “Non c’è una figura che voglio descrivere, ma semmai una vibrazione che voglio far provare”, spiega davanti a tele che paiono superfici erose dal tempo, dalle quali l’immagine sembra emergere anziché essere dipinta. La fotografa cinese Hammer Chen porta dentro la serra le cicatrici della memoria urbana: i frammenti di platani fotografati a Shanghai vengono ricomposti in strutture monumentali su rame e tessuto, trasformando la natura cittadina in una texture metallica e anatomica. Il turco Mustafa Boğa impone uno spazio ancora più intimo. La sua serie Orange Tree intreccia i ricordi d’infanzia del sud della Turchia: quelli che da lontano sembrano dipinti a olio o vecchie stampe, da vicino si rivelano fittissimi ricami realizzati a mano, capaci di trattenere il respiro del tempo. Il ritmo si spezza con l’argentina Elisa Insua, che trasforma i rifiuti e l’accumulo in una gigantesca scultura floreale barocca: un’orchidea composta da bijoux e materiali di recupero scovati nei mercatini, dove ciò che era nato come decorazione effimera si fa struttura monumentale. Chiude l’esposizione la canadese-cinese Catherine Chun Hua Dong con un’installazione in realtà virtuale che reinterpreta il mito di Mulan in un paesaggio sottomarino dai colori intensi, dimostrando come il corpo e l’identità continuino a trasformarsi proprio come il paesaggio naturale. Cinque linguaggi diversi che, nello spazio dei Giardini Reali, non vengono ricondotti a un’unica estetica ma a una stessa domanda: cosa resta della natura quando passa attraverso la memoria, la città, il consumo, la tecnologia, l’identità personale?

È una rivoluzione gentile, quella cercata dal marchio svizzero: “Abbiamo creato qualcosa di speciale all’interno di un luogo magico“, racconta Carlo Giordanetti, Ceo dello Swatch Art Peace Hotel. “Avevamo dato un tema d’ispirazione naturale e ci siamo accorti che, in modo spontaneo, i lavori di molti artisti della residenza si stavano avvicinando a quell’idea. La natura ci piace perché ha un numero di suggestioni quasi infinito”. Il focus, precisa Giordanetti, è totalmente slegato dal prodotto commerciale: “Per noi è importante che l’artista capisca che non viene alla residenza per lavorare su degli orologi, ma per lavorare su se stesso, per la propria carriera, per esprimere al meglio il proprio linguaggio. Il nostro è un inno alla libertà artistica. Ci piace sovvertire le regole, portare avanti questo progetto con i giovani artisti per cercare di dare loro lo spazio che si meritano e offrire una visibilità che altrimenti farebbero più fatica ad avere”.

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Giardini Reali in Venedig im Sommer

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a green arch made of trees in front of the entrance to the house in the Giardini Reali of Venice

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Elisa Insua @ Credit Jake Homovich

Il segreto della Giudecca: l’orto del Palladio svelato al pubblico dopo cinque secoli

Attraversando il bacino di San Marco si approda alla Giudecca, dove si svela un segreto custodito per cinque secoli. Dietro l’imponente facciata palladiana della chiesa del Santissimo Redentore, si apre l’antico Orto Giardino del convento dei frati minori cappuccini. Devastato dall’“acqua granda” del 2019, questo spazio è stato restituito alla città grazie a un meticoloso restauro filologico curato dalla Venice Gardens Foundation con il maestro paesaggista Paolo Pejrone. Camminare oggi sotto i 400 metri del pergolato in castagno, avvolti da rose e glicini, circondati da oltre 2.500 ulivi, cipressi e piante officinali, è un’esperienza estraniante.

