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Caso Minetti, così il rigore etico di un ottimo giornalismo sfida la chiusura istituzionale

9 June 2026 at 17:41

di Rossella Dotta

L’integrità è una certezza che resta a chi ha il coraggio di fare vero giornalismo quando tutto il resto viene messo in discussione: è il potere rivoluzionario della lucidità in un ambiente saturo di rumore, è la consapevolezza di aver fatto egregiamente il proprio lavoro.

Scrivere fatti documentati da testimonianze, rifiutare pubblicamente la normalizzazione quando qualcosa non torna, farlo chiaramente anche quando è scomodo e senza voler convincere: questo è vera informazione — una rarità disturbante che incrina le certezze.

Se tutti i giornalisti lavorassero con senso etico e rigore professionale ci sarebbero le premesse per il funzionamento della nostra democrazia, che ha bisogno di cittadini informati e dotati di senso critico. Ma gli stessi strumenti democratici — libertà di parola, pluralismo, accesso aperto all’informazione — possono essere usati per diffondere disinformazione su ampia scala, in un cortocircuito in cui la libertà viene usata per minare le condizioni che la rendono possibile.

La morale collettiva, complici la disinformazione politica e mediatica, ha subito un tragico degrado, mentre il rigore etico individuale, in alcuni, è rimasto un impegno personale che non ha seguito la massa. E quando la morale collettiva precipita, chi mantiene un rigore etico professionale si trova in una posizione scomoda. È precisamente in questo contesto che va letto il caso Minetti.

La chiusura istituzionale poggia su una contraddizione logica: si afferma che la testimone è inattendibile senza averla mai ascoltata direttamente. La sua credibilità è stata valutata attraverso le indagini difensive della controparte — chiedendo all’oste se il vino è buono.

Dal punto di vista del rigore etico la forma è stata rispettata: la Procura ha indagato, il Quirinale ha preso atto. Ma la sostanza rimane opaca se la voce potenzialmente più decisiva non ha mai parlato davanti a chi aveva il potere di ascoltarla ufficialmente. Questo è il cortocircuito in cui la morale collettiva, soddisfatta dalla chiusura formale, diverge dal rigore etico-professionale, che non può ignorare ciò che non è stato fatto. Se esistono testimonianze decisive e inascoltate, se i fatti reali non corrispondono alla narrazione istituzionale che “chiude il caso”, allora il rigore etico impone di non accettare la chiusura formale come chiusura sostanziale.

La storia insegna che la verità spesso prevale, ma raramente in tempo utile. E che la collettività si indigna facilmente ma si stanca ancora più facilmente. Il rigore etico professionale cambia le cose solo quando trova strutture che lo amplificano: giornalismo tenace, magistratura indipendente, opinione pubblica sostenuta. Non voglio credere che al momento sia attivo solo il giornalismo tenace.

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Ponte sullo Stretto, l’ex magistrato contabile intercettato: “Il mio amico Salvini si aspettava una presa di distanza”

9 June 2026 at 17:13

“I miei amici del governo, a cominciare da Salvini, si sarebbero aspettati una presa di distanza“. Così, intercettato dagli inquirenti, l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele raccontava all’imprenditore Vincenzo Virgiglio di aver evitato di partecipare a una manifestazione, per non trovarsi in difficoltà davanti alle domande dei giornalisti sulla decisione dei giudici contabili di stoppare il progetto del ponte sullo Stretto di Messina. La conversazione è riportata nel decreto di perquisizione emesso dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione che vede indagati Miele, Virgiglio e l’avvocato Francesco Saccomanno. Il magistrato – in pensione dal febbraio scorso – chiarisce di non essere “assolutamente allineato a questi deficienti dei miei colleghi” che pochi giorni prima avevano negato il visto di legittimità alla grande opera, ma di non poter esprimere il suo pensiero in pubblico “senza creare crisi istituzionali”. Nel provvedimento è citata un’intercettazione del 31 ottobre 2025, due giorni dopo la decisione, in cui Virgiglio riferisce a Saccomanno le confidenze ricevute da Miele sullo svolgimento della camera di consiglio: “Tommaso Miele mi diceva ieri hanno avuto una spaccatura interna pazzesca… e lui se n’è andato per non votare…”.

In un’altra conversazione con Virgiglio, si legge nel decreto, Miele “lascia intendere all’interlocutore di avere visionato la documentazione della istruttoria relativa al progetto Ponte sullo Stretto”, commentandola così: “Eeeh… però è una situazione come dicevo… critica! Ne ho parlato pure con Franco, insomma è una situazione in salita, ora se ci vediamo pure di persona cinque minuti…”. Il magistrato precisa “di non essere preoccupato dall’ultimo provvedimento di rigetto del 17 novembre della Corte, in quanto logica conseguenza del rigetto del 29 ottobre (“però ti dico la verità, era al momento un atto dovuto, nel senso che, essendo per il momento ancora appeso…”). “Il problema da risolvere“, spiega Miele, “è sempre quello… cioè, non cambia una virgola, però se ci scriviamo, ci parliamo, ci vediamo”. L’ex presidente aggiunto fa capire poi di avere predisposto, in via riservata, un report sulla vicenda da consegnare ai privati: “L’importante che tu dai comunque il report… che io sto sul pezzo… noi stiamo sul pezzo”.

Il rapporto di vicinanza tra Miele e Virgiglio, affermano gli inquirenti, è tale che il presidente si rivolge a lui “anche per individuare architetti di sua fiducia al fine di verificare la possibilità di preventivi di importo meno elevato per lavori di progettazione e ristrutturazione delle abitazioni dei figli”. A pochi mesi dal pensionamento, il magistrato manifesta la sua aspirazione ed il suo interesse a rivestire “cariche apicali in organismi di diritto pubblico successivamente al pensionamento, elementi questi su cui fanno leva” Virgiglio e Saccomanno “che gli assicurano, per il tramite delle loro entrature, l’allargamento della platea di soggetti in grado di favorire le aspirazioni professionali”. Parlando ad un amico sindaco di un comune del Veronese, che gli chiedeva spiegazioni sulla decisione sul Ponte, Miele ribadisce di avere fatto la sua parte, “si giustifica dicendo che gli avrebbe raccontato di persona (…) e che ora si sarebbe atteso la nomina a presidente dell’Antitrust o di una società partecipata, chiedendo anche all’amico un ulteriore intervento presso i vertici politici ed istituzionali per favorire la sua nomina: “Quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto… c’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità… se gli arriva un bell’endorsment… certo che va bene”, ricevendo immediata disponibilità dell’interlocutore politico che gli garantisce di accompagnarlo a parlare con esponenti politici in occasione del concerto di Natale del 20 dicembre 2025 a Montecitorio”.

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“Una controriforma che allunga le cause e spreca risorse”: l’Anm contro il ritorno dei “tribunalini” firmato Nordio e Lega

9 June 2026 at 15:31

Una “controriforma priva di fondamento empirico“, che “abbandona la strada della razionalizzazione assecondando istanze localistiche“, senza “una visione sistematica” né “una seria analisi delle risorse disponibili”. L’Associazione nazionale magistrati demolisce il disegno di legge del governo per istituire il nuovo Tribunale della Pedemontana veneta con sede a Bassano del Grappa (Vicenza), voluto dal ministro della Giustizia Carlo Nordio e dal sottosegretario leghista Andrea Ostellari, entrambi originari di quell’area. Un provvedimento, spinto dal Carroccio a scopo elettorale, che va in direzione opposta rispetto alla soppressione di 37 “tribunalini” voluta dal governo Monti nel lontano 2012. In Commissione Giustizia alla Camera – dove il testo è in discussione da gennaio – martedì è stato ascoltato il giudice milanese Sergio Rossetti, membro della giunta centrale dell’Anm, che ha depositato un documento in cui il sindacato delle toghe “esprime una valutazione fortemente negativa del disegno di legge”, chiedendone il ritiro o quantomeno un “complessivo ripensamento“. Quella di Nordio e Ostellari, denunciano i magistrati, è “a tutti gli effetti una controriforma: non corregge la riforma del 2012 sulla base di una valutazione dei suoi effetti, ma la rovescia assecondando istanze locali, senza una adeguata istruttoria sulle effettive carenze di cui soffrono i circondari interessati dall’intervento normativo, che dovrebbero essere risolte immettendo risorse umane e materiali dove servono, senza istituire nuovi tribunali o mantenere in vita quelli che si era scelto di sopprimere”. Oltre a creare la sede di Bassano, infatti, il ddl ripristina ufficialmente i “tribunalini” abruzzesi di Avezzano, Sulmona, Lanciano e Vasto, nonché le sezioni distaccate all’Isola d’Elba, Lipari e Ischia, tutti uffici aboliti sulla carta ma mantenuti attivi attraverso continue proroghe.

