Normal view

Dal tempo indeterminato al licenziamento quando scade l’appalto: così funziona il precariato nella cultura

10 June 2026 at 16:54

di Umberto Scopa

Il settore cultura è pieno di lusinghe e fascino per chi cerca lavoro. Una cooperativa vince l’appalto e assume giovani destinati a lavorare in musei pubblici, biblioteche e istituti similari. Un giovane laureato in lettere esce dall’Università e fino a quel momento ha vissuto immerso nella letteratura, nell’arte, le più nobili espressioni dell’ingegno umano; bene, ora è pronto per addentrarsi nel girone infernale delle peggiori bassezze che ancora non ha sperimentato.

Il suo primo contratto con la cooperativa è però incoraggiante: è addirittura a tempo indeterminato! Tuttavia, dopo quattro anni, quando scade l’appalto della cooperativa, verrà automaticamente licenziato perché è venuto meno il lavoro che doveva fare. Così questo popolo di precari è anche preso per il culo, usato per gonfiare falsamente le statistiche dei lavoratori a tempo indeterminato. Scaduto l’appalto, l’ente pubblico indice una nuova gara. Accade però non di rado che la stessa cooperativa uscente scelga di non ripresentarsi alla nuova gara. Non è autolesionismo, i suoi interessi li sa calcolare bene; un nuovo inizio da un’altra parte, con nuovi assunti ad anzianità zero, ha tante convenienze da approfondire.

Il lavoratore che ha perso il lavoro invece ha solo da perdere. È vero che per legge la nuova ditta vincitrice è tenuta a riassumere il personale della ditta precedente, ma, se va bene, risalirà su quella meravigliosa carrozza a tempo indeterminato che alla mezzanotte dei quattro anni svanisce. Se va bene, perché riguardo a questa nuova assunzione anche l’automatismo è meno certo di quello che si crede.

Se la nuova ditta decide di non assumere un dipendente perché lo ritiene scomodo, o perché troppo sindacalizzato, o magari è una donna in maternità, non è un licenziamento vero e proprio, è piuttosto una mancata assunzione e chi ha subito l’ingiustizia di non essere assunto deve chiedere al giudice un’assunzione coattiva. Questa azione, già costosa di suo, avrà un esito ancora più incerto del già incerto esito che avrebbe contestare un licenziamento.

Quale forma di autotutela è possibile dunque per questi lavoratori? Creare un disservizio del quale la ditta risponda all’ente appaltante? Il disservizio storicamente è sempre stato lo strumento di autotutela della classe lavoratrice. Lo sciopero è un disservizio provocato dal lavoratore verso il datore di lavoro per ricondurre quest’ultimo a più miti consigli. Ma è stupefacente quanto la realtà si sia capovolta. Nei casi che sto trattando, se il dipendente crea un disservizio con la sua assenza dal lavoro e magari il museo rimane chiuso per insufficienza di personale, non importa quale sia la ragione dell’assenza, che sia uno sciopero o un’assenza per malattia o altra causa non imputabile alla persona: non importa, il rischio è tutto a carico del lavoratore.

La cooperativa fin dall’inizio trasmette un messaggio molto incisivo e convincente ai suoi dipendenti: cioè che il disservizio, per qualunque ragione causato, può portare alla revoca dell’appalto e la revoca dell’appalto portare alla perdita del posto di lavoro del dipendente. Anche se sei assente per malattia finisci per sentirti in colpa, perché non solo puoi perdere il lavoro tu, ma farlo perdere a tutti e allora si va al lavoro anche se si è malati, basta stare in piedi.

Quante angherie passano impunite per questa falla! Infatti la ditta ha meno paura di perdere l’appalto di quanto abbia paura il dipendente di perdere il lavoro! La cooperativa, se perde l’appalto, è pronta per partecipare ad un’altra gara indetta sul territorio nazionale dove non ha limiti di azione e poi assumere le persone del posto. Il dipendente rimane invece disoccupato, senza stipendio, e ha un ben modesto raggio d’azione nel quale cercare nuove occasioni di lavoro.

E così ecco il lieto fine: il dipendente subisce, il disservizio è scongiurato, il cittadino utente non si lamenta, l’ente pubblico appaltatore è contento, la cooperativa, cioè i suoi dirigenti, lucrano.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Dal tempo indeterminato al licenziamento quando scade l’appalto: così funziona il precariato nella cultura proviene da Il Fatto Quotidiano.

No alla patrimoniale. La promessa di Meloni a Confcommercio

10 June 2026 at 15:56

“Tassare il patrimonio? No, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo”. Questa la traccia che il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, indicata in occasione dell’Assemblea di Confcommercio all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. Una promessa ma anche una certezza, perché “non siamo la repubblica delle banane”. La premier ribadisce con convinzione che il taglio delle tasse è uno degli obiettivi più grandi del governo e che la ricchezza la fanno gli imprenditori con i lavoratori.

Un punto che il premier nel suo intervento sottolinea partendo da premesse diverse, ma intrecciate. La prima è che difendere il commercio di vicinato significa difendere molto di più che un settore economico, “significa difendere relazioni, identità, qualità della vita per le nostre comunità”. In questa direzione rivendica ciò che è stato fatto dal Governo, ovvero l’istituzione dell’Albo nazionale dell’attività commerciali, le botteghe artigiane ed esercizi pubblici storici, con l’obiettivo di valorizzare e tutelare le attività storiche, riconoscerne il valore culturale, il valore commerciale, il valore sociale, senza dimenticare il riconoscimento ottenuto dalla Cucina italiana definita Patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco.

Tavola fa rima con turismo: lo ripete più volte Meloni, quando ricorda che Italia è tornata a scalare la classifica globale dei Paesi più visitati al mondo, è arrivata a essere la seconda Nazione europea per presenze turistiche, superando per la prima volta nella storia la Francia, avvicinandosi ai numeri della Spagna, dato a cui si somma il record decisivo per l’impatto sulla bilancia dei pagamenti e sulla spesa turistica. L’Italia infatti è il Paese europeo nel quale la permanenza media del soggiorno è più lunga: davanti alla Spagna, davanti alla Francia, davanti alla Germania, “perché la ricchezza non la fanno i Governi, non la fanno le leggi, non la fanno i decreti, la ricchezza la fanno gli imprenditori con i loro lavoratori e quello che devono fare le leggi, i decreti e la politica, è cercare di accompagnare e consentire che quelle persone possano lavorare al meglio delle loro potenzialità”, spiega.

Dare a tutti la possibilità di lavorare nelle migliori condizioni possibili: questo l’impegno del capo del governo che ricorda gli sgravi per le assunzioni di under 35 a tempo indeterminato, la detassazione delle mance e dei turni notturni e festivi, le staff house per il personale, gli strumenti studiati per le piccole e medie imprese per migliorare le strutture, le misure per combattere l’abusivismo, l’innalzamento a 85 mila euro di fatturato della soglia per accedere al regime forfettario, l’estensione del concordato preventivo biennale alle piccole e medie imprese e alle partite Iva, il contrasto al fenomeno delle attività apri e chiudi, la Zes unica per il Sud, che potrebbe essere estesa a tutto il territorio nazionale. E ancora, la riforma fiscale, la riduzione delle aliquote Irpef, l’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito, il taglio del cuneo, per rimettere nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro.

E poi i contratti: “Abbiamo stanziato 20 miliardi per sbloccare stipendi che erano fermi da anni, tanto nel privato, appunto incentivando i rinnovi con la detassazione degli aumenti contrattuali e poi con il decreto lavoro che pure veniva citato abbiamo scelto di puntare come mai era stato fatto in passato sulla contrattazione di qualità”, fino al salario giusto al fine di attuazione a un principio rimasto per anni sulla carta che sarà decisivo per rafforzare le retribuzioni ma anche per contrastare il dumping contrattuale, 2cioè quella odiosa forma di concorrenza sleale che, come veniva ricordato, riduce la qualità dell’occupazione e frena la crescita, fino ad un nuovo modello di sviluppo urbano che sappia rimettere al centro le persone, l’economia di prossimità, i luoghi aggregativi, gli spazi per le famiglie, le strutture per chi è più fragile, che dia un centro a ciascuna periferia, che consideri i luoghi fondamentali della vita e dell’aggregazione importanti tanto quanto la casa stessa e abbiamo uno strumento a portata di mano per farlo insieme, che è il Piano Casa”.

Per poi aggiungere: “Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole, come ricordava il presidente Sangalli non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita. Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio”. La risposta di Sangalli: l”Italia ce la può fare ma resta l’incertezza. “Nonostante tutto, i fondamentali dell’economia italiana restano confortanti”.

