From the wreckage of Super Typhoon Sinlaku, Pacific Islanders slowly recover


Da un lato c’è lo schermo dei social che racconta di corpi perfetti, scolpiti da allenamenti elitari a 150 euro. Dall’altro c’è una comunità che vuole tornare ai veri valori dello yoga, dove tutti a terra si riconoscono alla stessa altezza. È un guardarsi “Dal Basso” proprio come suggerisce il nome del primo Festival di Yoga Popolare organizzato dal collettivo “Yoga Riot” che si terrà il 7 giugno – dalla mattina alla sera – al Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax di Roma.
“Per noi significa creare una comunità davvero inclusiva, in cui non contino il tipo di corpo, l’estrazione sociale o lo stile di vita delle persone. L’idea è offrire uno spazio comune e accogliente in cui chiunque possa praticare yoga – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Matteo Franceschini , insegnante di yoga e co-fondatore del collettivo – noi siamo insegnanti e utilizziamo la pratica per trasmettere valori che appartengono prima di tutto a noi come individui. Con questo Festival volevamo costruire un momento di unione, capace di mettere tutti sullo stesso piano”.
Ma quanti e quali sono i piani da livellare per ambire alla perfetta inclusione di tutte e tutti? Non occorre fare molta strada, basta dare uno sguardo al proprio corpo. È considerato giusto? Sbagliato? È conforme? Secondo Franceschini, che ha ricordato come i valori dello yoga siano sempre andati ben oltre la sola pratica fisica, oggi sembra quasi che esista un solo corpo ideale per lo yoga ma “in realtà è l’opposto. Nella mia esperienza personale – mi occupo anche di yoga terapeutico – credo che proprio chi vive difficoltà o ha un corpo lontano dagli standard dominanti debba sentirsi accolto nella pratica. Il corpo non definisce una persona: è uno strumento, e ogni corpo racconta una storia che merita dignità e ascolto”.
Perché allora sembra così difficile superare l’idea che la pratica sia solo appannaggio di pochi? “Sui social, tutto corre velocissimo e si finisce per imporre modelli conformi spingendo molto sulla performance e sull’apparenza– ha sottolineato Franceschini – il nostro obiettivo è riportare l’attenzione sull’esperienza umana e non sulla conformità estetica”.
Ma superate le barriere fisiche che riguardano la sfera individuale, secondo Franceschini bisogna affrontare la dimensione collettiva “capitalistica” che ha creato un vero e proprio “classismo del benessere“: “Il mondo del wellness, yoga compreso, è stato progressivamente assorbito da logiche di mercato che hanno reso certe pratiche accessibili solo a chi può permettersele”. Ma l’inversione di rotta esiste ed è possibile: “Con Dal Basso abbiamo voluto fare l’opposto. Oggi esistono festival in cui un singolo giorno può costare anche 150 o 200 euro. Noi abbiamo scelto di mantenere un prezzo popolare. L’ingresso costerà 15 euro per un’intera giornata di attività, con due sale yoga, circa trenta laboratori, un mercatino e momenti conviviali. Anche il cibo sarà gestito da realtà che condividono la nostra stessa visione sociale e accessibile”.
È con lo scardinamento di questi muri che può compiersi la piena “libertà di movimento“, un concetto che va ben oltre il suo significato letterale e che per il collettivo Yoga Riot si aggancia alla “possibilità per ogni individuo di esistere, spostarsi ed essere accolto con dignità, indipendentemente dal luogo in cui è nato”. Matteo Franceschini ha specificato come questo sia per loro un tema centrale “soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo” perché “mentre si parla sempre più spesso di remigrazione e chiusura” è fondamentale “sostenere chi fugge da determinate condizioni o aiutare concretamente chi resta nei territori colpiti“.
Tutto è dunque centrato sul significato etimologico del termine yoga: unione. È solo spogliandosi di qualsiasi sovrastruttura che si può innescare una connessione con sé stessi e l’altro in un processo che, come cerca di insegnare lo yoga fin dall’origine, ha bisogno di consapevolezza: perché, ha concluso Franceschini, “più siamo consapevoli, più ci avviciniamo alla libertà, individuale e collettiva”.
L'articolo “Dal basso”, primo festival di yoga popolare a Roma: “No alle logiche di mercato che lo rendono inaccessibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.
