Normal view

ESCLUSIVO: La vera storia dietro l’Iran nucleare e l’accordo di Islamabad

By: A A
11 June 2026 at 10:30

Se l’Iran fosse costretto a compiere una dimostrazione di forza nucleare sotto gli occhi di tutto il mondo, la Cina ne trarrebbe la prova che la deterrenza statunitense è solo di facciata.

Segue nostro Telegram.

MOSCA e SAN PIETROBURGO – Lunedì 1° giugno, su Power Shift, una nuova piattaforma geopolitica indipendente, Zulfiqar Ali, Larry Johnson ed io abbiamo rivelato quella che è, a tutti gli effetti, un’informazione esplosiva: se le nubi minacciose continuano ad addensarsi, Teheran è pronta a passare dall’ambiguità nucleare alla effettiva detonazione di un ordigno nucleare sul suolo iraniano.

Meno di una settimana dopo, la pagina di Power Shift è stata censurata su YouTube – senza alcuna spiegazione e senza possibilità di ricorso. Eppure ciò che abbiamo rivelato era già stato descritto in dettaglio in diversi podcast e interviste nel corso della scorsa settimana, come qui e qui (con me e Larry); qui; e al forum di San Pietroburgo, qui.

Ho pubblicato un approfondimento dettagliato prima della diffusione dell’informazione, scritto proprio prima che la delegazione iraniana sospendesse lo scambio di tutti (il corsivo è mio) i testi e i messaggi con gli Stati Uniti tramite il mediatore Pakistan.

Per quanto riguarda la stesura di quella che potrebbe essere la versione definitiva di un Memorandum d’intesa (MoU) tra Iran e Stati Uniti, oggetto di infinite discussioni, è diventato improvvisamente chiarissimo che tutto ruota attorno al Libano.

L’Iran ha ripetutamente ribadito di essere pronto a far saltare il “cessate il fuoco” già in stato comatoso se il culto della morte in Asia occidentale avesse dato seguito alla sua minaccia di bombardare Dahiyeh, il sobborgo a maggioranza sciita della zona sud di Beirut.

Di fronte a Trump, il leader del culto della morte è stato costretto a fare marcia indietro. Ma solo per pochi giorni. Trump ha un disperato bisogno di un MoU e di una proroga del cessate il fuoco da presentare come una “Vittoria”. La sua (il corsivo è mio) Vittoria.

Tutto questo stava accadendo, in modo frenetico, sulla scia di una telefonata fatidica ed estremamente delicata, durata 105 minuti, avvenuta giovedì 28 maggio tra il presidente iraniano Masoud Pezeshkian e il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif.

Islamabad è l’unico canale di comunicazione segreto funzionante e affidabile tra Teheran e Washington. Le nostre fonti hanno rivelato che durante la telefonata, Pezeshkian ha consegnato un ultimatum strutturato formalmente in tre fasi da comunicare alla Casa Bianca con assoluta chiarezza:

  1. Niente più negoziati sul nucleare. Poiché la priorità è la fine di tutte le guerre, contro l’Iran e l’Asse della Resistenza.
  2. Niente più prospettive di un quadro di trattato nucleare. Cioè, nessuna discussione che porti a un possibile JCPOA 2.0 annacquato; solo dopo aver risolto la fine delle guerre e lo status dello Stretto di Hormuz.
  3. Se le minacce statunitensi dovessero persistere, ha affermato Pezeshkian, ciò porterebbe alla «detonazione di un ordigno nucleare sul suolo iraniano» — attuata non come atto di guerra, ma come dimostrazione sovrana e irreversibile della capacità di controllare il dominio dell’escalation.

Ciò che colpisce in modo particolare è che nulla di quanto sopra riguarda una posizione diplomatica. Ciò che abbiamo è il Presidente dell’Iran che riferisce quella che è essenzialmente una decisione della Guida Suprema Mojtaba Khamenei, segnalando che se Washington superasse la prossima soglia, Teheran passerebbe istantaneamente dall’ambiguità nucleare a una dimostrazione innegabile.

E ciò implicherebbe una rottura permanente del sistema globale di non proliferazione – con conseguenze imprevedibili.

L’allineamento strategico Cina-Iran-Pakistan

Il primo ministro pakistano Shehbaz Sharif ha ovviamente valutato l’importanza di tali informazioni. Ha immediatamente incaricato il ministro degli Esteri pakistano Ishaq Dar – che si trovava a New York per le sessioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU – di trasmettere le informazioni a Washington.

Dar ha aggirato l’intero apparato burocratico, chiamando direttamente a New York il Segretario di Stato americano Marco Rubio. Il messaggio, da Teheran all’amministrazione Trump, era chiaro: la scala dell’escalation presenta ora un ultimo gradino.

Rubio «potrebbe» (e questa è la parola chiave) aver riconosciuto la gravità estrema di quello che è di fatto un ultimatum nucleare formale. Ne ha informato Trump. Il giorno successivo, il 29 maggio, Trump ha bruscamente interrotto ogni ulteriore azione militare. E la sua retorica incendiaria si è immediatamente attenuata.

