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Futuro Nazionale supera nei sondaggi la Lega ed esulta sui social: “Abbiamo iniziato a camminare, ora acceleriamo”

Il sorpasso è arrivato. Futuro Nazionale supera nei sondaggi la Lega. Roberto Vannacci, dopo l’affiancamento, prova così ad allungare sul suo ex partito, quello di Matteo Salvini che lo ha candidato nel giugno del 2024 al Parlamento europeo dando il via al “fenomeno” del generale. Secondo la rilevazione di Youtrend per Sky Tg24, Futuro Nazionale guadagna 1,5 punti percentuali rispetto al 29 maggio e si attesta 5,9%, lasciando dietro la Lega al 5,8% (-0,1%).

???? #Sondaggio Youtrend per @SkyTG24: sorpasso di Futuro Nazionale (5,9%, +1,5 punti rispetto al 29 maggio) sulla Lega (5,8%, -0,1). Nella stessa rilevazione risultano in crescita il PD (22,2%, +0,5), FI (8,2%, +0,4) e AVS (6,8%, +0,4), mentre cala il M5S (12,1%, -1,4). pic.twitter.com/VY8yY7Z3lN

— Youtrend (@you_trend) June 18, 2026

Il campo progressista avanti (in tutti gli scenari)

Nello stesso sondaggio risultano in crescita il Partito democratico al 22,2% (+0,5), Forza Italia al 8,2% (+0,4) e Alleanza Verdi-Sinistra al 6,8% (+0,4). Per Youtrend il calo maggiore (-1,4%) lo registra il Movimento 5 stelle che è stimato al 12,1%, mentre è stabile (+0,1%) Fratelli d’Italia, sempre primo partito al 27,8%. Secondo queste stime, il campo progressista sarebbe davanti al centrodestra anche se la coalizione di Giorgia Meloni decidesse di allearsi con il nuovo partito di Vannacci. Il centrosinistra, infatti è stimato al 44,3% se il centrodestra corre (al 43,2%) corre separato da Vannacci (al 4,9%). Rimane avanti, con il 46,4%, nello scenario di un centrodestra in coalizione con Futuro nazionale, al 45,4%. In pratica, secondo il sondaggio in centrodestra perderebbe, al momento, 2,7 punti percentuali rispetto alla somma in una corsa separata. Sempre secondo Youtrend il 56% degli elettori di Fdi si dice d’accordo con l’ipotesi di allargare la coalizione a Vannacci, mentre solo il 16% degli elettori di Forza Italia, Lega o Noi Moderati (e il 38% di quelli che oggi voterebbero Futuro Nazionale) si dice favorevole.

Romeo (Lega): “Stanchi di guardare i sondaggi”

Intanto Futuro Nazionale festeggia i sondaggi con un post sui social: “Ci avevano detto che era impossibile. Noi abbiamo iniziato a camminare. E adesso acceleriamo“, scrive il partito di Vannacci. Dall’ex partito del generale, invece, i commenti sono di diverso tenore: “Siamo un po’ stanchi tutti i giorni di guardare i sondaggi di Vannacci. Noi siamo qui per lavorare, siamo al governo, e la nostra preoccupazione è quella di dare risposte ai cittadini”, ha dichiarato il capogruppo dei senatori della Lega, Massimiliano Romeo. Da Fratelli d’Italia invece si minimizza: “Quale sorpasso? Quello di Hamilton con la sua Ferrari?”, scherza il responsabile del programma del partito di Meloni, il deputato Francesco Filini intercettato in Transatlantico alla Camera. “Non guardiamo i nostri sondaggi, figuriamoci quelli degli altri…”, gli fa eco Ylenja Lucaselli, anche lei parlamentare Fdi, che prima sorride poi si fa seria: “Vedremo quando si va in cabina elettorale ma alla fine l’unico vero sondaggio è quello della cabina elettorale”.

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La sinistra deve rispondere a Vannacci o ignorarlo? La terza via è quella giusta: smettere di rincorrerlo

Nell’agosto del 2023, Roberto Vannacci pubblicò su Amazon il libro Il mondo al contrario, che in pochi giorni divenne il più venduto. Non era il frutto di una raffinata operazione di marketing, ma la conferma di un meccanismo comunicativo vecchio come il detto “Nel bene o nel male, purché se ne parli”, che risale al Ritratto di Dorian Gray di Oscar Wilde (1890).

Da allora, ogni dichiarazione o apparizione pubblica del generale – oggi europarlamentare – segue lo stesso copione:

  1. una provocazione studiata per scardinare un tabù del discorso pubblico (diritti LGBTQ+, gestione dei migranti, concetto di “normalità”);

  2. una sollevazione indignata dei media e di opinionisti/e di area progressista, inclusa qualche denuncia formale;

  3. lo sgonfiamento giudiziario, politico e mediatico, per cui tutto finisce nel nulla, lasciando Vannacci nella posizione del “martire del buonsenso” e della censura delle élite.

La strategia punta alla legittimazione del politicamente scorretto: Vannacci usa la lingua italiana, citando spesso i dizionari (ovviamente solo ciò che gli fa gioco), per tracciare il confine fra un “noi” (la maggioranza silenziosa che pensa cose “scorrette” ma non osa dirle) e un “loro” (le élite custodi del politicamente corretto).

L’intervento da Lilli Gruber

L’ennesima conferma di questa strategia va in scena il 10 giugno 2026, durante una puntata di Otto e mezzo su La7. Incalzato da Lilli Gruber su temi divisivi, Vannacci applica il suo consueto jujutsu retorico: usare la forza di indignazione dell’interlocutrice per rigirarla contro di lei. Quando Gruber lo accusa di essere “ossessionato dagli omosessuali”, ribatte freddamente: “Forse lo è lei, visto che ha portato questo argomento in una discussione politica”. Il risultato? Vannacci appare sempre calmo e “in comando” della situazione, in un contesto tutto impostato sui temi da lui dettati.

Due giorni dopo, il 12 giugno 2026, Pier Luigi Bersani è ospite della stessa trasmissione, anche per essere stato assolto, nell’ottobre 2024, dall’accusa di diffamazione mossa dal generale. Lancia un appello: “Ci vuole una battaglia delle idee, la sinistra deve reagire”. Ma davvero la sinistra italiana dovrebbe rispondere a Vannacci?

La reazione di Giorgia Meloni

Nel frattempo, la Presidente del Consiglio fa la sua mossa. Non affronta Vannacci sul terreno dei valori e del politicamente scorretto, perché rischierebbe solo di legittimarlo o di perdere voti a destra, ma reagisce in modo istituzionale e accorto. Attaccando i deputati vicini alle posizioni del generale che hanno votato contro i provvedimenti del governo, Meloni liquida la questione con durezza pragmatica: “Avete votato sei volte contro la fiducia insieme a Schlein e Conte. La vera destra non è mai funzionale alla sinistra”. Spostando l’attenzione sulla responsabilità di governo, Meloni depotenzia il generale senza offrirgli il martirio culturale.

L’errore del centrosinistra: pensare all’elefante

Al contrario della destra di governo, il centrosinistra italiano soffre da sempre di una sindrome cronica che il linguista cognitivo George Lakoff ha ben spiegato nel celebre saggio Non pensare all’elefante (2004): se chiedi a qualcuno di non pensare a un elefante, la persona inevitabilmente visualizza l’animale. Nel dibattito politico significa che quando evochi il frame del tuo avversario, anche solo per smentirlo o criticarlo, stai già perdendo, perché confermi e rinforzi i suoi termini di discussione, la sua posizione, i suoi concetti, invece di imporre i tuoi.

Morale della favola

Chi insegue ogni provocazione di Vannacci – giornalista, opinionista o leader che sia – accetta di discutere temi scelti dal generale (l’identità, la “normalità”) nei suoi termini, invece di imporre i propri (salario minimo, sanità, precarietà), e regala a Vannacci il centro del palcoscenico, confermando la favola destrorsa secondo cui la sinistra si occuperebbe solo di battaglie sui diritti civili e sul linguaggio, ignorando i problemi materiali delle persone e della vita di tutti i giorni. Se i media e la politica italiana vogliono davvero spezzare la catena di successi mediatici di Vannacci, devono smettere di rincorrerlo. L’unica reazione efficace è imporre un proprio percorso linguistico, concettuale e politico sui bisogni concreti del Paese. Questi bisogni riguardano, ovviamente, anche molti diritti civili mancanti e non rispettati, ma la questione dei diritti civili andrebbe trattata dal centrosinistra, una buona volta, in modo originale e autonomo, stando ben lontani del terreno scivoloso del “politicamente corretto”, perché questo è da molti anni solidamente in mano al centrodestra e dal 2023 è presidiato da Vannacci.

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Perché si parla del motto ‘L’Italia agli italiani’? C’è uno straniero che ci opprime?

di Leonardo Botta

Gira su web e social il celeberrimo slogan “L’Italia agli italiani”. Mi sono domandato: perché? Ricordavo il motto di Carlo Pisacane in occasione della spedizione di Sapri, una parola d’ordine contro l’oppressione straniera (siamo nel Risorgimento, l’oppressore era austriaco) e per l’autodeterminazione del popolo italiano che stava componendo la propria unità.

