Normal view

Friday’s Mini-Report, 6.5.26

5 June 2026 at 22:30

Today’s edition of quick hits.

* A potentially important ruling: “A federal judge ruled Friday that the Trump administration last year unlawfully paused final immigration decisions for individuals from countries affected by its so-called travel ban. The lawsuit, brought forward in March by various nonprofits representing immigrants, criticized several Citizenship and Immigration Services policies that paused final decisions on asylum, green card and citizenship applications for individuals from any of the 39 countries under the current travel ban.”

* The ceasefire isn’t holding: “Fighting between Israel and Hezbollah showed little sign of abating on Friday, a day after the Iran-backed militant group rejected a U.S.-brokered cease-fire, as Israeli forces bombarded towns across southern Lebanon and ordered residents to flee.”

* An early morning vote: “After a marathon session of votes Thursday and Friday, senators passed a roughly $70 billion reconciliation bill funding immigration enforcement as more moderate Republicans abandoned efforts to constrain President Donald Trump’s $1.8 billion settlement fund — and a host of other controversies — and advanced the legislation without imposing any new restrictions on the president.”

* Also on Capitol Hill: “After successfully adopting a war powers resolution Wednesday aimed at reining in President Donald Trump’s military authority in Iran, House Democrats again bypassed GOP leaders on Thursday, delivering another rebuke of the president by advancing aid for Ukraine and new sanctions on Russia. The House passed the Ukraine legislation 226-195, with 18 Republicans joining all but one Democrat — Rep. Ilhan Omar, D-Minn. — in support of the bill.”

* Those who tout family values should value families: “As grocery prices continue to rise nationally, the House on Thursday passed an appropriations bill that would cut funding for a program that helps pregnant women and children purchase healthy foods. By a vote of 213-210, the House passed an appropriations measure to fund the Agriculture Department among other agencies.”

* In this case, a lawyer from Trump’s Justice Department told a judge that the administration has the unilateral authority to bulldoze the Statue of Liberty: “A federal appeals court panel expressed skepticism Friday about the Trump administration’s view that courts are powerless to stop the construction of the White House ballroom now that the East Wing had been demolished.”

* When officers steal things, it’s a problem: “A New Jersey police sergeant has been charged with stealing $10,000 worth of cameras and other equipment from a photojournalist who had been injured covering tense protests outside a Newark immigration jail. Darryl Brown, a sergeant in the Essex County Prosecutor’s Office, was caught with the missing items after the photojournalist used a geo-tracking device to trace her missing gear to his home, the state’s attorney general said Thursday.”

* I’m not sure if I would’ve made this call, but they had to choose from bad options: “The three remaining ‘60 Minutes’ correspondents — Lesley Stahl, Bill Whitaker and Jon Wertheim — have committed to remaining at the show after a series of tumultuous changes, including Scott Pelley’s firing this week. In a joint memo to colleagues obtained by MS NOW, the correspondents wrote that they decided to stay because ‘we don’t want to see ‘60 Minutes’ die.’”

Have a safe weekend.

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L’Ai ci rende più soli? Così il Papa lancia l’allarme con la Magnifica humanitas

6 June 2026 at 06:42

Il valore dell’umano nelle nostre società? Basterebbe soltanto questo: i parcheggi dei centri commerciali sono gratuiti, quelli degli ospedali si pagano.

Ma tentiamo di comprendere meglio, alla luce dell’enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica humanitas. Secondo uno studio del 2019, erano centinaia di milioni le persone che le davano quotidianamente il buongiorno. Mezzo milione di uomini le avevano dichiarato il proprio amore e oltre 250mila le avevano fatto una proposta di matrimonio. Non sto parlando di una signorina particolarmente avvenente, bensì di Alexa, il noto chatbot di Amazon.

E dire che il primo robot parlante risale al 1966, si chiamava Eliza ed era stata programmata dallo scienziato Joseph Weizenbaum per fare la psicologa. Peccato che, dopo svariati colloqui con Eliza, si era visto che le condizioni psicologiche degli esseri umani peggioravano vistosamente. Questo condusse lo scienziato tedesco a una vera e propria crociata per denunciare che, nel “dialogo” fra la macchina e l’essere umano, è quest’ultimo a finirci sotto malamente. La denuncia di Weizenbaum rimase perlopiù inascoltata, e si stava parlando di chatbot ancora rudimentali. Oggi sono parecchie le persone, soprattutto giovani, che si rivolgono a psicologi creati con l’Intelligenza artificiale per confrontarsi su questioni assai profonde. Ragazzi pronti ad affermare che l’IA li capisce e non giudica, li tratta meglio degli adulti.

Le poche multinazionali che ottengono profitti esorbitanti da tutto ciò che ruota attorno all’IA, in nome del sacro profitto, non si sono fatte alcuno scrupolo a generare una tossicodipendenza universale. Social network e dimensioni virtuali di vario genere, infatti, sono state metodicamente programmate per creare dipendenza. Chi li utilizza rimane come ipnotizzato e drogato da una produzione massiva di sostanze del benessere (endorfine, dopamina, serotonina). Questo aspetto, che colpisce soprattutto i più giovani – per via del lobo prefrontale scarsamente sviluppato, ossia la parte del cervello in grado di gestire le emozioni – produce un duplice effetto: persone sempre più impegnate a trascorrere ore scrollando i video, da una parte, e una vita reale che risulta sempre più noiosa, priva di senso e di stimoli perché non in grado di “regalare” le sostanze stupefacenti di cui sopra.

