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Per spiegare la catastrofe di Gaza esiste anche una dimensione più profonda. Che non esime nessuno

di Gabriele Accascina

Di fronte alla tragedia umana che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania e alle conseguenze del conflitto sull’intera regione, molti osservatori cercano spiegazioni nelle categorie tradizionali della sicurezza nazionale, della geopolitica e della lotta al terrorismo. Sono certamente fattori reali e importanti. Eppure credo che, almeno in parte, esista anche una dimensione più profonda. Quella che segue è soltanto un’ipotesi che considero degna di riflessione.

La memoria della Shoah occupa un posto centrale nell’identità collettiva israeliana. Per molti cittadini non si tratta di un evento lontano studiato sui libri di storia, ma di una vicenda familiare. Nonni, genitori e parenti hanno conosciuto persecuzioni, deportazioni e sterminio. È difficile immaginare che un trauma di tale portata non abbia lasciato conseguenze profonde nel modo di percepire il mondo, le minacce esterne e il rapporto con gli altri popoli.

La mia impressione è che, soprattutto negli ambienti più nazionalisti e radicali, questa memoria possa talvolta trasformarsi in una convinzione implicita: l’idea che ciò che il popolo ebraico ha subito sia stato talmente eccezionale da collocare Israele in una condizione storica speciale, non completamente assimilabile a quella di qualsiasi altro Stato. Non parlo di vendetta nel senso immediato del termine. Piuttosto di una rivendicazione storica interiorizzata, di un bisogno permanente di affermare forza e controllo dopo secoli di vulnerabilità.

In questa prospettiva, alcune azioni che dall’esterno appaiono sproporzionate potrebbero essere percepite dai loro sostenitori come una riaffermazione di sicurezza e potenza resa necessaria dalla storia stessa.

Esiste però un paradosso che meriterebbe di essere considerato. Le grandi tragedie della storia dovrebbero insegnare all’umanità a riconoscere per tempo le sofferenze altrui e a impedirne il ripetersi. Se invece restiamo indifferenti, rischiamo di contribuire alla nascita di una nuova ferita storica destinata a segnare generazioni future. Ottant’anni fa il mondo ha lasciato al popolo ebraico una memoria di dolore che ancora oggi influenza identità, politica e visione del mondo. Nessuno può sapere come verranno giudicati gli eventi attuali, ma è legittimo domandarsi quale memoria collettiva stiamo consegnando oggi al popolo palestinese e ai suoi discendenti e con quali conseguenze.

La presenza nel governo israeliano di figure ultranazionaliste e apertamente radicali rende questa interpretazione almeno plausibile. Quando si arriva a limitare o negare perfino l’accesso agli aiuti umanitari destinati ai civili, il problema sembra andare oltre la sola sicurezza. Entra in gioco una visione ideologica nella quale qualsiasi pressione esterna viene vissuta come un’ingerenza inaccettabile.
Cercare le possibili radici psicologiche e storiche di un comportamento non equivale a giustificarlo. Al contrario, è il primo passo per affrontarlo con lucidità.

Se questa ipotesi contiene anche solo una parte di verità, allora il resto del mondo non può limitarsi all’indignazione periodica. La comunità internazionale, e in particolare i Paesi europei, dovrebbero passare dalle dichiarazioni ai fatti. Il riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano dovrebbe tornare a essere un obiettivo concreto e non una formula ripetuta senza conseguenze pratiche. L’accesso agli aiuti umanitari deve essere garantito e le violazioni del diritto internazionale devono avere conseguenze politiche reali.

Se oggi non si costruisce una soluzione giusta e duratura, la ferita palestinese, aperta ormai da generazioni, continuerà a trasmettersi ai discendenti di chi la sta vivendo oggi. Ottant’anni dopo la Shoah, vediamo quanto a lungo il dolore collettivo possa influenzare l’identità e la memoria di un popolo. Dovremmo chiederci quale eredità stiamo lasciando ai palestinesi dei prossimi ottant’anni. La storia è scritta non solo da chi compie le ingiustizie, ma anche da chi le osserva e non agisce.

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Israele, ok ai bonus fiscali per i coloni: tra i beneficiari il ministro dell’ultradestra Bezalel Smotrich

Un conflitto di interessi che parte dagli insediamenti illegali e arriva ai vertici del governo di Benjamin Netanyahu. Il parlamento israeliano ha approvato una legge che estende significative agevolazioni fiscali a 58 insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il provvedimento è passato con 32 voti a favore e 23 contrari, al termine di una sessione che ha scatenato un durissimo scontro politico in Israele, legandosi a dinamiche di bilancio e alle imminenti scadenze elettorali. In particolare a quelle del ministro delle Finanze Bezalel Smotrich.

La nuova legge modifica l’Ordinanza sull’Imposta sui Redditi introducendo una nuova area geografica denominata “linea di confronto orientale“. Questa si aggiunge alle linee di confronto già esistenti nello Stato di Israele: quella nord (al confine con il Libano) e quella sud (al confine con la Striscia di Gaza). La nuova “linea orientale” risponde a criteri specifici basati sulla vulnerabilità logistica e socio-economica. Il primo è quello della fascia socio-economica e include insediamenti con indici di ricchezza relativamente bassi. In base al criterio geografico le comunità devono trovarsi a più di 2 chilometri a est della Linea Verde. L’area è considerata ad alto rischio e per la prima volta viene introdotto un “criterio di minaccia alla sicurezza” (livelli da 2 a 5 stabiliti dal ministero della Difesa) per i territori della Cisgiordania. Il testo cita esplicitamente il fatto che gli alunni di queste zone debbano viaggiare su autobus blindati per andare a scuola. C’è poi da considerare l’impatto economico per i residenti: l’agevolazione consiste in uno sconto del 7% sull’imposta sul reddito, che si traduce in un risparmio economico fino a 10.000 shekel (circa 3.000 euro) a persona all’anno.

La legge è stata promossa dal deputato Zvi Sukkot del partito di estrema destra ‘Sionismo Religioso’, guidato dal ministro delle Finanze Smotrich. Il provvedimento ha sollevato immediate accuse di conflitto di interessi: tra i 58 insediamenti che beneficeranno della misura rientra infatti anche Kedumim, la comunità in cui risiede lo stesso Smotrich, il quale trarrà così un vantaggio finanziario personale diretto dalla legge. I partiti d’opposizione hanno denunciato l’operazione come un tentativo palese di canalizzare risorse statali per finanziare la propria base elettorale in vista delle prossime elezioni nazionali (fissate tra settembre e ottobre), dove il partito oscilla pericolosamente vicino alla soglia di sbarramento del 4%.