Un’unità non priva di criticità, anche dopo il 1861; fu Massimo D’Azeglio a farsi venire il primo dubbio: “Abbiamo fatto l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”; e poi ci sono state le due macroaree del paese, nord e sud, a contestare con rivendicazioni opposte – nostalgie borboniche da una parte e pulsioni separatiste dall’altra – gli effetti di quell’unificazione. In realtà il motto avrebbe più padri: Carducci (“…Dio; rendi l’Italia a gl’italiani”), Giuseppe Mazzini.

Ma che c’azzeccano Pisacane, Carducci e Mazzini, i moti risorgimentali con il tormentone di questi giorni? C’è uno straniero che ci opprime? Direi di no, almeno non in senso proprio. Oddio, magari qualche forestiero che ci vessa con imposizioni c’è: si chiama Trump, quello che vuole i dazi e la spesa militare, ma non credo che ci si riferisca a lui.

Un’italica unità da ricomporre? Al limite sì, visti i contenuti di una delle riforme promosse da questo governo e poi azzoppata dalla Consulta, l’autonomia differenziata.

Magari oggi si sta di nuovo invocando un po’ di autodeterminazione del nostro popolo? Allora potrei pensare che chi grida “l’Italia agli italiani” voglia affrancarsi dall’Unione Europea, secondo taluni più matrigna che madre: legittimo, ci sta. Ed è curioso, perché mi viene in mente che l’ingresso dell’Italia nel primo organismo continentale, il Mercato Economico Europeo (dopo il fallimento della Comunità Europea di Difesa) fu ratificato (correva l’anno 1957) con il voto favorevole di tutti i partiti, compreso l’Msi, tranne Pci (contrario) e Psi (astenuto).

Legittimo, ci sta: possiamo tranquillamente tornare a ragionare di “Italexit” e magari, perché no, del ritorno alla mitica “liretta”, quella che ogni tanto svalutavi e andavi avanti, fin quando il presidente del Consiglio pro tempore, Giuliano Amato, mise le mani nottetempo nei conti degli italiani, prelevando forzosamente il sei permille per non andar falliti.

Poi mi sono dato una pacca sulla fronte e alla domanda, marzullianamente, mi sono dato una risposta: “Ma certo, come ho fatto a non pensarci, ‘L’Italia agli Italiani’ ossia ‘Via gli stranieri’ (direbbe zio Paperone a guardia dei suoi forzieri, “Sciò!”, “Alla larga!”) e dunque ‘Padroni a casa nostra’ e, new entry, ‘Remigrazione’ dei ‘meticci’ di prima, seconda e magari anche ennesima generazione” come Zagrebelsky, Gad Lerner, i figli di Mike Bongiorno e pure Peter Gomez! È il grido di battaglia dei ‘patrioti’ vannacciani della prima e soprattutto ultima ora, un esercito che si sta (buon per il generale) corposamente ingrossando.

E vabbè, pure questo è legittimo, e poco importa se tre milioni di stranieri di varie generazioni che vivono in Italia non sono tanto credibili come oppressori e, al netto di chi tra loro delinque (per il quale non ho nessuna simpatia e mi auguro di vedere adeguatamente perseguito dalla giustizia), non ce li vedo nemmeno ad attentare alla nostra esigenza di autodeterminazione.

Soprattutto mi chiedo come mai con il governo più sovranista della nostra storia repubblicana, e a leggi vigenti (la Bossi-Fini, la Turco-Napolitano), siano arrivati nel nostro paese, in quattro anni, 320mila stranieri clandestini, a fronte della miseria di meno di ventimila rimpatri. Ma a questa domanda non so darmi una risposta.

Ps: vabbè, ci sarebbe anche il “casus belli” degli ultimi giorni, lo striscione “L’Italia agli italiani” esposto da studenti del liceo Monti di Cesena, che ha scatenato un vespaio tra sei in condotta e richiesta di chiarimenti del ministro Valditara. E ci sarebbe anche lo stesso motto fatto proprio dal regime fascista…

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Meloni: “Vannacci ha chiuso all’alleanza, è funzionale alla sinistra”. Il generale: “Se vuol parlare con me, mi contatti”

“È un tema che non mi sono posta. Mi pare che il movimento dell’onorevole Vannacci abbia già dichiarato la sua indisponibilità ad allearsi con il centrodestra, il che mi sembra abbastanza in continuità con il lavoro che sta facendo finora, perché quando si vota cinque volte contro la fiducia al primo governo della storia guidato da una persona di destra non si vuole dare una mano“. In conferenza stampa al termine del G7 di Evian, in Francia, Giorgia Meloni ostenta nonchalance a chi le chiede dei rapporti con il partito del generale, che vola nei sondaggi drenando consensi dalla coalizione di governo (e in particolare alla Lega). Lungi dall’aprire a Vannacci, la premier parla come se l’accordo elettorale sia già da escludere: “Mi pare che Futuro nazionale abbia chiuso all’alleanza con il centrodestra, poi io non mi sto ponendo il problema adesso. Io penso che il modo migliore per vincere le prossime elezioni sia governare bene, il resto sono alchimie. E io non mi occupo di alchimie”, dice. Ma non rinuncia a una stilettata all’ex vicesegretario leghista, accusandolo, come già ha fatto in Parlamento, di fare il gioco del “nemico”: “Vedo una certa funzionalità per la sinistra in questo, lo considero abbastanza normale, considero molto meno normale che si voglia essere funzionali a questo quando ci si dichiara di destra”. Parole a cui il leader di Fn, contattato dall’Ansa, risponde beffardo: “Ma a chi sta parlando la premier? Se vuole parlare con me, mi contatti“.

Meloni minimizza anche il potenziale impatto di Vannacci sul risultato del centrodestra alle prossime Politiche: “Una cosa che ho imparato molti anni fa è che la politica non è mai aritmetica. Non pensate mai che se in politica si sommano 30 e 4 fa 34, non necessariamente. Io voglio governare bene la Nazione, fare del mio meglio fino alla fine del mio incarico e poi serenamente presentarmi al cospetto degli italiani e essere giudicata per il complesso lavoro che faccio”. La leader di FdI replica al generale anche a proposito del reato di femminicidio, introdotto da questo govenro, che Vannacci ha chiesto di abrogare per una presunta discriminazione tra uomo e donna: “Ognuno è libero di pensarla come vuole, ma sono contenta che ci sia oggi il reato di femminicidio nel nostro ordinamento. Il tema non è se gli uomini o le donne hanno un valore diverso quando vengono uccisi, ma è come accade”: nel caso del femminicidio, spiega, “la motivazione è non accettare la libertà di una donna. Tante battaglie che noi abbiamo fatto anche su altri fronti, cose sulle quali dovremmo essere in teoria anche d’accordo con Vannacci, come alcune degenerazioni legate al fondamentalismo islamico nelle nostre società, il non voler accettare la libertà delle donne, le abbiamo fatte esattamente per la stessa motivazione. Quindi perché il tema della libertà di una donna in alcuni casi funziona e in altri casi no?”, incalza.

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Femminicidio, voglio che leggiate come una donna sopravvissuta ai maltrattamenti risponde a Vannacci

Voglio condividere sul mio blog la risposta che Patrizia Cadau, sopravvissuta ai maltrattamenti familiari, ha dato a Vannacci in merito al femminicidio.

A differenza di Patrizia Cadau, credo che l’ex generale non abbia mai sentito la canna di una pistola puntata alla testa, come è accaduto a tante donne vittime di femminicidio. Né, come ha raccontato un’altra donna nei commenti al post di Cadau, abbia mai provato la paura di mani strette intorno al collo o di un coltello alla gola.

Vannacci è sempre stato protetto dalle armi e da un intero esercito. Le donne che subiscono violenza, invece, non sono protette né da eserciti né da armi. Possono vivere libere dalla violenza solo contrastando quella sottocultura che la legittima e grazie alla forza delle parole disarmate, e dalla solidarietà e consapevolezza della società che purtroppo, continua a essere attraversata da odio, discriminazioni e stereotipi nei confronti delle donne.

E’ una guerra millenaria contro i corpi e le vite delle donne che si riproduce ogni giorno con parole o violenze. Ricatti e discriminazioni sul lavoro che rendono vano quel “merito” di cui tanto ciancia Vannacci, foto rubate che de-umanizzano le donne nelle chat di uomini “per bene” e di altri crimini quotidiani. All’ex generale hanno risposto con indignazione anche i familiari di quattro donne vittime di femminicidio: Damiano Rizzi, fratello di Tiziana Rizzi; Flamur Sula, padre di Ilaria Sula; Vera Squatrito, madre di Giordana Di Stefano; Imma Rizzo, madre di Noemi Durini.

Ma Vannacci, che ha dismesso la divisa e continua a essere protetto dai suoi privilegi, resta sordo e annuncia già la guerra ai diritti delle donne, delle comunità LGBT e delle persone migranti, facendo del pregiudizio misogino, razzista e omofobo il carburante di un progetto politico che divide il Paese tra un “noi” e un “voi”. Tra i “normali” e gli o le “anormali”.

Una strategia che cavalca e legittima l’odio, alimentando fratture e contrapposizioni. Sembra proprio che l’ex generale e oggi deputato al Parlamento Europeo, non riesca a vivere disarmato: ora che non porta più la divisa, arma le parole. Il rischio è che chi si riconosce in quella retorica finisca per considerare legittima anche la violenza e prima o poi, la trasformi in azione.