Ok al decreto Primo maggio con la fiducia. Nel “salario giusto” di Meloni entra anche il welfare (con cui non si pagano spesa e bollette)

10 June 2026 at 12:24

Il decreto Primo Maggio è passato con la fiducia alla Camera dei deputati e ora arriva blindato al Senato per l’approvazione definitiva. C’è il concetto di “salario giusto”, che però sarà composto da tutte le voci della busta paga, compreso il welfare contrattuale, tra cui le assicurazioni sanitarie. Si tratta di benefit, non di soldi veri con cui pagare spesa, affitti e bollette. C’è poi l’aumento automatico pari al 50% dell’inflazione che scatterà dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti collettivi, ma non si applicherà ai settori stagionali e alla sanità privata. Ancora, ci sono norme che liberalizzano ulteriormente i contratti precari, con il limite per la somministrazione portato da 24 a 36 mesi, e norme per i rider che consegnano cibo a domicilio, con obbligo di Spid e regole sugli algoritmi. Soprattutto, il provvedimento contiene 960 milioni di euro di incentivi alle assunzioni.

Dopo la sconfitta referendaria di marzo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto un intervento sul tema dei salari. La gestazione è stata molto lunga, e ne è uscito un testo finale che fa qualche passo in avanti e molti indietro. La definizione di “salario giusto” è controversa. Il decreto passato a Montecitorio dice che il riferimento è dato dal trattamento economico complessivo (tec) dei contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi”. Fuori dai tecnicismi, si tratta quasi sempre dei contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil. Scelta che il governo ha preso sulla spinta della Confindustria, che mal tollerava la vicinanza del centrodestra ai sindacati minori, spesso propensi a firmare contratti al ribasso con associazioni datoriali al di fuori del recinto confindustriale.

Nel trattamento economico anche il welfare

Alla fine, però, il testo dice che il “tec” è composto dalle voci fisse in busta paga, dalle mensilità aggiuntive e anche dalle indennità previste dal welfare aziendale. Questo è l’aspetto più problematico: l’aver messo sullo stesso piano il salario base e trattamenti come le assicurazioni sanitarie rischia di far rientrare dalla finestra proprio i contratti al ribasso dei sindacati più piccoli. Spesso quegli accordi giocano proprio su quell’ambiguità, cioè riducono lo stipendio base e compensano con i benefit detassati, così da ridurre i costi per le imprese e far sembrare che i salari non siano diminuiti. Parliamo però di buoni che i lavoratori possono spendere solo per determinate prestazioni, e che tra l’altro hanno un effetto subdolo: ridurre il reddito lordo, quindi anche i contributi e, di conseguenza, anche la futura pensione e il trattamento di fine rapporto.

Fino a poche ore prima della votazione alla Camera, tra l’altro, il testo prevedeva la possibilità di considerare “giusto” anche il trattamento dei contratti “equivalenti” a quelli di Cgil, Cisl e Uil, ma poi quel passaggio è stato rimosso. I sindacati confederali e i partiti di opposizione restano molto critici, anche se è stato cancellato il riferimento all’equivalenza, per il quale negli scorsi mesi si era speso molto il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon, particolarmente sensibile alle richieste di sigle come l’Ugl e la Cisal. Insomma, alla fine il testo produce uno strano compromesso. La Confindustria ha portato a casa gli incentivi alle assunzioni formalmente vincolati all’applicazione dei suoi contratti. I sindacati minori beneficiano di una definizione onnicomprensiva del concetto di salario giusto, più facilmente aggirabile.

L’odg che rispolvera la norma per far perdere gli arretrati ai lavoratori

Al termine del voto di fiducia, Fratelli d’Italia ha fatto votare alla Camera un ordine del giorno che rispolvera una proposta già più volte presentata negli scorsi mesi: il partito della premier chiede di approvare una norma molto penalizzante per i lavoratori che vantano crediti nei confronti dei loro datori, come per esempio stipendi o straordinari non pagati. La norma suggerita farebbe partire i termini di prescrizione “in costanza di rapporto di lavoro”. I lavoratori sarebbero quindi costretti a fare causa alla loro azienda mentre ancora ci lavorano. Oggi, invece, la regola fa partire la prescrizione dopo la fine del rapporto, quindi dopo il licenziamento o la dimissione, proprio per tutelare i lavoratori. Questa norma non è contenuta nel decreto approvato con la fiducia, ma FdI ha chiesto al governo di approvarla nei prossimi provvedimenti. Si tratta di un intervento che negli scorsi mesi era spesso associato a un’altra norma fortemente richiesta dal centrodestra, anche con un emendamento, poi ritirato, al decreto Primo Maggio: lo scudo per gli imprenditori che sottopagano i lavoratori, novità che – se approvata – farebbe perdere il diritto agli arretrati per i dipendenti che ricevono paghe sotto la soglia di povertà.

Il 50% dell’inflazione a chi ha il ccnl scaduto da oltre 9 mesi

La novità positiva è il meccanismo automatico che farà scattare gli aumenti in busta paga quando i contratti collettivi vengono rinnovati in ritardo. Nove mesi dopo la scadenza, sarà riconosciuto il 50% dell’inflazione prevista. Il testo originario prevedeva il 30% dopo nove mesi. Tuttavia, anche questa norma ha diverse deroghe: non si applicherà alle imprese che svolgono attività stagionali e con ricavi instabili, come per esempio il turismo. Oltre a questa esclusione, già contenuta nel testo originario, nel passaggio parlamentare la Lega ha chiesto e ottenuto di salvare anche le aziende che erogano servizi sanitari e sociosanitari. Un favore al deputato leghista Antonio Angelucci, imprenditore delle cliniche private.

Il decreto introduce anche norme per i rider: se la piattaforma usa algoritmi, anche questo potrà essere utilizzato come prova per dimostrare che i fattorini sono dipendenti. Immancabile, infine, l’ennesimo intervento che allarga le maglie del precariato. Quando l’agenzia interinale assume i lavoratori a tempo indeterminato, il limite per “prestarli” a tempo determinato alla stessa azienda utilizzatrice passerà dagli attuali 24 a 36 mesi.

L'articolo Ok al decreto Primo maggio con la fiducia. Nel “salario giusto” di Meloni entra anche il welfare (con cui non si pagano spesa e bollette) proviene da Il Fatto Quotidiano.

Sciopero dei treni l’11 giugno: i confederali sospendono la protesta ma i sindacati di base vanno avanti

10 June 2026 at 11:45

I sindacati confederali hanno fatto dietro front sullo sciopero di 8 ore indetto per l’11 giugno. Le sigle Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl trasporti, Orsa trasporti e Fast hanno deciso la marcia indietro dopo un tavolo di confronto il 9 giugno con il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi. Lo stop di 23 ore, in protesta contro il frazionamento in tre lotti della gara per i servizi Intercity, è stato però confermato dai sindacati di base. I lavoratori aderenti a Cub Trasporti e Sgb sciopereranno dalle 3 di notte dell’11 giugno alle 2 di notte del 12 giugno, nel settore ferroviario e trasporto merci su rotaia, “a sostegno della piattaforma per un Ccnl che tuteli adeguatamente diritti, sicurezza, salute e salario di tutti i ferrovieri”, affermano le due sigle. I sindacati di base si schierano contro “il buco nero delle gare e dello spacchettamento in ferrovia e contro il sistema azienda/firmatari che sta demolendo Mercitalia”, si legge in una nota di Cub Trasporti e Sgb.

“Il risultato di oggi è un risultato di impegno ministeriale che ci consente di sospendere, non revocare lo sciopero – fa sapere il segretario generale della Filt Cgil, Stefano Malorgio, dopo l’incontro al Mit -. La distinzione non è solo tecnica ma anche di valore perché dice che è un percorso che va accompagnato, bisogna seguire il percorso per poi valutare alla fine che cosa accadrà”. Dello stesso parere il segretario generale della Uiltrasporti, Marco Verzari, secondo cui si tratta di “un’apertura di credito” verso il governo che ha dialogato con le sigle sindacali. Per il segretario la priorità è garantire tutele per i lavoratori e le lavoratrici interessati a questo servizio Intercity. A questo si aggiunge “la questione di una clausola sociale che sia esigibile e c’è una questione che apriremo al ministero del lavoro che riguarda il Ccnl”.