Risultati? Tre giovani su quattro dichiarano di aver bisogno di un supporto psicologico per ansia, senso di inadeguatezza, depressione, incapacità di allacciare relazioni profonde. Non era mai successo prima nella Storia, ma questa si sta avviando ad essere la prima generazione di giovani e giovanissimi in cui il suicidio è la principale causa di morte. Del resto, un nuovo e imponente studio longitudinale condotto su oltre 4mila preadolescenti – pubblicato su International Journal of Clinical and Health Psychology – ha rivelato che i ragazzi che più fanno uso degli schermi colorati sono anche quelli con più probabilità di manifestare i sintomi di cui sopra.

Basterebbe soltanto un dato per capire che i governanti mondiali sanno tutto ciò: TikTok, il social più famoso e usato fra i giovani, è un prodotto cinese vietato in un solo paese del mondo: la Cina. In nome del progresso tecnologico e del profitto economico, ormai gli unici due parametri con cui si riconosce valore a persone, cose e iniziative, si stanno volutamente trascurando gli effetti deleteri dell’IA sulle persone, ma anche sul pianeta, considerando che questa tecnologia è la più energivora e consumatrice di acqua (le “terre rare” per cui si fanno le guerre sono quelle ricche di minerali indispensabili all’IA).

La Magnifica humanitas di Leone XIV denuncia questo potere assoluto che il sistema tecno-finanziario esercita su democrazie degradate e impotenti, nel silenzio assordante di una politica largamente ignorante e genuflessa. Nonché di una Sinistra ancora una volta agevolmente scavalcata alla sua sinistra (dal Papa!), incapace di difendere le classi subalterne rispetto ad argomenti che hanno un impatto reale sulle persone. Anche a fine Ottocento ci volle un’enciclica, la Rerum novarum di Leone XIII (1891), per denunciare le ingiustizie del mercato e proporre azioni alternative alle tanto velleitarie quanto sanguinose rivoluzioni comuniste.

Il Papa di allora, cui dichiaratamente si ispira l’attuale, rimase inascoltato e questo fece piombare il mondo in due terribili guerre mondiali. Oggi si rischia perfino di più, considerato che la filosofia cui aderiscono tutti i grandi guru dell’IA è quel transumanesimo che si pone come scopo il superamento della magnifica umanità pensante e senziente. Assai meno redditizia della munifica superumanità di docili robot.

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I lavoratori nel settore dell’animazione non hanno opportunità dignitose: il mio consiglio è di fare rete

6 June 2026 at 06:33

di Franca Moroni

Conosco da cinque anni la situazione professionale di molti giovani adulti che lavorano nel settore dell’animazione e della graphic novel. Constato, amaramente, che mettere cultura e tempo per formarsi in questo settore si è rivelata una pessima scelta, in quanto le opportunità di lavoro dignitoso sono minime.

L’avvento del Covid e la necessità di introdurre forme di distanziamento sul lavoro portarono all’introduzione dello smart working nel Pubblico e nelle grandi imprese sindacalizzate, ma contribuirono al processo di esternalizzazione del lavoro in quelle attività che non abbisognavano di integrazione dei cicli di produzione. Le grandi società di produzione di grafica o di animazione 2D e 3D hanno sperimentato che è più conveniente cercare collaboratori occasionali mediante le cosiddette piattaforme, fra le quali Linkedin è la più conosciuta ma non la sola, in un mercato che ha come perimetro il mondo intero. A ciò si aggiunga il conflitto russo-ucraino a causa del quale i paesi Ue hanno tagliato gli investimenti in molti settori, in primis quelli culturali, per destinarli alla difesa.

Oggi il grafico, il regista, lo storyboard artist, l’animatore non sono lavoratori dipendenti, formalmente sono partite Iva o, i più giovani, prestatori d’opera occasionali: ma chiamiamoli con il loro nome, sono lavoratori a domicilio che si comprano anche gli strumenti di lavoro.

La società di produzione o lo studio che ha in subappalto parte del progetto fa una inserzione su piattaforma, offrendo un lavoro che in genere va consegnato in pochi giorni. Spesso chiede una prova gratuita, mai inferiore a un giorno lavorativo, a volte per un’offerta di qualche giornata di lavoro. Se il professionista supera la prova quasi sempre il lavoro deve essere consegnato “il prima possibile perché siamo già in ritardo”, niente festivi o domeniche. Sovente, il contratto viene firmato alla consegna del lavoro, prendere o lasciare. E se il lavoro non è di gradimento, non c’è nessun misuratore di correttezza, si ricontratta a parole il compenso e il lavoratore si deve accontentare di una riduzione. I compensi sono assai variabili: a volte giungono a 100 € a giornata, a volte non raggiungono i 6 € lordi.

