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Il panico per l’incidente con materiale pericoloso, il lockdown poi la smentita: falso allarme al Pentagono

L’emergenza che ha innescato lo stato di lockdown al Pentagono e l’evacuazione di alcuni piani della struttura era frutto di un falso allarme. Lo riferiscono fonti della Cnn. Le operazioni di controllo dureranno comunque per un paio d’ore.

Inizialmente, l’incidente era stato indicato come legato a “materiali pericolosi”. Diversi piani e corridoi erano stati isolati e altri evacuati dopo che i sistemi interni dell’edificio avevano rilevato un problema legato alla qualità dell’aria.

Il portavoce del Pentagono, Sean Parnell, aveva confermato che i sistemi della struttura “hanno rilevato un problema di qualità dell’aria che richiede misure precauzionali, in attesa di determinarne la gravità”. “Il dipartimento sta applicando i protocolli standard di protezione”, aveva aggiunto Parnell, spiegando che i team di risposta erano stati dispiegati e pronti a fornire supporto ai dipendenti.

Sul posto era intervenuto anche il team per i materiali pericolosi della Pentagon Force Protection Agency, con il sostegno dei vigili del fuoco della contea di Arlington. Secondo una fonte citata dalla Cnn, alcuni agenti entrati nell’edificio indossavano maschere antigas e tute di protezione da agenti chimici.

“Vannacci fascista? È un complimento”: all’aperitivo per il generale c’è il “Barone nero” Jonghi Lavarini. I sostenitori di Futuro nazionale: “Meloni e Salvini hanno fallito”

11 June 2026 at 16:15

“Il mio cuore era per il Capitone. Sì, Matteo Salvini, proprio lui. Ma dopo l’esperienza Draghi mi sono sentito tradito. Da lui e da tutta la destra. Io, per esempio, non mi sono mai vaccinato“. Amedeo ha 26 anni, polo nera, eloquio rapido. È uno dei pochi sostenitori di Roberto Vannacci che si presenta alla serata organizzata al parco Verga, periferia Nord di Milano: è l’aperi-Vannacci, cioè ritrovo, visione comune di Otto e mezzo, col generale ospite di Lilli Gruber, poi dibattito. Quasi tutti gli altri, infatti, sono delegati che sabato e domenica saranno a Roma per la nascita ufficiale di Futuro nazionale. Vale a dire: persone che politica l’hanno già fatta. Amedeo, si capisce, viene dall’estrema destra – nonostante una piccola parentesi in Forza Italia ma “solo per costituire le liste elettorali per un amico”, spiega – e vorrebbe vedere “dissanguati” da Fn “gli attuali partiti che sostengono il governo”. Giorgia Meloni e quello che lui chiama “Capitone” non li può più vedere.

Deluso è anche Emanuele Ajello, 36 anni. Lui sì totalmente a digiuno di politica, eppure dice chiaro e tondo che “la presidente del Consiglio ha fallito”. Perciò ha fondato un comitato di Fn a Milano – uno dei 13 per ora presenti – e sabato sarà a Roma per l’assemblea costituente. L’uomo di punta – e di riferimento per Vannacci nel capoluogo lombardo – è Massimiliano Bastoni, ex consigliere regionale della Lega, ora eletto nel “parlamentino” composto da cento persone che contribuirà a redigere le linee guida per la nascita di Futuro nazionale. Il suo nome è stato indicato come possibile candidato di Fn alle amministrative di Milano del prossimo anno. Ma è lui, in prima persona, a smentire: “Se il centrodestra continua a mantenere certe posizioni, andremo da soli con un nostro candidato, ma non sarò io. Si stanno valutando diversi profili”. Lo stesso ragionamento vale per il nazionale. Continua Bastoni: “Un entusiasmo così è forse paragonabile a quando Silvio Berlusconi aprì i circoli di Forza Italia. Nell’arco di pochi mesi siamo arrivati a 100mila iscritti, è un risultato incredibile. Nel nostro comitato ci sono persone provenienti da tutti i partiti, dalla Lega a Fratelli d’Italia, ma anche dal Movimento 5 stelle. Ci sono poi tante persone che si erano astenute, non è vero che Vannacci attira solo elettorato di estrema destra. La definizione è sbagliata, il nostro partito è trasversale“.

A movimentare la serata ci pensa Roberto Jonghi Lavarini, detto il “Barone nero“, volto noto nella galassia nera di Milano (con una condanna, nel 2020, per apologia di fascismo). “Vannacci fascista? Ma è un complimento, a me lo dicono sempre e li ringrazio” ci dice. Poi aggiunge: “Ma il fascismo purtroppo non esiste più. Noi di estrema destra? Se vuol dire che siamo estremamente coerenti, estremamente chiari ed estremamente patriottici, allora sì, siamo di estrema destra”. Jonghi Lavarini, peraltro, non ha dubbi: “Vannacci è destinato a diventare presidente del Consiglio. Non l’anno prossimo, ma al giro successivo sì”. Ma quando arriva Sylvie Lubamba, showgirl ed ex modella di origini congolesi dal passato giudiziario turbolento, si defila (rivolgendole, non sentito, un epiteto non proprio da gentiluomo). “Sono qui per dimostrare che Vannacci non è razzista” dice lei, che qualche anno fa tentò di entrare nelle grazie di Salvini. Intanto Renato Maturo, altro delegato di Fn, mostra i messaggi sul telefono: “Guardi, mi contattano ogni giorno sconosciuti per entrare nel partito”.

Il refrain tra i tavoli, prima che inizi il dibattito televisivo, è lo stesso: “Meloni e Salvini hanno fallito, ora serve una destra più pura, più capace”. E perché dovrebbe riuscire Vannacci dove gli altri hanno fallito? Curiosamente rispondono tutti la stessa cosa. Lo fa Sergio Flores, bossiano della prima ora, poi salviniano, ora fondatore di un comitato e delegato a Roma: “Vannacci dice le cose che pensiamo tutti noi. Ha un passato da militare, da generale, è abituato a mantenere la parola data”. E lo fa Luigi Stracuzzi, ex Forza Italia, delegato di Bergamo: “È un generale, ogni tanto ci vogliono i generali”. Lo pensa anche Ajello: “Il generale è l’unico leader che può farcela. Ma non solo in Italia, ha la caratura per essere un leader internazionale”. Intanto i numeri del partito corrono: 100mila iscritti, 11mila solo in Lombardia. L’obiettivo, nemmeno troppo celato, è la doppia cifra alle elezioni politiche del 2027.

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Gates davanti al Congresso per il caso Epstein. "Non dovevo incontrarlo. L'isola? Mai stato"

"Non ho mai fatto del male a nessuno e voglio essere molto chiaro: non ho mai assistito né avuto alcun indizio del fatto che Jeffrey Epstein fosse coinvolto in attività criminali continuative". Bill Gates, messo sotto torchio durante un'udienza a porte chiuse al Congresso Usa, nega qualsiasi coinvolgimento nei reati dell'ex finanziere pedofilo morto in carcere nel 2019, ma ammette che "non avrei mai dovuto incontrarlo". Durante l'audizione davanti a una commissione che indaga sulla vicenda, il miliardario filantropo e cofondatore di Microsoft risponde alle domande sull'amicizia con Epstein, che ha frequentato per almeno tre anni al solo scopo, secondo lui, di ottenere fondi per la fondazione benefica che aveva creato con l'allora moglie Melinda. "Alla luce di ciò che so oggi, capisco che se anche se avesse procurato i donatori promessi alla Gates Foundation questo non avrebbe giustificato il fatto di essere associati a lui", sottolinea Gates. "Non sono mai andato sulla sua isola, nel suo ranch o nella sua casa in Florida", prosegue, sostenendo di aver avuto paura di interrompere i rapporti poiché Epstein sapeva delle sue relazioni extraconiugali e minacciava di usarle contro di lui. Il magnate, che non è accusato di alcun illecito, ha espresso la speranza che la sua testimonianza possa "contribuire al lavoro della commissione per rendere giustizia alle vittime".

