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Caso arbitro somalo, Infantino spudorato: “Episodio sfortunato e spiacevole. Non possiamo controllare tutto”

10 June 2026 at 20:34

“Un caso sfortunato e spiacevole”. Così Gianni Infantino – presidente della Fifa – ha commentato il caso diventato internazionale dell’arbitro somalo, Omar Artan, a cui è stato negato l’ingresso negli Stati Uniti, dove si era recato in quanto arbitro designato per i Mondiali 2026. “È spiacevole quello che è successo a… Omar, l’arbitro somalo. Ma, ripeto, non possiamo controllare tutto“, ha dichiarato Infantino in una conferenza stampa alla vigilia del torneo.

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L’albo d’oro dei Mondiali

Omar Artan, che nel 2025 è stato eletto come miglior arbitro dell’Africa da parte della Federazione africana, è stato trattenuto e interrogato per 11 ore in aeroporto e alla fine è stato rimandato indietro, in Somalia, dove è stato accolto da eroe. “Non mi lascio scoraggiare, nel 2030 tornerò e renderò la Somalia orgogliosa”, ha detto Artan al rientro a Mogadiscio. Successivamente è stato anche portato in uno stadio, accolto da migliaia di tifosi.

Artan è stato cacciato senza una motivazione ufficiale. Nel frattempo, un funzionario del Dipartimento di Stato americano parlando con i media francesi ha dichiarato che l’arbitro era “legato a presunti membri di organizzazioni terroristiche” e che dunque “il viaggiatore non era idoneo all’ingresso negli Stati Uniti”. Come spiega però il New York Times, potrebbe trattarsi di un clamoroso caso di omonimia, visto che Artan ha più volte ribadito di non sapere nulla di organizzazioni terroristiche – di Al-Shabab nello specifico – e di essere solo un arbitro di calcio.

La decisione è stata presa “per ottime ragioni”, si è limitato a dire Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force Fifa della Casa Bianca. “Ci sono cose di cui non possiamo parlare. Posso dire che chiunque parli con ‘soggetti negativi‘ che mirano a danneggiare gli Stati Uniti non saranno ammessi nel nostro paese. Non permetteremo che un torneo di calcio, anche se enorme, diventi una minaccia per gli americani. Siamo orgogliosi del lavoro che è stato fatto sinora a livello di visti: vogliamo che ci sia massima sicurezza per tutti”, ha aggiunto a Sky News

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La prigione dei Mondiali: a Kansas City il carcere per i tifosi costato 25 milioni. Da simbolo a flop: non sarà pronto per l’arrivo di Messi

10 June 2026 at 17:48

Doveva essere pronta prima dell’arrivo di Lionel Messi e delle centinaia di migliaia di tifosi attesi per il Mondiale 2026. Doveva rappresentare la risposta di Kansas City a quella che le autorità locali consideravano una delle principali sfide dell’evento: gestire l’inevitabile aumento di arresti, disordini e reati minori legati all’afflusso di visitatori. Invece la cosiddetta “prigione dei Mondiali” rischia di diventare il simbolo di un’altra storia: quella di un progetto costato 25,8 milioni di dollari che non sarà pronto in tempo. A Kansas City il calcio è arrivato accompagnato da promesse, investimenti e aspettative enormi.

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La città del Missouri ospiterà 6 partite della Coppa del Mondo e si prepara ad accogliere circa 650mila visitatori. Tra le attrazioni più attese c’è l’Argentina di Messi, ma anche le Nazionali di Inghilterra e Paesi Bassi hanno scelto l’area metropolitana come base operativa durante il torneo. Per una città di circa 2,2 milioni di abitanti, la più piccola tra le 11 sedi statunitensi del Mondiale, si tratta di un banco di prova senza precedenti. È proprio questo scenario che, negli ultimi due anni, è stato utilizzato dai politici locali per giustificare la costruzione di una struttura detentiva modulare da 100 posti letto. Kansas City non possiede una prigione municipale dal 2009: chi viola le ordinanze cittadine viene trattenuto nelle stazioni di polizia oppure trasferito in strutture situate a oltre 80 chilometri di distanza.

Un problema logistico che, secondo gli amministratori, sarebbe diventato ancora più grave durante il Mondiale. Come riporta The Athletic, già nel maggio 2025 il city manager Mario Vasquez aveva avvertito che la città doveva essere pronta ad affrontare “alcuni degli spiacevoli eventi che potrebbero verificarsi” durante la competizione, accelerando la realizzazione di una struttura capace di gestire eventuali violazioni penali o comportamenti scorretti dei visitatori. Da quel momento, media locali e attivisti hanno iniziato a ribattezzarla la “prigione dei Mondiali”. La struttura avrebbe dovuto aprire il primo giugno 2026, appena due settimane prima della gara tra Argentina e Algeria. Non accadrà. I ritardi nella consegna di alcuni componenti da parte dei produttori e quelli nella formazione del personale hanno fatto slittare l’entrata in funzione.

A fine maggio, l’ufficio del city manager ha confermato che durante il torneo i detenuti non saranno ospitati nella nuova struttura. Il paradosso è evidente. Per rispettare le scadenze, il consiglio comunale aveva perfino autorizzato deroghe alle consuete procedure ambientali. L’opera, inoltre, è stata finanziata interamente attraverso una tassa locale destinata alla sicurezza pubblica, ossia un’imposta dal valore di 24 milioni di dollari annui. Insomma, per questa prigione modulare è stato speso più dell’intero bilancio annuale. Ma le polemiche non riguardano soltanto i ritardi. Quando i consiglieri comunali hanno visionato le immagini aeree dell’edificio, alcuni lo hanno paragonato a un magazzino, altri a un centro di detenzione dell’Ice. Le fotografie della struttura, priva di finestre visibili e composta da moduli prefabbricati, hanno alimentato ulteriormente le critiche.

Le associazioni contrarie al progetto hanno organizzato manifestazioni con slogan come “Lo sport unisce, le carceri separano”. Secondo Dylan Pyles, del gruppo Decarcerate KC, la struttura sarebbe servita soprattutto a “ripulire le strade mentre la città è sotto i riflettori del mondo”. Un’accusa respinta dall’amministrazione, che insiste sul fatto che l’edificio sarà dotato di servizi medici, aree ricreative all’aperto e spazi progettati per garantire condizioni dignitose. Nel frattempo anche il racconto politico è cambiato. Se fino a pochi mesi fa i Mondiali venivano indicati come una delle ragioni principali dell’urgenza del progetto, oggi diversi amministratori preferiscono minimizzare il collegamento.

Nel luglio del 2025, il consigliere Wes Rogers dichiarò: “Che siamo pronti o no, i Mondiali arriveranno, quindi dobbiamo assolutamente costruire questa struttura. Lo scorso maggio ha invece parlato della Coppa del Mondo come di una semplice “nota a piè di pagina” in una questione più ampia: la necessità di dotare Kansas City di una prigione municipale”. Dei quasi 160 milioni di dollari di fondi pubblici e aiuti federali mobilitati per il torneo nell’area di Kansas City, quei 25,8 milioni rappresentano forse la spesa più controversa.

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Mondiali, albo d’oro: guida il Brasile con 5 titoli, poi Italia e Germania | Storia e classifiche

10 June 2026 at 16:23

Con l’inizio dei Mondiali 2026, al via tra Stati Uniti, Canada e Messico, il calcio si prepara a scrivere un nuovo capitolo della sua storia. Dal 1930, anno della prima edizione disputata in Uruguay su impulso dell’allora presidente FIFA Jules Rimet, la Coppa del Mondo è diventata l’evento sportivo più seguito del pianeta, capace di consacrare le più grandi nazionali della storia.