Anche Rixi si è detto soddisfatto: “Abbiamo aperto una interlocuzione anche con la Commissione europea per arrivare a rendere possibile il lotto unico, che oggi non è possibile inserire a gara a causa del decreto Pnrr, che prevedeva solo il termine lotti al plurale”, ha spiegato il viceministro. “Noi ci siamo mossi dentro quello che sono i regolamenti e le maglie che ci hanno impedito ad oggi di intraprendere una gara unitaria – ha concluso -. Nel frattempo andrà avanti il tavolo di lavoro e le interlocuzioni con la Commissione europea e con l’Art”. L’obiettivo, ha detto Rixi, “è importante per tutti, non solo per le parti sociali, ma anche per garantire un servizio universale a livello di paese. I sindacati ci hanno chiesto anche conforto sull’intenzione di continuare a investire sulla rete, sia in termini passeggeri che di merci. Abbiamo detto che siamo disponibili anche a interloquire col ministero del lavoro per capire quali tutele, in fase di gara, saranno disponibili per i lavoratori” .

L'articolo Sciopero dei treni l’11 giugno: i confederali sospendono la protesta ma i sindacati di base vanno avanti proviene da Il Fatto Quotidiano.

Salari, il decreto trasparenza è realtà: ora le aziende dimostrino di saper spiegare le retribuzioni

9 June 2026 at 15:30

Il tempo del “vedremo” è scaduto. Con l’entrata in vigore delle nuove regole di recepimento della Direttiva UE sulla trasparenza salariale, il mercato del lavoro italiano ha vissuto una delle sue trasformazioni più profonde e radicali degli ultimi decenni. Il vero errore che le imprese italiane non possono commettere ora è approcciare questa scadenza come l’ennesimo “compito a casa” burocratico da smarcare, una compliance formale calata dall’alto di Bruxelles.

Perché questa normativa non chiede semplicemente di compilare report o inviare tabelle ministeriali, impone alle aziende una necessità imprescindibile e quasi culturale: guardarsi dentro, analizzare i propri dati e andare alla radice dei propri processi decisionali.

La transizione verso la trasparenza, tuttavia, rischia di mettere a nudo una faglia profonda tra la percezione della forza lavoro e l’effettiva preparazione dei datori di lavoro. Nel settembre del 2025, il Centro Studi Coverflex ha condotto un’indagine sui manager secondo la quale solo il 19% delle imprese aveva effettivamente avviato attività concrete per adeguarsi. Oltre 6 manager su 10 esprimevano un certo scetticismo verso il decreto, non credendo che sarebbe stato sufficiente a colmare concretamente il gender pay gap. Il paradosso risiede nel fatto che, nella maggior parte dei casi, le imprese non hanno gli strumenti per smentire o confermare questa percezione.

Ma non è tutto, perché dall’altra parte del tavolo, il sentiment dei dipendenti, in particolare delle donne, evidenzia una richiesta di equità ormai non più rimandabile: secondo un’indagine che abbiamo condotto a febbraio 2026, oltre l’85% delle donne ritiene che la trasparenza salariale incida direttamente sulla fiducia verso il proprio datore di lavoro e il 57,2% ha subito o sospettato una disparità salariale nel corso della propria carriera. Ci troviamo quindi in un limbo pericoloso: da un lato la richiesta di equità è ai massimi storici, dall’altro manca la materia prima: il dato per costruire una narrazione oggettiva.

LEGGI ANCHE: Trasparenza salariale, cambia tutto. “Diritto a essere informati sui compensi dei colleghi”

Oltre la RAL: la necessità strutturale della Total Compensation

Fissare fasce retributive chiare e mappare le competenze significa ridisegnare l’intera struttura organizzativa, dall’attribuzione di ruoli e mansioni fino alla definizione delle responsabilità. In questo scenario, la RAL (Retribuzione Annua Lorda) si rivela uno strumento ormai obsoleto, non più sufficiente da solo a rispondere alle nuove esigenze di equità e attrazione dei talenti. Il mercato si muove decisamente verso una logica di Total Compensation. È qui che la governance aziendale deve cambiare pelle: la retribuzione deve essere vista come un ecosistema che include welfare, flessibilità e apprendimento continuo. Il welfare aziendale, in particolare, si trasforma da mero “accessorio” o benefit standardizzato a strumento strategico nelle mani del datore di lavoro. Diventa la leva flessibile per sanare i divari retributivi intercettati dall’analisi interna, senza impattare linearmente e in modo insostenibile sul costo azienda, e per premiare, incentivare e trattenere le persone in modo personalizzato e realmente meritocratico.

Il vero ostacolo non è tecnico, ma di impianto manageriale

Le nuove regole sulla trasparenza retributiva sollevano un velo su un limite storico del nostro tessuto imprenditoriale. Alle aziende italiane non mancano i consulenti del lavoro o i software gestionali, manca un’infrastruttura oggettiva e condivisa nelle decisioni retributive. Per troppi anni la determinazione dei salari e degli aumenti è stata guidata dall’estemporaneità, dalla reattività alle richieste del singolo o dalla pura negoziazione individuale in fase di assunzione. Questo ha stratificato iniquità interne spesso inconsapevoli. Oggi, senza criteri di classificazione professionale oggettivi, neutrali rispetto al genere e condivisi, svoltare verso la trasparenza diventa una sfida molto difficile.

Da vincolo normativo a vantaggio competitivo

Rendere trasparenti i criteri retributivi non significa banalmente “rendere pubblici gli stipendi di tutti sulla bacheca aziendale”, un timore voyeuristico che frena molti manager. Significa, al contrario, eliminare quell’asimmetria informativa che storicamente genera iniquità e alimenta la sfiducia. Le aziende che sceglieranno di subire passivamente la norma, limitandosi a una compliance di facciata, pagheranno costi indiretti altissimi in termini di reputazione, turnover e talent attraction. Al contrario, chi sceglierà di guidare questo cambiamento utilizzerà la trasparenza come un potentissimo fattore di credibilità sul mercato. Il conto alla rovescia è terminato. La parità retributiva e la trasparenza non sono più un’opzione o una dichiarazione d’intenti per i report di sostenibilità: sono il nuovo standard del fare impresa. E le organizzazioni pronte a fare questo salto culturale oggi sono quelle che scriveranno il futuro del lavoro domani.

Analisi a cura di Chiara Bassi, VP Global Public Affairs di Coverflex

L'articolo Salari, il decreto trasparenza è realtà: ora le aziende dimostrino di saper spiegare le retribuzioni proviene da Affaritaliani.it.

Perde il bambino durante la gravidanza e viene licenziata: “Troppe assenze dal lavoro”

9 June 2026 at 12:19

Prima il dolore per la perdita del bambino, poi la comunicazione che nessun lavoratore o lavoratrice vorrebbe ricevere. Una dipendente di 36 anni di Taranto, assente dal lavoro dopo un aborto spontaneo avvenuto nel corso della gravidanza, si è vista recapitare una lettera di licenziamento perché avrebbe superato il cosiddetto periodo di comporto, ossia il limite massimo di giorni di assenza per malattia oltre il quale il datore di lavoro può interrompere il rapporto. A raccontare la vicenda è il quotidiano La Repubblica.

La donna lavora per una multinazionale tedesca operante nel comparto calzaturiero. Dopo l’interruzione della gravidanza è rimasta lontana dal posto di lavoro per il tempo necessario alle cure e al recupero fisico. Al termine del periodo di assenza, però, ha ricevuto una comunicazione formale con cui l’azienda le notificava il licenziamento, allegando il conteggio delle giornate non lavorate. Secondo la società, la lavoratrice avrebbe accumulato 211 giorni di assenza, superando il limite di 180 giorni previsto dal contratto collettivo nazionale del Terziario per la conservazione del posto di lavoro in caso di malattia. Proprio su questa base sarebbe stata adottata la decisione di interrompere il rapporto di lavoro.

La vicenda è ora destinata a spostarsi nelle aule giudiziarie. La donna, attraverso il proprio legale Fabrizio Del Vecchio, ha infatti deciso di impugnare il licenziamento sostenendo che le assenze collegate all’aborto spontaneo non possano essere assimilate a una comune malattia e, di conseguenza, non debbano essere conteggiate nel periodo di comporto. Secondo la tesi difensiva, la normativa che tutela la maternità prevederebbe una disciplina differente rispetto alle ordinarie assenze per motivi di salute. Per questo motivo il provvedimento viene definito “ingiurioso e illegittimo” e sarà contestato davanti al Tribunale del Lavoro di Milano, competente per territorio in ragione della sede della società.

Al centro del futuro contenzioso ci sarà dunque la qualificazione giuridica dell’assenza dal lavoro successiva all’interruzione della gravidanza. Da un lato l’azienda rivendica l’applicazione delle norme contrattuali sul comporto; dall’altro la lavoratrice sostiene che la sua situazione rientri nell’ambito delle tutele riconosciute alla maternità e non possa essere trattata come una semplice malattia. Sarà ora il giudice a stabilire se il conteggio effettuato dall’azienda sia conforme alla normativa e se il licenziamento possa essere considerato legittimo.