Ciò non aveva nulla a che fare con un improvviso impeto di moderazione strategica nell’asse War-a-Lago/Ufficio Ovale. È stato il risultato diretto e a valle del canale di comunicazione segreto Sharif-Dar-Rubio.

La mattina del 29 maggio, Dar è arrivato a Washington per una visita ufficiale di un giorno.

Seduto di fronte a Rubio, ha fornito il briefing dettagliato che la telefonata di New York aveva solo anticipato.

Ha sganciato due enormi bombe sul tavolo delle trattative:

  1. L’Iran non cederà alcuna parte del suo uranio altamente arricchito (HEU). Nulla. Zero. E questo è definitivo.

È tutta una questione di indipendenza sovrana (due concetti al centro della recente dichiarazione congiunta Russia-Cina firmata a Pechino durante la visita ufficiale di Putin a Xi Jinping).

Quindi Teheran non cederà le proprie scorte, a prescindere dai termini, temporaneamente o in altro modo, solo per conformarsi a un meccanismo volto a salvare la faccia, concepito per un pubblico interno statunitense. Dal punto di vista della leadership iraniana – con Mojtaba al timone – l’HEU va ben oltre una risorsa tecnica; è la fusione definitiva di sovranità, deterrenza, potere contrattuale e sopravvivenza politica.

  1. La Cina ha fornito all’Iran sistemi di difesa strategica all’avanguardia – compresi i MANPAD a spalla – fatti passare segretamente attraverso paesi terzi (ed è per questo che non sono riuscito a ottenere alcuna conferma ufficiale due settimane fa a Shanghai).

Conclusione: è ora in vigore un’alleanza strategica pienamente operativa tra Cina, Iran e Pakistan.

È ancora possibile un Accordo di Islamabad?

Allo stato attuale, nessuno di noi – comprese le nostre fonti – sa se un’arma nucleare fatta esplodere sul suolo iraniano sarebbe stata sviluppata esclusivamente dall’Iran [che possiede le capacità scientifiche per farlo]; oppure con la possibile assistenza di Russia, Pakistan o Corea del Nord. Tutte le opzioni sono plausibili.

Secondo il Prof. Ted Postol del MIT, l’Iran potrebbe facilmente convertire 450 kg di esafluoruro di uranio al 65% in materiale per uso militare all’85% circa: tutto ciò che serve per un’arma a basso potenziale, da montare su almeno 10 sistemi di lancio missilistici in grado di raggiungere Israele. Ciò significa, come minimo, 10 bombe nucleari.

Tecnicamente, questo tipo di arma a bassa potenza può essere progettata, spiega Postol, utilizzando un riflettore di neutroni realizzato in uranio impoverito – o berillio/carburo di tungsteno – posizionato immediatamente attorno al nucleo fissile. Esso riflette i neutroni in fuga nuovamente nel materiale nucleare per aumentare l’efficienza di fissione e ridurre la massa critica richiesta. In poche parole: meno materiale e più bombe.

Molto importante: una bozza di questo articolo è stata presentata all’inizio della scorsa settimana a un alto funzionario iraniano, membro della cerchia ristrettissima attorno alla Guida Mojtaba Khamenei. La sua reazione: «Non commenterò la questione».

Al di là di questa mancata risposta, ciò che è apparso immediatamente chiaro è la trasmissione verificata della comunicazione extra-canale più significativa della crisi «né guerra né pace».

Funziona così: Pezeshkian parla con Sharif; Sharif parla con Dar; Dar parla con Rubio; Rubio parla con Trump; Dar parla con Rubio faccia a faccia (durante il suo briefing a Washington).

Tutto ciò getta nuova luce sul cessate il fuoco di 60 giorni – successivamente infranto – e sulla fragile strategia di uscita di cui Trump aveva disperatamente bisogno. Questo quadro è stato organizzato dal Pakistan e sostenuto strutturalmente dalla Cina – come ho confermato a Shanghai.

Teheran ha insistito sull’ordine delle procedure, più e più volte. In primo luogo, tutte le guerre devono cessare, in particolare l’offensiva del culto della morte contro il Libano. Seguono poi gli accordi per ripristinare il traffico commerciale attraverso lo Stretto di Hormuz. La terza e ultima fase consiste nel riprendere una sorta di dialogo significativo sul nucleare.

In un quadro più ampio, è già in corso un’importante revisione strutturale, indipendentemente dalle brutte sorprese che potrebbero verificarsi in futuro con la violazione del cessate il fuoco.

Allo stato attuale: gli Accordi di Abramo sono, a tutti gli effetti, morti; l’Arabia Saudita ha congelato tutte le discussioni riservate sulla “normalizzazione” con Israele; il Qatar e l’Oman stanno silenziosamente elaborando calendari di transizione militare per eliminare gradualmente gli Stati Uniti dall’Asia occidentale. E, cosa più cruciale, una nuova architettura di sicurezza dell’Asia occidentale si sta rapidamente consolidando al di fuori dell’ombrello “protettivo” americano, guidata dai Quattro Sunniti: Pakistan, Arabia Saudita, Turchia ed Egitto.