Per chi non ha reti amicali e proviene dalle Università e dalle Accademie, l’unico incontro domanda-offerta sono le già citate piattaforme: con qualche rischio in meno per l’incolumità fisica, un meccanismo molto simile alle piattaforme con cui viene distribuito il lavoro di consegna di beni. In assenza di queste piattaforme la vorticosa assegnazione di lavori brevi non sarebbe possibile. Come mai si trovano tanti giovani super formati disponibili a lavorare in queste condizioni?

1) Per svolgere queste attività professionali occorre una lunga formazione, che non termina prima dei 26-28 anni, che comprende lauree, master o corsi privati assai costosi. Ciò su una forte predisposizione teorica e pratica. La speranza di fare dignitosamente il lavoro per cui si è studiato tanto spinge ad accontentarsi, a stringere i denti e fare anche un lungo apprendistato.

2) Il mercato è mondiale: i 6 € ora in Italia non consentono di vivere ma già in altri paesi Ue hanno un valore diverso, per non dire del sud est asiatico. Un lavoratore solo di fronte a una SpA multinazionale, uno Studio pluripremiato, cosa può fare?

3) Quando un lavoratore ha raggiunto i 28-30 anni ed è super formato è escluso da quei lavori, meno qualificati, che potrebbe svolgere al termine delle superiori. I datori di lavoro non possono più usufruire di detrazioni e sostegni e in molti posti non si vuole un lavoratore che eccede in formazione. E a questo punto gli ormai non più giovani come mangiano?

Concludo facendo appello a questi lavoratori di fare rete: il loro avversario non è il collega ma chi gestisce tutta la filiera. I grandi sindacati volgano attenzione anche a questo settore, fornendo supporto giuridico e aggregazione.

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Il luna park delle criptovalute sta chiudendo i battenti, anche Michael Saylor vende: siamo alla resa dei conti

6 June 2026 at 06:30

Il luna park delle criptovalute sta chiudendo i battenti, e i gettoni dorati ormai valgono molto, ma molto meno dell’elettricità consumata per produrli. In queste ore, la madre di tutte le illusioni, lo schema Ponzi più grande di sempre, il Bitcoin, annaspa poco sopra ai 63.000 dollari, un clamoroso -50% rispetto alle vette allucinate dei 126.000 dollari toccate pochi mesi fa. E la ruota di scorta, Ethereum, fa pure peggio: a quota 1.760 dollari, è crollata -64% dal picco. Un bagno di sangue ampiamente previsto da chiunque valuti i mercati finanziari, e i vari strumenti oggi disponibili, con razionalità, e senza credere alla moltiplicazione dei pani e delle monete virtuali.

In questo quadretto idilliaco, il pessimismo attorno al feticcio digitale sale – esso sì – ai massimi. Bitcoin è sempre stato un mistero. L’inventore, da 17 anni, si nasconde dietro lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto. Ma una scia di indizi sepolti tra gli algoritmi porta a un informatico americano: Adam Back. In molti gli sono grati, senza conoscerlo, perché ci hanno speculato e guadagnato, nei momenti di euforia. Ma ora siamo alla resa dei conti. Davvero. E a staccare la spina è proprio il cantore più invasato e esaltato di Bitcoin, Michael Saylor.

Soltanto lo scorso febbraio, questo sedicente guru giurava ai suoi adepti che, dovendo scegliere, conviene vendere un rene piuttosto che un solo Bitcoin. I reni se li è tenuti. Le crypto con la “B” ha cominciato a venderle: prima volta dal 2022 per la sua società Strategy, la più grande cassaforte di criptovalute del mondo. Ai discepoli è bastato vedere il maestro mettere mano al portafoglio per sudare freddo. E quindi anche loro, sell.

Parliamo della più grande balena del mercato, un’azienda che siede comodamente sul 4 per cento di tutta la speculazione mondiale in circolazione. Quanto abbia venduto è quasi irrilevante, una manciata di monete su un tesoro sterminato. La domanda vera è: perché il furbetto del quartierino cripto ha dovuto mettere improvvisamente mano al portafogli? Semplice: doveva pagare i conti.

Per finanziare la sua bulimica abbuffata di Bitcoin, la premiata ditta Strategy aveva piazzato sul mercato azioni privilegiate, promettendo dividendi stellari a chi abboccava all’esca. Il piano geniale era stampare e vendere nuove azioni per pagare i dividendi vecchi, una delle tante varianti – prassi regolare nell’era Trump – del classico schema Ponzi. Peccato che, con il crollo verticale del Bitcoin, anche il valore di Strategy a Wall Street sia colato a picco (per l’esattezza -73,3% dal massimo del novembre 2024). E così, senza più polli da spennare, al signor Saylor non è rimasto altro che vendere l’unico finto asset rimasto in cassa.

