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Roma, dramma sulle strisce pedonali: furgone tampona auto e travolge madre e figlia, morta la 58enne

14 June 2026 at 16:20

Tragedia sulle strisce a Roma: tamponamento a catena travolge madre e figlia

Due donne sono state travolte mentre stavano attraversando la carreggiata sulle strisce pedonali alla periferia di Roma. Secondo i primi accertamenti, una vettura si era arrestata per consentire il passaggio di madre e figlia, rispettivamente di 92 e 58 anni, ma è stata centrata in pieno da un furgone che l’ha spinta in avanti contro i pedoni. L’anziana è finita sotto il veicolo: dopo essere stata liberata dai vigili del fuoco, è stata trasferita d’urgenza in ospedale in codice rosso. La figlia, invece, soccorsa in condizioni disperate, è deceduta poco dopo il ricovero. Gli agenti della polizia locale si sono recati sul luogo dell’incidente per effettuare i rilievi.

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Futuro Nazionale, Vannacci: “Noi già in trincea, non voglio poltrone”

14 June 2026 at 13:36

Si chiude la due giorni dell’Assemblea Costituente di Futuro Nazionale. Il generale non vuole poltrone né alleanze, apre alla Remigrazione e chiarisce la sua collocazione nell’alveo del panorama politico.

Roberto Vannacci affronta diversi temi nella conferenza stampa antecedente al suo intervento sul palco della Costituente Nazionale di Futuro Nazionale. Sul tavolo, diversi argomenti resi ancora più caldi da un weekend romano caratterizzato da quattro cortei, tutti con anime diverse. Il generale mantiene le sue posizioni: non ha ancora aperto a un’alleanza con la coalizione di centrodestra e presenza Futuro Nazionale come partito già pronto a competere in vista delle prossime elezioni. Vannacci, per sua stessa ammissione, non cerca poltrone e apprezza il consenso degli italiani al suo progetto. Apre alla proposta di legge sulla Remigrazione, chiude sulla patrimoniale e non dice no alla possibilità di Matteo Salvini al Viminale.

Vannacci: “Femminicidio non è reato”

Remigrazione, economia e patriarcato e non chiude alla proposta di legge arrivata da Casa Pound: “Non vedo perché una proposta del popolo debba rimanere fuori dal parlamento. Non vedo motivo di chiusura. Il popolo è sovrano. Fra l’altro non mi sembra che ieri, durante il corteo, abbiano assalito la polizia o spaccato vetrine. Non capisco perché non ci sia indignazione verso altri cortei dove non ci si è attenuto al vivere civile”. Sul campo economico, il “no” alla patrimoniale è abbastanza netto: “Il salario deve essere esito di una contrattazione. Tassare ulteriormente il patrimonio è iniquo. Esiste già una patrimoniale”. Sull’uguaglianza di genere e il concetto di patriarcato, il leader di Futuro Nazionale ha idee precise: “La vera parità è quando uomini e donne sono uguali in base al merito. Sono contrario al concetto di femminicidio, non perché non abbia rispetto per le donne, ma perché lo ritengo un omicidio. Non serve una fattispecie. Altrimenti si dovrebbe parlare di anzianicidio”.

Il motto “Me ne Frego” e  le elezioni: “Non voglio poltrone”

Spostando il focus sulla politica interna, Vannacci chiarisce posizioni e finanziamenti legati al partito: “Non mi considero l’uomo della speranza della sinistra, non ho ville in Crimea o sul Mar Nero, ho amici in Russia, ma non sono politici. Tutti i finanziamenti al partito sono trasparenti e riportati così come lo prevede lo legge”. Sulle accuse di fascismo è netto: “Il “Me ne frego” è un motto dannunziano acquisito e assunto dagli Arditi della I Guerra Mondiale. Non è fascismo, proprio per niente. È un verso del poeta della patria. La storia non si cancella, né si censura”. Sulle prossime elezioni: “Non sono un megalomane, non mi interessano poltrone e ministeri. Continuerò a fare l’europarlamentare. Mi riempie di orgoglio essere un punto di riferimento per 100mila italiani. Futuro Nazionale parteciperà alle elezioni, ma non significa che Vannacci richiederà qualcosa. Il presidente scelga la data, Futuro Nazionale è già pronto, anche domani” .