La fuga all’estero degli italiani “è un esodo che ci è costato 170 miliardi di euro”, con “192mila giovani che se ne sono andati negli ultimi quattro anni, 630mila persone tra il 2021 e 2024. Una perdita da tutti i punti di vista, ma anche dal punto di vista economico. Questo non è ancora un Paese per giovani”. La segretaria del Pd, Elly Schlein, sceglie questi dati per illustrare un fenomeno che da anni porta all’estero un flusso sempre più consistente di connazionali, che decidono di lasciare l’Italia alla ricerca di migliori opportunità professionali e qualità di vita. E per questo presenta una rosa di iniziative che possano trattenere chi ha meno di 35 anni. “Proponiamo una serie di interventi concreti che vanno dall’aumento salariale di 200 euro al mese, per i primi tre anni sui nuovi contratti stabili attivati under 35; diritto alla casa; diritto al trasporto rendendo gratuito quello pubblico per i giovani studenti; sostegno alla ricerca con borse di studio per i dottorati nelle università del sud; fondi di sostegno all’imprenditoria giovanile nelle aree interne di questo Paese. Quindi un insieme di interventi concreti che possano dare una buona ragione per restare”. Il primo firmatario della proposta di legge, Marco Sarracino, responsabile Sud e Aree Interne nella segreteria nazionale ha indicato dove il Partito Democratico intende trovare le risorse. “Per gli interventi sui salari e per il sostegno all’abitare le risorse le prendiamo dagli extraprofitti delle imprese che faranno ricavi superiori a 50 milioni di euro l’anno”. “Partire – ha aggiunto – deve essere sempre una scelta fatta per arricchire il proprio percorso professionale e il proprio percorso di vita. Mai deve essere una scelta obbligata dalla mancanza di opportunità dove si nasce, dove si cresce, dove si studia, dove si lavora e dove si vuole restare”, ha concluso Schlein.
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Zerocalcare ha ragione: ma se non me lo dite, che ne so? La catena di montaggio silenziosa e anonima che tiene in piedi l’industria creativa digitale di oggi non è abituata ad alzare la testa. E la stessa struttura del lavoro è costruita in maniera tale che braccia, occhi, orecchie e cervelli vengano usati quel tanto che serve e pagati quel poco che si deve, senza impegno e senza tante storie.
Per ora non conosciamo le dinamiche della vicenda, venuta fuori da denunce anonime sui social; non sappiamo se si tratti di qualcosa di vero oppure di un caso montato ad arte. Non lo sappiamo, ma Zerocalcare ha avuto l’onestà e la sensibilità di non autoassolversi dal grande disegno, visto che di disegni parliamo, e anzi di approfittare della querelle, nella quale i soliti – a destra – stanno nuotando da un paio di giorni, per dimostrare al mondo che la gente di sinistra non esiste (è gente di destra che sfrutta il marketing del sociale) e che pure chi viene dai centri sociali è felice di sfruttare il lavoro altrui.
Il problema, appunto, è di più ampia portata e non riguarda chi fa animazioni, i fonici, gli operatori video o qualunque altra professione della catena di produzione di una serie per le piattaforme: riguarda tutte le professioni della catena. Tutte, nessuna esclusa.
Il sistema delle produzioni è lo specchio distorto dei rapporti di forza di oggi. Lavori ambiti e “cool”, pagati noccioline con la speranza del “vedrai, un giorno”, o con la disperazione del “meglio questo che lavorare in un bar”.
Quando guardiamo una serie animata di Zerocalcare, tradotta e sottotitolata in decine di lingue diverse, sullo schermo scorre il trionfo dell’ingegno italiano. Ma dietro quel prodotto “carino” e rifinito che arriva sui nostri dispositivi si nasconde un enorme punto di domanda etico: quei sottotitoli in 121 lingue, con ogni probabilità, sono costati pochi euro l’ora — diciamo 3 o 4 al massimo — a traduttori costretti a lavorare al ribasso, o a non professionisti agganciati da agenzie con sede in India, dove le tutele sindacali europee semplicemente non esistono.
Avete presente il teorema etico delle sneakers? Belle, ma costate lavoro sottopagato in fabbriche fatiscenti in qualche Paese del Sud-est asiatico? Con le dovute proporzioni, il meccanismo è lo stesso. Il costo del prodotto finale digitale lo stabiliscono il dumping salariale e la bravura nelle catene infinite di subappalti che fanno rimpallare pezzi di prodotto in giro per mezzo mondo per risparmiare quella frazione di dollaro che servirà a far scendere il costo totale.
Oggi il quadro è persino peggiore. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale – e vi parlo dei traduttori e di chi scrive i sottotitoli, perché è il pezzo di catena che conosco meglio – il traduttore è stato declassato a “macchina umana”: un mero certificatore di bozze generate da un algoritmo, pagato una miseria per correggere le virgole di un software.
Michele Rech ha più volte denunciato lo sfruttamento degli animatori. Eppure, per assurdo, potrebbe non sapere mai che i sottotitoli in italiano per non udenti della sua opera sono stati materialmente rifiniti dal “Secco” di turno che vive a Roma, nel palazzo di fronte al suo, ma contrattualizzato a 2 dollari l’ora da una multinazionale asiatica.
In questa giungla, i soggetti più pericolosi non sono i giganti storici, ma i nuovi arrivati. Piccole agenzie indipendenti che nessuno conosce, che cercano di farsi notare sul mercato globale offrendo l’unica cosa che le piattaforme chiedono: rapidità assoluta e compressione dei costi salariali.