Segnalando i rischi del dietrofront, l’Anm cita uno studio di Bankitalia dello scorso anno, secondo cui la cancellazione dei piccoli tribunali “ha aumentato la capacità di definizione dei procedimenti del 3,8% complessivo e ridotto la durata dei processi del 5%“. E a beneficiarne di più, si legge, sono state “le materie più complesse, a conferma dell’importanza della specializzazione, possibile solo in uffici di dimensioni sufficienti: in un ufficio con cinque o sei giudici”, infatti, “non è possibile alcuna seria ripartizione per materie”. Il ddl, inoltre, ha “ignorato completamente” le linee guida del Cepej, la Commissione per l’efficienza della giustizia del Consiglio d’Europa, che ha indicato come “la produttività più elevata” si raggiunga “in uffici con un numero di giudici tra quaranta e ottanta“, segnalando invece “i rischi strutturali dei piccoli tribunali”. Non solo: secondo un recentissimo studio di Gran Sasso Science Institute e Università Ca’ Foscari di Venezia, la riforma del 2012 “ha contribuito a ridurre la criminalità in misura apprezzabile. L’aumento di efficienza della giustizia penale”, infatti, “ha prodotto un effetto deterrente significativo e misurabile: i reati contro il patrimonio (furti e reati contro la proprietà) sono diminuiti del 6-8% nei territori serviti da tribunali accorpati, mentre i reati di criminalità organizzata (associazione per delinquere, estorsione, sequestro di persona, usura, riciclaggio) sono diminuiti del 7-13%“. La controriforma del governo, conclude quindi l’Anm, “non solo è contraria all’evidenza empirica sul piano dell’organizzazione giudiziaria, ma rischia di produrre conseguenze negative anche sul piano della sicurezza pubblica“.

C’è poi il capitolo costi: il provvedimento stanzia quasi cinque milioni l’anno, di cui 2.753.400 per il funzionamento delle nuove strutture e 2.189.263 per l’assunzione di sette nuovi magistrati e 25 unità di personale amministrativo. “In altre parole”, riassume l’Anm, “si spendono più soldi per tenere aperti i contenitori che per riempirli di contenuto”. Per questo la proposta è di rinunciare ai “tribunalini” e “convertire integralmente i 2,75 milioni annui” previsti per crearli in “ulteriori assunzioni”, per “un investimento complessivo di circa cinque milioni annui in risorse umane”. In questo modo, segnalano i magistrati, si potrebbe “restituire efficienza a uffici già operativi, invece di disperdere risorse in presidi condannati alla cronica sotto-organicazione”. Una battaglia in cui le toghe potrebbero trovare un inedito alleato in Forza Italia: nel partito azzurro infatti c’è una fortissima resistenza al piano di Nordio e Ostellari, capeggiata dal senatore vicentino Pierantonio Zanettin, preoccupato per il futuro del Tribunale berico, a cui il nuovo ufficio toglierebbe il 30% dei magistrati. Enrico Costa, attuale capogruppo azzurro a Montecitorio, in Commissione Giustizia era stato chiaro: così com’è il provvedimento “risulta difficilmente condivisibile da parte del gruppo”. E visto il clima già teso tra alleati sulla giustizia – che ha fatto saltare il vertice di maggioranza previsto per martedì – è possibile che il governo decida di metterci una pietra sopra.

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“Pressioni per revocare una concessione balneare all’ex marito”, indagata per concussione l’assessora regionale pugliese Starace

9 June 2026 at 15:15

L’accusa è di concussione e coinvolge l’assessora al Turismo della Regione Puglia, Graziamaria Starace, iscritta nel registro degli indagati dalla Procura di Foggia insieme al sindaco di Vieste e presidente della Provincia di Foggia, Giuseppe Nobiletti, e a Vincenzo Ragno, dirigente dell’ufficio tecnico del Comune garganico.

L’inchiesta ruota attorno a una vicenda risalente allo scorso anno e legata a una concessione balneare in uso all’ex marito dell’assessora regionale. Secondo quanto emerge, gli investigatori ipotizzano che vi siano state pressioni finalizzate a ottenere la revoca del titolo concessorio. Una contestazione che gli indagati respingono e sulla quale sono tuttora in corso gli accertamenti della magistratura.

La concessione, in un secondo momento, sarebbe tornata nella disponibilità dell’ex coniuge dell’assessora dopo la regolarizzazione della posizione e i controlli effettuati nell’ambito di una più ampia attività di verifica disposta dagli uffici comunali sugli stabilimenti balneari presenti sul territorio. La vicenda giudiziaria si intreccia con le recenti tensioni politiche all’interno dell’amministrazione comunale di Vieste.

A rendere pubblica l’esistenza dell’indagine è stato lo stesso Nobiletti attraverso un post sui social network, nel quale ha spiegato di aver revocato la delega ai Grandi eventi all’assessore Gaetano Paglialonga dopo aver appreso dagli atti notificati dalla Procura che quest’ultimo avrebbe registrato di nascosto alcune conversazioni avute con lui e con altri esponenti della maggioranza.

Sul fronte difensivo, gli indagati rivendicano la correttezza del proprio operato. “Le indagini confermeranno la correttezza e la legittimità dell’operato dei nostri assistiti, svolto nel solo rispetto della legge e nella parità di trattamento di tutti i cittadini e gli operatori”, ha dichiarato all’Ansa l’avvocato Michele Vaira, che assiste Starace, Nobiletti e Ragno insieme al collega Ciliberti. I difensori sostengono di disporre di elementi utili a chiarire la vicenda e annunciano che saranno messi a disposizione degli inquirenti nei tempi previsti dall’indagine.

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Inchiesta per corruzione sul Ponte sullo Stretto. Chi sono gli indagati: tra loro un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti

La Procura di Roma indaga per corruzione e rivelazione del segreto di ufficio nell’ambito del progetto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. In base a quanto emerge da una nota diffusa dall’ufficio giudiziario, l’ufficio ha delegato i carabinieri del Ros all’esecuzione di un decreto di perquisizione a carico di tre persone: Tommaso Miele, 70 anni, magistrato, ex presidente aggiunto dalla Corte di Conti, in pensione da febbraio; Giacomo Francesco Saccomanno, 71 anni, avvocato, già consigliere di amministrazione della “Stretto di Messina Spa” e Vincenzo Virgiglio, 65 anni, imprenditore di Reggio Calabria. Le indagini hanno documentato le condotte dei tre indagati tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell’opera pubblica.

Secondo quanto emerge dalla nota diffusa dalla Procura l’avvocato e l’imprenditore indagati “al fine di condizionare il citato esame della Corte dei Conti in favore della società Stretto di Messina Spa, avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata”.

Secondo l’impianto accusatorio i “due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest’ultimo, dal canto suo, avrebbe offerto – si legge nella nota – la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla magistratura contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa”.
Inoltre il magistrato “avrebbe esaminato la decisione sfavorevole del 29 ottobre del 2025, impegnandosi a predisporre, nell’interesse della Stretto di Messina Spa, una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società manifestando, in cambio, l’interesse a diventare Presidente dell’Antitrust o di una società partecipata”. Nel corso delle perquisizioni, svolte a Roma, nella provincia di Reggio Calabria e in quella di Frosinone sono stati “rinvenuti e sequestrati diversi dispostivi elettronici e documenti che verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate”.

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Cantiere del Consolato Usa a Milano, la gip: “Lo sfruttamento degli operai era consuetudine aziendale”

9 June 2026 at 11:49

Condizioni di lavoro “degradanti” fatte di “minacce e di negazioni”. Operai che in caso di “infortunio” ricevano “cure e medicinali” nel “cantiere” del Consolato Usa di Milano con “l’intimazione di riprendere immediatamente le proprie mansioni”. Con queste parole la giudice per le indagini di Milano, Angelica Cardi, ha descritto lo “sfruttamento” nel progetto di rigenerazione urbana da 200 milioni di dollari in piazzale Accursio. Nel decreto di controllo giudiziario della società americana che si è detta pronta a collaborare con gli inquirenti, la giudice segnala che lo stipendio ai manovali stranieri è “quasi totalmente esautorato” dal “debito contratto” in India “per dare inizio al rapporto lavorativo”, le 590mila rupie pagate dai lavoratori alla ditta intermediaria di Nuova Dehli, Dynamic House, per dare vita al rapporto di distacco internazionale intra-societario di manodopera.

Le testimonianze agli atti descrivono la “giornata lavorativa” in Italia come in “violazione” delle leggi sull’orario di lavoro, le ferie, i giorni di malattia: “Dodici ore per sei giorni su 7” senza “riposo” oltre alla “domenica” o “malattia” scrive la giudice per le indagini preliminari. Sarebbero “univoche” le dichiarazioni dei manovali anche con riferimento a uno degli indici del caporalato, lo “stato di bisogno”. Gli operai di Caddell Construction hanno detto la verità, sono “attendibili” e le dichiarazioni sulle “difficoltà incontrate anche solo per sopravvivere” sono “equilibrate”, coerenti”, “collimanti” e “mai amplificate”.

L’inchiesta sul meccanismo sulle doppie buste paga (payslip) fra India e Italia, che ha fatto emergere retribuzioni reali fra gli 1-2 euro l’ora e fittizie dichiarate nelle penisola fra i 3-5 euro l’ora. Paghe “difformi” non solo dal contratto collettivo nazionale dell’edilizia ma “radicalmente incompatibili” con il “valore soglia” della “povertà lavorativa”, si legge nelle 38 pagine del provvedimento, e con l’articolo 36 della Costituzione volto a garantire una esistenza “libera e dignitosa”. Lo “scostamento” medio con la soglia di povertà è del 51,01 per cento. Ciò “non sembra frutto di estemporanee iniziative di soggetti inseriti nell’organigramma delle società”, ha scritto la gip motivando le esigenze cautelari al controllo giudiziario, descrivendo il quadro che emerge dagli atti come una “consuetudine aziendale”.