L’aspetto più controverso riguarda però il legame temporale con la crisi al confine settentrionale. I deputati dell’opposizione e i leader locali hanno accusato Smotrich di aver utilizzato i residenti del Nord come “ostaggi politici“. Il ministro delle Finanze avrebbe infatti ritardato lo sblocco di un pacchetto di aiuti d’emergenza da 5 miliardi di shekel (destinato alla riabilitazione delle comunità colpite dai bombardamenti di Hezbollah) fino a quando la coalizione di governo non avesse garantito l’approvazione dei bonus fiscali per la Cisgiordania.

Durante le trattative in Commissione Finanze, si era cercato un compromesso: il presidente Hanoch Milibetzky aveva proposto di estendere le agevolazioni a tutte le comunità settentrionali fino a 9 chilometri dal confine libanese. Tuttavia, Smotrich ha posto il veto per non diluire i fondi, e l’intervento del premier Netanyahu ha blindato la versione originaria, escludendo la fascia più ampia del Nord e provocando la furia dei sindaci dell’area colpita dal conflitto.

Anche i funzionari tecnici del ministero delle Finanze hanno espresso forte contrarietà di fronte a evidenti paradossi logici generati dalla nuova mappatura. Gli esperti hanno fatto notare come, per effetto di questa legge, un insediamento situato a pochi chilometri dalla Linea Verde in Cisgiordania riceverà una forte esenzione fiscale, mentre una comunità gemella situata sulla stessa identica linea logistica, ma dentro i confini ufficiali e riconosciuti dello Stato di Israele, rimarrà completamente esclusa dal beneficio.

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Libano-Israele, la tregua che non c’è. Tel Aviv continua a bombardare e Hezbollah (escluso dai colloqui) replica: “Accordo inaccettabile”

Evviva la tregua, la tregua che non c’è. A Washington e tra le cancellerie europee si esulta per la firma dell’intesa tra Israele e Libano su un cessate il fuoco condizionato che dovrebbe mettere fine al conflitto nel Paese dei Cedri, ai raid israeliani su Beirut e all’invasione del Sud. Il condizionale è d’obbligo perché, nonostante le reazioni positive, l’accordo presenta diverse clausole che rendono ancora complicato parlare di tregua.

La tregua che nessuno rispetta

Per dare un’idea del clima tra le parti conviene partire innanzitutto dalle dichiarazioni dei protagonisti. Tra i primi a prendere la parola c’è il ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, che chiarisce subito un punto: Israele continuerà le sue operazioni nel Libano meridionale, con le truppe rimarranno nella zona di sicurezza, la cosiddetta Yellow Line collocata unilateralmente da Tel Aviv ben più a nord della zona di demarcazione individuata dalle Nazioni Unite, perché continuerà a “smantellare le infrastrutture terroristiche nell’area“. Una tregua che deve essere rispettata solo dalla controparte, quindi, ossia Hezbollah, dato che per “infrastrutture terroristiche” lo Stato ebraico intende proprio quelle del Partito di Dio. Non sarà così perché proprio i vertici della formazione armata sciita hanno chiarito di non riconoscere l’accordo sul cessate il fuoco firmato a Washington. Il gruppo ha “informato ufficialmente il presidente libanese Joseph Aoun del proprio rifiuto dell’accordo, insistendo sul fatto che qualsiasi accordo accettabile debba iniziare con il ritiro completo di Israele da tutto il territorio libanese. Il ritorno degli sfollati, gli sforzi di ricostruzione e il rilascio dei prigionieri libanesi sono condizioni essenziali per qualsiasi futuro accordo”. Il leader della formazione, Naim Qassem, ha poi definito l’intesa “una capitolazione e una sconfitta“, invitando il governo libanese a “porre fine alla farsa e all’umiliazione dei negoziati”: “La dichiarazione di Washington – conclude – definisce i principi fondamentali che gli Stati Uniti e Israele prevedono per la sottomissione del Libano al progetto del Grande Israele”.

La presa di posizione di Hezbollah, secondo quanto riportato dal quotidiano israeliano Haaretz, è frutto del coordinamento tra il partito sciita libanese e l’Iran. Per Teheran, il cessate il fuoco in Libano non può essere discusso a parte, ma deve diventare un elemento delle ben più ampie contrattazioni tra Usa e Iran.

“Condizioni inaccettabili”

La posizione intransigente di Hezbollah e Repubblica Islamica ha motivazioni di tipo strategico. Ma non solo. Nell’accordo di cessate il fuoco firmato a Washington senza interpellare il partito-milizia libanese, l’unica controparte veramente coinvolta nello scontro con Israele, c’è una condizione non di poco conto imposta dallo Stato ebraico: verranno istituite zone di sicurezza libanesi che escluderanno Hezbollah e lo stop alle ostilità, si precisa nella dichiarazione congiunta, sarà subordinato alla “cessazione completa del fuoco di Hezbollah e all’evacuazione di tutti i membri di Hezbollah dal settore del Litani meridionale“. Infine, “Israele ha riaffermato che la sua sicurezza e il rispetto della sua integrità territoriale possono essere raggiunti solo attraverso il disarmo di Hezbollah e lo smantellamento della sua infrastruttura in tutto il Libano”. In sostanza, Beirut e Tel Aviv hanno trovato un accordo senza coinvolgere il Partito di Dio pretendendo da esso il ritiro, il disarmo e la mancata presenza nelle zone di sicurezza. Inevitabile, quindi, il rifiuto da parte del gruppo sciita che, va ricordato, non è un attore marginale nel contesto bellico: si tratta di una milizia che vanta un numero di combattenti non troppo inferiore a quello dei soldati dell’esercito regolare ma, soprattutto, si ritiene abbia a disposizione un arsenale missilistico e di droni d’attacco più imponente di quello di Beirut.