Il video di denuncia di Zerocalcare sulla filiera dei disegnatori è stato un atto di encomiabile onestà. Ma di fronte alla vastità di questa catena di sfruttamento globale, che si estende dalla grafica ai sottotitoli, verrebbe da dirgli, con affetto: “A Michè, sveja!”. Il sistema che ti ospita è molto più cinico di quanto persino tu riesca a raccontare.
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Da giorni si discute della provocazione lanciata dal sindaco di San Giorgio su Legnano: chiedere a chi vive con un cane o un gatto e non ha figli di versare un contributo volontario per sostenere le famiglie con bambini. Una proposta che nasce dal tema reale della denatalità, ma che finisce per toccare un nervo molto più profondo della nostra società: il modo in cui giudichiamo le scelte, le fragilità e le biografie degli altri.
Dietro quella che viene definita una “provocazione” si nasconde infatti un presupposto implicito: che esista una relazione tra il non avere figli e la scelta di vivere con un animale. Come se il cane o il gatto rappresentassero una sorta di sostituto della genitorialità. Come se chi non ha figli avesse semplicemente scelto una strada più semplice, meno impegnativa, più comoda.
Ma la realtà umana raramente è così lineare. La death education insegna prima di tutto una cosa: non possiamo leggere le vite degli altri dall’esterno. Dietro una casa in cui vive un animale potrebbero esserci infertilità, aborti spontanei, lutti perinatali, separazioni, malattie, rinunce economiche, percorsi di cura, oppure semplicemente scelte personali che non richiedono alcuna giustificazione pubblica. Esistono persone che avrebbero desiderato diventare genitori e non hanno potuto. Persone che hanno perso un figlio. Persone che stanno affrontando percorsi dolorosi di procreazione assistita. Persone che convivono con un lutto silenzioso che nessuno vede.
Quando una comunità costruisce una narrazione che contrappone chi ha figli e chi ha animali, rischia di trasformare situazioni profondamente diverse in categorie morali. Da una parte chi contribuisce al futuro. Dall’altra chi sembra quasi sottrarsi a una responsabilità collettiva. Ed è proprio qui che la death education può offrire uno sguardo diverso.
Perché educare alla morte significa anche educare alla complessità delle esistenze. Significa comprendere che non tutte le assenze sono visibili. Che esistono perdite che non hanno funerali. Che alcune ferite non producono certificati né statistiche.
Negli ultimi anni, inoltre, la relazione con gli animali è diventata sempre più significativa anche dal punto di vista affettivo ed esistenziale. Non perché sostituiscano i figli, ma perché rappresentano legami autentici. Per molte persone un animale accompagna la solitudine, la malattia, la vecchiaia, la depressione, il lutto. Entra nella storia emotiva di una famiglia e spesso diventa parte integrante dei suoi rituali di cura e di memoria.
Chi lavora nell’ambito del lutto sa bene quanto possa essere devastante la perdita di un animale. E sa anche quanto spesso questo dolore venga minimizzato o ridicolizzato. Il vero tema, allora, non è scegliere tra figli e animali. Il vero tema è comprendere come costruire comunità capaci di sostenere la fragilità senza trasformarla in una graduatoria di valore.
Le famiglie con figli meritano certamente maggiore sostegno economico e sociale. Ma quel sostegno dovrebbe nascere da politiche pubbliche lungimiranti, non dalla ricerca di categorie simboliche da contrapporre. Perché una società matura non cresce mettendo in competizione i bisogni affettivi delle persone. Cresce quando riconosce che dietro ogni porta chiusa esiste una storia che non conosciamo.
E che prima di chiedere un contributo economico, forse dovremmo imparare a esercitare qualcosa di molto più raro: la sospensione del giudizio.
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La Corte Costituzionale ha dichiarato “ammissibile” il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Senato, a gennaio, in difesa di Daniela Santanché e contro la procura di Milano che, nell’ipotesi della difesa dell’ex ministra, condivisa da palazzo Madama, avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione preventiva per acquisire chat, mail e registrazioni di dipendenti dell’ex ministra del Turismo. La vicenda che è approdata alla Consulta riguarda l’indagine a carico della senatrice di Fdi, accusata di truffa aggravata all’Inps in relazione alla cassa integrazione nel periodo Covid per alcuni lavoratori pendenti di Visibilia. Gli avvocati difensori Salvatore Pino e Nicolò Pelanda avevano sostenuto a Milano che, essendo i messaggi equiparabili ormai a corrispondenza privata, come stabilito dalla stessa Corte costituzionale per il caso Renzi-Open, i pm non possono usare questo materiale probatorio, acquisito senza autorizzazione del Senato. Ora la Corte costituzionale ha deciso che “esiste la materia di un conflitto, la cui risoluzione spetta alla competenza di questa Corte”. L’ordinanza sarà “immediatamente” trasmessa al Senato, che ha 60 giorni di tempo per trasmetterla alla procura di Milano. Dopo ci sono 30 giorni di tempo per deposito memorie e fissazione dell’udienza di merito. La sentenza della Corte, quando ci sarà, verosimilmente darà ragione a Santanché, dato la sua precedente sentenza “storica”. Messaggi, mail, registrazioni sono equiparabili a “corrispondenza” e, quindi, come nel caso di “classiche” intercettazioni, per l’utilizzo ci vuole l’autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare coinvolto sia se indagato ma anche se si è solo scambiato mail o messaggi con un indagato.