In 22 edizioni disputate, il trofeo è stato conquistato soltanto da otto Paesi. In cima all’albo d’oro c’è il Brasile, unica nazionale ad aver partecipato a tutti i Mondiali e vincitrice di cinque titoli (1958, 1962, 1970, 1994 e 2002). Alle sue spalle figurano Germania e Italia con quattro successi ciascuna. Gli Azzurri, quattro volte campioni, sono i grandi assenti della manifestazione ormai da tre edizioni consecutive. Mentre l’Argentina, campione in carica dopo il trionfo in Qatar nel 2022, occupa il terzo gradino con tre vittorie.

Completano l’elenco delle nazionali iridate Francia e Uruguay, entrambe a quota due titoli, seguite da Inghilterra e Spagna, capaci di vincere una sola volta rispettivamente nel 1966 e nel 2010. Nessuna squadra appartenente a federazioni africane, asiatiche, nordamericane o oceaniche è mai riuscita a sollevare la Coppa del Mondo o anche soltanto a disputare una finale.

La storia del torneo racconta infatti il dominio quasi assoluto di Europa e Sudamerica. Delle 22 finali giocate, soltanto Paesi di questi due continenti hanno raggiunto l’ultimo atto della competizione. Un equilibrio che potrebbe essere messo alla prova proprio nell’edizione 2026, la prima con 48 squadre partecipanti. Tra vecchie rivalità e nuove ambizioni, la corsa al titolo mondiale è pronta a ripartire ancora una volta.

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L’albo d’oro dei Mondiali di calcio

Uruguay 1930 – Uruguay (4-2 contro l’Argentina)
Italia 1934 – Italia (2-1 dts contro la Cecoslovacchia)
Francia 1938 – Italia (4-2 contro l’Ungheria)
Brasile 1950 – Uruguay (2-1 contro il Brasile)
Svizzera 1954 – Germania Ovest (3-2 contro l’Ungheria)
Svezia 1958 – Brasile (5-2 contro la Svezia)
Cile 1962 – Brasile (3-1 contro la Cecoslovacchia)
Inghilterra 1966 – Inghilterra (4-2 dts contro la Germania Ovest)
Messico 1970 – Brasile (4-1 contro l’Italia)
Germania Ovest 1974 – Germania Ovest (2-1 contro i Paesi Bassi)
Argentina 1978 – Argentina (3-1 dts contro i Paesi Bassi)
Spagna 1982 – Italia (3-1 contro la Germania Ovest)
Messico 1986 – Argentina (3-2 contro la Germania Ovest)
Italia 1990 – Germania Ovest (1-0 contro l’Argentina)
Stati Uniti 1994 – Brasile (0-0 dts, 3-2 dtr contro l’Italia)
Francia 1998 – Francia (3-0 contro il Brasile)
Corea del Sud e Giappone 2002 – Brasile (2-0 contro la Germania)
Germania 2006 – Italia (1-1 dts, 5-3 dtr contro la Francia)
Sudafrica 2010 – Spagna (1-0 dts contro i Paesi Bassi)
Brasile 2014 – Germania (1-0 dts contro l’Argentina)
Russia 2018 – Francia (4-2 contro la Croazia)
Qatar 2022 – Argentina (3-3 dts, 4-2 dtr contro la Francia)

La classifica delle Nazionali con più titoli Mondiali

1. Brasile – 5 titoli (1958, 1962, 1970, 1994, 2002)
2. Germania (Germania Ovest inclusa) – 4 titoli (1954, 1974, 1990, 2014)
2. Italia – 4 titoli (1934, 1938, 1982, 2006)
4. Argentina – 3 titoli (1978, 1986, 2022)
5. Francia – 2 titoli (1998, 2018)
5. Uruguay – 2 titoli (1930, 1950)
7. Inghilterra – 1 titolo (1966)
7. Spagna – 1 titolo (2010)

Nazioni che hanno disputato almeno una finale senza mai vincere il Mondiale

1. Paesi Bassi – 3 finali perse (1974, 1978, 2010)
2. Ungheria – 2 finali perse (1938, 1954)
2. Cecoslovacchia – 2 finali perse (1934, 1962)
4. Croazia – 1 finale persa (2018)
4. Svezia – 1 finale persa (1958)

La classifica per finali disputate dei Mondiali

1. Germania – 8 finali (4 vinte, 4 perse)
2. Brasile – 7 finali (5 vinte, 2 perse)
3. Italia – 6 finali (4 vinte, 2 perse)
4. Argentina – 6 finali (3 vinte, 3 perse)
5. Francia – 4 finali (2 vinte, 2 perse)
6. Paesi Bassi – 3 finali (0 vinte, 3 perse)
7. Uruguay – 2 finali (2 vinte)
8. Ungheria – 2 finali (0 vinte, 2 perse)
8. Cecoslovacchia – 2 finali (0 vinte, 2 perse)
10. Inghilterra, Spagna, Croazia, Svezia – 1 finale ciascuna

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Tragedia sfiorata in Ungheria-Kazakistan: telecamera cade da 20 metri e rischia di colpire un operatore

10 June 2026 at 16:10

Tragedia sfiorata in UngheriaKazakistan. Durante l’amichevole a Debrecen. Una telecamera – la classica spider-cam – è precipitata da circa 20 metri, sfiorando un operatore a bordo campo, che nel frattempo aveva in mano la propria per riprendere il match. La spider-cam aveva iniziato a emettere fumo nero già precedentemente, mentre era ancora sospesa sui cavi. L’incidente ha costretto l’arbitro a interrompere l’incontro per alcuni minuti.

Un episodio inedito, che ha lasciato con il fiato sospeso tutti gli spettatori presenti al match, finito poi 3-1 per l’Ungheria, con i gol di Szoboszlai, Schafer e Toth. Per il Kazakistan in gol Malyj. Il risultato è però passato in secondo piano, vista la tragedia sfiorata. La spider-cam, di dimensioni comunque grandi, è caduta a distanza di pochi centimetri dall’operatore L’accaduto intorno al 26esimo minuto, con il Kazakistan che in quel momento era in vantaggio grazie alla rete iniziale di Serhiy Malyi. Secondo le ricostruzioni dei media locali, il sistema di supporto della telecamera si è danneggiato a causa di un principio d’incendio (da qui il fumo nero), che ha compromesso uno dei cavi di sostegno.

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“Mio figlio rischiava la vita, a Palermo ci dissero che la situazione era troppo complicata per loro. In Germania l’hanno salvato”: così Jurgen Klinsmann

10 June 2026 at 15:13

Quelli appena trascorsi sono stati mesi difficili per Jurgen Klinsmann, ex attaccante di Inter e Sampdoria e campione del mondo con la Germania Ovest nel 1990. L’ex commissario tecnico tedesco ha raccontato le settimane di apprensione vissute dopo il grave infortunio del figlio Jonathan, portiere del Cesena. L’episodio risale al 18 aprile, durante la sfida sul campo del Palermo. In seguito a uno scontro di gioco con Ranocchia, Jonathan Klinsmann ha riportato la frattura di una vertebra cervicale. In un’intervista al Resto del Carlino, il padre ha spiegato che i momenti più delicati sono stati quelli compresi tra l’infortunio e l’operazione, effettuata quattro giorni più tardi.

“Sì, è stato in pericolo fino all’intervento”, ha raccontato Klinsmann, ricordando la forte preoccupazione di quei giorni. Secondo quanto riferito dall’ex attaccante, a Palermo i medici avrebbero giudicato il caso troppo complesso da gestire in loco. Per questo motivo la famiglia ha deciso di trasferire Jonathan in Germania con un volo organizzato appositamente. Il portiere è stato poi operato nella clinica universitaria di Heidelberg. “Lì gli hanno salvato la vita“, ha dichiarato Klinsmann. La fase più critica è ormai superata e Jonathan Klinsmann sta recuperando positivamente. Giovedì 11 giugno è prevista un’ultima visita di controllo, che servirà a valutare i tempi necessari per il ritorno in campo. Una notizia attesa con fiducia anche dal Cesena.