Si continua a sparare

Così, come annunciato da Katz, i raid e le operazioni israeliane non si fermano. Dopo la firma dell’accordo, Israele ha diramato un avviso urgente ai residenti del Libano meridionale per ricordare che “i combattimenti nel Libano meridionale continuano, mentre l’esercito israeliano prosegue nel colpire strutture e infrastrutture di Hezbollah presenti nei vostri villaggi e nelle loro vicinanze. L’Idf non intende arrecare danno alla popolazione civile. Per la vostra sicurezza, evitate di dirigervi a sud del fiume Zahrani fino a nuovo avviso. Chiunque si rechi verso sud mette a rischio la propria vita”. E infatti i media libanesi riferiscono di attacchi israeliani nel Sud in mattinata, poche ore dopo l’annuncio del cessate il fuoco. Le Forze di Difesa Israeliane hanno dichiarato di aver utilizzato “sei tonnellate di esplosivo per distruggere oltre 20 siti terroristici nell’area”, mentre un drone dello Stato ebraico ha colpito un’auto tra le città di Kfar Kila e Zefta.

X: @GianniRosini

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Libano, ucciso un altro Casco Blu di Unifil: era un sergente serbo di 39 anni. Israele: “E’ stato Hezbollah”

Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver raggiunto un accordo sul rinnovo del cessate il fuoco, ma in Libano si continua a morire. A perdere la vita nelle ultime ore è stato un Casco Blu di Unifil, la missione Onu incaricata di far rispettare la Risoluzione 1701 approvata dal Consiglio di sicurezza nel 2006 per mettere fine alla guerra tra Israele e Hezbollah. Si chiamava Milovan Jovanovic, era serbo e avrebbe compiuto 37 anni fra qualche giorno. E’ stato ucciso da un colpo di mortaio che ieri sera ha colpito la sua posizione vicino Marjayoun, nel sud-est del paese. Altri due peacekeeper, uno originario della Spagna e l’altro di El Salvador, sono rimasti feriti.

“Il sergente Milovan Jovanovic era nato il 6 giugno 1989 a Kraljevo. Lascia una moglie e due figli minorenni. Prestava servizio nelle Forze Armate Serbe dal 10 dicembre 2011 e nella missione di mantenimento della pace in Libano dal gennaio di quest’anno”, ha riferito il ministero della Difesa di Belgrado.

“L’Unifil ha avviato un’indagine per accertare le circostanze esatte che hanno portato a questo tragico incidente”, si legge in una nota della forza di interposizione Onu, che aggiunge la richiesta “alle autorità nazionali competenti di indagare sull’incidente, assicurare i responsabili alla giustizia e garantire la responsabilità penale”. “L’Unifil ha rilevato un numero sempre più elevato di traiettorie e impatti nel Libano meridionale. La violenza deve cessare”, si legge ancora. “Gli attacchi deliberati contro le forze di pace costituiscono gravi violazioni del diritto internazionale umanitario e della risoluzione 1701 del Consiglio di sicurezza e possono costituire crimini di guerra“, conclude Unifil.

L’esercito israeliano punta il dito contro Hezbollah. “Durante la notte, le Israel Defense Forces hanno individuato diversi lanci nella zona di Al-Qatrani, effettuati dall’organizzazione terroristica Hezbollah, che sono caduti all’interno di una postazione delle forze dell’Unifil nella zona di Dibbine, nel Libano meridionale – si legge in un comunicato -. A seguito dei lanci, un membro del personale delle Nazioni Unite è rimasto ucciso e altri due sono rimasti feriti”. “Un’analisi della traiettoria di lancio – si legge ancora – indica chiaramente che il fuoco è stato aperto dall’organizzazione terroristica Hezbollah”.

Nella serata di ieri Tel Aviv e Beirut hanno annunciato di aver concordato il rinnovo del cessate il fuoco e l’istituzione di zone di sicurezza libanesi che invece escluderanno Hezbollah. L’annuncio è arrivato al termine del secondo giorno di colloqui tra gli ambasciatori dei due Paesi ospitati dal Dipartimento di Stato americano. Il presidente libanese Joseph Aoun, in un incontro con la stampa, ha affermato che l’accordo di cessate il fuoco tra Israele e Libano rappresenta “l’ultima opportunità”.

I negoziati tenutisi ieri a Washington, ha affermato, sono stati “molto difficili”, a un certo punto il capo della delegazione libanese, Simon Karam, aveva sospeso i colloqui che sono ripresi dopo l’intervento del segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha aggiunto Aoun. “Attendiamo le risposte di tutte le parti interessate e le garanzie di conformità, e l’attuazione potrebbe iniziare entro 24 ore dall’approvazione definitiva”, ha affermato Aoun.

Dal 2 marzo 2026, giorno del coinvolgimento del Libano nel conflitto mediorientale, sono stati segnalati oltre 191 attacchi contro strutture sanitarie nel Paese che hanno causato la morte di 128 operatori sanitari e il ferimento di 351. Lo si legge del Rapporto dell’Oms sulla situazione relativa al conflitto in Medio Oriente secondo cui oltre 127.700 persone rimangono sfollate in 631 rifugi collettivi in tutto il Paese, con i casi di diarrea acuta che continuano ad aumentare, passando da 504 casi nella settimana 17 a 803 casi nella settimana 20, per un totale cumulativo di 2.777 casi. Dal 2 marzo in Libano ci sono stati 3.468 morti e 10.577 feriti. Continuano intanto i movimenti di popolazione libanese, con oltre 448.000 persone che, secondo le segnalazioni, hanno attraversato il confine con la Siria dal 2 marzo.

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Altro che sanzioni a Netanyahu, l’Europa continua a comprare armi da Israele: nel 2025 esportazioni record per 19,2 miliardi di dollari, +30% sul 2024

A parole l’hanno condannato per i 72 mila morti mietuti a Gaza, hanno criticato l’escalation militare contro l’Iran e ora protestano per l’avanzata di terra in Libano. Eppure i governi continuano a comprare armamenti da Israele. Nel 2025 lo Stato ebraico ha esportato sistemi d’arma per una cifra che ha superato per la prima volta i 19 miliardi di dollari (19,2 per l’esattezza), un aumento di quasi il 30% rispetto ai 14,8 miliardi del 2024, una quota “più che raddoppiata in cinque anni e quadruplicata nel decennio”, ha affermato il ministero della Difesa di Tel Aviv. Un risultato ancor più impressionante se si pensa che circa 10 miliardi di dollari sono arrivati da accordi “G2G”, ovvero Government-to-Government, ovvero tramite contratti stipulati direttamente tra il governo Netanyahu e gli Stati acquirenti.