I rapporti con gli altri partiti: “Salvini può fare il Ministro dell’Interno”

Il leader di Futuro Nazionale ha poi chiarito i rapporti con gli altri politici: “Quel che dice Calenda non mi interessa, non lo ritengo un interlocutore. Renzi l’ho visto in visita a una caserma quando ero a capo della Folgore e poi da Fedez. Ho il suo numero come quello di Giorgia Meloni, ma non ci siamo scambiati messaggi”. Inevitabile il passaggio sulla Lega e Matteo Salvini: “Sono entrato da indipendente, ho portato mezzo milione di voti. Ognuno ha avuto il proprio vantaggio da questa esperienza. Non voglio fare implodere il centrodestra perché non ho avanzato alcuna intenzione di aderirci. Matteo Salvini ha già fatto il ministro dell’Interno e ha svolto un buon lavoro, può svolgere il ruolo. Di Zaia penso che sia un leader decennale, altre domande sono da rivolgere a loro”.

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Lotito scrive ai tifosi della Lazio, risposta gelida: “Ormai è tardi”

14 June 2026 at 10:30

Il presidente della Lazio tenta la via del disgelo con i tifosi tramite una lettera aperta. Rispedita, con tanto di due di picche, al mittente

Il rapporto fra Claudio Lotito e i tifosi della Lazio è al minimo storico. Non che fosse mai stato di rose e fiori, ma ormai le spine hanno preso il sopravvento. Il numero uno biancoceleste, dopo una stagione deludente e caratterizzata dallo sciopero del tifo organizzato che ha reso l’Olimpico un teatro mestamente vuoto, ha provato la via del disgelo scrivendo una lettera ai tifosi.

Lotito ai tifosi: “La Lazio viene prima di tutto”

Il presidente della Lazio ha scritto una lunga lettera, affrontando tutti i temi legati ai nodi che hanno portato allo strappo. Un appello, racchiuso in poche parole: “La Lazio prima di tutto”. Pres atto del disamore in seno alla piazza, ha provando a ricucire: “Scrivo a chi gioisce, a chi soffre, a chi è amareggiato e deluso. Non lo faccio per alimentare polemiche. Non lo faccio per chiedere indulgenza. Non lo faccio per dire che va tutto bene, perché non sarebbe rispettoso della vostra intelligenza. Lo faccio perché mi sembra doveroso, da Presidente della S.S. Lazio, condividere responsabilità e prospettive. E soprattutto perché credo sia arrivato il momento di provare ad aprire una fase nuova: di dialogo, ascolto, rispetto reciproco”.

I tifosi respingono la lettera al mittente: “Ormai è tardi”

La risposta sperata da Lotito non è evidentemente arrivata. Il tifo organizzato della Lazio scrive un comunicato che non lascia spazio alle interpretazioni: “Ormai è tardi. La lettera non aggiunge nulla alla sua gestione fallimentare della nostra amata Lazio. Non conosce il nostro mondo, non gli interessa. Lotito parla di storia, vuole aprire un rapporto con una tifoseria che ha umiliato, deriso e denunciato. I gruppi del tifo della sua lettera non se ne fanno nulla”. Una chiusura netta, accompagnata infine anche da quelle che saranno le prossime mosse del tifo organizzato. Lo sciopero in casa, la disdetta degli abbonamenti allo stadio e alla Pay – Tv è solo la punta dell’iceberg di un rapporto che affonda le radici nel gelo.

Le decisioni dei gruppi organizzati: disertare lo stadio e boicottaggio

Il tifo organizzato, a fine comunicato, ha ricalcato la linea delle ultime settimane. Al netto di lasciare ovviamente la discrezionalità a ogni tifoso di decidere che strada perseguire, la chiusura è netta e la presa di posizione altrettanto forte: i gruppi non entreranno allo stadio nelle partite casalinghe della Lazio, fatta eccezione per il derby con la Roma. Non sottoscriveranno alcun tipo di abbonamento, né all’Olimpico, né attraverso alle piattaforme pay per view. Infine boicotteranno tutte le attività legate alla presidenza, non sostenendo economicamente sponsor e partner legati alla Lazio e a Lotito. Una protesta che si allarga anche alla politica: fra le mosse del tifo organizzato c’è anche il “no” al voto a Forza Italia.

