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Petro denuncia brogli elettorali in Colombia: “Il software modificato cinque giorni prima del voto”

A pochi giorni dalle elezioni del 31 maggio, il presidente colombiano uscente Gustavo Petro ha lanciato una denuncia pesante: il software di preconteggio gestito dai fratelli Bautista sarebbe stato manipolato. E non in un momento qualsiasi, ma il 26 maggio 2026, cinque giorni prima che i cittadini andassero alle urne, quando il sistema avrebbe dovuto restare sigillato.

Petro ha lanciato la sua denuncia tramite il social network X, come fa ormai abitualmente quando vuole bypassare i canali ufficiali. Ha affermato che il responsabile del registro, Hernán Penagos si è sempre rifiutato di consegnare il codice sorgente del software, nonostante una sentenza del Consiglio di Stato del 2018 avesse dichiarato quel programma vulnerabile sia da dentro che da fuori. La Registraduría, dal canto suo, ha risposto che un’alterazione è impossibile. Ma per il presidente proprio questa sicurezza dimostra che l’ente non ha affatto il controllo sul sistema.

Presento las bases comprobadas del posible fraude. Que puedo entregar a autoridad competente.

Dije que no reconocí los datos del preconteo del software de los hermanos Bautista es porque tengo datos.

Mi compromiso con mi pueblo y el amor a mi país por el que he luchado toda mi…

— Gustavo Petro (@petrogustavo) June 2, 2026

I numeri che Petro ha messo sul tavolo non sono vaghi. Secondo la sua ricostruzione, il corpo elettorale ufficiale di 41.421.973 elettori sarebbe stato modificato nel sistema DIVIPOL fino a raggiungere i 42.307.373 votanti. Una differenza di 885.409 schede che, sostiene il presidente, non si sarebbero iscritte nei termini di legge. Poi ci sarebbero stati anche aumenti nei seggi, passati da 13.742 a 14.438, e nei tavoli di voto, da 120.527 a 122.020. In totale 1.493 tavoli in più che probabilmente non sono mai stati scrutinati.

Ma il punto più esplosivo della denuncia riguarda 5.300 tavoli dove sarebbero comparsi più di 300 voti ciascuno, alcuni addirittura fino a 700. Una cifra che, per Petro, supera ampiamente il massimo teoricamente raggiungibile nelle ore di apertura dei seggi. Ed è proprio in quei tavoli, ha detto il presidente, che si concentrerebbe il vantaggio di 635.000 voti con cui Abelardo de la Espriella starebbe superando Iván Cepeda.

Il presidente ha usato parole che riportano la tensione di un passaggio cruciale per la Colombia. Ha detto che il suo amore per il paese e il suo impegno verso il popolo lo costringono a rischiare tutto trasmettendo queste informazioni. Ha ribadito che non ha riconosciuto i dati del preconteggio perché ha i suoi dati in mano. E ha annunciato che aspetterà i risultati dello scrutinio ufficiale che stanno svolgendo i giudici, quello che il Consiglio Nazionale Elettorale conta di rendere noto entro la settimana.

Mentre il governo uscente alza i toni, Iván Cepeda, il candidato del Pacto Histórico che ha ottenuto 9.688.361 voti, il 40,90 per cento dei voti validi, ha scelto una strada diversa. Ha fatto un appello alla calma, chiedendo ai suoi sostenitori di non ricorrere alla violenza contro chi professa altre idee politiche. Ha ricordato le ferite che il paese si è già portato dietro per colpa di chi semina odio, paura e voglia di distruzione. In democrazia, ha detto Cepeda, si possono avere differenze intense con gli avversari, si può discutere con fermezza, confrontare idee, difendere con convinzione le proprie posizioni. Ma non si deve mai ricorrere alla violenza. Né quella simbolica che semina paura e risentimento, né quella fisica che pretende di distruggere gli altri.

Il candidato di sinistra ha esortato i suoi sostenitori a non lasciarsi trascinare dall’odio o dalla provocazione. La sua ricetta è semplice: rispondere all’aggressione con gli argomenti, alla menzogna con la verità, alla violenza con la serenità. Questa è la forza della democrazia, ha detto. Per accompagnare il messaggio ha mostrato un’immagine che non è passata inosservata: De la Espriella che sorride mentre preme la schiena di Cepeda con un ginocchio, una tecnica simile a quelle usate dai corpi repressivi per immobilizzare i manifestanti, la stessa che l’ex poliziotto Derek Chauvin usò per uccidere George Floyd.

VIOLENCIA POLÍTICA

En democracia podemos tener diferencias intensas con nuestros contradictores. Podemos debatir con firmeza, confrontar ideas y defender con convicción nuestras posiciones.

Pero nunca debemos apelar a la violencia. Ni la violencia simbólica que siembra miedo y… pic.twitter.com/gXfZSkqgkI

— Iván Cepeda Castro (@IvanCepedaCast) June 3, 2026

Ma l’appello alla moderazione non ha impedito a Cepeda di tracciare un ritratto spietato del suo avversario. Ha definito De la Espriella un avvocato dei signori paramilitari a San José de Ralito. Ha ricordato che il padre del candidato di destra è stato un notaio che legalizzò i beni del paramilitare Salvatore Mancuso. Lo ha definito avvocato di narcotrafficanti, e anche "truffatore di truffatori", "truffatore di narcotrafficanti". Ha detto che rappresenta il fascismo mafioso, il progetto di quell’estrema destra fascista che in Colombia e nel mondo vuole distruggere tutto ciò che è stato conquistato sul piano sociale. Secondo Cepeda, se De la Espriella vincesse, il salario vitale verrebbe spazzato via, così come il sostegno all’istruzione pubblica e alla tassa zero, la riforma agraria, gli aiuti ai giovani. Al loro posto, ha detto, ci sarebbero solo i circoli più corrotti e potenti della società colombiana: plutocrazia e corruzione.

Non solo, ha aggiunto Cepeda, non ci si può aspettare nessuna misura favorevole all’ambiente, alla protezione dell’acqua o alla conservazione delle ricchezze naturali e dei santuari ecologici del paese. Sarebbe la distruzione totale della natura e della vita in Colombia. E poi ancora: De la Espriella è un omofobo e un misogino. Rappresenta il ritorno al passato parapolitico, narcotrafficante, mafioso, plutocratico e corrotto che il paese ha vissuto sotto i due mandati di Álvaro Uribe, adesso rafforzato dall’estrema destra internazionale.

Anche Gustavo Petro, dal canto suo, ha preso di mira De la Espriella senza mezzi termini. Dopo essere stato pesantemente attaccato dal candidato dell'estrema destra neoliberista, il presidente ha denunciato che gli viene promessa la prigione solo per la sua posizione politica progressista in favore del popolo. E ha ribadito che il progetto dietro De la Espriella è lo stesso che stava dietro a Uribe: il "fascismo mafioso" che ha già governato in Colombia. Petro ha detto che ogni popolo ha l’obbligo morale di sconfiggere il fascismo, e ha fatto un elenco storico: l’Olocausto in Europa, l’Olocausto in Cina, l’Olocausto in Cile, Uruguay e Argentina. E poi l’Olocausto in Colombia, ha detto, perché è stato il fascismo a governare al tempo di Laureano Gómez e Mariano Ospina, e poi con il governo dei paramilitari che ha lasciato 200.000 morti.

Petro ha rivendicato la sua storia personale come prova che il fascismo si può battere senza armi. "Io mi sono alzato con le mie parole pubbliche contro di loro e senza un’arma li ho sconfitti, ecco perché sono presidente", ha detto. Poi ha lanciato un avvertimento: ora parlano di vendetta perché credono di poter tornare al potere. Vogliono squartare il progressismo e incarcerarlo, che in realtà significa uccidere il suo leader.

Il presidente ha anche fatto un’accusa precisa sulla compravendita di voti. Ha detto di sapere quanti voti sono stati comprati a piene mani, da 150.000 a 200.000 pesos ciascuno. Ha detto che cercano la disfatta e stanno affilando i coltelli. Ma ha anche ammesso le debolezze della campagna progressista. Tuttavia, ha concluso, vinceremo e sconfiggeremo il fascismo.

Per sostenere la sua tesi, Petro ha usato anche un argomento territoriale. Ha detto che De la Espriella è nato a Córdoba come lui, ma a differenza del presidente, che viene da una famiglia umile, il candidato è di famiglia latifondista e difensore del paramilitarismo. Secondo Petro, De la Espriella è stato sonoramente sconfitto nel paese dove è nato, Sahagún, e in tutto il dipartimento di Córdoba. È stato sconfitto in tutti i Caraibi colombiani, ha detto. E perché? Perché nel suo paese lo conoscono e sanno cosa succederebbe se un fascista difensore del paramilitarismo arrivasse al potere.

 

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From the wreckage of Super Typhoon Sinlaku, Pacific Islanders slowly recover

Katelynn Delos Reyes thought she knew what to expect when Typhoon Sinlaku slammed into Saipan in April. As a lifelong resident of the island, Delos Reyes had survived frequent storms, including Super Typhoon Yutu, the second-strongest in U.S. history. Eight years ago, Yutu’s 274-kmph (about 170-mph) winds devastated her village in the southern end of Saipan. Just three years before that, she survived Typhoon Soudelor. But Sinlaku was different. “At the beginning, it was OK. But later on it wasn’t,” said Delos Reyes, who is Chamorro, Indigenous to the Mariana Islands. A few days before it hit the Commonwealth of the Northern Mariana Islands, or CNMI, on April 14, Sinlaku had tropical-storm winds. That made it what is known in the Marianas as a “banana typhoon” because such storms level banana trees but leave others standing. Then over the weekend, the typhoon rapidly intensified by 120 kmph (75 mph) in just 24 hours before becoming a 298-kmph (about 185-mph) monstrosity and the strongest storm on Earth so far this year. Delos Reyes and her family had done what they could to prepare. They boarded up the windows. They bought gallons of drinking water and filled plastic drums to use in the shower and toilet. Then the storm hit, and Delos Reyes grew scared. The winds, which had weakened to 240 kmph (about 150 mph), ripped the wood from a window. Rainwater gushed through the ceiling and soaked their belongings, including Delos Reyes’ mattress. She and her partner, her mother, her…This article was originally published on Mongabay

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“Dal basso”, primo festival di yoga popolare a Roma: “No alle logiche di mercato che lo rendono inaccessibile”

Da un lato c’è lo schermo dei social che racconta di corpi perfetti, scolpiti da allenamenti elitari a 150 euro. Dall’altro c’è una comunità che vuole tornare ai veri valori dello yoga, dove tutti a terra si riconoscono alla stessa altezza. È un guardarsi “Dal Basso” proprio come suggerisce il nome del primo Festival di Yoga Popolare organizzato dal collettivo “Yoga Riot” che si terrà il 7 giugno – dalla mattina alla sera – al Laboratorio Occupato Autogestito Acrobax di Roma.