Buona lettura.

Generale Vannacci,
ha mai sentito il freddo di una canna di fucile puntata alla testa?

Probabilmente sì.
Lei è un generale. Le armi le conosce e le maneggia meglio della retorica. Le ha studiate, maneggiate, insegnate.

Io invece sono una donna qualsiasi e non avrei mai immaginato di dover imparare che temperatura ha una canna di fucile quando qualcuno decide di usarla per convincerti che la tua vita vale meno della sua volontà.

Quando è successo non esistevano il Codice Rosso, la Convenzione di Istanbul non era entrata nel linguaggio comune e nessuno trascorreva le serate a discutere se fosse più corretto dire omicidio o femminicidio.

Eppure le donne morivano lo stesso.

La differenza è che allora ci si accontentava della cronaca. Una donna era stata uccisa, un uomo era stato arrestato e la storia finiva lì. Nessuno sentiva il bisogno di domandarsi che cosa avesse reso possibile tutto questo. Nessuno si chiedeva perché, con impressionante regolarità, fossero quasi sempre gli uomini a uccidere e le donne a morire.

Per questo osservo con una certa perplessità la sua battaglia contro la parola femminicidio.

Vede, generale, io una risposta me la sono data.

Mi sono convinta che quella parola dia fastidio perché costringe a guardare dove molti preferirebbero non guardare.

Se dico omicidio descrivo un fatto.

Se dico femminicidio sono costretta a interrogarmi sul motivo.

Ed è il motivo che crea disagio.

Perché il motivo ci obbliga a parlare di possesso, di controllo, di una cultura che per secoli ha considerato normale che una donna dovesse adattarsi alle aspettative di un uomo.

Negli ultimi giorni ho pubblicato una domanda sui social.
Ho chiesto alle donne quale comportamento oggi riconoscano come violenza quando allora sembrava ancora amore.

Mi aspettavo risposte diverse.

Ho trovato la stessa storia raccontata da persone che non si conoscono e che non si incontreranno mai.

Ho trovato donne che descrivevano la lenta rinuncia a se stesse con parole diverse ma attraverso un meccanismo identico. E leggendo quelle testimonianze ho pensato che il problema non fosse la parola femminicidio.

Il problema era che centinaia di persone riconoscevano immediatamente quel percorso, perché lo avevano già incontrato nella propria vita, nella vita di una sorella, di un’amica, di una madre o di una figlia.

Per questo, Generale, la considero parte del problema.

Non perché abbia espresso un’opinione. Le opinioni non mi spaventano.

Mi preoccupano invece le conseguenze che certe opinioni producono quando vengono pronunciate da chi gode di autorevolezza, visibilità e consenso.

Da quando ha iniziato questa battaglia contro il termine femminicidio, sotto i miei post sono ricomparse persone livorose e violente che non discutevano i fatti e nemmeno una sentenza definitiva della Corte di Cassazione che ha accertato anni di maltrattamenti.
Discutevano me, come se screditare chi racconta fosse sufficiente a cancellare ciò che è accaduto.

E non lo facevano perché avevano scoperto qualcosa che i giudici ignoravano.

Lo facevano perché si sentivano finalmente rappresentati e legittimati da lei ad offendermi, a ridicolizzarmi, a sminuirmi.

È questo il punto che mi interessa.

Non la parola. L’effetto.

Perché quando una figura pubblica trasforma un fenomeno in una caricatura ideologica, offre inevitabilmente un rifugio a chi quel fenomeno non ha mai voluto riconoscerlo.

Lei probabilmente pensa di aver aperto una discussione linguistica.

Io credo che abbia fatto qualcosa di diverso.

Credo che abbia rassicurato molte persone che non vedevano l’ora di sentirsi dire che il problema non era poi così grave, che si trattava di un’esagerazione, che le donne stavano ingigantendo la questione.

E trovo singolare che un uomo che ha servito lo Stato continui a preoccuparsi della parola usata per descrivere il fenomeno più di quanto sembri preoccuparsi del fenomeno stesso.

Perché vede, generale, io alla fine una cosa l’ho imparata.

La violenza non ha mai avuto bisogno di essere incoraggiata.
Le è sempre bastato trovare qualcuno disposto a raccontare che, in fondo, non fosse davvero un problema.

Ora questo qualcuno è lei.

Io, però, ho una sentenza di Cassazione, lei no.
Lei ha il plauso di migliaia di fiancheggiatori della violenza.
Per essere un uomo che dice di appellarsi a dei valori, sta camminando sulla carne e il sangue di chi non può nemmeno più mandarla a quel paese.
E per essere un militare non c’è davvero niente di più vigliacco.

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Papa Leone XIV: “La remigrazione non è una risposta cristiana, significa lavarsi le mani del problema”

I valori cristiani come elemento identitario dell’Europa. Così il leader di Futuro Nazionale, Roberto Vannacci, ha più volte affrontato il tema del rapporto tra religione e politica. Ma dietro alle parole si nascondono fatti che lo smentiscono. Lo dimostrano le parole di Papa Leone XIV che uscendo da Castel Gandolfo ha deciso di rilasciare una breve dichiarazione a chi gli ha chiesto che cosa ne pensasse della remigrazione, al centro del programma del generale in pensione: “Non mi sembra una risposta cristiana – ha dichiarato – Semplicemente dire ‘questo migrante lo mandiamo via’ è come se noi ci lavassimo le mani del problema, non mi sembra, diciamo, una risposta cristiana”.

Quanto le parole del Pontefice possano avere presa nell’elettorato di Futuro Nazionale è tutto da vedere, ma con esse il Vaticano ha ufficialmente preso posizione su un tema che è diventato uno dei cavalli di battaglia di tutta l’estrema destra europea, da AfD in Germania ai seguaci di Tommy Robinson in Regno Unito, fino, ovviamente, a coloro che supportano le battaglie di chi il concetto di remigrazione l’ha inventato: l’estremista austriaco Martin Sellner. Un concetto che non si ferma alla semplice espulsione di irregolari sul territorio europeo, ma mira a una più ampia deportazione di persone immigrate, inclusi i loro discendenti nati su suolo europeo, verso i Paesi di origine etnica o geografica.

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“Fossa comune per la tua famiglia”, “Zo**ola, muori”: duello di insulti ricevuti online tra Bakkali e Ravetto. Il faccia a faccia in Aula

Il dibattito parlamentare sulla remigrazione scivola in un abisso di violenza verbale che trasforma l’Aula della Camera in un crudo proscenio dell’odio digitale. Protagoniste dello scontro sono le deputate Ouidad Bakkali del Pd e Laura Ravetto di Futuro Nazionale, che hanno brandito in un acceso faccia a faccia gli insulti ricevuti sui social.
L’intervento di Ouidad Bakkali è iniziato leggendo il bollettino di commenti offensivi a un suo post sulla manifestazione dei vannacciani per la remigrazione. La deputata ha dato voce a una selezione dei 13.500 commenti: minacce dirette come “Fossa comune per te e la tua famiglia”, “Ti aprono come una mela” e l’invito brutale a “spararsi”.

Il passaggio politico più tagliente è stato rivolto ai sostenitori di Vannacci, definiti con “soldati di pezza” di un leader “accecato dal testosterone”. La deputata dem denuncia che il clima di odio razziale, alimentato da epiteti come “Beduina”, “Scimmia”, “Mao Mao” o dagli incitamenti alla “Disinfestazione”, è il risultato di una strategia che aizza “i penultimi contro gli ultimi”, colpendo donne, immigrati e la comunità Lgbt.

Laura Ravetto ha replicato con la stessa moneta per dimostrare come la violenza verbale non abbia colore politico. L’ex leghista ha esposto il proprio catalogo dell’orrore, citando insulti personali come “Cocainomane” e “Zoccola”, ma denunciando soprattutto gli attacchi che hanno preso di mira la sua sfera materna: “Tua figlia si deve vergognare” e “Pagliaccia, hai pure una figlia”.
La deputata ha descritto i commenti ricevuti dai propri oppositori come la “ciliegina su una torta di m**”**, accusando la sinistra di incoerenza: “Quando chiedete rispetto, dovete darlo prima”.
Per Ravetto, il dibattito non dovrebbe ridursi a una “gara a chi è commentato peggio”, ma focalizzarsi sulla sicurezza reale delle donne che “hanno paura di essere stuprate nelle strade” e sulla protezione delle spose bambine.

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Dai media alle urne: l’ascesa di Vannacci conviene a tutti, tranne che alla sinistra

di Serena Poli

I media e la politica italiana hanno un talento veramente degno di nota, quando si tratta di improbabili personaggi in cerca d’autore: il talento pernicioso di trasformarli in interlocutori degni di nota. È successo in passato, con parabole diverse ma dinamiche simili. Oggi accade di nuovo attorno alla figura di Roberto Vannacci.

Se alla pubblicazione del suo primo libro si fosse scelta la via della cronaca marginale, quel testo intellettualmente misero e stilisticamente dozzinale sarebbe rimasto confinato nelle nicchie cui era destinato. Invece, la grancassa mediatica lo ha pompato, ne ha moltiplicato gli estimatori e ha costruito il personaggio. Il risultato è l’ennesimo figlio del sistema che si vende come eroe antisistema. Una narrazione che attecchisce su un elettorato incattivito da continui tradimenti, prima di Salvini, poi di Meloni. Anche lui è destinato a tradire, perché la propaganda va sempre a cozzare con la realtà di governo (ma tutto questo Alice non lo sa).