È emerso, sostiene la giudice, “l’utilizzo di veri e propri metodi intimidatori e minacciosi” da parte del manager Ulas Demir, ora in carcere. Nel provvedimento, accogliendo la richiesta di convalida del decreto d’urgenza dei pm Paolo Storari e Mauro Clerici nelle indagini dei carabinieri del Nucleo ispettorato del Lavoro, ripercorre gli accertamenti e le contestazioni. Nel frattempo, nei giorni scorsi la Procura ha fermato per pericolo di fuga (provvedimenti convalidati con ordinanze di custodia in carcere) sia Demir che il presunto “caporale operativo”, l’indiano Aji Appukuttan. L’amministratore giudiziario nominato, Francesco Brigatti, dovrà ora, spiega la gip, “affiancare gli imprenditori nella gestione dell’azienda”, riferendo alla giudice ogni tre mesi, o comunque ogni volta che emergeranno eventuali “irregolarità”, per impedire che si verifichino ancora “situazioni di grave sfruttamento lavorativo”.

La gip ricorda che tra marzo e fine maggio gli investigatori hanno ascoltato a verbale oltre trenta lavoratori (poi le audizioni sono andate avanti anche dopo il 29 maggio). In una consulenza, disposta a fine maggio dai pm e affidata a tre esperti, viene messo in luce il “contesto di dipendenza economica iniziale, esposizione debitoria, vulnerabilità linguistica e ridotto potere negoziale” dei manovali, centinaia impiegati nel cantiere. I documenti “firmati dinanzi ad Aji” sarebbero stati modificati “a loro insaputa”. Dovevano versare soldi per vitto e alloggio e, tolta una parte che mandavano alle famiglie, rimaneva loro spesso solo la somma di 150 euro al mese. Nei verbali sono riportati gli “insulti quotidiani” e le “minacce”. Nessuna “tutela e garanza” e “ritmi di lavoro serrati”. In molti hanno raccontato di non avere “altra scelta”. Un lavoratore ha riferito anche di aver fatto “denuncia perché sono stato ingiustamente licenziato”. Il 9 dicembre 2025 un operaio è stato “cacciato” dall’hotel dove soggiornavano e ha dormito “alcune notti fuori al freddo”. In gran parte erano, si legge ancora nell’ordinanza, in una “situazione disperata”.

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Caso Minetti, tre ragioni per cui le parole di Graciela mi fanno pensare a Paolo Borsellino

9 June 2026 at 11:41

Io non lo so quale sia la verità sulla vicenda Minetti, non lo so se fossero vere le parole di Graciela Mabel de Los Santos Torres, ma non averla nemmeno voluta sentire da parte della magistratura italiana getta un’ombra inquietante e mi fa pensare a Paolo Borsellino per più di un motivo. C’è una frase di Graciela riportata più volte che suona così: riferirò ogni cosa alla magistratura quando verrò chiamata. Intende la magistratura italiana della quale pare fidarsi senza riserve, quasi ingenuamente.

Questa frase ricorda quella che, in tutt’altro contesto, pronunciò Paolo Borsellino il 25 giugno del 1992 a Casa Professa in quello che fu il suo ultimo intervento pubblico. Borsellino disse di essere “testimone” per la strage del 23 maggio che aveva ucciso Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Vito Schifani, Antonio Montinaro, Rocco Dicillo, e che per questo motivo non ne avrebbe parlato in quella sede, perché ne avrebbe riferito soltanto alla magistratura inquirente non appena fosse stato chiamato. Si riferiva alla Procura di Caltanissetta, che però, come noto, non ritenne di convocarlo.

Immagino che qualcuno, leggendo questo accostamento, abbia storto il naso irritato, forse pensando che io stia mischiando il sacro col profano. Invito a trattenere il disprezzo: la storia piuttosto ci insegna come frequentemente il “sacro” venga profanato per neutralizzarne la carica dirompente, il che è molto più nefasto. Di Graciela infatti, massaggiatrice disoccupata uruguayana, è fin troppo facile insinuare che quelle rivelazioni scottanti non fossero state fatte per amore di verità o per riscattare dignità, ma più prosaicamente per averne qualche indebito vantaggio economico. Così torno ancora a quel dolente e dovuto intervento a Casa Professa di Paolo Borsellino che, evocando il calvario dell’amico Giovanni Falcone del quale il tritolo mafioso era stato soltanto il definitivo supplizio, ebbe precisamente a dire che Falcone aveva cominciato a morire nel 1987, prima ancora che “qualche giuda” gli negasse il sostegno promesso per ottenere l’incarico di giudice istruttore a Palermo. A cosa allude Borsellino? A quel titolo così infamante: “I professionisti dell’antimafia”, che faceva da cappello ad un editoriale di Leonardo Sciascia, che si chiudeva con le parole: “I lettori, comunque, prendano atto che nulla vale più, in Sicilia, per far carriera nella magistratura, del prender parte a processi di stampo mafioso”. Stessa insinuazione: l’indebito vantaggio personale procurato attraverso l’utilizzo spregiudicato di una tanto presunta quanto esibita passione per la verità.

Ma c’è un terzo motivo per cui le parole di Graciela mi fanno pensare a Paolo Borsellino: quando il giudice si trovò davanti una ragazzina di diciassette anni, arrabbiata ed impaurita, imbevuta di mafia dalla testa ai piedi, che gli voleva raccontare cose malfatte anche da personaggi potenti e riveriti, non perse tempo, non mise sulla bilancia opportunità e giustizia, la ascoltò. Si chiamava Rita Atria e la mafia le aveva assassinato il padre, don Vito, ed il fratello Nicola, che aveva commesso l’errore di dire ai quattro venti, che avrebbe vendicato il padre. Rita trovò la forza di ribellarsi all’apparente ineludibile forza del vincolo associativo, del vincolo di sangue, dell’odio terrorizzato e sgomento che le vomitò addosso la madre, perché trovò lo Stato. Lo Stato che aveva la faccia, l’intelligenza ed il cuore, di Paolo Borsellino.

Io non lo so quale sia la verità, ma temo che da oggi i “testimoni” avranno ancora più paura a denunciare e ad affidarsi allo Stato. Testimoni che, come abbiamo ripetutamente scritto in questo blog, fanno spesso una vita grama, pendolando tra speranza e frustrazione, tra sollievo ed angoscia, tra considerazione ed abissale solitudine. Testimoni che, peggio, subiscono conseguenze sconcertanti per aver avuto il coraggio di non girarsi dall’altra parte, come accaduto recentemente a quel tecnico informatico del Tribunale di Torino che per aver documentato la pericolosità di un software istallato dal Ministero della Giustizia nei computer dei magistrati, è stato denunciato ed ha perso il lavoro.

Leggiamo che Graciela avrebbe ritrattato parte delle sue rivelazioni recandosi da un notaio, accompagnata da un avvocato e a questo punto della storia c’è da augurarle che tanto basti per non incorrere in guai più seri. C’è infatti chi ritiene che tra le cause della “accelerazione” della strage di Via D’Amelio ci sia proprio la sopraggiunta impossibilità di procrastinare oltre modo l’acquisizione a sommarie informazioni del testimone Paolo Borsellino.

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Frana di Niscemi, Musumeci non risponde ai pm: indagati anche Schifani, Crocetta e Lombardo

9 June 2026 at 10:32

Ha scelto di avvalersi della facoltà di non rispondere il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, convocato dalla Procura di Gela nell’ambito dell’inchiesta sulla frana che lo scorso gennaio ha colpito Niscemi, provocando il crollo di un costone roccioso e trascinando a valle abitazioni, mezzi e decine di immobili. L’ex presidente della Regione Siciliana, iscritto nel registro degli indagati insieme ad altre dodici persone, ha depositato una memoria difensiva davanti ai magistrati. La stessa scelta era stata compiuta nei giorni scorsi dall’attuale governatore della Sicilia Renato Schifani e dall’ex presidente Rosario Crocetta. Resta invece ancora da sentire l’altro ex governatore coinvolto nell’inchiesta, Raffaele Lombardo.

L’indagine, coordinata dal procuratore di Gela Salvatore Vella e dalla pm Maddalena Guglielmini, punta a ricostruire una catena di presunte omissioni che si sarebbe protratta per oltre vent’anni. Oltre ai quattro presidenti della Regione che si sono succeduti alla guida dell’isola, risultano indagati anche dirigenti e funzionari della Protezione civile regionale e dell’amministrazione siciliana che, a vario titolo, hanno avuto competenze sulla gestione del rischio idrogeologico nell’area.

Secondo gli investigatori, la prima fase dell’inchiesta riguarda la mancata realizzazione delle opere di mitigazione previste dopo il grande evento franoso del 1997. Interventi che, secondo la Procura, avrebbero potuto impedire o quantomeno ridurre gli effetti del nuovo cedimento verificatosi a gennaio. Al centro degli accertamenti c’è una vicenda amministrativa che affonda le radici alla fine degli anni Novanta. Nel 1999 era stato infatti sottoscritto un appalto da circa 12 milioni di euro per realizzare opere di consolidamento e messa in sicurezza dell’area. Tuttavia quei lavori non sarebbero mai stati eseguiti e il contratto con l’associazione temporanea di imprese aggiudicataria si sarebbe poi risolto nel 2010 senza che gli interventi fossero portati a termine.

La Procura contesta inoltre il mancato mantenimento dei sistemi di monitoraggio che avrebbero dovuto controllare l’evoluzione del fenomeno franoso noto da decenni e garantire una maggiore tutela per i residenti della zona. Ma l’indagine è destinata ad allargarsi ulteriormente. Una seconda fase riguarderà infatti la gestione delle acque meteoriche e reflue, considerate dagli esperti tra le principali cause che avrebbero contribuito all’innesco e all’avanzamento del fronte di frana. Gli investigatori dovranno verificare se siano stati adottati gli interventi necessari per la raccolta e la corretta regimentazione delle acque bianche e nere.