L'articolo Perde il bambino durante la gravidanza e viene licenziata: “Troppe assenze dal lavoro” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Quando il lavoro pesa sulla salute mentale

9 June 2026 at 07:28

Tra i lavoratori europei aumenta l’ansia, mentre è stabile il rischio di depressione. La salute mentale di chi lavora non riguarda solto il benessere individuale, ma ha ricadute economiche concrete. Tanto più con l’invecchiamento della popolazione.

L'articolo Quando il lavoro pesa sulla salute mentale proviene da Lavoce.info.

Dl Lavoro, Calderone non va in commissione a chiarire sull’emendamento che apre ai contratti pirata: le opposizioni se ne vanno

8 June 2026 at 15:32

Il blitz sul decreto Lavoro con cui la maggioranza punta a riaprire la porta ai contratti firmati da sindacati non rappresentativi fa esplodere la protesta delle opposizioni. Che lunedì hanno abbandonato la commissione Lavoro della Camera accusando il governo di “abusare del Parlamento” e di voler riscrivere all’ultimo minuto uno dei punti più delicati del decreto Primo Maggio. A scatenare la reazione è stata l’assenza della ministra Marina Calderone, attesa per spiegare il controverso emendamento con cui i relatori hanno stabilito tra l’altro che per calcolare il trattamento economico complessivo (tec) vanno considerate anche “le prestazioni di welfare contrattuale” e che anche i contratti che prevedono un trattamento “equivalente” soddisfano le condizioni per accedere a sgravi e benefici. Il che ribalta di fatto l’impostazione del decreto presentato poche settimane fa.

“Non ci sono le condizioni per proseguire”, ha dichiarato il capogruppo Pd in commissione Arturo Scotto. “Non parteciperemo a questa pantomima, all’abuso di potere sul Parlamento, ce ne andiamo”. Il M5S ha parlato di “farsa” e di una ministra “scappata dal confronto”, mentre Avs denuncia “totale sprezzo verso il Parlamento”. Il centrosinistra si oppone a riprendere la seduta senza che siano state depositate tutte le riformulazioni. Nell’ufficio di presidenza, riunito in precedenza, è stato fissato l’obiettivo di chiudere con il mandato al relatore entro le 17 di oggi. Il testo è atteso domani in Aula alle 10 con la fiducia.

Lo scontro nasce da una modifica che tocca quasi un miliardo di euro di incentivi alle assunzioni. Il decreto approvato in Consiglio dei ministri disponeva che i bonus sarebbero andati soltanto alle aziende che applicano i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Una scelta interpretata come un argine contro i contratti pirata e come una vittoria per Confindustria e per Cgil, Cisl e Uil. Ora, però, mentre il provvedimento è in Parlamento, l’esecutivo vuol cambiare le regole.

Con un emendamento presentato dai relatori di maggioranza su indicazione del governo, viene infatti introdotta una clausola che consente di accedere agli sgravi anche applicando contratti firmati da sigle non rappresentative. La condizione è che il trattamento economico complessivo previsto da quei contratti sia giudicato “equivalente” a quello garantito dai contratti leader. L’emendamento ripropone il concetto di “equivalenza” sostenuto per mesi dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. Una tesi osteggiata dai sindacati confederali, che temono di vedere riaperti spazi per sigle minori come Ugl e Cisal.

La novità più rilevante è che il governo stabilisce anche cosa debba intendersi per trattamento economico complessivo. Nel conteggio rientrano non solo stipendio e altre componenti retributive, ma anche le prestazioni di welfare contrattuale. Ma se nel confronto entrano fondi sanitari, assicurazioni, buoni e altre prestazioni di welfare, diventa possibile compensare salari monetari più bassi con benefici non direttamente presenti in busta paga. Per il M5S si tratta dell’invenzione di un “salario teorico”. “Alla cassa del supermercato e per pagare gli affitti servono euro veri in busta paga, non voucher o polizze dentistiche”, ha attaccato il deputato Davide Aiello. “Noi continuiamo a chiedere una soglia minima legale di 9 euro lordi l’ora ancorata al minimale Inps”.

L'articolo Dl Lavoro, Calderone non va in commissione a chiarire sull’emendamento che apre ai contratti pirata: le opposizioni se ne vanno proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Braccianti in nero costretti a vivere in un casolare senza bagni. Si scaldavano bruciando spazzatura”: arrestato caporale

8 June 2026 at 10:26

Lavoravano in nero, con una retribuzione inferiore alla metà dei minimi del contratto nazionale dell’agricoltura, ed erano costretti a dormire in un casolare rurale in una condizione “degradante” che dovevano anche pagare 5 euro al giorno, nonostante non fosse neanche bagni e riscaldamento. L’ultima storia di para-schiavismo arriva dalla provincia di Brindisi, dove i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno arrestato in flagranza un caporale. I braccianti agricoli lavoravano in alcuni terreni al confine tra il Brindisino e il Tarantino.

Stando alla ricostruzione dei militari dell’Arma, attraverso una cooperativa, il caporale approfittava dello stato di bisogno di diverse persone, costringendole ad affrontare una giornata lavorativa di dieci ore fronte di una paga inferiore alla metà rispetto a quella prevista dal Contratto collettivo nazionale del lavoro di settore, decurtando ulteriori 5 euro giornaliere pro-capite per l’alloggio nella diponibilità dell’indagato.

Si trattava di un casolare rurale in condizioni igienico sanitarie degradanti, caratterizzato da presenza di muffe, con servizi igienici non funzionanti e privo di riscaldamento, al punto che i lavoratori sfruttati bruciavano la spazzatura in un caminetto per riscaldare gli ambienti, costretti così a respirarne fumi pericolosi e dormire su materassi sporchi, trovati nelle campagne vicine. I braccianti, due al momento quelli che si è riusciti a identificare, venivano impiegati in nero, senza contratto di lavoro, senza visite mediche e nessun corso di formazione, aumentandone così il rischio di subire infortuni gravi sul lavoro, poiché maneggiavano attrezzi pericolosi, come seghe circolari, senza averne acquisito competenze ed appreso modalità di utilizzo specifico.

Uno dei braccianti è risultato per altro privo di permesso di soggiorno per l’impiego lavorativo. L’indagine “lampo”, iniziata verso la fine di marzo con la denuncia sporta da un terzo bracciante anche lui vittima di sfruttamento, è stata coordinata dalla procura di Brindisi che ha chiesto e ottenuto gli arresti domiciliari per il caporale. È stato anche posto sotto sequestro il mezzo con il quale i braccianti venivano trasportati e il casolare dove dormivano. Sono state elevate sanzioni amministrative ed ammende per totale 20.000 euro.

L'articolo “Braccianti in nero costretti a vivere in un casolare senza bagni. Si scaldavano bruciando spazzatura”: arrestato caporale proviene da Il Fatto Quotidiano.

Consolato Usa di Milano, convalidato il secondo fermo nell’inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori

7 June 2026 at 14:15

Arriva una nuova conferma all‘impianto accusatorio dell’inchiesta sul presunto sfruttamento di manodopera nel cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio, a Milano. La giudice per le indagini preliminari, Angelica Cardi. ha convalidato il fermo di Aji Appukuttan, cittadino indiano che compirà 52 anni il prossimo luglio, disponendo nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere.

Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, Appukuttan avrebbe avuto un ruolo centrale nella gestione dei rapporti con i lavoratori impiegati nel cantiere. Gli investigatori lo descrivono infatti come il “caporale operativo” e l'”intermediario tra società e lavoratori”, una figura ritenuta fondamentale nel presunto sistema di sfruttamento al centro dell’indagine. L’uomo è stato definito nelle testimonianze degli operai migranti raccolte dal Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri il “cane da guardia” della multinazionale americana delle costruzioni.

Il provvedimento rappresenta il secondo arresto convalidato nell’ambito dell’inchiesta coordinata dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici e condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro. Nei giorni scorsi era stato infatti fermato anche Ulas Demir, manager coinvolto nella realizzazione dell’opera, fermato all’aeroporto di Orio al Serio mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto a Istanbul. Anche nei suoi confronti era stata disposta la custodia cautelare.

L’inchiesta riguarda le condizioni di lavoro di numerosi operai, in gran parte di nazionalità indiana, impiegati nella costruzione della nuova sede consolare statunitense. Secondo quanto emerso dalle indagini, gli inquirenti stanno cercando di accertare l’esistenza di un articolato sistema di reclutamento e gestione della manodopera che avrebbe consentito di aggirare le normative a tutela dei lavoratori e di comprimere costi e diritti.