Domandiamoci allora: a chi giova questo fenomeno? La risposta è semplice: a tutti, tranne che alla sinistra.

Fa comodo alla destra di governo, guidata da una Giorgia Meloni le cui aspirazioni incendiarie sono state castrate dalla realpolitik. Alla fine, non senza irritarla profondamente, il signor Vannacci le strapperà diversi punti percentuali, forse costringendola addirittura a elezioni anticipate. Ma sarà comunque accolto in coalizione, anche perché consentirà al prossimo eventuale governo, sempre probabilmente a trazione Meloni, di spostare l’ago ancora più a destra. Stesse promesse, stessa fine impietosa: l’unica cosa che guadagneremo (si fa per dire) sarà un dibattito politico e sociale ancor più retrivo, violento e trogloditico di quello attuale.

Ma l’avanzata di Vannacci piace anche al centro politico. Non in chiave antimeloniana ma in chiave anti-sinistra. La speranza, nemmeno troppo segreta, è che uno spostamento ulteriore dell’asse politico verso la destra più radicale possa spaventare a tal punto l’elettorato progressista da costringerlo, ancora una volta, a turarsi il naso “contro gli estremismi”, includendo ovviamente anche quello (immaginario, almeno in Italia) di sinistra. A personaggi come Renzi non interessa essere ‘alternativa’ (quel treno è già passato), interessa il diritto di veto: al momento opportuno, smetterà di pompare Vannacci come sta facendo adesso e inizierà ad agitare lo spauracchio dell’orco nero al governo per incassare la sua personale quota di potere e limitare così qualunque azione redistributiva in caso di vittoria alle elezioni.

In questo scenario, le prospettive future appaiono fosche ma prevedibili. Se Forza Italia deciderà che stare al potere con un alleato ‘disturbante’ è comunque preferibile all’opposizione, assisteremo probabilmente a un nuovo governo Meloni con una più forte componente estremista incarnata da FN… inteso come Futuro Nazionale, non come Forza Nuova, anche se la differenza non si vede.

L’altro scenario vedrebbe la vittoria di una coalizione che difficilmente sarà in grado di fare qualcosa di sinistra. Ora, il bistrattato cittadino progressista potrebbe trovarsi a sperare che il campo largo vinca con la legge elettorale in cantiere, nella vana fantasticheria che il premio di maggioranza possa ridurre il peso della componente centrista.

Ma gli accordi sui numeri si fanno prima, dunque non si lasci tentare, lo sventurato elettore, perché la sinistra che non ha il coraggio di fare la sinistra è destinata a rivivere la storia di un secolo fa: forze moderate che si ergono a unico argine e che finiscono col favorire l’ascesa della destra più reazionaria. Solo che, un secolo fa, quell’errore di calcolo nacque dalla presuntuosa convinzione di poter ‘istituzionalizzare l’estremismo’; oggi invece i nostri liberali, senza nemmeno preoccuparsi di nasconderlo, preferiscono arginare ogni minimo sentore di sinistra piuttosto che l’estrema destra.

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Cacciari sbotta con Gruber: “Vannacci dice ca**ate, non conta un piffero di niente. La smetta di fargli propaganda”

Botta e risposta serrato a Otto e mezzo (La7) tra Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla figura di Roberto Vannacci e sulle possibili derive fasciste del suo nuovo movimento, Futuro Nazionale.
Tutto comincia quando l’editorialista di Repubblica Massimo Giannini collega la precedente invettiva di Cacciari sull’antifascismo alle posizioni del governo Meloni su Israele, Trump e i “nuovi fascismi illiberali”.
Il filosofo si inalbera immediatamente: “I nuovi fascismi non sono neanche questo. Sono un’altra cosa molto più seria, e non sono più fascismi per ragioni tecniche. Non sto qui a spiegare, l’ho spiegato cento volte dappertutto. Basta. Non è più il pericolo del fascismo, è assurdo questo discorso”.
Pochi minuti dopo, quando Gruber gli chiede del fenomeno Vannacci, Cacciari alza ulteriormente il tono. Racconta di aver convinto, in seminari e incontri universitari, giovani che leggevano sergenti nazisti, Evola e Codreanu a uscire da quel “pantano”.
E avverte: “Bisogna discutere e confrontarsi, perché le idee di cui sei certo sono più forti da tutti i punti di vista, anche dal punto di vista del mito”. Per costruire un’unità politica europea, aggiunge, occorrono parole, ideali e miti capaci di parlare ai giovani, non “patentini”, “scemenze” e censure, tanto più in una politica contemporanea che è meramente “un’arte ragionieristica” priva di anima.
Il filosofo, quindi, ridimensiona nettamente la figura del leader di Futuro Nazionale: “Non è Vannacci, lei lo sa meglio di me Gruber. È la seconda forza politica tedesca, è la Le Pen che ha detto e dice cose centomila volte peggiori di quelle pronunciate da Vannacci“.
Secondo Cacciari, se Vannacci corre da solo la sinistra brinda e vince; se resta nel centrodestra, tutto rimane come prima. E sottolinea: “Vannacci è l’ultimo dei problemi, neanche il penultimo, l’ultimo!”.

La conduttrice ricorda che anche Pier Luigi Bersani evocava una battaglia delle idee e ancora una volta Cacciari sbotta: “E chi fa questa battaglia delle idee? Bersani? Ma vedete che stiamo dicendo delle cose fuori dal mondo?”.
Gruber obietta che il contributo del l’ex leader del Pd è prezioso, ricordando i suoi tour per l’Italia per parlare coi giovani, ma l’ex sindaco di Venezia Cacciari mantiene la linea, ribadendo che serve un ricambio generazionale vero: “Non può essere né Bersani né Cacciari, bisogna che ci sia una classe politica giovane. Cosa vuoi che sia Bersani o Cacciari a fare la battaglia delle idee?”.
“Tutti possono dare il loro contributo”, insiste la giornalista.

Quando Gruber ricorda le parole di Vannacci sul reato di femminicidio, Cacciari taglia corto: “Devo commentare l’idiozia di un Vannacci? Vannacci non ha cultura e humus dietro, né la storia dei grandi movimenti della destra. Non lo sottovaluto affatto, lui si sottovaluta da sé“.
Sottolinea che all’ex generale manca il retroterra storico della destra tedesca, francese o spagnola e si è soltanto ritagliato uno spazio lasciato libero da Meloni e Salvini al governo.
E aggiunge: “Se questo spazio lui se lo vuole mantenere, la sinistra brinda. Se, come sono certo, il giorno prima torna all’ovile, è tutto uguale a prima”.
Poi rimprovera in modo veemente la conduttrice: “Vannacci non ha un piffero di niente, smettiamolo di fargli propaganda. Gruber, smettiamogli di fargli propaganda, vivaddio“.
Gruber replica ricordando non aver mai invitato Vannacci prima e di averlo fatto ora solo perché ha fondato un partito e tenuto una Costituente.
Cacciari chiude sarcastico: “Speriamo che sia la prima e l’ultima volta”.

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Donzelli: “Vannacci è una questione delle opposizioni”. Kelany (resp. immigrazione Fdi): “Non ci crea un problema a destra“

Arrivando alla presentazione del libro di Tommaso Longobardi alla Galleria Alberto Sordi, Giovanni Donzelli schiva le domande su Roberto Vannacci e Futuro Nazionale. “Ci occupiamo degli italiani, tante cose, abbiamo parlato anche troppo. Prossima domanda?”. Ma le domande se è possibile una futura alleanza con Futuro Nazionale proseguono. “Noi ci occupiamo degli italiani, ci occupiamo di questo” ripete il responsabile organizzazione di Fratelli d’Italia”. E arriva un’altra domanda su Vannacci. “Ancora? Ma sapete fare un’altra domanda” chiede Donzelli ai giornalisti, che per un attimo si spazientisce. “Capisco che al mondo della sinistra faccia tanto piacere che finalmente c’è qualcosa nel centrodestra che divide”.

Poi nel merito della proposta di ‘remigrazione’ Donzelli commenta: “ho letto la proposta di legge e non parla mai di questione forzate.
Peccato che sia stato proprio Vannacci ad ‘ottoemezzo’ a dire che “se con deportazione intendiamo movimentazione coatta al di là della loro volontà, certo”. “Va bè – è la replica di Donzelli – Vannacci si prenderà le sue responsabilità, prenderà i voti in base alle sue idee, noi stiamo facendo i rimpatri che sono una cosa seria”.

Proposta che invece Sara Kelany, responsabile del dipartimento immigrazione di Fratelli d’Italia non ha visto. “Io non ho letto un programma, io ho sentito parlare di remigrazione, cioè non ho letto di proposte atterratili”. E “se per remigrazione s’intende rimpatriare gli immigrati irregolari che non hanno diritto di stare sul territorio nazionale, è un concetto coerente ma si chiamano rimpatri ed è esattamente quello che sta facendo questo governo”.