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Divieto di trasferta per 10 giornate per i tifosi di Juve e Torino: la decisione del Viminale dopo gli scontri nel derby

10 June 2026 at 13:43

Niente trasferte per i tifosi di Torino e Juventus per dieci giornate del prossimo campionato, fino al 3 novembre. Queste le disposizione del Ministero dell’Interno, dopo le violenze degli ultras al derby del 24 maggio scorso. Scontri in cui era rimasto ferito Leonardo Basoccu, che ha lasciato ieri l’ospedale Molinette di Torino, dove era ricoverato dal 24 maggio dopo il grave trauma cranico riportato. Il provvedimento prevede la chiusura dei settori ospiti negli stadi dove granata e bianconeri disputeranno gare in trasferta e il divieto di vendita dei biglietti per le stesse partite ai residenti nelle regioni interessate.

In particolare, il divieto riguarda i residenti in Piemonte per le gare del Torino e quelli residenti in Piemonte e Lombardia per le partite della Juventus. La tifoseria granata era già stata colpita con misure restrittive nella stagione appena terminata dopo gli episodi avvenuti in occasione di TorinoVerona dell’11 aprile scorso. Infatti erano state vietate le trasferte a Cremona e Udine. Intanto Basoccu, tifoso juventino di 36 anni, la cui prognosi è stata sciolta nelle scorse ore, è stato dimesso dall’ospedale Molinette di Torino. “Colgo anche l’opportunità per ringraziare tutto il personale, gli assistenti, tutti quanti sono stati gentilissimi e molto cordiali con me”. Basoccu ha spiegato che il percorso di cura non è ancora concluso. “Adesso ci vorrà ancora un po’ per la ripresa totale, ci sarà un’altra operazione, ci pensiamo con calma”.

Quanto al momento del ferimento, il trentaseienne continua a non avere ricordi. “No”, ha risposto alla domanda se ricordasse qualcosa di quei momenti. “Ricordo qualcosina del prima. Devo ancora capire le vicende reali che sono successe, devo ancora parlare con le persone che erano con me, non le ho ancora sentite tutte, però non ho una memoria ben chiara di quello che è accaduto”. Nei giorni scorsi Basoccu è stato sentito dagli inquirenti che stanno ricostruendo la dinamica del ferimento. “, certo, sono venuti a interrogarmi in stanza, però come ho detto a loro e a voi non ricordo nulla di quello che è successo“.

Sulle polemiche relative alla gestione dell’ordine pubblico il tifoso non prende posizione. “Non so nulla di queste cose e non voglio neanche entrare nel tema, sinceramente non conoscendo i fatti, le vicissitudini“. Basoccu ha infine spiegato che durante il ricovero i medici avevano limitato i contatti con l’esterno. “Una delle prime dottoresse che mi ha assistito da quando sono entrato non voleva che io avessi contatti con l’esterno per non danneggiare la memoria“. Tra le poche notizie apprese durante la degenza anche quelle sull’esito della stagione bianconera. “Mi hanno detto che non siamo andati in Champions League: anche quella pensavo fosse una visione, invece purtroppo è vero”, ha scherzato.

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La Juventus si muove: trovato l’accordo con il ‘Dibu’ Martinez, trattativa con l’Atletico per Sorloth

10 June 2026 at 13:31

Spalletti aspetta, ma la Juventus è pronta a muoversi. Ora più che mai, con una stagione che dovrà servire a ritrovare molto dell’entusiasmo perduto, soprattutto vista la delusione subita per la mancata qualificazione in Champions League. La Juve riparte e lo fa dal mercato, che dovrà essere rivoluzionario nei suoi punti cardine: portiere, centrocampista e attaccante. Il difensore? Forse. Ma dipenderà molto dai sacrifici che verranno fatti.

Aspettando Martinez

Il primo punto riguarda la porta. Perché dopo il passo indietro per Alisson del Liverpool (gli inglesi preferiscono tenerlo, visto il rendimento altalenante di Mamardashvili), i bianconeri si sono concentrati ancora sulla Premier League. Dove giocano Vicario e il ‘Dibu’ Martinez. Due campionati diversissimi per entrambi, con l’argentino che – per quanto più vecchio – è al momento in pole per diventare bianconero. L’accordo con il portiere 33enne è stato trovato (anche se piace molto all’Atletico Madrid), non quello con l’Aston Villa, per cui sarà necessario trattare ancora. Ma che possa essere lui il primo colpo di questa campagna acquisti è una prospettiva concreta. Non definita, ma concreta.

E Sorloth

Come concreta è la pista che permetterebbe di arrivare a Sorloth dell’Atletico Madrid. Con l’attaccante norvegese, prossimo a giocare il Mondiale, i colloqui sono stati approfonditi. E per circa 30 milioni di euro può essere bianconero, soprattutto se verrà inserito come contropartita il cartellino di Nico Gonzalez, che vuole restare a Madrid. La punta prenderebbe il posto di Vlahovic, mentre Kolo Muani – altro nome su cui si lavora con insistenza – sarebbe il giocatore destinato a riempire lo slot che lascerà libero Openda.

Al belga, grande delusione della stagione, le proposte non mancano. Ma sono tutte di prestito con diritto di riscatto. Una formula che la Juve è disposta ad accettare, consapevole del fatto che sarà molto più difficile lasciare partire uno come David, vincolato da un ingaggio molto pesante e per il quale Spalletti punta davvero a un rilancio forte in questa stagione.

Il sacrificio

Già, l’ingaggio. Una Juve fuori dalla Champions impone una serie di attenzioni maggiori per quanto riguarda il Financial Fair Play. Tradotto: oltre ai giocatori poco funzionali, servirà anche vendere in generale qualche big. Il primo indiziato è Cambiaso, che sta ricevendo molti sondaggi (anche il Como ci ha provato, ma sembra fuori portata). Poi, c’è Bremer. Il brasiliano può salutare, sì, ma solo di fronte a un’offerta giudicata fuori mercato, per un’operazione che porterebbe in dote necessariamente un altro arrivo per la difesa.

E il centrocampo? L’altro tassello fondamentale. Koopmeiners è in vetrina, mentre Douglas Luiz in valutazione. In entrata, attenzione a Kessié, che vorrebbe ritornare in Italia. La Juve è pronta, ma non ha la possibilità di pagarli un ingaggio simile a quello che percepisce all’Al-Ahli (quasi 10 milioni di euro netti). Se ne riparlerà. Spalletti aspetta. Ma è convinto che non ci vorrà ancora molto.

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Mondiali, da Donnarumma a due ex Napoli: la Top 11 degli assenti vale più di 700 milioni di euro

10 June 2026 at 13:03

Da possibili protagonisti a grandi assenti. Che sia per un infortunio, per scelta tecnica o per la mancata qualificazione della propria nazionale, la Top 11 degli esclusi dai Mondiali 2026 – secondo i dati di Transfermarkt – vale esattamente 722 milioni di euro.