Giovedì scorso, sempre su Power Shift (la nostra pagina YouTube era ancora attiva), Zulfiqar Ali, Larry Johnson ed io abbiamo individuato un possibile Accordo di Islamabad come quadro emergente per porre fine alla guerra tra Stati Uniti e Iran — molto prima che i media mainstream occidentali lo riconoscessero come l’architettura organizzativa.

Abbiamo anche individuato il meccanismo che lo guida: una diplomazia pendolare pakistana senza sosta, sostenuta silenziosamente ma con decisione dalla Cina.

Abbiamo delineato la tabella di marcia in due fasi: in primo luogo, un cessate il fuoco immediato e la riapertura dello Stretto di Hormuz (l’Iran acconsente a entrambi); in secondo luogo, una breve finestra negoziale per finalizzare l’accordo politico e finanziario più ampio.

Abbiamo riferito che lo sblocco altamente controverso dei beni congelati dell’Iran non era un argomento di discussione speculativo, ma una leva attiva nel processo. Lo sblocco dei beni e il possibile alleggerimento delle sanzioni venivano trattati come misure concrete di rafforzamento della fiducia.

Abbiamo inoltre riferito che una delegazione iraniana di alto livello – comprendente il presidente del Parlamento Ghalibaf, il ministro degli Esteri Abbas Araghchi e il governatore della Banca centrale Abdolnaser Hemmati – si sarebbe recata a Doha in relazione alla questione dei fondi congelati.

Ciò è stato successivamente confermato su tutta la linea, compreso il fatto che la componente della banca centrale fosse direttamente legata ai beni congelati.

Abbiamo inoltre suggerito che Islamabad potesse diventare il palcoscenico dell’atto politico finale, compresa una possibile visita di Trump, insieme a Pezeshkian: eppure ora tale possibilità sembra più remota che mai.

La Cina si limita a guardare scorrere il fiume

Questi sono i fatti, allo stato attuale:

L’Iran è ben lungi dall’essere isolato ed è pronto per una guerra prolungata, con un significativo sostegno materiale e strategico da parte di Cina, Pakistan e Corea del Nord, e un appoggio attentamente calcolato da parte della Russia, come ho confermato durante il forum di San Pietroburgo.

Gli Stati Uniti sono paralizzati. L’amministrazione Trump potrebbe sembrare intenzionata a cercare una via d’uscita; ma è totalmente vincolata dalla pressione esercitata dal culto della morte in Asia occidentale – come abbiamo visto questo fine settimana; dai percorsi di escalation ormai esauriti; e dall’assenza di un’opzione militare decisiva in grado di alterare lo scacchiere senza creare una crisi infinitamente più ingestibile.

Le petro-monarchie del Golfo sono terrorizzate da una possibile ripresa della guerra – con la principale eccezione degli Emirati Arabi Uniti.

Ciò lascia Islamabad come unica via d’uscita disponibile, con il feldmaresciallo Asim Munir posizionato come intermediario indispensabile; e Pechino e Mosca che seguono tutto da vicino, in alcuni aspetti plasmando attivamente il contesto più ampio.

Il bombardamento della zona sud di Beirut del 6 giugno è stato effettuato ancora una volta in un momento critico dei negoziati, come sottolineato da Mohammad Mokhber, uno dei principali consiglieri della Guida Mojtaba Khamenei e membro del Consiglio di Discernimento iraniano:

«Bombardando il Libano mentre il mediatore si trovava in Iran [si riferiva ad Asim Munir], il nemico ha dato fuoco al tavolo dei negoziati per la terza volta per mettere in evidenza le ripetute violazioni del cessate il fuoco in tutte le aree. Parliamo ai violatori il linguaggio del “potere”; l’asse della resistenza è un corpo unificato, e pagheranno certamente un prezzo pesante e doloroso per questa aggressione sul campo».

Il bombardamento del sud di Beirut da parte del culto della morte ha portato a uno spettacolo francamente surreale: l’amministrazione Trump che si affannava dietro al mediatore pakistano a Teheran, implorandolo di intercedere presso gli iraniani per un allentamento delle tensioni. L’Imperatore che voleva distruggere la civiltà iraniana ha dovuto chiedere al Pakistan di salvare ciò che poteva ancora essere salvato.

Ciò significa, come abbiamo riferito, che con l’Iran che stabilisce i termini dell’escalation e aumenta il proprio potenziale deterrente, e con Trump rimasto senza alcuna carta da giocare, l’unica soluzione possibile risiede nella diplomazia attraverso Islamabad.

Questa settimana su Power Shift, in tre puntate consecutive da lunedì a mercoledì, approfondiremo l’intelligence e la diplomazia alla base di questi cambiamenti tettonici.