Un terzo filone di accertamenti interesserà invece la cosiddetta “zona rossa”, sia quella già colpita dal dissesto del 1997 sia le aree individuate negli anni successivi come a rischio molto elevato. In questo caso la Procura intende verificare eventuali responsabilità legate ai mancati sgomberi, alle demolizioni non eseguite, all’eventuale rilascio di autorizzazioni edilizie e alla mancata applicazione dei divieti di costruzione nelle aree considerate pericolose. Per gli inquirenti il crollo verificatosi a gennaio non sarebbe quindi soltanto il risultato di un evento naturale, ma il possibile epilogo di una lunga serie di ritardi, omissioni e interventi mai completati. Un quadro che dovrà ora essere verificato attraverso l’acquisizione di documenti, consulenze tecniche e interrogatori.

La presenza tra gli indagati degli ultimi quattro presidenti della Regione Siciliana conferisce all’inchiesta una rilevanza istituzionale particolare. Al momento, tuttavia, l’iscrizione nel registro degli indagati rappresenta un atto dovuto per consentire agli interessati di partecipare agli accertamenti difensivi e far valere le proprie ragioni nel corso delle indagini.

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Ddl Costa: condivido l’obbligo di dare spazio ad archiviazioni o assoluzioni, ma non se riscrivono la realtà

9 June 2026 at 06:55

Nel dibattito seguito al disegno di legge proposto dal deputato Enrico Costa, approvato nei giorni scorsi dalla Camera, sembra sfuggire un aspetto fondamentale quando si parla di informazione giudiziaria.
Obbligare i media, che hanno dato notizie inerenti ad un procedimento penale, a dare visibilità e spazio adeguato all’archiviazione o all’assoluzione risponde ad un’esigenza importante per chi è incappato nelle maglie di una vicenda giudiziaria, della quale hanno parlato giornali e televisione.

Pertanto, l’idea che si debba dare conto della decisione favorevole con un rilievo analogo a quello dato all’accusa è degna di apprezzamento, in quanto riequilibra il rapporto tra giustizia, informazione e reputazione. In realtà, prima che essere una regola giuridica costituisce un principio di correttezza, che peraltro è già sancito dal codice deontologico dei giornalisti e in parte risulta regolamentato da una norma della Cartabia.

Tuttavia, al di là delle perplessità sollevate dalle opposizioni parlamentari sul ddl Costa, con particolare riferimento all’intervento del Garante della privacy, ritengo che vi sia un profilo di criticità meritevole di maggiore attenzione. Non vi è dubbio, infatti, che esista una differenza fondamentale tra il diritto di essere informati sull’esito di un procedimento e la pretesa che quell’esito possa cancellare il valore informativo dei fatti emersi nel corso dell’inchiesta o del processo.

È questo il punto cieco di molta retorica che accompagna le nuove norme sull’obbligo di pubblicazione di assoluzioni e proscioglimenti, laddove sembra insinuarsi l’idea che il processo penale, o meglio il suo esito finale, sia l’unico metro per giudicare la rilevanza di una vicenda pubblica. Come se un’assoluzione sia in grado di trasformare automaticamente una storia di interesse collettivo in una non-notizia.

Ma in una democrazia l’informazione non può funzionare in questo modo. La giustizia penale, invero, accerta le responsabilità individuali secondo standard probatori molto rigorosi. L’informazione, invece, ha il compito di raccontare fatti, contesti, comportamenti e conseguenze, che possono conservare un rilievo pubblico indipendentemente dalla loro rilevanza penale.

Tanto per esemplificare, nessuno può seriamente sostenere che il sistema di relazioni opache, di favori, di affidamenti e condizionamenti, che possono emergere da indagini e procedimenti penali possa perdere rilievo politico e amministrativo solo perché una qualificazione giuridica è stata esclusa. In altri termini, identificare la memoria dei fatti solo con il dispositivo finale di una sentenza non può certamente contribuire a formare un’opinione pubblica consapevole e documentata, per la semplice ragione che la storia giudiziaria e quella politica non coincidono mai perfettamente.

Il problema è che una certa cultura politica sembra voler sostituire il diritto all’informazione con una sorta di diritto alla cancellazione dei fatti e del contesto in cui gli stessi si sono verificati. Si accetta che i giornali raccontino un’inchiesta soltanto a condizione che, anni dopo, l’assoluzione venga considerata una specie di colpo di spugna retroattivo.

Si dimentica, tuttavia, che un amministratore pubblico può essere assolto e aver comunque assunto decisioni discutibili; che un ministro può non aver commesso reati e aver esercitato il proprio ruolo in modo politicamente censurabile; che un dirigente può risultare penalmente innocente e aver mantenuto comportamenti incompatibili con gli standard di trasparenza richiesti da una funzione pubblica. La distinzione è essenziale: il processo penale stabilisce ciò che può essere punito; il dibattito pubblico valuta ciò che è opportuno, corretto, responsabile. Per questo l’obbligo di informare sulle assoluzioni è sicuramente condivisibile; non lo è, invece, la pretesa, più o meno esplicita, di trasformare l’assoluzione in una forma di riscrittura della realtà.

I giornali hanno il dovere di riferire gli esiti dei procedimenti, anche quelli assolutori, ma non possono sottacere i fatti, perché la verità processuale è una cosa, la memoria pubblica è un’altra. Ne’ bisogna dimenticare quanto prescrive l’art. 48 della Costituzione, vale a dire che “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore”. E il controllo sull’osservanza di questo dovere spesso richiede la conoscenza dei fatti che emergono nei procedimenti penali, non solo quelli che si concludono con l’accertamento della responsabilità penale, ma anche quelli che terminano con un provvedimento di archiviazione o una sentenza di assoluzione.

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Caporalato a Brindisi, i verbali che hanno portato all’arresto: “Vivevamo in un tugurio, prendevamo l’acqua da un tubo d’irrigazione”

9 June 2026 at 06:33

Chi tagliava gli alberi era costretto a vivere in un tugurio, senza riscaldamento e prendendo l’acqua da un tubo per l’irrigazione. Una delle persone per le quali lavoravano, invece, postava video su TikTok per esaltare le sue attività ed era così diventata un’influencer con oltre 10mila follower. Ora è sotto inchiesta per caporalato insieme all’uomo finito ai domiciliari dopo l’arresto in flagranza. L’ultima storiaccia sullo sfruttamento di migranti nelle campagne arriva dalla provincia di Brindisi e vede protagonisti Daniele Argentieri e la sua coindagata.

Per svolgere i lavori della loro cooperativa specializzata nell’espianto di alberi e nella vendita di legna, secondo il pubblico ministero della procura di Brindisi Giuseppe De Nozza, approfittavano dello stato di bisogno di tre uomini originari dell’Africa “sottoponendoli a condizioni di sfruttamento”. Argentieri, 38 anni, è stato arrestato in flagranza lo scorso 21 maggio e il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Brindisi, Vittorio Testi, ha convalidato il blitz dei carabinieri e ne ha disposto i domiciliari. La donna sotto inchiesta, invece, è indagata a piede libero con le stesse accuse mosse al 38enne.

I tre lavoratori, uno dei quali ha dato il via all’indagine del Nil dei carabinieri denunciando le sue condizioni a marzo, vivevano in un casolare abbandonato nelle campagne di Francavilla Fontana, al confine col Tarantino, e “venivano fatti lavorare per 9-10 ore al giorno”, nei campi a tagliare la legna, “con pausa di soli 10 minuti, occasionalmente estesa a 30, senza che nessuno di essi potesse usufruire del riposo settimanale”, si legge nelle carte che hanno portato Argentieri ai domiciliari. Alla luce dei verbali firmati dai braccianti e del sopralluogo dei carabinieri, il giudice parla di violazioni “sistematiche” dei contratti, di alcuna formazione sulla sicurezza nonostante maneggiassero anche seghe circolari e di un alloggio “degradante”.

La casupola di campagna presentava “pessime condizioni strutturali e igieniche”, “locali fatiscenti”, finestre “protette da soli teli di fortuna” e senza vetri. Un tugurio, senza riscaldamento, dove i migranti si riparavano dal freddo accendendo il fuoco in un caminetto, utilizzando anche la spazzatura. Il bagno? “Praticamente inagibile poiché vi è presente un lavandino in acciaio, otturato dalla presenza di rifiuti e solo delle vasche di fortuna precedentemente riempite di acqua per l’utilizzo”. Sentiti dagli investigatori, i migranti – originari del Marocco – hanno anche spiegato che la fornitura elettrica “non funziona sempre” e il frigorifero aveva “la porta rotta”. Un altro ha riferito che “per poter prelevare acqua necessaria usavamo un tubo da irrigazione”. Il terzo taglialegna ha invece raccontato: “Dormivamo in 5 in una sola camera da letto su materassi di fortuna recuperati per strada. Per ricaricare il cellulare consegnavamo un powerbank a Daniele, che ce lo ricaricava e poi ce lo restituiva carico, per collegarlo poi al cellulare”.