I mercati delle scommesse, come Polymarket, fiutano l’odore del sangue e danno ormai al 51 per cento la probabilità che il baraccone crolli sotto i 50.000 dollari. Il difetto d’origine resta quello di sempre, che l’euforia fa dimenticare: il Bitcoin non produce nulla, non paga cedole, non costruisce niente, non è accettato come come moneta da nessuna parte, se non nel dark web da terroristi, mafiosi e venditori di uranio arricchito. Vale quanto il prossimo fesso è disposto a sborsare, nel vecchio gioco in cui si vince soltanto finché si trova qualcuno più ottimista (o più stupidamente predisposto a speculare) a cui passare il cerino. E la fila degli ottimisti, di questi tempi, si sta accorciando.

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Più che una band, una “Dimensione”. Eccoli i Brama mentre danno ordine al caos

6 June 2026 at 05:50

Nel giro di pochi anni i Dimensione Brama sono passati dai live abusivi sui tetti di Roma durante il Covid-19 ai palchi televisivi di X-Factor, portandosi dietro un immaginario alto in cui convivono Bertolt Brecht, TikTok, David Bowie, Joy Division e i CCCP, la tragedia trasformata in contenuto e la sensazione costante che il mondo stia andando in malora. Qualcuno li ricorderà proprio per il passaggio nel talent di Sky, quando Manuel Agnelli, dopo una loro reinterpretazione degli Smiths, commentò che era come aver costruito un parcheggio sopra la sua adolescenza. Con Teatral Politik la band romana prova a dare una forma al suo caos: dentro ci sono politica-spettacolo, collasso emotivo, desiderio, alienazione digitale e una domanda che torna continuamente durante la conversazione: cosa significa fare arte oggi, in un’epoca in cui tutto sembra diventare immediatamente consumo, estetica, distrazione? Li ho raggiunti poco prima dei loro live tra Roma e Milano.

Vi definite “dimensione”, non band: state creando musica o un luogo in cui rifugiarvi per tempi meno buoni?
Entrambe le cose. L’immagine del rifugio, dell’autarchia, della città che resiste, ci appartiene molto. Stiamo cercando un modo e un senso per fare arte oggi, e questa ricerca si intreccia continuamente con una domanda: a cosa serve fare musica? E a chi serve? Il presagio di tempi più oscuri lo sentiamo tutti. Attorno a noi percepiamo un clima da ‘si salvi chi può’, ma non vogliamo accettarlo come destino. Altrimenti basterebbe cercare un lavoro stabile, una casa, accumulare denaro e chiudersi lì. Noi stiamo provando a costruire qualcosa che abbia una prospettiva più lunga.

Nel vostro immaginario convivono punk e barocco, X-Factor e Brecht: da dove nasce questa necessità di tenere insieme cose che sembrano incompatibili?
Probabilmente dal fatto che siamo un gruppo di persone diverse. Ognuno vive dentro la propria trama e tutte queste necessità finiscono per confluire nello stesso progetto. Al liceo un professore ci disse una cosa che ci è rimasta impressa: esiste una medicina per l’anima e sono le belle parole. Non solo quelle dei libri, ma anche quelle. Da lì nasce un immaginario in cui la cultura cosiddetta alta si mescola con il pop, il trash, TikTok, la psicanalisi e tutto ciò che attraversa il presente. Siamo figli del nostro tempo e passare da Brecht alla cultura pop ci sembra naturale.

Brama deriva da un termine germanico che significa “urlo”: cosa cercavate di urlare quando siete nati nel 2021?
Venivamo dalla pandemia, da un momento storico che ha lasciato un segno molto profondo. Quell’urlo era insieme liberazione, paura, rabbia. Ma dentro c’è anche il significato italiano della parola: desiderio. Un desiderio ostinato, difficile da sradicare. All’inizio eravamo un collettivo enorme, poi il progetto si è trasformato. La necessità però era chiarissima: volevamo fare concerti, stare insieme alle persone. Non siamo partiti pensando a Spotify o a X-Factor. Volevamo riunire corpi e creare comunità in un momento in cui il senso di prossimità tra gli esseri umani sembrava sgretolarsi.

Che ricordo avete del vostro primo concerto?
Il primo concerto fu completamente abusivo: fine 2021, un terrazzo nel centro di Roma, il G7 in città, gli elicotteri sopra la testa. A un certo punto arrivarono i carabinieri per fermarci, ma riuscimmo comunque a concludere il live. Paradossalmente fu proprio quella serata a farci capire la forza di ciò che stavamo costruendo.

A un certo punto siete finiti a X-Factor: vi sentite adatti a quel mondo o vi siete sentiti degli infiltrati?
Entrambe le cose. Sentivamo che quel contesto poteva appartenerci e allo stesso tempo avevamo la sensazione di essere infiltrati. Ci interessava osservare da vicino il rapporto ambiguo tra autenticità e spettacolarizzazione delle emozioni. La cosa che ci ha colpito davvero è stata scoprire quanto poco controllo abbiano i concorrenti. Più si va avanti e più ci si accorge che esiste un copione implicito, anche se nessuno lo dichiara apertamente. All’inizio ci sentivamo molto più liberi, poi arrivavano indicazioni precise: stare fermi sul palco, incarnare una certa eleganza, non essere troppo punk perché quel ruolo era già occupato, non essere troppo altro perché c’era già qualcuno a rappresentarlo. È interessante perché questa pressione non agisce soltanto sull’estetica, ma finisce per entrare dentro le persone.