E poi, naturalmente, c’è l’intrigante prospettiva cinese.

I think tank statunitensi rimarranno completamente paralizzati quando finalmente si renderanno conto che, immettendo equipaggiamento militare avanzato nel teatro di guerra iraniano, Pechino sta attivamente mettendo alla prova i limiti della coercizione egemonica americana.

E se si arriverà al dunque, e l’Iran sarà costretto a una dimostrazione nucleare sotto gli occhi di tutto il mondo, la Cina acquisirà la prova inconfutabile che la deterrenza statunitense è vuota.

Non si può che ammirare l’ingegnosità di una mossa strategica di così vasta portata, compiuta senza sparare un solo colpo.

La Via della Terra: come la crisi di Hormuz sta ridisegnando l’ordine economico globale a vantaggio dei BRICS+

By: A A
10 June 2026 at 22:05

La terra sta riprendendo quello che il mare aveva preso. E lo Stretto di Hormuz — quella sottile linea d’acqua tra l’Oman e l’Iran — è il punto in cui la storia ha scelto di voltare pagina.

Segue nostro Telegram.

Quando l’acqua ferma il mondo

Vi sono momenti nella storia in cui una crisi non si limita a scuotere l’ordine esistente, ma ne rivela le fondamenta marce. La chiusura dello Stretto di Hormuz — quella striscia d’acqua larga appena quaranta chilometri attraverso cui scorre il venti per cento del petrolio mondiale — non è soltanto uno shock energetico di proporzioni straordinarie. È lo specchio attraverso cui il mondo osserva, forse per la prima volta con piena chiarezza, quanto sia fragile l’architettura commerciale e finanziaria costruita dall’Occidente nel secondo dopoguerra. E, al tempo stesso, è il catalizzatore che potrebbe accelerare la nascita di un ordine alternativo: più continentale, più multipolare, più terrestre.

Il blocco dello Stretto di Hormuz — innescato dall’escalation del conflitto tra Iran e la coalizione Israele-USA dal 28 febbraio e tuttora in vigore a — ha prodotto uno tsunami economico senza precedenti. Il prezzo del greggio Brent ha superato i 160 dollari al barile nel giro di settantadue ore dall’annuncio della chiusura, mentre il gas naturale liquefatto ha visto i propri contratti futures triplicare di valore. Le catene di approvvigionamento dell’industria manifatturiera europea e nordamericana, già indebolite dai postumi pandemici e dalla crisi dei semiconduttori del decennio precedente, hanno mostrato una fragilità drammatica: decine di stabilimenti dalla Germania alla California hanno ridotto o sospeso la produzione per mancanza di componenti e materie prime. I costi della rotta alternativa via Capo di Buona Speranza, che allunga i tragitti di diciotto giorni e aumenta i costi di trasporto del trenta-cinquanta per cento, hanno scaricato pressioni inflazionistiche su un sistema già in tensione. La volatilità sui mercati finanziari globali ha raggiunto livelli comparabili solo alla crisi del 2008: l’indice VIX ha toccato quota 58, mentre i mercati azionari di New York, Londra e Francoforte hanno registrato perdite cumulative superiori al dodici per cento nelle prime quattro settimane. Il Fondo Monetario Internazionale ha rivisto al ribasso le sue proiezioni di crescita globale di due punti percentuali per il 2026, portandole allo 0,8 per cento.

Per comprendere la portata storica di questo momento occorre guardare al sistema che la crisi di Hormuz sta corrodendo. L’ordine economico globale del XX secolo è stato, nella sua essenza più profonda, un ordine marittimo. La Pax Americana che ha dominato il pianeta dalla fine della Seconda Guerra Mondiale si fondava su tre pilastri strettamente interconnessi: la supremazia navale degli Stati Uniti nei mari del mondo, il dollaro come valuta di riserva universale e il controllo delle grandi rotte oceaniche da parte delle marine occidentali — in primis quella americana e, in subordine, quella britannica.

Questa architettura non era ideologicamente neutra: era il prolungamento geopolitico della tradizione anglosassone di potenza marittima, codificata già nell’Ottocento dall’ammiraglio Alfred Thayer Mahan nella sua opera The Influence of Sea Power upon History. Il controllo dei mari significava controllo del commercio; il controllo del commercio significava controllo dell’economia mondiale; il controllo dell’economia mondiale significava egemonia politica. Per quasi ottant’anni, questo sistema ha funzionato con efficacia sorprendente, distribuendo privilegi straordinari agli Stati Uniti — primo tra tutti il cosiddetto “privilegio esorbitante” di emettere la valuta di riserva mondiale — e ai suoi alleati.