Gli stipendi? Il giudice Testi li definisce molto al di sotto dei minimi del contratto collettivo nazionale, uno dei migranti parla di “50, massimo 100 euro alla settimana”. Senza considerare che stando alla ricostruzione degli inquirenti, Argentieri – che ha respinto tutte le accuse nell’interrogatorio davanti al giudice per le indagini preliminari – chiedeva 5 euro per il trasporto nelle campagne e altrettanti per alloggiare nel casolare. I ritmi di lavoro sono stati così riassunti davanti ai carabinieri: “Vengono a prenderci alle 6 del mattino e arriviamo nel luogo di lavoro entro le 6.30-7 dipende da dove si trova il terreno – ha raccontato uno dei tre – Porto con me da mangiare e bere, cose a cui provvedo personalmente e questo perché lavoro normalmente fino alle 18-19, circostanza che dipende sempre dal lavoro e dal luogo di lavoro. Raramente ho finito di lavorare prima”.

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Chiuse le indagini sulla tesi di Maria Rosaria Boccia: l’accusa è che contenga una percentuale di plagio del 91%

8 June 2026 at 20:07

Chiuse le indagini sul caso della tesi di Maria Rosaria Boccia. La Procura di Napoli ha aperto l’inchiesta per fare luce sull’autenticità sulla laurea conseguita all’Università telematica Pegaso dall’imprenditrice di Pompei. Secondo gli inquirenti (i sostituti Capasso, Piscitelli e Onorati) la tesi di laurea presentata sarebbe stata in gran parte copiata da quella di un’altra studentessa laureatasi all’università Luiss di Roma nel 2018. La Guardia di Finanza e la Procura di Napoli contestano all’imprenditrice due ipotesi di falso: il primo riguarda la tesi per il diploma di laurea in Economia e Management che, secondo quanto emerso, riporterebbe una percentuale di plagio del 91% di cui il 70% sarebbe riconducibile alla studentessa della Luiss. Il secondo falso contestato riguarda invece la “Dichiarazione di originalità dell’elaborato” inviata alla Pegaso che sarebbe a questo punto anche questa falsa in quanto viene affermata l’originalità della tesi presentata.

Le indagini sono scattate a seguito di una denuncia presentata dall’Università telematica Pegaso che, infatti, si dichiara parte lesa nella vicenda. A specificarlo è lo stesso ateneo: “L’Università Telematica Pegaso tiene a precisare che l’inchiesta è stata avviata a seguito di una denuncia presentata dalla stessa Università, nell’ambito di un’ampia operazione di self cleaning avviata dallo stesso Ateneo. L’Università si costituirà parte civile. Già lo scorso settembre, a seguito di un servizio giornalistico in cui erano stati sollevati alcuni dubbi in merito all’autenticità della tesi di laurea della signora Boccia, l’Università aveva avviato le verifiche sul titolo e sull’elaborato, nel pieno rispetto dei principi di trasparenza, correttezza e riservatezza, adottando le misure più adeguate in conformità con le normative vigenti e gli interessi coinvolti”.

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Omicidio di Willy Monteiro Duarte, Gabriele Bianchi condannato all’ergastolo nel processo di appello ter

8 June 2026 at 19:39

L’appello ter del processo a Gabriele Bianchi, l’uomo che insieme al fratello Marco massacrò di botte, uccidendolo, il 21enne Willy Monteiro Duarte, ha stabilito definitivamente la condanna all’ergastolo. Il lottatore di Mma era stato condannato in primo grado, così come il fratello, al carcere a vita, pena che era scesa a 24 di anni nel primo procedimento di appello grazie alla decisione dei giudici di concedere le attenuanti generiche. Nell’appello bis, invece, Marco Bianchi era stato condannato all’ergastolo, mentre Gabriele a 28 anni di reclusione.

Il nuovo processo di appello si è celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione lo scorso novembre per ridiscutere proprio le attenuanti per Gabriele Bianchi, mentre per Marco la condanna all’ergastolo era già definitiva. La Seconda Corte di Assise di Appello di Roma ha deciso di accogliere le richieste del pm Francesco Brando e del pg Carlo Lasperanza che chiedevano l’ergastolo. Inoltre, la Cassazione con la prima pronuncia aveva già riconosciuto la responsabilità penale per tutti gli imputati per omicidio volontario e reso definitive le condanne per gli altri due imputati, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli.

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Nordio fa saltare il vertice di martedì sulla giustizia. Il nodo della responsabilità civile dei magistrati chiesta da FI

8 June 2026 at 19:23

Salta, davvero a sorpresa, e per “colpa” di Carlo Nordio, il vertice sulla giustizia che avrebbe dovuto tenersi martedì. Già fissato l’appuntamento, in via Arenula, al ministero della Giustizia, per le 15. Invece, poco dopo le 18, ecco un messaggio del Guardasigilli in persona inviato a tutti i capigruppo della maggioranza di Camera e Senato. “Per sopravvenuti e improrogabili impegni istituzionali” il ministro della Giustizia chiede che l’incontro salti. Non solo. Non viene neppure indicata una prossima data di convocazione. Nordio non fornisce neppure un’adeguata spiegazione delle ragioni, perché non capita tutti i giorni che un vertice di questo tipo sia sconvocato mezza giornata prima, al punto che già serpeggiano le ipotesi più svariate. Tra queste, quella più accreditata riguarda il problema ormai politico della responsabilità civile per i magistrati ordinari, lanciata e poi chiesta con insistenza dal capogruppo di Forza Italia alla Camera Enrico Costa, mentre la stessa Marina Berlusconi continua a ripetere che proprio la responsabilità civile sarebbe una norma su cui concentrare l’attenzione.

L’effetto sorpresa è garantito. Perché il niet di Nordio sulla richiesta di Costa è stato particolarmente secco e duro, una sorta di niet preventivo, del tutto politicamente anomalo all’interno di una maggioranza che, tra l’altro, vede come vice ministro della Giustizia un altro forzista, e cioè l’avvocato barese Francesco Paolo Sisto che, ancora oggi, sostiene che “aprire una riflessione sulla responsabilità civile dei magistrati non significa attaccare la magistratura, ma rafforzare il rapporto di fiducia tra cittadini e istituzioni”. Ma c’è di più. Mentre la maggiore chiusura a occuparsi del tema è arrivata dai meloniani, nelle ultime dichiarazioni della responsabile Giustizia della Lega Giulia Bongiorno è giunta una tiepida apertura. Ma la questione resta squisitamente politica, perché rispetto alla richiesta di un partito di maggioranza come Forza Italia, per giunta fatta dai due capigruppo sia della Camera Costa che del Senato Stefania Craxi, nominata dalla stessa Marina Berlusconi, il no di Nordio è politicamente imbarazzante.

Costa fino a oggi non ha fornito un possibile testo su cui discutere, preferendo ottenere prima una via libera pieno dalla sua maggioranza. Ma proprio qui si è innestato il no di Nordio. Il quale peraltro, nel 2022, era stato il presidente del Comitato per i referendum radical leghisti, tra i quali c’era anche quello sulla responsabilità civile, per cambiare la legge del 1987 post referendum (finito con l’80% dei Sì) poi aggiornata nel 2015, saltato all’ultimo momento per lo stop della Corte costituzionale. Secondo Costa il problema della responsabilità civile del magistrato non riguarda “chi paga”, oggi lo Stato che si rivale poi sulla toga, ma il fatto che proprio il magistrato non possa essere insindacabile nel valutare le prove. Ed è quello che Marina Berlusconi vorrebbe da una legge sulla responsabilità civile. Il presidente dell’Anm Giuseppe Tango oggi ne ha parlato in questi termini: “Nel caso in cui ci fosse un testo su cui ragionare, lo valuteremo ovviamente con estrema attenzione”. Ma a questo punto è improbabile che questo testo ci possa mai essere.

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Violenze sulla Flotilla: il ministro israeliano Itamar Ben-Gvir indagato dalla procura di Roma per sequestro e tortura

La procura di Roma ha iscritto nel registro degli indagati il ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir per le violenze nei confronti degli attivisti della Global Sumud Flotilla a fine maggio. Il titolare del ministero di Gerusalemme che controlla la polizia e la penitenziaria, ma anche responsabile di aver schernito gli attivisti della Flotilla in arresto al porto di Ashdod, dopo l’abbordaggio in acque internazionali, e di aver colpito una donna al volto, immortalato da un video.

La procura di Roma ha iscritto Ben-Gvir per il reato di sequestro di persona e tortura, le ipotesi su cui si è mossi gli accertamenti dei pm Stefano Opilio e Lucia Lotti, coordinati da Francesco Lo Voi. È il primo indagato nel procedimento aperto dopo i fatti del 29-30 aprile e del 18-19 maggio di quest’anno, i due abbordaggi in acque internazionali lanciati dalla marina israeliana contro le barche della Flotilla a ovest di Creta a sud di Cipro, e sui maltrattamenti documentati successivamente, quando gli oltre 430 attivisti della missione politica e umanitaria per Gaza sono stati detenuti prima su due navi prigione al largo, poi in un hangar militare del porto di Ashdod, gestito dai militari dell’Idf insieme alla polizia di Ben-Gvir, e poi ancora nel carcere di Ketziot prima dell’espulsione da Israele il 21 maggio.

Con ogni probabilità Ben-Gvir non sarà l’unico iscritto. Sono ancora al vaglio le responsabilità di altre figure dell’establishment politico e militare israeliano. Ci sono altri otti dei nove nomi comunicati alla procura dalla fondazione Hind Rajab, che apre casi giudiziari in vari Paesi del mondo contro singoli israeliani che ritiene responsabili di crimini di guerra contro i palestinesi. Ci sono almeno altre sei figure, già rivelate da Haaretz, tra il direttore (passato e presente) del carcere di Ketztiot al comandante il comandante dell’unità Nachson, che ha operato i sequestri in mare.