Gates compare in molte delle foto diffuse dal dipartimento di Giustizia sul caso, e ha detto di aver conosciuto Epstein nel 2011, quindi dopo la condanna per favoreggiamento della prostituzione di una minore, attraverso una sua collaboratrice. Melanie Walker, amica intima di Epstein, ha lavorato per oltre dieci anni presso la Gates Foundation e successivamente nell'ufficio privato del miliardario. Nell'estate del 2017, dopo che i due erano diventati amanti, la donna decise di farsi da parte e chiese un consiglio al finanziere: "Riguardo a BG. Basta che gli dici ho raccontato tutto a Jeffrey... tutto', le rispose lui quando lei gli aveva confessato di temere una vendetta da parte di Gates.

Il fallimento sociale del Regno Unito che ha abdicato alla propria identità

Le immagini che arrivano da Belfast con una città a ferro e fuoco, case e auto bruciate, assalti ai negozi etnici sono molto più di una semplice protesta ma rappresentano la fotografia del fallimento di un modello, quello multiculturale, che per prima la Gran Bretagna ha provato a realizzare in Europa. La società britannica, a differenza di altre nazioni europee, da secoli ha al suo interno varie componenti etniche grazie al suo impero e al Commonwealth. Le varie etnie hanno sempre convissuto pacificamente in un modello basato sul rispetto delle usanze di ciascuno ma riconoscendo la preminenza della cultura britannica nell'isola.

Negli ultimi decenni questo equilibrio è saltato a causa dell'immigrazione di massa e il tessuto urbano britannico è cambiato diventando in molti casi irriconoscibile non solo a Londra (dove ormai esistono veri e propri quartieri ghetto) ma anche nelle altre grandi città (emblematico il caso di Birmingham) e perfino nei piccoli centri. Aver accolto milioni di immigrati con numeri ingestibili e avere al tempo stesso abdicato alla difesa della propria identità ha determinato la crescita di fenomeni di radicalizzazione (soprattutto legati all'immigrazione islamica) e un senso di impunità testimoniato dagli ultimi drammatici fatti di cronaca.

L'uccisione del giovane Henry Nowak accoltellato a morte da un immigrato di origine sikh a Southampton a dicembre dello scorso anno ha scosso profondamente l'opinione pubblica inglese dopo la pubblicazione nei giorni scorsi di un filmato in cui ci vede la polizia ammanettare a terra il giovane che sarebbe morto poco dopo mentre viene accusato di razzismo dal suo assassino. Il video testimonia la situazione della Gran Bretagna di oggi in cui, a forza di parlare di inclusione verso gli immigrati, sono sempre più diffusi fenomeni di "razzismo al contrario" con una colpevolizzazione preventiva degli autoctoni.

È la diffusione di un altro filmato ad aver determinato le proteste di Belfast in un ci si vede un rifugiato sudanese cercare di decapitare con un coltello da cucina un nordirlandese salvato solo grazie all'intervento di alcuni passanti. Il tentato omicidio da parte del migrante ha fatto esplodere la rabbia della popolazione locale ormai esasperata dalla crescente insicurezza e dei crimini degli immigrai. D'altro canto Roger Scruton, il principale pensatore conservatore britannico contemporaneo, aveva provato a mettere in guardia i suoi connazionali: "Per tutta la mia vita adulta i governi del mondo occidentale hanno propagato il vangelo del multiculturalismo".

Il fallimento del modello britannico sull'immigrazione determina però non solo conseguenze socio-culturali ma anche politiche con la crisi da un lato del Partito Laburista che è stato l'alfiere di un'immigrazione di massa e dall'altro del Partito Conservatore che non è riuscito negli anni in cui ha governato a fermare e invertire questa tendenza. Non a caso l'immigrazione è uno dei cavalli di battaglia di Nigel Farage e del suo partito Reform Uk e di figure come il popolare influencer Tommy Robinson. Eppure c'è anche chi come Jeremy Corbyn e i Verdi cercano di sfruttare a loro vantaggio l'immigrazione candidando rappresentanti della comunità musulmana, denunciando una presunta islamofobia e accusando gli inglesi di razzismo mentre vengono accoltellati e decapitati nelle strade della loro nazione.

Gli effetti malati dell'accoglienza indiscriminata

E adesso tutti denunceranno il razzismo, la xenofobia, l'odio nei confronti del diverso. Giusto, anzi giustissimo, ma non dimentichiamoci del resto.

Diranno che dietro la rivolta che ha incendiato Belfast c'è tutto questo e ci sono anche l'estrema destra e pure Elon Musk, il presunto agitatore globale di tutti i populismi e i sovranismi nazionali. Ma non dimentichiamoci dei fatti: cioè che nella capitale dell'Irlanda del Nord un migrante sudanese ha tentato di decapitare un uomo, riuscendo "solo" a fargli perdere un occhio. Diranno e faranno tutto questo, e magari in taluni casi avranno anche una piccola percentuale di ragione, ma sarà unicamente una scusa per licenziare con approssimazione gli effetti, senza analizzare nel profondo le cause. Perché significherebbe, innanzitutto, dover fare autocritica e mettere in discussione quel mito dell'accoglienza indiscriminata che da decenni cercano di inculcare nell'opinione pubblica. Sgombriamo subito il campo da un dubbio capzioso: noi non stiamo e non staremo mai con chi mette a soqquadro le città, brucia autobus e cassonetti, attacca la polizia e dà la caccia a stranieri e africani. Qualunque sia la ragione della sua protesta e della sua rabbia. Alla delinquenza non c'è giustificazione alcuna. Ma non possiamo indossare i paraocchi del politicamente corretto e trottare tranquillamente verso il precipizio dell'Occidente. L'integrazione per come la abbiamo intesa fino a oggi è un processo che è fallito pressoché ovunque: dalla Francia fino alla Germania e alla Gran Bretagna, passando, ahinoi, per l'Italia.

Il film horror - da entrambe le parti - che è andato in scena a Belfast è il sequel di quello che è già successo in giro per il mondo e rischia di essere il prequel di quello che potrebbe accadere altrove. Attenzione a non confondere il dito con la luna e gli effetti con le cause. L'immigrazione è un problema, ignorarlo è un danno sia per gli europei che per i migranti.

Belfast, la città a ferro e fuoco. "Un pogrom contro gli stranieri"

Le peggiori paure si sono avverate. Belfast è da due notti e un giorno ostaggio delle violente proteste anti-immigrati, seguito all'arresto del sudanese che lunedì sera, in una via della capitale dell'Irlanda del Nord, ha cercato di decapitare un uomo nel corso di un selvaggio agguato che un anonimo testimone ha documentato con un video che ha scioccato e inorridito la città, il Regno Unito e l'Europa. E gli appelli alla moderazione delle autorità cittadine del governo nazionale sono stati acqua fresca rispetto alla chiamata alle armi diramata su X dagli autonominati patrioti.

