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Presidentes de Italia y Corea del Sur sostuvieron encuentro en Roma

11 June 2026 at 17:48

Roma, 11 jun (Prensa Latina) El presidente de Italia, Sergio Mattarella, sostuvo hoy en el Palacio del Quirinal, de esta capital, conversaciones con su homólogo surcoreano, Lee Jae Myung, en interés del fortalecimiento de los vínculos bilaterales.

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Una Schengen militare e stop al protagonismo francese. Le priorità della difesa Ue secondo Donazzan

11 June 2026 at 16:36

C’è chi vuole sostituire il made in Europe con il made in France e a noi non sta bene. L’Italia è eccellenza mondiale riconosciuta in un settore dove l’Ue deve accelerare. Risponde da Riga l’europarlamentare di Ecr/FdI Elena Donazzan, dove sta partecipando all’Ecr Bureau Meeting dedicato alla nuova difesa europea. Una due giorni ricca di dialoghi con i maggiori esponenti delle istituzioni comunitarie, come Jānis Karlsbergs, Presidente del Consiglio di amministrazione dell’Organizzazione transatlantica lettone e della StratCom della Nato, o Mario Mauro, Coordinatore europeo per il corridoio di trasporto Ten-T Baltico-Mar Nero-Egeo, o il Vicepresidente del Parlamento Europeo Roberts Zīle. “Non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così”, dice Donazzan a Formiche.net.

Come i paesi europei stanno affrontando il tema fondamentale della difesa e dell’industria ad essa connessa?

I conservatori di Ecr lo stanno affrontando con un giusto pragmatismo, senza furore vista la delicatezza del tema: occorre praticità rispetto al contesto in cui viviamo oggi, ovvero una stagione molto particolare nata all’indomani dell’aggressione russa all’Ucraina in cui l’Europa stessa deve ripensare al suo modello di difesa che ha in qualche modo lasciato sempre o delegato totalmente alla Nato.

Da dove iniziare?

Da un lato l’Ue deve riservarsi un posto da compartecipe e dall’altro deve essere consapevole che l’Europa stessa è molto differenziata nelle sue sensibilità. La forza dei ragionamenti portati avanti in Europa da Ecr è quella di leggere le sensibilità dei singoli paesi che compongono l’Europa, senza volere in questo caso una taglia unica per la difesa per tutti. Faccio l’esempio dei Paesi baltici, dove la storia recente è fatta di preoccupazione: lì il rischio è percepito in modo diverso rispetto ad un’aggressione via terra. Per cui ci sono esigenze che devono essere affrontate con l’attenzione dovuta.

I paesi di area med che cosa si aspettano e cosa possono dare?

Le scelte vanno fatte rispettando le diverse peculiarità: ad esempio, per noi Paesi del Mediterraneo va tenuta in debita considerazione anche la cultura del rapporto tra territorio e difesa, che è molto forte e molto radicata, con una bella eredità data dalla nostra particolare e invidiabile posizione nel Mediterraneo. Per cui dobbiamo costruire un programma della difesa che tenga conto di una certa dose di indipendenza, del rispetto dei trattati, delle scelte dei singoli Stati membri, ma non è tutto.

Ovvero?

D’altro canto, però, dobbiamo provare a costruire un’autonomia dell’industria della difesa ed è questo il tema principale che abbiamo trattato in questi due giorni a Riga, partendo da un tema strategico come la cultura della difesa. Si tratta di una forma di educazione. Nei 27 Stati membri c’è chi ha, per esempio, un servizio militare obbligatorio, chi ce l’ha su base volontaria e chi lo sta ripensando. Germania e Francia inoltre hanno già deliberato di voler aumentare il loro contingente di riservisti e ieri il nostro ministro della difesa Guido Crosetto ha presentato una proposta di revisione dell’intera struttura della difesa, pensando ad un ampliamento e a una riserva organizzata. Ci rendiamo tutti conto che questi sono temi di straordinaria attualità, che vanno affrontati anche con velocità.

Come una maggiore mobilità militare all’interno dell’Ue potrà dare un contributo alla sicurezza europea, anche in riferimento alla nuova cooperazione da immaginare con la Nato?

La voce mobilità è fondamentale e direi che è un prerequisito. Mi spiego: possiamo avere procedure di comando e controllo da costruire, possiamo avere divise diverse da vestire, sempre ovviamente con la mimetica, ma con colori leggermente diversi, ma non possiamo non avere la stessa capacità di muovere il tutto all’interno dell’Europa. Quando è stato discusso il dossier sulla mobilità militare è emerso che occorre purtroppo un mese e mezzo di pratiche e di timbri per spostare una brigata dalla Francia all’Ucraina. Un lasso di tempo impossibile: per cui serve affrontare con chiarezza la questione della burocrazia e delle procedure. C’è bisogno con urgenza di una Schengen militare.