Kelany poi rivendica i numeri di contrasto all’immigrazione del governo Meloni. Numeri giudicati troppo esigui da Laura Ravetto nel suo intervento, lo scorso giovedì nell’Aula di Montecitorio davanti a Giorgia Meloni per motivare il no alla fiducia al governo. “L’intervento non l’ho visto” risponde Kelany. “La collega Ravetto sedeva nei banchi della maggioranza fino alla settimana scorsa e non mi pare avesse criticato le politiche migratorie di questo governo”.

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“Non inseguiamo la propaganda. Le fesserie si smontano facilmente”. Il centrosinistra e il “fenomeno” Vannacci: “È una spina nel fianco della destra”

Vannacci si contrasta smontando le sue proposte e con le controproposte”. Questa la sintesi del pensiero dei deputati di centrosinistra. L’analisi dal cosiddetto ‘fronte progressista’ o ‘campo largo’ è che “Vannacci è una pericolosissima macchietta, frutto di una destra iperpopulista, che genera sempre qualcosa più a destra di se stessa, che la deve sparare sempre più grossa per stare sui media. Si contrasta non con l’inseguimento alla propaganda ma smontando le fesserie che dice”. Questo il pensiero di Riccardo Magi, segretario di +Europa.

Ad esempio sui femminicidi, spiega Magi, “a Vannacci si risponde dicendo che certo non basta la leva penale, serve costruire una rete di protezione, come fatto in Spagna”. Investimenti “che questo governo non ha fatto. Mi rendo conto che cose più difficili da imporre all’attenzione mediatica, ma si fa così. Per il resto è una destra sempre più razzista, xenofoba e fascistoide”.

Il tema forte del programma di Futuro Nazionale è la proposta, molto vaga al momento, di ‘remigrazione’. Per il senatore del Partito Democratico, Filippo Sensi “intanto va chiamata deportazione”. Tutti i parlamentari di centrosinistra condividono che “esistono già le leggi dello Stato”. “Chi commette reati va rimpatriato. Il nostro ordinamento già lo prevede – afferma Angelo Bonelli – il punto è che Vannacci vuole deportare anche i migranti regolari”. “Una proposta pericolosa – buona – solo a spargere veleno e che raccoglie l’eredità di anni in cui anche Salvini e la Meloni e i loro partito hanno sparso lo stesso odio” osserva il dem Paolo Ciani.

Alla condanna e critica netta vanno aggiunte le proposte. E la proposta più concreta la enuncia Riccardo Magi. “Serve una legge rigorosa sull’immigrazione. La legge che adesso c’è e che porta il nome di Bossi e Fini, due leader storici della destra italiana, è una legge né rigorosa né che funziona, cioè non aiuta a fare più rimpatri e non aiuta a fare ingressi regolari per motivi di lavoro. Noi proponiamo che si superi la Bossi-Fini”. Una legge che secondo il segretario di +Europa genera “un bacino enorme al servizio del caporalato e dello sfruttamento. Questa legge – conclude – è il principale problema sulla gestione dei flussi migratori oggi in Italia”.

Altre proposte attendono un programma. “Noi chiediamo da due anni un accelerazione sul programma, mi pare di capire da quello che affermano le altre forze politiche dell’area progressista che il prossimo mese di settembre dovrebbe essere il momento in cui i punti programmatici verranno messi sul tavolo e saranno esplicitati” è la posizione di +Europa. Esigenza ribadita anche da Angelo Bonelli. “Noi di Alleanza Verdi-Sinistra non ci stancheremo mai di ricordarlo sia a Conte che a Elly Schlein: è giunto il momento di iniziare a lavorare sul programma”. “Il centrosinistra deve fare un programma e programma che vuol dire quattro, cinque punti chiari, negoziati tra forze anche molto differenti” afferma l’ex portavoce di Matteo Renzi, oggi senatore dem, Sensi. “Ma non di un programma tipico del centrosinistra, tipo libroni dei sogni, ma va definita un’agenda stretta, stringente, con proposte solide da offrire agli italiani”.

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Su Vannacci si misura la maturità democratica di Giorgia Meloni

Di fronte al fenomeno Vannacci rischia di riproporre l’antica dialettica tra Benedetto Croce e Piero Gobetti a proposito del fascismo: è una “parentesi”, sosteneva il filosofo napoletano; è “l’autobiografia della Nazione”, scriveva il giovane torinese. Da questa diversità di giudizi discendeva una grande divergenza politica.

Per Croce, il fascismo sarebbe stato in qualche modo riassorbibile da parte della democrazia: invece, per Gobetti, il fascismo era una mostruosità da circoscrivere e combattere con tutte le forze. Vannacci non è Mussolini, ovviamente, e non sarà in grado di distruggere la democrazia. Però potrà corroderla dal di dentro, facendosi interprete di un vastissimo “umor nero” che sale da tutti gli angoli del Paese, così da incarnare una forma inedita di “rossobrunismo” sulla falsariga della tedesca Afd.

Potrebbe dunque essere, il vannaccismo, una risposta di tipo weimariano alla crisi della politica. Bisognerebbe che Giorgia Meloni si ponesse all’altezza di una riflessione seria e non meramente tattico-elettoralistica di questo problema. Un problema che interpella lei e la sua avvenuta, o non avvenuta, maturità democratica. Diversi osservatori ritengono che la leader di Fratelli d’Italia finirà con allearsi con Futuro nazionale perché ha bisogno di quei voti per aggiudicarsi il premio di maggioranza e formare il Meloni 2 e magari eleggere il nuovo presidente della Repubblica.

C’è una seconda ipotesi ancora più cinica: lasciare che Vannacci vada da solo pescando consensi certo alla Lega e un po’ a Fratelli d’Italia, ma ritrovando con lui dopo le elezioni un’intesa parlamentare. In entrambi i casi – con più evidenza nel primo – Forza Italia non potrebbe che uscire da un centrodestra diventato pienamente destra e anzi estrema destra.

Una maggioranza FdI-Lega-Fn sarebbe indigeribile per i forzisti orfani di Silvio Berlusconi oltre che ovviamente per l’altra metà del Paese che radicalizzerebbe le proprie posizioni: un quadro da guerra politica ad alzo zero. Meloni, in questa ipotesi, sarebbe una premier che aprirebbe la strada ad una involuzione del sistema politico senza precedenti.

Può benissimo darsi che lei consideri Vannacci una “parentesi” facilmente riassorbibile, ritenendolo un fenomeno passeggero e sopravvalutando se stessa, come cent’anni fa i liberali alle prese con Benito. Contando sulle arti persuasive del potere, in grado di sterilizzare la portata eversiva di Fn. Il rischio è enorme. Di certo l’accettazione della “sporca dozzina” del Generale nell’area della maggioranza politica determinerebbe la nascita di un polo laico abbastanza forte in Parlamento che sarebbe all’opposizione insieme a un campo largo radicale.

La presidente del Consiglio è dunque davanti a una scelta ricca di implicazioni di non breve momento. Vedremo se guarderà i propri interessi immediati tramite un’alleanza o prima o dopo il voto con i parafascisti di Vannacci o se, insieme alle altre forze politiche, contribuirà a stendere quel necessario e igienico cordone sanitario intorno all’ultimo avventuriero della vicenda italiana.

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Roberto Vannacci affianca Matteo Salvini: Futuro Nazionale al 5,3% come la Lega. Il sondaggio Swg

Non solo la cavalcata di Roberto Vannacci non si arresta,ma per Matteo Salvini, adesso, la situazione si complica pesantemente. Il movimento del generale (lanciato in politica proprio dal Carroccio, con tanto di elezione al Parlamento europeo) affianca la Lega. Futuro Nazionale, infatti, guadagna mezzo punto in una settimana e raggiunge il 5,3%. Ed è la stessa identica percentuale del partito di Salvini, che in 7 giorni invece perde lo 0,3%. È questo il quadro che viene fuori dal sondaggio di Swg per il Tg La7.

L’aggancio di Vannacci: i nuovi clamorosi risultati del sondaggio di SWG per il TgLa7 ???? https://t.co/72NFV5pGO0 pic.twitter.com/ldjKzqhGZu

— Tg La7 (@TgLa7) June 15, 2026

A pochi giorni dall’assemblea di Futuro nazionale, tra polemiche e accuse, Vannacci pertanto festeggia l’obiettivo raggiunto, anche se – al momento – solo nelle stime dei sondaggi. Ma nel centrodestra a perdere consensi non è solo la Lega, ma anche Fratelli d’Italia: il partito di Giorgia Meloni segna un meno 0,4% rispetto alla scorsa settimana fermandosi al 27,9%. Unico partito a non perdere nella coalizione di governo è Forza Italia, stimata 7,2% (+0,2%).

Sul fronte delle opposizioni il Partito democratico si conferma seconda forza politica italiana al 22,1% (+0,1%), seguito dal Movimento 5 stelle al 13,3% (+0,2). Stabili Alleanza VerdiSinistra al 6,5% e Italia Viva al 2,4%. Chiudono il quadro Azione al 3,5% (-0,1%), +Europa all’1,6% (+0,1%), Noi Moderati all’1,1% (-0,1%), Ora! all’1% come sette giorni fa. Altri partiti sono indicati al 2,8% (-0,2%) mentre il 27% non si esprime (-1%).

Sommando le stime, pertanto, il campo progressista (Pd, M5s, Avs, Iv e +Europa) si attesterebbe 45,9%. Il centrodestra, invece, si fermerebbe al 41,5%. Discorso diverso con Vannacci in coalizione: in questo caso la destra arriverebbe al 46,8%. Futuro nazionale, pertanto, si conferma potenziale ago della bilancia delle prossime Politiche.