Così martedì sera i manifestanti, molti dei quali con il volto travisato, si sono radunati in diversi punti della città e sono passati all'azione, bloccando importanti arterie stradali, dando fuoco a diversi veicoli, e anche a un edificio in centro città, che è stato evacuato dopo un lancio di molotov. La città è stata sorvolata da diversi elicotteri della polizia, che hanno ritmato l'ansia di una città senza fiato per l'odore acre del fumo dei roghi e dei lacrimogeni. Le proteste sono andate avanti ieri con un presidio serale di protesta davanti all'assemblea legislativa di Stormont e sono previste anche per oggi. Le scuole resteranno chiuse.

I ribelli, teleguidati dalle forze di estrema destra, si sono dedicati a quello che loro stessi hanno definito un "pogrom". I manifestanti se la sono presa con qualsiasi straniero, in particolare le famiglie di origine africana. Nella zona est di Belfast, un gruppo di circa cento uomini mascherati ha percorso le strade al grido di "cacciare gli stranieri". Tre persone sono state arrestate, "ma ne seguiranno sicuramente altri", ha detto il viceministro Dan Jarvis, numero due del ministero dell'Interno e responsabile della sicurezza, riferendo ieri alla Camera dei Comuni. Due agenti di polizia sono rimasti feriti nelle rivolte.

Ieri il governo dell'Irlanda del Nord si è riunito per una sessione di emergenza. Molti altri agenti sono in arrivo a Belfast dal resto del Regno Unito. "Abbiamo predisposto l'arrivo di rinforzi da altre forze dell'ordine domani (oggi, ndr). Stiamo cercando di far arrivare altri 200 agenti circa per affrontare la situazione", ha detto in conferenza stampa il capo della polizia Jon Boutcher.

Ad alimentare le proteste come detto sono stati gli appelli diffusi su X da gruppi legati all'ultradestra: un post dell'estremista Tommy Robinson è stato rilanciato su X da Elon Musk con tanto di invito a scendere in strada. Dura la condanna da parte del premier Keir Starmer, che parla di atti "scioccanti e del tutto inaccettabili" e senza "alcuna giustificazione". La giovane sindaca di Belfast, Róis-Máire Donnelly, ha reso noto di essere stata avvisata dalla polizie di minacce di morte contro di lei ma ha avvertito che non si farà intimidire.

L'uomo che ha aggredito il quarantenne si chiama Hadi Alodid ed è un richiedente asilo arrivato dal Sudan via Dublino nel febbraio 2023, al quale era stato successivamente riconosciuto lo status di rifugiato e un permesso di soggiorno nel Regno Unito. È al momento in stato di fermo ed è comparso ieri davanti al tribunale della città per una breve udienza nella quale gli è stata formalizzata dal giudice l'incriminazione per tentato omicidio e possesso di un'arma bianca. Ha rifiutato l'assistenza legale e non ha risposto alle domande. Gli è stata negata la libertà su cauzione per timore di esacerbare ulteriormente gli animi. La sua vittima, il quarantenne Stephen Ogilvie, tecnico radiologo del servizio sanitario pubblico, originario della Scozia e residente nello stesso complesso di edilizia popolare di Alodid, ha perso un occhio e resta ricoverato in ospedale in condizioni gravi. La sua famiglia ha invitato la città alla calma: "Non vogliamo che questa terribile tragedia venga usata per dividere le persone o alimentare l'ostilità. Siamo devastati ma la protesta pacifica è l'unica via da seguire".

“Un incubo per gli Usa”: ecco i super missili di Kim

La Corea del Nord ha chiesto alle sue fabbriche di aumentare massicciamente la produzione di missili balistici e da crociera nell'arco dei prossimi cinque anni. Il leader Kim Jong Un ha ordinato un'espansione di 2,5 volte della capacità produttiva delle suddette armi, con un focus specifico sul famigerato Kn-23. Si tratta di un particolare importante, visto che gli esperti del Congresso Usa hanno definito le manovre di risalita di questi ultimi missili citati come uno dei più grandi progressi realizzati da Pyongyang nel settore della Difesa. La variante più grande può trasportare una testata da 2.500 kg ed è progettata per eludere i sistemi di difesa AEGIS. La mossa di Kim ha principalmente due scopi: rafforzare il proprio Paese in vista di una futura crisi con Washington e soddisfare la domanda russa.

Kim potenzia la produzione di missili

Kim ha visitato personalmente uno stabilimento – il nome non è stato reso noto - che ha superato gli obiettivi di produzione, definendo la sua espansione una “missione fondamentale” per l'esercito del Paese che dovrà sempre più riorganizzarsi e affidarsi alle forze missilistiche.

L'ispezione del presidente nordcoreano si è concentrata sulle prestazioni produttive del sito durante la prima metà del 2026, periodo in cui l'azienda avrebbe superato in anticipo i tempi previsti per la realizzazione di armi strategiche, dimostrando che il modello di mobilitazione industriale bellica della Corea del Nord sta già operando al di là degli obiettivi di produzione di base.

Le immagini diffuse dai media statali mostrano Kim intento a osservare missili balistici a corto raggio, e suggeriscono fortemente che la famiglia Hwasong-11, comprese le varianti KN-23 e KN-24, rimanga centrale nella dottrina di attacco di Pyongyang. Ebbene, l'ordine di aumentare la capacità di produzione missilistica di 2,5 volte nel prossimo quinquennio indica che la Corea del Nord sta passando da uno sviluppo episodico di armi a una generazione di forza su scala industriale e continuativa, progettata per un confronto regionale prolungato e una competizione di deterrenza.

Le recenti dichiarazioni della potente sorella di Kim, Kim Yo Jong, secondo la quale lo status nucleare nordcoreano è "non negoziabile", rafforzano inoltre l'interpretazione secondo cui questa iniziativa di espansione missilistica dovrebbe essere intesa come una trasformazione strutturale permanente della politica di difesa nazionale di Pyongyang.

La Corea del Nord stringe i muscoli

Come ha spiegato Defence Security Asia, la serie Hwasong-11 presenta già serie difficoltà di intercettazione, visto che le traiettorie di manovra quasi balistiche, i profili di volo e la mobilità al momento del lancio complicano le soluzioni di tracciamento per i sistemi di difesa missilistica balistica Patriot PAC-3, THAAD e AEGIS. L'ampliamento della capacità industriale nazionale consentirebbe inoltre alla Corea del Nord di sostenere densità di lancio più elevate in tempo di guerra, ricostituendo rapidamente le scorte missilistiche dopo le spese di combattimento e aumentando così la resistenza operativa in più teatri militari contemporaneamente.

L'enfasi posta da Pyongyang sia sulla produzione di missili balistici che di missili da crociera indica una dottrina di attacco a più livelli. Last but not least, il crescente arsenale nordcoreano di missili balistici a corto raggio a guida di precisione aumenta anche la capacità dell'esercito nordcoreano di condurre attacchi convenzionali contro centri di comando, aeroporti, snodi logistici e batterie di difesa missilistica in Corea del Sud e in alcune zone del Giappone. Ultimo aspetto da non trascurare: l'integrazione di varianti con munizioni a grappolo, a frammentazione e a capacità di oscuramento nelle famiglie di missili esistenti complica ulteriormente la gestione dell'escalation da parte degli avversari.