La figura di Appukuttan viene considerata particolarmente rilevante proprio perché, secondo l’accusa, avrebbe rappresentato il punto di contatto diretto con gli operai, occupandosi dell’organizzazione quotidiana del lavoro e fungendo da tramite con le società coinvolte. Elementi che hanno portato la Procura a chiedere il fermo e che il giudice per le indagini preliminari ha ora ritenuto sufficienti per confermare la misura cautelare. La decisione della gip segna un nuovo passaggio nell’inchiesta milanese, che nelle scorse settimane aveva attirato l’attenzione per il contesto in cui sarebbero avvenuti i presunti illeciti: il cantiere destinato a ospitare il nuovo Consolato degli Stati Uniti. Gli accertamenti proseguono per chiarire responsabilità, ruoli e modalità operative del presunto sistema di sfruttamento e per verificare l’eventuale coinvolgimento di altri soggetti.

Stando alle indagini dei militari dell’Arma lo sfruttamento degli operai inizia già in India dove i lavoratori vengono reclutati dalla società Dynamic House di New Delhi. Reclutamento tra l’alto a pagamento. Insomma pizzo o mazzetta del valore di 5mila euro. Denaro da pagare “in contanti ai dipendenti della Dynamic House pur di ottenere il relativo visto per il soggiorno di lavoro”. Appena giunti in Italia “i lavoratori scoprono che le promesse erano false ed il debito contratto diventa una catena dato che il caporale di cantiere trattiene gran parte del salario (già misero) con la scusa dell’alloggio e del vitto e con la minaccia di licenziamento”. Ma ora per i lavoratori non c’è più scelta e per loro inizia una vita da “nuovi schiavi”.

L'articolo Consolato Usa di Milano, convalidato il secondo fermo nell’inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.

Trattative in salita alla Natuzzi che ha confermato il trasferimento delle attività pugliesi in Romania. Tavolo l’11

6 June 2026 at 17:23

Trattative in corso – e in salita – alla Natuzzi, che il 4 giugno scorso ha confermato il trasferimento in Romania del 15% delle attività oggi svolte tra Puglia e Basilicata. “Quella di Natuzzi è una vertenza complessa, delicata, che coinvolge centinaia di lavoratori e uno dei marchi storici della manifattura pugliese e nazionale. Proprio per questo, pur nella difficoltà del momento e nelle distanze ancora presenti tra le parti, riteniamo importante registrare alcuni segnali di apertura. L’auspicio è che Natuzzi possa arrivare al tavolo dell’11 giugno con un piano industriale capace di tenere insieme sostenibilità aziendale e tutela del lavoro”, dice l’assessore regionale allo Sviluppo economico e lavoro, Eugenio Di Sciascio.

“Il primo spiraglio attiene all’impegno aziendale di convocare d’urgenza, comunque prima del tavolo Mimit, le rappresentanze sindacali aziendali, per l’esclusiva discussione dei calendari dell’ammortizzatore sociale“, spiega l’assessore. Sul fronte dell’incentivazione all’esodo “è stato varato un primo piano sperimentale di esodo per il quale Natuzzi ha messo a disposizione 6 milioni di euro, destinati a un’indennità massima di 50mila euro a favore dei dipendenti che, su base esclusivamente volontaria, sceglieranno di aderire”. Il terzo spiraglio riguarda “invece l’annuncio, dell’azienda, di un accordo raggiunto con una realtà pugliese del settore gomma-plastica per la cessione dello stabilimento dismesso di Ginosa“.

Meno ottimista la segretaria della Cgil Puglia, Gigia Bucci, che chiede l’intervento dello Stato. “Chiediamo alle Istituzioni ancora una volta di svolgere fino in fondo il proprio ruolo di mediazione, nei confronti di un’azienda che ha beneficiato di ingenti contributi pubblici e che, da venti anni, ricorre in modo sistematico alla cassa integrazione“. Per la segretaria si tratta di scelte che “si fanno beffa del ruolo della rappresentanza sindacale e dello stesso lavoro di mediazione di Ministero delle Imprese e Regione Puglia“. Secondo la sindacalista, poi, “l’atteggiamento del management Natuzzi, incapace ancora una volta di mantenere gli accordi paventati ai tavoli istituzionali, è gravissimo. Non si gioca con il lavoro e la vita di migliaia di lavoratori e lavoratrici”.

Dal canto suo il ministro delle imprese, Adolfo Urso, già venerdì 5 giugno aveva ricordato che “quello che non si è fatto in questi 20 anni dobbiamo farlo insieme nei prossimi 20 giorni”. Secondo Urso “il fatto stesso che l’azienda utilizzi la cassa integrazione da vent’anni, vuol dire che da vent’anni vi è un problema industriale. Perché la cassa integrazione non può essere uno strumento per coprire una questione industriale in maniera duratura e continuativa per due decenni, ma deve essere uno strumento che si utilizza temporaneamente per consentire un rilancio industriale”.

L'articolo Trattative in salita alla Natuzzi che ha confermato il trasferimento delle attività pugliesi in Romania. Tavolo l’11 proviene da Il Fatto Quotidiano.

I lavoratori nel settore dell’animazione non hanno opportunità dignitose: il mio consiglio è di fare rete

6 June 2026 at 06:33

di Franca Moroni

Conosco da cinque anni la situazione professionale di molti giovani adulti che lavorano nel settore dell’animazione e della graphic novel. Constato, amaramente, che mettere cultura e tempo per formarsi in questo settore si è rivelata una pessima scelta, in quanto le opportunità di lavoro dignitoso sono minime.

L’avvento del Covid e la necessità di introdurre forme di distanziamento sul lavoro portarono all’introduzione dello smart working nel Pubblico e nelle grandi imprese sindacalizzate, ma contribuirono al processo di esternalizzazione del lavoro in quelle attività che non abbisognavano di integrazione dei cicli di produzione. Le grandi società di produzione di grafica o di animazione 2D e 3D hanno sperimentato che è più conveniente cercare collaboratori occasionali mediante le cosiddette piattaforme, fra le quali Linkedin è la più conosciuta ma non la sola, in un mercato che ha come perimetro il mondo intero. A ciò si aggiunga il conflitto russo-ucraino a causa del quale i paesi Ue hanno tagliato gli investimenti in molti settori, in primis quelli culturali, per destinarli alla difesa.

Oggi il grafico, il regista, lo storyboard artist, l’animatore non sono lavoratori dipendenti, formalmente sono partite Iva o, i più giovani, prestatori d’opera occasionali: ma chiamiamoli con il loro nome, sono lavoratori a domicilio che si comprano anche gli strumenti di lavoro.

La società di produzione o lo studio che ha in subappalto parte del progetto fa una inserzione su piattaforma, offrendo un lavoro che in genere va consegnato in pochi giorni. Spesso chiede una prova gratuita, mai inferiore a un giorno lavorativo, a volte per un’offerta di qualche giornata di lavoro. Se il professionista supera la prova quasi sempre il lavoro deve essere consegnato “il prima possibile perché siamo già in ritardo”, niente festivi o domeniche. Sovente, il contratto viene firmato alla consegna del lavoro, prendere o lasciare. E se il lavoro non è di gradimento, non c’è nessun misuratore di correttezza, si ricontratta a parole il compenso e il lavoratore si deve accontentare di una riduzione. I compensi sono assai variabili: a volte giungono a 100 € a giornata, a volte non raggiungono i 6 € lordi.

Per chi non ha reti amicali e proviene dalle Università e dalle Accademie, l’unico incontro domanda-offerta sono le già citate piattaforme: con qualche rischio in meno per l’incolumità fisica, un meccanismo molto simile alle piattaforme con cui viene distribuito il lavoro di consegna di beni. In assenza di queste piattaforme la vorticosa assegnazione di lavori brevi non sarebbe possibile. Come mai si trovano tanti giovani super formati disponibili a lavorare in queste condizioni?

1) Per svolgere queste attività professionali occorre una lunga formazione, che non termina prima dei 26-28 anni, che comprende lauree, master o corsi privati assai costosi. Ciò su una forte predisposizione teorica e pratica. La speranza di fare dignitosamente il lavoro per cui si è studiato tanto spinge ad accontentarsi, a stringere i denti e fare anche un lungo apprendistato.

2) Il mercato è mondiale: i 6 € ora in Italia non consentono di vivere ma già in altri paesi Ue hanno un valore diverso, per non dire del sud est asiatico. Un lavoratore solo di fronte a una SpA multinazionale, uno Studio pluripremiato, cosa può fare?