L’invasione russa dell’Ucraina del febbraio 2022 e la minaccia degli Stati Uniti di abbandonarla al suo destino hanno gettato l’Europa in una frenetica una corsa agli armamenti. Nonostante alcuni Stati abbiano annullato contratti con le sue aziende a causa delle stragi di civili compiute nella Striscia, per Tel Aviv il Vecchio continente resta il principale mercato, ha reso noto la Sibat, l’agenzia governativa che in Israele fa da ponte tra le autorità statali, l’esercito e le aziende del settore strategico. I paesi dell’Ue hanno acquistato il 36% delle sue esportazioni totali nel 2025, pari a 6,9 miliardi di dollari. Un risultato in calo rispetto ai 7,9 miliardi del 2024 (il 54% delle esportazioni di quell’anno), quando la sola Germania si garantì il sistema di difesa missilistica a lungo raggio Arrow 3 per 4,6 miliardi, ma in crescita rispetto al 35% del 2023, anno delle stragi di Hamas in seguito alle quali il governo Netanyahu ha messo in atto la distruzione sistematica dell’enclave palestinese. La Difesa israeliana non ha fornito la lista dei singoli Paesi , ma in base ai contratti firmati negli ultimi anni tra i principali clienti figurano Finlandia, Grecia, Polonia e Romania, tutte impegnate nel rafforzamento delle difese aeree.

La regione Asia-Pacifico è al secondo posto con il 32% delle esportazioni, in forte aumento rispetto al 23% del 2024, davanti ai paesi del Medio Oriente e del Nord Africa – tra cui gli Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco – che hanno normalizzato le relazioni con Israele nel 2020 grazie agli Accordi di Abramo promossi da Donald Trump, principale alleato di Netanyahu, e sono saliti al 15% rispetto al 12% dell’anno precedente. Il Nord America, che le armi se le produce da solo, ha rappresentato invece appena il 13% delle esportazioni di Tel Aviv, l’America Latina il 2% e l’Africa subsahariana il 2%, cifre peraltro rimaste stabili negli ultimi anni.

A trainare l’export sono soprattutto i sistemi missilistici, i razzi e la difesa aerea, che da soli rappresentano il 29% delle vendite. Seguono i sistemi di sorveglianza e il puntamento dei bersagli (22%), mentre radar e guerra elettronica e il comparto aeronautico pesano entrambi per l’11%. Una quota significativa riguarda poi i sistemi di comando, controllo e comunicazione (7%) e le postazioni di lancio e i sistemi d’arma terrestri (6%). Più contenuto, ma comunque rilevante, il contributo di droni e UAV (4%), satelliti e tecnologie spaziali (3%), veicoli militari blindati (2%), sistemi di intelligence e cybersicurezza (2%) e piattaforme navali (2%). Le munizioni rappresentano invece appena l’1% del totale, a conferma di come il punto di forza dell’industria militare del Paese sia soprattutto nei sistemi ad alta tecnologia.

Nonostante il raffreddamento che hanno comportato nei rapporti con alcuni Stati occidentali, le guerre di Israele fanno bene alla sua economia. Lo stesso governo di Tel Aviv collega esplicitamente quello che definisce il “record di tutti i tempi” nelle esportazioni ai risultati ottenuti dall’esercito nei conflitti “a Gaza, in Libano, in Iran e in Yemen”. “Esiste un filo conduttore chiaro e inequivocabile che lega i successi sul campo di battaglia delle Israel Defense Forces su tutti i fronti, le straordinarie capacità dell’industria della difesa israeliana e il successo delle esportazioni di materiale bellico israeliano in tutto il mondo”, ha esultato il ministro della Difesa Israel Katz. Un successo che, secondo lo stesso governo Netanyahu, si traduce anche sul piano politico. “Il forte aumento delle esportazioni”, mettono in chiaro gli uffici di Katz nel comunicato ufficiale, sono uno strumento per “promuovere gli obiettivi di politica estera“.

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Il cessate il fuoco tra Israele e Libano c’è, ma non basta a chiudere la guerra

L’accordo annunciato da Israele, Libano e Stati Uniti per il rinnovo del cessate il fuoco lungo il confine israelo-libanese rappresenta molto più di una tregua locale. Dietro l’intesa mediata a Washington si intravede infatti uno dei nodi centrali della crisi mediorientale degli ultimi mesi: il tentativo dell’amministrazione Trump di separare il dossier libanese dal più ampio confronto con l’Iran, mentre Teheran cerca di fare esattamente il contrario.

Secondo i termini dell’accordo, Hezbollah dovrebbe cessare completamente gli attacchi contro Israele e ritirare i propri operativi dal settore meridionale del Libano. In alcune aree pilota, il controllo esclusivo della sicurezza verrebbe assunto dalle Forze armate libanesi, con l’esclusione di qualsiasi attore armato non statale. Se attuata, la misura ridurrebbe significativamente la presenza operativa di Hezbollah lungo il confine settentrionale israeliano.

È proprio questo aspetto a spiegare perché l’intesa abbia un valore strategico che va ben oltre il teatro libanese. Per Israele, l’obiettivo è creare una fascia di sicurezza che impedisca a Hezbollah di minacciare direttamente il nord del Paese senza dover ricorrere a una presenza militare permanente oltre confine. Per Washington, invece, il cessate il fuoco costituisce un tassello fondamentale di una strategia più ampia volta a stabilizzare la regione e favorire un’intesa con l’Iran sulla sicurezza marittima nel Golfo e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump si è detto pronto a incontrare la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei.

Il problema è che Teheran non sembra intenzionata a trattare questi dossier separatamente. Negli ultimi giorni esponenti iraniani e dirigenti di Hezbollah hanno ripetuto che una soluzione duratura non può prescindere dal ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale e dalla fine delle operazioni militari contro il movimento sciita. In altre parole, l’Iran sta cercando di trasformare un negoziato sulla sicurezza regionale e sulla navigazione nel Golfo in una trattativa più ampia sull’assetto strategico del Levante.

Dal punto di vista iraniano, la questione è tutt’altro che marginale. Hezbollah non è soltanto un alleato politico o militare. Rappresenta uno dei principali strumenti della deterrenza regionale costruita dalla Repubblica islamica negli ultimi quarant’anni. La sua capacità di minacciare Israele costituisce un elemento essenziale dell’architettura di sicurezza iraniana. Accettare un arretramento significativo del movimento in Libano significherebbe quindi ridurre una delle leve più importanti di Teheran nei confronti sia di Israele sia degli Stati Uniti.