E il rapporto con i giudici? Manuel Agnelli, dopo una vostra esibizione, sembrava molto contrariato…
Lì c’è stato soprattutto un equivoco. Poco prima dell’esibizione si stacca il jack della chitarra e siamo costretti a fermarci. Mentre i tecnici lavorano al problema, improvvisiamo un can can delirante in mezzo al pubblico. Per noi era un momento spontaneo, quasi clownesco. Per Manuel fu una mancanza di rispetto verso il brano che stavamo suonando, perché lui ha una concezione molto sacrale della musica. Il paradosso è che quel pezzo lo avevamo scelto per omaggiare il giornalista Ernesto Assante, che ci aveva sempre incoraggiato a partecipare al programma. Dopo la sua scomparsa siamo stati contattati dalla produzione e abbiamo vissuto tutto con un forte coinvolgimento emotivo. Quella cover era dedicata a lui.

Nel nuovo album parlate di un mondo che “va a fuoco e sembra anche bello”: quanto vi spaventa il fatto che siamo capaci di trasformare qualsiasi tragedia in estetica?
La tragedia oggi viene continuamente trasformata in immaginario. Ma nel momento in cui diventa soltanto estetica, smette di essere tragedia. Non si tratta di censurarla, ma di continuare a riconoscerla per quello che è. Il problema è che ormai la tragedia è ovunque: nei telegiornali, nei feed, nelle immagini che scorrono senza sosta. E questa esposizione permanente produce assuefazione. Forse la forma contemporanea della censura consiste proprio nel mostrare tutto, fino a rendere tutto invisibile.

Il disco si intitola Teatral Politik, come a sottolineare che è lo spettacolo ad aver preso il posto della politica…
Per esistere davvero, la politica avrebbe bisogno di capacità, profondità e lungimiranza. Qualità che sembrano rare sia nella vita pubblica sia in quella privata. Oggi i politici assomigliano sempre più a influencer. La politica sembra ormai una serie televisiva, c’è uno scollamento crescente tra rappresentazione e realtà e noi consumiamo tutto questo come intrattenimento.

Tra dieci anni, cosa sperate di non essere diventati?
Avidi. E aridi. Vorremmo soprattutto evitare di diventare la copia di noi stessi. Ci affascinano modelli come i Nomadi o i Gong: esperienze capaci di attraversare il tempo trasformandosi continuamente senza perdere la propria identità. Insomma, preferiremmo lasciare un’eredità che altri possano raccogliere e reinventare.

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In Italia il debito delle famiglie in rapporto al Pil è molto più basso che in Paesi più solidi: un patrimonio strategico

6 June 2026 at 05:49

Quando si parla di solidità finanziaria di un Paese, il riflesso condizionato è sempre lo stesso: guardare il debito pubblico. È una specie di rito civile, come lamentarsi del traffico o del commercialista. L’Italia, in questa narrazione, parte quasi sempre con il cartellino giallo: Stato indebitato, crescita debole, produttività bassa, conti pubblici sotto osservazione. Tutto vero. Ma non tutta la verità.

Esiste un altro indicatore, molto meno popolare nel dibattito pubblico, che racconta una storia diversa: il debito delle famiglie in rapporto al Pil. Secondo il Global Debt Database del Fondo Monetario Internazionale, il debito delle famiglie pesa per il 125,4% del Pil in Svizzera, il 112,1% in Australia, il 100,1% in Canada, il 93,6% nei Paesi Bassi, il 90,1% in Corea del Sud, il 76,2% nel Regno Unito, il 69,4% negli Stati Uniti. In Italia il dato è pari al 36,1%.

Il paradosso è evidente: molti Paesi percepiti come più solidi, ordinati, efficienti e finanziariamente maturi hanno famiglie molto più indebitate di quelle italiane. Noi abbiamo uno Stato pesante e famiglie relativamente leggere. Altri hanno Stati più credibili e famiglie più cariche di mutui, prestiti e obbligazioni domestiche. La finanza, ancora una volta, dimostra di amare le contraddizioni.

La prima spiegazione è operativa: casa, credito e costo della vita. Nei Paesi in cima alla classifica, l’indebitamento privato è spesso una condizione normale di accesso alla vita adulta. Comprare una casa a Zurigo, Sydney, Vancouver, Amsterdam o Seul significa entrare in mercati immobiliari molto costosi, dove il mutuo non è un incidente di percorso, ma una struttura portante dell’esistenza familiare. Il debito non serve solo a consumare: serve a stare dentro il mercato.

In Italia, invece, il rapporto con la casa è stato storicamente diverso. La proprietà immobiliare è stata spesso costruita per accumulazione familiare, eredità, risparmio paziente, aiuti intergenerazionali. Non sempre per virtù: anche perché il credito è stato meno profondo, il mercato del lavoro più fragile, il reddito dei giovani più incerto. Ma il risultato resta: le famiglie italiane, nel confronto internazionale, sono meno esposte alla leva finanziaria.