Tutto nasce dal conflitto sollevato dal Senato su richiesta di Matteo Renzi, per l’indagine della procura di Firenze sulla fondazione Open. Nel 2023 la Consulta diede ragione all’ex premier, ampliando il concetto di immunità per i parlamentari, stabilito dall’articolo 68 della Costituzione. La Corte con quella sentenza ha cambiato la procedura delle indagini dei pm che si imbattono in deputati e senatori: ha stabilito che i pm non potevano acquisire “senza preventiva autorizzazione del Senato” mail e Whatsapp: né quelli di Renzi, parlamentare, e neppure quelli “a lui diretti, conservati in dispositivi elettronici appartenenti a terzi, oggetto di provvedimenti di sequestro nell’ambito di un procedimento penale a carico dello stesso parlamentare e di terzi”. Una sentenza quella della Corte che ha ribaltato quanto aveva stabilito con diverse sentenze la Cassazione, secondo la quale invece quel tipo di messaggistica era equiparabile a “documentazione” e quindi come tale senza obbligo di autorizzazione parlamentare. Dal 2023, invece, le cose sono cambiate, tanto che di recente proprio la procura di Milano, che sta indagando sulla scalata Mps-Mediobanca, ha chiesto l’autorizzazione preventiva alle Camere per poter visionare ed estrarre le chat presenti nel cellulare dell’ex dirigente del Ministero dell’Economia (Mef) Marcello Sala, dato che lo stesso Sala ha “avvertito” i pm di avere scambiato messaggi con 9 tra parlamentari e membri del governo, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini, non indagati. Un’altra autorizzazione è stata richiesta alla Camera dei deputati, nei giorni scorsi, dalla procura di Roma che vuole visionare i messaggi scambiati tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, FdI e Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia di beni del clan Senese. Delmastro e suoi amici di Fdi di Biella, non indagati, erano soci della “Bisteccheria d’Italia”, ristorante romani, insieme a Miriam Caroccia, figlia diciottenne di Mauro.
Tornando alla sentenza della Corte sul caso Renzi, i giudici, nel 2023, stabilirono che bisogna adeguarsi ai tempi: la “corrispondenza” – tutelata dall’articolo 15 della Costituzione, comminato con l’articolo 68, quello sulle guarentigie parlamentari – ai giorni nostri non può che essere costituita prevalentemente da messaggistica elettronica: “Lo scambio di messaggi elettronici, e-mail, Sms, WhatsApp e simili” rappresenta “di per sé una forma di corrispondenza a tutti gli effetti”. Sempre la Corte criticò la Cassazione che fino ad allora aveva stabilito diversamente: “Sostenere il contrario, (che i messaggi elettronici non siano corrispondenza, ndr) in un momento storico nel quale la corrispondenza cartacea, trasmessa tramite il servizio postale e telegrafico, è ormai relegata a un ruolo di secondo piano, significherebbe deprimere radicalmente la valenza della prerogativa parlamentare”. La Cassazione, invece, aveva sostenuto che “i dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono” – sms, WhatsApp, mail – “hanno natura di meri documenti, di tal che la relativa attività acquisitiva non soggiace alle regole” per la corrispondenza. Ma da tre anni per la Corte costituzionale sono “corrispondenza” e quella decisione è diventato uno scudo anche per non parlamentari indagati, di solito potenti imprenditori, finanzieri, banchieri, che magari si sono scambiati un paio di messaggi con un deputato o senatore o hanno mandato una semplice mail in copia. Magari, come mossa preventiva in caso di indagine: se il Parlamento non dà l’autorizzazione all’utilizzo, sia pure il deputato o il senatore in questione non sia indagato, il gioco è fatto.
L'articolo Truffa Covid Visibilia, la Consulta ammette il ricorso del Senato sull’audio di Daniela Santanchè. L’ex ministra “aiutata” dalla sentenza Renzi proviene da Il Fatto Quotidiano.
Il vero obiettivo non è il clima. È la deterrenza. C'è qualcosa di quasi surreale nel vedere una guerra raccontata attraverso il prisma delle emissioni di CO.
Missili che colpiscono raffinerie, città rase al suolo, migliaia di morti, infrastrutture energetiche distrutte, intere economie paralizzate. E la domanda che è stata posta al lettore del Corriere della Sera da Milena Gabanelli e Francesco Tortora è: quante tonnellate di gas serra sono state emesse?