“Per noi significa creare una comunità davvero inclusiva, in cui non contino il tipo di corpo, l’estrazione sociale o lo stile di vita delle persone. L’idea è offrire uno spazio comune e accogliente in cui chiunque possa praticare yoga – ha spiegato a ilfattoquotidiano.it Matteo Franceschini , insegnante di yoga e co-fondatore del collettivo – noi siamo insegnanti e utilizziamo la pratica per trasmettere valori che appartengono prima di tutto a noi come individui. Con questo Festival volevamo costruire un momento di unione, capace di mettere tutti sullo stesso piano”.

Ma quanti e quali sono i piani da livellare per ambire alla perfetta inclusione di tutte e tutti? Non occorre fare molta strada, basta dare uno sguardo al proprio corpo. È considerato giusto? Sbagliato? È conforme? Secondo Franceschini, che ha ricordato come i valori dello yoga siano sempre andati ben oltre la sola pratica fisica, oggi sembra quasi che esista un solo corpo ideale per lo yoga ma “in realtà è l’opposto. Nella mia esperienza personale – mi occupo anche di yoga terapeutico – credo che proprio chi vive difficoltà o ha un corpo lontano dagli standard dominanti debba sentirsi accolto nella pratica. Il corpo non definisce una persona: è uno strumento, e ogni corpo racconta una storia che merita dignità e ascolto”.

Perché allora sembra così difficile superare l’idea che la pratica sia solo appannaggio di pochi? “Sui social, tutto corre velocissimo e si finisce per imporre modelli conformi spingendo molto sulla performance e sull’apparenza– ha sottolineato Franceschini – il nostro obiettivo è riportare l’attenzione sull’esperienza umana e non sulla conformità estetica”.

Ma superate le barriere fisiche che riguardano la sfera individuale, secondo Franceschini bisogna affrontare la dimensione collettiva “capitalistica” che ha creato un vero e proprio “classismo del benessere“: “Il mondo del wellness, yoga compreso, è stato progressivamente assorbito da logiche di mercato che hanno reso certe pratiche accessibili solo a chi può permettersele”. Ma l’inversione di rotta esiste ed è possibile: “Con Dal Basso abbiamo voluto fare l’opposto. Oggi esistono festival in cui un singolo giorno può costare anche 150 o 200 euro. Noi abbiamo scelto di mantenere un prezzo popolare. L’ingresso costerà 15 euro per un’intera giornata di attività, con due sale yoga, circa trenta laboratori, un mercatino e momenti conviviali. Anche il cibo sarà gestito da realtà che condividono la nostra stessa visione sociale e accessibile”.

È con lo scardinamento di questi muri che può compiersi la piena “libertà di movimento“, un concetto che va ben oltre il suo significato letterale e che per il collettivo Yoga Riot si aggancia alla “possibilità per ogni individuo di esistere, spostarsi ed essere accolto con dignità, indipendentemente dal luogo in cui è nato”. Matteo Franceschini ha specificato come questo sia per loro un tema centrale “soprattutto nel momento storico che stiamo vivendo” perché “mentre si parla sempre più spesso di remigrazione e chiusura” è fondamentale “sostenere chi fugge da determinate condizioni o aiutare concretamente chi resta nei territori colpiti“.

Tutto è dunque centrato sul significato etimologico del termine yoga: unione. È solo spogliandosi di qualsiasi sovrastruttura che si può innescare una connessione con sé stessi e l’altro in un processo che, come cerca di insegnare lo yoga fin dall’origine, ha bisogno di consapevolezza: perché, ha concluso Franceschini, “più siamo consapevoli, più ci avviciniamo alla libertà, individuale e collettiva”.

L'articolo “Dal basso”, primo festival di yoga popolare a Roma: “No alle logiche di mercato che lo rendono inaccessibile” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Ryabkov: la Russia potrebbe rispondere agli attacchi alla sua integrità territoriale con armi nucleari

Qualsiasi azione contro l'integrità territoriale della Russia da parte di aggressori potrebbe, nel peggiore dei casi, innescare l'uso di armi nucleari, ha dichiarato, secondo quanto riporta l'agenzia TASS, il viceministro degli Esteri russo Sergey Ryabkov a margine del Forum economico internazionale di San Pietroburgo (SPIEF).

"Per quanto ci riguarda, queste ipotetiche situazioni estreme che potrebbero innescare l'uso di tali armi sono delineate in dettaglio nella dottrina militare russa e nei principi fondamentali della politica statale russa in materia di deterrenza nucleare", ha ricordato l'alto diplomatico russo.

"Per dirla in modo piuttosto diretto, questi documenti inviano un segnale che le violazioni della Russia o della sua integrità territoriale da parte di aggressori, compresi coloro che potrebbero possedere tali armi, potrebbero indurci a usarle nel peggiore dei casi", ha avvertito.

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Tutto sullo SPIEF 2026, il simbolo di un isolamento che non ha funzionato

Dal 3 al 6 giugno, la vecchia Leningrado diventa per l’ennesima volta il crocevia degli affari globali. Si apre il Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo, l’appuntamento più atteso per l’élite imprenditoriale russa e una delle piazze mondiali dove si annusano i venti dell’economia e degli investimenti. A patrocinarlo, ormai dal lontano 2006, è il presidente Vladimir Putin, il cui intervento in sessione plenaria rappresenta da sempre il momento clou di questo appuntamento, quello che genera più commenti, più attese, più interpretazioni.

L’edizione di quest’anno si presenta con un titolo ambizioso, quasi una dichiarazione d’intenti: “Dialogo pragmatico: la strada verso un futuro stabile”. Sotto questa etichetta, gli organizzatori hanno infilato oltre centocinquanta sessioni, incontri bilaterali e dibattiti. Si parlerà di economia, naturalmente, ma anche di tecnologia, energia, logistica. E di quei nuovi centri di crescita che, silenziosamente, stanno ridisegnando la geografia del potere globale.

La partecipazione, a guardare i numeri, è tutt’altro che scontata. Oltre ventimila persone da centotrenta paesi hanno già dato conferma. E le delegazioni governative arriveranno da settantasei nazioni, con vicepresidenti, ministri e sottosegretari pronti a sedersi attorno ai tavoli. Tra i nomi che contano, spiccano i presidenti di Uzbekistan e Tanzania, il vicepresidente cinese e il ministro dell’Energia saudita. Proprio l’Arabia Saudita, guarda caso, sarà il paese ospite d’onore. Un modo per celebrare cent’anni di relazioni diplomatiche tra Mosca e Riad, sanciti da una delegazione guidata dal ministro dell’Energia e composta da duecento rappresentanti tra fondi sovrani, aziende di stato e colossi dell’industria. Uno dei momenti più attesi sarà il dialogo d’affari tra Russia e Arabia Saudita, incentrato su investimenti, energia, trasporti e agricoltura.

Ma a suscitare un certo scalpore tra i cronisti e gli analisti è un’altra presenza, piccola nella forma ma pesante nel simbolo. Per la prima volta in sette anni, parteciperà un rappresentante in carica dell’amministrazione statunitense. Si chiama Rodney Mims Cook Jr., presidente della Commissione di Belle Arti degli Stati Uniti. L’uomo, tra le altre cose, ha avuto un ruolo nella supervisione dei lavori di ampliamento del salone da ballo della Casa Bianca di Trump. Lui stesso ha confermato all’agenzia russa Ria Novosti: “Il comitato organizzatore e il Dipartimento di Stato mi hanno invitato alla sessione plenaria e al discorso del presidente Putin. E io ci sarò”. E non è solo una passerella: sono previsti due eventi ufficiali tra Russia e Stati Uniti, un dialogo imprenditoriale e una sessione culturale, con il sostegno della Camera di Commercio statunitense e della fondazione Roscongress.

E poi c’è la Germania. Una delegazione di imprenditori tedeschi, guidata dal presidente della Camera di Commercio Estero Germanorumssa Matthias Schepp, che ha dichiarato senza troppi giri di parole: “Vogliamo mantenere il legame economico con la Russia e proteggere i nostri asset, che superano i cento miliardi di euro”. Una scelta in netto contrasto con la masochistica strategia occidentale di isolamento. Secondo un sondaggio citato dallo stesso Schepp, la stragrande maggioranza delle aziende tedesche non ha alcuna intenzione di abbandonare il mercato russo. Lo considerano ancora strategico per il lungo periodo.

A dare una lettura di fondo a questi movimenti ci prova Stanislav Tkachenko, economista e professore all’Università statale di San Pietroburgo. Il suo ragionamento è lineare: in Europa, spiega ai microfoni di RT, si sta facendo strada la consapevolezza che essere entrati in conflitto con Mosca è stato un errore, pagato a caro prezzo dai cittadini e dalle imprese. Quando l’economia russa ha resistito alle sanzioni e ha addirittura accelerato la crescita, il fronte occidentale ha cominciato a mostrare crepe. “La militarizzazione dell’interdipendenza economica”, dice Tkachenko, “si è rivelata una strategia senza uscita. Le aziende occidentali che hanno partecipato al tentativo di infliggere un danno strategico alla Russia si sono sparate sui piedi. Hanno subito perdite dirette, hanno perso l’accesso a un mercato promettente e hanno visto i loro posti occupati da imprese turche, cinesi, indiane, dei paesi del Sud-Est asiatico”. Insomma, il tentativo di isolare la Russia, a guardare i numeri e le presenze di San Pietroburgo, appare sempre più come una battaglia persa prima ancora di iniziare. Una scelta masochista basata su una russofobia irrazionale di cui è affetta l'attuale classe dirigente europea.

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Trump conferma di aver definito Netanyahu un "fottuto pazzo"

Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha confermato di aver definito il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu un "fottuto pazzo" a causa dei suoi attacchi al Libano.

"Sì. Mi arrabbio sempre. Mi dava un po' fastidio che attaccasse sempre il Libano. Sai, a un certo punto gli ho detto: 'Bibi, mettiamo fine a tutto questo'", ha dichiarato.