Un modulo e nessun colloquio, così il sudanese di Belfast ha ottenuto il permesso di soggiorno “fast-track”

Le polemiche sull’attacco di Belfast non si placano e queste sono le ore delle domande. Scemata l’indignazione del momento, gli inglesi si chiedono come sia arrivato nel loro Paese Hadi Alodid e come abbia fatto a ottenere un permesso di soggiorno illimitato (con tutti i benefici del caso) della durata di 5 anni. Questo ha generato molte polemiche e ripreso vecchi temi legati alle politiche migratorie fin troppo lasche di Rishi Sunak.

In base alle notizie finora note, la prima comparsa ufficiale dell’uomo è a Parigi tra il 2022 e il 2023, da lì è arrivato a Dublino ma non è chiaro come, visto che i barconi non coprono la tratta tra le coste francesi e l’Irlanda. Inoltre, se fosse arrivato nel Regno Unito illegalmente attraverso la Manica, avrebbe potuto fare domanda direttamente nel posto di sbarco invece di arrivare fino a Belfast: tra l’Inghilterra e l’Irlanda del Nord non vi sono differenze in tal senso. Invece, da Dublino Alodid ha preso un autobus che lo ha portato a Belfast nel febbraio 2023 e qui ha presentato immediatamente domanda di asilo, che gli è stata accettata nel settembre dello stesso anno. Non ha dovuto nemmeno sottostare a controlli confine, perché per antichi accordi non esiste una frontiera tra i due Paesi. Al momento non è noto né come Alodid sia arrivato a Parigi e nemmeno come sia arrivato a Dublino. Sta di fatto che ha potuto usufruire dello “Streamlined Asylum Process”, noto come Sap, e definito anche “fast-track” delle domande di asilo per la facilità e rapidità con le quali venivano sbrigate le domande. Questo sistema è stato introdotto sotto il governo Sunak proprio a febbraio 2023 ed è stato esteso ai richiedenti asilo sudanesi nel giugno dello stesso anno.

Questo sistema, fortemente contestato fin dalla sua introduzione, prevede la compilazione di un modulo di 10 pagine da parte del richiedente, che non viene sottoposto ad alcun colloquio faccia a faccia. È stato introdotto dal governo del Regno Unito per smaltire le 92mila domande di asilo arretrate e, con questo sistema, quelle presentate da sedicenti cittadini sudanesi hanno avuto un tasso di accoglimento del 95% a fronte dei conflitti nella regione. “Il Ministero dell'Interno all'epoca non voleva attuare il piano fast-track, ma Rishi glielo ha imposto. È stato il peggiore dei due mondi, perché non è riuscito a fermare le piccole imbarcazioni attraverso la Manica e, allo stesso tempo, ha reso più facile ottenere l'asilo. Era totalmente illogico e avrebbero dovuto lavorare per disincentivare i richiedenti asilo”, ha dichiarato una fonte dei Tory al Daily Mail che ha dato in esclusiva la notizia.

Il governo in carica ha inasprito nuovamente i criteri di accesso allo status di rifugiato ma in quella finestra nella quale è stato in vigore il sistema Sunak sono stati decine di migliaia i migranti che hanno potuto ottenere il permesso di soggiorno. Questo metodo non era stato sospeso o rivisto nemmeno a seguito delle segnalazioni dei funzionari pubblici, che avevano messo in guardia il governo sul fatto che il SAP non sarebbe stato in grado di identificare i “malintenzionati”, inclusi terroristi e autori di reati gravi.

"Massimo controllo": come funziona il database segreto cinese che spia gli stranieri

Nell’ultimo decennio la Cina ha costruito una delle reti di sorveglianza più estese al mondo. Questa architettura molto sofisticata si basa su centinaia di milioni di telecamere, sistemi di riconoscimento facciale e una raccolta capillare di dati personali. Ma fino a oggi era rimasto poco chiaro in che modo tutte queste informazioni venissero integrate e utilizzate per monitorare individui specifici. Un recente “ritrovamento digitale” ha offerto uno sguardo raro e dettagliato su questo singolare modus operandi. La scoperta riguarda una piattaforma di polizia lasciata accidentalmente accessibile online, che sembra essere stata progettata per seguire e analizzare in tempo reale la presenza e gli spostamenti degli stranieri in una città del nord della Cina.

La piattaforma di sorveglianza cinese

Secondo quanto riportato dal Sydney Morning Herald, il sistema è stato individuato dal giornalista tedesco specializzato in cybersicurezza Marc Hofer durante un'indagine sui siti collegati al Ministero della Pubblica Sicurezza cinese. La piattaforma, denominata “Dynamic Control Platform for Overseas Personnel”, sarebbe stata associata alla città di Zhangjiakou, nella provincia di Hebei, e si presentava come un cruscotto operativo destinato alle forze dell’ordine.

Al suo interno erano presenti dati relativi a centinaia di persone reali, tra cui circa 350 giornalisti stranieri residenti a Pechino nel 2021. Ogni profilo conteneva fotografie, dettagli del passaporto, numeri di telefono, data di nascita e informazioni professionali. Alcuni soggetti risultavano classificati come “tracciabili”, una categoria che consentiva alle autorità di accedere a dati molto più dettagliati.

In alcuni casi il sistema registrava gli spostamenti rilevati dalle telecamere di sorveglianza, le visite in alberghi e ospedali, gli acquisti di carburante e persino le informazioni sui viaggi ferroviari, inclusi numero del treno e posto assegnato. La piattaforma mostrava inoltre mappe con la distribuzione degli stranieri sul territorio e disponeva di funzioni di analisi relazionale capaci di evidenziare collegamenti e frequentazioni tra persone diverse.

EXCLUSIVE: How the track foreigners in China - We got rare access to demo system developed by the Ministry of Public Security in China for the prefecture of Zhangjiakou, to track and surveil foreigners visiting or being residents ( actually it applies to most nationals as well,… pic.twitter.com/uC9SP83nBn

— NetAskari (@NetAskari) May 19, 2026

Un mare di informazioni

L’aspetto più significativo emerso dalla scoperta non è tanto l’esistenza di singoli strumenti di monitoraggio, quanto la capacità di aggregare informazioni provenienti da fonti differenti in un’unica interfaccia operativa.

Un simile approccio rappresenta in effetti un’evoluzione dei grandi programmi di sorveglianza già attivi nel Paese, come Skynet e Sharp Eyes, sviluppati ufficialmente per finalità di sicurezza pubblica. Il database individuato da Hofer suggerisce, sempre a detta del Sydney Morning Herald, che le autorità stiano cercando di costruire sistemi in grado di seguire gli individui quasi in tempo reale, ricostruendone abitudini, reti sociali e movimenti.

Fergus Ryan, esperto di tecnologie cinesi dell’Australian Strategic Policy Institute, ha fatto notare che strumenti del genere erano stati finora associati soprattutto alla regione dello Xinjiang, ma che la loro comparsa in altre aree del Paese potrebbe indicare una diffusione più ampia di queste tecniche.

Certo, la piattaforma di Zhangjiakou appariva ancora incompleta e priva di alcune funzionalità avanzate, come il tracciamento diretto dei telefoni cellulari. Tuttavia, il livello di dettaglio già disponibile mostra fino a che punto possa spingersi il monitoraggio degli stranieri considerati di interesse. Dopo la pubblicazione delle inchieste di Hofer e di altri giornalisti coinvolti nell’analisi del sistema, l’accesso alla piattaforma è stato rapidamente chiuso.