Ma i sistemi egemonici hanno cicli di vita. E la crisi di Hormuz ha reso evidente ciò che molti  affermano da anni con crescente insistenza: l’era della dominanza occidentale non è in declino, è già finita. Quello che stiamo vivendo sono le convulsioni terminali di un ordine che si ostina a non riconoscere la propria obsolescenza. L’impossibilità della Marina statunitense di tenere aperto lo Stretto nonostante la presenza della V Flotta nel Golfo Persico ha dimostrato che anche la potenza navale americana ha limiti operativi che un tempo sembravano impensabili. La dottrina della libertà di navigazione, cardine dell’ordine liberale internazionale, si è incrinata davanti alla realtà di uno Stato mediorientale — con i suoi proxy e le sue capacità missilistiche asimmetriche — capace di sfidare con successo la superpotenza marittima per eccellenza.

Il declino dell’egemonia marittima occidentale non è fenomeno di oggi. Ha radici nell’ascesa economica della Cina, nell’affermazione geopolitica della Russia post-2014, nella progressiva de-dollarizzazione avviata da un numero crescente di economie emergenti e nell’erosione del multilateralismo liberale nelle sedi internazionali tradizionali — dall’OMC al FMI, dall’ONU alla Banca Mondiale. La crisi di Hormuz non ha creato questa deriva; l’ha semplicemente accelerata con la brutalità propria degli shock storici.

L’Heartland alla riscossa: Mackinder aveva ragione?

Lo abbiamo citato tante volte, una in più non ci stupirà. Nel 1904, il geografo e stratega britannico Halford John Mackinder presentò alla Royal Geographical Society di Londra un saggio destinato a diventare uno dei testi fondativi della geopolitica moderna. Il titolo era The Geographical Pivot of History e la tesi centrale era rivoluzionaria per l’epoca: il futuro del potere mondiale non apparteneva alle potenze marittime, ma a chi avrebbe controllato quello che Mackinder chiamava “Heartland”, ovvero il cuore del supercontinente eurasiatico, quella vasta zona continentale che si estende dalle pianure dell’Europa orientale alle steppe della Siberia e alle altipiani dell’Asia centrale, impenetrabile alle flotte navali e naturalmente inaccessibile al dominio marittimo. La sintesi strategica di Mackinder, che tutti abbiamo imparato a conoscere, è entrata nella storia con la formula «Chi governa l’Europa orientale comanda l’Heartland; chi governa l’Heartland comanda l’Isola del Mondo; chi governa l’Isola del Mondo governa il Mondo». Le potenze marittime anglosassoni del XX secolo hanno costruito la propria egemonia globale proprio tentando di neutralizzare questo assioma: il contenimento dell’Unione Sovietica durante la Guerra Fredda era, nella sua essenza, un tentativo di impedire che la potenza dell’Heartland si estendesse fino a dominare le coste del supercontinente.

Ebbene, con la crisi di Hormuz, la logica di Mackinder torna al centro della riflessione strategica globale. Se le rotte marittime diventano inaffidabili — per guerra, instabilità regionale o semplice rivalità tra grandi potenze — il commercio globale deve necessariamente cercare percorsi alternativi, e quei percorsi alternativi passano quasi inevitabilmente attraverso l’Heartland. Le ferrovie, i gasdotti, i corridoi stradali transcontinentali che attraversano l’Asia centrale, la Russia, l’Iran, il Pakistan, la Turchia: è qui che si gioca la posta in gioco del nuovo ordine mondiale ed è qui che i BRICS+ hanno già costruito, o stanno costruendo proprio mentre ne scriviamo, le infrastrutture del futuro.

Mackinder è stato riscoperto nelle cancellerie di Mosca, Pechino e New Delhi con un’attenzione che non aveva mai avuto nemmeno nelle università britanniche. La crisi di Hormuz ha dato a quella riscoperta una concretezza che finora mancava: improvvisamente le rotte terrestri non sono più un’alternativa teorica, sono l’unica alternativa pratica.

L’unica via d’uscita: l’architettura BRICS+ e il post-Hormuz

È qui e ora che i BRICS+ si trovano nella posizione straordinaria di poter offrire al resto del mondo quello che nessuna potenza occidentale è in grado di proporre in questo momento: una via d’uscita concreta e già parzialmente operativa dalla crisi delle rotte marittime.

Questa via d’uscita ha quattro dimensioni che si rafforzano a vicenda: le nuove rotte terrestri eurasiatiche, i corridoi energetici alternativi, la dedollarizzazione degli scambi commerciali e la costruzione di un’architettura finanziaria indipendente da SWIFT e dal sistema bancario occidentale. Consideriamole separatamente, avendo però cura di non perdere la visione d’insieme: è la loro combinazione a rendere l’offerta BRICS+ strategicamente credibile.

La Belt and Road Initiative cinese ha costruito in silenzio, negli ultimi dieci anni, la spina dorsale di un commercio eurasiatico che non dipende dallo Stretto di Hormuz né da nessun altro passaggio marittimo critico. I corridoi ferroviari Cina-Europa attraverso l’Asia Centrale, in particolare il China-Europe Railway Express, che ha movimentato nel 2025 circa 1,9 milioni di TEU (container equivalenti da venti piedi) con una crescita del 22 per cento sull’anno precedente, rappresentano oggi un’alternativa credibile alle rotte via Suez per le merci ad alto valore aggiunto.