Tuttavia, ha osservato di avere "ottimi rapporti" con Netanyahu. "Abbiamo lavorato molto bene insieme, Bibi mi piace molto", ha affermato.

Il presidente statunitense ha anche negato che Tel Aviv lo avesse ingannato per scatenare la guerra contro l'Iran. "Voglio dire, ho iniziato io tutto. Non voglio annoiare nessuno, ma l'ho iniziata io perché non possiamo permettere che abbiano un'arma nucleare. [...] Se non fosse per me, Israele non esisterebbe", ha affermato.

In precedenza, era stato riportato che Trump aveva criticato duramente Netanyahu durante una telefonata, definendolo "pazzo" per l'escalation contro il Libano. "Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando la pelle. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo", gli aveva detto. Secondo alcune fonti, avrebbe anche bloccato il piano israeliano di bombardare Beirut, avvertendo che farlo avrebbe "isolato ulteriormente Israele". Secondo Trump, Netanyahu aveva esacerbato la situazione in modo sproporzionato negli ultimi giorni.

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George Santos, ex-deputado dos EUA filho de brasileiros, é investigado por suposta fraude em apostas

Autoridades federais dos EUA estão investigando se o ex-deputado republicano George Santos, que é filho de brasileiros, praticou "insider trading" ao apostar em um mercado de previsões se ele próprio compareceria ou não ao discurso do Estado da União do presidente Donald Trump, no final de fevereiro. Leia mais (06/03/2026 - 12h16)
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Zakharova: l'Ucraina è uno "Stato terrorista" finanziato dall'Occidente

I media occidentali si stanno rendendo complici del "terrorismo" del regime di Kiev omettendo di riportare gli attacchi contro i civili in Russia, ha denunciato la portavoce del Ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova.

In un'intervista con Rick Sanchez a margine del Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), la portavoce ha commentato l'attentato ucraino di mercoledì mattina contro un autobus di linea nella Repubblica Popolare di Donetsk, che ha causato otto morti, definendolo "di una crudeltà senza precedenti". Ha sottolineato che non si tratta di un episodio isolato, poiché questi "sanguinosi atti terroristici" si verificano quotidianamente, uccidendo e ferendo bambini, donne e anziani "in ogni regione" della Russia.

Non lo ha definito un singolo "attacco terroristico", bensì una "catena" di atti legati all'ideologia "terroristica" dell'Ucraina. "La cosa peggiore che possa accadere è quando uno Stato [...] si trasforma in un regime terroristico con un piano preciso per eliminare la popolazione civile", ha affermato, accusando il regime di Kiev di fare lo stesso in Nord Africa e in Medio Oriente.

In questo contesto, ha denunciato l'Ucraina come finanziata dai Paesi occidentali e da blocchi come la NATO. "Si tratta di vero terrorismo internazionale", ha sottolineato, avvertendo che questo scenario è possibile perché i media occidentali "lo permettono" evitando di riportare "ciò che sta realmente accadendo".

Per questo motivo, ha spiegato, "il pubblico occidentale non comprende che, proprio nel cuore dell'Europa, esiste uno Stato terrorista" che "opera con i soldi che riceve dai Paesi occidentali". "Se i cittadini di Italia, Spagna, Francia e Germania si rendessero conto che denaro viene prelevato dalle loro tasche [...] per finanziare l'omicidio di civili [...] in un paese vicino, non voterebbero mai a favore", ha concluso.

 

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Il bivio del 2 Giugno: tra parate militari e il vincolo UE che impone all'Italia le energie green

 

Sta per arrivare una mini-clausola di salvaguardia per rendere flessibili le spese energetiche alla voce investimenti. Ne abbiamo parlato negli ultimi giorni e, nelle ultime ore, è arrivata la notizia che Bruxelles avrebbe inserito una richiesta esplicita all'Italia: investire nelle energie green. Questa indicazione si inserisce proprio all'interno della clausola di salvaguardia per la difesa, quella che consente di scorporare dai vincoli di bilancio gli investimenti in armi e che viene utilizzata, in piccola parte, anche per le spese energetiche.

La domanda che sorge spontanea è come il Governo riuscirà a coniugare il sogno nucleare – spinto anche da Confindustria – con questa avvertenza "ecologista". In effetti, i 4 miliardi risparmiati in tre anni dovrebbero essere usati esclusivamente per investimenti nella transizione energetica. Riusciremo, or dunque, a sfruttare questa opportunità o, una volta fallito l'obiettivo, il Governo se la prenderà con la burocrazia europea?

Nella giornata del 2 Giugno sono in molti a chiedersi quale sarà la Repubblica italiana del futuro, sapendo che ad attenderci non saranno anni facili. La parata sui Fori Imperiali è da tempo contestata dai movimenti pacifisti, storicamente critici verso le ostentazioni di carattere militarista. Cavarsela invocando il senso di responsabilità e la riconoscenza verso quanti costituirono la Repubblica – nata dalla cacciata del fascismo, come ricordato dalla Presidente del Consiglio in occasione della festa nazionale – è l'ennesima dimostrazione di come dichiarazioni affrettate producano talvolta effetti indesiderati. La difesa d'ufficio della sfilata militare, in tempi di guerra e militarismo diffuso, non sembra cogliere la fondatezza delle critiche emerse da quanti ricordano come l'aumento delle spese per il riarmo rappresenti una concreta minaccia a quell'idea di Repubblica nata in antitesi alla guerra.

Le suggestioni presidenzialiste, appena frenate dal Referendum, torneranno presto in auge: fermarle presuppone avere un'idea alternativa a quella delle destre, che non sia la semplice salvaguardia dello status quo. Se i giudizi negativi sul Premierato sono un elemento comune a innumerevoli forze politiche e sociali, l'analisi sul ruolo dell'Unione Europea o sul sistema elettorale maggioritario potrebbero invece riservare divisioni insanabili. È proprio il 2 Giugno, tra rigurgiti militaristi e l'oblio in cui sono finite le aspettative di tanti decenni fa, la data in cui porsi le domande più scomode.

In questi giorni l'Esecutivo tenta di districare la matassa prendendo le distanze tanto da Bruxelles quanto dalla Nato: i soliti equilibrismi a cui dovremmo essere abituati. L'Italia aveva chiesto di estendere all’energia lo scorporo dal deficit delle spese per la difesa; una richiesta non certo rivoluzionaria, subito accolta, almeno in parte, dall'UE.

In soldoni, ci si accontenta di ridurre la spesa militare di qualche miliardo di euro per spendere i fondi risparmiati sul fronte energetico, magari per lanciare il progetto nuclearista italiano. Tuttavia, questa riduzione non potrà tradursi nei tanto cari sussidi e bonus a cui il governo Meloni ci ha abituato. La richiesta esplicita dell'UE va nella direzione di privilegiare investimenti strutturali, che potrebbero appunto tradursi in centrali nucleari. Ironia della sorte, sarà possibile ridurre (seppur di poco) le spese per la guerra investendo i risparmi nel nucleare, mentre l'Italia continuerà a essere sotto sorveglianza comunitaria per aver superato il parametro del 3% nel rapporto deficit/PIL.

Sempre in queste ore si continua a parlare di competitività e transizione energetica, dimenticando che lo stesso Consiglio dei Ministri aveva previsto un percorso di consolidamento dei conti per rientrare nei parametri richiesti da Bruxelles. In questo viatico, tuttavia, non viene ricordato che è stata fissata, anno per anno, una soglia massima alla spesa sociale. Una decisione che arriva in tempi in cui il morso della crisi si fa sentire per tante famiglie, alle prese con rincari generalizzati e spese sanitarie e di istruzione sempre più insostenibili.

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Ariel Cunio vuelve a Nir Oz: buscando el sentido de justicia en las ruinas del kibutz

Ariel Cunio posa junto a su madre Silvia Cunio este martes 2 de junio en el kibutz Nir Oz, donde él, su novia y su hermano David junto a su familia fueron secuestrados por el grupo terrorista Hamas el 7 de octubre de 2023. (Infobae)

(Desde Nir Oz, Israel) - ¿Cómo se puede pensar en Justicia cuando uno es arrastrado fuera de su hogar y es llevado a otro territorio regido por el islamismo? ¿Qué es el concepto de Justicia para quien ha sido despojado de todo y secuestrado dos años por un grupo terrorista? ¿Cómo se construye una idea de reparación cuando se sufrieron vejámenes de todo tipo, hoy inenarrables para su víctima? ¿Puede ofrecer una respuesta que no sea visceral quien sobrevivió a la inhumanidad que le ofrecieron sus captores? Ariel Cunio fue consultado sobre ello en una vuelta relámpago al kibutz Nir Oz donde comenzó su pesadilla y la de su familia. Allí habló de su actual proceso de sanación; de cómo fue pensar que podrían pasar décadas sin ver a los suyos; de lo que fue aprender árabe sin proponérselo; de sus idas y venidas con el contingente concepto de esperanza, y con el subsiguiente desvanecimiento de esa esperanza; de las cosas extremas que llegó a imaginarse. Pero esta vez no quiere recordar las torturas a las que fue sometido. Nadie insiste. Se dispone a hablar de otras cosas. Sobre todo a hablar. Y hablar. Aunque sea en un susurro. Sin alzar la voz. Porque necesita exorcizar de alguna manera esos años de oscuridad.

La mañana del 7 de octubre de 2023, Ariel se despertó en su casa del sur de Israel, con el sonido de una alarma. Una más, habrá pensado en el momento en que la modorra lentamente se convierte en realidad. Es que para los habitantes de ese barrio fronterizo con Gaza, las alarmas formaban parte del devenir sonoro diario. Pero lo que ocurrió en los minutos siguientes no tenía precedentes. Gritos en árabe de ¡Allahu Akbar! (¡Dios es Grande!), disparos, casas en llamas. Más de cien terroristas de Hamas habían ingresado al kibutz por cuatro puntos simultáneos. De las 418 personas que habían pasado la noche y estaban esa mañana en esa comunidad agrícola fundada en 1955, 118 serían asesinadas ese día o durante sus secuestros. Decenas más fueron despedidas a Gaza como rehenes, entre ellas Ariel, su hermano David Cunio, la esposa de David, Sharon Aloni Cunio, y las hijas mellizas de ambos, Emma y Yuli, que tenían apenas tres años. La madre de Ariel y David, Silvia Cunio, sobrevivió al ataque en el kibutz. Ella y su marido, José Luis, habían llegado a Israel desde Argentina en 1986. Casi tres años después, Ariel y Silvia hablan de lo que vivieron, de lo que piensan y de lo que les cuesta seguir.