Il quadro delle iscrizioni degli indagati sarà completato solo dopo che in procura arriveranno, tra martedì e mercoleì, i verbali delle deposizioni raccolte dai carabinieri, incluse quelle dell’inviato del Fatto Alessandro Mantovani e del parlamentare M5S Dario Carotenuto, e le testimonianze dirette degli attivisti raccolte dai legali della Flotilla.

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Gianluca Ibarra Silvera “facile bersaglio”, la gip sull’omicidio alla stazione di Milano Certosa: “Gettarono il corpo per disprezzo”

8 June 2026 at 15:42

“Hanno cercato ed individuato la vittima”. Volevano “punirli”, hanno trovato un “facile bersaglio“, hanno agito con “lucida e fredda determinazione” e poi si sono disfatti del cadavere con un “significativo gesto di disprezzo”, “manifestando chiaramente le conseguenze per chi si pone in atteggiamento ostile nei loro confronti”. Sono i passaggi più duri contenuti nell’ordinanza con cui la giudice per le indagini preliminari di Milano Sara Cipolla ha convalidato il fermo e disposto la custodia cautelare in carcere per Jefferson Smit Echevarria Verano, il diciannovenne peruviano appartenente ai Latin Kings, accusato dell’omicidio di Gianluca Ibarra Silvera. La misura è stata emessa anche nei confronti di un ventenne nato in Argentina, attualmente irreperibile e destinatario di un mandato di arresto europeo.

Per la giudice, quanto accaduto la notte del 25 maggio nei pressi della stazione Certosa non è stata una lite degenerata improvvisamente. Dopo “un iniziale allontanamento in treno”, si legge nel provvedimento, il gruppo sarebbe tornato “alla ricerca di coloro con i quali poco prima avevano avuto un alterco allo scopo di ‘punirli'”. Una volta rientrati in zona, gli aggressori avrebbero “cercato ed individuato la vittima, il fratello e l’amico”. La ricostruzione della gip, sulla base delle indagini della Squadra mobile coordinata dal pm Elio Ramondini, delinea quindi una vera e propria spedizione punitiva. Quando Gianluca Ibarra Silvera finisce a terra, i “due indagati, insieme al gruppo”, vedono in lui un “facile bersaglio”. È anche per questo che la giudice riconosce l’aggravante della premeditazione nei confronti dei due principali indagati.

Ma è il passaggio finale dell’ordinanza a colpire maggiormente. Dopo l’omicidio, scrive Cipolla, gli aggressori si sarebbero disfatti del corpo con un “significativo gesto di disprezzo”, gettandolo in una “profonda intercapedine”. Non un semplice tentativo di occultamento, secondo la giudice, ma un gesto dal forte valore simbolico, compiuto “manifestando chiaramente le conseguenze per chi si pone in atteggiamento ostile nei loro confronti”. Una sorta di messaggio rivolto all’esterno, capace di esprimere la logica intimidatoria che avrebbe guidato l’azione del gruppo. Le indagini, tuttavia, sono tutt’altro che concluse. La stessa gip evidenzia che gli accertamenti proseguono per “individuare” tutti i partecipanti all’aggressione e per chiarire il “movente” del delitto. L’ipotesi è lo scambio di persona e che il 22enne sia stato aggredito da 17 persona che lo credevano un rivale. Gli indagati sono attualmente otto, ma il gruppo presente quella notte sarebbe stato composto da diciassette giovani.

Nel corso dell’interrogatorio, Jefferson Smit Echevarria Verano ha ammesso di appartenere ai Latin Kings ma ha negato di aver materialmente ucciso il ventiduenne. Come emerge dal verbale, ha però indicato agli investigatori i nomi di quattro componenti del gruppo che, a suo dire, avevano “il coltello”. Ha inoltre spiegato che all’interno della gang vi sarebbero soggetti che occupano “una posizione importante” e che “ci dicono che cosa fare”. Il diciannovenne ha infine riferito di avere ricevuto, dopo i fatti del 26 maggio, “tante minacce” da parte della banda rivale Ms-13 attraverso TikTok. Un elemento che gli investigatori stanno verificando mentre prosegue la caccia ai complici e la ricostruzione completa della catena di comando e delle responsabilità all’interno del gruppo.

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Grazia a Minetti, la società di Cipriani vuole 250 milioni di dollari dal Fatto e dalla Rai: la causa negli Stati Uniti

8 June 2026 at 14:36

Non semplice diffamazione bensì “interferenza illecita con rapporti commerciali futuri, falsa rappresentazione dannosa e denigrazione commerciale”. È questa l’accusa appena formalizzata nei confronti della società editrice de Il Fatto Quotidiano e della Rai per le notizie sulla grazia presidenziale concessa all’ex consigliera regionale Nicole Minetti comparse sul quotidiano e in alcuni servizi della trasmissione Report. A sottoporla alla Corte distrettuale di New York sono stati i legali di Cipriani Usa Inc., ramo statunitense del gruppo imprenditoriale guidato dal compagno di Minetti, Giuseppe Cipriani.

Nell’atto di 43 pagine si lamenta un impatto “immediato e grave” sui conti del colosso della ristorazione. Di qui la richiesta esorbitante di 250 milioni di euro di risarcimento, più danni “speciali”, “punitivi” e “ogni altro rimedio equo”. I legali dello studio legale internazionale Reinhardt Savic Foley LLP parlano di “una serie di accuse false e sensazionalistiche” sui rapporti di Cipriani con Jeffrey Epstein, il noto finanziere newyorkese al centro del più grande caso di pedofilia degli ultimi anni, e sulle “feste a sfondo sessuale” organizzate in Uruguay nel ranch “Gin Tonic” dell’imprenditore italiano. Oltre che sulle pratiche per l’adozione e le cure necessarie per il figlio adottivo della coppia Cipriani-Minetti.

“Sebbene le falsità fossero presentate come riferite personalmente a Giuseppe Cipriani – scrivono i legali – i convenuti sapevano (oppure hanno agito ignorando colpevolmente tale circostanza) che la campagna avrebbe necessariamente e prevedibilmente provocato un grave e immediato danno commerciale a Cipriani Usa e all’intera attività Cipriani, inclusa quella con sede a New York”. Nell’atto si fa riferimento anche a un episodio che rappresenterebbe la “conseguenza diretta” delle notizie pubblicate da Fatto e Report, ovvero il ritardo nella chiusura “di una rilevante operazione da 50 milioni di dollari” a causa di non meglio precisate perplessità di “uno dei finanziatori”. Vengono addebitati alle due testate giornalistiche anche i “costi straordinari” sostenuti per incaricare “una società investigativa indipendente esterna… per indagare e confutare accuse che non avrebbero mai dovuto essere pubblicate”. Chiaro riferimento alle indagini difensive, citate anche nel comunicato stampa della Procura generale di Milano, con cui si ribadiva il parere positivo alla grazia per Nicole Minetti.

Nei giorni scorsi i legali del colosso della ristorazione avevano già diffidato il Fatto, chiedendo di rimuovere ogni traccia degli articoli sulla vicenda, e di “cessare e desistere” dal portare avanti la nostra inchiesta giornalistica. Cipriani e Minetti non hanno mai voluto rispondere alle domande poste dal Fatto, sebbene contattati sin dall’11 aprile, quando è stata data per la prima volta la notizia della grazia concessa all’ex consigliera regionale.

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Schede sim introdotte in carcere con un bacio appassionato durante il colloquio: arresti a Bari

8 June 2026 at 14:09

Gli ordini spesso arrivavano dal carcere attraverso telefonate fatte utilizzando schede sim introdotte grazie a un bacio appassionato scambiato tra un detenuto vicino al clan mafioso Strisciuglio e la fidanzata durante un colloquio. Con questo stratagemma, poi venivano veicolati i via libera per minacce e agguati. Uno di questi era stato indirizzato a un imprenditore di Palo del Colle, in provincia di Bari, per costringerlo a consegnare un auto a noleggio senza alcun pagamento. E per chiarire chi comandava, un’auto noleggiata sarebbe stata data alle fiamme.

Complessivamente gli arrestati sono quattro: due già detenuti nelle carceri di Lecce e Paola, uno finito in cella oggi, un altro ai domiciliari. Per un altro indagato. il giudice per le indagini preliminari ha respinto la richiesta di arresto del pubblico ministero non ritenendo attuali le esigenze cautelari. Le accuse, contestate a vario titolo, sono tentato omicidio, estorsione, porto illegale di armi, ricettazione, furto e incendio di auto, favoreggiamento personale e introduzione illegale di dispositivi di comunicazione in carcere. Il giudice ha riconosciuto l’aggravante del metodo mafioso.

Le misure sono state disposte dopo l’inchiesta della Dda di Bari denominata “Re nero” che tra il 2023 e il 2024 ha accertato movente e presunti responsabili di un tentato omicidio avvenuto il 16 novembre di tre anni fa a Palo del Colle. Il delitto sarebbe avvenuto dopo le “ripetute estorsioni subìte da un imprenditore locale” attivo nel noleggio di auto da parte di un presunto affiliato al clan mafioso Strisciuglio di Bari. Inoltre, nel bar di cui la vittima è titolare nella zona 167 di Palo, furono esplosi quindici colpi di pistola calibro 9 contro l’ingresso “con l’intento di colpire i presenti”, annotano gli investigatori.