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Meloni: “La fiera Più libri più liberi chiede agli editori il patentino antifascista. È censura”. M5s: “Rincorre Vannacci”. Pd: “Vergognosa, ha giurato sulla Costituzione”

14 June 2026 at 09:44

È “censura“, dice Giorgia Meloni, chiedere alle case editrici che partecipano a una fiera di firmare una dichiarazione di antifascismo. Nel mirino c’è Più libri più liberi, l’evento che si svolge a dicembre alla Nuvola dell’Eur di Roma e che l’anno scorso aveva visto un gruppo di editori protestare contro la presenza della casa editrice di destra Passaggio al Bosco il cui catalogo, aveva denunciato un gruppo di ospiti della manifestazione, si basa “in larga parte sull’esaltazione di esperienze e figure fondanti del pantheon nazifascista e antisemita”. Nei giorni scorsi Francesco Giubilei sul Giornale ha scritto che tra le novità della prossima edizione (dal 4 all’8 dicembre) ci sarà appunto la necessità di firmare una “dichiarazione di antifascismo”, mentre fino all’anno scorso era richiesta una più generica adesione a “tutti i valori espressi nella Costituzione Italiana, nella Carta dei Diritti Fondamentali dell’Unione Europea e nella Dichiarazione universale dei diritti umani”. Il presidente dell’Associazione italiana editori Innocenzo Cipolletta ha confermato: “Agli editori che intendono esporre a Più libri più liberi chiediamo di affermare il proprio antifascismo” perché “il richiamo all’antifascismo esplicita semplicemente il fondamento costituzionale della nostra democrazia“.

Meloni: “Sei libero solo se dici quello che loro ti permettono di dire”

“Per partecipare”, commenta dunque la presidente del Consiglio sui social, “le case editrici dovranno ottenere quest’anno il “patentino antifascista”, sottoscrivendo un’apposita dichiarazione. È così che la sinistra concepisce la libertà di pensiero: sei libero, ma solo se dici quello che loro ti permettono di dire, se pensi quello che loro pensano, se leggi quello che loro considerano consono. La cancellazione delle idee non di sinistra, camuffata da lotta antifascista, è un vecchio vizio della sinistra, ma è una storiella alla quale ormai non crede più nessuno. Si chiama, banalmente, censura. E la censura è incompatibile con qualsiasi società democratica“.

Vannacci: “Ha perfettamente ragione”

L’uomo del momento, il leader di Futuro nazionale Roberto Vannacci, sottoscrive compiaciuto e, dall’assemblea costituente del suo partito all’Auditorium della Conciliazione, fa sapere che Meloni “ha perfettamente ragione” perché “in un Paese dove la libertà di espressione è in Costituzione questa libertà di espressione non deve essere soggetta ad alcun patentino, sia esso di antifascismo o di anti non so che cosa”. Segue un esempio che ritiene calzante: “Se io domani volessi fare l’elogio della monarchia, non vedo perché non potrei farlo visto che è una libertà di espressione, poi sarà il popolo italiano a decidere se la monarchia o se il livello che ho intenzione di pubblicare sia opportuno o non sia opportuna sia da buttare in un cestino. A me non piace vivere in un Paese dove per parlare ti devi dichiarare che sei di una parte piuttosto che dell’altra, a me piace vivere in un Paese dove le espressioni che vengono esternate vengono giudicate sulla base delle argomentazioni e non sulla base dei divieti o della censura”.

Conte: “Nulla da dire su corruzione e flop su giustizia e sanità?”

Sui social ha replicato intanto a Meloni il leader M5S Giuseppe Conte: “Nulla da dire e da fare sull’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, con progetti fallimentari e 13,5 miliardi bloccati ma che sarebbero utili per infrastrutture, scuole, sanità. Fallite, ritirate o bocciate dai cittadini le riforme su giustizia e sanità, mentre esplodono le code sia in tribunale che in ospedale. Vertici internazionali vitali per i nostri interessi con la sedia dell’Italia che rimane vuota perché preferisce presentare un francobollo o la escludono. E allora Meloni va sull’usato sicuro: polemica domenicale surreale sulla fiera del libro e sull’antifascismo”. E continua: “Giustamente oltre all’ossessione nei miei confronti adesso ha l’ossessione per Vannacci, che cresce grazie ai suoi fallimenti e ai suoi tradimenti. Un piccolo quesito: ma quando si occupa dell’Italia, del carovita e delle aziende che chiudono? Quattro anni zero riforme”.