Una mañana que lo cambió todo

Ariel no tenía armas. No pertenecía al grupo de seguridad del kibutz, el pequeño conjunto de vecinos entrenados y armados que, ante cualquier amenaza, debía salir a defender la comunidad. Esa mañana, mientras los terroristas avanzaban entre las casas, él se ocultó debajo de la cama junto a su novia, Arbel Yehud. "Me estuve escondiendo debajo de la cama con mi novia. Cuando entraron a mi casa, le dije a Arbel: ‘Manda un mensaje a tu hermano que está afuera y con armas’. Pensé que había solamente dos terroristas“. Lo que Ariel no sabía en ese momento era que el hermano de Arbel, Dolev Yehud, ya estaba muerto. Dolev había salido a combatir desde la terraza de una casa cercana. Mató a varios terroristas antes de caer. Su último mensaje fue para su esposa: "Te amo“. El caso de Dolev conmovió a la comunidad: había sido dado por desaparecido, hasta que ocho meses después del ataque terrorista un equipo forense israelí descubrió que sus restos habían sido recuperados en el kibutz. Lo determinaron pericias genéticas. Uno de los héroes del barrio había sido calcinado por los islamistas a metros de la casa de los Cunio.

La casa de David Cunio se encuentra en ruinas tras el devastador incendio provocado por terroristas de Hamas el 3 de octubre de 2023. La familia no quiere que las viviendas atacadas por Hamas sean demolidas dentro del kibutz Nir Oz (Infobae)

Junto a Dolev, otros dos miembros del grupo de seguridad -AvivAtzili y Tamir Adar- intentaron resistir desde un punto estratégico del kibutz. Aviv murió en combate. Tamir resultó herido de gravedad. Poco después de ser trasladado a Gaza se supo que también había sido ejecutado. “Este grupo de seguridad fue el único que pudo salir de la casa y luchar. Yo creo que sin ellos nadie de esta zona estaría acá hoy“, afirma Ariel.

Mientras Ariel y Arbel permanecían ocultos, la casa del hermano de Ariel, Eitan Cunio, ardía. Los terroristas no intentaron forzar la puerta del cuarto seguro donde Eitan se había refugiado junto a su esposa y sus dos hijas pequeñas. Simplemente arrojaron gasolina por debajo de la puerta y prendieron fuego. "Ni trataron de entrar. Solamente quemar“, recuerda Ariel. Eitan sostuvo la puerta con el cuerpo y colocó un colchón para contener el humo en la ranura que separa la parte inferior de la puerta del suelo. Durante cinco horas, su familia permaneció adentro. Agonizando. En algún momento, su esposa y sus hijas perdieron el conocimiento. Él también se desmayó, se recuperó y volvió a desmayarse. Cuando finalmente un vecino armado con apenas cuatro balas logró llegar hasta ellos, todos salieron negros de humo, incapaces de caminar. "Empezaron a vomitar negro. Llegaron acá sobre la tierra así, desmayados“, relata Ariel. Pasó otra hora antes de que llegara el ejército a evacuarlos.

El camino a Gaza

A Ariel y a Arbel los sacaron de la casa con rapidez. Les pegaron, le pusieron un cuchillo en la cara, mataron a su perra. En cinco minutos ya estaban afuera, descalzos, rodeados de decenas de terroristas. "Cuando me llevaron del cuarto seguro con Arbel, vi que había dos chicos de once años, chicos árabes, que vinieron a ver cómo hacerlo, cómo aprender a ser terrorista, cómo matar a los judíos. Uno tenía sangre en la mano que no era de él. Entendí que ya habían estado en varias casas“.

A lo lejos, desde el techo de un tanque del kibutz Nir Oz, en el sur de Israel, puede verse la Franja de Gaza. Desde allí llegaron los terroristas de Hamas el 7 de octubre de 2023 para masacrar a la comunidad. (Infobae)

El traslado hacia Gaza fue caótico. En algún punto de la frontera, un helicóptero del ejército israelí atacó la caravana de vehículos. El piloto no sabía que transportaba rehenes. El ataque mató a varios terroristas, hirió a otros, mató a una integrante del kibutz y dejó a otra gravemente herida. Fue esa sobreviviente quien, al llegar al lugar de reunión de los evacuados, le confirmó a Silvia que su hijo David había sido secuestrado junto a Sharon y las mellizas. "Me dijo: ‘Silvia, vení’. Yo no entendía nada. Todavía estaba en una nube. Y ella me dijo: ‘Secuestraron a David, a Sharon y a Yuli’. Le pregunté: ‘¿Y Emma?’. Me hizo así (hace un gesto), no sabe nada“. Emma -la otra hija de David- estuvo diez días secuestrada antes de ser liberada junto a su madre y su hermana.

De Ariel y David, durante meses, no hubo ninguna noticia.

El cautiverio

Ariel Cunio pasó 738 días en Gaza. Dos años y una semana. No estuvo en los túneles subterráneos que el grupo terrorista Hamas construyó bajo la Franja. Lo mantuvieron en almacenes, casas y negocios. Podía escuchar el exterior, las conversaciones en árabe, el ruido de la calle, alguna radio lejana. En esas interminables semanas aprendió árabe. Pero no podía moverse, no podía hablar en voz alta, no podía toser. "Ni siquiera toser, porque me iban a escuchar. Estuve en almacenes, en casas, en todos lados. Escuché todo lo que hablaban afuera“.

La información del exterior llegaba fragmentada, distorsionada y muchas veces fabricada por sus secuestradores. Sus captores usaban las noticias como herramienta de presión psicológica. A su hermano David, según relata Silvia, le decían que su esposa ya estaba con otro hombre, que su familia no hacía nada por liberarlo. "Un terror psicológico. Y todo lo contrario a la realidad“, remarca. Ariel escuchaba la radio en hebreo de vez en cuando, pero las noticias sobre negociaciones y posibles liberaciones se sucedían sin resultados concretos. "Cada vez que había noticias buenas, algo lo anulaba. Estuve en un ciclo permanente. La fe vino y se fue. Vino y se fue“.

Una estatua de ciervo de piedra destaca en primer plano frente a una vivienda severamente dañada y cubierta de maleza en el Kibutz Nir Oz, Israel, este martes 2 de junio. (Infobae)

Ese estado de incertidumbre sostenida fue, según describe Ariel, lo más difícil de sobrellevar. "No sabés nada de tu familia. No digo de la comida, no digo del baño o de una ducha, digo de solamente pensar. Pensar que tu familia ya no está. No sabés cuándo vas a salir de Gaza. No sabés dónde está tu novia, que también está secuestrada. Estás solo, no tenés con quién hablar“.

El pensamiento más recurrente durante esos dos años fue uno: que no iba a salir. "Yo pensé todo el tiempo en el cautiverio, y te digo la verdad, que no me van a sacar, no voy a volver a casa, no voy a volver a vivir. Y si vuelvo, va a ser en diez, veinte años“. Ese convencimiento de que la libertad era imposible o remota no lo abandonó durante meses. Hubo momentos en los que dejó de resistir internamente. ”No podés vivir cuando sabés que vas a vivir así toda la vida. No es una vida. No podés controlar nada“.

El abrazo que nadie esperaba

Pocas horas antes de ser liberado, el 12 de octubre de 2025, un jerarca de Hamas le preguntó a Ariel si quería ver a su hermano. "Le dije: ‘Sí, claro’. Y en dos minutos llegamos al lugar. Entré. Mi hermano no me reconoció porque tenía el pelo largo, todo blanco. Él también estaba pálido, delgado. Me vio y empezó a gritar y después a abrazarme. No pudo creer que estaba vivo“. David revisó a su hermano en busca de heridas, lo besó, lo sostuvo. Hamas grabó el reencuentro. "Como Hollywood“, subraya Ariel con amargura.

Dos sillas de jardín de metal, una azul y otra verde con cojín rosa, aparecen desgastadas por el tiempo en medio de la vegetación. (Infobae)

A las nueve de la mañana del día siguiente, llamaron por videollamada a la familia. Silvia vio a sus dos hijos al mismo tiempo por primera vez después de 738 días. "Setecientos treinta y ocho días“, repite ella, con la voz cortada, como un mantra. Ariel, desde Gaza, vio a su madre, a su padre, a sus hermanos, a su novia. Y supo, en ese instante, que estaban vivos.

Una pregunta sin respuesta fácil

Cuando se le pregunta a Ariel qué significa la justicia después de todo lo que sufrió, la respuesta no llega de inmediato. Hay una pausa. Una búsqueda. "No soy de la gente que te va a decir: ‘Matá a todos’. No soy así, no soy como ellos. Pero no podemos seguir así, porque Hamas todavía controla Gaza. No dieron las armas, no trajeron todo. Para mí es muy difícil hacer justicia“. Y luego, con más precisión: ”Para mí, la justicia es matar a los que vinieron al kibutz y que están peleando por matar a todos los judíos“. Es un concepto de supervivencia. Una idea de defensa comunitaria, la que intenta expresar Ariel. No es venganza.

Ariel no habla de una condena generalizada sobre la población de Gaza. Habla de responsabilidad individual, de quienes tomaron las armas y eligieron entrar al kibutz esa mañana. "Había tres clases de personas que entraron. Los que vinieron a matar, los que vinieron a secuestrar y los que vinieron a robar. Dentro de los dos primeros, vinieron a violar y hacer cosas que ni se pueden imaginar. Ellos mismos lo dijeron, no que lo inventamos. Ellos declararon eso“, agrega Silvia.

Cada vez que un tema endurece la garganta de Ariel o Silvia, y un nudo comienza a gestarse, se toman brevemente de la mano o sujetan la posta argumental del otro para que ese nudo se desate. La noción de justicia se complica aún más cuando Ariel contempla el presente. Hamas sigue en el poder en Gaza. Muchos de los responsables del ataque siguen con vida.

Silvia, por su parte, encuentra en el relato público una forma de justicia posible. "El mundo piensa que son buenitos, que no hicieron nada. Yo estuve acá. A mi casa entraron mujeres y chicos. Ellos mismos lo declararon. Eso no se puede borrar“. Hablar, insiste, es también una forma de hacer justicia: impedir que los hechos sean minimizados, distorsionados o negados.