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I grandi assenti

Per comporre la formazione dei grandi assenti abbiamo pensato a un 4-2-3-1. La porta è occupata da Donnarumma (45 milioni di euro), tra i portieri più forti del mondo. Ma ancora a secco di Mondiali giocati con gli Azzurri. Sugli esterni ci sono due eccellenti esclusioni: aveva scelto il Real Madrid per sviluppare la sua versione migliore. E invece, la stagione di AlexanderArnold (60 milioni di euro) è stata sotto le aspettative. Non convocato dall’Inghilterra, la stessa decisione è stata presa dalla Francia nei confronti di Kalulu (nonostante l’ottimo campionato con la Juventus, e infatti il valore di 32 milioni di euro non è un caso). La coppia di centrali di questa ipotetica Top 11 resterà a casa per colpa di un infortunio: De Ligt (30 milioni di euro) sarà l’uomo in meno per l’Olanda del ct Koeman, Militao (20 milioni di euro) per il Brasile. Il centrocampo vale esattamente 150 milioni di euro. Szoboszlai non si è qualificato con la sua Ungheria, mentre Camavinga non è stato scelto dalla Francia.

Un attacco da quasi 400 milioni

I quattro davanti potrebbero tranquillamente portare qualsiasi squadra a vincere qualsiasi tipo di trofeo. Ci sono i due grandi esclusi dell’Inghilterra del ct Tuchel, Palmer e Foden (100 e 70 milioni di euro). E poi i due ex Napoli: il primo è stato nominato MVP dell’ultima Champions League, l’altro ha segnato più di 20 gol in questa stagione. Georgia e Nigeria non si qualificano, e con loro anche Kvaratskhelia (140 milioni di euro) e Victor Osimhen (75 milioni di euro).

La panchina di lusso

Non solo la Top 11. Anche la panchina regala esclusioni notevoli e giocatori che hanno perso l’ultima occasione per poter disputare un Mondiale. Tra questi impossibile non citare Robert Lewandowski, assente a causa della mancata qualificazione della sua Polonia. Ci sono poi Ter Stegen, Griezmann, Dybala e Luis Suarez che, invece, non sono partiti per gli Stati Uniti – rispettivamente con Germania, Francia, Argentina e Uruguay – per scelta tecnica. Menzione speciale per Ederson dell’Atalanta, rimasto fuori dalla lista del Brasile del ct Ancelotti, e per Nicolò Barella, fermato dalla Bosnia nello spareggio playoff. Georgia, Danimarca e Nigeria non vanno ai Mondiali e così anche Mamardashvili, Højlund e Lookman saranno costretti a seguire le partite dal divano di casa. Poi c’è l’imprevisto infortunio: l’Olanda dovrà fare a meno di Xavi Simons (per una lesione al legamento crociato del ginocchio destro), la Seleção di Rodrygo (per la rottura del crociato) e la Francia di Ekitike (per la rottura del tendine d’Achille).

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Il ritorno da eroe di Artan, l’arbitro somalo escluso dai Mondiali: “Non mi scoraggio, nel 2030 sarò presente”. Gli Usa: “Legato a organizzazioni terroristiche”

10 June 2026 at 12:42

Un centinaio di persone hanno accolto questa mattina all’aeroporto di Mogadiscio, in un clima di festa con molte bandiere del Paese, il rientro in Somalia dell’arbitro Omar Artan, respinto nei giorni scorsi alla frontiera statunitense dopo esser stato designato dalla Federcalcio africana per partecipare ai Mondiali del 2026. “Sarò presente ai prossimi Mondiali e continuerò a rendere orgogliosa la Somalia – ha dichiarato ai giornalisti presenti -. Nonostante quello che mi è successo, non mi lascio scoraggiare“. Artan è stato infatti eletto nel 2025 come miglior arbitro di tutta l’Africa e ha anche diretto la finale della Champions League africana.

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Proprio quando stava per partire per gli Usa, dove avrebbe dovuto arbitrare le partite dei Mondiali, è stato bloccato e rispedito in patria. Prima è stato sottoposto a una serie di controlli lunghissimi e a un interrogatorio per circa 11 ore. L’arbitro ha riferito al New York Times di aver ricevuto domande sulla situazione politica della Somalia e in particolare sulle attività terroristiche dell’organizzazione Al-Shabab. Il direttore di gara ha difeso la propria causa mostrando documentazioni e immagini di lui in campo ad arbitrare per fugare ogni dubbio: missione fallita. Dopo l’interrogatorio, Artan ha detto di essere stato trasferito in una cella di detenzione, dove è rimasto per altre ore, prima di essere imbarcato su un volo di ritorno.

Dopo i controlli approfonditi dell’U.S. Customs and Border Protection, le autorità americane hanno negato il visto. L’arbitro è stato costretto a salire di nuovo su un aereo per far ritorno in patria e a Mogadiscio è stato accolto come un eroe, come mostrano i video pubblicati sui social. La Fifa immediatamente si è svincolata dalla questione, spiegando che la decisione su chi deve entrare spetta al Paese ospitante. Nel frattempo, un funzionario del Dipartimento di Stato americano parlando con i media francesi ha dichiarato che l’arbitro era “legato a presunti membri di organizzazioni terroristiche” e che dunque “il viaggiatore non era idoneo all’ingresso negli Stati Uniti”. Come spiega però il New York Times, potrebbe trattarsi di un clamoroso caso di omonimia, visto che Artan ha più volte ribadito di non sapere nulla di organizzazioni terroristiche e di essere solo un arbitro di calcio.

La decisione è stata presa “per ottime ragioni”, si è limitato a dire Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force Fifa della Casa Bianca. “Ci sono cose di cui non possiamo parlare. Posso dire che chiunque parli con ‘soggetti negativi‘ che mirano a danneggiare gli Stati Uniti non saranno ammessi nel nostro paese. Non permetteremo che un torneo di calcio, anche se enorme, diventi una minaccia per gli americani. Siamo orgogliosi del lavoro che è stato fatto sinora a livello di visti: vogliamo che ci sia massima sicurezza per tutti”, ha aggiunto a Sky News.

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“Ci avevano detto che era una pratica che riguardava tutti, ma alla fine siamo stati gli unici. È strano”: Cannavaro dopo la perquisizione

10 June 2026 at 12:11

Manca un giorno alla prima partita dei Mondiali e si continua a parlare più dei controlli rigidissimi anche per calciatori e allenatori, che di calcio giocato. Tra i casi più discussi c’è quello dell’Uzbekistan e di Fabio Cannavaro, perquisiti con metal detector e soprattutto con cani antidroga. Sul tema è tornato lo stesso commissario tecnico parlando a CGTN Sports Scene. “Ci avevano detto che era una pratica che riguardava tutti, ma ha riguardato soltanto noi“, ha spiegato l’ex difensore che con l’Italia ha vinto da capitano i Mondiali del 2026. “Quindi l’ho trovato strano. Dovrete chiedere a loro il motivo“, ha concluso sorridendo.

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Cannavaro, il suo staff e i calciatori infatti sono stati perquisiti dal personale di sicurezza della sede dell’evento. Tutti in fila indiana, sottoposti per circa un minuto a testa a dei controlli con metal detector, come si vede nelle immagini mostrate da Espn. Poi valigie e zaini ammassati a terra, con un cane antidroga vicino ad annusare tutto. Tra i primi a essere sottoposti all’operazione c’era appunto anche il commissario tecnico Fabio Cannavaro, poi a ruota lo staff e i calciatori. La scena ha lasciato di stucco diversi membri della delegazione uzbeka – stupiti come si vede dalle immagini – che non si aspettavano un protocollo di sicurezza così rigido, a pochi minuti dall’ingresso nello stadio in cui l’Uzbekistan ha sfidato l’Olanda, nel match perso poi per 2-1.

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Mondiali, quando Infantino chiedeva di avere fiducia in Trump: “Tutti saranno i benvenuti negli Usa”. Ecco le sue promesse tradite

10 June 2026 at 12:10

Adesso che i problemi sono esplosi, la FIFA alza le mani. Dopo il caso dell’arbitro somalo Omar Abdulkadir Artan, respinto all’ingresso negli Stati Uniti nonostante fosse stato designato per il Mondiale, e dopo le difficoltà denunciate da giornalisti e tifosi provenienti da diversi Paesi, la linea ufficiale è diventata improvvisamente prudente: “La FIFA non è coinvolta nelle procedure di immigrazione del Paese ospitante”, ha dichiarato un portavoce della federazione internazionale. Una posizione che però smentisce seccamente anni di promesse e rassicurazioni firmate Gianni Infantino.