Pd: “Parole vergognose”

“Le parole di Giorgia Meloni sono vergognose. È comprensibile che la competizione con Vannacci renda la Presidente del Consiglio assai nervosa, ma le ricordo che ad aver giurato sulla Costituzione antifascista è anzitutto lei”, commenta il senatore del Pd Marco Meloni in una nota. “Se per inseguire l’elettorato più estremo e nostalgico intende negare le radici costitutive della Repubblica, proprio mentre celebriamo gli 80 anni dell’Assemblea costituente, dimostra di essere rimasta nell’ambiguità dalla quale del resto trae origine il suo movimento politico, simboleggiata dalla fiamma e ribadita nelle scorse settimane con la celebrazione di uno dei capi del regime di Salò come Giorgio Almirante e con l’assenza del gruppo di Fratelli d’Italia all’intitolazione a Giacomo Matteotti del banco che occupava alla Camera dei Deputati prima di essere ucciso dai fascisti. Chi rifiuta di definirsi antifascista – conclude l’esponente dem – non è degno di rappresentare l’Italia“.

“Pensa di rincorrere Vannacci con questi argomenti ridicoli”

“Con tutto quello che accade in Italia e nel mondo, Giorgia Meloni non trova di meglio da fare che parlare di una fantomatica “censura antifascista”. Pensa di rincorrere Vannacci con questi argomenti ridicoli”, sostiene dal canto suo il capogruppo M5S al Senato Luca Pirondini. “Il problema grosso è che lo fa da Presidente del Consiglio che ha giurato sulla Costituzione, che fino a quando non verrà riscritta da Meloni o Vannacci, è e rimane antifascista. Se c’è qualcuno o qualcosa che cancellava le idee degli altri, quello era proprio il fascismo. Meloni vuole passare il tempo che le resta gareggiando con Vannacci a chi sta più a destra? Sono veramente messi malissimo”.

Aggiunge un altro tassello la vicepresidente M5S Vittoria Baldino: “”La censura è incompatibile con qualsiasi società democratica”. Prendo nota Presidente”, scrive su Facebook. “Dunque immagino che lei voglia chiedere scusa ad Antonio Scurati e Serena Bortone perché nel 2024, alla vigilia del 25 aprile, Scurati voleva recitare nel programma di Bortone un monologo antifascista. Gli è stato impedito. Si chiama censura preventiva. Chieda scusa a Sigfrido Ranucci per aver tentato di mettergli il bavaglio, attraverso tagli di puntate, cambi di palinsesto e varie minacce di querele e richieste di non messa in onda dei suoi servizi da parte di esponenti della sua maggioranza. Anche questa si chiama censura preventiva e intimidazione. Chieda scusa a tutti i giornalisti che avete querelato per aver osato fare il loro mestiere: il cane da guardia del potere. So che non siete abituati ad accettare critiche, ma si chiama “censura indiretta” ed è oggetto di una direttiva europea, la direttiva SLAPP che il nostro Paese deve recepire entro l’anno. Ecco, se non concepisce, come dice, la censura, faccia ratificare questa direttiva al più presto per proteggere tante e tanti giornalisti che ogni giorno si vedono recapitare richieste di risarcimento sproporzionate da parte di suoi colleghi di governo”.

Avs: “Evidentemente la premier non è antifascista”

Per Nicola Fratoianni di Avs le dichiarazioni di Meloni sono la prova che “evidentemente non è antifascista”: “Oggi con il suo attacco alla Fiera “Più Libri Più Liberi” lo conferma ancora una volta. Dichiararsi antifascista in modo limpido e sereno non vuol dire censurare qualcun altro, ma rispettare i valori della nostra Costituzione. È ora che gli italiani si accorgano fino in fondo a chi hanno affidato in questi anni il nostro Paese: ai nipotini del Ventennio. È ora di accompagnarli gentilmente da dove sono venuti”.