3) Quando un lavoratore ha raggiunto i 28-30 anni ed è super formato è escluso da quei lavori, meno qualificati, che potrebbe svolgere al termine delle superiori. I datori di lavoro non possono più usufruire di detrazioni e sostegni e in molti posti non si vuole un lavoratore che eccede in formazione. E a questo punto gli ormai non più giovani come mangiano?

Concludo facendo appello a questi lavoratori di fare rete: il loro avversario non è il collega ma chi gestisce tutta la filiera. I grandi sindacati volgano attenzione anche a questo settore, fornendo supporto giuridico e aggregazione.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo I lavoratori nel settore dell’animazione non hanno opportunità dignitose: il mio consiglio è di fare rete proviene da Il Fatto Quotidiano.

Strage Amendolara, c’è solo una soluzione: regolarizzare i braccianti e sorvegliare i datori di lavoro

5 June 2026 at 17:26

L’atroce strage di Amendolara, nella quale sono stati bruciati vivi quattro lavoratori agricoli irregolari: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah e Amjad Safi, ci deve indurre ad una riflessione politica e ad una fermissima richiesta di azione da parte del governo. I quattro erano migranti costretti in una condizione di semi-schiavitù dai caporali loro connazionali, ma ancora di più da una normativa legale restrittiva e un controllo insufficiente da parte delle autorità. Si stima che in Italia siano impiegati nel settore agricolo oltre 200.000 lavoratori irregolari, migranti che non hanno un permesso di soggiorno e per questo sono sostanzialmente privi di diritti. Pare che il meccanismo sia questo: lo straniero arriva in Italia chiamato da una azienda che promette il lavoro, ma che poi non regolarizza il contratto. Il lavoratore senza diritti riceve una paga miserrima e un alloggio fatiscente e garantisce che arrivino nei nostri mercati prodotti agricoli “economici”. Se il lavoratore venisse regolarizzato, i prodotti costerebbero un po’ di più; non molto di più, perché il salario del lavoratore rappresenta soltanto una parte del costo finale del prodotto.

La soluzione del problema è ovvia: regolarizzare i lavoratori e sorvegliare i datori di lavoro per costringerli a contrattualizzare il rapporto lavorativo; reprimere il fenomeno del caporalato. Un grave ostacolo è costituito da un’opinione pubblica che in larga misura è avversa alla regolarizzazione dei migranti: li vorrebbe “remigrare”. Alle considerazioni etiche e giuridiche, che dovrebbero avere un peso preponderante, è necessario aggiungere qualche considerazione di economia spicciola. I lavoratori migranti ci servono: se li “remigrassimo” tutti la manodopera agricola sarebbe insufficiente; parte dei prodotti agricoli rimarrebbero sui campi e il loro prezzo sul mercato aumenterebbe, per la legge della domanda e dell’offerta, molto di più di quanto aumenterebbe regolarizzando i lavoratori. Di fatto, a prescindere dall’aumento dei prezzi, si verificherebbe una vera e propria carenza di questi prodotti.

Assodato che di questi lavoratori abbiamo bisogno, esiste un secondo motivo puramente egoistico per regolarizzare la loro posizione: un lavoratore irregolare, marginalizzato dalla società in cui vive, crea un rischio sociale. Ad esempio, non avendo diritto all’assistenza sanitaria potrebbe non curare una malattia contagiosa e impedirne il tracciamento. L’esperienza del Covid, funestata da vari errori di gestione, è stata risolta grazie alla vaccinazione della grande maggioranza della popolazione, a sua volta resa possibile dal fatto che i cittadini sono noti al Servizio Sanitario Nazionale. L’esistenza di gruppi di persone ignote al Servizio Sanitario Nazionale che non vengono vaccinate comporta un rischio per tutti.

In ultima analisi: il rifiuto dei migranti, le promesse di “remigrazione”, e le altre simili baggianate che costituiscono un’arma propagandistica delle destre più retrive non possono funzionare e non possono essere tradotte in reali azioni politiche, tanto più in un paese che invecchia, nel quale i lavoratori di origine italiana diminuiscono in proporzione al totale della popolazione, e risultano insufficienti a coprire il fabbisogno di lavoro anche per le necessità più impellenti, come la produzione agricola. Ciò di cui abbiamo bisogno è accogliere e integrare i lavoratori migranti, accettando che questo ha un costo; perché qualsiasi altra soluzione costa molto di più in termini economici e sociali. Inoltre, tollerando la situazione attuale si va incontro ad un costo sociale ancora più gravoso: l’imbarbarimento di un paese nel quale bruciare vivi quattro esseri umani, già privati di qualunque diritto, diventa un qualunque fatto di cronaca dimenticabile nello spazio di un paio di giorni.

Pagare le zucchine qualche decina di centesimi in più è un prezzo accettabile per mantenere la nostra civilizzazione.

L'articolo Strage Amendolara, c’è solo una soluzione: regolarizzare i braccianti e sorvegliare i datori di lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.

La mela che non cade lontano dall’albero: la mobilità sociale nei paesi Ocse

5 June 2026 at 09:31

Studiare la mobilità sociale intergenerazionale aiuta a progettare politiche che potenziano crescita economica e uguaglianza delle opportunità. Le nuove stime comparative in ventinove paesi Ocse indicano che l’istruzione rappresenta un canale chiave.

L'articolo La mela che non cade lontano dall’albero: la mobilità sociale nei paesi Ocse proviene da Lavoce.info.

Basta agli stage che nascondono lavoro precario: la mia proposta di un Registro nazionale dei tirocini

5 June 2026 at 06:02

di Paolo Gallo

In Italia il lavoro è diventato un eterno corridoio d’attesa. Una generazione intera vive sospesa tra stage, tirocini, collaborazioni occasionali, contratti a termine e promesse rimandate. Si studia più a lungo, si accumulano competenze, master, lingue straniere ed esperienze, ma il traguardo della stabilità continua ad allontanarsi. E nel frattempo passano gli anni, le occasioni e, spesso, anche la fiducia.

Il lavoro, che per decenni è stato sinonimo di emancipazione sociale, oggi per molti giovani italiani coincide con l’incertezza. Una precarietà non solo economica, ma anche psicologica ed esistenziale. Perché senza prospettive è difficile costruire una vita: si rinviano scelte, famiglie, indipendenza e progetti.
Non è una questione nuova. Già nel Novecento la letteratura italiana raccontava il rapporto complesso tra individuo e lavoro. Da Paolo Volponi a Luciano Bianciardi, passando per Ottiero Ottieri, il lavoro appariva come una promessa di dignità ma anche come un meccanismo capace di schiacciare le persone.

Oggi quella contraddizione assume una forma diversa e più subdola: l’illusione permanente dell’opportunità. Per migliaia di ragazzi e ragazze, infatti, lo stage non rappresenta più un ponte verso l’occupazione, ma rischia di trasformarsi nell’occupazione stessa. Un limbo in cui si lavora senza reali prospettive, spesso con compensi modesti e responsabilità concrete, ma senza adeguate tutele. Si accumulano esperienze considerate “formative”, che però troppo spesso alimentano un sistema fondato sul ricambio continuo e sul basso costo del lavoro giovanile.

Eppure gli stage non sono il problema. I tirocini possono essere strumenti preziosi di crescita, formazione e inserimento professionale. Molte aziende investono seriamente nei giovani, li accompagnano e li assumono. Ed è proprio qui il punto: distinguere chi forma davvero da chi utilizza gli stage come lavoro precario mascherato. Per questo ho lanciato una proposta: l’istituzione di un Registro Pubblico Nazionale degli Stage e dei Tirocini.

Uno strumento semplice ma potenzialmente rivoluzionario. Un registro che raccolga e pubblichi annualmente, per ogni azienda che attiva stage curriculari o extracurriculari, alcuni dati essenziali: numero totale di stagisti ospitati, percentuale di assunzioni successive al tirocinio, tipologia dei contratti offerti, durata media dei percorsi, retribuzione media iniziale, numero di rinnovi o interruzioni.

Non si tratta di penalizzare le imprese. Al contrario. Questa proposta nasce per valorizzare le aziende virtuose, quelle che credono realmente nei giovani e investono nel loro futuro professionale. In un mercato del lavoro spesso opaco, la trasparenza diventerebbe finalmente un criterio di scelta. Studenti, neolaureati e famiglie potrebbero orientarsi con maggiore consapevolezza, individuando realtà che offrono prospettive concrete e non semplici esperienze da aggiungere al curriculum.

