Normal view

“Braccianti in nero costretti a vivere in un casolare senza bagni. Si scaldavano bruciando spazzatura”: arrestato caporale

8 June 2026 at 10:26

Lavoravano in nero, con una retribuzione inferiore alla metà dei minimi del contratto nazionale dell’agricoltura, ed erano costretti a dormire in un casolare rurale in una condizione “degradante” che dovevano anche pagare 5 euro al giorno, nonostante non fosse neanche bagni e riscaldamento. L’ultima storia di para-schiavismo arriva dalla provincia di Brindisi, dove i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno arrestato in flagranza un caporale. I braccianti agricoli lavoravano in alcuni terreni al confine tra il Brindisino e il Tarantino.

Stando alla ricostruzione dei militari dell’Arma, attraverso una cooperativa, il caporale approfittava dello stato di bisogno di diverse persone, costringendole ad affrontare una giornata lavorativa di dieci ore fronte di una paga inferiore alla metà rispetto a quella prevista dal Contratto collettivo nazionale del lavoro di settore, decurtando ulteriori 5 euro giornaliere pro-capite per l’alloggio nella diponibilità dell’indagato.

Si trattava di un casolare rurale in condizioni igienico sanitarie degradanti, caratterizzato da presenza di muffe, con servizi igienici non funzionanti e privo di riscaldamento, al punto che i lavoratori sfruttati bruciavano la spazzatura in un caminetto per riscaldare gli ambienti, costretti così a respirarne fumi pericolosi e dormire su materassi sporchi, trovati nelle campagne vicine. I braccianti, due al momento quelli che si è riusciti a identificare, venivano impiegati in nero, senza contratto di lavoro, senza visite mediche e nessun corso di formazione, aumentandone così il rischio di subire infortuni gravi sul lavoro, poiché maneggiavano attrezzi pericolosi, come seghe circolari, senza averne acquisito competenze ed appreso modalità di utilizzo specifico.

Uno dei braccianti è risultato per altro privo di permesso di soggiorno per l’impiego lavorativo. L’indagine “lampo”, iniziata verso la fine di marzo con la denuncia sporta da un terzo bracciante anche lui vittima di sfruttamento, è stata coordinata dalla procura di Brindisi che ha chiesto e ottenuto gli arresti domiciliari per il caporale. È stato anche posto sotto sequestro il mezzo con il quale i braccianti venivano trasportati e il casolare dove dormivano. Sono state elevate sanzioni amministrative ed ammende per totale 20.000 euro.

L'articolo “Braccianti in nero costretti a vivere in un casolare senza bagni. Si scaldavano bruciando spazzatura”: arrestato caporale proviene da Il Fatto Quotidiano.

Consolato Usa di Milano, convalidato il secondo fermo nell’inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori

7 June 2026 at 14:15

Arriva una nuova conferma all‘impianto accusatorio dell’inchiesta sul presunto sfruttamento di manodopera nel cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio, a Milano. La giudice per le indagini preliminari, Angelica Cardi. ha convalidato il fermo di Aji Appukuttan, cittadino indiano che compirà 52 anni il prossimo luglio, disponendo nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere.

Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, Appukuttan avrebbe avuto un ruolo centrale nella gestione dei rapporti con i lavoratori impiegati nel cantiere. Gli investigatori lo descrivono infatti come il “caporale operativo” e l'”intermediario tra società e lavoratori”, una figura ritenuta fondamentale nel presunto sistema di sfruttamento al centro dell’indagine. L’uomo è stato definito nelle testimonianze degli operai migranti raccolte dal Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri il “cane da guardia” della multinazionale americana delle costruzioni.

Il provvedimento rappresenta il secondo arresto convalidato nell’ambito dell’inchiesta coordinata dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici e condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro. Nei giorni scorsi era stato infatti fermato anche Ulas Demir, manager coinvolto nella realizzazione dell’opera, fermato all’aeroporto di Orio al Serio mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto a Istanbul. Anche nei suoi confronti era stata disposta la custodia cautelare.

L’inchiesta riguarda le condizioni di lavoro di numerosi operai, in gran parte di nazionalità indiana, impiegati nella costruzione della nuova sede consolare statunitense. Secondo quanto emerso dalle indagini, gli inquirenti stanno cercando di accertare l’esistenza di un articolato sistema di reclutamento e gestione della manodopera che avrebbe consentito di aggirare le normative a tutela dei lavoratori e di comprimere costi e diritti.