“L’antifascismo è il valore fondante della nostra Costituzione e quindi della nostra democrazia”, rincara Angelo Bonelli, deputato AVS, co-portavoce di Europa Verde. “Negarlo, come ha fatto la Presidente del Consiglio con il suo post su X, significa non accettare le basi costituzionali del nostro ordinamento democratico. E questo è gravissimo. Non è un caso che quel post arrivi il giorno dopo la manifestazione scandalosa sulla cosiddetta ‘remigrazione‘, organizzata da CasaPound, Fronte Skinheads e Fortezza Europa, e a ridosso del congresso di Vannacci. Con il post di oggi Giorgia Meloni ha deciso di rincorrere il voto dell’estrema destra e fascista, e per farlo non si fa scrupoli di voltare le spalle alla nostra Costituzione e a chi ha dato la vita per consegnarci la democrazia. Ieri per le strade di Roma sono risuonati slogan inascoltabili: ‘immigrato pezzo di merda’, ‘musulmano pezzo di merda’, ‘l’antifascismo è mafia’, ‘viva il Duce’. Di fronte a tutto questo, Giorgia Meloni ha ritenuto di non dover pubblicare alcun post, alcun comunicato, alcuna parola di condanna”. Eppure oggi trova il tempo per difendere chi non vuole sottoscrivere una dichiarazione antifascista per partecipare a una fiera dell’editoria”.

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Roma, Soulé si allontana: è la chiave del mercato giallorosso

14 June 2026 at 09:00

Dopo due anni di alti e bassi alla Roma, il calciatore argentino potrebbe essere il sacrificato da Gasperini per realizzare plusvalenze necessarie al club.

Matías Soulé si allontana dalla Roma. La posizione del calciatore argentino è sempre meno solida nelle gerarchie di Gian Piero Gasperini e del club. A Trigoria si devono fare i conti… con i conti e in questa ottica, l’argentino è un asset strategico. Ha mercato, anche importante, e il ricavato dalla sua cessione (si parla di non meno di 40 milioni) permetterebbe al club giallorosso di rientrare nei paletti del settlement agreement entro il prossimo 30 giugno e avere mani libere sul mercato.

Conti e plusvalenze: Soulé al centro delle strategie

La questione Soulé non è soltanto tecnica e rientra nell’alveo della strategia finanziaria tesa a chiudere il bilancio rispettando i parametri concordati con la UEFA. Tradotto in soldoni, perché di questo si stratta, alla Roma servono almeno 40 milioni. Esistono diversi modi per arrivare a questa cifra: vendendo più calciatori di basso profilo o sacrificando un big. Tutto lascia propendere verso la seconda ipotesi, anche perché le cessioni minori non sarebbero comunque sufficienti a racimolare il tesoretto necessario a garantire il risultato atteso a Nyon. Dunque, non resta che realizzare una corposa plusvalenza che permetta di avere la chiave per sbloccare il mercato in entrata in vista della prossima stagione.

Soulé è scontento e l’entourage non chiude alla cessione

Ad agevolare la cessione è anche la condizione del calciatore. Dopo un’annata fra alti e bassi, condizionata da una fastidiosa pubalgia che ne ha limitato il rendimento, Soulé pensa di cambiare aria. Anche perché la conferma di Dybala e la ricerca di un esterno sembrano segnali abbastanza chiari. Non è in cima ai desiderata del tecnico, né punterà i piedi per restare a Roma a tutti i costi. È deluso dall’esperienza in giallorosso che avrebbe dovuto schiudergli definitivamente le porte del grande calcio e invece ha chiuso sinanche la strada verso il primo Mondiale della sua carriera. Il CT dell’Argentina Scaloni infatti non lo ha tenuto in considerazione per le convocazioni, complice anche la discontinuità di impiego in giallorosso. Ecco perché il ragazzo, insieme al suo entourage, non chiude alla cessione ed è pronto a valutare offerte.

La Roma vuole vendere ma non svendere: le possibili destinazioni

Con queste premesse, l’addio sembra scontato. Termine che però non collima con il prezzo fissato per la cessione. Soulé è un patrimonio e la Roma non ha intenzione di svenderlo. Le manifestazioni di interesse non mancano, in primis dalla Premier, destinazione che né Soulé né la Roma disdegnano. In Inghilterra il mercato ha prezzi meno calmierati rispetto agli altri top campionati, dunque il club potrebbe tesaurizzare il massimo possibile dalla cessione e lo stesso calciatore strappare un ingaggio top. Ecco perché la pista inglese, al netto dell’interesse del Borussia Dortmund, sembra la più calda. Le possibili destinazioni? Aston Villa, ormai tornata ai vertici del calcio inglese e il Bournemouth che la ragionevole certezza di un posto da titolare e la vetrina dell’Europa League.