Oggi chi cerca uno stage si muove troppo spesso al buio. Le informazioni circolano attraverso racconti personali, forum, gruppi social e passaparola. Ma il futuro di una generazione non può dipendere dalla fortuna o da recensioni informali. Servono dati pubblici, verificabili e accessibili.

La trasparenza non è un attacco alle imprese: è una forma di responsabilità collettiva. Perché il lavoro non è soltanto un contratto. È dignità, possibilità, cittadinanza. E un Paese che non protegge l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro finisce inevitabilmente per indebolire il proprio futuro. Gli stage devono tornare a essere opportunità concrete di crescita e assunzione, non parcheggi temporanei o strumenti di precarizzazione. Perché una generazione che continua a sentirsi “in prova” è una generazione a cui viene sottratta la possibilità di progettare il domani. E senza futuro, nessun Paese può davvero dirsi moderno.

Il blog Sostenitore ospita i post scritti dai lettori che hanno deciso di contribuire alla crescita de ilfattoquotidiano.it, sottoscrivendo l’offerta Sostenitore e diventando così parte attiva della nostra community. Tra i post inviati, Peter Gomez e la redazione selezioneranno e pubblicheranno quelli più interessanti. Questo blog nasce da un’idea dei lettori, continuate a renderlo il vostro spazio. Diventare Sostenitore significa anche metterci la faccia, la firma o l’impegno: aderisci alle nostre campagne, pensate perché tu abbia un ruolo attivo! Se vuoi partecipare, al prezzo di “un cappuccino alla settimana” potrai anche seguire in diretta streaming la riunione di redazione del giovedì – mandandoci in tempo reale suggerimenti, notizie e idee – e accedere al Forum riservato dove discutere e interagire con la redazione.

L'articolo Basta agli stage che nascondono lavoro precario: la mia proposta di un Registro nazionale dei tirocini proviene da Il Fatto Quotidiano.

Lavoro, disuaguaglianze e grandi ricchezza: il confronto a sinistra per un programma progressista. L’iniziativa di Cernusco

4 June 2026 at 13:51

Negli ultimi decenni, e ancor più negli ultimi anni, si sono aggravate precarietà del lavoro, disuguaglianze economiche e concentrazione della ricchezza. Da questo dato di fatto parte l’iniziativa promossa dal Circolo di Sinistra Italiana dell’Adda-Martesana per un momento di riflessione e confronto di varie anime della sinistra su economia globale e locale, trasformazioni del mondo del lavoro e nuove forme di precarietà, redistribuzione della ricchezza e riorganizzazione fiscale: questioni da affrontare per elaborare un solido programma economico-sociale progressista. L’appuntamento è in programma giovedì 11 giugno alle 21 alla Biblioteca Civica Lino Penati in Via Fatebenefratelli 2 a Cernusco sul Naviglio.

Quale modello di economia, finanza, giustizia fiscale per una società più equa? Come modificare la distribuzione delle ricchezze globali e locali e quali sono le priorità di un programma progressista condiviso? E ancora: come cambia il mondo del lavoro nell’era della finanziarizzazione e dell’IA? Come combattere povertà lavorativa, precarietà, automazione e rilanciare rapporti sociali tra lavoratori e rappresenanza nei luoghi di lavoro? Intorno a questi quattro interrogativi – non certo semplici da sciogliere – si confronteranno Mikhail Maslennikov, policy advisor, giustizia economica di Oxfam Italia, Luca Stanzione, segretario generale della Camera del Lavoro di Milano, Tino Magni, senatore Verdi-Sinistra, Alessandro Alfieri, senatore Pd. A introdurre il dibattito sarà Claudio Corrà di Sinistra Italiana di Cernusco, mentre porterà i suoi saluti anche la sindaca Paola Colombo.

Per informazioni: sinistraitalianamartesana@gmail.com

L'articolo Lavoro, disuaguaglianze e grandi ricchezza: il confronto a sinistra per un programma progressista. L’iniziativa di Cernusco proviene da Il Fatto Quotidiano.

Operaio muore per il crollo del tetto in un’azienda metalmeccanica del Livornese

4 June 2026 at 11:20

Un operaio di 34 anni ha perso la vita mentre era impegnato in un intervento presso un’azienda metalmeccanica di Rosignano Solvay, in provincia di Livorno. Secondo una prima ricostruzione, l’uomo, dipendente di una ditta specializzata con sede in Lombardia, stava effettuando la sostituzione di una copertura in eternit quando il tetto su cui si trovava avrebbe improvvisamente ceduto. Il cedimento lo ha fatto precipitare al suolo da un’altezza di circa sei metri.

Sul luogo dell’incidente sono intervenuti immediatamente i soccorritori del 118, ma per l’operaio non c’è stato nulla da fare: i sanitari non hanno potuto far altro che constatarne il decesso. Presenti anche gli operatori tecnici dell’Asl, incaricati di effettuare gli accertamenti necessari per ricostruire con precisione la dinamica dell’accaduto e verificare il rispetto delle condizioni di sicurezza sul lavoro. L’area è stata messa a disposizione dell’autorità giudiziaria. Le indagini proseguono per chiarire eventuali responsabilità.

L'articolo Operaio muore per il crollo del tetto in un’azienda metalmeccanica del Livornese proviene da Il Fatto Quotidiano.

Braccianti uccisi ad Amendolara, i sindacati: “È tratta di schiavi, dietro c’è la ‘ndrangheta”

3 June 2026 at 15:38

“È un sistema che fa capo alla ‘ndrangheta, alle organizzazioni malavitose locali”. Con questo commento, Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria, ha parlato dei quattro braccianti bruciati vivi in un minivan ad Amendolara: avevano solo chiesto di essere pagati. “L’agricoltura in Calabria è piena di questi caporali – prosegue Trotta -. Peraltro qui abbiamo il fenomeno del ‘caporale di emigrazione’, perché prendono i braccianti qui in Calabria e li portano a lavorare d’estate nei campi del Metapontino, addirittura in Puglia, per poi utilizzarli di nuovo in Calabria nel momento in cui è la stagione degli agrumi”.

Le vittime sono Ullah Ismat Qiemi, di 19 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni, e Waseem Khan, il più grande, di 29 anni. Raccoglievano le fragole nella campagna della Basilicata, sfruttati e maltrattati. I loro aguzzini, e poi anche assassini, sono Safeer Ahmed e Ali Raza, due pachistani, ora in carcere, che per punirli li hanno cosparsi di benzina per poi appiccare il fuoco con un accendino nella stazione di servizio lungo la statale 106. Solo uno si è salvato, Mohammad Taj Alamyar, 35 anni: “Ieri il superstite – ha spiegato Trotta- ha avuto modo di dichiarare che questi migranti lavoravano in un’azienda a Scanzano Ionico, in Basilicata, assunti dal 20 aprile, e non erano stati mai pagati. E la lite nasce dalle richieste di soldi, fino ad arrivare all’abominio umano. La perdita totale dell’umanità si è vista in quel filmato. Ed è chiaro che appartengono a un sistema, perché il superstite ha parlato di droga, ha parlato di pistole”, ha concluso.

Un sistema radicato

Dietro alla strage non ci sono solo i due caporali pachistani, ma un sistema radicato e ramificato, sostiene Trotta: “Sulla Strada Statale 106 basta mettersi la mattina alle quattro per capire che ci sono tanti furgoni che transitano, carichi di lavoratori, in alcuni casi regolarmente registrati che vanno a lavorare, ma in tanti altri no. Perché lo ripeto: a fronte di un caporale c’è un’azienda che si rivolge a lui. E noi dobbiamo spingere sulle aziende, sul cambio culturale di queste aziende”. Una posizione sostenuta anche dalla Flai Cgil Calabria: “La barbara esecuzione dei lavoratori è calata all’interno di un sistema più ampio, di silenzi, omertà e responsabilità”.

“Pensate veramente che due persone che vengono da fuori Italia possano gestire il caporalato in un paese senza la copertura della mafia?”, si è chiesto il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri. Non bisogna fermarsi ad identificare “i due pachistani perché bisogna dire con forza che in Calabria le operazioni avvengono se c’è la copertura della mafia. Non basta identificare chi ha dato fuoco alla macchina ma le coperture che quei due delinquenti avevano e le coperture le dà la mafia”, ha ribadito il segretario. “Mi aspetto e spero che si parli non di incidente sul lavoro, non di caporalato ma si parli di tratta degli schiavi e che si riesca ad identificare quale clan mafioso copre quei due delinquenti”.