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Strage di Erba, l’ex compagno di cella di Azouz Marzouk chiede gli atti al ministero della Giustizia di un’inchiesta per droga. Il legale: “Elementi di interesse”

8 June 2026 at 13:40

A quasi vent’anni dalla strage di Erba e a oltre un anno dalla definitiva chiusura del capitolo giudiziario della revisione, c’è ancora chi continua a cercare negli archivi, nelle intercettazioni e nei fascicoli paralleli elementi che possano riaprire il caso che costò la vita a Raffaella Castagna, al piccolo Youssef Marzouk, a Paola Galli e a Valeria Cherubini. L’ultima iniziativa arriva da Abdi Kais, indicato dalla difesa dei coniugi Romano come un possibile “supertestimone” nell’ambito delle iniziative volte a rimettere in discussione la ricostruzione della strage.

Attraverso il suo legale Vito Daniele Cimiotta, Kais si è rivolto direttamente al ministero della Giustizia chiedendo un intervento per ottenere copia di atti investigativi e intercettazioni contenuti in un fascicolo relativo a un’inchiesta sul traffico di stupefacenti del 2007-2008 che coinvolgeva lui stesso e la famiglia Marzouk. Secondo il difensore, nonostante ripetute richieste, la documentazione non sarebbe ancora stata resa disponibile dalla cancelleria del Tribunale di Como.

L’obiettivo dichiarato è verificare se in quel materiale possano emergere elementi utili a un ulteriore riesame del massacro compiuto l’11 dicembre 2006, il cui unico sopravvissuto, Mario Frigerio, diventò testimone nei processi che portano alla condanna Roba Bazzi e il marito Olindo. Abdi Kais, che era stato diventato di Azouz Marzouk, aveva dichiarato l’uomo gli disse, in sostanza, “sono tanto preoccupato per mia moglie e mio figlio. Quando esci dacci un occhio tu, per favore”. Gli atti d’indagine e le intercettazioni richiesti “potrebbero contenere elementi di interesse investigativo e risultare utili nell’ambito delle iniziative volte a riesaminare il caso della strage di Erba” ha spiegato il legale.

La richiesta

La richiesta si inserisce però in un contesto processuale che appare difficilmente aggirabile. La revisione del processo, infatti, è già stata chiesta, discussa e respinta. Per mesi la Corte d’Appello di Brescia ha esaminato le istanze presentate dalla difesa e dall’allora sostituto procuratore generale di Milano Cuno Tarfusser (censurato dal Csm e smentito dai giudici per questo, ndr), arrivando a dichiararle inammissibili. Decisione successivamente confermata dalla Corte di Cassazione con una sentenza che ha posto un ulteriore sigillo sul caso ribadendo i “riscontri innumerevoli e minuziosi” e le “prove solide” con i due condannati.

Una sentenza “costituita da un tessuto logico-giuridico di notevole solidità non solo per la forza espressa da ognuna delle principali prove acquisite in ragione della loro autonoma consistenza (“confessione dei due imputati, ancorché ritrattata, ammissione di colpa riportata in appunti manoscritti e in scritti diretti a terzi, deposizione dibattimentale dell’unico testimone oculare, Frigerio, presenza di traccia ematica riconducibile a Valeria Cherubini sull’auto di Romano”), ma – scrivevano un anno fa gli ermellini nelle motivazioni – anche per la presenza di innumerevoli e minuziosissimi elementi di riscontro”.

Il giudicato e il processo mediatico permanente

Non si tratta soltanto di una condanna passata in giudicato. Nel caso di Olindo Romano e Rosa Bazzi si è avuta una convergenza assoluta tra i diversi gradi di giudizio. La sentenza di primo grado, quella d’appello, il vaglio della Cassazione e, da ultimo, il procedimento di revisione celebrato davanti ai giudici di Brescia hanno tutti confermato la responsabilità penale dei due coniugi. Le prove ritenute decisive dai giudici sono state sottoposte per anni a un duplice controllo: scientifico e giuridico. Dalle confessioni, poi ritrattate, alle dichiarazioni dell’unico sopravvissuto Mario Frigerio, fino agli elementi materiali e ai molteplici riscontri valorizzati nelle sentenze. Un patrimonio probatorio che ha superato ogni verifica prevista dall’ordinamento.

Questo non significa che la ricerca della verità debba arrestarsi per principio o che il sistema delle impugnazioni straordinarie non debba essere utilizzato quando emergano elementi realmente nuovi. La revisione esiste proprio per evitare errori giudiziari. Ma altra cosa è trasformare ogni sentenza definitiva in un punto di partenza per una contestazione senza fine, alimentata da ipotesi già esaminate e respinte nelle sedi competenti. Negli ultimi anni il caso Erba – e il pensiero non può non andare alla nuova indagine sul delitto di Garlasco – è diventato anche il simbolo di una tendenza più ampia: quella di sottoporre il giudicato a un processo mediatico permanente. Un fenomeno che ha trovato sponde in campagne televisive, ricostruzioni alternative e iniziative personali, come quelle portate avanti dallo stesso Tarfusser anche dopo il rigetto della revisione e nonostante le ripetute bocciature ricevute nelle sedi giudiziarie.

Resta naturalmente il diritto di chiunque di avanzare istanze, chiedere documenti e proporre nuove verifiche. Ma resta anche un dato che troppo spesso finisce sullo sfondo del racconto pubblico: nel nostro ordinamento le sentenze non sono opinioni. Sono il risultato di processi celebrati nel contraddittorio delle parti, davanti a giudici diversi e sottoposti a molteplici controlli. Nel caso della strage di Erba, dopo quasi vent’anni di indagini, processi, appelli, ricorsi e richieste di revisione, tutte le decisioni assunte dalle autorità giudiziarie sono andate nella stessa direzione. Continuare a presentare il caso come un mistero irrisolto significa ignorare una realtà processuale che, piaccia o meno, appare tra le più solide e scrutinata della recente storia giudiziaria italiana.

Tutte le prove contro i condannati

Ecco quali sono i riscontri e le prove che hanno portato all’ergastolo. Le intercettazioni, le due confessioni, il Dna, la testimonianza del sopravvissuto, gli appunti su una Bibbia. Per i giudici le intercettazioni dei due coniugi, finiti immediatamente nel mirino degli investigatori, “esprimevano un pensiero che suonava quasi come una confessione“. Il 20 dicembre 2006, a nove giorni dalla mattanza nella Palazzina del Ghiaccio di via Diaz, moglie e marito sono in macchina perché già pensano di essere sotto osservazione e dicono: “Perché non mettono sotto torchio lui ed i suoi amici marocchini …. Però quando noi andavamo dai carabinieri che dicevamo quello che succedeva … va se alzavano il culo e venivano giù … eh se loro alzavano il culo non succedeva …. “. Per i magistrati – che hanno individuato negli scontri condominiali tra i coniugi e Raffaella il movente degli omicidi premeditati – Bazzi e Romano spiegano già con quelle parole di aver agito e perché. Il giorno prima del fermo, eseguito l’8 gennaio, i due erano convocati e la donna dice: “… è andata male eh?” … non hai paura? … ” aggiungendo “… io ho paura… come quella sera che siamo andati a Como … “.

Il Dna

Alla base del fermo all’epoca c’era stata la traccia di Dna rilevata nella Seat Arosa della coppia e la testimonianza di Mario Frigerio. Il sangue, non visibile a occhio nudo, venne repertato sull’auto sul battitacco del conducente insieme ad altre tre tracce che non erano sangue. Una “traccia di alta qualità, perché il Dna di quella traccia è strato tratto da sangue vicino al sangue puro, senza particolari fattori degradanti” scrivono i giudici nelle motivazioni della sentenza di primo grado citando le parole del perito. Era sangue di Valeria Cherubini, la moglie di Frigerio che fu trovata morta al secondo piano, dopo essersi trascinata. Come era finita quella traccia di sangue puro nell’auto dei coniugi? Il processo ha risposto anche a questa domanda: non per contaminazione come ipotizzato, ma semplicemente perché era sul corpo di Olindo Romano che sul punto aveva risposto al pm che gli chiedeva del sangue: “Ma non dai piedi, per me ce l’avevo in testa. Sì, perché il resto mi ero cambiato tutto. Io quella sera … ho cambiato anche le calze, e quelle macchie … erano sotto le calze e sotto i pantaloni, e quindi le cose che ho perso in macchina, le ho perse sicuramente dai capelli… “.

I magistrati sottolineano come non sono state trovate tracce residue di sangue nel cortile subito dopo la strage, il fuoco (i due appiccarono anche un incendio), l’acqua utilizzata dai vigili del fuoco intervenuti “ha reso vano ogni tentativo di rinvenire orme, impronte digitali o tracce ematiche a partire dal portoncino di ingresso della palazzina del ghiaccio … Ed allora non resta che concludere che gli imputati possono essere stati contaminati da quella traccia di sangue solo la notte stessa della strage, e solo per essere stati proprio sulla scena del delitto, e questo prima che il fuoco e gli interventi dei primi soccorritori devastassero l’ambiente”.