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Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un chiaro progetto di ricostituzione del partito fascista?

di Massimo Santantonio

Per anni abbiamo assistito a manifestazioni con saluti romani e richiami diretti al fascismo, come quelle di Acca Larenzia, a Roma. Abbiamo preso atto del fatto che la magistratura le abbia la maggior parte delle volte considerate legali, perché – semplifico intenzionalmente senza entrare nel merito della nostra legislazione – quello che non si può fare non è manifestare quel genere di opinioni, bensì ricostituire il partito fascista. Quindi il Presidente del Senato può tranquillamente definire “adulatori” quanti lo apostrofano come fascista, ed esibire orgogliosamente un busto di Mussolini tenuto in casa. Benissimo.

Adesso però mi sembra che le cose siano cambiate. E brutalmente. Vannacci occhieggia chiaramente al fascismo, così come molti (tutti?) i personaggi di un certo rilievo che lo stanno seguendo. Nel programma, a parte gli ovvi richiami nostalgici orgogliosamente rivendicati, scorgo quello che può essere il fascismo nel Terzo Millennio: cose vecchie, come la discriminazione delle minoranze, il razzismo, l’avversione per la stampa libera, l’identità cristiana, e cose che non potevano esistere un secolo fa, come la questione dei migranti e della paventata “sostituzione etnica”.

Cosa manca per poter definire Futuro Nazionale un dichiarato progetto di ricostituzione del Partito Fascista? La camicia nera al posto di giacca e cravatta? Le ronde per bastonare gli immigrati o comunque quanti tra loro, prima, seconda o terza generazione che siano, non appaiano aver “assimilato” la nostra cultura?

Che l’Italia sia, e sia sempre stata, densamente popolata da fascisti o comunque persone non antifasciste (differenza assai tenue) l’abbiamo sempre saputo. Un elettorato disposto a spostarsi da un partito all’altro a seconda del fatto che in questo o quello trovino un leader forte, un “conducator“, che incarni i loro pensieri. È stato Berlusconi, che pur dichiarandosi antifascista ha sdoganato un partito neofascista i cui leader erano freschi dall’aver rievocato, con canti e saluti romani, la marcia su Roma. Poi Salvini, ora Meloni, i cui partiti hanno sempre incluso esponenti di spicco e organizzazioni giovanili con idee razziste e fasciste, dai Bossi e Borghezio a Lollobrigida che onora la tomba del boia Graziani. Il prossimo sarà Vannacci. E Vannacci non ha proprio remore di alcun tipo o facciate “democratiche” da mantenere.

Nel secolo scorso l’Italia si è difesa dalla cosiddetta “minaccia comunista” con la strategia della tensione. Anche con stragi che, a quanto ho potuto leggere, erano spesso orchestrate dai nostri Servizi in ossequio all’Alleanza Atlantica ed eseguite da fascisti, e che hanno causato più vittime del terrorismo estremista. Pagine vergognose, per le quali nessun “servitore dello Stato” ha mai pagato o si è mai scusato con i parenti delle vittime.

Ora, nel 2026, può un cittadino democratico sperare che uno Stato, ricostituito dopo la tragedia del fascismo e della guerra, lo difenda di fronte al crescere di una forza esplicitamente neofascista, anche se dovesse raccogliere un ampio consenso tra i nostri connazionali? Oppure la colpevole – o compiaciuta – tolleranza, stratificatasi negli ultimi decenni, per le idee e le manifestazioni fasciste ha generato un mostro troppo grande? Un mostro che non si ha il coraggio di affrontare temendo conseguenze?

Possono le istituzioni italiane, cioè del Paese che – oltre a propugnare in nome del sovranismo un conflitto mondiale che ha causato decine di milioni di morti – ha “inventato” una dittatura sanguinaria, presto copiata da tanti altri Paesi come la Germania, la Spagna, la Grecia, il Portogallo, non contrastare lo sviluppo di un nuovo Partito Fascista?

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

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La destra dopo la destra: l’operazione Vannacci e la nuova fascistizzazione

La destra dopo la destra è ormai processo costituente e avanguardia quotidiana di un rinnovato processo di fascistizzazione. Sdoganate dapprima le parole (remigrazione, feccia, camerati, me ne frego, il femminicidio non può costituire una fattispecie aggravata di omicidio, per dirne solo alcuni di queste parole e pensieri ascoltati durante l’assemblea costituente del partito del generale Vannacci) ora si tratta di provare la connessione sentimentale con il pezzo di società pronto a coagularsi intorno a questo militare duro e puro dalle idee chiarissime: via gli immigrati a qualunque costo, anche deportandoli, ordine e pulizia sessuale nella società, allestimento di un ministero per validare l’assimilazione degli stranieri alla civiltà italiana.

Negli ultimi vent’anni lo spostamento a destra degli equilibri politici segue i grandi fenomeni migratori e si connette ai grandi eventi della politica internazionale. Per prima si sposta a destra la Francia, qualche anno dopo la Germania, in mezzo i Paesi baltici e quelli scandinavi. Ora tocca all’Italia verificare il successo della destra un po’ barbarica, nuda e cruda.

Fu Silvio Berlusconi, con la sua discesa in campo, a sdoganare il Movimento sociale di Gianfranco Fini che il Cavaliere propose come candidato a sindaco di Roma. La destra costuituzionale da allora entra a pieno titolo nell’alleanza seppur con una funzione più ancillare, di appendice. Forza Italia deve tenere a bada la Lega di Bossi che è un movimento già corposo, raccoglie milioni di voti al nord e compete direttamente con B. La fiamma finiana è solo la terza gamba dell’alleanza. Il declino berlusconiano, più di vent’anni ininterrotti di leadership, producono nel centrodestra la prima ricollocazione strategica. Non è più il centro liberale, l’anima laica e quell’odore tardo democristiano a indicare la strada, organizzare la sfida con il centrosinistra. Fini ha perso la guerra con il Cavaliere, il suo partito – Alleanza nazionale – è allo sbando. Giorgia Meloni si mette in proprio mentre la stella leghista splende grazie alla disinvoltura con la quale Matteo Salvini cambia le fattezze del suo movimento, avvicinandolo a un profilo più nettamente xenofogo e nazionale.

La fine del grillismo e il fallimento del governo tecnocratico di Draghi riportano il centrodestra al governo ma con un nuovo assetto interno. È la destra che guida e comanda, è Giorgia Meloni la premier, leader indiscussa della coalizione.

Salvini per far fronte al successo meloniano sterza ancora di più a destra e ingaggia il generale Vannacci per tenere salva dalle onde la propria barca. I fatti di queste settimane spiegano la manovra disperata e perdente di Salvini ma provano la forza, la vitalità e la proiezione verso una destra ancora più a destra di Vannacci.

Futuro nazionale è l’operazione Vannacci, cioè una selezione politica che prova a sintonizzarsi sempre più a destra, nell’infinito mare di una nuova fascistizzazione.

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Vannacci sceglie “Futura” di Dalla come “inno” del partito. I parenti dell’artista: “Lontano dal pensiero di Lucio, uso spiacevole”

L’ha fatta risuonare all’Auditorium Conciliazione prima del discorso sul programma. “Il grande Lucio Dalla” ha detto, anticipando una canzone che “guarda al futuro, proprio come noi”. Futura, appunto. E l’ha fatta risuonare alla fine del suo intervento di oltre un’ora. Dovrebbe essere il brano delle “avanguardie futuriste”, cioè dei comitati costituenti che nelle intenzioni di chi tiene i fili del partito dovrebbero occuparsi anche di “attività culturali e sportive”. La verità è che, da ciò che sembra, Roberto Vannacci ha scelto il brano di Dalla come colonna sonora di Futuro nazionale.

“Non ci è stata chiesta alcuna autorizzazione, e se quello da parte di un partito politico è sempre un uso improprio delle canzoni di Dalla, è ancora più spiacevole se avviene da chi è così lontano dal pensiero e dal mondo di Lucio”. A dirlo a Repubblica Bologna è la cugina dell’artista, Dea Melotti, vicepresidente della Fondazione Lucio Dalla.

Nel merito è intervenuto anche Daniele Caracchi, anch’egli di Fondazione Lucio Dalla e di PRessing Line, la storica casa discografica del cantautore bolognese: “Siamo rimasti spiazzati e meravigliati” ha detto. “Per tutelare le immagini e l’arte di Lucio non abbiamo mai consentito che di Dalla si facesse un uso in contesto politico, a prescindere dal partito. Dalla è fuori da ogni ragionamento di parte, qualsiasi essa sia; credo sia la prima volta che capita questo tipo di uso e cercheremo di fare chiarezza”.

In Italia, in passato, Vasco Rossi disse esplicitamente di non usare la sua C’è chi dice no nella campagna sul referendum costituzionale del 2016. Una diffida arrivò a Matteo Salvini dagli eredi di Rino Gaetano. Alla Lega arrivarono le proteste anche de La rappresentante di lista per il brano Ciao ciao.