Anche l’associazione Libera ha parlato di mafia e di come questa si nasconda dietro il sistema del caporalato. “In tutto questo hanno facile gioco le mafie: quelle internazionali che gestiscono la tratta e quelle locali che controllano il caporalato o assoldano manodopera criminale a basso costo fra i disperati. Ma a prosperare è anche un sistema di illegalità che non è mafioso in senso stretto, eppure con le mafie condivide il disprezzo per la vita umana”. “I quattro giovani lavoratori morti ad Amendolara non sono vittime di una fatalità – conclude Libera Basilicata -. Sono vittime di un sistema che continua a considerare il lavoro come una merce da comprimere, i diritti come un costo da ridurre e le persone come strumenti sacrificabili lungo la catena della produzione”.

Problema di legislazione

Anche il segretario generale della Cgil Basilicata, Fernando Mega, ha fatto appello alle istituzioni, chiedendo la convocazione urgente nella Prefettura di Matera del tavolo della Sicurezza e del caporalato: “È l’ennesima dimostrazione di come il caporalato nel Metapontino sia strutturato e radicato. Nel Mezzogiorno – ha aggiunto – siamo tornati al 1800, alla pre-industrializzazione. Il lavoro nel nostro Paese è sempre più precario e sfruttato, fino a vere e proprie forme di nuova schiavitù”. Mega ha poi criticato il decreto flussi, ritenendolo una della cause principali di questo sfruttamento: “I tragici fatti di Amendolara mettono in evidenza come il cosiddetto decreto flussi per l’ingresso di lavoratrici e lavoratori stranieri, oltre ad essere palesemente inefficace, continua a produrre irregolarità e ingiustizie. Non è mai stato uno strumento per garantire ingressi legali e sicuri perché si basa sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza”. La “mancanza di trasparenza – ha concluso – e l’opacità dei meccanismi di intermediazione continuano a lasciare migliaia di persone nelle mani di sfruttatori e soggetti senza scrupoli, come dimostrato dai terribili fatti degli ultimi mesi”. Un attacco arrivato anche da Usb: “Dall’introduzione della scellerata legge Bossi-Fini in poi, passando per tutti i provvedimenti successivi che ne hanno ricalcato la logica, lo Stato italiano ha scientemente scelto di criminalizzare i migranti. Legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, queste leggi non hanno contrastato l’illegalità, ma l’hanno programmaticamente prodotta. La Bossi-Fini e i decreti successivi sono il braccio armato del caporalato – ha commentato la sigla sindacale -. Riducendo i lavoratori a ‘clandestini’ hanno tolto loro ogni potere contrattuale e la possibilità stessa di denunciare i propri aguzzini per paura dell’espulsione”.

L'articolo Braccianti uccisi ad Amendolara, i sindacati: “È tratta di schiavi, dietro c’è la ‘ndrangheta” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Zerocalcare ha ragione ma sul lavoro creativo c’è un enorme punto di domanda etico

Zerocalcare ha ragione: ma se non me lo dite, che ne so? La catena di montaggio silenziosa e anonima che tiene in piedi l’industria creativa digitale di oggi non è abituata ad alzare la testa. E la stessa struttura del lavoro è costruita in maniera tale che braccia, occhi, orecchie e cervelli vengano usati quel tanto che serve e pagati quel poco che si deve, senza impegno e senza tante storie.

Per ora non conosciamo le dinamiche della vicenda, venuta fuori da denunce anonime sui social; non sappiamo se si tratti di qualcosa di vero oppure di un caso montato ad arte. Non lo sappiamo, ma Zerocalcare ha avuto l’onestà e la sensibilità di non autoassolversi dal grande disegno, visto che di disegni parliamo, e anzi di approfittare della querelle, nella quale i soliti – a destra – stanno nuotando da un paio di giorni, per dimostrare al mondo che la gente di sinistra non esiste (è gente di destra che sfrutta il marketing del sociale) e che pure chi viene dai centri sociali è felice di sfruttare il lavoro altrui.

Il problema, appunto, è di più ampia portata e non riguarda chi fa animazioni, i fonici, gli operatori video o qualunque altra professione della catena di produzione di una serie per le piattaforme: riguarda tutte le professioni della catena. Tutte, nessuna esclusa.

Il sistema delle produzioni è lo specchio distorto dei rapporti di forza di oggi. Lavori ambiti e “cool”, pagati noccioline con la speranza del “vedrai, un giorno”, o con la disperazione del “meglio questo che lavorare in un bar”.

Quando guardiamo una serie animata di Zerocalcare, tradotta e sottotitolata in decine di lingue diverse, sullo schermo scorre il trionfo dell’ingegno italiano. Ma dietro quel prodotto “carino” e rifinito che arriva sui nostri dispositivi si nasconde un enorme punto di domanda etico: quei sottotitoli in 121 lingue, con ogni probabilità, sono costati pochi euro l’ora — diciamo 3 o 4 al massimo — a traduttori costretti a lavorare al ribasso, o a non professionisti agganciati da agenzie con sede in India, dove le tutele sindacali europee semplicemente non esistono.

Avete presente il teorema etico delle sneakers? Belle, ma costate lavoro sottopagato in fabbriche fatiscenti in qualche Paese del Sud-est asiatico? Con le dovute proporzioni, il meccanismo è lo stesso. Il costo del prodotto finale digitale lo stabiliscono il dumping salariale e la bravura nelle catene infinite di subappalti che fanno rimpallare pezzi di prodotto in giro per mezzo mondo per risparmiare quella frazione di dollaro che servirà a far scendere il costo totale.

Oggi il quadro è persino peggiore. Con l’avvento dell’Intelligenza Artificiale – e vi parlo dei traduttori e di chi scrive i sottotitoli, perché è il pezzo di catena che conosco meglio – il traduttore è stato declassato a “macchina umana”: un mero certificatore di bozze generate da un algoritmo, pagato una miseria per correggere le virgole di un software.

Michele Rech ha più volte denunciato lo sfruttamento degli animatori. Eppure, per assurdo, potrebbe non sapere mai che i sottotitoli in italiano per non udenti della sua opera sono stati materialmente rifiniti dal “Secco” di turno che vive a Roma, nel palazzo di fronte al suo, ma contrattualizzato a 2 dollari l’ora da una multinazionale asiatica.

In questa giungla, i soggetti più pericolosi non sono i giganti storici, ma i nuovi arrivati. Piccole agenzie indipendenti che nessuno conosce, che cercano di farsi notare sul mercato globale offrendo l’unica cosa che le piattaforme chiedono: rapidità assoluta e compressione dei costi salariali.

Il video di denuncia di Zerocalcare sulla filiera dei disegnatori è stato un atto di encomiabile onestà. Ma di fronte alla vastità di questa catena di sfruttamento globale, che si estende dalla grafica ai sottotitoli, verrebbe da dirgli, con affetto: “A Michè, sveja!”. Il sistema che ti ospita è molto più cinico di quanto persino tu riesca a raccontare.

L'articolo Zerocalcare ha ragione ma sul lavoro creativo c’è un enorme punto di domanda etico proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Un euro e cinquanta all’ora, pagati come in Kenya”: parlano gli operai sfruttati al cantiere del consolato Usa

3 June 2026 at 12:41

“Un euro e cinquanta all’ora. Dieci ore al giorno, sei giorni su sette. Quando sono arrivato in Italia credevo che la vita fosse migliore che in Kenya e invece..”. Davanti al cantiere del consolato Usa di Milano, Joseph (nome di fantasia) si mischia tra le bandiere dei sindacati confederali che si sono date appuntamento questa mattina per protestare contro lo sfruttamento fatto emergere dalla procura di Milano. “Ci venivano a prendere dal residence alle sei del mattino e ci riportavano indietro alle sei di sera” aggiunge l’uomo che aveva già lavorato per la stessa ditta. “Sul contratto con il quale ci hanno fatto prendere il visto, lo stipendio era di 2200 euro”.

Ma la realtà è differente. E quando i sindacati hanno provato ad entrare nel cantiere sono stati respinti per “questioni di extraterritorialità”. Una situazione che secondo Fillea Cgil, Filca Cisl e Fenea Uil “non è l’eccezione ma la punta di un iceberg”. I controlli in un settore che è sempre più in espansione sono insufficienti. “Non bastano venti ispettori in tutta Milano – conclude il segretario della Camera del Lavoro di Milano Luca Stanzione – chiediamo che il governo intervenga aprendo un tavolo con noi perché solo con gli ispettori si possono controllare i cantieri. Senza gli ispettori le leggi non vengono applicate”.

L'articolo “Un euro e cinquanta all’ora, pagati come in Kenya”: parlano gli operai sfruttati al cantiere del consolato Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