La prima reazione, inevitabilmente, è una grassa risata. Le guerre esistono da quando esiste l'uomo e non sono mai state progettate per rispettare gli obiettivi climatici. Pensare che un conflitto possa essere valutato principalmente sulla base della sua impronta carbonica significa confondere le conseguenze con le cause. Nessuna forza armata nella storia ha mai rinunciato a una battaglia perché troppo emissiva. Nessun Paese ha evitato un'invasione per non compromettere il percorso verso la neutralità climatica.
Eppure sarebbe un errore liquidare articoli come questo come semplice ingenuità giornalistica. Perché il messaggio reale è molto più sofisticato e, proprio per questo, più insidioso. L'obiettivo non è dimostrare che la guerra inquina. È ovvio che inquini. L'obiettivo è associare progressivamente nella mente dell'opinione pubblica il concetto stesso di difesa a qualcosa di moralmente discutibile, economicamente improduttivo e ambientalmente dannoso. Se la guerra produce emissioni, se l'industria della difesa genera impatti ambientali, allora investire in capacità militari diventa parte del problema anziché della soluzione. È un passaggio culturale fondamentale.
Per decenni l'Europa ha potuto permettersi di considerare la sicurezza come un bene gratuito, garantito da altri. La fine della Guerra Fredda aveva alimentato l'illusione che il commercio avrebbe sostituito la geopolitica e che l'interdipendenza economica avrebbe reso i conflitti un residuo del passato. La realtà si è incaricata di demolire questa convinzione. L'Ucraina, il Mar Rosso, il Medio Oriente e l'Indo-Pacifico ci ricordano ogni giorno che la storia non è finita.
In questo contesto, sostenere che gli investimenti nella difesa siano un problema ambientale rischia di produrre un effetto paradossale: indebolire proprio quelle capacità di deterrenza che servono a evitare i conflitti.
E qui emerge una contraddizione raramente evidenziata. Se davvero l'obiettivo fosse minimizzare le emissioni prodotte dai conflitti, la priorità dovrebbe essere investire maggiormente nella capacità di deterrenza, non ridurla. Ogni guerra evitata grazie a forze armate credibili genera un beneficio umano, economico e ambientale infinitamente superiore a qualsiasi programma di compensazione delle emissioni. La storia insegna che le guerre più devastanti scoppiano spesso quando qualcuno ritiene che il proprio avversario sia troppo debole o troppo impreparato per reagire. La pace non nasce dalla vulnerabilità, nasce dall'equilibrio. Nasce dalla capacità di convincere chi sta dall'altra parte che il prezzo da pagare sarebbe troppo alto.
Per questo il vero dibattito non dovrebbe riguardare la quantità di CO emessa da un carro armato o da un caccia militare. Dovrebbe riguardare il costo dell'assenza di deterrenza. Perché una società che smette di investire nella propria sicurezza non elimina la guerra. Semplicemente trasferisce ad altri il potere di decidere quando e come combatterla. E quando quel momento arriva, le emissioni diventano l'ultimo dei problemi.
Prima arrivano le vittime. Poi le distruzioni. Poi la perdita della libertà.
Un botta e risposta tra Enzo Iacchetti e Bianca Berlinguer ha tenuto banco nel corso dell’ultima puntata di “È Sempre CartaBianca“. Il conduttore nel rivedere le immagini storiche del 2 giugno 1946 fornisce un suo primo commento: “Sono immagini contrarie a quello che si è visto recentemente. È inutile che si parli di democrazia o di un altro tipo di democrazia. La maggioranza di questo governo ha già dimostrato simpatie per un regime poco democratico per cui io resto dell’idea che dovrebbero avere vergogna”.
La padrona di casa chiede all’ospite a quale regime si stesse riferendo: “Quello di adesso, santo cielo. Stanno cercando di togliere gli articoli dalla Costituzione in ogni modo, e speriamo che non riescano a farlo, perché se no non c’è una democrazia”. Il comico si sofferma poi sull’assenza di moltissimi esponenti di Fratelli d’Italia al ricordo di Giacomo Matteotti: “Mi fanno sempre ridere le cose che dice la Meloni. Lei e il suo Governo non sono sempre vicinissimi alla Repubblica. Lo dimostra il fatto che quando si è onorato Matteotti alla Camera, Fratelli d’Italia non si è presentata, quindi questo governo è simpatizzante del fascismo. L’aula deserta per la commemorazione di Matteotti è stato uno degli atti più sconsiderati di un Governo, perché è come essere complici di chi lo ha ammazzato e chi lo ha ammazzato lo sappiamo benissimo, non è che si può negare”.