I peggiori Mondiali di sempre? Intolleranza e prepotenza sotto i nostri occhi | Il commento

La figuraccia di Infantino è stata smascherata da un durissimo articolo firmato da Adam Crafton su The Athletic. Il presidente della FIFA ha trascorso gli ultimi anni garantendo pubblicamente che i Mondiali del 2026 sarebbero stati aperti a tutti, minimizzando le preoccupazioni sui visti e sui possibili effetti delle politiche migratorie dell’amministrazione Trump. Già il 10 marzo 2025, in un’intervista al quotidiano spagnolo As, Infantino definiva il torneo una “festa” e lasciava intendere che le questioni legate ai visti sarebbero state risolte. Pochi mesi dopo, il 24 giugno 2025, di fronte alle crescenti preoccupazioni per il caso Iran, inserito tra i Paesi colpiti dalle restrizioni statunitensi, Infantino minimizzava il tutto, silenziando anche i timori emersi all’interno della FIFA.

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La mappa dei Mondiali: 16 città, 4 fusi orari

Il messaggio pubblico di Infantino non è mai cambiato. Il 31 agosto 2025, durante un incontro con i media africani a Nairobi, dichiarava: “Tutti saranno i benvenuti in Canada, Messico e Stati Uniti per la Coppa del Mondo FIFA del prossimo anno”. Nello stesso intervento assicurava che “questo processo sarà agevole e garantirà che coloro che si qualificheranno potranno venire con i loro tifosi”. Parole ribadite più volte. Sempre il 31 agosto, il numero uno della FIFA sosteneva che esistesse “l’impegno del governo degli Stati Uniti a garantire che il processo sia agevole, in modo che i tifosi di tutto il mondo siano i benvenuti”.

Anche il 17 novembre 2025, alla Casa Bianca, durante la presentazione del sistema FIFA PASS insieme a Donald Trump e al segretario di Stato Marco Rubio, Infantino parlava degli Stati Uniti come di un Paese pronto ad accogliere il mondo: “L’America dà il benvenuto al mondo. Abbiamo sempre detto che questa sarà la Coppa del Mondo più grande e inclusiva della storia”.

Eppure oggi la FIFA sostiene di non avere alcun ruolo nelle decisioni prese dalle autorità americane. La contraddizione appare ancora più evidente se si osserva il rapporto costruito da Infantino con Trump negli ultimi anni. The Athletic ricorda come il presidente della FIFA sia stato uno degli ospiti più assidui della Casa Bianca, abbia partecipato a eventi politici vicini al movimento MAGA, abbia aperto un ufficio FIFA nella Trump Tower di New York e abbia spesso esibito pubblicamente la propria vicinanza al presidente americano.

Una strategia che sembrava garantire alla FIFA un canale privilegiato con Washington. Oggi, però, quel rapporto speciale non sembra aver prodotto i risultati promessi. I problemi sui visti restano, le restrizioni colpiscono cittadini di Paesi qualificati ai Mondiali e perfino un arbitro FIFA è stato respinto alla frontiera.

Per anni Infantino ha chiesto al mondo di fidarsi delle sue rassicurazioni. Ora che emergono le conseguenze delle politiche migratorie statunitensi, la FIFA sostiene di non poter fare nulla. Ma sono proprio le dichiarazioni del suo presidente, pronunciate negli ultimi due anni, a dimostrare il suo fallimento.

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Mondiali al via, la Fifa si ritrova con oltre 180mila posti vuoti negli stadi: tra prezzi folli, polemiche e disinteresse

10 June 2026 at 11:10

Tutti i timori relativi ai Mondiali americani si stanno trasformando tristemente in realtà. I visti negati per l’ingresso negli Stati Uniti, ai tifosi ma perfino a un arbitro. Le tensioni diplomatiche a livello mondiale. Gli scontri e la violenza in Messico. Ora anche lo spauracchio degli stadi semi-vuoti, a causa del folle prezzo dei biglietti che viene denunciato da mesi. Il calcio di inizio della Coppa del Mondo è ormai dietro l’angolo e la Fifa si ritrova a dover gestire migliaia di posti vuoti sugli spalti. Sono infatti oltre 180mila i biglietti finiti sul mercato della rivendita. I prezzi – riporta il Financial Times – si mantengono ancora elevati, anche se nell’ultimo mese sono scesi del 20%.

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Sul portale di rivendita della Fifa sono a disposizione 176mila biglietti per la fase a gironi iniziale della competizione. A questi si aggiungono 16mila biglietti per le partite dell’Iran che risultano invenduti, nonostante i prezzi ridotti. Teheran ha denunciato in tal senso che è stati privata della possibilità di gestire il proprio pacchetto di biglietti. Ma perfino gli Stati Uniti faticano a vendere i biglietti: sul portale di rivendita sono ancora disponibili 4.400 biglietti per la partita d’esordio della squadra contro il Paraguay. Nonostante i forti sconti, il prezzo medio dei biglietti offerti supera ancora gli 800 dollari. Il posto standard più economico disponibile sul mercato, invece, ha un prezzo di 138 dollari.

Oltre a quelli destinati alla rivendita, la Fifa continua a offrire circa 15.000 biglietti per le partite della fase a gironi. I biglietti popolari a 60 dollari, promessi da Gianni Infantino, non si sono praticamente mai visti, andati esauriti subito nella prima lotteria, al punto che qualcuno ha cominciato a dubitare che siano mai esistiti, o comunque su quanti ne siano stati messi realmente in vendita. La Fifa ha sbandierato oltre 500 milioni richieste di biglietti su quasi 7 milioni di posti disponibili, ma al momento rischi dei buchi enormi in molti stadi: evidente che la domanda spropositata ha interessato soprattutto le partite delle nazionali più attese e quelle ad eliminazione diretta, molto meno i match dei gironi con nazionali di secondo piano.

C’è anche la grana dei biglietti quindi a rovinare questa vigilia dei Mondiali, una delle più tristi di sempre. Allo Stadio Azteca domani si terrà la cerimonia di apertura con la partita MessicoSudafrica, preceduta da una cerimonia musicale, il tutto trasmesso in mondovisione. In Messico intanto ieri migliaia di manifestanti, che chiedevano aumenti salariali e l’abrogazione di una legge sulle pensioni, hanno bloccato brevemente l’ingresso principale dell’iconico stadio, che ospiterà la partita inaugurale per la terza volta dopo il 1970 e il 1986.

Da lunedì, le tensioni sono aumentate a causa della rigida politica statunitense in materia di immigrazione, mettendo in imbarazzo la Fifa e Infantino. L’episodio più eclatante riguarda l’arbitro somalo Omar Artan, respinto sabato dalla polizia di frontiera statunitense al suo arrivo a Miami, in Florida, da Istanbul. Non solo: nel contesto instabile della guerra scoppiata in Medio Oriente in seguito all’offensiva israelo-americana contro l’Iran del 28 febbraio, la nazionale iraniana continua la sua preparazione, seppur con difficoltà, nel suo campo base messicano a Tijuana. Tuttavia, a diverse persone che li accompagnano la Nazionale è stato negato il visto per gli Usa, tra cui il presidente della Federazione calcistica iraniana, Mehdi Taj. Inoltre, i tifosi potrebbero subire le conseguenze delle continue tensioni geopolitiche, poiché la Federazione calcistica iraniana ha accusato gli Stati Uniti di aver revocato l’assegnazione dei biglietti per i Mondiali, in violazione dei regolamenti Fifa che assegnano i biglietti a ciascuna nazione per le proprie partite.