Sulla difesa, però, il parlamento italiano vede le opposizioni divise.

L’opposizione vive una sua profonda frustrazione in questo campo, perché ha una ideologia di fondo che è antimilitarista, che si tramuta in una sua incapacità di guardare la politica estera. Negli anni questo si è visto con chiarezza e ha fatto da contraltare alla credibilità con cui il Governo Meloni ha affrontato l’argomento, mettendo sempre al centro l’interesse nazionale in una postura che è quella di relazioni internazionali robuste, serie e non piegate ad altre logiche. Vorrei ricordare, inoltre, che abbiamo ereditato politiche dei governi di sinistra che hanno depotenziato tutta la struttura della difesa italiana dal punto di vista della motivazione e degli investimenti. Lavoriamo per invertire la rotta.

Ci avviciniamo al vertice di Ankara, dove si tratteranno temi complessi come il futuro della Nato e l’industria europea della difesa: guardando anche alle grandi competenze che le aziende italiane hanno, quale potrà essere il nostro ruolo?

Come vicepresidente della Commissione industria e come membro della Commissione difesa, osservo che il tentativo francese è sempre quello sostituire il made in Europe con il made in France. Per cui dovremo essere bravi nel far emergere la qualità della nostra capacità di produrre: l’Italia non è seconda a nessuno. Noi abbiamo campioni come Leonardo e Fincantieri, abbiamo competenze straordinarie, abbiamo una storia di tradizione che passa da Iveco Defence. Parliamo di mezzi che sono venduti in tutto il mondo, senza dimenticare le eccellenze dell’aeronautica e dello spazio. L’Italia è la nazione in Europa che ha una storia di spazio estremamente robusta che ci fa stare in tutte le missioni della Nasa. Quindi noi non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così. Noi vogliamo che nei programmi ci sia la collaborazione di almeno due Stati membri. Per cui l’Italia è un partner bello e affidabile. Bello nel senso che ha buone relazioni e affidabile perché ha competenze e capacità oggettive.

La lettera del Congresso a Greer e Lutnick. Nuovo capitolo per la Mfn

11 June 2026 at 15:41

L’ultimo capitolo della saga Mfn arriva dal Congresso statunitense, dove 48 deputati repubblicani guidati dal vicepresidente della Commissione Ways and Means Vern Buchanan, dal presidente della House Budget Committee Jodey Arrington e da Nicole Malliotakis hanno inviato una lettera all’U.S. Trade Representative Jamieson Greer e al segretario al Commercio Howard Lutnick chiedendo di procedere rapidamente con un’indagine ai sensi della Section 301 contro le politiche di determinazione dei prezzi dei medicinali adottate da diversi Paesi stranieri.

La lettera

Nella missiva i parlamentari sostengono apertamente la linea della Casa Bianca, secondo cui molte economie avanzate beneficiano dell’innovazione farmaceutica sviluppata negli Stati Uniti senza contribuire in maniera proporzionata ai costi di ricerca e sviluppo. “Per troppo tempo nazioni straniere benestanti hanno raccolto i benefici dell’innovazione farmaceutica americana utilizzando controlli sui prezzi e altre politiche scorrette per evitare di pagare la loro giusta quota”, scrivono i firmatari, chiedendo all’amministrazione di utilizzare tutti gli strumenti commerciali disponibili per contrastare quello che definiscono un fenomeno di free-riding. “Mentre i precedenti presidenti sono rimasti a guardare consentendo alle nazioni straniere di approfittare degli Stati Uniti, il presidente Trump ha giustamente invocato un’azione commerciale decisa per affrontare questo problema”, si legge ancora.

L’iniziativa rappresenta l’ulteriore tassello di una posizione ormai consolidata. La Casa Bianca e, ora apertamente, anche i rappresentanti del Congresso considerano il recente accordo raggiunto con il Regno Unito come il modello da replicare a livello internazionale. Secondo i sostenitori, l’intesa avrebbe dimostrato che negoziati commerciali mirati sul tema del pricing possono portare benefici ai pazienti e ai contribuenti americani, inducendo i partner a sostenere una quota maggiore dei costi dell’innovazione.

“Il presidente Trump è stato inequivocabile: le altre nazioni ricche devono fare un passo avanti e pagare la loro giusta quota per l’innovazione farmaceutica salvavita invece di fare affidamento sui pazienti americani” ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Kush Desai a Politico, sintetizzando la posizione dell’amministrazione.