Per questo motivo la tenuta dell’accordo resta tutt’altro che scontata. Le dichiarazioni provenienti da Hezbollah continuano a indicare una forte opposizione a qualsiasi cessate il fuoco che non preveda anche concessioni israeliane più ampie. Le stesse violazioni registrate nelle ore successive all’annuncio dimostrano quanto il terreno resti instabile e quanto sia fragile il confine tra de-escalation e nuova escalation.

L’intesa tra Israele e Libano va dunque letta non come il punto di arrivo di una crisi, ma come una tappa di un negoziato molto più vasto. La vera partita si gioca infatti sul rapporto tra Washington e Teheran e sulla definizione dei nuovi equilibri regionali dopo mesi di conflitto.

Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere separati il dossier libanese e quello iraniano, il cessate il fuoco potrebbe aprire la strada a una progressiva stabilizzazione del fronte settentrionale di Israele. Se invece l’Iran riuscirà a imporre il collegamento tra i due tavoli negoziali, il Libano rischia di diventare il principale terreno di confronto politico e militare attraverso cui si deciderà il futuro assetto del Medio Oriente.

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Israele arresta la calciatrice Rand Halawani. La Federcalcio palestinese denuncia: “È una persecuzione sistematica”

La Federazione calcistica palestinese (Pfa) ha denunciato l’arresto e la detenzione prolungata di una giocatrice della nazionale di calcio femminile, la 20enne Rand Halawani, trattenuta dalle autorità israeliane da martedì sera, assieme a un’ex calciatrice della nazionale. Secondo quanto riportato da funzionari palestinesi, la calciatrice è stata convocata per un interrogatorio a Gerusalemme con una ex giocatrice della nazionale, Natalie Abu Diyeh. “Non sono un episodio isolato, ma fanno parte di un modello ben documentato di persecuzione sistematica degli atleti palestinesi, che continua impunemente”, ha denunciato la Federazione. Secondo il governatorato palestinese di Gerusalemme, un tribunale israeliano ha prorogato la detenzione di Halawani fino a venerdì. Martedì l’esercito israeliano ha arrestato anche l’ex giocatrice della nazionale Natalie Abu Diyeh, studentessa all’Università di Birzeit, e altre tre giovani donne palestinesi nella Cisgiordania occupata. In una dichiarazione, l’esercito ha affermato che le quattro donne erano sospettate di “promuovere attività terroristiche e altre attività collegate al terrorismo”.

L’Università di Birzeit ha denunciato gli arresti come parte delle “politiche sistematiche di Israele che prendono di mira l’istruzione palestinese e il diritto degli studenti a proseguire il loro percorso accademico”. Il vescovo Imad Haddad della Chiesa evangelica luterana di Giordania e Terra Santa, a cui apparteneva Natalie Abu Diyeh, ha chiesto la sua liberazione. “Siamo profondamente scioccati e inorriditi da questa notizia, così come dal fatto che la sua famiglia non sappia ancora dove sia stata portata“, ha dichiarato Haddad in un comunicato stampa. Secondo il Prisoners Club, la principale associazione per i diritti dei prigionieri nei territori palestinesi, attualmente 89 donne palestinesi sono detenute nelle carceri israeliane, tra cui tre minorenni e tre donne incinte. Il Prisoners Club, affiliato all’Autorità Palestinese, ha annunciato a fine maggio che oltre 9.400 palestinesi si trovavano nelle carceri israeliane, compresi i cittadini palestinesi di Israele, talvolta chiamati arabi israeliani.

Credit photo: pagina Instagram @wafanewsenglish

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L’ambasciatore israeliano contro Tajani: “Parla dei libanesi, ma ignora il nostro popolo. Crea scontro tra noi e il governo”

“Ho avuto alcune divergenze con il ministro degli Esteri italiano, perché le sue dichiarazioni includono sempre la sofferenza del popolo libanese, e non c’è dubbio che il popolo libanese stia soffrendo, ma non c’è l’equivalenza nel riportare anche la sofferenza delle comunità israeliane, che noi invece cerchiamo sempre di sottolineare. E questo è un motivo di scontro con il ministro degli Esteri, e motivo di attrito che abbiamo con il governo italiano”. Conversando con i giornalisti sulla situazione in Libano, l’ambasciatore israeliano a Roma Jonathan Peled lancia un’accusa durissima nei confronti di Antonio Tajani, che nei giorni scorsi ha condannato Tel Aviv per la nuova offensiva contro il Paese confinante. “Il governo italiano non può risolvere da solo la pace nel mondo. Sono soprattutto gli Stati Uniti che devono fermare Israele, noi continuiamo a fare la nostra”, ha detto da ultimo il vicepremier e leader di Forza Italia, a margine delle celebrazioni del 2 giugno.

Già dalla settimana scorsa, però, Tajani aveva stigmatizzato i raid dello Stato ebraico, pur stando sempre attento a condannare allo stesso tempo anche le offensive dei miliziani sciiti libanesi di Hezbollah: “Bisogna disarmare Hezbollah e costruire uno stato libanese libero dai diktat fondamentalisti. Ma nello stesso tempo Israele deve comprendere che non si può andare a bombardare dove ci sono popolazioni civili“, aveva detto. E ancora: “Io credo che in Libano si debba evitare un’escalation. Hezbollah non può continuare a bombardare il nord di Israele e Israele deve affidarsi di più alle Nazioni Unite all’Unifil per cercare di disarmare Hezbollah. Noi chiediamo che si fermi questa escalation, lo chiediamo a Israele e naturalmente condanniamo tutte le azioni di Hezbollah contro Israele”. Un cerchiobottismo che evidentemente non ha soddisfatto la diplomazia di Tel Aviv.

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Noa: “Rispetto l’opinione di De Gregori, ma non può dire agli altri cosa devono fare. Springsteen è un eroe, che rischia la vita. Netanyahu è una maledizione per il mio popolo, Ben Gvir è un mostro”

Noa, partiamo da quella sera. 4 novembre 1995, Tel Aviv, la manifestazione per celebrare gli Accordi di Oslo. Sono le 21.30.
“Avevo cantato, ero già scesa dal palco per dare un abbraccio e un bacio a Yitzhak Rabin. Il premier sale su per fare il coro, stonatissimo e imbarazzato, in ‘Shira LaShalom’ con Miri Aloni, che aveva reso famoso questo pezzo pacifista quando era nell’esercito”.