La seconda spiegazione è culturale e fiscale. In molti Paesi avanzati il debito privato non è considerato una colpa, ma uno strumento. Il mutuo è pianificazione finanziaria. La leva è gestione patrimoniale. Il debito è una tecnologia sociale. Alcuni sistemi hanno anche incentivato fiscalmente l’indebitamento, per esempio attraverso trattamenti favorevoli sugli interessi passivi dei mutui. Il cittadino razionale, in quei contesti, non è quello che evita il debito, ma quello che lo usa bene.

In Italia resiste invece una cultura del risparmio difensivo. La famiglia italiana accumula perché non si fida: dello Stato, del mercato del lavoro, della pensione futura, della banca, del vicino di casa e, spesso con buone ragioni, anche del cugino che propone investimenti “sicuri”. Il risparmio privato diventa così una forma di welfare domestico: paga l’università dei figli, aiuta l’acquisto della casa, copre le malattie, sostiene l’impresa familiare, assorbe le crisi.

Non è romanticismo. È una supplenza. Dove il welfare pubblico è lento o incompleto, interviene il patrimonio privato. Dove il reddito non basta, interviene la famiglia. Dove il mercato non finanzia, interviene il conto corrente dei genitori. Siamo un Paese con uno Stato indebitato e una società che ha imparato a fare da ammortizzatore di se stessa.

La terza spiegazione è sistemica. Non bisogna leggere l’alto debito delle famiglie come sinonimo automatico di povertà. Sarebbe un errore grossolano, quindi perfettamente compatibile con molto dibattito pubblico. Un alto debito privato può indicare mercati finanziari sviluppati, accesso al credito, fiducia nel futuro, patrimonio immobiliare diffuso, capacità delle banche di finanziare famiglie ritenute solvibili. Il problema nasce quando questa architettura viene colpita da tassi alti, redditi stagnanti o prezzi immobiliari in calo. A quel punto il debito privato cambia natura: da strumento di crescita diventa vincolo. La rata del mutuo smette di essere il prezzo della stabilità e diventa il rubinetto che prosciuga reddito disponibile. Nei Paesi dove le famiglie sono esposte per quote molto elevate del Pil, un rialzo dei tassi può trasmettersi rapidamente ai consumi, al mercato immobiliare e alla stabilità bancaria.

L’Italia, al contrario, presenta una vulnerabilità opposta. Il punto debole resta il debito pubblico. Il punto di forza resta il bilancio delle famiglie. Banca d’Italia segnala che alla fine del 2024 la ricchezza netta delle famiglie italiane era pari a 11.732 miliardi di euro; nello stesso tempo, nei rapporti sulla stabilità finanziaria, evidenzia rischi limitati per le famiglie anche per effetto del basso debito privato e della ricchezza finanziaria accumulata.

Questo non significa che gli italiani siano ricchi nel senso quotidiano del termine. Molte famiglie hanno redditi bassi, salari compressi, figli precari, pensioni che reggono interi nuclei familiari. La ricchezza privata italiana è anche diseguale, immobilizzata, spesso poco produttiva. Molta è mattone, non liquidità. Molta è nelle mani delle generazioni anziane.

Quindi attenzione a trasformare il dato in autocelebrazione nazionale, sarebbe il solito patriottismo da bar. Però il dato resta politicamente ed economicamente rilevante. Se giudichiamo un Paese solo dal debito dello Stato, vediamo metà bilancio. Se ignoriamo il debito delle famiglie, non capiamo dove si trovi davvero il rischio. Nei Paesi nordici o anglosassoni il rischio è spesso distribuito nei bilanci privati. In Italia è concentrato maggiormente nel bilancio pubblico. Sono due modelli diversi di fragilità.

La domanda allora è semplice: ha senso continuare a valutare la solidità di un Paese guardando solo al debito pubblico e ignorando quello dei cittadini?

Nel caso italiano, il risparmio privato è ancora uno degli ultimi scudi sistemici. Non può diventare un alibi per non ridurre il debito pubblico, non può sostituire la crescita, non può compensare per sempre salari bassi e produttività stagnante. Ma è un patrimonio strategico. E come tutti i patrimoni strategici andrebbe protetto, non spremuto o usato come bancomat silenzioso per coprire l’inefficienza pubblica.
Il vero paradosso è questo: l’Italia è spesso descritta come un Paese finanziariamente fragile perché ha uno Stato indebitato. Ma una parte importante della sua tenuta deriva proprio da cittadini che, per prudenza, sfiducia e memoria storica, si sono indebitati meno degli altri.

Non sarà moderno. Non farà curriculum nei convegni sulla finanza sofisticata. Ma quando i tassi salgono e le rate mordono, anche la vecchia prudenza familiare italiana smette di sembrare arretratezza e torna a chiamarsi con il suo nome: difesa.

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La Biennale Teatro diretta da Willem Dafoe apre con Miyagi e Banushi: purezza o disimpegno?

