APTAD considera "irresponsável" equiparar TVDE a táxis

© HOMEM DE GOUVEIA/LUSA

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A empresa de mobilidade Uber anunciou, nesta quinta-feira (4), a demissão de 23% de seus funcionários das áreas de recursos humanos, recrutamento e cultura, que inclui também o relacionamento com os motoristas.
O gigante do transporte por aplicativo disse que os cortes devem afetar cerca de 1% de seus 35 mil empregados, segundo memorando interno visto pela emissora americana CNBC. A companhia ainda mobiliza o trabalho de cerca de 10 milhões de motoristas parceiros.
Procurada, a Uber não esclareceu se os cortes vão afetar a sede da empresa no Brasil.
A demissão em massa, focada principalmente em cargos seniores, faz parte de uma reestruturação comandada por Jill Hazelbaker, diretora de assuntos corporativos recém-promovida a presidente da empresa de transporte por aplicativo. O objetivo é simplificar a gestão das equipes.
Diferentemente de grandes dispensas recentes em empresas de tecnologia, a Uber afirmou em entrevista à Bloomberg que os cortes não estão ligados ao uso de inteligência artificial generativa.
A empresa tem um centro de tecnologia na capital paulista, com cerca de 500 engenheiros. Em entrevista à Folha, o CEO da empresa Dara Khosrowshahi anunciou uma expansão para o Rio, investindo mais de R$ 2 bilhões em tecnologia.
Apenas no Brasil, são mais de 2 milhões de motoristas que trabalham com a Uber. “Estimamos que mais de 85% da população brasileira já usou a Uber de alguma forma”, disse Khosrowshahi. (Pedro S. Teixeira/FOLHAPRESS)
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© Ahmed Gaber for The New York Times
Everything a traveler encounters upon leaving Mexico City International Airport (AICM) illustrates the problems facing the country’s largest terminal. The first thing you see after stepping outside is long lines, cars being towed away, and National Guard officers handing out fines. The standoff between licensed taxi drivers and ride‑hailing apps over control of the airport has been simmering for months, becoming a strange daily routine of enforcement operations and drivers losing their cars at both terminals of the airport. But with only eight days before the World Cup begins in the capital — bringing millions of visitors— the conflict is intensifying.

© REBECA HERRERA

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Scintille a Otto e mezzo (La) tra la conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla posizione del governo italiano e dell’Unione europea di fronte alle guerre in corso. Al centro del dibattito, l’immobilismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul fronte internazionale e le responsabilità ben più gravi che, secondo Cacciari, ricadono sulle istituzioni europee.
Gruber chiede direttamente se Giorgia Meloni sappia ancora dove collocarsi sullo scacchiere globale e come possa ricostruire un posizionamento credibile in politica estera. Cacciari risponde che la premier si barcamena come può: non può certo applaudire le scelte di Trump e Netanyahu, ma allo stesso tempo non può permettersi di prenderne le distanze in modo netto. “Dove va? Con chi si allea? Con Putin? È una condizione totalmente obbligata”, sottolinea.
Poi sposta il tiro sull’Unione europea: “Noi ce la prendiamo con la Meloni. E l’Europa? È infinitamente peggio, perché forse l’Europa potrebbe almeno sforzarsi di approntare una politica estera decente, che manca totalmente. Se la Meloni è stata fin qui succube di Trump e di Netanyahu, allora cosa dire della von der Leyen? – continua – Soltanto sui dazi ha alzato un po’ la voce, ma neanche sulle più efferate stragi ha preso una posizione chiara e definita. Ha per caso proposto una qualche sanzione nei confronti di Israele? Quindi, ce la prendiamo con la Meloni?”.
E ribadisce: “Scenari addirittura apocalittici di questo genere possono essere affrontati soltanto da grandi spazi politici. Certo, l’Italia non fa niente, ma cosa potrebbe fare? In ogni caso, non potrebbe fare nulla. L’unico soggetto che potrebbe avere peso e incidere su queste tragedie sarebbe l’Europa. E l’Europa non solo non c’è, ma per quel poco che esiste è infinitamente peggiore della Meloni”.
Il filosofo lancia quindi una stoccata ai dem: “Certamente questa Europa è anche appoggiata da tutti, visto che la von der Leyen è stata votata dalla Meloni e pure dal Pd“.
Le parole di Cacciari provocano la reazione immediata di Gruber, che si rivolge alla storica Michela Ponzani: “Dobbiamo prendercela con l’Europa e non con Giorgia Meloni, né coi sovranisti che minano in realtà l’Europa e che fanno di tutto per disunire?”.
A quel punto Cacciari sbotta: “Scusi Gruber, cerchi di non equivocare in questo modo quello che dico. È chiaro che bisogna prendersela con i sovranisti e con tutti gli altri, ma certamente le responsabilità non sono di quattro scemi che fanno i populisti e i sovranisti, sono responsabilità della Commissione Europea e delle leadership effettive. E queste non sono certamente i sovranisti o qualche fascista in giro per l’Europa, che non contano niente di niente. Certo che me la prendo con i sovranisti, ma sono ben altre le responsabilità”.
La conduttrice insiste: “Ho capito, ma bisognerebbe anche ricordare che sulla maggioranza delle questioni cruciali c’è ancora il diritto di veto in Europa, quindi per essere più operativi l’Unione Europea ha bisogno di toglierlo“.
Cacciari dissente con fermezza: “Ma non c’è bisogno di toglierlo, perché la Commissione Europea su quelle questioni è andata davanti sparata. Sono stati sempre tutti compatti e uniti nella politica estera che hanno adottato. Ma scherziamo?”.
L'articolo Cacciari sbotta con Gruber: “Ce la prendiamo con Meloni, ma l’Europa di von der Leyen è infinitamente peggio di lei” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Argentine President Javier Milei promised to dismantle the pillars of the Argentina he inherited from Peronism — the populist movement founded by former president Juan Perón — and rebuild a new country from the ground up. One of these pillars, which withstood the onslaught of previous right-wing governments, is labor legislation, whose foundations date back to 1974. This week, the Senate is poised to pass a labor reform that modifies 200 articles of the Employment Contract Law, rendering it unrecognizable. Unlike the attempts made by former presidents Carlos Menem, Fernando de la Rúa, and Mauricio Macri, Milei faces weakened and discredited unions. Also working in his favor is a labor market that has already fragmented and shifted because of technological change and more than a decade of economic stagnation.

© Alessia Maccioni (REUTERS)