Futuro Nazionale, ecco le condizioni di Vannacci per votare la legge elettorale. Il testo con gli emendamenti

10 June 2026 at 18:51

Futuro Nazionale, ecco il testo con gli emendamenti alla legge elettorale di Meloni

Futuro Nazionale di Roberto Vannacci ha presentato sette emendamenti alla riforma della legge elettorale tutti sottoscritti dai 4 deputati: Pozzolo, Ziello, Ravetto e Sasso. Come annunciato c’è quello che chiede di introdurre le preferenze: “La scheda reca, entro un apposito rettangolo, il contrassegno della lista, accanto al quale sono tracciate tre linee orizzontali bianche destinate all’espressione dei voti di preferenza”. Un’altra proposta come annunciato oggi da Laura Ravetto prevede di abbassare il numero dei posti che devono essere riservati alle donne nelle liste elettorali. L’emendamento in questione recita: “In ogni lista di candidati, a pena di inammissibilità, nessuno dei due generi può essere rappresentato in misura superiore al 65 per cento del totale dei candidati della lista medesima, con arrotondamento all’unità superiore in caso di cifra decimale…. Fermo restando il rispetto delle citate disposizioni, la formulazione e l’ordine sussultorio di presentazione delle candidature sono rimesse alla libera determinazione dei partiti e dei gruppi politici organizzati presentatori”.

Un altro prevede “la sottoscrizione delle liste di candidati e delle candidature può essere effettuata, in alternativa alla modalità cartacea, in modalità digitale, attraverso una piattaforma informatica pubblica appositamente predisposta, o mediante analoghe piattaforme private certificate”. Un’altra delle modifiche proposte dal partito del generale Vannacci stabilisce che “nei collegi plurinominali, ciascuna lista è composta da un elenco di candidati presentati in ordine alfabetico secondo il cognome“. E inoltre “a pena di inammissibilità della lista, i candidati non possono essere inseriti in un ordine gerarchico o bloccato, né possono essere apposti contrassegni numerici o di preferenza preventiva da parte del partito o del gruppo politico presentatore”.

ECCO IL TESTO INTEGRALE CON TUTTI GLI EMENDAMENTI

L'articolo Futuro Nazionale, ecco le condizioni di Vannacci per votare la legge elettorale. Il testo con gli emendamenti proviene da Affaritaliani.it.

“Non avrei mai dovuto incontrarlo". Bill Gates rompe il silenzio su Epstein. Ma il caso continua a perseguitarlo

L'ombra di Jeffrey Epstein continua ad allungarsi su alcune delle figure più potenti degli Stati Uniti. L'ultimo a tornare sotto i riflettori è Bill Gates. Il cofondatore di Microsoft, per anni considerato il volto più riconoscibile della filantropia globale, ha ammesso davanti ai membri della Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti che aver frequentato il finanziere morto nel 2019 è stato un "grave errore di giudizio". Allo stesso tempo ha ribadito di non essere mai stato sull'isola privata di Epstein e di non aver mai assistito ad attività illegali.

Dopo la pubblicazione di nuovi documenti legati all'inchiesta Epstein e le audizioni parlamentari che coinvolgono personaggi influenti, il Congresso prova a ricostruire la rete di relazioni costruita dal finanziere condannato nel 2008 per reati sessuali e arrestato nuovamente nel 2019 con accuse federali di traffico sessuale di minori. Gates non è accusato di alcun illecito, ma la sua vicinanza a Epstein dopo la prima condanna di quest'ultimo continua ad alimentare interrogativi politici e reputazionali.

Il mea culpa di Gates davanti al Congresso

Comparendo volontariamente davanti all’House Oversight Committee, Gates ha scelto una linea di piena collaborazione. "Non avrei mai dovuto incontrarlo", ha dichiarato. Ha inoltre sottolineato di non aver mai avuto conoscenza dei crimini commessi dal finanziere né di aver partecipato ad attività inappropriate.

Secondo la ricostruzione fornita dallo stesso tycoon, gli incontri avvenuti tra il 2011 e il 2014 sarebbero stati motivati dall'idea che Epstein potesse facilitare raccolte fondi per iniziative filantropiche legate alla Gates Foundation, in particolare nel settore della salute globale. Gates ha però sostenuto che da quei contatti non nacque alcuna collaborazione concreta e che nessun finanziamento transitò attraverso Epstein. Quando si rese conto che le promesse non si sarebbero tradotte in risultati, interruppe i rapporti.

La smentita sull'isola e il tema del ricatto

Uno degli aspetti più delicati affrontati durante l'audizione riguarda le numerose teorie e indiscrezioni circolate negli anni. Gates ha negato categoricamente di essere mai stato a Little Saint James, l'isola privata nelle Isole Vergini divenuta simbolo degli abusi attribuiti a Epstein.

L'imprenditore ha inoltre raccontato che Epstein avrebbe cercato di sfruttare informazioni relative alle sue relazioni extraconiugali per riallacciare i contatti. Secondo quanto riferito durante la deposizione, il finanziere era venuto a conoscenza di alcune infedeltà matrimoniali e avrebbe tentato di utilizzarle come strumento di pressione. Gates ha però precisato che tali vicende personali "non avevano nulla a che fare con Epstein" e che non cedette a quei tentativi.

Ha anche spiegato ai parlamentari di non aver mai trascorso del tempo con le vittime di Epstein e di non aver assistito a comportamenti riconducibili alle attività criminali per cui il finanziere è stato condannato e successivamente indagato.

Una ferita aperta nell'immagine del filantropo

Per Gates, il caso Epstein rappresenta soprattutto una crisi reputazionale destinata a ridefinire il modo in cui l'opinione pubblica guarda alla sua figura. Negli ultimi anni il fondatore di Microsoft ha cercato di costruire la propria eredità attorno alla filantropia, alla lotta contro le malattie infettive e agli investimenti nell'innovazione sanitaria. Tuttavia, la domanda che continua a emergere negli Stati Uniti è perché uno degli uomini più potenti del mondo abbia scelto di frequentare Epstein dopo che quest'ultimo era già stato condannato per reati sessuali.

La stampa americana sottolinea come non vi siano accuse penali nei confronti di Gates e come nessuna prova lo colleghi ai crimini di Epstein. Ma evidenzia anche come le continue rivelazioni abbiano incrinato l'immagine pubblica costruita in decenni di attività filantropica.

Gates, intanto, è ricorso a Jake Greenberg, l'ex capo consulente investigativo della commissione, per una consulenza a seguito della pubblicazione dei file di affidarsi a Greenberg, sebbene non rara, ha sorpreso gli esperti di etica governativa, poiché potrebbe creare un'apparenza discutibile ai fini della deposizione.

Donne “scafiste” dei barconi di migranti: la nuova strategia dei trafficanti

Il mondo del business legato ai traffici irregolari di esseri umani è mutevole, fluido, si adatta ai tempi e alle usanze, per continuare a esistere ma anche per continuare ad avere appeal. Perché è innegabile che ne abbia ed è innegabile che eradicarlo è molto complesso. La struttura di queste organizzazioni di migranti è nota, è un triangolo in cui al vertice si trova la vera “testa” rappresentata il più delle volte dalla criminalità organizzata locale, che muove i fili e gestisce i traffici attraverso i suoi galoppini. Questi sono gli “agenti di zona” che a loro volta gestiscono la manodopera che organizza i migranti da imbarcare, sceglie le zone di partenza delle barche, trova le barche e anche le case in cui i migranti vengono raccolti prima della partenza. Sono loro a individuare, tra i migranti, i soggetti adibiti alla conduzione della barca e alla rotta, i bussolieri.