6 June 2026 at 05:40

“E qualcosa rimane/ tra le pagine chiare e/ le pagine scure”: con l’eco di anni lontani che furono detti ‘di piombo’, la polemica sul dichiarato disimpegno di Francesco De Gregori continua a tener banco. Eppure, si sa che ’sono solo canzonette’, ormai dal 1980, da quando Edoardo Bennato ha voluto mettere la parola fine a un certo cantautorismo politico. Ma il mondo delle rappresentazioni cosiddette artistiche della realtà offre ogni giorno sempre buoni pretesti per accapigliarsi.

Si apre a Venezia, per esempio, una Biennale Teatro dal maiuscolo titolo “ALTER NATIVE”, che fa tanto contro-cultura da sembrare pescato in un vecchio numero della rivista ‘Re Nudo’. Ciò non toglie che sia la rassegna istituzionale che segna l’apice internazionale di una stagione dei festival che anche in Italia si sta presentando con scelte diverse. Così pare da quanto s’è visto ai primi assaggi a Milano, con un eccellente FOG 2026 in Triennale Teatro, poi con LIFE di Zona K, dedicato alla polarizzazione politica, con ‘Presente Indicativo’ al Piccolo Teatro, piuttosto che, in questi stessi giorni, con il sostanzioso 30mo festival Da vicino nessuno è normale di Olinda all’ex ospedale psichiatrico Pini. E anche se si alza lo sguardo verso le grandi manifestazioni europee per studiarne i programmi, si nota che oggi i nomi di punta del teatro, della danza e delle arti performative privilegiano uno spiccato interesse per la realtà, prima ancora che la ricerca della bellezza e della poesia, o meglio attraverso di essa.

Di questa seconda edizione di Biennale affidata a Willem Dafoe – sempre che si possa parlare di costruzioni coerenti di linee editoriali – si nota una scelta di fondo legata invece all’idea di un teatro artistico per così dire ‘allo stato puro’. Questa linea s’intuisce fin dalla doppia apertura, davvero originale, di domenica 7 giugno: la riproposta di ‘Ragada’, primo atto del Romance Familiare di Mario Banushi, che avverrà nel contesto di un salotto privato, in Ca’ Malcanton; e la prima europea, al Teatro Piccolo Arsenale, di ‘Mugen Noh Othello’ di Satoshi Miyagi, rivisitazione allegorica orientale di un classico shakespeariano.

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6- Willem Dafoe_ph. Andrea Avezzù, Courtesy La Biennale di Venezia_AVZ-8125

Banushi è una sorta di nuova stella del post-teatro europeo, greco di origine albanese, giovane autore di una prima trilogia di storie di famiglia rappresentate senza che in scena sia pronunciata una sola parola, la sua visionarietà oscilla tra la tradizione popolare mediterranea e un’estetica che si direbbe queer. Satoshi Miyagi è un maestro riconosciuto del teatro classico giapponese: in questo suo recente capolavoro ribalta Otello nella chiave di una Desdemona dall’immenso potere mistico, riportando addirittura Shakespeare dentro il Mugen Noh, ‘variazione ancora più spirituale del Teatro Noh che guarda a un’antica pratica religiosa di pacificazione degli spiriti rabbiosi’.

Così lo stesso Miyagi ha dichiarato in un’intervista recente a Cristina Piccino su ‘Alias’, dove ha poi toccato con invidiabile chiarezza i temi forti dell’attualità del teatro: ‘Abbiamo la tecnologia, l’intelligenza artificiale ma se guardi la tragedia greca le questioni e i conflitti i dei suoi personaggi sono gli stessi ai quali ci si confronta oggi. C’è poi un altro punto: i testi moderni si identificano col punto di vista di una singola persona mentre nei testi classici la visione è generale. Va oltre una vita, una storia, una realtà specifica che di per sé va bene ma restituisce una immagine più individuale. I classici invece permettono una lettura universale che come in Shakespeare non appartiene solo al suo tempo’.

Ecco, l’accostamento di questo ‘Mugen Noh Othello’ dichiaratamente spirituale e universalista, in apertura di Biennale, con il primo atto teatrale domestico, e per pochi intimi, del romanzo familiare personale di Banushi, fa riflettere ben aldilà dei contrasti estetici e poetici che rivela. In fondo ci racconta di un mondo occidentale che, pur ancora intriso di tossicità ideologiche e derive pseudo-identitarie, vede le classi medio-alte delle nuove generazioni imboccare decisamente la via d’uscita sociale e culturale della singolarità (o della singolarizzazione).

Attenzione: l’atteggiamento ‘singolarista’ è qualcosa di diverso dal cosiddetto individualismo, inteso anche nel senso buono, di un certo anticonformismo alla De Gregori, per intenderci. E’ quello che la filosofa Francesca Rigotti, in un pamphlet del 2021 per Einaudi, aveva definito L’era del singolo, in cui ‘ognuno è originale e speciale e realizza un’opera d’arte unica e irripetibile, la propria vita’. Ed è questo profilo intenzionalmente singolarista a dividere il pubblico di età più matura o più engagé rispetto al ‘romance familiare’ di Banushi, che in fondo è l’esempio aulico di un certo teatro generazionale che si vede sovente in scena anche in Italia. Forse questa Biennale Teatro, con un programma tanto internazionale, sarà davvero così ‘alternativa’ da evocare in concreto la suggestione che si possa superare lo steccato tra singolare e plurale?