In foto Lucio Dalla e Francesco De Gregori al concerto del Primo maggio del 2011

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Femminicidio, da Avs al Pd fino a FdI: tutti contro Vannacci. Bongiorno (Lega): “Spero non gli manchi il delitto d’onore”

“Il femminicidio non esiste, non serve alcun reato specifico”. È bufera politica – e non solo, dal momento che nel dibattito è intervenuto anche il padre di Ilaria Sula – dopo le parole di Roberto Vannacci all’assemblea di Futuro nazionale. Per il leader di FnV si tratta di “un omicidio come tutti gli altri”. Dichiarazioni che arrivano nell’affollatissima conferenza stampa della giornata conclusiva dell’incontro di oggi a Roma, e ribadite successivamente, con ancora più enfasi, nell’intervento dal palco dell’auditorium della Conciliazione. “Uomini e donne sono uguali – è il suo ragionamento – non c’è bisogno di proteggere alcuno nei confronti degli altri e quindi devono essere tutti soggetti alle stesse regole. Un reato non è più o meno grave in base al sesso, al colore della pelle o alla religione di chi lo commette o di chi lo subisce: questa è la vera parità”.

Un ragionamento che lo porta a dire pure di essere contrario alle cosiddette quote rosa, alla parità di genere, argomento sul quale il generale ha promesso un emendamento alla legge elettorale per abolirle. Immediate le repliche da parte degli esponenti delle opposizioni. Tra le prime ad accusare Vannacci è Cecilia D’Elia, senatrice del Pd che parla di “negazionismo patriarcale” da parte di chi “non vede l’esistenza della violenza maschile contro le donne, e il carattere proprio dei femminicidi”. Il leader di Fn “è intriso di quella cultura che dobbiamo cambiare e che cambieremo, con buona pace sua e dei suoi sodali”, scrive sui social.

Si alza il livello delle repliche con Michela Di Biase, sempre del Partito democratico: “Solo dalla feccia possono originare le parole gravissime pronunciate da Vannacci sui femminicidi, il femminicidio non è uno slogan ideologico, ma un fenomeno riconosciuto e studiato da istituzioni, magistratura e organismi internazionali. Non serve a stabilire che una vita valga più di un’altra, ma a descrivere delitti che maturano in dinamiche di possesso, controllo e sopraffazione”. Ma è tutto l’arco parlamentare a scagliarsi contro il generale. Lo fa Angelo Bonelli di Avs: “Oggi Giorgia Meloni ha trovato il tempo per attaccare su X una fiera dell’editoria che chiede agli espositori di sottoscrivere i valori antifascisti della nostra Costituzione. Ha parlato di censura. Ha parlato di libertà di pensiero. Ma le chiedo: perché non condanna neanche le parole di Vannacci che oggi ha dichiarato che il femminicidio non esiste? Quello che sta accadendo è chiarissimo. Meloni sa che alle prossime elezioni avrà bisogno dei voti di Vannacci e dell’estrema destra. E per non perderli è disposta a tutto: a tacere sugli slogan neofascisti e razzisti del corteo sulla remigrazione di ieri, a tacere sui ‘camerati’ in sala, a tacere su chi nega il femminicidio”.

Critiche anche da Italia viva. “Le parole di Vannacci sul femminicidio sono gravissime e offensive nei confronti delle tante donne vittime di violenza e delle loro famiglie. Negare la specificità del fenomeno significa ignorare una realtà che continua a colpire il nostro Paese e contro la quale le istituzioni hanno il dovere di intervenire con determinazione”. A dirlo sono le senatrici renziane Daniela Sbrollini, capogruppo in commissione Femminicidio, e Dafne Musolino, vicecapogruppo al Senato. “Ancora più preoccupante è vedere esponenti politici che arrivano a richiamare simboli e linguaggi che pensavamo appartenessero al passato. La cultura del rispetto, della parità e della democrazia non può essere messa in discussione né banalizzata. Sono i valori della nostra Costituzione, quella Carta che Vannacci continua negare sia antifascista”.

Da destra interviene l’avvocata e senatrice della Lega, Giulia Bongiorno, che del disegno di legge sulla violenza sessuale è relatrice. “Il punto non è che la morte di una donna ‘pesa’ più di quella di un uomo, ma la gravità della spinta che porta a uccidere una donna per odio o disprezzo, ritenendola un essere inferiore. Ecco perché la critica del leader di Futuro nazionale è totalmente fuorviante. Spero non ci sia nostalgia per il reato previsto fino al 1981, quando venivano concesse attenuanti a chi uccideva una donna per causa d’onore“. Persino Fratelli d’Italia attacca Vannacci. Per l’assessora lombarda alla Cultura, Francesca Caruso “basta leggere le cronache, troppe donne vengono uccise da uomini che non accettano la fine di una relazione, un rifiuto o la loro libertà. Possiamo discutere delle leggi, ma non dei fatti. E i fatti ci dicono che esiste una forma di violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne“. E ancora: “Francamente trovo surreale che oggi ci sia ancora qualcuno che neghi questo fenomeno invece di interrogarsi su come contrastarlo. Il problema non è la parola ‘femminicidio’. Il problema sono le donne che continuano a essere vittime di violenza e di sopraffazione. Se il femminicidio non esiste, come chiamiamo le tante donne uccise semplicemente perché hanno detto ‘no’? Forse il generale dovrebbe iniziare a leggere i giornali del 2026 e non quelli del 1956”. Tra le fila di FdI è anche la senatrice Susanna Donatella Campione a redarguire Vannacci: “Il punto non è che la vita di una donna valga più di quella di un uomo. Il punto è riconoscere la specificità di quei delitti che maturano nell’odio, nel possesso o nel disprezzo nei confronti delle donne. Per questo sostenere che il femminicidio sia ‘un omicidio come tutti gli altri’ è una lettura fuorviante. La frequenza con la quale gli uomini uccidono le donne è diventata tale da indurre il legislatore a introdurre nell’ordinamento una fattispecie specifica. Non per creare vittime di serie A e di serie B, ma per contrastare un fenomeno che presenta caratteristiche proprie e che richiede strumenti adeguati. Mi chiedo infine se le donne che militano nel movimento di Vannacci condividano davvero questa impostazione. Sarebbe interessante sapere se ritengano anche loro che il femminicidio sia semplicemente un omicidio come un altro”.

Per Mariastella Gelmini di Noi Moderati “le dichiarazioni di Vannacci sono gravissime. Giulia Cecchettin, Ilaria Sula, Luciana Ronchi e tante altre non sono nomi astratti né casi isolati: sono donne che hanno perso la vita per mano di un uomo. Negare l’esistenza del femminicidio significa ignorare una violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne. Significa voltare le spalle alle vittime, alle loro famiglie e a tutte le persone che ogni giorno si impegnano per contrastare questa piaga. Vannacci, ancora una volta, dimostra una visione arretrata e distante dalla realtà“.

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Il padre di Ilaria Sula risponde a Vannacci: “Femminicidio e omicidio sono ben diversi. Porti rispetto per mia figlia e per le altre donne uccise”

Il femminicidio non esiste, non serve un reato specifico”. È uno dei cavalli di battaglia di Roberto Vannacci, che all’assemblea di Futuro nazionale, oggi a Roma, ha portato sul palco e alla conoscenza dei media. Ma alle parole dell’europarlamentare, interpellato dall’Ansa, ha risposto Flamur Sula, il papà di Ilaria Sula, la studentessa 22enne uccisa lo scorso anno a Roma dall’ex fidanzato e trovata in una valigia abbandonata in un dirupo a ridosso di una strada provinciale nel comune di Poli: “Nostra figlia ci è stata portata via senza un perché, senza un motivo. Femminicidio e omicidio sono due cose ben diverse. Le leggi devono essere severe per chi fa del male alle donne. Solo chi ci passa può capire cosa vuol dire, parlare per gli altri è troppo facile”.

Ogni settimana, racconta il papà di Ilaria, lui e la moglie tornano nel luogo in cui è stato ritrovato il corpo della figlia. Lì hanno realizzato una lapide con la foto della ragazza e una dedica per lei: “Bisogna portare rispetto a mia figlia e a tutte le altre donne che per colpa di un uomo non ci sono più. Stiamo le ore a piangere e a parlare con lei. Si dice che con il tempo il dolore diminuisce ma non è così, anzi – prosegue – il dolore aumenta, si sente ancora di più la mancanza e si realizza che a casa Ilaria non tornerà mai più. Non c’è notte che mia moglie non chiama Ilaria nel sonno o che la cerca per casa. È un dolore inimmaginabile che non finirà mai”.

Alle dichiarazioni di Vannacci, a poche ore di distanza dal suo intervento dal palco, sono seguite le prese di posizione delle associazioni che si battono per i diritti delle donne. “Vannacci nega il femminicidio perché il suo obiettivo è negare ciò che il femminismo ha svelato: la violenza maschile contro le donne che è paradigma della normalizzazione della disparità di potere e della sottomissione nei privilegi di altri. L’obiettivo è disumanizzare, ritornare alla forza e agli eroi, sdoganare la violenza, confondere le persone, non avere una analisi condivisa legittimare le disparità”. A dirlo è Elisa Ercoli, presidente Differenza donna che considera “la gravità delle sue dichiarazioni totale, pari alla responsabilità di chi nega le vittime di mafia nella loro specificità”. “Un progetto disumano proprio della manosfera a servizio del necrocapitalismo – prosegue – un capitalismo senza limiti, senza mediazioni, senza umanità. Il suo disegno ci è molto chiaro e lo combatteremo tutte e tutti insieme. Donne, giovani, migranti e comunità LGBTQI+ assieme agli uomini che hanno compreso quanto il patriarcato sia orrendo anche per le loro vite, insieme ci contrapporremo a questo disegno di miseria che vuole disintegrare la nostra democrazia. La risposta più utile – conclude – è creare comunità dialoganti in cui rafforzarci e unirci contro un nemico pericoloso che con le nostre pratiche fermeremo”.