Il blocco di Hormuz ha moltiplicato per tre le richieste di capacità su queste linee in poche settimane. Secondo dati preliminari pubblicati dal China State Railway Group, nel solo mese di aprile 2026 le prenotazioni di spazio ferroviario sulla rotta Cina-Europa sono aumentate del 340 per cento rispetto alla media del 2025. I tempi di transito, tipicamente quindici-diciotto giorni rispetto ai trenta-quaranta della via marittima via Suez, rendono la soluzione ferroviaria particolarmente attraente per settori come l’elettronica, le automotive e i prodotti farmaceutici.

Ma la BRI non è l’unico elemento di questa riarticolazione. Il Corridoio Internazionale dei Trasporti Nord-Sud (INSTC), promosso da Russia, India e Iran e oggi allargato ad Azerbaijan, Armenia e diversi paesi centroasiatici, sta vivendo una seconda giovinezza. Questo corridoio — che collega Mumbai a San Pietroburgo via mare Arabico, Iran e Caspio — permette di collegare l’India con l’Europa in circa venticinque giorni, rispetto ai quaranta-quarantacinque della via tradizionale via Suez, riducendo i costi logistici stimati tra il venti e il trenta per cento. Con Hormuz chiuso, il segmento marittimo del corridoio deve essere ricalibrato, ma i tratti ferroviari e stradali iraniani — oggetto di significativi investimenti negli ultimi tre anni — permettono bypass efficaci. L’INSTC era considerato un corridoio secondario ma la crisi di Hormuz l’ha trasformato in una priorità strategica di primo ordine per tutta l’Asia Meridionale.

Sul fronte energetico, la crisi di Hormuz ha dato un’accelerazione decisiva a progetti di pipeline e infrastrutture energetiche terrestri che erano stati rallentati da opposizioni politiche, difficoltà finanziarie o semplicemente dalla convenienza economica delle rotte marittime. Il Power of Siberia 2 — il gasdotto che dovrebbe collegare i giacimenti siberiani con la Cina attraverso la Mongolia — ha visto le trattative accelerare significativamente dopo il blocco dello Stretto. L’accordo, discusso per anni senza una conclusione definitiva per le divergenze sui prezzi, è oggi presentato come urgenza strategica da entrambe le parti: la Cina, che importava circa il diciotto per cento del suo gas via GNL dal Golfo Persico, deve trovare alternative terrestri; la Russia, esclusa dai mercati europei dopo le sanzioni del 2022, ha bisogno di sbocchi commerciali stabili verso est.

Nel frattempo, il gasdotto TAP (Trans-Adriatic Pipeline) che porta il gas azero in Italia via Turchia, e il TurkStream che collega la Russia alla Turchia e ai Balcani, stanno lavorando a piena capacità. La Turchia — che non ha aderito alle sanzioni occidentali contro la Russia e mantiene rapporti stabili con tutti gli attori BRICS+ — si trova in una posizione di leverage straordinaria come hub energetico continentale. Ankara, non a caso, ha formalmente richiesto di entrare nell’organizzazione BRICS nel 2024, una candidatura che potrebbe essere definitivamente accolta entro la fine dell’anno.

La pipeline India-Iran-Pakistan — un progetto rimasto congelato per decenni a causa delle pressioni americane su Islamabad — è stata rilanciata in forma diversa, con un collegamento diretto India-Iran attraverso il Golfo di Oman (bypassando lo Stretto) e poi via terra sino ai mercati centroasiatici. I tecnici del ministero del Petrolio iraniano e quelli del Ministry of Petroleum and Natural Gas indiano hanno ripreso i contatti diretti per la prima volta dal 2012.

La crisi di Hormuz ha trasformato in priorità strategica ciò che era considerato un’alternativa teorica: le rotte terrestri eurasiatiche sono oggi l’unica risposta credibile al blocco dei passaggi marittimi.

Bye bye Mr. Dollar

“Il petrolio si compra e si vende in dollari”, questo diceva la sacra legge di Nixon. Non erano concesse alternativo ed è ciò che ha permesso agli Stati Uniti di finanziare i propri deficit commerciali praticamente senza costi, di esercitare pressioni economiche attraverso le sanzioni e di mantenere il dollaro al centro del sistema finanziario globale indipendentemente dalla performance reale dell’economia americana. La crisi di Hormuz ha accelerato in modo drammatico una tendenza che era già in corso da anni: la de-dollarizzazione degli scambi energetici ed commerciali tra i paesi BRICS+. Il processo era iniziato con gli accordi bilaterali Cina-Russia denominati in yuan e rubli dopo il 2022; si era esteso agli scambi India-Russia per il petrolio (saldati in gran parte in rupie) e agli accordi Cina-Arabia Saudita per forniture di greggio denominate parzialmente in yuan. Poco a poco, la banconota verde ha smesso di avere potere. Con il blocco di Hormuz, la de-dollarizzazione ha subito una accelerazione sistemica particolarmente impattante. Quando le rotte commerciali si ridisegnano su tracciati terrestri eurasiatici, quando il commercio avviene tra paesi BRICS+ attraverso corridoi che non passano per i sistemi finanziari occidentali, quando le sanzioni americane perdono efficacia perché i flussi commerciali evitano i nodi bancari su cui Washington esercita la propria influenza — il dollaro smette di essere l’unica opzione praticabile e diventa sempre più uno strumento di una parte sola.