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Sono entrato nella stanza del timekeeping in MotoGp. Ecco come funziona il cervellone del cronometro

6 June 2026 at 05:01

C’è un momento, in MotoGP, che dura meno di un battito di ciglia. Un lampo. Un soffio. Una frazione di secondo così piccola da sembrare irrilevante. Eppure può separare la gloria dall’oblio, la pole position dalla seconda fila, la vittoria da una sconfitta che brucia per anni.

Quando due moto tagliano il traguardo quasi affiancate a oltre 300 km/h, il pubblico vede un’esplosione di emozioni. I piloti sentono l’adrenalina. I team trattengono il respiro. Ma qualcuno deve stabilire la verità.

Quel qualcuno è Tissot, main sponsor della MotoGP e grazie all’azienda svizzera sono stato in un luogo segreto, aperto solo al personale che detiene un grande, ma silenzioso ed invisibile lavoro. Quel luogo è la stanza del Timekeeping. Il cronometraggio, detta in soldoni. Da anni il marchio svizzero è il cronometrista ufficiale della MotoGP e custodisce uno dei compiti più delicati dell’intero paddock: trasformare la velocità in numeri e l’emozione in dati certi. Perché in uno sport dove le moto sfiorano i 360 km/h e i distacchi si misurano in millesimi, il tempo non può essere soltanto contato. Deve essere catturato.

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Dietro ogni gara esiste infatti un mondo che gli spettatori non vedono mai. Una vera e propria carovana tecnologica che attraversa il pianeta seguendo il calendario del Motomondiale. Camion, server, antenne, telecamere, sensori e tecnici specializzati vengono trasportati da un circuito all’altro per ricostruire ogni volta un sistema di rilevazione completamente indipendente. Non importa se si corre al Mugello, a Phillip Island o a Motegi: Tissot installa il proprio ecosistema di cronometraggio da zero. Come?

Ogni moto della griglia possiede un transponder, una sorta di carta d’identità elettronica che trasmette continuamente un segnale alle antenne distribuite lungo il circuito. Quando il pilota passa davanti a uno dei sensori, il sistema registra la sua posizione e il tempo impiegato con una precisione quasi chirurgica.

Ma non basta. Perché la MotoGP è imprevedibile. È il regno dell’impossibile.

E allora, accanto al sistema principale, esiste sempre un esercito di riserva. Telecamere ad altissima velocità sorvegliano il traguardo pronte a immortalare il fotofinish. Se i dati non fossero sufficienti a determinare un vincitore, sono le immagini a raccontare chi ha davvero attraversato per primo la linea bianca.

Ed è qui che si apre un archivio storico di vittorie al fotofinish: Brno 1996, categoria 125cc, memorabile arrivo in volata tra Haruchika Aoki, Masaki Tokudome, Emilio Alzamora e Tomomi Manako, con i primi quattro racchiusi nello spazio di soli 0.05 secondi. Oppure la ben più famosa Estoril 2006, in MotoGP. Una delle volate più incredibili di sempre con Elias che beffa Valentino Rossi per appena 0.002 secondi. Quei 5 punti, a posteriori, saranno fondamentali per la vittoria del titolo mondiale di Nicky Hayden. Ma di esempi ce ne sono a decine.

Torniamo alla struttura: è una rete di sicurezza costruita per eliminare qualsiasi dubbio. Poi arrivano i computer. Milioni di informazioni scorrono attraverso software sofisticati che trasformano impulsi elettronici in classifiche, velocità massime, tempi sul giro, settori record, dati di accelerazione e statistiche che finiscono sugli schermi dei box, nelle cabine di commento e nelle televisioni di tutto il mondo.

Ogni numero che compare sul monitor di un team o sul televisore di casa nasce da questo gigantesco lavoro invisibile. Eppure, nel cuore di una tecnologia tanto avanzata, resta ancora spazio per l’uomo. Osservatori specializzati verificano continuamente che i dati corrispondano alla realtà. Se il sistema indica un pilota in testa, qualcuno controlla che sia davvero lui a guidare la corsa. Un ultimo filtro umano a protezione della precisione assoluta.

Durante il weekend operano circa undici professionisti dedicati esclusivamente al cronometraggio. Quando la bandiera a scacchi cala sul traguardo, il loro lavoro non finisce: inizia la distribuzione dell’enorme patrimonio statistico a squadre, televisioni, giornalisti e piattaforme digitali di tutto il mondo.

Perché in MotoGP il tempo non è soltanto una misura. È il millesimo che consegna una pole position. È il fotofinish che decide un Gran Premio. È il record sul giro che entra nella storia.

Mentre milioni di tifosi guardano i piloti sfidare i limiti dell’uomo e della macchina, questi professionisti combattono una battaglia diversa ma altrettanto importante: quella contro l’errore. Una sfida silenziosa, invisibile, che si gioca nell’arco di pochi millesimi che in MotoGp possono valere una carriera. Tutto questo avviene in questa stanza silenziosa dove nessuno può entrare.

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