E dopo?
“È sceso anche lui, il foglio con il testo della ‘Canzone della pace’ ripiegato nel taschino della giacca. È stato quello, dei tre proiettili sparati dal killer, un estremista di destra ebreo, a risultare fatale. Trapassando il foglio e inondandolo del suo sangue. Lo conserviamo al Centro Rabin per la Pace. Fu un momento tragicamente mitologico”.

Che le cambiò la vita.
“A 25 anni ero una star. La beniamina di Israele, con i riccioli e la voce d’oro. Riempivo gli auditorium, avevo un disco con la Geffen Records. Mi consideravano la nuova Celine Dion. Ricordo l’istante in cui ho pensato: ‘Riuscirai a fuggire da questa gabbia, Noa? Ti dedicherai solo a inseguire il successo o ti tufferai nelle acque insanguinate, sapendo che ci sarà un prezzo da pagare? Molti ti odieranno’. Decisi di diventare come Neytiri”.

Il personaggio di Avatar.
“Mi trasformai in uno spirito guerriero. Sono da 30 anni in questa missione, è il mio destino, tra un paio di generazioni forse il mio seme avrà generato qualche piantina. Nessun artista che si reputi tale deve andare in panico per compiacere il pubblico, ma continuare a esplorare, facendo in modo che la musica offra un briciolo di verità. I Beatles, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Paul Simon e…i contrappunti di Bach ce lo hanno insegnato. Difendi la tua innocenza, esplora la tua anima, fai in modo che vada a occupare uno spazio ancora vuoto, prima sia troppo tardi”.

Lo dimostra nel suo ultimo album, ‘The giver and the see’, che è baciato dalla grazia. C’è ispirazione a ogni passo. E ci vedi pure, in controluce, l’ombra di questa realtà angosciosa. Eppure lei, diversamente da De Gregori e Vasco, ha scelto di non raccontare le cose solo nelle canzoni.
“Rispetto l’opinione di De Gregori, ma lui non può dire agli altri cosa debbano fare o meno. Ha optato per non parlare se non con la sua musica? Ok, ma Springsteen è un eroe, che sta mettendo a repentaglio la propria vita con immenso coraggio per schierarsi contro Trump. Da sempre Bruce racconta la cosa più preziosa per lui, l’America: e se capisce che quell’idiota del presidente la sta distruggendo dovrebbe starsene in disparte? De Gregori dice: chi siamo noi cantanti per parlare di politica? Certo, non siamo obbligati. Però puoi parlare di valori, della pace, dei diritti umani, essere contro il razzismo e la xenofobia. O dobbiamo lasciare questi temi agli storici e ai filosofi?”.

Il 3 ottobre ci sarà nel Maryland il Power to the People Festival, con Springsteen, Tom Morello, Foo Fighters…
“Ci andrei a piedi, se mi invitassero. Wow, ci sarà anche Joan Baez”.

Torniamo all’album: è il primo senza la chitarra di Gil Dor, spicca il piano di Ruslan Sirota, che la seguirà nel tour italiano in estate.
“Amo Gil, è un genio, ma ha 17 anni più di me, oggi ha interessi diversi. Il nostro suono era diventato un nodo inestricabile, come Tuck & Patti. Facemmo un disco ai tempi del Covid, ‘Afterallogy’. E poi, e poi…arrivò il 7 ottobre. In un post sui social dissi a chiunque: se avete bisogno di noi, veniamo a suonare a casa vostra. Raccoglievamo fondi per Gaza”.

Subito dopo il 7 ottobre il mondo intero era al fianco di Israele. Però Netanyahu…
“Netanyahu è una maledizione per il mio popolo. Un bugiardo, un disperato che sta facendo la guerra per salvarsi dalla galera e dall’inferno che merita. Il 7 ottobre Hamas ha ucciso i nostri ragazzi, ha trucidato bambini. Un Primo Ministro assennato avrebbe chiuso la questione in fretta, attaccando Hamas e facendosi restituire gli ostaggi. Netanyahu no: ha tradito Israele da quando è al potere, da 20 anni. Si è venduto una prosperità tecnologica regionale foraggiando la stessa Hamas con milioni di dollari e si aspettava che quelli ricambiassero la protezione senza attaccarci. Netanyahu è una merda, così come quel pazzo figlio di puttana di Trump che gli fornisce le armi. E neppure il vecchio, democratico Biden era riuscito a fermare Bibi”.

Come sottrarsi alla morsa dei tiranni?
“Noi israeliani abbiamo un’ultima possibilità: le elezioni in ottobre. Se Netanyahu le rivincerà il mio Paese precipiterà nell’abisso, e io stessa, che vivo in un kibbutz, me ne andrò. C’è questa estrema chance prima della catastrofe. Il dramma è che non abbiamo una costituzione che limiti la sua possibilità di ricandidarsi”.

Ha fiducia che possa essere sconfitto?
“I media internazionali cavalcano la falsa equazione fra Netanyahu e Israele. Perché non vediamo mai nei vostri Tg Meir Golan, il leader della nostra coalizione democratica? Questo è un problema per noi israeliani di sinistra, che siamo moltissimi. Senta questa storia: uno studente va da un saggio e gli chiede: ci sono due lupi, quello della luce e quello delle tenebre, chi vincerà? Il saggio gli risponde: quello che nutri. Ed è così”.

Dunque esiste una solida opposizione da voi.
“Scherza? Un giorno manifestammo attorno alla Knesset, dormimmo lì in tenda. Ci fu un attacco e sbaraccammo la piazza, perché tutti i nostri figli sono mobilitati nell’esercito. Israele è un piccolo Paese sotto tiro costante, siamo terrorizzati che i nostri ragazzi, i nostri fratelli e sorelle non tornino a casa. Io stessa, agli esordi della carriera, passai due anni nell’IDF, come vuole la legge. Due dei miei figli sono arruolati. La più piccola mi ha detto: Mamma, me ne vado all’estero, non posso imbracciare il fucile per questi corrotti e per Netanyahu”.

E per Ben Gvir.
“Lo odio, è un mostro. Ma per i suoi fans le violenze sulla Flotilla lo hanno reso ancora più forte. Lui, Netanyahu e Trump sono banditi, mafiosi, criminali. Occhio: Trump lavora per l’ego e l’avidità. Ben Gvir è persino più pericoloso poichè sostiene di operare per conto di Dio. Crede che la sua missione divina sia liberare la terra dai palestinesi e creare il Regno di Giudea per la venuta del Messia. Dal fiume al mare. E costruire il Terzo Tempio. Questa è gente pericolosissima, malvagia. Sa chi era l’idolo di Ben Gvir?