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Mondiali, da Franco Baresi a Ronaldo: i campioni del mondo senza aver giocato un minuto

10 June 2026 at 07:14

Se si trattasse di un articolo di cuore, allora sarebbero sicuramente Marco Amelia e Angelo Peruzzi i protagonisti assoluti: scrittori di favole meravigliose, seppur restando sempre e solo sullo sfondo. Campioni del mondo, sì, ma senza scendere mai in campo. E quella di Amelia e Peruzzi è una schiera piuttosto ampia: i portieri di riserva sono una costante dei campioni del mondo a minuti zero. Con loro ci sono anche Ivano Bordon e Giovanni Galli, per citare solo l’ambito azzurro, e poi tra quelli più noti c’è Pepe Reina, campione con la Spagna nel 2010 alle spalle di Iker Casillas, o Bernard Lama con la Francia del 1998, forse anche per una questione di pura scaramanzia: Laurent Blanc baciava la pelata di Fabien Barthez prima di ogni gara, e con le treccine di Lama l’idillio sarebbe stato decisamente più complicato.

Insomma, la solitudine dei numeri 12 (e dei 23), nel 99,9 per cento dei casi spettatori silenziosi dei trionfi dei propri compagni: dal mitico Ricardo La Volpe nel 1978, passando per Roman Weidenfeller nel 2014 e Steve Mandanda nel 2018, fino a Gerónimo Rulli nel 2022, oscurato sia in campo che fuori dallo strabordare del Dibu Martínez. Non manca l’eccezione che conferma la regola, come la storia di Gianpiero Combi, che nel 1934 non avrebbe dovuto nemmeno esserci; e invece, dopo la rottura del braccio del titolare designato Carlo Ceresoli, fu richiamato a furor di popolo per guidare l’Italia alla vittoria.

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E poi ci sono gli altri campioni a zero minuti. I calciatori di movimento, anime e corpi di una spedizione che incidono nello spogliatoio senza mai calpestare l’erba. Uno dei più grandi difensori della storia del calcio, Franco Baresi, è diventato campione del mondo a Spagna 1982 senza mai giocare – quando invece avrebbe meritato la gloria eterna dodici anni più tardi, nel 1994, dopo una finale mostruosa contro il Brasile, rientrato miracolosamente a tempo di record da un’operazione al menisco per poi arrendersi solo ai rigori. Con lui, in quel gruppo dell’82, c’erano l’elegante “Zar” Pietro Vierchowod, Beppe Dossena, Franco Selvaggi e Daniele Massaro, che Baresi avrebbe poi ritrovato nel grande Milan.

Allargando l’orizzonte oltre i nostri confini, la galleria dei “fantasmi d’oro” si arricchisce di aneddoti straordinari. Nel 2010, mentre la Spagna di Del Bosque incantava il pianeta con il suo tiki-taka, l’equilibratore silenzioso Raúl Albiol guardava i compagni dalla panchina, preservando muscoli e silenzio per una medaglia d’oro che brilla identica sul petto. Nel 2018, invece, la Francia si laureava campione in Russia potendo contare sul carisma d’esportazione di Adil Rami: zero minuti sul rettangolo verde, ma un ruolo da leader emotivo insostituibile nello spogliatoio di Didier Deschamps, celebrato dai compagni come un vero e proprio amuleto portafortuna.

Ma la storia dei Mondiali sa essere anche un paradosso temporale. Nel 1994, negli Stati Uniti, il Brasile sollevava la sua quarta coppa trascinato da Romário. Pochi ricordano che in quella rosa figurava un ragazzino di diciassette anni, con l’apparecchio ai denti e il nome “Ronaldinho” sulle spalle per distinguerlo dal compagno Ronaldo Rodrigues. Quel ragazzino era il Fenomeno, Ronaldo Luís Nazário de Lima. Non giocò un solo secondo in America, quasi a voler custodire l’energia per il futuro. Si sarebbe rifatto, eccome se si sarebbe rifatto, prendendosi il pianeta nel 2002 da capocannoniere e protagonista assoluto.

Diverso e decisamente più cupo è il destino che legò Daniel Passarella al Messico nel 1986. Già capitano e simbolo dell’Argentina campione nel 1978, il Gran Capitán fu costretto a guardare l’epopea di Diego Armando Maradona dalla tribuna. Ufficialmente fu un’infezione intestinale a estrometterlo dai giochi, seguita da uno strappo muscolare. Qualcuno, però, nel ritiro dell’Albiceleste, sussurrava di una presunta maledizione, una spaccatura insanabile tra la vecchia guardia e il nuovo re Diego che trasformò quel trionfo in un esilio dorato per il vecchio leader.

Cosa resta, allora, a questi campioni senza voto in pagella? Resta la certezza che la Coppa del Mondo non si vince in undici, e nemmeno in quattordici. Si vince nella sofferenza degli allenamenti, nelle parole giuste dette prima di entrare in un tunnel, nella dignità di chi accetta di essere secondo perché il bene comune vale più della gloria personale. Non avranno sudato la maglia nei novanta minuti decisivi, ma l’oro della medaglia che portano al collo non è meno lucido. Perché in fondo, anche per scrivere le storie più belle, c’è sempre bisogno di qualcuno che sappia reggere l’inchiostro.

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I Mondiali più estremi di sempre: fino a 12mila km di spostamenti, dall’altura al caldo estremo. Così la geografia può decidere il vincitore

10 June 2026 at 07:14

Per la prima volta, la Coppa del Mondo non si gioca dentro un confine, ma lungo una mappa: 48 squadre, 104 partite, 16 città, 3 Stati e 4 fusi orari tra Canada, Stati Uniti e Messico. Per dire: VancouverMiami, le due sedi più lontane, sono separate da circa 5.500 chilometri: più o meno Roma-Reykjavík andata e ritorno. La FIFA ha provato a contenere l’effetto elastico con i “cluster” regionali, ma il punto resta: questo sarà il primo Mondiale in cui la logistica diventa una variabile tecnica.

Gianni Infantino lo aveva ammesso già alla presentazione: “La vera sfida sarà la logistica. Parliamo di un continente”. Distanze, fusi orari, differenze climatiche, altitudine messicana e livello del mare: tutto entra nella preparazione. L’idea dei cluster nasce da qui: evitare almeno nella fase iniziale il ping-pong coast to coast. Alexi Lalas, ex nazionale USA e stravagante meteora del Padova, l’ha sintetizzata così: “Non è che questi ragazzi siano seduti nel posto centrale in economy su una compagnia low-cost o roba del genere. Sono su aerei charter ovunque”, anche se “sei ore di viaggio e cambi di fuso cambiano fondamentalmente la competizione“.

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Le prime simulazioni sulle rotte potenziali mostrano uno squilibrio netto. Secondo un modello basato sulle distanze “as the crow flies”, cioè sulle tratte aeree in linea retta, una squadra può arrivare a superare i 12.800 km complessivi nel percorso verso la finale. Capo Verde è indicata come la più penalizzata, 12.866 km potenziali; seguono Uruguay, Spagna, Arabia Saudita e Colombia. All’estremo opposto, il Messico avrebbe il tragitto più leggero, circa 5.188 km, con un vantaggio strutturale da co-organizzatore.

La vera mappa si disegna nei gruppi. Il gruppo I, con Francia, Senegal, Norvegia e Iraq, è un paradiso logistico: media di circa 676 km, tutto nel corridoio Nord-Est. Le Parisien ha calcolato che per la Francia arrivare prima nel girone potrebbe significare risparmiare quasi 3.600 km di volo nella fase a eliminazione e guadagnare giorni di recupero. Al contrario, il gruppo J è una trappola: l’Algeria è stimata a 4.840 km solo nel girone, contro i 731 dell’Argentina. Anche il gruppo A è spaccato: Corea 639 km, Messico 922, Sudafrica 3.936, Repubblica Ceca 4.526.