El proceso de sanación

El proceso de recuperación psicológica de los Cunio no sigue un protocolo claro. No hay un punto en que el dolor cede por completo. Lo que hay, por ahora, es la palabra. "Para mí, el proceso fue hablar. Hablar, hablar, hablar y sigo hablando. Eso es lo que me está ayudando. No digo que estoy sana“, reconoce Silvia.

Ariel Cunio y su madre Silvia Cunio expresan su amor con un abrazo y un breve beso, el martes 2 de junio, en el kibutz Nir Oz, donde fue secuestrado él y su hermano David el 7 de octubre de 2023. Detrás las ruinas de sus casas. (Infobae)

Ariel comparte esa necesidad, pero le agrega una dimensión política. Para él, hablar no es solo sanar: es también una obligación hacia quienes no saben lo que ocurrió. "Hablar sobre todo, explicarlo al mundo. Israel sabe quién es Hamas. El mundo, no. Hay gente que no sabe qué pasó el 7 de octubre o que no quiere pensar en eso, porque dice que no fue así. Yo lo viví así. No me pueden decir que no fue así. Vi mujeres que venían de Gaza gritando, festejando. No digo que todos son soldados de Hamas, pero todos son parte de ese grupo. No pueden salir de eso“.

El retorno a Nir Oz es, para Ariel, físicamente posible pero emocionalmente inviable. "Puedo volver al kibutz, pero no puedo ir (a vivir) al kibutz“. La primera vez que regresó fue para el sepelio de Tamir. Caminó unos pocos metros, vio las casas quemadas y no pudo continuar. "No pude caminar más de este camino. No voy a ver mi casa. No pude“. Su novia, Arbel, tiene una razón adicional para no volver: su hermano, el héroe que salvó decenas de familias, murió en ese lugar. "Me dijo: ‘No puedo ir con mis hijos al lugar donde mi hermano murió, donde mis amigos lucharon y murieron’. Es un cementerio hoy para nosotros. No es un kibutz“.

Existe un debate en la comunidad. Hay quienes quieren que no quede ningún resto de las viviendas que fueron ultrajadas por Hamas. Pero para los Cunio son un monumento de lo que ocurrió. La comparación con Auschwitz no es casual. Para Ariel, los sitios donde ocurrieron masacres no pueden ser borrados ni renovados. "¿Cómo si fueras a Polonia y sacas a Auschwitz? No puedes sacarlo de ahí. Eso es lo que pasó acá. Es como el Holocausto. No puedes mover los lugares. Ahí es tierra santa“. Esa postura genera tensión con quienes, dentro de la propia comunidad de NirOz, quieren volver a vivir allí y prefieren no convivir con las ruinas. Los Cunio ofrecen cercar las casas que sufrieron incendios para que nadie dentro del kibutz las vea si no quisieran, pero quieren preservarlas. Es una nueva causa de la familia.

La libertad como aprendizaje cotidiano

Cuando Ariel Cunio habla de libertad, no habla de un concepto abstracto. "Estuve dos años sin decidir cuándo voy a comer, cuándo voy a darme una ducha, cuándo hablo. Ni siquiera hablar, ni siquiera toser, porque me iban a escuchar“. La libertad, para quien la perdió de esa manera, se experimenta en los gestos más pequeños.

Hoy Ariel vive fuera del kibutz, en un edificio. Para alguien que nació y creció en una comunidad abierta, con jardines y terrazas, esa transición tiene su propio peso. "Es difícil vivir ahora en edificios. Toda tu vida estuviste en la terraza del kibutz, en la casa. Yo nunca viví en edificio“. Se le pregunta cómo se sigue adelante. ”No pensar en lo que pasó y vivir la vida“.

Silvia Cunio, desde el lugar de madre que vio a dos hijos desaparecer el mismo día y que esperó 738 días para volver a verlos juntos, encuentra en esa misma frase un espejo. "Lo que una madre sufre y sufrí y sufro todavía por todo lo que pasaron... no paro de llorar“. Y sin embargo, habla. Sigue hablando. Porque para ella, como para su hijo, narrar lo vivido es la única forma de que lo que sucedió en Nir Oz no quede sepultado bajo el silencio. Y será también, en algún punto, una sanación.

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Ariel Cunio posa junto a su madre Silvia Cunio este martes 2 de junio en el kibutz Nir Oz, donde él, su novia y su hermano David junto a su familia fueron secuestrados por el grupo terrorista Hamas el 7 de octubre de 2023. (Infobae)
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Più stipendio, diritto alla casa e trasporti gratis: la ricetta Pd contro la fuga dei giovani all’estero

La fuga all’estero degli italiani “è un esodo che ci è costato 170 miliardi di euro”, con “192mila giovani che se ne sono andati negli ultimi quattro anni, 630mila persone tra il 2021 e 2024. Una perdita da tutti i punti di vista, ma anche dal punto di vista economico. Questo non è ancora un Paese per giovani”. La segretaria del Pd, Elly Schlein, sceglie questi dati per illustrare un fenomeno che da anni porta all’estero un flusso sempre più consistente di connazionali, che decidono di lasciare l’Italia alla ricerca di migliori opportunità professionali e qualità di vita. E per questo presenta una rosa di iniziative che possano trattenere chi ha meno di 35 anni. “Proponiamo una serie di interventi concreti che vanno dall’aumento salariale di 200 euro al mese, per i primi tre anni sui nuovi contratti stabili attivati under 35; diritto alla casa; diritto al trasporto rendendo gratuito quello pubblico per i giovani studenti; sostegno alla ricerca con borse di studio per i dottorati nelle università del sud; fondi di sostegno all’imprenditoria giovanile nelle aree interne di questo Paese. Quindi un insieme di interventi concreti che possano dare una buona ragione per restare”. Il primo firmatario della proposta di legge, Marco Sarracino, responsabile Sud e Aree Interne nella segreteria nazionale ha indicato dove il Partito Democratico intende trovare le risorse. “Per gli interventi sui salari e per il sostegno all’abitare le risorse le prendiamo dagli extraprofitti delle imprese che faranno ricavi superiori a 50 milioni di euro l’anno”. “Partire – ha aggiunto – deve essere sempre una scelta fatta per arricchire il proprio percorso professionale e il proprio percorso di vita. Mai deve essere una scelta obbligata dalla mancanza di opportunità dove si nasce, dove si cresce, dove si studia, dove si lavora e dove si vuole restare”, ha concluso Schlein.

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Raúl è un guerrigliero


di Hernando Calvo Ospina

Si dice che Raúl sia rintanato nelle profondità di una caverna, tremante di terrore, perché è stato citato in giudizio negli Stati Uniti.

Potrebbe essere così se fosse come la stragrande maggioranza dei presidenti del mondo, che non hanno nemmeno prestato servizio militare, come Trump, per esempio. Quelli che ai primi spari si nascondono sotto il letto, si rifugiano nel bunker o si mettono in coda alle truppe.

Raúl è un guerrigliero. Insieme a Fidel e ad altri, si è formato da giovane come guerrigliero per condurre la lotta armata clandestina contro uno dei governi più violenti dell'America Latina, che aveva il sostegno di Washington. Ben presto ha addestrato altri giovani come guerriglieri. E li ha anche formati politicamente, cosa essenziale in quelle lotte. Dopo diversi anni di combattimenti sulle montagne, rischiando la vita ogni minuto, quei guerriglieri presero il potere.

Ed è lì che è iniziata la vera guerra: hanno dovuto imparare a costruire uno Stato rivoluzionario. E se già questo era complicato, farlo nel bel mezzo di aggressioni militari e terroristiche orchestrate dagli Stati Uniti ha reso la sfida ancora più ardua. Lo hanno fatto come guerriglieri. E in quanto tali hanno affrontato il tentativo di invasione della Baia dei Porci. Fidel, il Che, Raúl e gli altri dirigenti non comandarono le truppe, mentre si rifugiavano nei bunker, circondati da guardie del corpo, come forse fece il presidente Kennedy, nel caso in cui un proiettile avesse raggiunto la Casa Bianca. E quelli che in quel momento erano soldati alle prime armi inflissero agli Stati Uniti la prima sconfitta militare della loro storia. Con l'esperienza e il coraggio dei guerriglieri.  

Gli Stati Uniti decisero che dovevano eliminare Fidel, il Che e Raúl per porre fine a quella fastidiosa rivoluzione. E tutte le loro agenzie di morte, sostenute da sicari e mercenari, diedero inizio a una caccia implacabile che durò anni, decenni. Il Che fu catturato, ma mentre combatteva. L’ordine di ucciderlo, disarmato, a terra ferito, fu dato da criminali in giacca e cravatta seduti a Washington. Avevano il terrore di quel guerrigliero. E anche da morto continuò a togliere loro il sonno.  

Il Guinness dei primati dice che Fidel subì quasi 700 attentati. Morì con gli stivali ai piedi: come guerrigliero non riuscirono mai a sconfiggerlo.

Un giorno Fidel disse che dovevano prendersi più cura di suo fratello Raúl. Immagino fosse per via di tutti i segreti relativi alla sicurezza dello Stato e alla rivoluzione di cui Raúl era a conoscenza. Mentre Raúl, con l’anima da guerrigliero in ogni fibra del suo essere, si prendeva cura di suo fratello Fidel e degli altri uomini e donne che erano alla guida della rivoluzione. E dell’intero Paese.

Mi è piaciuto molto ascoltare Raúl raccontare storie, perché narra i fatti come se fosse un vicino di casa, con o senza uniforme. Mi dispiace che fino ad oggi non sia riuscito ad ascoltarlo dal vivo, come si suol dire. Quando ho pensato a cosa avrei potuto chiedergli, ho concluso che nulla. Solo dirgli che il mio compleanno è tre giorni dopo il suo.  

Quindi, se Trump e i suoi nefandi seguaci che lo circondano credono che Raúl sia terrorizzato dalle loro minacce, sappiano che è quasi nato guerrigliero. Da guerrigliero ha vissuto, ha aiutato a governare, ha guidato le Forze Armate e di sicurezza. E un guerrigliero di quella stirpe non si toglie gli stivali nemmeno per fare la doccia. Si è vaccinato contro la paura con i primi colpi sparati sulle montagne da guerrigliero. Fino all'ultimo momento della sua vita, questo guerriero terrà il dito sul grilletto in attesa che arrivino gli inviati del nemico che, come ogni codardo, dà ordini di uccidere da lontano. E pronto non tanto a difendere il proprio petto: a combattere per il suo popolo.  