I Paesi nel mirino di Washington

Fra i Paesi oggetto di osservazione nel paniere elaborato dagli Usa ci sono Canada, Francia, Italia, Giappone, Corea del Sud e Regno Unito, insieme ad altre economie europee. Ma, oggi nel mirino di Washington c’è in particolare la Germania – menzionata anche ripetutamente nella lettera dei congressmen, insieme a Francia, Canada e Giappone.

Berlino sta infatti discutendo una riforma volta a contenere la spesa farmaceutica e, secondo diverse ricostruzioni, sarebbero già in corso colloqui riservati tra esponenti del governo tedesco e rappresentanti dell’amministrazione statunitense. Sul tavolo non vi sarebbero soltanto i prezzi dei farmaci, ma anche investimenti industriali e competitività del settore. Negli ultimi giorni alcune delle principali aziende del comparto hanno espresso crescente preoccupazione per il deterioramento del contesto europeo e, in particolare, per l’approccio intrapreso da Berlino nelle riforme. Eli Lilly ha annunciato la revisione di un piano da 2,3 miliardi di euro in Germania, destinando parte delle risorse agli Stati Uniti. Anche Boehringer Ingelheim ha comunicato la cancellazione di investimenti programmati tra il 2027 e il 2030 per circa 900 milioni di euro.

Le motivazioni richiamano il tema, ormai ricorrente nel dibattito, legato alla crescente difficoltà dell’Europa nel competere con Stati Uniti e Asia per attrarre e valorizzare ricerca, sviluppo e produzione ad alto valore aggiunto. Le prospettive di ulteriori misure di contenimento della spesa – dal punto di vista delle aziende – rischiano di ridurre la prevedibilità regolatoria e la capacità del continente di attrarre e mantenere investimenti.

E l’Italia?

La questione assume una rilevanza particolare per l’Italia, che negli ultimi anni ha consolidato il proprio ruolo di leadership nella manifattura farmaceutica europea. Se l’amministrazione americana dovesse proseguire lungo la strada delle investigazioni, anche Roma potrebbe essere chiamata a dimostrare l’attrattività e la competitività del proprio modello. Nei 10 mesi successivi all’introduzione della Mfn, il nostro Paese ha già vissuto un crollo del 66,7% del lancio dei nuovi farmaci, attestandosi fra i più colpiti in Europa, a fronte di una media Ue del -35%.

Al netto dell’ormai annosa questione del payback, da tempo indicata dall’industria come uno dei principali fattori di incertezza, il tema riguarda più in generale la capacità del Paese di offrire un quadro regolatorio stabile, prevedibile e favorevole agli investimenti. E, in un contesto Europeo non semplice, l’Italia ha il potenziale di agire fra i primi. Il Testo unico farmaceutico, ad esempio, potrebbe trasformarsi in qualcosa di più di un semplice esercizio di riordino normativo se saprà affrontare alcuni dei nodi che da anni alimentano il dibattito sulla competitività del settore. Un obiettivo tutt’altro che scontato, ma che assume un peso crescente mentre il resto del mondo corre.

Il puzzle a Kyiv si risolve con l’inviato Ue, non con i minivertici. Meloni in aula

11 June 2026 at 15:21

Serve più europeismo sull’Ucraina, traguardo che si può raggiungere con un volto Ue dedito al negoziato e non con piccole riunioni che non decidono nulla. Parte da questa considerazione valoriale Giorgia Meloni nel suo intervento in Aula, in vista del Consiglio europeo.

Lo scatto che deve fare l’Ue

Lungo e articolato il nerbo delle comunicazioni con cui la presidente del Consiglio dice essenzialmente due cose: serve una svolta europea su Kyiv (anche nelle teste di chi convoca vertici ristretti) e l’Italia non è parte del conflitto iraniano e non intende diventarlo.

Sul primo punto la traccia è chiara: il periodo in cui viviamo è caratterizzato da “trasformazioni profonde e sfide complesse”, come la guerra in Ucraina che proprio oggi supera, per durata, la Prima Guerra Mondiale. L’Italia, spiega Meloni, resta coerente: sia nella solidarietà all’Ucraina che nel sostegno alla sua difesa oltre che a mantenere la pressione su Mosca. Ma Meloni aggiunge un elemento di prospettiva: dal momento che la fermezza da sola non basta più, occorre una visione di lungo periodo. Ovvero gettare le basi per le condizioni della pace, “lavorando, insieme ai nostri alleati, a solide garanzie di sicurezza per l’Ucraina e a una nuova architettura di sicurezza europea che possa assicurare stabilità nel lungo periodo”.