“Complici mi sembra eccessivo”, interviene Berlinguer. “Bianca almeno tu cerca di capirmi, io non parlo come un libro, complici nel senso che erano solo una decina, nessuno ammette mai un errore. Figurati se dico se sono stati loro a uccidere Matteotti. Sennò domani sono sui giornali, anche se a me quello che scrivono non me ne frega niente“, la replica di Iacchetti. La giornalista prova a frenare: “Tu gli dai un significato molto connotato, può darsi che tu abbia ragione, secondo me è stata una scelta di disinteresse”.
Da qui la stoccata del conduttore di Striscia la notizia: “Ma certo che ho ragione, Bianca tu sei troppo democratica, stai conducendo un programma su Rete4 ed è logico e consequenziale che tu non possa essere completamente d’accordo con me”. Berlinguer piccata reagisce: “Oddio no, aspetta. Questa francamente non la capisco, quindi me la devi spiegare. Perché io conduco e dico tutto quello che penso, non è che mi costringo ad avere un pensiero diverso perché sto conducendo su Rete4 o su Rai3“.
“Ma perché tu devi giustificare una mia frase? Lasciala lì”, insiste Iacchetti. “Mi sembrava un po’ forte”, spiega Berlinguer. “E che forte sia, l’aula era vuota perché nessuno voleva andare a quella commemorazione, e forse qualcuno anche di sinistra. Questo è il mio dire, non offenderti però! Sennò non vengo più, non posso dire più un ca**o da nessuna parte”, conclude il conduttore. “Tu puoi dire quello che vuoi, perché mai mi dovrei offendere”, la chiosa della giornalista.
“Quando si è onorato Matteotti alla Camera, i Fratelli d’Italia non si sono presentati. Il Governo italiano simpatizza per il fascismo”
Enzo Iacchetti è ospite a #ÈsempreCartabianca pic.twitter.com/9d2s2MrEKf
— È sempre Cartabianca (@CartabiancaR4) June 2, 2026
L'articolo “Bianca stai conducendo un programma su Rete4, non puoi essere d’accordo con me sul Governo. Non posso più dire un cazz*”, “Io dico quello che penso su Rai3 e su Rete4”: scontro Iacchetti-Berlinguer proviene da Il Fatto Quotidiano.

A ideia de que os Estados Unidos podem intervir em outras nações para garantir os interesses das empresas norte-americanas não é uma novidade. Nem para Donald Trump nem para a indústria brasileira.
Uma demonstração disso foi a conclusão do governo norte-americano, divulgada nesta segunda-feira, 1º de junho, de uma investigação sobre o Brasil que propõe uma nova tarifa de 25% sobre os bens importados do país. A alegação é que o Brasil teria políticas e práticas comerciais injustas que iriam contra os interesses de organizações, serviços e produtos norte-americanos.
A imposição ou não da tarifa será decidida pelo presidente Donald Trump, que tem até 15 de julho para publicar a versão final do relatório do Escritório do Representante de Comércio dos EUA (USTR, na sigla em inglês), órgão que realizou a investigação a pedido do presidente dos Estados Unidos.
Seja agora, ou no tarifaço de 50% que chegou a ser aplicado pelo republicano ao Brasil, em agosto do ano passado e revertido pelo governo brasileiro, ou seja na penalização de 100% que parte da indústria nacional enfrentou há quase 40 anos, o dispositivo legal usado nas três ocasiões foi o mesmo: a seção 301 da Lei do Comércio de 1974, criada pelo Congresso dos Estados Unidos.
O objetivo, todas as vezes, foi redefinir os tratados comerciais com o Brasil. A lei prevê que retaliações comerciais sejam impostas unilateralmente para coibir “práticas comerciais desleais”, de outros países, consideradas prejudiciais aos interesses norte-americanos. A justificativa dos Estados Unidos seria trocar a lógica do livre comércio (free trade) pelo comércio justo (fair trade).
A primeira retaliação ao Brasil, com base na seção 301, ocorreu entre 1988 e 1991. Empresas de tecnologia como a Apple e, em especial, a indústria farmacêutica, estiveram nos bastidores da decisão de taxar em 100% os produtos brasileiros que entravam nos EUA. Já em agosto de 2025, como já mostrou a Agência Pública, as cordas estavam sendo puxadas pelas big techs. Agora, entre diversos fatores econômicos e políticos, as empresas norte-americanas de cartão de crédito aparecem entre as interessadas, já que um dos mecanismos mais citados no relatório do USTR, entre aqueles considerados “injustos”, está o PIX brasileiro.
Na base do tarifaço de 100% sofrido pelo Brasil em 1988 estão dois bisavôs brasileiros de nossos notebooks pessoais: o Unitron AP II e MAC-512. Os projetos apresentados pela empresa Unitron Eletrônica à antiga Secretaria Especial de Informática (SEI), entre 1982 e 1985, fez a Apple acionar o governo norte-americano por ações contra o Brasil.