“Restaurare un giardino, per noi, significa restituire un luogo alla comunità urbana: uno spazio di incontro, riflessione, meditazione“, sottolinea Adele Re Rebaudengo, presidente della Fondazione. “C’è poi un altro significato, forse il più profondo: il giardino come spazio di armonia tra corpo e anima. In linea con l’antica concezione monastica, per cui l’orto-giardino era un’anticipazione del paradiso, questo luogo induce a un senso di pace interiore. Non genera solo benessere fisico, ma diventa una cura per l’anima”.

In questa cornice si inserisce la mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia (aperta fino a ottobre). Ospitata nelle Antiche Officine restaurate, l’esposizione porta la firma della fotografa e regista Sarah Moon. Invitata a trascorrere un periodo di isolamento tra queste mura, Moon ha realizzato un film di quattro minuti accompagnato dalle note di Arvo Pärt, affiancato da una selezione di fotografie che catturano ombre e silenzi. “Entrare in questo luogo significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima”, ha confessato l’artista. E Re Rebaudengo chiosa: “La sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di sentire la natura, concorrendo alla sua preservazione”.

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Il giardino segreto a Dorsoduro: l’arte contemporanea sbarca a Casa Sanlorenzo

Il nostro itinerario si conclude nel sestiere di Dorsoduro, a pochi passi da Punta della Dogana, dove l’estetica nautica ha inaugurato il suo nuovo presidio culturale. Casa Sanlorenzo è un polo espositivo di mille metri quadrati ricavato da un edificio degli anni Quaranta abbandonato da tempo. A renderlo unico nel fitto tessuto urbano veneziano è il suo giardino privato di 600 metri quadrati, che si affaccia direttamente sulle maestose cupole della Basilica di Santa Maria della Salute.

Il restauro, firmato dall’architetto Piero Lissoni, rifugge la nostalgia passatista: opta per una crasi tra il recupero delle facciate in mattoni e un minimalismo rigoroso negli interni, con geometrie in vetro e metallo che rimandano alla lezione del maestro veneziano Carlo Scarpa. A sancire questa unione è il nuovo ponte pedonale, con finiture in pietra d’Istria e un corrimano in legno che richiama un remo. Un manufatto che Lissoni definisce “non semplicemente una macchina per trasportare persone, ma un ponte culturale, ideale”. Lo spazio è un incubatore che affianca la collezione permanente del marchio alle mostre contemporanee. Un luogo dove l’industria si spoglia del concetto di lusso per abbracciare l’impegno civico e intellettuale, trovando nel suo giardino antistante la Salute il rifugio perfetto per concludere il viaggio. Gli spazi ospitano fino al 28 giugno 2026 la mostra WAVES, curata da Sergio Risaliti e Cristiano Seganfreddo, un percorso multisensoriale che fonde le opere di artisti come Lucio Fontana, Alexander Calder e Tony Cragg con i paesaggi olfattivi di Xerjoff e quelli sonori di Glauk, declinando il tema dell’onda come metafora di energia e trasformazione per la città d’acqua.

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Fernando Pessanha apresenta obra sobre o cavaleiro Rui Valente em Castro Marim

A Comendadoria do Algarve do Grão-Priorado de Portugal da Ordem Militar e Hospitalária de São Lázaro de Jerusalém promove, no próximo dia 12 de junho, pelas 19h00, uma sessão pública de apresentação da obra “O Cavaleiro Rui Valente: um pirata e corsário de Faro, no Algarve do século XV”, do historiador Fernando Pessanha.

A iniciativa terá lugar na Taberna e Loja Medieval “O Velho Cavalinho”, em Castro Marim, espaço que, pela sua envolvência histórica, reforça o enquadramento temático da apresentação.

A sessão contará com a presença do autor e será conduzida por Mariana Ornelas do Rego. A obra foi distinguida com o 1.º lugar na 3.ª edição do Prémio de Ensaio Histórico da União das Freguesias de Faro.

A iniciativa insere-se na missão da Ordem de São Lázaro de promoção e divulgação da investigação histórica, contribuindo para a preservação da memória e para a valorização do património cultural e identitário do Algarve.

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