Buon compleanno, Raúl.

Fonte : Raúl, es ejemplo de guerrillero. Por Hernando Calvo Ospina – Con la verdad, por la paz y la justicia social

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Zerocalcare ha ragione ma sul lavoro creativo c’è un enorme punto di domanda etico

Zerocalcare ha ragione: ma se non me lo dite, che ne so? La catena di montaggio silenziosa e anonima che tiene in piedi l’industria creativa digitale di oggi non è abituata ad alzare la testa. E la stessa struttura del lavoro è costruita in maniera tale che braccia, occhi, orecchie e cervelli vengano usati quel tanto che serve e pagati quel poco che si deve, senza impegno e senza tante storie.

Per ora non conosciamo le dinamiche della vicenda, venuta fuori da denunce anonime sui social; non sappiamo se si tratti di qualcosa di vero oppure di un caso montato ad arte. Non lo sappiamo, ma Zerocalcare ha avuto l’onestà e la sensibilità di non autoassolversi dal grande disegno, visto che di disegni parliamo, e anzi di approfittare della querelle, nella quale i soliti – a destra – stanno nuotando da un paio di giorni, per dimostrare al mondo che la gente di sinistra non esiste (è gente di destra che sfrutta il marketing del sociale) e che pure chi viene dai centri sociali è felice di sfruttare il lavoro altrui.

Il problema, appunto, è di più ampia portata e non riguarda chi fa animazioni, i fonici, gli operatori video o qualunque altra professione della catena di produzione di una serie per le piattaforme: riguarda tutte le professioni della catena. Tutte, nessuna esclusa.

Il sistema delle produzioni è lo specchio distorto dei rapporti di forza di oggi. Lavori ambiti e “cool”, pagati noccioline con la speranza del “vedrai, un giorno”, o con la disperazione del “meglio questo che lavorare in un bar”.

Quando guardiamo una serie animata di Zerocalcare, tradotta e sottotitolata in decine di lingue diverse, sullo schermo scorre il trionfo dell’ingegno italiano. Ma dietro quel prodotto “carino” e rifinito che arriva sui nostri dispositivi si nasconde un enorme punto di domanda etico: quei sottotitoli in 121 lingue, con ogni probabilità, sono costati pochi euro l’ora — diciamo 3 o 4 al massimo — a traduttori costretti a lavorare al ribasso, o a non professionisti agganciati da agenzie con sede in India, dove le tutele sindacali europee semplicemente non esistono.

Avete presente il teorema etico delle sneakers? Belle, ma costate lavoro sottopagato in fabbriche fatiscenti in qualche Paese del Sud-est asiatico? Con le dovute proporzioni, il meccanismo è lo stesso. Il costo del prodotto finale digitale lo stabiliscono il dumping salariale e la bravura nelle catene infinite di subappalti che fanno rimpallare pezzi di prodotto in giro per mezzo mondo per risparmiare quella frazione di dollaro che servirà a far scendere il costo totale.

Oggi il quadro è persino peggiore. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale – e vi parlo dei traduttori e di chi scrive i sottotitoli, perché è il pezzo di catena che conosco meglio – il traduttore è stato declassato a “macchina umana”: un mero certificatore di bozze generate da un algoritmo, pagato una miseria per correggere le virgole di un software.

Michele Rech ha più volte denunciato lo sfruttamento degli animatori. Eppure, per assurdo, potrebbe non sapere mai che i sottotitoli in italiano per non udenti della sua opera sono stati materialmente rifiniti dal “Secco” di turno che vive a Roma, nel palazzo di fronte al suo, ma contrattualizzato a 2 dollari l’ora da una multinazionale asiatica.

In questa giungla, i soggetti più pericolosi non sono i giganti storici, ma i nuovi arrivati. Piccole agenzie indipendenti che nessuno conosce, che cercano di farsi notare sul mercato globale offrendo l’unica cosa che le piattaforme chiedono: rapidità assoluta e compressione dei costi salariali.

Il video di denuncia di Zerocalcare sulla filiera dei disegnatori è stato un atto di encomiabile onestà. Ma di fronte alla vastità di questa catena di sfruttamento globale, che si estende dalla grafica ai sottotitoli, verrebbe da dirgli, con affetto: “A Michè, sveja!”. Il sistema che ti ospita è molto più cinico di quanto persino tu riesca a raccontare.

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Legal protections for Brazil’s isolated Indigenous peoples: Interview with prosecutor Daniel Luís Dalberto

The year 2011 marked the first time a land-use restriction order was enforced for the Ituna/Itatá Indigenous Territory, a swath of Brazilian Amazon roughly twice the size of Singapore and home to people living in voluntary isolation. The order was meant to protect the latter by prohibiting unauthorized individuals from entering — but rates of forest loss and invasions grew. In 2019, Ituna/Itatá was one of the Indigenous territories with the highest forest loss, primarily due to illegal land grabbers. In Brazil, land-use restriction orders exist to protect isolated Indigenous peoples and are a temporary tool in cases where the demarcation process to formalize the protected status and boundaries of Indigenous territories are not yet complete. But as recent Mongabay reporting has shown, they’re often renewed many times over for years while the formal land titling stalls, and aren’t always effective at protecting isolated peoples’ lands from invaders. Following one of the latest land-use restriction orders in 2022 for the Ituna/Itatá territory, the area lost 2,211 hectares (5,464 acres) of tree cover, or about 1.5% of its total area, according to satellite analysis by Mongabay. The most recent renewal was in 2025. Brazilian federal public prosecutor Daniel Luís Dalberto, head of the office for recently contacted Indigenous peoples and those living in voluntary isolation, told Mongabay in a recent interview that while the legal measure is important, it should have “a short time frame, until the Indigenous territory is demarcated as quickly as possible,” and should be accompanied by other…This article was originally published on Mongabay

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Così l’Europa cerca una risposta alla crisi delle professioni sanitarie. Parla Picaro (Ecr)

Il voto del 3 giugno in Commissione Sanità pubblica rappresenta, secondo l’eurodeputato di Ecr/FdI Michele Picaro, un passaggio cruciale per il futuro della sanità europea. Al centro del dossier c’è la carenza di personale sanitario, un problema strutturale che richiede – a suo avviso – una risposta di lungo periodo. “Non si tratta soltanto di colmare le carenze attuali”, spiega Picaro a Formiche.net. “Servono piani nazionali ed europei per formare, attrarre e trattenere medici, infermieri e operatori sanitari. L’obiettivo è costruire sistemi sanitari sostenibili e capaci di rispondere alle sfide future”.

Un’attenzione particolare va alle aree rurali, montane, insulari e più svantaggiate, dove la carenza di professionisti è più acuta. Per Picaro occorrono misure mirate: incentivi economici e non economici, maggiore flessibilità organizzativa e strumenti di sostegno abitativo. “Non possiamo accettare una sanità a due velocità”, afferma. “I cittadini devono poter accedere a servizi di qualità indipendentemente dal luogo in cui vivono”.

Chi cura va tutelato

Sul fronte delle condizioni di lavoro, Picaro è esplicito: affrontare la carenza di personale senza intervenire sul benessere di chi lavora negli ospedali e nei servizi territoriali sarebbe contraddittorio. “È necessario garantire il rispetto della direttiva europea sull’orario di lavoro, adeguati periodi di riposo, ferie retribuite e un migliore equilibrio tra vita professionale e privata”, sottolinea. Le conseguenze di turni eccessivi e organici insufficienti ricadono non solo sugli operatori: “Generano stanchezza, burnout e un aumento del rischio di errori clinici. Tutelare il benessere degli operatori significa anche migliorare la sicurezza dei pazienti e la qualità dell’assistenza”.

Uno dei temi più qualificanti del dossier riguarda i giovani medici, gli specializzandi e i tirocinanti. “Abbiamo sostenuto con forza la necessità di riconoscerli sia come lavoratori sia come persone in formazione”, dice Picaro. “Devono ricevere una retribuzione equa, adeguata supervisione e condizioni di lavoro sicure. Bisogna impedire che vengano utilizzati come sostituti del personale strutturato”. Il dossier affronta anche la salute mentale degli operatori: Picaro chiede programmi accessibili di supporto psicologico e misure contro violenza e molestie nei luoghi di lavoro. “Chi si prende cura degli altri deve essere messo nelle condizioni di essere a sua volta tutelato”.

Digitale e investimenti

Sul versante dell’innovazione, Picaro riconosce il potenziale della telemedicina e degli strumenti digitali, soprattutto per le aree più remote. Ma fissa un limite preciso: “Gli strumenti digitali devono integrare il lavoro dei professionisti sanitari, non sostituire l’assistenza in presenza”. Un principio che l’eurodeputato ha applicato con forza nel dibattito sulla telefarmacia: una definizione vaga del testo originario avrebbe potuto aprire la strada a piattaforme digitali e grandi operatori internazionali. “Il rischio era indebolire la farmacia territoriale e sottrarre agli Stati membri il controllo effettivo del servizio farmaceutico”, spiega. Ha quindi chiesto che la telefarmacia fosse espressamente limitata a servizi forniti “sotto la responsabilità di un farmacista abilitato e collegati a una farmacia fisica autorizzata secondo la legislazione nazionale”. La sintesi è netta: “La digitalizzazione deve sostenere la rete delle farmacie territoriali, non sostituirla”.

In chiusura, Picaro rilancia sulla priorità degli investimenti in sanità come scelta strategica, non come voce di spesa. “Servono finanziamenti adeguati e sostenibili per rafforzare il personale sanitario, sostenere la prevenzione, migliorare la preparazione alle emergenze e valorizzare l’assistenza primaria”, conclude. “Investire nella salute non è un costo, ma una scelta strategica per la crescita economica, la coesione sociale e la sicurezza dei cittadini europei”.

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Animali come figli? La death education offre uno sguardo diverso sulla proposta del sindaco di San Giorgio su Legnano

Da giorni si discute della provocazione lanciata dal sindaco di San Giorgio su Legnano: chiedere a chi vive con un cane o un gatto e non ha figli di versare un contributo volontario per sostenere le famiglie con bambini. Una proposta che nasce dal tema reale della denatalità, ma che finisce per toccare un nervo molto più profondo della nostra società: il modo in cui giudichiamo le scelte, le fragilità e le biografie degli altri.