A revolta era justificada já que a empresa brasileira alterava os modelos que tinham licença para produzir. Algumas versões adicionavam formas de acentuação que fariam sentido em português, mas não no inglês. Até hoje este é conhecido como um dos primeiros casos de clones da Apple no mundo. E por que a empresa não produzia ela mesma os Macs da época? Por que a Política Nacional de Informática no Brasil proibia a fabricação de computadores estrangeiros justamente para desenvolver a indústria nacional. O mesmo valia para importações.
Os Estados Unidos, então, abriram em 1987 uma investigação contra a prática comercial brasileira e incluíram o país na lista “Special 301” de “observação prioritária”. Soa familiar?
O tarifaço passou a valer um ano depois, após a indústria farmacêutica se juntar ao coro. O “problema”, de fato, era que o Brasil integrava as nações que não reconheciam patentes para medicamentos – o direito legal de explorar exclusivamente alguma substância descoberta, atualmente estabelecido em 20 anos.
O tarifaço dos anos 80 só foi suspenso após um compromisso público do recém-eleito presidente Fernando Collor de Melo, em 26 de junho de 1990, quando a investigação promovida pelos EUA também foi encerrada, já na era George Bush (o pai).
Um novo tarifaço aos produtos brasileiros só voltaria a ocorrer em agosto do ano passado.
Na época, os EUA representavam cerca de 4% de todas as exportações brasileiras, ou aproximadamente 2% do PIB (produto interno bruto) do Brasil. Café, calçados, carne bovina, tecidos e frutas (exceto laranja e seu suco) estavam entre os 3,8 mil produtos que passaram a ser alvos do tarifaço de 50%.
Essa, entretanto, não era a totalidade da exportação feita pelo Brasil aos EUA naquela época. As cobranças consideravam 35,9% das mercadorias exportadas (que representavam 44,6% do valor total das vendas). Ou seja, metade do que o país vendia aos norte-americanos continuou na regra dos 10% impostos globalmente pelo governo Trump. Entre os produtos, alguns de alto valor, 694 ficaram de fora da cobrança de 50% determinada pela Casa Branca.
Por meio de negociações bilaterais, as principais taxas impostas em 2025 caíram, via decreto do presidente Donald Trump, em novembro daquele ano. A maioria dos produtos, cerca de 200 itens, eram agrícolas, entre eles carne, café e alguns fertilizantes à base de amônia.


What do medieval monasteries in Emilia-Romagna have in common with a local bank founded in 1910? Both made food preservation part of their daily work. In their own ways and in their own eras, monks and bankers have pursued the same goal in the same place: to profit from a singular product — a cheese capable of staying in good condition for years and increasing in value as it ages. This food, which ensured monastic survival in the 12th century, is now part of Italy’s gastronomic heritage and lies at the heart of a financial model that is so peculiar it has even been studied by Harvard Business School.

© Pietro Gerboni (Consorcio del Parmigiano Reggiano)

Uma auditoria obtida com exclusividade pela Agência Pública, feita pelo Tribunal de Contas da União (TCU) em 2012, é taxativa ao afirmar que o Instituto Conhecer Brasil (ICB), presidido por Karina Ferreira da Gama, é uma entidade “de fachada”. Doze anos depois, o mesmo ICB, sob a mesma presidente, assinou um contrato com a gestão do prefeito de São Paulo, Ricardo Nunes (MDB), de R$ 108 milhões para fornecer 5 mil pontos de internet para comunidades vulneráveis na capital paulista.
Karina Ferreira da Gama é também a proprietária da Go Up Entertainment, produtora do filme Dark Horse — cinebiografia do ex-presidente Jair Bolsonaro. Como a Pública revelou em 26 de maio, o contrato da ICB teve um aditamento no final do ano passado, que elevou seu total a mais de R$ 157 milhões, para a instalação e manutenção de 3,2 mil pontos de internet, 64% do volume inicialmente contratado. O aditamento foi feito seis dias depois de o caso ter vindo à tona, em reportagem do Intercept Brasil, e ser alvo de pedidos de investigação. Antes deste aditamento, outros três aditamentos haviam antecipado pagamentos sem que as metas de serviços fossem entregues.
Na manhã desta segunda-feira, 1 de junho, a investigação deu um novo passo, com uma operação policial em endereços pessoais de Karina, da produtora do filme e da entidade que preside, além da Secretaria Municipal de Inovação e Tecnologia. Na investigação, são apuradas as suspeitas de fraude na licitação, na execução do serviço contratado e o suposto desvio de dinheiro público, além de confusão patrimonial e desvio de finalidade dos recursos.
Muitos dos problemas agora revelados nas investigações sobre o contrato do ICB com a gestão Nunes já eram apontados mais de uma década antes em um relatório feito pelo TCU, sobre entidades que haviam recebido recursos do Ministério da Cultura em 2010.
O contrato do ICB que é alvo da auditoria, de R$ 553 mil no valor da época, foi assinado em razão de uma emenda parlamentar do então senador brasiliense Gim Argello (hoje no Avante) para a “realização do festival de música de Brasília, a ser realizado nos dias 03 e 04 de dezembro de 2010 no Teatro Dulcina de Moraes, com o objetivo de promover a difusão cultural através de uma competição musical”.