Il BRICS Bridge — il sistema di pagamenti interbancari proposto dal blocco come alternativa a SWIFT, operativo in forma pilota dal gennaio 2026 — ha visto le transazioni raddoppiare nel solo mese di aprile rispetto alla media del trimestre precedente. Il sistema, basato su una piattaforma distribuita che consente pagamenti bilaterali nelle valute nazionali dei paesi aderenti, non è ancora competitivo con SWIFT in termini di volumi assoluti, ma la sua crescita è esponenziale. Quello che stiamo assistendo è un cambiamento strutturale nel sistema monetario internazionale che potrebbe dimostrarsi più profondo di quello che ci aspettavamo, e sta avvenendo più rapidamente di quanto i modelli economici standard prevedessero.

L’accordo annunciato in aprile tra Brasile, Russia, India e Cina per denominare in yuan e in un paniere di valute BRICS il commercio di commodities agricole — cereali, soia, carne bovina — all’interno del blocco rappresenta un passo storico che potrebbe accelerare la de-dollarizzazione ben oltre il settore energetico. Il Brasile, primo esportatore mondiale di soia e carne bovina, è il tassello che mancava: la sua adesione a questo schema significa che una fetta significativa del commercio agricolo mondiale potrà bypassare il dollaro.

La direzione è chiara. Non si tratta di una sostituzione istantanea del dollaro — nessun analista serio la prevede a breve termine — ma di una progressiva erosione del suo monopolio. Il Fondo Monetario Internazionale, nel suo World Economic Outlook di aprile 2026, ha rilevato per la prima volta che la quota del dollaro nelle riserve valutarie mondiali è scesa sotto il 55 per cento, al minimo storico. Venticinque anni fa era al 71 per cento.

L’Europa senza bussola

In questo scenario di ridisegno globale, l’Europa si trova in una posizione di singolare impotenza. Dipendente per il settanta per cento del proprio fabbisogno energetico da importazioni extra-continentali, priva di una politica estera comune capace di proiettare autonomia strategica, militarmente subordinata all’ombrello NATO e quindi alle priorità americane, e commercialmente esposta sia all’instabilità delle rotte marittime sia alla competizione industriale cinese, il Vecchio Continente rischia di essere la grande vittima collaterale del riassetto in corso. Le elite politiche europee — ancora impegnate a declinare la crisi di Hormuz come problema di sicurezza regionale piuttosto che come catalizzatore di un cambio d’epoca — faticano a cogliere che il tempo delle scelte si sta restringendo rapidamente. L’Europa ha una finestra — che molti analisti stimano in non più di tre-cinque anni — per ridefinire la propria posizione nell’ordine globale emergente: o come appendice strategica dell’Occidente a guida americana, oppure come attore autonomo capace di dialogare con tutti i poli del sistema multipolare.

Le crisi geopolitiche ed economiche sono, nella storia, i momenti in cui gli ordini si disintegrano e i nuovi emergono. La Prima Guerra Mondiale ha distrutto l’ordine imperiale europeo e aperto la strada alla supremazia angloamericana. La Grande Depressione e la Seconda Guerra Mondiale hanno liquidato quel primo tentativo di ordine liberale multilaterale e costruito, sulle sue ceneri, il sistema di Bretton Woods. Lo shock petrolifero del 1973 ha anticipato la fine della crescita illimitata del dopoguerra e aperto l’era della finanziarizzazione e della globalizzazione neoliberale.

La crisi di Hormuz del 2026 appartiene a questa categoria di eventi fondativi. Non è un’interruzione temporanea che si risolverà con qualche aggiustamento marginale — è la prova generale di un ordine che viene. Le infrastrutture terrestri eurasiatiche che i BRICS+ stanno attivando non torneranno inutilizzate quando lo Stretto riaprirà. Le relazioni commerciali denominate in valute non-dollaro non si dissolveranno con il ritorno alla normalità nei mercati energetici. La fiducia nelle rotte marittime controllate dalle potenze anglosassoni — già incrinata dopo l’episodio del Canale di Suez del 2021 (la nave Ever Given) e l’instabilità nel Mar Rosso del 2023-2024 — ha subito una frattura che non si sutura semplicemente con la riapertura di un passaggio.

Le crisi non creano le condizioni del cambiamento, le rivelano. Le rotte terrestri eurasiatiche, la de-dollarizzazione, i nuovi sistemi di pagamento BRICS+, tutto questo esisteva già, lo sappiamo. Hormuz ha semplicemente reso evidente che è il futuro, non un esperimento marginale.