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Corteo Remigrazione e Riconquista Marsella: “Torniamo in Parlamento” – VIDEO ESCLUSIVO

14 June 2026 at 08:00

“La nostra proposta di legge ha 150 mila firme, non mi interessa il consenso di Vannacci, voglio solo che sia approvata”. Piazza della Libertà diventa il megafono della manifestazione “Remigrazione e Riconquistare” che, secondo il leader di Casa Pound Luca Marsella, non è una spinta a deportazione e rastrellamenti, piuttosto una proposta di legge fattibile. E, forte del sostegno popolare, il leader di Casa Pound si dichiara pronto a ritornare in Parlamento. Questa volta per entrarci.

Marsella: “Remigrare non significa deportare, foglio di via per irregolari e per chi non si è integrato”

Luca Marsella, prima dell’inizio del corteo, ha incontrato i giornalisti: “Abbiamo chiamato a raccolta gli italiani che hanno a cuore l’Italia. La proposta di legge sulla “remigrazione” punta a incentivare il ritorno degli stranieri nei Paesi d’origine, anche attraverso contributi economici per chi rinuncia definitivamente al diritto di soggiorno e alla cittadinanza italiana. Il testo prevede inoltre un forte giro di vite sull’immigrazione irregolare, espulsioni più rapide e nuove priorità per i cittadini italiani nell’accesso ad alcuni servizi. Noi vogliamo ricacciare gli immigrati irregolari e mandare a casa anche quelli regolari che non si sono integrati nel tessuto sociale. Non con la deportazione, anzi, offrendo addirittura degli incentivi”.

Casa Pound snobba Vannacci: “Ci interessa che sia approvata la legge”

Il leader di Casa Pound ha anche sottolineato come la sua sia una posizione a favore del popolo, senza alcun interesse governativo. La candidatura alle prossime politiche non gli interessa, esattamente come la stima o l’appoggio di Vannacci: “Chi ha rovinato l’Italia non ha un tatuaggio sul collo, ma indossa giacca e cravatta. Noi siamo fuori dal sistema, non andiamo in tv, parliamo alla gente che lavora, all’Italia che fatica. Abbiamo chiamato a raccolta la gente. Nella proposta non c’è scritta la parola deportazione, né rastrellamenti, non siamo l’ICE, né lo vogliamo. Non siamo politicamente corretti, ma non vogliamo deportare la gente. La proposta prevede di incentivare il lavoro nei paesi d’origine e ciò permetterebbe un risparmio enorme alle casse dello Stato. Non mi interessa la fiducia di Vannacci, non me ne faccio niente, a me interessano i fatti. Voglio sapere quando la nostra proposta diventa legge, questo mi interessa, non certo andare alle elezioni. Non comunico che non mi candido”.

Le voci dei cittadini e i cori nostalgici, Marsella: “Torniamo in parlamento”

Il corteo nazionale del comitato remigrazione ha radunato almeno quattromila i cittadini in piazza per chiedere l’approvazione della proposta di legge. Chi ha raggiunto il corteo ha le idee chiare. È stanco di dover convivere con insicurezza, degrado, spaccio e criminalità a pochi passi da casa. Il corteo “Remigrazione e Riconquista” fa il pieno di cori e tricolori. Insieme all’inno di Mameli, però, non sono mancati anche cori legati al ventennio, saluti romani, braccia tese. Marsella, dal palco, ha chiuso così la questione: “C’è gente di destra e che inneggiava al Duce? Non lo so, l’unica certezza è che ho visto migliaia di persone rialzare la testa. Entro la fine mese cercheremo di tornare in Parlamento, con le 150 mila firme raccolte”. Lo scorso gennaio gli fu impedito l’ingresso: “Se non ci faranno entrare neanche questa volta, resteremo lì. È un mio diritto entrare in Parlamento. Sto portando una proposta di legge e, quindi, chiamo la gente a venire sotto al Parlamento. E se ancora ci sarà negato l’ingresso, inviteremo chi sarà con noi a mettere pressione per farci entrare, stando lì e gridando che dobbiamo entrare. Non sarà un assalto, ma un assedio”.