La figura di Appukuttan viene considerata particolarmente rilevante proprio perché, secondo l’accusa, avrebbe rappresentato il punto di contatto diretto con gli operai, occupandosi dell’organizzazione quotidiana del lavoro e fungendo da tramite con le società coinvolte. Elementi che hanno portato la Procura a chiedere il fermo e che il giudice per le indagini preliminari ha ora ritenuto sufficienti per confermare la misura cautelare. La decisione della gip segna un nuovo passaggio nell’inchiesta milanese, che nelle scorse settimane aveva attirato l’attenzione per il contesto in cui sarebbero avvenuti i presunti illeciti: il cantiere destinato a ospitare il nuovo Consolato degli Stati Uniti. Gli accertamenti proseguono per chiarire responsabilità, ruoli e modalità operative del presunto sistema di sfruttamento e per verificare l’eventuale coinvolgimento di altri soggetti.

Stando alle indagini dei militari dell’Arma lo sfruttamento degli operai inizia già in India dove i lavoratori vengono reclutati dalla società Dynamic House di New Delhi. Reclutamento tra l’alto a pagamento. Insomma pizzo o mazzetta del valore di 5mila euro. Denaro da pagare “in contanti ai dipendenti della Dynamic House pur di ottenere il relativo visto per il soggiorno di lavoro”. Appena giunti in Italia “i lavoratori scoprono che le promesse erano false ed il debito contratto diventa una catena dato che il caporale di cantiere trattiene gran parte del salario (già misero) con la scusa dell’alloggio e del vitto e con la minaccia di licenziamento”. Ma ora per i lavoratori non c’è più scelta e per loro inizia una vita da “nuovi schiavi”.

L'articolo Consolato Usa di Milano, convalidato il secondo fermo nell’inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori proviene da Il Fatto Quotidiano.

Braccianti uccisi, in tremila al corteo Cgil nel Cosentino. Schlein: “Sequestro preventivo per le aziende che sfruttano”

6 June 2026 at 18:34

Circa tremila persone hanno partecipato ad Amendolara, nel Cosentino alla manifestazione organizzata dalla Cgil dopo l’omicidio di quattro braccianti (tre afghani e un pakistano) trovati carbonizzati in un minivan lunedì scorso, e uccisi secondo la Procura di Castrovillari dai loro caporali (che si trovano in custodia cautelare in carcere) per aver protestato contro le condizioni di lavoro. Presenti vari esponenti politici, dalla segretaria Pd Elly Schlein al leader di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, fino ai parlamentari M5s Anna Laura Orrico, Vittoria Baldino, Pasquale Tridico. In testa al corteo il segretario generale del sindacato, Maurizio Landini, e quello della Flai Cgil (il sindacato di categoria dei lavoratori agricoli) Giovanni Minnini. “Questa tragedia rappresenta un sistema sbagliato di fare impresa, fondato sullo sfruttamento e sul caporalato. È il momento che tutti, uscendo dall’ipocrisia, dicano basta a questo sistema che mette in discussione la dignità, l’umanità, la vita stessa delle persone”, ha detto Landini prima dell’inizio della manifestazione. Per questo, ha aggiunto, “c’è bisogno che ci sia una reazione da parte di tutti i soggetti politici e istituzionali, imprenditoriali, perché ci sono tutti gli strumenti legislativi, e non solo, per poter invertire questa tendenza e bloccare questo sfruttamento che sta portando alla morte delle persone”.

In questo senso Schlein ha lanciato una proposta dal corteo: “Bisognerebbe rafforzare la legge sul caporalato non soltanto mettendo più risorse e assicurando che sia attuata fino in fondo, ma anche prevedendo il sequestro preventivo delle aziende che impiegano lavoratori sfruttati e vittime di caporalato”, ha detto la segretaria dem a margine della manifestazione. “Non si può più parlare soltanto di caporalato, ma bisogna parlare di padronato. Spesso, adesso vedremo le indagini che cosa faranno emergere, ci sono dietro delle responsabilità oltre a quelle delle due persone che sono state già fermate e che devono affrontare la giustizia. Parlare di padronato vuol dire guardare anche alle responsabilità delle connivenze delle aziende”, spiega. Quella del caporalato e dello sfruttamento, denuncia Schlein, “è una piaga strutturale, non sono fenomeni episodici, questo ce lo siamo detti davanti ad ogni tragedia, anche quella della morte di Satnam Singh“, il bracciante indiano abbandonato di fronte a casa con un braccio amputato nel 2024 a Latina. “Bisogna rafforzare la tutela delle vittime che denunciano, con percorsi chiari, con soluzioni abitative, una casa, con formazione, assistenza legale, sanitaria e psicologica. Bisogna rendere conveniente e sicuro denunciare lo sfruttamento”.