Gli investitori globali lo hanno capito prima dei governi occidentali. Il rendimento dei Treasury americani a dieci anni ha toccato il 5,8 per cento a metà maggio — il massimo da decenni — mentre le valute dei paesi BRICS+ hanno mostrato una tenuta sorprendente nonostante la volatilità generale. Il rublo, supportato dalle esportazioni energetiche terrestri verso la Cina, è rimasto stabile. Lo yuan ha guadagnato terreno come valuta di riserva. La rupia indiana si è apprezzata rispetto all’euro.

Il panorama delle istituzioni finanziarie internazionali riflette questa transizione. La New Development Bank dei BRICS ha approvato in aprile un pacchetto di emergenza da 15 miliardi per finanziare l’adeguamento infrastrutturale dei paesi membri più colpiti dalla crisi logistica. La velocità e l’entità di questa risposta non hanno precedenti nella storia dell’istituzione, e sono state deliberatamente messe a confronto con i tempi burocratici del FMI e della Banca Mondiale.

Verso la Grande Convergenza Eurasiatica

Guardando oltre l’emergenza immediata, quello che si intravvede è uno scenario di riassetto strutturale del commercio e della geopolitica globale che potrebbe dispiegarsi nel corso del prossimo decennio con conseguenze paragonabili a quelle della fine della Guerra Fredda. La grande convergenza eurasiatica — il progressivo allineamento degli interessi commerciali e strategici di Cina, Russia, India, Iran, paesi del Golfo e dell’Africa subsahariana attorno a un sistema di rotte, valute e istituzioni alternativo a quello occidentale — ha nell’allargamento BRICS+ il suo quadro istituzionale e nella crisi di Hormuz il suo momento catalizzatore.

La presenza nell’organizzazione BRICS+ sia dell’Arabia Saudita sia dell’Iran — nonostante le tensioni bilaterali che hanno contribuito alla crisi stessa — è di per sé un dato straordinario. Il blocco comprende oggi paesi che rappresentano il 46 per cento della popolazione mondiale, il 37 per cento del PIL globale in parità di potere d’acquisto, il 44 per cento della produzione petrolifera mondiale e oltre il 55 per cento delle riserve accertate di gas naturale. Non si tratta di un club di paesi marginali in cerca di visibilità: è la maggioranza economica e demografica del pianeta che si organizza in forma alternativa.

Le proiezioni demografiche e di crescita economica rendono questo dato ancora più significativo. Secondo le stime di Goldman Sachs Asset Management, entro il 2035 i paesi BRICS+ rappresenteranno il 50 per cento del PIL mondiale in PPP e due terzi della crescita globale. L’Europa e gli Stati Uniti, pur mantenendo livelli di reddito pro capite superiori, vedranno la loro quota di commercio mondiale e di influenza nelle istituzioni finanziarie internazionali ridursi progressivamente.

La crisi di Hormuz appare meno come un incidente drammatico e più come il prologo di una storia già scritta.

C’è un’ironia nella storia che non sfugge a chi osserva i grandi cicli della geopolitica: l’ordine commerciale moderno è nato dalla terra — dalle carovane della Via della Seta, dai corridoi speziati dell’Asia centrale, dai mercati continentali dell’Eurasia medievale — prima che i navigatori portoghesi e spagnoli spostassero il baricentro del potere verso i mari. Per cinque secoli, le potenze marittime hanno dominato il pianeta. La crisi di Hormuz del 2026 potrebbe segnare l’inizio del ciclo successivo: il ritorno della terra.

Non si tratta di un ritorno al passato, ma di una sintesi nuova: reti ferroviarie ad alta velocità invece di carovane, gasdotti e cavi dati invece di caravanserragli, sistemi di pagamento digitali in valute nazionali invece di monete d’oro. I BRICS+ non stanno offrendo al mondo un’utopia; stanno offrendo un’infrastruttura che è già in costruzione e che la crisi di Hormuz ha reso urgente e visibile. Questo è.

Il vecchio ordine non scomparirà domani mattina. Il dollaro rimarrà valuta di riserva significativa per decenni. La Marina americana resterà la più potente del mondo. Le istituzioni di Bretton Woods continueranno a operare. Ma l’egemonia — quell’uso del potere che non richiede spiegazioni perché appare naturale e inevitabile — quella sì, si sta concludendo. E quando un’egemonia finisce, non torna.

Mackinder scrisse la sua teoria dell’Heartland per avvertire l’Impero Britannico del pericolo che veniva dall’interno del continente eurasiatico. L’avvertimento arrivò tardi e fu ignorato. Oggi, centoventidue anni dopo, la sua profezia si compie non come trionfo di una singola potenza terrestre, ma come riequilibrio di un sistema che aveva perso il proprio centro di gravità.

La terra sta riprendendo quello che il mare aveva preso. E lo Stretto di Hormuz — quella sottile linea d’acqua tra l’Oman e l’Iran — è il punto in cui la storia ha scelto di voltare pagina.

❌