Segundo a assessoria do ministério, não houve liberação do pagamento “em atendimento à recomendação constante do Aviso-Circular Conjunto n. 128/2010/MPOG/CGU-PR de 20/12/2010, e Memorando-Circular n. 33/2010 – AECI/GM MinC de 28/12/2010”.
O documento levantava dúvidas sobre a capacidade de realizar o trabalho e o alto grau de terceirização na sua execução. Além disso, o TCU já apontava incertezas quanto à própria idoneidade da entidade.
O Cadastro Nacional da Pessoa Jurídica do ICB data de 1990, quando Karina era apenas uma pré-adolescente, segundo ela própria, na Vila Brasilândia, periferia noroeste da capital paulista. Seu nome passou a ser ligado à entidade apenas em 2010, quando o instituto mudou de dirigentes e de atividades e, logo em seguida, assinou seus primeiros contratos com o poder público, então na área de cultura.
Até 30 de março daquele ano, o ICB era registrado como Associação Rodoviários de Brasília e estava classificado no Cadastro Nacional de Atividades Econômicas como uma “Instituição de Longa Permanência para Idosos”. Uma semana após a alteração da razão social, veio a mudança completa do quadro de dirigentes. Entre 2008 e 2010, aponta o TCU, o instituto não tinha folha de pagamento ou quadro de pessoal.
Para a celebração de contratos como estes, geralmente é exigido que a entidade tenha, pelo menos, três anos de atividade. A mudança e a forma como foi feita, na avaliação dos auditores, indicam que a entidade possa ter sido “adquirida” ou “preparada formalmente” com a finalidade de assinar parcerias com o poder público.
O ICB é apontado ainda no relatório como uma entidade de fachada, sem existência formal, qualificação técnica e capacidade operacional. Assim como outras entidades descritas da mesma forma, o instituto fazia cotação de preços com as mesmas três empresas de produção de eventos, assessoria e marketing. Boa parte do valor total do convênio foi executada por uma delas.
As irregularidades são apontadas em um contrato cujo valor é consideravelmente menor do que o da gestão Nunes. Na ocasião, o acordo analisado era de R$ 553,5 mil (R$ 1,46 milhão em valor atualizado pelo IGP-M até dezembro de 2025, quando foi assinado o aditamento na prefeitura paulistana). Ou seja, mesmo em valores corrigidos, o contrato equivale a menos de 10% do montante do acordo atual.

Os pontos destacados pelo TCU guardam relação direta com as ressalvas feitas pelo Tribunal de Contas do Município (TCM) antes da assinatura do contrato agora sob investigação, como a fragilidade dos critérios para avaliar a capacidade técnica e operacional da entidade. Outro aspecto que chama a atenção é a possibilidade de subcontratação de empresas privadas para prestar o serviço, o que foi efetivado pela entidade de Karina.
Antes da entrada milionária na área de Inovação e Tecnologia da gestão Nunes, o ICB recebia recursos basicamente de emendas parlamentares para eventos literários, de inclusão digital, esportes e empreendedorismo. Em um deles, como a Pública mostrou, os pagamentos continuaram a ser feitos mesmo depois de os funcionários da prefeitura relatarem dificuldade de contato com a entidade.
O ICB e a Go Up fazem parte de uma rede de entidades e empresas ligadas a Karina. Dessa rede também participam a Academia Nacional de Cultura, que recebeu mais de R$ 2,6 milhões em emendas para a produção de uma série conservadora, e a Conhecer Brasil Assessoria, Produção e Marketing Cultural, que tentou captar R$ 4,9 milhões — quando Mário Frias era secretário nacional de Cultura do governo Bolsonaro — para uma série a respeito de atletas cristãos.
Em nota, a prefeitura afirma que “não há qualquer impedimento junto à administração pública para a contratação do Instituto Conhecer Brasil (ICB)”. Diz ainda que, “no momento da celebração do Termo de Colaboração, em 2024, a entidade atendeu integralmente aos requisitos de habilitação previstos no processo de Chamamento Público, que respeitou e seguiu rigorosamente a Lei Federal nº 13.019/2014, marco regulatório das parcerias entre a administração pública e as organizações da sociedade civil”.
Segundo a gestão Nunes, “o ICB apresentou toda a documentação necessária para comprovar sua aptidão e regularidade para participar de certames e formalização do contrato”. Afirma também que “os apontamentos feitos pelo Tribunal de Contas do Município (TCM) foram sanados à época e a Corte concordou com o prosseguimento do chamamento”.
A gestão municipal garante que “vem exercendo a fiscalização do Termo de Cooperação assinado com a Organização da Sociedade Civil, zelando pelo adequado cumprimento do objeto celebrado”.