Finora è stato dato quasi per scontato che le barche venissero messe in mano a uomini, perché è sempre stato così ma, soprattutto, perché nelle inchieste condotte da questo quotidiano sono sempre stati individuati “scafisti” uomini. Sono loro a proporsi, anche se non hanno esperienza: viene loro spiegato qualche rudimento base e vengono messi al timone. È un ruolo ambito dai migranti, perché a fronte della responsabilità garantisce il trasporto gratuito. Tuttavia, dal monitoraggio dei traffici, sta cambiando qualcosa e ci sono sempre più “convogli” che vedono al timone una donna. Sono informazioni, queste, che emergono grazie ai video promozionali che i trafficanti condividono sui social per promuovere le proprie tratte e i propri viaggi e dietro questa scelta, che sicuramente non può essere annoverata tra quelle imposte dal pensiero occidentale per la parità dei sessi, potrebbero esserci due scopi, il primo di marketing e il secondo di scopo.

Il primo risponde a una logica ormai ben rodata nei circuiti illegali: differenziarsi per attrarre nuovi “clienti”. L’immagine di una donna al timone rompe uno schema consolidato e diventa uno strumento di propaganda. Serve a trasmettere un’idea di maggiore affidabilità, quasi di normalità, attenuando la percezione del rischio. Nei video diffusi sui social dai trafficanti, la figura femminile viene spesso utilizzata per costruire una narrazione più rassicurante del viaggio, come se questo potesse trasformare una traversata illegale e pericolosa in qualcosa di più accettabile, che trasmette quasi serenità. Il secondo, al contrario, è invece molto più concreto e, per certi versi, più spregiudicato. L’impiego di donne alla guida delle imbarcazioni può rappresentare un tentativo di sfruttare falle operative e approcci meno rigidi nei controlli. In alcuni casi, la presenza femminile può ridurre il livello di sospetto o ritardare interventi più incisivi da parte delle autorità. Non si tratta di una garanzia, ma di un margine che le organizzazioni criminali cercano di utilizzare fino in fondo, deresponsabilizzando, creando varchi. È un fatto che non ci sia nella storia recente una condanna nei confronti di una donna “scafista”. L’identikit dello scafista non è più quello tradizionale e questo rende più difficile individuare le responsabilità.

“Collegato ai terroristi”. Le accuse all’arbitro somalo espulso dagli Stati Uniti

Chiarezza è stata fatta. Se per quasi due giorni non si erano capiti i reali motivi per l’espulsione dagli Stati Uniti dell’arbitro somalo, Omar Artan, che avrebbe dovuto prendere parte ai Mondiali di Calcio, nelle ultime ore si è saputa la verità: un funzionario americano ha dichiarato che il suo ingresso è stato rifiutato a causa della sua "associazione con presunti membri di organizzazioni terroristiche". Il funzionario ha parlato a condizione di anonimato per discutere di una questione tutelata dalle leggi sulla privacy relative ai visti.

“Ingresso negato per ottimi motivi”

Nelle ultime ore ha parlato all’emittente americana Espn anche Andrew Giuliani, direttore esecutivo della task force della Casa Bianca sulla Fifa, affermando che ad Artan è stato negato l'ingresso per "ottimi motivi", ma rifiutandosi di fornire ulteriori dettagli. Nelle prime ore era infuriata la polemica visto che ad Artan è stato negato l’ingresso all’aeroporto di Miami ufficialmente per "problemi di verifica", scatenando l’indignazione per i metodi di trattamento riservati ad Artan fermato e interrogato per 11 ore.

Le dichiarazioni dell’arbitro

Secondo l'ambasciata somala in Kenya, che ha gestito la pratica, il visto per gli Stati Uniti gli era stato rilasciato la settimana scorsa. Artan ha raccontato al New York Times di essere stato interrogato dagli agenti di frontiera che gli hanno chiesto il motivo del suo viaggio negli Stati Uniti. Da lì, altre domande sulla politica somala e sul gruppo militante al-Shabab, impegnato in una guerriglia contro il governo. Dal canto suo, il fischietto ha spiegato agli inquirenti di essere arbitro della Fifa mostrando foto e documenti della sua carriera arbitrale.

Dopo l'interrogatorio, è stato messo in una cella di detenzione per alcune ore per poi essere espulso dagli Stati Uniti. "Credo che abbiano un problema con il mio Paese", ha dichiarato al quotidiano americano, sottolineando di avere i documenti e il visto in regola. Secondo il Times, Artan non avrebbe ricevuto alcuna spiegazione sul motivo del rifiuto d'ingresso.

“Rivedere politiche d’ingresso”

L'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Turk, ha esortato gli Stati Uniti a riconsiderare le proprie politiche di controllo dell'immigrazione in vista dei Mondiali 2026 dopo che tifosi, un arbitro di alto livello e dirigenti delle squadre si sono visti impedire l'accesso al torneo. "Spero davvero che ci sia una profonda revisione di come le politiche di controllo dell'immigrazione stiano influenzando i diritti umani e la dignità umana, e che soprattutto in vista dei Mondiali si ripensino le politiche che purtroppo abbiamo visto prevalere, specialmente negli Stati Uniti", ha spiegato ai giornalisti.

L’accoglienza di Artan in Somalia

Al suo rientro a Mogadiscio, Artan è stato accolto come un eroe promettendo alla folla che lo aspettava in aeroporto di essere sicuro e deciso nel partecipare al prossimo torneo nel 2030. Oltre 100 tifosi si sono radunati fuori dalla zona Vip dell'aeroporto principale di Mogadiscio, sventolando bandiere nazionali mentre Artan scendeva da un volo della Turkish Airlines tra gli applausi. "Sarò ai prossimi Mondiali e continuerò a rendere orgogliosa la Somalia. Nonostante quello che mi è successo, non mi scoraggio", ha dichiarato Artan ai giornalisti.

Il rifiuto di Artan ha scatenato indignazione in patria. "Gli hanno fatto un torto che ferisce chiunque abbia a cuore l'umanità", ha dichiarato Mohamed Said, un funzionario del governo di Mogadiscio, all'aeroporto. Nominato arbitro dell'anno dalla Confederazione Africana di Calcio (Caf) nel 2025, avrebbe dovuto essere il primo arbitro somalo ai Mondiali di Calcio dopo essere stato inserito nella lista definitiva della Fifa due mesi fa.

Dal canto suo, il massimo organo calcistico mondiale ha dichiarato di non essere stato coinvolto nella procedura di immigrazione e di essere stato informato dalle autorità statunitensi che lo status di Artan "non subirà modifiche al momento".


Brindisi, ora Futuro Nazionale è il primo partito della maggioranza: consigliere di FdI passa con Vannacci dopo i 3 di FI

10 June 2026 at 15:01

In tre arrivano da Forza Italia, un altro da Fratelli d’Italia. Così, in appena 24 ore, Futuro Nazionale entra nel Consiglio comunale di Brindisi e diventa il primo partito nella maggioranza di centrodestra che sostiene il sindaco Giuseppe Marchionna, eletto da indipendente per volere del deputato forzista Mauro D’Attis e con uno storico passato nel Partito Socialista Italiano. A capovolgere definitivamente gli equilibri ci ha pensato Cesare Mevoli, storico esponente della destra brindisina, che ha lasciato il partito di Giorgia Meloni per aderire a quello di Roberto Vannacci. La mossa è arrivata il giorno dopo lo strappo di tre consiglieri berlusconiani – Nicola Di Donna, Luca Tondi e Maria Ciaccia – che avevano dimezzato il gruppo di FI.