Il modus operandi: l’unità

E come si raggiunge tale ambizioso risultato? Tramite “l’unità euro-atlantica e il coordinamento tra Europa e Stati Uniti, sfida non sempre facile, ma necessaria”. Dunque, sottolinea con veemenza, è l’Europa a doverle negoziare, senza subire i diktat altrui: cosa che non è immaginabile senza una figura che “possa rappresentare gli interessi europei nel tavolo negoziale, perché procedere a tentoni con formati variabili, non adeguatamente rappresentativi, produce solo frammentazione, confusione, debolezza”.

E aggiunge un passaggio nevralgico: “Il tema vero, dal mio punto di vista, non è chi faccia o meno parte di questo o di quel formato, ma piuttosto il fatto che, allo stato, nessun formato ha la legittimità per parlare a nome dell’intera Europa”. Per questo motivo “sostengo, da tempo, la necessità di individuare una figura autorevole, investita della fiducia e del mandato di tutti gli Stati Membri per portare il punto di vista dell’Europa, ed è in questa direzione che continuo a lavorare”.

Da qui, poi, (e solo da questa premessa) si potrà partire per inseguire l’altro grande obiettivo: l’ingresso dell’Ucraina nell’Ue, ma senza sorpassare paesi come Moldova e Balcani occidentali che sono in attesa ormai da anni e che hanno risposto positivamente ai capitoli di riforme stimolati da Bruxelles.

Iran e no war

Il secondo punto che verrà trattato nel prossimo Consiglio europeo è la crisi in Medio Oriente, “che continua a destare enorme preoccupazione sotto il profilo umanitario, della sicurezza regionale e della stabilità economica globale”. Preoccupazioni che abbracciano secondo il presidente del consiglio gli equilibri internazionali, la libertà di navigazione, i mercati energetici, le catene di approvvigionamento, le economie europee, compresa quella italiana. La linea di Palazzo Chigi, ribadisce, non cambia: l’Italia non è parte del conflitto, e non intende diventarne. “Il nostro obiettivo è che la guerra termini al più presto, che si eviti un ulteriore allargamento della crisi e che si creino le condizioni per riportare il confronto dentro un percorso politico e diplomatico”.

Infine un passaggio sulla difesa. Secondo Meloni si discute di percentuali, ma il tema della sicurezza è senza dubbio più ampio. “Il tema della sicurezza non è solo difesa, non sono solo armi, anche per quello che riguarda la difesa noi dobbiamo fare i conti con il fatto che quello che vediamo accadere attorno a noi ci racconta un modello che sta cambiando”.

Le opposizioni divise

Ma mentre il centrodestra ha presentato una risoluzione unitaria siglata da tutti i partiti (FdI, Lega, Forza Italia e Noi Moderati), il campo largo è diviso. Secondo il Pd  “la prospettiva dell’adesione dell’Ucraina all’Unione europea rappresenta una scelta strategica fondamentale per il continente europeo e il concreto avanzamento del percorso di integrazione europea”, si legge nelle premesse. Per cui  impegna il governo ad “adoperarsi, insieme ai partner europei, per garantire la prospettiva dell’ingresso dell’Ucraina nell’Unione europea e promuovere l’apertura dei capitoli negoziali”. Fa alcuni distinguo il Movimento 5 Stelle che non accetta l’idea dell’Ucraina in Ue.

Sardenha. Proteção de dunas leva a proibição de guarda-sóis

11 June 2026 at 12:46
Novas regras devem-se aos fenómenos climáticos extremos que colocam em risco as dunas e incluem também o pagamento de uma entrada por pessoa que varia entre os cinco e os dez euros.

© Getty Images

Praia de Punta Molentis estava encerrada desde julho de 2025, devido a um incêndio.

Primera ministra italiana prioriza atención a crisis en Medio Oriente

11 June 2026 at 11:40

Roma, 12 jun (Prensa Latina) La primera ministra de Italia, Giorgia Meloni, informó hoy durante una presentación ante el Parlamento, que en el próximo Consejo Europeo abordará la importancia de impulsar las negociaciones para poner fin al actual conflicto en Medio Oriente.

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La maliziosa operazione Onorato, e la più seria sfida di Spazio Pubblico

11 June 2026 at 03:47

Chi è Alessandro Onorato? Un assessore romano molto in gamba che comincia, su ispirazione del Richelieu del campo largo, Goffredo Bettini, ad avere uno spazio nazionale, tanto da essere presentato come – leggo su Repubblica – “l’enfant prodige” della politica romana.