“Siamo qui per dire basta con l’ipocrisia in questo Paese di chi fa finta di non vedere ciò che vedono tutti. Per dire basta all’idea che il lavoro sia sempre più marginalizzato, sfruttato, umiliato”, ha detto il leader di Sinistra Italiana Fratoianni. “Il governo ogni Primo maggio fa un decreto lavoro e fa un grande scherzo a lavoratori e lavoratrici. In queste ore c’è un emendamento della maggioranza che punta a incentivare e legittimare i contratti pirata, quelli che avevano messo fuori legge con l’ultimo intervento normativo”, denuncia. Per Pasquale Tridico, ex presidente dell’Inps e capodelegazione del M5s al Parlamento europeo, “è tutto un sistema che purtroppo è marcio. È marcio perché non si può permettere a quattro persone, lavoratori, di essere sfruttati fino alla morte. Perché questo è successo, soltanto per aver chiesto i loro elementari e basilari diritti, ovvero il proprio salario”.

L'articolo Braccianti uccisi, in tremila al corteo Cgil nel Cosentino. Schlein: “Sequestro preventivo per le aziende che sfruttano” proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Trattava gli operai da schiavi, come nei film”: fermato il caporale del cantiere del Consolato Usa a Milano

6 June 2026 at 10:26

Era pronto alla fuga con un pullman e per questo motivo c’è un secondo uomo fermato per caporalato nell’inchiesta della Procura di Milano sullo sfruttamento dei manovali indiani pagati 1,50 euro l’ora nel cantiere del nuovo Consolato statunitense, realizzato da Caddell Construction, in piazzale Accursio nel capoluogo lombardo. Nella notte fra venerdì e sabato il pubblico ministero Paolo Storari ha disposto il fermo di Aji Appukuttan, il 51enne indiano che nelle testimonianze degli operai migranti raccolte dal Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri viene definito il “cane da guardia” della multinazionale americana delle costruzioni ed è ritenuto dagli inquirenti il “caporale operativo” e l’intermediario del sistema di “sfruttamento” scoperto.

È accusato di aver imposto ad almeno 50 lavoratori l’apertura di un conto corrente in Italia, attraverso la firma su pratiche in una lingua a loro sconosciuta, con cui ogni mese sarebbero stati prelevati automaticamente i 500 euro sottratti alla busta paga per remunerare l’alloggio nei Residence le Groane e Residence Ripamonti destinati agli immigrati giunti in Italia con la formula distacco intra-societario internazionale che invece prevede l’obbligo di garantire vitto e alloggio ai lavoratori impiegati all’estero. Così come è sempre Appukuttan, come viene indicato nei verbali, ad aver imposto il pagamento dei 350 euro mensili in “contanti” per il “pranzo e la cena” da consumare in cantiere durante i lavori edili della maxi struttura diplomatica. Lo avrebbe fatto con “reiterate minacce di licenziamento e rimpatrio” in India, in particolare nei confronti di chi, dopo essersi infortunato, avrebbe chiesto di “potersi assentare” per il “riposo”. Intimidazioni, come quella di “essere rispediti” nella nazione asiatica, che costano al 51enne l’accusa di caporalato aggravato.

“Da quello che ho visto con i miei occhi in tante occasioni, tratta gli operai indiani come schiavi, come si vede nei film che parlano degli schiavi. Io quando vedevo quelle scene in cui trattava male gli operai gridando e mandandoli via chiedevo a qualche operaio che parla inglese cosa avesse detto, mi rispondevano che li aveva minacciati dicendo che li avrebbe licenziati e mandati in India”, ha detto un testimone dell’inchiesta, il cui verbale è riportato nel decreto di fermo di Appukuttan. Ha detto di non conoscere tutti i “nomi” dei lavoratori coinvolti (con picchi di 500 persone in cantiere) ma “tutti quelli con cui ho parlato mi dicevano di avere paura di lui”. Il 51enne avrebbe tenuto i “contatti con la società indiana che li porta in Italia e da quello che mi hanno detto pagano soldi per venire”, circa 500mila rupie (5-6mila euro) per ottenere il permesso di soggiorno per motivi di lavoro. L’uomo in Italia “li spaventa” e “quando è successo che alcuni di loro hanno protestato o per qualsiasi problema tra Caddell e gli operai” lui si sarebbe occupato della risoluzione dei problemi. Il testimone ha fornito agli inquirenti ulteriori informazioni sul sistema di sfruttamento dietro il progetto di rigenerazione urbana dei 40mila metri quadrati dell’ex Tiro a segno che potrebbero portare a sviluppi giudiziari nelle prossime settimane.