Dietro quella che viene definita una “provocazione” si nasconde infatti un presupposto implicito: che esista una relazione tra il non avere figli e la scelta di vivere con un animale. Come se il cane o il gatto rappresentassero una sorta di sostituto della genitorialità. Come se chi non ha figli avesse semplicemente scelto una strada più semplice, meno impegnativa, più comoda.

Ma la realtà umana raramente è così lineare. La death education insegna prima di tutto una cosa: non possiamo leggere le vite degli altri dall’esterno. Dietro una casa in cui vive un animale potrebbero esserci infertilità, aborti spontanei, lutti perinatali, separazioni, malattie, rinunce economiche, percorsi di cura, oppure semplicemente scelte personali che non richiedono alcuna giustificazione pubblica. Esistono persone che avrebbero desiderato diventare genitori e non hanno potuto. Persone che hanno perso un figlio. Persone che stanno affrontando percorsi dolorosi di procreazione assistita. Persone che convivono con un lutto silenzioso che nessuno vede.

Quando una comunità costruisce una narrazione che contrappone chi ha figli e chi ha animali, rischia di trasformare situazioni profondamente diverse in categorie morali. Da una parte chi contribuisce al futuro. Dall’altra chi sembra quasi sottrarsi a una responsabilità collettiva. Ed è proprio qui che la death education può offrire uno sguardo diverso.

Perché educare alla morte significa anche educare alla complessità delle esistenze. Significa comprendere che non tutte le assenze sono visibili. Che esistono perdite che non hanno funerali. Che alcune ferite non producono certificati né statistiche.

Negli ultimi anni, inoltre, la relazione con gli animali è diventata sempre più significativa anche dal punto di vista affettivo ed esistenziale. Non perché sostituiscano i figli, ma perché rappresentano legami autentici. Per molte persone un animale accompagna la solitudine, la malattia, la vecchiaia, la depressione, il lutto. Entra nella storia emotiva di una famiglia e spesso diventa parte integrante dei suoi rituali di cura e di memoria.

Chi lavora nell’ambito del lutto sa bene quanto possa essere devastante la perdita di un animale. E sa anche quanto spesso questo dolore venga minimizzato o ridicolizzato. Il vero tema, allora, non è scegliere tra figli e animali. Il vero tema è comprendere come costruire comunità capaci di sostenere la fragilità senza trasformarla in una graduatoria di valore.

Le famiglie con figli meritano certamente maggiore sostegno economico e sociale. Ma quel sostegno dovrebbe nascere da politiche pubbliche lungimiranti, non dalla ricerca di categorie simboliche da contrapporre. Perché una società matura non cresce mettendo in competizione i bisogni affettivi delle persone. Cresce quando riconosce che dietro ogni porta chiusa esiste una storia che non conosciamo.
E che prima di chiedere un contributo economico, forse dovremmo imparare a esercitare qualcosa di molto più raro: la sospensione del giudizio.

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L’Italia e il documento assente di sicurezza nazionale. Il commento di Castellaneta e Preziosa

La recente National Security Strategy britannica merita attenzione non tanto per le minacce che individua, quanto per il metodo che propone. Il documento parte da una constatazione ormai condivisa da gran parte delle democrazie occidentali: il mondo trasformato dalla guerra in Ucraina, dalla competizione strategica tra Stati Uniti e Cina, dal ritorno della guerra convenzionale in Europa, dalle minacce ibride e dalla crescente instabilità internazionale non può più essere governato con gli strumenti concettuali del passato.

In questo contesto, la sicurezza non coincide più esclusivamente con la difesa. Comprende l’energia, le infrastrutture critiche, il cyberspazio, le reti di comunicazione, la sicurezza economica, le catene di approvvigionamento, la resilienza delle istituzioni e persino la capacità di una società di resistere alla manipolazione informativa. La vera novità della strategia britannica risiede proprio in questa visione integrata.

L’Italia dispone già di numerosi documenti strategici settoriali: la Strategia Nazionale di Cybersicurezza, il Documento Programmatico Pluriennale della Difesa, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, le strategie energetiche, i documenti dell’Agenzia per la Cybersicurezza Nazionale, la pianificazione della Protezione Civile e molti altri strumenti di programmazione. Si tratta di documenti indispensabili, ma manca ancora un quadro strategico complessivo capace di collegare queste diverse dimensioni all’interno di una visione unitaria della sicurezza nazionale.

La differenza non è soltanto terminologica. Una National Security Strategy non rappresenta un ulteriore adempimento amministrativo, bensì il tentativo di rispondere ad alcune domande fondamentali che ogni Stato dovrebbe porsi: quali sono gli interessi vitali della Repubblica? Quali dipendenze strategiche costituiscono una vulnerabilità? Quale grado di autonomia industriale è necessario per garantire la sicurezza nazionale? Qual è il ruolo delle infrastrutture critiche nel funzionamento del Paese? Come preparare popolazione e istituzioni a crisi prolungate? Quale equilibrio deve esistere tra sicurezza economica e politica estera? Come proteggere il dominio cognitivo della società da operazioni di influenza, manipolazione e disinformazione?

Sono interrogativi che non riguardano soltanto il settore militare, ma l’intero sistema-Paese. La guerra in Ucraina ha evidenziato la vulnerabilità energetica europea; la pandemia ha mostrato la fragilità delle catene globali di approvvigionamento; le tensioni nel Mar Rosso e nello Stretto di Hormuz hanno ricordato quanto il commercio internazionale dipenda dalla sicurezza delle rotte marittime. Allo stesso modo, la competizione tecnologica tra Washington e Pechino ha dimostrato che semiconduttori, dati, cloud e intelligenza artificiale sono ormai strumenti di potere geopolitico.

Tutti questi fenomeni condividono una caratteristica fondamentale: non rispettano le tradizionali divisioni amministrative dello Stato. Coinvolgono simultaneamente ministeri, imprese, università, infrastrutture, mercati finanziari e cittadini. Per questo la sicurezza non può più essere considerata una funzione esclusiva della difesa, ma deve diventare una funzione trasversale di governo.

Le principali potenze si stanno già muovendo in questa direzione. Gli Stati Uniti parlano apertamente di competizione strategica tra sistemi economici e tecnologici; il Regno Unito pone l’accento sulla resilienza nazionale; la Cina integra sicurezza economica, tecnologica e militare in una visione unitaria dello sviluppo nazionale.

L’Italia possiede importanti punti di forza per affrontare questa trasformazione. Dispone di un apparato industriale avanzato in settori strategici, è una delle principali economie manifatturiere europee, possiede capacità militari riconosciute a livello internazionale e ha sviluppato competenze significative nel dominio cyber e nella gestione delle emergenze. Inoltre, la sua posizione geografica la colloca al centro del Mediterraneo allargato, crocevia di interessi energetici, commerciali e geopolitici.

Ciò che manca non sono le capacità, bensì una sintesi: un documento capace di trasformare una pluralità di eccellenze in una strategia nazionale coerente. La questione assume particolare rilevanza in una fase storica in cui gli Stati Uniti stanno progressivamente spostando il proprio baricentro strategico verso l’Indo-Pacifico. Questo non significa mettere in discussione il rapporto transatlantico o il ruolo della Nato, ma prendere atto che gli europei saranno chiamati ad assumere responsabilità sempre maggiori nella gestione della propria sicurezza.

Tale responsabilità non riguarda soltanto la spesa militare. Include la protezione delle infrastrutture critiche, la sicurezza energetica, lo sviluppo di tecnologie strategiche, il rafforzamento della resilienza sociale e la tutela della libertà decisionale nazionale in un contesto internazionale sempre più competitivo.

La principale lezione che emerge dalla strategia britannica non riguarda il Regno Unito in sé, ma l’evoluzione del concetto stesso di sicurezza. Una sfida che richiede strumenti nuovi, una cultura strategica più ampia e una visione capace di integrare difesa, economia, energia, tecnologia, cyberspazio e resilienza nazionale.

L’Italia possiede già gran parte degli elementi necessari. Forse è arrivato il momento di dotarsi anche del documento che ancora manca: una vera Strategia di Sicurezza Nazionale, che possa essere coordinata e messa in atto da un responsabile per la Sicurezza Nazionale che risponda direttamente al presidente del Consiglio, di concerto con il ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione internazionale.

Una struttura simile, per intenderci, a quelle che già esistono nel Regno Unito e negli Stati Uniti e che si potrebbe riadattare al contesto istituzionale italiano.

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Truffa Covid Visibilia, la Consulta ammette il ricorso del Senato sull’audio di Daniela Santanchè. L’ex ministra “aiutata” dalla sentenza Renzi

La Corte Costituzionale ha dichiarato “ammissibile” il conflitto di attribuzione tra poteri dello Stato promosso dal Senato, a gennaio, in difesa di Daniela Santanché e contro la procura di Milano che, nell’ipotesi della difesa dell’ex ministra, condivisa da palazzo Madama, avrebbe dovuto chiedere l’autorizzazione preventiva per acquisire chat, mail e registrazioni di dipendenti dell’ex ministra del Turismo. La vicenda che è approdata alla Consulta riguarda l’indagine a carico della senatrice di Fdi, accusata di truffa aggravata all’Inps in relazione alla cassa integrazione nel periodo Covid per alcuni lavoratori pendenti di Visibilia. Gli avvocati difensori Salvatore Pino e Nicolò Pelanda avevano sostenuto a Milano che, essendo i messaggi equiparabili ormai a corrispondenza privata, come stabilito dalla stessa Corte costituzionale per il caso Renzi-Open, i pm non possono usare questo materiale probatorio, acquisito senza autorizzazione del Senato. Ora la Corte costituzionale ha deciso che “esiste la materia di un conflitto, la cui risoluzione spetta alla competenza di questa Corte”. L’ordinanza sarà “immediatamente” trasmessa al Senato, che ha 60 giorni di tempo per trasmetterla alla procura di Milano. Dopo ci sono 30 giorni di tempo per deposito memorie e fissazione dell’udienza di merito. La sentenza della Corte, quando ci sarà, verosimilmente darà ragione a Santanché, dato la sua precedente sentenza “storica”. Messaggi, mail, registrazioni sono equiparabili a “corrispondenza” e, quindi, come nel caso di “classiche” intercettazioni, per l’utilizzo ci vuole l’autorizzazione della Camera di appartenenza del parlamentare coinvolto sia se indagato ma anche se si è solo scambiato mail o messaggi con un indagato.