Le confessioni

Appena fermati marito e moglie negarono, ma il 10 gennaio confessarono e poi confermarono due giorni dopo davanti al giudice per le indagini preliminari. “Io vi racconto tutta la verità adesso, poi qualche piccolo particolare poi dopo, lo rivediamo magari dopo perché … Niente quella sera lì eravamo in due, e io ero fuori che fumavo e mia moglie era in casa. Quando è arrivata la Castagna con la macchina del padre e la figlia e il nipote, io ero già fuori. Mia moglie è uscita, le abbiamo lasciate salire e nell’andare in là abbiamo messo i guanti, tutti e due, i guanti di tela bianca … Siamo entrati prima io e mia moglie penso che ce l’avevo subito dietro, ho colpito la Raffaella subito, ho colpito la madre subito e mia moglie è corsa dal bambino. Poi, mia moglie è ritornata e mi ha dato una mano a finire la mamma della Raffaella, poi siamo passati sulla Raffaella ed abbiamo finito anche lei …. ”.

“L’ho colpito alla gola e poi io mi ricordo che è rimasto lì per terra ecco. Poi c’era mia moglie lì da parte sulla signora Valeria, e so che sono andato là con il coltellino a dargli una o due coltellate sulla testa, adesso non so se era una o se erano due. Ecco, e questo è quello che mi ricordo io…”. Rosa racconta, rispondendo alle domande del pm, come ha preso il bambino, come l’ha colpito mentre era sul divano dopo avergli stretto la faccia in una mano. Perché l’ha ucciso? “Perché piangeva e mi dava fastidio, mi aumentava il mal di testa quando sentivo … , e allora l’ho preso”. I colpi? “Uno” da sinistra a destra alla gola da lei che è mancina.

La dinamica e il particolare dei cuscini

“Dunque non una, ma due confessioni assolutamente spontanee, in nessun modo coartate – scrivono nelle motivazioni i giudici – impossibili da concertare nei dettagli eppure assolutamente complementari, confessioni rilasciate ai Pubblici Ministeri a soli due giorni dal fermo, in data 10.1.2007. Ma non è tutto, perché sia Romano Olindo che Bazzi Rosa, ad ulteriori due giorni di distanza, davanti al Gip, il 12.1.2007, ancora una volta entrambi, senza avere peraltro avuto modo di consultarsi, ribadiscono le rispettive ammissioni di colpa. Ed anche questa volta, val davvero la pena di sottolinearlo senza fare assolutamente alcun accenno alle presunte pressioni subite”. A fronte di racconti particolareggiati e perfettamente complementari ai risultati delle indagini, all’inizio dell’udienza preliminare il 28 febbraio 2008, Romano con una breve dichiarazione, Bazzi con 29 parole su un foglietto scritto a mano dicono di essere innocenti e di aver confessato per non essere separati.

I due coniugi avevano confessato circostanze ancora non verificate dagli investigatori e conoscevano particolari che solo chi aveva portato a termine la strage poteva sapere. Entrambi hanno raccontato come è morta Valeria Cherubini. Gli stessi inquirenti all’inizio pensavano che l’aggressione alla donna si fosse conclusa nel suo appartamento dove era stata ritrovata. Mentre sono stati i due coniugi a rivelare, “cosa che poi è stata confermata da tutte le risultanze processuali – scrivono i giudici in sentenza – che l’aggressione si era conclusa sul pianerottolo del piano sottostante e che, quindi, era stata la donna da sola a riuscire a trascinarsi sino al suo appartamento”. C’è il particolare dei cuscini ritrovati vicino i corpi di Raffaella e della madre, usati per soffocare i lamenti. Particolare che non erano noto a nessuno e che all’inizio neanche gli inquirenti avevano preso in considerazione, eppure Rosa Bazzi ne parla e dice come e perché li ha usati.

La Bibbia

È agli atti del processo una lettera che nell’aprile del 2007 la coppia fece arrivare a un religioso: “Non ci siamo ancora resi conto di ciò che abbiamo fatto. Il perdono, il pentimento, si contrappongono all’odio e alla rabbia, alle umiliazioni subite in questi anni, la nostra colpa, la responsabilità di chi poteva evitare tutto questo e non lo ha fatto”. Ci sono poi gli appunti di Romano sulla Bibbia che gli fu regalata dal cappellano del carcere durante i primi mesi di detenzione. Anche questi scritti sono agli atti “… accogli nel tuo regno il piccolo Youssef, la sua mamma Raffaella, sua nonna Paola e Cherubini Valeria a cui noi abbiamo tolto il tuo dono, la vita … ” e poi ” … oggi a colloquio con la mia vita mi ha raccontato che sono alcune notti che vede Raffaella davanti alla branda come quella sera col sangue che le scende sul volto ed i colpi che gli ho inferto quando l’uccidemmo … ” e sotto il commento:” … stiamo scontando la nostra pena per causa tua e della tua famiglia … “. In altri appunti il rancore verso le vittime, verso il padre di Raffaella Castagna “… Dio lo ha punito, un uomo che si rifugia in chiesa, cattolico per interesse. Sapeva tutto e non ha fatto niente per evitare una strage annunciata … “; verso Mario Frigerio e Valeria Cherubini: “… dovevano farsi i cazzi suoi … “.

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“Il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro indagato con l’ipotesi di violenza sessuale”

8 June 2026 at 13:30

La Procura di Roma, secondo quanto riporta La Repubblica, ha aperto un fascicolo che vede indagato il senatore di Forza Italia Francesco Silvestro con l’ipotesi di violenza sessuale. Nel procedimento risulterebbe iscritto nel registro degli indagati anche un carabiniere, indicato come Antonio P., per tentata violenza privata. Il caso nasce dalla denuncia presentata da una donna di 52 anni, agente di commercio nel settore vinicolo, che ha riferito agli inquirenti un episodio avvenuto all’interno dello studio del parlamentare, nel palazzo di San Luigi de’ Francesi.

La denuncia

Secondo la ricostruzione della presunta vittima, al centro dell’indagine, l’incontro sarebbe avvenuto nel febbraio 2025, quando la donna si era recata nell’ufficio del senatore per discutere di una possibile fornitura di vini. In quel contesto, Silvestro avrebbe pronunciato frasi a contenuto allusivo, tra cui “Il vino mi eccita, perdo i freni”, per poi, sempre secondo la denuncia, costringere la donna a subire un atto sessuale senza consenso. La notizia, anticipata ieri da Repubblica, avrebbe portato nelle scorse ore all’iscrizione nel registro degli indagati sia del senatore sia del carabiniere coinvolto nella vicenda. Un atto, secondo quanto trapela dagli ambienti giudiziari, disposto anche a tutela degli stessi indagati, per garantire la piena partecipazione alle indagini e l’esercizio dei diritti difensivi fin dalle prime fasi del procedimento.

Le “scuse”

Silvestro, che oltre all’incarico parlamentare ricopre anche la presidenza della Commissione bicamerale per le questioni regionali, non è stato ancora ascoltato dai magistrati. Interpellato aveva respinto le accuse definendole “assurde”, confermando l’incontro ma negando qualsiasi violenza e ipotizzando invece una possibile strumentalizzazione della vicenda. “Magari mi vuole estorcere qualcosa”, aveva dichiarato il senatore, aggiungendo: “Denunciasse, poi ci divertiamo”. “Io sono un bel ragazzo, lei è normale” una delle frasi del parlamentare.

Proprio su queste affermazioni è intervenuto lo stesso Silvestro con una successiva nota di chiarimento. “Chiedo scusa per le parole che ho pronunciato nel corso di un colloquio telefonico con una giornalista – ha spiegato il senatore – Sono stato colto di sorpresa da quanto mi veniva attribuito, un episodio e accuse rispetto alle quali ho già dichiarato attraverso il mio legale stupore e totale estraneità”. Il parlamentare ha poi aggiunto: “Mi sono anche dichiarato pronto, da subito, a fornire tutti i chiarimenti necessari. Mi scuso per espressioni che credevo colloquiali, ma che considero comunque sbagliate e che nel contesto di una telefonata possono aver generato fraintendimenti o leso sensibilità”.

Il racconto della donna

“E questa storia mi fa solo stare male. Ma quello che è uscito è la pura verità” ha dichiarato la 52enne in una intervista al quotidiano La Repubblica. Il punto di partenza del racconto della donna, agente di commercio nel settore del vino, che ha deciso di parlare della vicenda dopo aver ottenuto garanzie sull’anonimato. La signora ricostruisce un incontro avvenuto a Roma con il senatore Silvestro, dichiarando di non averlo mai conosciuto prima e di essere stata convocata per motivi professionali legati a possibili forniture: “Mai”. L’incontro, inizialmente formale, sarebbe poi degenerato in un episodio da lei descritto come non consensuale: “Assolutamente no”.

Racconta di essersi sentita bloccata durante i fatti: “Ero come raggelata. Un senatore. Nel suo studio”, e di essere poi uscita “sconvolta” dall’edificio. In seguito afferma di aver ricevuto dal senatore un messaggio con un link a un hotel, senza mai rispondere. Spiega il ritardo nella denuncia con il trauma subito e il percorso psicologico intrapreso: “Non dormo più bene, non sono rilassata. Ma sono serena”. Aggiunge di aver cercato supporto legale pochi mesi dopo i fatti, contattando lo studio dell’avvocata Giulia Bongiorno, senza però proseguire con quell’interlocuzione. Riferisce anche di pressioni e intimidazioni successive attribuite a un intermediario, il carabiniere che sarebbe indagato: “Che mi sarei rovinata la vita, non avrei più lavorato”. Infine, commenta con durezza le frasi attribuite al senatore sul suo aspetto fisico: “Che squallore. […] Che non sono Miss Universo”, ribadendo la decisione di denunciare e la fiducia nella giustizia: “Io ci credo, nelle istituzioni”.

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