Dica.
“Si chiamava Meir Kahane, un rabbino ebreo americano, aveva fondato un movimento razzista e suprematista come il Ku Klux Klan, però ebraico”.

All’inizio dei ’70 Dylan, nel suo periodo religioso, ne parlava bene. Lo incontrò- Poi si ricredette.
“Quando Kahane fu eletto in Parlamento tutti gli altri deputati abbandonarono l’aula. Il suo partito fu messo fuori legge. Ora Ben Gvir sta controllando la polizia e la nostra sicurezza interna”.

A proposito, ha sentito del battello della Flotilla senza equipaggio che ha raggiunto la Striscia?
“Un miracolo della corrente, della natura. Spero che a bordo vi fossero ancora cibo e aiuti. Tuttavia, è l’unico risultato concreto della Flotilla. Sapevamo che l’obiettivo praticabile fosse mostrare al mondo, di nuovo, quanto fosse orribile Ben Gvir”.

E la violenza dei coloni? Non dovrebbero essere lì.
“Quelli che vediamo nelle news internazionali sono una ristrettissima minoranza, i cosiddetti Ragazzi delle Colline, così violenti e brutali. I coloni sono negli insediamenti perché i governi di Israele hanno concesso loro terra a buon mercato: Tel Aviv è più cara di Parigi per comprare una casa. I coloni erano andati lì quando subivamo la massima pressione di Arafat e dell’OLP, gli attentati e i missili. Ora lasciare quelle aree significherebbe scatenare una guerra civile. Siamo rimasti nella sindrome dell’accerchiamento. Netanyahu cavalca lo spettro di Hitler per premere sugli israeliani traumatizzati dall’Olocausto”.

Se ne esce?
“Finché lui resta in sella, l’Occidente e l’Italia non debbono interrompere gli accordi commerciali”.

No?
“Le sanzioni lo renderebbero un condottiero impossibile da disarcionare. Detto questo, tutti devono smettere di spararsi addosso. Adesso. Hezbollah non deve tirare razzi entro i nostri confini e noi non dobbiamo avanzare in Libano. Lo stesso deve accadere con l’Iran. I popoli libanesi, iraniani, israeliani sono meravigliosi. I loro leader sono tutti dei bastardi”.

Quindi come si costruisce la pace?
“Convincendoci, tutti in Medio Oriente, di poter convivere. E se penso a Gaza so che non è facile smarcarsi da Hamas: quegli schifosi dei terroristi se ne stanno rintanati a ingrassare in Qatar sulla pelle dei bambini palestinesi. Tengono in ostaggio la gente di Gaza: lì se ti ribelli ad Hamas in cinque minuti ti fanno fuori. Io in Israele posso ancora parlare, non so per quanto”.

Ha sentito la nuova versione di ‘Comfortably Numb’ ricantata da Roger Waters con Mona Mair in inglese e arabo e il video per Gaza?
“Interessante, ma Waters mi ha perso quando ai suoi concerti faceva volare un maiale con la Stella di David. Non puoi usare il nostro simbolo più sacro sovrapponendovi quello meno amato. È come se avesse detto al popolo ebraico: andate tutti a fare in culo. Questo è inaccettabile. Le parole possono essere benedizioni, oppure armi. Waters ha abusato del suo potere e della sua popolarità, diventando così radicale da meritarsi il disprezzo anche degli israeliani di sinistra come me, che pensano che gli abitanti di Gaza debbano essere liberi e che i palestinesi debbano avere un loro stato accanto ad Israele. Coesistendo fianco a fianco”.

Non dicevamo che schierarsi è sempre meglio che tacere?
“Ovvio, ma senza incorrere in errori di prospettiva. Prenda i movimenti pro-Pal: dovrebbero imparare a capire che il sostegno alla Palestina non deve andare a discapito del diritto alla vita e alla sicurezza del mio popolo. Troppi intellettuali occidentali, anche nelle università o nella comunità artistica male informata, confondono Gaza con Hamas, ed è un errore tragico per tutti. Chi vorrebbe sentirsi dire: ‘Gazawi, dovete diventare martiri in nostro nome’? Al tempo stesso, questa miopia fa il gioco di Netanyahu. Dobbiamo costruire ponti per la pace. Crederci allo sfinimento”.

Come ha fatto lei, Noa, organizzando con Mira Awad il Re-Imagine Peace Festival con artisti israeliani, palestinesi e italiani, tra cui Neri Marcorè, all’Anfiteatro delle Cascine di Firenze dal 10 al 12 luglio. Non ha invitato politici, parteciperà il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa.
“Che è un grande uomo, una rockstar! Sono stata davvero a disagio per lui dopo l’incidente della Domenica delle Palme. Pizzaballa si è ricordato di quando feci un concerto nella sua Bergamo destinando i fondi all’ospedale per affrontare il Covid. A Firenze sarà un evento gratuito, tutti i cittadini sono i benvenuti per parlare e capire insieme. Se metti da parte le ideologie, le tifoserie e vedi un essere umano che soffre, schierati dalla sua parte. Se non riesci a sentire il grido d’aiuto di qualcuno, non aspettarti che poi qualcun altro ti soccorra nel tuo momento del bisogno. Io sono una donna ebrea yemenita, dunque di sangue arabo. Quel che conta è la mia identità. Che è come il mantice di una fisarmonica. Se lo comprimo, sarò schiacciato e isolato dalla mia particolarità, se lo espando mi sentirò accolto nel mondo”.

Dove ha coltivato la saggezza?
“Da dieci anni pratico la meditazione estrema, la Vipassana. Non sono più la Noa di un tempo. Un mio amico, il grande storico Yuval Noah Harari, è persino più avanti di me. Riesce a stare in silenzio totale per 60 giorni l’anno. Harari, un conferenziere mondiale. Dice: è la cosa più importante della mia vita. I monaci buddisti insegnavano che se c’è qualcosa che puoi fare, agisci. Altrimenti lascia che sia. O come mi diceva il mio mentore Shimon Peres: ‘Ottimisti e pessimisti sono entrambi destinati a morire. La differenza è come impieghi la tua vita’”.