Tutto nasce dal conflitto sollevato dal Senato su richiesta di Matteo Renzi, per l’indagine della procura di Firenze sulla fondazione Open. Nel 2023 la Consulta diede ragione all’ex premier, ampliando il concetto di immunità per i parlamentari, stabilito dall’articolo 68 della Costituzione. La Corte con quella sentenza ha cambiato la procedura delle indagini dei pm che si imbattono in deputati e senatori: ha stabilito che i pm non potevano acquisire “senza preventiva autorizzazione del Senato” mail e Whatsapp: né quelli di Renzi, parlamentare, e neppure quelli “a lui diretti, conservati in dispositivi elettronici appartenenti a terzi, oggetto di provvedimenti di sequestro nell’ambito di un procedimento penale a carico dello stesso parlamentare e di terzi”. Una sentenza quella della Corte che ha ribaltato quanto aveva stabilito con diverse sentenze la Cassazione, secondo la quale invece quel tipo di messaggistica era equiparabile a “documentazione” e quindi come tale senza obbligo di autorizzazione parlamentare. Dal 2023, invece, le cose sono cambiate, tanto che di recente proprio la procura di Milano, che sta indagando sulla scalata Mps-Mediobanca, ha chiesto l’autorizzazione preventiva alle Camere per poter visionare ed estrarre le chat presenti nel cellulare dell’ex dirigente del Ministero dell’Economia (Mef) Marcello Sala, dato che lo stesso Sala ha “avvertito” i pm di avere scambiato messaggi con 9 tra parlamentari e membri del governo, tra cui i ministri Giancarlo Giorgetti e Matteo Salvini, non indagati. Un’altra autorizzazione è stata richiesta alla Camera dei deputati, nei giorni scorsi, dalla procura di Roma che vuole visionare i messaggi scambiati tra l’ex sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, FdI e Mauro Caroccia, condannato per intestazione fittizia di beni del clan Senese. Delmastro e suoi amici di Fdi di Biella, non indagati, erano soci della “Bisteccheria d’Italia”, ristorante romani, insieme a Miriam Caroccia, figlia diciottenne di Mauro.

Tornando alla sentenza della Corte sul caso Renzi, i giudici, nel 2023, stabilirono che bisogna adeguarsi ai tempi: la “corrispondenza” – tutelata dall’articolo 15 della Costituzione, comminato con l’articolo 68, quello sulle guarentigie parlamentari – ai giorni nostri non può che essere costituita prevalentemente da messaggistica elettronica: “Lo scambio di messaggi elettronici, e-mail, Sms, WhatsApp e simili” rappresenta “di per sé una forma di corrispondenza a tutti gli effetti”. Sempre la Corte criticò la Cassazione che fino ad allora aveva stabilito diversamente: “Sostenere il contrario, (che i messaggi elettronici non siano corrispondenza, ndr) in un momento storico nel quale la corrispondenza cartacea, trasmessa tramite il servizio postale e telegrafico, è ormai relegata a un ruolo di secondo piano, significherebbe deprimere radicalmente la valenza della prerogativa parlamentare”. La Cassazione, invece, aveva sostenuto che “i dati informatici acquisiti dalla memoria del telefono” – sms, WhatsApp, mail – “hanno natura di meri documenti, di tal che la relativa attività acquisitiva non soggiace alle regole” per la corrispondenza. Ma da tre anni per la Corte costituzionale sono “corrispondenza” e quella decisione è diventato uno scudo anche per non parlamentari indagati, di solito potenti imprenditori, finanzieri, banchieri, che magari si sono scambiati un paio di messaggi con un deputato o senatore o hanno mandato una semplice mail in copia. Magari, come mossa preventiva in caso di indagine: se il Parlamento non dà l’autorizzazione all’utilizzo, sia pure il deputato o il senatore in questione non sia indagato, il gioco è fatto.

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Pedro Sánchez e la crisi della politica europea su Gaza

 

di Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

Il dibattito che circonda Pedro Sánchez viene sempre più presentato come un dibattito sulla corruzione, e giornali, programmi televisivi e avversari politici descrivono il Primo Ministro spagnolo come un leader sommerso dagli scandali e travolto da una crisi politica intensa.

Eppure questa narrazione nasconde una realtà più profonda.

La questione non riguarda soltanto il futuro di Sánchez. Riguarda il modo in cui il genocidio a Gaza sta ridefinendo la politica europea.

Le accuse che coinvolgono figure vicine al governo meritano di essere indagate con rigore e in totale trasparenza. Nessuna democrazia può funzionare senza che il potere sia chiamato a rendere conto del proprio operato. Tuttavia la politica democratica richiede anche la capacità di distinguere tra procedimenti giudiziari e conflitti di natura politica.

Pedro Sánchez è diventato uno dei pochi leader socialdemocratici europei capaci di sopravvivere a una successione di crisi senza perdere centralità politica. La pandemia, la crisi energetica, l'inflazione e le tensioni territoriali non hanno prodotto il collasso che molti prevedevano. In un continente dove gran parte della sinistra ha perso terreno, la sua posizione e il suo impegno sono diventati un punto di riferimento, soprattutto per chi ha ancora a cuore la giustizia sociale e il rispetto dei diritti umani.

Il suo successo e la sua popolarità hanno scatenato una reazione di un'intensità esagerata e inspiegabile, un'opposizione nei suoi confronti che non trova facile spiegazione.

Sánchez è diventato un simbolo. Per la destra spagnola rappresenta la normalizzazione delle alleanze con le forze autonomiste. Per alcuni settori economici rappresenta una concezione più interventista del ruolo dello Stato nell'economia, e suscita per questo diffidenza. Per altri ancora rappresenta una crescente disponibilità a mettere in discussione principi consolidati della politica estera occidentale. E forse è questo il punto più importante, quello che si preferisce ignorare.

Attori diversi, mossi da obiettivi diversi, possono concorrere a creare un clima che genera instabilità.

Ma è sulla Palestina che questa dinamica diventa più evidente.

Per decenni la Palestina ha occupato una posizione particolare nel dibattito europeo. La simpatia e la solidarietà dell'opinione pubblica verso i palestinesi, e il sostegno al loro diritto all'autodeterminazione, erano spesso molto più sentiti dalla gente di quanto non fossero rappresentati dalle posizioni adottate dai governi. Ma questo divario raramente produceva conseguenze politiche rilevanti.

Gaza ha cambiato questa equazione. Gaza, dove si sta consumando il peggiore dei crimini, e che vediamo in mondovisione dai nostri telefoni, è davvero diventata il centro nevralgico del futuro del sistema democratico, del rispetto della legalità internazionale e dell'umanità stessa.

Le immagini provenienti dalla Striscia di Gaza hanno reso sempre più difficile sostenere una distinzione tra valori proclamati e pratiche politiche effettive. Il linguaggio dei diritti umani, del diritto internazionale e della protezione dei civili è uscito dagli spazi dell'attivismo per entrare nel cuore del dibattito pubblico europeo.

In questo contesto la Spagna ha assunto una posizione singolare e fondamentale. Il riconoscimento della Palestina da parte di Spagna, Irlanda, Norvegia e perfino della Gran Bretagna ha segnato una rottura con la prudenza che per anni aveva caratterizzato molte capitali europee. Per Madrid non si trattava soltanto di un gesto simbolico. Era il riconoscimento che continuare a promettere uno Stato palestinese futuro senza riconoscere l'esistenza politica palestinese nel presente stava diventando sempre meno sostenibile: una beffa ormai troppo evidente, troppo ridicola e troppo irritante.

Ancora più significativa è stata la scelta del linguaggio politico. Sánchez ha sollevato ripetutamente questioni relative alla proporzionalità, all'accesso umanitario, alla protezione dei civili e al rispetto del diritto internazionale, temi che molti governi europei hanno preferito affrontare con estrema cautela, e con grande ipocrisia.

Ciò non significa che ogni accusa o ogni inchiesta che coinvolge il Primo Ministro spagnolo sia una conseguenza della sua posizione sulla Palestina.

Tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo ignorare che, in tutta Europa, figure politiche che hanno assunto posizioni particolarmente critiche nei confronti di Israele si sono spesso trovate esposte a campagne di pressione politica, mediatica e lobbistica. Gaza ha reso la Palestina una questione interna alla politica europea, e il costo politico di una posizione indipendente su Israele appare oggi molto più elevato di quanto fosse in passato.

La Spagna di Sánchez resiste a questi attacchi e a queste trasformazioni.

Di fatto si tratta del neoliberismo che si scontra con il socialismo democratico e che mina le fondamenta dello Stato di diritto e della legalità internazionale, lì dove Gaza è diventata la cartina di tornasole.

Quello che si può affermare è che Gaza ha cambiato il significato politico delle controversie che circondano Sánchez. Egli non viene più percepito soltanto come il leader del suo partito o come il capo del governo spagnolo. È diventato il punto di incontro di un dibattito più ampio sul futuro dell'Europa, sulla credibilità del diritto internazionale e sulla coerenza morale delle democrazie occidentali.

Questa realtà dovrebbe indurre alla prudenza sia i sostenitori sia i critici di Sánchez. Il valore simbolico di un leader non lo rende immune da eventuali responsabilità, ma allo stesso tempo i critici dovrebbero riconoscere che l'intensità dell'opposizione nei suoi confronti non può essere spiegata soltanto attraverso le singole inchieste. La reazione riguarda non soltanto ciò che egli ha fatto, ma anche ciò che è arrivato a rappresentare. Si tenta di annientare una figura politica che ha tenuto le redini di un'Europa dei valori democratici e della legalità.

Il significato più profondo del caso Sánchez va quindi oltre la Spagna. Gaza ha reso visibile una crescente distanza tra le élite politiche e ampi settori dell'opinione pubblica europea. La vera domanda non è soltanto come l'Europa debba rispondere alla tragedia palestinese. La domanda è se le istituzioni europee siano ancora capaci di adattarsi a cambiamenti profondi dell'opinione pubblica senza entrare in crisi.

L'esito della vicenda politica di Pedro Sánchez non determinerà il futuro di Gaza. Potrebbe però influenzare il modo in cui altri leader europei valuteranno il costo politico di una posizione indipendente sulla Palestina.

Per questa ragione il dibattito su Pedro Sánchez non è più soltanto un dibattito spagnolo. È diventato parte di una più ampia discussione europea sulla democrazia, sulla sovranità, sul diritto internazionale e sulla Palestina. La questione decisiva non è se Pedro Sánchez sopravviverà politicamente. La questione decisiva è se Gaza sia ormai diventata una delle principali linee di frattura della politica europea contemporanea.

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