Non c’è solo il viaggio. C’è il corpo che deve adattarsi. Guadalajara è a 1.566 metri, Città del Messico a 2.240. Miami è mare, umidità, caldo. Dallas, Houston e Atlanta possono trasformare il recupero in una corsa contro il termometro. Uno studio pubblicato su Sports Medicine segnala calore estremo atteso in 14 delle 16 città ospitanti, con valori storici di WBGT (un indice che misura il livello di stress termico causato dal caldo, una sorta di termometro della fatica) fino a 35°C. World Weather Attribution, inoltre, stima che fino a un quarto delle partite possa giocarsi sopra soglie di rischio termico, minacciando di compromettere lo spettacolo e mettere a rischio l’incolumità degli atleti. Tradotto in campo: meno pressing, più pause, più gestione, meno verticalità.

La domanda non è solo “chi ha il girone più facile”, ma “chi arriva lucido”. Spostarsi meno significa allenarsi meglio, dormire di più, recuperare prima. Spostarsi tanto significa cambiare aria, orario, umidità, routine alimentare, superfici di allenamento. Il Mondiale 2026 premierà chi saprà gestire meglio le partite invisibili: check-in, charter, crioterapia, sonno, acclimatazione.

Il Mondiale dei chilometri non si vincerà solo con la rosa migliore. Si vincerà con la mappa migliore. Una nazionale fortunata nel sorteggio potrà muoversi in un corridoio; un’altra attraverserà un intero continente. Una dormirà sempre nello stesso clima; un’altra passerà dall’altura al caldo umido. Insomma, lo avete capito, al prossimo Mondiale ci sarà una variabile da non trascurare, potenzialmente anche in grado di spostare gli equilibri: il fattore geografico-climatico.

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Il Mondiale sbarca nei mercati predittivi, la strana società scelta dalla Fifa: la licenza lampo e i molti punti oscuri

10 June 2026 at 07:14

Lo scorso 2 aprile, sul proprio sito la Fifa ha ufficializzato la partnership con ADI Predictstreet per il Mondiale 2026. La collaborazione, si legge nella nota, “segna una nuova frontiera nel coinvolgimento dei tifosi. L’innovativa piattaforma di ADI Predictstreet debutterà a livello globale per la Coppa del Mondo FIFA 2026, coinvolgendo i tifosi attraverso esperienze interattive di previsione. Saranno implementate diverse misure di sicurezza per garantire trasparenza, equità e tutela dei partecipanti”. Due settimane dopo, ADI Predicstreet è stata integrata nella piattaforma di DAZN. I prediction markets, o mercati predittivi, a cui la menzionata società appartiene, sono piattaforme dove gli utenti acquistano e vendono “contratti” basati su esiti futuri di eventi, in questo caso sportivi, con il prezzo di ogni singolo contratto che riflette la probabilità percepita dal mercato circa l’esito atteso. Di fatto, sono un ibrido tra strumenti finanziari derivati e semplici piattaforme di betting/gambling, ancora di difficile inquadramento giuridico. ADI Predictstreet, ad esempio, presenta un bel po’ di magagne, che andremo a elencare per sommi capi.

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Il gruppo è gestito dalla famiglia reale di Abu Dhabi, ma una figura chiave è l’indiano, con passaporto emiratino, Ajay Hans Raj Bhatia, che nel 2024 ha patteggiato 130mila sterline con il governo dell’India (precisamente la SEBI Securities and Exchange Board of India) per risolvere un’accusa di insider trading, costatagli un ban di sei mesi sul mercato locale. La carriera di Bhatia è avvolta nel mistero. Il suo profilo LinkedIn, creato meno di un anno fa, elenca cinque ruoli attuali, tutti di alto livello, all’interno del gruppo IHC. Nonostante abbia quasi sessant’anni, Bhatia non riporta precedenti impieghi o ruoli prima del 2022. In un suo vecchio profilo di LinkedIn datato 2017, citava il ruolo di CEO presso una holding, la Sirus, fondata però solo nel 2022.

Ad aprile è arrivato un nuovo CEO, con Bhatia rimasto comunque nel gruppo, pur se in un ruolo meno definito. Il nuovo nome è quello di Dimitrios Psarrakis, economista greco che per otto anni era stato stretto collaboratore di Eva Kaili, l’ex vicepresidente del Parlamento europeo coinvolta nello scandalo Qatargate. Psarrakis non è mai stato incriminato nella vicenda, né è mai stato coinvolto in altri scandali; tuttavia, rappresenta la seconda figura ambigua ai vertici di ADI Predictstreet, in questo caso vicina a un gravissimo caso di corruzione nel mondo del calcio. La Fifa, tuttavia, sembra non preoccuparsene, nonostante il cerchio continui ad allargarsi. Colin Piri, il nuovo responsabile della società per la segnalazione di operazioni sospette di riciclaggio di denaro, nel 2018 è stato sanzionato dall’autorità di vigilanza finanziaria di Gibilterra con il divieto a ricoprire ruoli dirigenziali per due anni, in seguito alla condanna della Wave Crest Holdings Limited, società fintech che, tra le altre cose, emetteva carte prepagate in criptovaluta, e nella quale Piri ricopriva un ruolo apicale, al pagamento di 250mila sterline per violazione delle norme sull’antiriciclaggio.

Passiamo alla società. Esistono prediction markets quali Polymarket e Kashi che operano nel settore, non necessariamente sportivo, da diversi anni. La Predict Street Limited è stata costituita a Gibilterra il 17 marzo scorso, e dopo soli nove giorni ha ottenuto la licenza per le scommesse. Si tratta di un periodo eccezionalmente breve tra la costituzione societaria e l’approvazione normativa. Va anche notato come uno dei dirigenti di Predictstreet, Andrew Peter Montegriffo, lavori per il più grande studio legale di Gibilterra, chiamato Hassans, che annovera tra i propri soci proprio il Ministro della Giustizia, del Commercio e dell’Industria di Gibilterra, Nigel Feetham KC, che ha rilasciato la licenza. Anche il modus operandi della Fifa in questa vicenda merita attenzione. Considerate le tempistiche necessarie per formalizzare una partnership commerciale globale, progettare e produrre il materiale di branding, sorge il forte sospetto che l’organo di governo del calcio abbia negoziato un accordo con un’entità che non esisteva ancora legalmente. Oppure, quanto meno, ha accettato di promuovere Predictstreet a livello globale prima che la società fosse costituita a Gibilterra e la partnership fosse formalizzata. I tempi sono davvero incredibilmente ristretti.

L’ultima spina, in ordine di tempo, ha riguardato l’app per dispositivi mobili di ADI Predictstreet, disponibile su Google Play Store (ma non su Apple Store), che però, una volta istallata, conduce a un casinò online illegale chiamato Spinkings. La società, che secondo quanto scritto nella sezione termini e condizioni possiede un’autorizzazione a Curaçao e la licenza per offrire giochi da casinò e scommesse sportive ai clienti residenti nel Regno Unito, non risulta presente né nell’attuale registro dei titolari di licenze di gioco di Curaçao, né nel database della Gambling Commission della Gran Bretagna. Si tratta di un chiaro caso di appropriazione illecita di identità da parte di un terzo soggetto fraudolento, e oltretutto recidivo, visto che Spinkings appartiene al gruppo Amuzetcom Services Ltd, con sede nel paradiso fiscale di Saint Vincent e Grenadine e associata a operatori di gioco d’azzardo senza licenza che hanno dirottato gli URL di altre aziende e istituzioni al fine di massimizzare il proprio posizionamento nelle ricerche online.