Ad occhio, guardando i suoi Instagram, un Renzi 2 la vendetta. La differenza è che, visti i precedenti, Onorato viene custodito al di fuori del recinto Pd, nella speranza che il suo nuovo partito “civico” (formato da amministratori locali) innervi con sangue fresco la coalizione di sinistra senza mettere a rischio la segreteria Schlein.

Progetto Civico, questo il nome, si presenterà al mondo il prossimo 12 giugno alla presenza di tutti i vertici del campo largo. Tutti i vertici ho scritto? Ho sbagliato. Mi sono fatto ingannare proprio dall’articolo odierno di Repubblica, dove è scritto che «sarà presente tutto l’arco costituzionale del campo largo: dalla segretaria del Pd, Elly Schlein, a quelli di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, Europa verde, Angelo Bonelli, e +Europa, Riccardo Magi».

No, Renzi non è previsto nel manifesto di convocazione. Non fa parte dell’arco costituzionale del Campo Largo? C’è una fatwa su di lui del professor Gustavo Zagrebelsky e di Enzo Iacchetti? Non sappiamo, comunque non c’è; evidentemente ha fiutato l’aria del trappolone, visto che il mandato di Onorato è, se ho ben capito, di non strappare nemmeno un voto al partito di Schlein (dagli altri non ne riceverebbe comunque). A chi dunque? Un progetto che a Renzi forse appare ben studiato e malizioso.

Nei giorni scorsi si è però manifestato un fatto nuovo che potrebbe intralciare i disegni dei vertici del campo largo. Dopo molti scontri e ripensamenti Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento Europeo e a suo tempo segretaria dei giovani della Margherita, ha rotto col Pd e ha creato una sua associazione politica attingendo ad aree diverse: dai riformisti del Pd e della sinistra all’area liberale che oggi si ritrova in Europa Radicale, fino ai senza patria partitica.

L’appello di Spazio Pubblico è rivolto a chi rifiuta i giochi senza costrutto di due schieramenti che si somigliano così tanto da doversi insultare quotidianamente per distinguersi; a chi è deluso dai litigiosi tentativi falliti di aprire spazi al centro; a chi non sopporta le reticenze degli uni e degli altri sull’aiuto militare all’Ucraina democratica contro l’imperialismo russo, o teme che l’estremismo proPal si traduca nel sostegno rossobruno a tutti gli antisemitismi latenti.

La differenza rispetto all’operazione Onorato è tutta qui. Se Progetto Civico nasce per ampliare il perimetro del campo largo, Spazio Pubblico potrebbe ambire a qualcosa di diverso: costruire un soggetto politico capace di dialogare con elettori provenienti da entrambe le coalizioni e con quanti oggi non si sentono rappresentati da nessuna delle due.

Vedremo se Picierno riuscirà nell’impresa: fare di Spazio Pubblico il soggetto aggregatore di quanti hanno perso ogni fiducia nell’agitato immobilismo dei due schieramenti che si contendono il governo. Se riuscisse ad aggregare l’elettorato oggi disperso tra le varie liste di ispirazione liberaldemocratica, se i sondaggi nel tempo indicassero un consenso simile a quello che quelle liste hanno raccolto, separate, nel recente passato, il panorama politico ne verrebbe scombussolato.

A destra come a sinistra, tutti dovrebbero fare i conti non con le modeste oscillazioni sismiche dei sondaggi ma, finalmente, con la realtà dei temi e delle soluzioni liberali. In quel caso, a destra come a sinistra, diventerebbe più difficile continuare a ragionare esclusivamente in termini di alleanze, veti e giochi di palazzo. Tornerebbero al centro del confronto temi spesso rimasti ai margini: il ruolo dell’ltalia in Europa, la competitività economica, la riforma delle istituzioni, la difesa dello Stato di diritto, il sostegno alle democrazie minacciate.

Le conseguenze potrebbero farsi sentire anche nell’area minoritaria del centrodestra, dove una proposta liberale, europeista e meno acquiescente verso gli strappi sovranisti potrebbe trovare ascolto. Soprattutto se Picierno comincerà a rivolgersi anche a quest’area, ricordando la sua campagna controcorrente nella sinistra per il sì al referendum sulla separazione delle carriere e il suo intransigente federalismo europeo.

È una sfida difficile. Ma almeno pone una domanda che la politica italiana evita da troppo tempo: esiste ancora uno spazio per un centro che non sia soltanto una sottocorrente di uno dei due schieramenti? È una sfida difficile, ma il fatto stesso che la domanda sia tornata sul tavolo è già una buona notizia politica.

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