Il passaggio dell’ex meloniano ha un peso politico non indifferente. Già assessore, Mevoli era infatti vicesegretario provinciale di FdI e componente dell’assemblea nazionale. Da tempo in rotta con il resto del partito sul territorio, tanto da autosospendersi dal gruppo consiliare a marzo, vanta una storia tutta a destra. Il suo testimone di nozze è stato Gianni Alemanno e il nome del consigliere brindisino compare anche – da non indagato – nelle carte con le quali il Tribunale di Sorveglianza confermò il ritorno in carcere dell’ex sindaco di Roma: era ritenuto uno dei “soggetti compiacenti” che avrebbe aiutato Alemanno nella “artata costituzione di documenti giustificativi” degli spostamenti. Nel 2023 inoltre un suo post contro Elena Cecchettin, sorella della 22enne Giulia uccisa dall’ex fidanzato, provocò le proteste del Partito Democratico.

Al momento né i tre ex Forza Italia né Mevoli hanno rivendicato la necessità di riequilibrare gli assetti della giunta. Tuttavia lo spostamento a destra della maggioranza è destinato ad avere delle ripercussioni sulla coalizione. Al momento, per dire, con tre consiglieri in assise Forza Italia esprime tre assessori nella squadra di Marchionna, che governerà anche grazie al sostegno dei quattro esponenti di Futuro Nazionale nonostante la sua storia politica affondi le radici nel Psi.

Negli Anni Novanta, durante il suo primo mandato, il sindaco divenne famoso per la gestione impeccabile dell’esodo di albanesi che nel marzo 1991 si riversarono in città dopo il crollo del regime comunista. In assenza di supporto da parte del governo, riuscì a mobilitare gli abitanti nell’accoglienza di 25mila profughi arrivati in ventiquattr’ore a bordo delle carrette del mare. Da oggi dovrà anche confrontarsi con le idee sulla gestione dei migranti di ben quattro consiglieri di Futuro Nazionale, partito a favore della remigrazione.

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L’ascesa di Vannacci fa comodo anche ai due partiti di destra

10 June 2026 at 11:04

di Giovanni Muraca

Da giorni sento pareri al vetriolo, tutti contro la crescita di Futuro Nazionale e del suo leader, Roberto Vannacci. Un partito che, più ancora che Fratelli d’Italia, sta tallonando il suo partito d’origine, la Lega di Matteo Salvini, ormai in evidente difficoltà. Questa non vuole essere una critica alle opinioni che circolano in questo periodo. Credo però che ci siano alcuni aspetti non presi in considerazione, che potrebbero portare al Generale ulteriore consenso: il frutto di quel cortocircuito tutto italiano per cui il rischio viene sistematicamente sottovalutato.

Riavvolgiamo il nastro a soli tre anni fa, all’uscita del libro Il mondo al contrario. Un libro al cui interno si trova tutto ciò che finora una democrazia ha cercato di combattere: dal razzismo all’omofobia, dal machismo al ritorno dell’uomo solo al potere. Per quanto si tratti di idee discutibili, dal sapore autoritario, c’è ancora chi sposa quei valori e non se n’è mai staccato. Quel libro, insieme ad altri che magari celano le idee che il leader sposa, ha fatto molto di più che scandalizzare: ha ottenuto l’effetto contrario. Non è solo una questione di tiratura — che, in un’epoca in cui il cartaceo sta diventando un ricordo, ha superato le 700.000 copie — ma anche di un processo di normalizzazione di temi che speravamo di non dover più discutere. Ma questa è un po’ l’arroganza dell’Occidente, che ha la memoria corta.

Il punto più caldo del cortocircuito si è consumato proprio all’uscita del testo. L’assist più grande a mio avviso non è arrivato dai lettori, ma da chi sposa idee lontane da quelle dell’ex militare e che, continuandone a parlarne, ha contribuito alla sua ascesa. Nell’estate del 2024 anche una testata LGBTQIA+ è finita accusata di razzismo perché in un articolo si sottolineava la nazionalità romena della moglie dell’ex generale, come se fosse un problema. Insomma, un bell’autogol.

L’altra questione richiama esattamente ciò che accadde a Fratelli d’Italia tra il 2021 e il 2022: il passaggio da un gradimento irrilevante a primo partito del Paese.
Il travaso di voti che Futuro Nazionale sta operando ai danni dei due partiti di destra, sarà pure un fenomeno momentaneo, ma a mio avviso è qualcosa di più: un repulisti interno per entrambi. Un consenso che, almeno davanti alle telecamere, sembra non essere gradito a qualcuno, ma che alla fine tornerà molto utile in un’ ipotetica coalizione futura — che nessuno di loro, c’è da scommetterci, farebbe fatica ad accettare.

Un repulisti che permetterà ai due partiti di governo di liberarsi di quello spettro nero che ancora oggi circola silenzioso, e di cui l’opposizione — in maniera tanto banale quanto inefficace — fa ancora motivo di battaglia, trascurando altre tematiche su cui potrebbero vincere facilmente.

Non mi meraviglierei se alcune associazioni oggi vicine al partito della Premier, viste anche le pressioni che continuano ad arrivare dall’Ue sui diritti civili, un domani decidessero di sponsorizzarlo. Se quest’ipotesi si realizzasse, i due partiti ora al governo dovrebbero cercare altre praterie, ma almeno verrebbero filtrati al loro interno da alcuni personaggi singolari che già ora stanno migrando verso il nuovo partito. Un deflusso (e una “pulizia”) non solo di singoli personaggi, ma anche di elettori che si sentono traditi da partiti che ormai sposano più ciò che pensa il Generale che ciò che avevano promesso in campagna elettorale — che poi erano le stesse cose che dicevano i due leader.

Il ché potrebbe addirittura far sì che l’elettorato moderato possa, con la tesi ipotizzata, avvicinarsi alla premier alimentandone il consenso già alto.

Anche l’Inghilterra, all’inizio, sottovalutò ciò che la Germania aveva in testa. E sappiamo tutti come andò a finire…

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Belfast, scoppia la protesta anti-immigrati

Manifestazioni di protesta anti immigrati, strade bloccate, bidoni e veicoli dati alle fiamme, fra cui anche un autobus. Belfast ha reagito così, ieri, dopo l'episodio di violenza avvenuto nella capitale dell'Irlanda del Nord, con protagonista un sudanese. L'uomo, che aveva il permesso di soggiorno nel Regno Unito, lunedì sera ha aggredito in modo violentissimo una persona attorno ai quarant'anni della quale non sono state rese note le generalità. L'assalto, brutale, è stato ripreso da un video amatoriale che ha fatto il giro del web, suscitando orrore e indignazione. Nelle immagini si vede il sudanese, dell'apparente età di una trentina di anni, a cavalcioni sopra la sua vittima che ferisce ripetutamente con un coltello. «Sta tentando di tagliargli la testa», si sente dire da un testimone inorridito nel video. «Lascialo», invoca un altro. Nel video si vede anche un terzo uomo, che il web ha eletto ad eroe, affrontare l'aggressore con una racchetta di hurling, uno sport gaelico. Poi intervengono anche altri uomini che sembrano riuscire nell'intento di fermare l'africano. Nel frattempo qualcuno aveva avvertito la polizia, che è intervenuta poco dopo arrestando l'aggressore. L'uomo è sotto custodia con l'accusa di tentato omicidio. La polizia nordirlandese (Psni) ha escluso il movente terroristico dietro il gesto e ha precisato che l'aggressore sarebbe arrivato a Belfast nel febbraio 2023 dal Sudan passando per Parigi e Dublino. Una volta arrivato in Irlanda del Nord avrebbe presentato domanda di asilo e, nel settembre del 2023, avrebbe ottenuto il permesso di soggiorno nel Regno Unito. La vittima avrebbe riportato «significative ferite agli occhi, al collo e alla schiena», ma non sarebbe in pericolo di vita.