Qui arriva il bello: né il marchio “Predictstreet”, né “ADI Predictstreet” risultano registrati sul database Wipo (World Intellectual Property Organization); pertanto, non potrebbero intraprendere nessuna azione legale contro tale appropriazione indebita. Viene spontaneo chiedersi come un’azienda che abbia speso 150 milioni di dollari per diventare partner ufficiale Fifa per i mercati predittivi, e per la quale la sicurezza – visto l’ambito in cui opera – rappresenti un elemento cruciale, possa essere stata vittima di un furto di identità così grossolano, da parte di un casinò illegale e senza licenza. Ma soprattutto di come, visto il mercato globale nel quale mira ad operare, non sia state prese le precauzioni più elementari a tutela del proprio marchio. La Fifa, interrogata dal giornale di inchiesta Josimar su tutte le questioni sopra riportate, non ha mai risposto, limitandosi a un laconico: “Tutto è stato fatto secondo le regole”.

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Mondiali 2026, i peggiori di sempre? Intolleranza e prepotenza sotto i nostri occhi | Il commento

10 June 2026 at 07:14

S’intuiva che sarebbe stato il mondiale dell’intolleranza, della prepotenza spacciata come sicurezza, delle paranoie sull’immigrazione, dello strapotere della parte peggiore dell’America, ma le prime immagini che viaggiano sul web in tempo reale ci hanno descritto nelle ultime ore, quando ancora il torneo deve iniziare, uno scenario ancora più oscuro. L’arbitro somalo Omar Artan – il migliore della confederazione africana – rispedito a casa dalla polizia di Miami dopo lunghissimi controlli. Le delegazioni di Senegal e Uzbekistan sottoposte a ispezioni minuziose, con tanto di cani antidroga e al limite dell’umiliante coinvolti anche Fabio Cannavaro ct della nazionale asiatica e star mondiali come l’ex Liverpool Sadio Mané e l’ex Napoli Koulibaly -. Il giocatore iracheno Ayman Hussein bloccato in aeroporto e sottoposto a sette ore di interrogatorio. Persino il Belgio di De Bruyne costretto a fare i conti con i metal detector sotto le scarpe. L’Iran è un caso a parte: appare già surreale la presenza della squadra con il fronte di guerra aperto con gli Usa e non sorprende quindi se sia stato concesso di entrare negli Stati Uniti poche ore prima delle partite e di uscire subito dopo.

Il mondiale della prepotenza, del trionfo della cultura – cultura? – MAGA, del trumpismo appare già lanciato verso il titolo del peggiore di sempre. Peggio sicuramente di Italia 1934 in salsa mussoliniana, di Qatar 2022 e dei divieti imposti alle comunità LGBTQ+, di Russia 2018 e del rinascimento putiniano. L’unico per ora accostabile a quello che andrà in scena in Canada, Messico e Usa dall’11 giugno al 19 luglio, il primo a 48 squadre e con un totale di 104 partite, è quello di Argentina 1978 e dei generali macellai, con la caserma ESMA a poche centinaia di metri dallo stadio Monumental di Buenos Aires dove vennero torturate e uccise migliaia di persone, anche durante le gare. Quarantotto anni fa non esisteva internet. Il regime di Videla eresse un muro di fronte alle sue vergogne. Solo la nazionale olandese cercò di scuotere le coscienze, nell’indifferenza generale. Gli Oranje arrivarono a giocarsi il titolo nella finale contro i padroni e la persero ai supplementari, dopo aver colpito un palo all’89’ quando il match viaggiava sull’1-1: se un ciuffo d’erba avesse deviato il tiro di Rensenbrink, forse la storia dell’Argentina sarebbe stata diversa e la dittatura sarebbe caduta prima del 1983.

Chiariamo subito: non sono paragonabili la giunta argentina figlia di un golpe e il trumpismo americano. Donald è stato rieletto dal voto presidenziale. Ha ottenuto la maggioranza dei voti in una consultazione democratica. Ma il modello MAGA (Make America Great Again) sta producendo un attacco violento alle libertà e alla libertà. Si alimenta di nazionalismo ottuso, di sovranismo, di suprematismo bianco, di lotta all’immigrazione, di autoritarismo che dà carta bianca ai metodi brutali delle forze dell’ordine. I controlli severissimi alle frontiere, in un paese che è insieme a Israele il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale, erano annunciati, ma le immagini di questa vigilia sono state un colpo di frusta. Sembrava fantasia la caccia agli immigrati negli stadi durante le partite da parte dell’ICE, ma a questo punto, sarà la conseguenza logica di quanto sta avvenendo.

Uno scenario brutale, di cinque settimane pesanti, nelle quali spicca il silenzio della Fifa e del suo presidente, Gianni Infantino, contro il quale si è rivolto in tribunale Michel Platini, dopo i fatti e misfatti che portarono alla caduta dell’ex fuoriclasse della Juventus nel 2015, all’epoca numero uno dell’Uefa e lanciato verso il trono del football mondiale. Infantino è un sodale di Trump. Si vanta di essere amico del presidente statunitense e con una pagliacciata in pieno stile americano gli ha consegnato, lo scorso dicembre, un surreale premio della pace. Infantino è amico dei potenti, da Putin ai reali delle monarchie arabe, ma è ancora più amico di Trump. Affinità ideologiche e amore viscerale per gli affari sono il collante con King Donald. Il mondiale 2026, secondo la propaganda di Infantino, “sarà il più grande evento di sempre”. Il sito della BBC, che non rappresenta un mondo ultra dell’informazione, suggerisce questa descrizione del torneo: “Il più politicizzato, per esempio. E il più costoso. Potenzialmente il più caldo, o il più inquinante. Certamente, il più redditizio per la FIFA. A prescindere dal punto di vista, sembra certo che, al di là dello spettacolo in campo, questa Coppa del Mondo in formato gigante potrebbe essere tra le più controverse di sempre. Dai costi per i tifosi all’impatto della geopolitica, dalle politiche sull’immigrazione fino alla sicurezza, alle condizioni meteorologiche estreme, alla sostenibilità e al ruolo del presidente Donald Trump, questo mondiale suscita apprensione ed entusiasmo”.

E’ vietata anche la critica sportiva, vedi quella dell’allenatore argentino Marcelo Bielsa, ct dell’Uruguay, che ha definito pessima l’organizzazione del torneo parlando dei campi di allenamento. La Fifa ha aperto un procedimento disciplinare nei suoi confronti. “Ci proibiscono di parlare. Chi prova a criticare viene sanzionato”, il suo atto d’accusa. A questo punto siamo arrivati con Infantino: un allenatore non può dire che una struttura tecnica non è degna di un mondiale.

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Calendario Mondiali: date e orari delle partite, dove vedere in tv e streaming

Dall’11 giugno, con il match Messico-Sudafrica che aprirà il torneo, detterà legge il calcio giocato: quarantotto squadre, 1248 giocatori pronti a scendere in campo, tre nazioni, tre fusi orari, distanze enormi da percorrere e una montagna di gol in arrivo. Questa sbornia collettiva riuscirà ancora una volta a oscurare le coscienze? La vera sfida è questa. Noi italiani, costretti per la terza volta di fila a vivere il mondiale da semplici spettatori, abbiamo la possibilità di sottrarci a questo delirio, anche se, visti i fatti dell’ultima giornata di campionato, il livello della nostra classe politica e il liquame che scorre abitualmente nei social, non c’è da essere ottimisti.

L'articolo Mondiali 2026, i peggiori di sempre? Intolleranza e prepotenza sotto i nostri occhi | Il commento proviene da Il Fatto Quotidiano.

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