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Iran, il doppio colpo di Netanyahu: Israele avanza in Libano e fa vacillare l’intesa tra Stati Uniti e Teheran

“C’è stato un piccolo intoppo oggi, gli iraniani erano sconvolti per gli attacchi di Israele al Libano. Quindi ho parlato con Hezbollah e ho detto di non sparare, e ho parlato con Bibi e ho detto di non sparare, e tutti e due hanno smesso di spararsi a vicenda”. In Italia sono le 23.59 del 1° giugno, quando le agenzie battono i virgolettati di Donald Trump. Parole, quelle del presidente degli Stati Uniti, che sarebbero state smentite dagli eventi nelle ore successive: il Partito di Dio ha continuato a lanciare razzi contro il nord dello Stato ebraico e Tel Aviv ha risposto uccidendo almeno 6 persone nel sud del paese dei cedri.

Lo scontro tra Tel Aviv e Hezbollah è diventato uno dei nodi più delicati nelle trattative per il raggiungimento del cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran. E’ stata Teheran a metterlo al centro del tavolo, ponendo come condizione per la chiusura lo stop delle operazioni militari israeliane. L’interlocuzione era stata intavolata, le due parti si erano scambiate proposte, ognuna delle due era descritta o si diceva impegnata ad apportare modifiche a quella della controparte, e i lavori parevano procedere. Poi, lunedì mattina, la mossa di Netanyahu: il premier “e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato alle Idf di attaccare obiettivi terroristici nel quartiere di Dahiyeh a Beirut“, roccaforte delle milizie sciite.

Un salto di qualità importante. Se fino a pochi giorni fa l’obiettivo dichiarato di Tel Aviv era ricacciare Hezbollah a nord del fiume Litani, da giovedì le Israel Defense Forces stanno compiendo operazioni di terra ben più a settentrione, arrivando a combattere nell’area di Nabatieh, bombardando dal cielo e chiedendo agli abitanti di diversi villaggi di evacuare “immediatamente e trasferirsi a nord del fiume Zahrani“, ovvero altri 20 km più a nord rispetto al Litani. L’annuncio di Netanyahu, quindi, è stato interpretato come la volontà di Tel Aviv di mettere nel mirino la capitale e colpire forse in maniera definitiva i vertici dell’organizzazione sciita, legata a doppio filo a Teheran.

Una minaccia presa sul serio dalla Repubblica Islamica al punto che poche ore dopo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti doveva essere considerato valido “su tutti i fronti, incluso il Libano”, e che una violazione nel paese dei cedri equivaleva a una violazione dell’intera intesa. Subito dopo l’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha riferito della sospensione delle comunicazioni negoziali con Washington, sostenendo che non ci sarebbero stati ulteriori colloqui finché non fossero cessate le operazioni israeliane in Libano e a Gaza. La stessa agenzia aggiungeva che a causa degli attacchi israeliani sul Libano “l’Iran e il Fronte della Resistenza” starebbero valutando “la chiusura completa dello Stretto di Hormuz e l’attivazione di altri fronti, tra cui lo Stretto di Bab el-Mandeb“. Una minaccia che pesa, perché comporterebbe ulteriori problemi anche per l’Europa: quello di Bab el-Mandeb è il choke point attraverso il quale le merci prodotte nell’Unione europea che arrivano nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Suez hanno poi accesso all’oceano Indiano e quindi ai mercati dell’Estremo oriente.

Nella tarda serata di ieri è arrivata l’intervista di Trump all’emittente Abc, in cui il capo della Casa Bianca ha spiegato di aver “avuto una conversazione con Bibi Netanyahu, chiedendogli di non intraprendere un’incursione su vasta scala a Beirut, in Libano” e il premier israeliano “ha fatto invertire la marcia alle sue truppe. Grazie, Bibi”. Sia Israele che Hezbollah hanno accettato di “smettere di sparare. Vediamo quanto durerà: si spera per l’eternità“, ha aggiunto con la consueta tendenza all’iperbole il tycoon, secondo cui l’accordo con l’Iran per l’estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire già nel corso della “prossima settimana“.

Nelle stesse ore l’amministrazione Trump faceva arrivare ad Axios i contenuti di una presunta telefonata tra Trump e Netanyahu nella quale il primo avrebbe strigliato a dovere il secondo. “Sei un dannato pazzo – avrebbe detto il presidente Usa al premier israeliano -. Saresti in prigione se non fosse per me, ti sto salvando”. E ancora, in un crescendo, “tutti ti odiano adesso, tutti odiano Israele per questo”. Un colloquio smentito dall’entourage del secondo: “Trump non ha detto a Netanyahu nulla di personale, né frasi riguardanti il rischio di finire in carcere, né affermazioni secondo cui Netanyahu sarebbe odiato nel mondo”. I due leader, quindi, secondo le fonti di Axios, avrebbero stretto un accordo: Israele non attaccherebbe Dahiyeh a meno che il suo territorio non venisse attaccato da Hezbollah.

Non è ancora chiaro se i colloqui si fermeranno, ma i fatti dicono che in Libano la guerra – oltre 3.000 le vittime dal 2 marzo – va avanti. Tra ieri sera e questa mattina le sirene d’allarme sono state attivate diverse volte nel nord di Israele per il lancio di missili, razzi e droni da parte di Hezbollah. La Difesa civile di Beirut, da parte sua, ha annunciato di aver recuperato i corpi di sei persone, tutti appartenenti a una stessa famiglia, dalle macerie di una casa colpita ieri sera in un raid israeliano nel villaggio di Marwaniyé, vicino a Sidone. Tra le vittime ci sarebbero anche tre bambini. Nella notte le Idf hanno continuano a effettuare attacchi, bombardando le vicinanze di Nabatieh, dove un uomo è stato ucciso con i suoi due figli e l’esercito israeliano a fine mattinata ha diramato un nuovo ordine di evacuazione.

Il copione si ripete sempre identico: appena aumentano le possibilità di un accordo tra Washington e Teheran, Tel Aviv fa saltare il banco. Il 7 aprile la Israeli Air Force aveva bombardato il giacimento iraniano di gas di South Pars, il più grande del pianeta, dopo che il Pakistan aveva presentato il suo piano per il cessate il fuoco. Lo stesso era accaduto nel giugno 2025: nella notte tra il 12 e il 13 Israele aveva bombardato gli impianti nucleari e missilistici di Teheran dando il via alla guerra dei 12 giorni. Anche allora Washington era nel pieno delle trattative con Teheran sul suo programma nucleare e un nuovo round di colloqui era già fissato per il 15 giugno.

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