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Pride 2026, meno sponsor dagli Usa e più incertezza: l’effetto Trump arriva anche a Roma

14 June 2026 at 07:00

Meno aziende disposte ad esporsi, budget in flessione e sostegni sempre più discreti: la marcia dell’orgoglio prevista nella Capitale fa i conti con le conseguenze della stretta statunitense sulle politiche di inclusione e diversity

Il prossimo 20 giugno le strade della Capitale torneranno a riempirsi dei colori del Roma Pride, manifestazione che ogni anno richiama migliaia di persone per rivendicare diritti, visibilità e uguaglianza per la comunità LGBTQIA+. Tuttavia, l’edizione 2026, la trentaduesima per la precisione, si svolgerà in un contesto piuttosto particolare, influenzato da un clima politico che risente degli effetti della stretta trumpiana in materia di inclusione e diversità.

Il rapporto tra le multinazionali e il Pride sta cambiando

A preoccupare gli organizzatori non è tanto la partecipazione, che si stima continui a rimanere elevata, quanto il progressivo arretramento di alcuni sponsor, soprattutto quelli legati a gruppi multinazionali con sede negli Stati Uniti d’America. Un fenomeno che se al di là dell’Atlantico è diventato evidente già da tempo, ora inizia a riflettersi persino sulle manifestazioni nostrane. Secondo il coordinamento del Roma Pride, infatti, il bilancio delle sponsorizzazioni registra un calo di circa il 10% rispetto allo scorso anno. Una flessione che è stata compensata attraverso altre forme di sostegno, ma che rappresenta comunque un segnale di cambiamento. Se i partner storici hanno in larga parte confermato la loro presenza, si è ridotto l’entusiasmo che negli ultimi tempi aveva spinto molte aziende a legare il proprio marchio all’iniziativa.

Accanto alle defezioni vere e proprie emerge inoltre una nuova ed inedita tendenza, osservata in quei marchi che hanno rinnovato il proprio sostegno economico, a patto, però, che il proprio nome non compaia pubblicamente. Un sostegno più discreto, dunque, lontano dalla visibilità che fino a pochi anni fa caratterizzava il mese di giugno, quando i loghi arcobaleno invadevano campagne pubblicitarie, social network e iniziative commerciali.

Dietro a questa trasformazione c’è soprattutto il mutato scenario politico statunitense. L’amministrazione guidata da Donald Trump ha infatti intensificato l’offensiva contro i programmi di Diversity, Equity and Inclusion (DEI), promuovendo misure che hanno spinto numerose realtà aziendali e compagnie a ridimensionare il proprio impegno pubblico in relazione a determinate tematiche. Negli Stati Uniti il fenomeno ha avuto conseguenze dirette sui Pride più importanti del Paese, con organizzazioni costrette a rivedere i propri budget dopo il ritiro o la riduzione del sostegno economico persino da parte dei sostenitori più fidati.

Ciò nonostante, l’impatto non si limita al mondo aziendale. Negli stessi mesi diversi Stati a guida repubblicana hanno promosso iniziative alternative al Pride Month, dedicando giugno alla “famiglia tradizionale”, alle “famiglie forti” o alla “fedeltà”. Parallelamente, la Casa Bianca ha adottato una serie di provvedimenti che hanno ridefinito il rapporto tra istituzioni federali e comunità LGBTQ+, alimentando un clima politico e culturale più polarizzato.

È proprio questa atmosfera a preoccupare gli organizzatori italiani. Molte delle aziende che operano nel nostro Paese fanno capo a gruppi statunitensi e risentono delle scelte strategiche prese dalle rispettive sedi centrali. Il risultato è una maggiore prudenza nella comunicazione e negli investimenti, con effetti visibili anche sulle manifestazioni europee. Di fronte a questo scenario, la risposta di Roma è rimasta improntata alla continuità. Gli organizzatori hanno sottolineato come il sostegno di numerosi partner sia rimasto saldo e come la partecipazione della cittadinanza continui a rappresentare il vero punto di forza della manifestazione.

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