L'episodio ha scioccato l'isola e l'intero Regno Unito. Ieri in serata le strade di Belfast sono state invase dalle proteste. I manifestanti, molti dei quali a volto coperto, hanno bloccato importanti arterie stradali della città e alcuni di loro hanno dato fuoco a diversi veicoli. Del fumo si è alzato da più punti della città. Ma anche sulle sponde dell'Inghilterra, a Southampton, ci sono stati raduni di protesta: la città è ancora scossa dal caso di Henry Nowak, il 18enne bianco accoltellato il 3 dicembre scorso in strada da un giovane britannico di origini sikh e che, invece di essere soccorso, venne ammanettato dagli agenti intervenuti, convinti dall'aggressore che lui avesse reagito a un attacco a sfondo razzista.

La nuova aggressione a Belfast ha anche provocato le prevedibili reazioni delle varie forze politiche. A cavalcare in particolare la «decapitazione di Belfast» è stato Nigel Farage, leader di Reform Uk, che non ha nemmeno atteso gli esiti delle prime indagini per accusare le autorità britanniche di concedere permessi di soggiorno con eccessiva facilità e chiedere alle autorità di «rivelare immediatamente l'identità e lo status dell'aggressore» tagliando corto: «Il pubblico deve conoscere la verità». Il ministro per l'Irlanda del Nord Hilary Benn, intervenendo alla Camera dei Comuni, ha minacciato la comunità di Belfast di dure ritorsioni in caso di manifestazioni violente mentre lo stesso premier Keis Starmer ha parlato di aggressione «ripugnante», invocando la tolleranza zero. Perfino il miliardario Elon Musk su X ha commentato «enough». Ovvero: abbastanza.

Chi è il migrante che voleva decapitare un irlandese

È stata una notte di disordini a Belfast dopo la brutale aggressione per strada di un uomo da parte di un richiedente asilo sudanese di 30 anni, Hadi Alodid, in possesso di un permesso di soggiorno illimitato per 5 anni come rifugiato nel Regno Unito, rilasciato il 23 settembre del 2023. Dal video che riprende l’assalto contro Stephen Ogilvie emerge che l’aggressore ha tentato di decapitare la propria vittima con un coltello da cucina, provocandogli ferite gravissime al volto, al collo, alla schiena e alla testa. La vittima versa ancora in gravissime condizioni e non è fuori pericolo: dalle ultime informazioni pare abbia perso l’occhio sinistro. Dell’aggressore non sono state diffuse foto o immagini. Quando è stato fermato dalla polizia ha dichiarato “ho ucciso qualcuno”, frase ripetuta anche in ospedale aggiungendo: “Non so se sia morto”. E mentre lo medicavano in ospedale per una ferita alla mano ha minacciato un medico: “Ti ucciderò”

Dalle informazioni frammentarie che sono emerse in queste ore pare che l’aggressore sia arrivato il 10 febbraio del 2023 da Dublino a Belfast a bordo di un autobus e che abbia viaggiato verso l’Irlanda dalla Francia. Ha attraversato legalmente il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord sfruttando un accordo di lunga data tra i due Paesi che prevede che non vengano effettuati controlli sul passaporto. Appena arrivato a Belfast ha chiesto asilo. Il viaggio dal Sudan al Paese Transalpino resta per il momento un’incognita, non è chiaro come abbia fatto a raggiungere la Francia ma sono numerosi i sudanesi che partono dalle coste del Nord Africa per raggiungere l’Europa passando dall’Italia. Nel 2025 sono stati 4.183 su 66.296 i soggetti che hanno dichiarato di essere sudanesi al momento dello sbarco in Italia. È stata la quinta nazionalità per volume e rappresenta il 6,3% di tutti gli sbarcati. Nel 2023, anno in cui è arrivato in Irlanda da Parigi, i sudanesi sbarcati in Italia furono 5.834 su 157.652, il 3,7% del totale. Le autorità dovranno ora ricostruire tutto il percorso fatto dal Sudan a Belfast per capire i suoi spostamenti, soprattutto prima di arrivare in Irlanda, e le ragioni per le quali gli sia stato concesso il permesso di soggiorno illimitato, anche se a tempo determinato.

L’aggressore è stato incriminato per tentato omicidio, possesso in luogo pubblico di un oggetto con lama o punta e minacce di morte. . Quest’oggi è comparso davanti alla Belfast Magistrates Court per la convalida del fermo, ha rifiutato la rappresentanza legale e non ha risposto alle accuse che gli sono state mosse tramite un interprete. Ci sono state numerose case date alle fiamme nella notte a Belfast, oltre a vetture, autobus e furgoni, e in diverse città dell’Irlanda del Nord si sono avuti violenti disordini. Una furia cieca che è esplosa, alimentata dalla frustrazione di vedere le città sempre meno sicure, che ha colpito anche stranieri regolarmente inseriti nel tessuto sociale. Disordini "scioccanti e del tutto inaccettabili", li ha definiti il premier britannico Keir Starmer, "Non esiste alcuna giustificazione per la violenza e i disordini che abbiamo visto minacciare le nostre comunità, né per chi li ha incoraggiati, online o altrove. È evidente che le persone sono state prese di mira a causa della loro origine" e che "i responsabili sentiranno tutta la forza della legge".

La situazione nel Regno Unito è sfuggita di mano ormai diversi anni fa, gli inglesi e gli irlandesi si sentono braccati nel proprio Paese e la vicinanza dell’aggressione a Ogilvie rispetto alle polemiche per l’uccisione di Henry Nowak ha senz’altro fomentato ulteriormente gli animi.

A nord di Belfast la Bbc ha riferito che diverse decine di uomini hanno calciato porte e finestre dicendo che stavano “portando fuori gli stranieri” e in altre zone della città diversi gruppi di residenti fermavano le auto per verificare che vi fossero immigrati. “Nulla può giustificare la violenza e il disordine a cui abbiamo assistito, che minacciano le nostre comunità, né le azioni di coloro che li hanno incitati, online o altrove. È chiaro che ieri sera le persone sono state prese di mira a causa della loro provenienza, e io non lo tollero", ha dichiarato il primo ministro inglese, Keir Starmer.

La criminalità etnica è un problema grave nel Regno Unito, non meno grave nell’Unione europea, ma al di là della Manica a rendere tutto più complicato ci sono anche le linee guida politiche, che tendono a tutelare le minoranze a scapito degli autoctoni, come emerge allo stesso caso Nowak. Stanotte ci sono stati scontri e manifestazioni anche a Londra, Glasgow e Southampton. Le autorità locali hanno invitato i cittadini alla calma, invitando a non cadere nel razzismo e sostenendo che i protagonisti delle proteste di ieri verranno perseguiti: gli eventi sono stati classificati come teppismo. Dall’altra parte si chiede maggiore attenzione agli ingressi rafforzando le frontiere, più controlli nelle pratiche di concessione dei permessi di soggiorno e rimpatrio di soggetti che si rendono protagonisti di violenze.

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