A intervenire anche Cristina Carelli, presidente D.i.Re – Donne in Rete contro la violenza. “Dopo decenni passati a spiegare la natura della violenza maschile alle donne, dobbiamo ancora leggere dichiarazioni come questa. Vannacci è ovviamente libero di pensare quello che vuole. La questione che ci preoccupa è che una fetta della società ascolta le sue parole e le fa proprie. La deriva fascista della società, pericolosa per le libertà di tutte e tutti, è una vera maledizione per la libertà delle donne, per il contrasto alla violenza e per un futuro in cui i diritti siano effettivamente rispettosi delle differenze”.

Carelli prova a spiegare a Vannacci che “definire femminicidio l’uccisione di una donna motivata dal suo essere donna non significa attribuire un valore diverso alla vita delle vittime, né creare gerarchie nel dolore. Significa, al contrario, riconoscere una specifica matrice culturale e sociale della violenza di genere, individuata da studi, organismi internazionali e istituzioni come un fenomeno distinto che richiede strumenti di prevenzione e contrasto adeguati. Per questo la scelta di utilizzare il termine femminicidio rappresenta una decisione politica consapevole: riconoscere che esiste una violenza che colpisce le donne proprio in quanto donne e che tale violenza affonda le proprie radici in rapporti di potere, discriminazioni e stereotipi ancora presenti nella nostra società. Negare l’importanza di questa definizione significa oscurare la natura del fenomeno e indebolire il percorso culturale che negli ultimi anni ha contribuito a portare nel dibattito pubblico e politico una violenza per anni chiusa nel privato”.

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Futuro Nazionale, Vannacci: “Noi già in trincea, non voglio poltrone”

Si chiude la due giorni dell’Assemblea Costituente di Futuro Nazionale. Il generale non vuole poltrone né alleanze, apre alla Remigrazione e chiarisce la sua collocazione nell’alveo del panorama politico.

Roberto Vannacci affronta diversi temi nella conferenza stampa antecedente al suo intervento sul palco della Costituente Nazionale di Futuro Nazionale. Sul tavolo, diversi argomenti resi ancora più caldi da un weekend romano caratterizzato da quattro cortei, tutti con anime diverse. Il generale mantiene le sue posizioni: non ha ancora aperto a un’alleanza con la coalizione di centrodestra e presenza Futuro Nazionale come partito già pronto a competere in vista delle prossime elezioni. Vannacci, per sua stessa ammissione, non cerca poltrone e apprezza il consenso degli italiani al suo progetto. Apre alla proposta di legge sulla Remigrazione, chiude sulla patrimoniale e non dice no alla possibilità di Matteo Salvini al Viminale.

Vannacci: “Femminicidio non è reato”

Remigrazione, economia e patriarcato e non chiude alla proposta di legge arrivata da Casa Pound: “Non vedo perché una proposta del popolo debba rimanere fuori dal parlamento. Non vedo motivo di chiusura. Il popolo è sovrano. Fra l’altro non mi sembra che ieri, durante il corteo, abbiano assalito la polizia o spaccato vetrine. Non capisco perché non ci sia indignazione verso altri cortei dove non ci si è attenuto al vivere civile”. Sul campo economico, il “no” alla patrimoniale è abbastanza netto: “Il salario deve essere esito di una contrattazione. Tassare ulteriormente il patrimonio è iniquo. Esiste già una patrimoniale”. Sull’uguaglianza di genere e il concetto di patriarcato, il leader di Futuro Nazionale ha idee precise: “La vera parità è quando uomini e donne sono uguali in base al merito. Sono contrario al concetto di femminicidio, non perché non abbia rispetto per le donne, ma perché lo ritengo un omicidio. Non serve una fattispecie. Altrimenti si dovrebbe parlare di anzianicidio”.

Il motto “Me ne Frego” e  le elezioni: “Non voglio poltrone”

Spostando il focus sulla politica interna, Vannacci chiarisce posizioni e finanziamenti legati al partito: “Non mi considero l’uomo della speranza della sinistra, non ho ville in Crimea o sul Mar Nero, ho amici in Russia, ma non sono politici. Tutti i finanziamenti al partito sono trasparenti e riportati così come lo prevede lo legge”. Sulle accuse di fascismo è netto: “Il “Me ne frego” è un motto dannunziano acquisito e assunto dagli Arditi della I Guerra Mondiale. Non è fascismo, proprio per niente. È un verso del poeta della patria. La storia non si cancella, né si censura”. Sulle prossime elezioni: “Non sono un megalomane, non mi interessano poltrone e ministeri. Continuerò a fare l’europarlamentare. Mi riempie di orgoglio essere un punto di riferimento per 100mila italiani. Futuro Nazionale parteciperà alle elezioni, ma non significa che Vannacci richiederà qualcosa. Il presidente scelga la data, Futuro Nazionale è già pronto, anche domani” .

I rapporti con gli altri partiti: “Salvini può fare il Ministro dell’Interno”

Il leader di Futuro Nazionale ha poi chiarito i rapporti con gli altri politici: “Quel che dice Calenda non mi interessa, non lo ritengo un interlocutore. Renzi l’ho visto in visita a una caserma quando ero a capo della Folgore e poi da Fedez. Ho il suo numero come quello di Giorgia Meloni, ma non ci siamo scambiati messaggi”. Inevitabile il passaggio sulla Lega e Matteo Salvini: “Sono entrato da indipendente, ho portato mezzo milione di voti. Ognuno ha avuto il proprio vantaggio da questa esperienza. Non voglio fare implodere il centrodestra perché non ho avanzato alcuna intenzione di aderirci. Matteo Salvini ha già fatto il ministro dell’Interno e ha svolto un buon lavoro, può svolgere il ruolo. Di Zaia penso che sia un leader decennale, altre domande sono da rivolgere a loro”.

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Il vannacciano Sasso: “O con noi o contro di noi. Quando andremo al potere, faremo davvero le cose”. Bagarre a Omnibus

Tensione alle stelle a Omnibus, su La7, dove va in scena lo scontro tra Rossano Sasso, deputato passato dalla Lega a Futuro Nazionale, e Gino Zavalani, content creator e direttore editoriale di Esperia Italia, progetto media digitale vicino a Fratelli d’Italia. Zavalani, di origine albanese e con cittadinanza italiana da oltre 20 anni, pone una domanda semplice e provocatoria: quali sono i criteri “scientifici” per restare in Italia senza rischiare la remigrazione? Sasso, in collegamento da Roma prima della chiusura dell’assemblea di Futuro Nazionale, parte subito all’attacco con un interrogatorio marziale: “Si è integrato nella nostra società?”, “Ha un lavoro?”, “Ha mai infranto le nostre leggi?”, “È rispettoso del popolo che lo ha accolto?”.
Ogni domanda arriva secca, quasi a mitraglietta. La giornalista Ludovica Ciriello prova a inserirsi: “Ma chi lo decide?”. Sasso la ignora olimpicamente e continua la sua check-list. Quando Zavalani risponde sì a tutto (lavoro, rispetto, gratitudine), Sasso concede magnanimo: ” Allora, lei non solo è il benvenuto, ma rappresenta la stragrande maggioranza di immigrati che è ben accetto qui”. Ciriello commenta ironica: “Il tribunale Sasso”. Risposta piccata del deputato: “No, è il tribunale dei cittadini italiani stanchi dell’immigrazione clandestina fuori controllo”.

Il tono sale ulteriormente quando viene evocata la tragedia di Modena. Gaia Tortora ricorda che El Koudri è un cittadino italiano, ma l’ex leghista ribatte: “Non è un cittadino italiano, è marocchino. Marocchino“. Tutto lo studio rumoreggia dissentendo, ma Sasso è irremovibile: “Dovremmo rivedere qualche criterio per revocare la cittadinanza a dei criminali. Le nostre strade e le nostre piazze sono piene di criminali che non dovrebbero restare un giorno in più sul suolo patrio. Chi è contrario è complice. O con noi o contro di noi!“.
Zavalani ironicamente rilancia: “Allora revochiamo la cittadinanza anche agli italiani che guidano ubriachi e rischiano di ammazzare qualcuno”. Sasso, visibilmente infastidito dal contropiede, lo liquida: “Complimenti per l’approfondimento e la satira di questo signore che evidentemente lavora per qualcuno. Chiami i suoi amici parlamentari del centrodestra moderato e avanzi questa proposta”.
Gaia Tortora prova a mediare, ma Sasso è ormai lanciato, chiudendo il suo intervento in modalità “comizio” e con toni decisamente poco eleganti nei confronti di Ludovica Ciriello: “Noi di Futuro Nazionale, quando andremo al potere, le cose le faremo davvero. Con buona pace della “dottoressa Ludovica”, degli influencer e della splendida dottoressa Tortora”.

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