Il fermo, che dovrà essere convalidato dal gip, è stato disposto per il pericolo di fuga dell’indagato che inoltre si sarebbe adoperato per tentare di depistare l’inchiesta: a partire dal 29 maggio, quando i carabinieri hanno dato esecuzione al decreto di controllo giudiziario d’urgenza nei confronti della società statunitense indagata per la legge 231, Appukuttan avrebbe “inviato” messaggi “nella chat di gruppo” degli operai “intimando di non parlare e di non riferire all’esterno quanto accadeva in cantiere” e chiedendo di sapere cosa avessero riferito sulla sua figura. Lo stesso giorno avrebbe cambiato il “domicilio” in Italia, allontanandosi dal precedente alloggio di Garbagnate, nel Milanese.

“Voleva scappare dall’Italia – ha messo a verbale un operaio 41enne in una delle testimonianze – solo che ha capito che con l’aereo è pericoloso così si sta organizzando con la Caddell per farlo scappare via”. “Sono a conoscenza – ha aggiunto – del fatto che gli operai indiani hanno parlato di lui da voi. Vogliono fargli prendere un pullman o qualche altro mezzo che non si può controllare, perché sanno che al 100% se prende l’aereo lo scoprite e lo potete arrestare”. Nei giorni scorsi era stato fermato all’aeroporto di Orio al Serio Ulas Demir, il cittadino turco indagato come manager di Caddell Construction nella sede secondaria italiana. Aveva acquistato un volo per Istanbul il giorno dopo il commissariamento d’urgenza dell’azienda. Elemento che, assieme alle intercettazioni telefoniche, ha fatto ipotizzare il pericolo di fuga alla base del provvedimento. Il fermo è già stato convalidato dal gip di Bergamo che ha disposto un’ordinanza di custodia cautelare.

L'articolo “Trattava gli operai da schiavi, come nei film”: fermato il caporale del cantiere del Consolato Usa a Milano proviene da Il Fatto Quotidiano.

Strage Amendolara, c’è solo una soluzione: regolarizzare i braccianti e sorvegliare i datori di lavoro

5 June 2026 at 17:26

L’atroce strage di Amendolara, nella quale sono stati bruciati vivi quattro lavoratori agricoli irregolari: Waseem Khan, Fazal Amin Khogyani, Ismat Ullah e Amjad Safi, ci deve indurre ad una riflessione politica e ad una fermissima richiesta di azione da parte del governo. I quattro erano migranti costretti in una condizione di semi-schiavitù dai caporali loro connazionali, ma ancora di più da una normativa legale restrittiva e un controllo insufficiente da parte delle autorità. Si stima che in Italia siano impiegati nel settore agricolo oltre 200.000 lavoratori irregolari, migranti che non hanno un permesso di soggiorno e per questo sono sostanzialmente privi di diritti. Pare che il meccanismo sia questo: lo straniero arriva in Italia chiamato da una azienda che promette il lavoro, ma che poi non regolarizza il contratto. Il lavoratore senza diritti riceve una paga miserrima e un alloggio fatiscente e garantisce che arrivino nei nostri mercati prodotti agricoli “economici”. Se il lavoratore venisse regolarizzato, i prodotti costerebbero un po’ di più; non molto di più, perché il salario del lavoratore rappresenta soltanto una parte del costo finale del prodotto.

La soluzione del problema è ovvia: regolarizzare i lavoratori e sorvegliare i datori di lavoro per costringerli a contrattualizzare il rapporto lavorativo; reprimere il fenomeno del caporalato. Un grave ostacolo è costituito da un’opinione pubblica che in larga misura è avversa alla regolarizzazione dei migranti: li vorrebbe “remigrare”. Alle considerazioni etiche e giuridiche, che dovrebbero avere un peso preponderante, è necessario aggiungere qualche considerazione di economia spicciola. I lavoratori migranti ci servono: se li “remigrassimo” tutti la manodopera agricola sarebbe insufficiente; parte dei prodotti agricoli rimarrebbero sui campi e il loro prezzo sul mercato aumenterebbe, per la legge della domanda e dell’offerta, molto di più di quanto aumenterebbe regolarizzando i lavoratori. Di fatto, a prescindere dall’aumento dei prezzi, si verificherebbe una vera e propria carenza di questi prodotti.

Assodato che di questi lavoratori abbiamo bisogno, esiste un secondo motivo puramente egoistico per regolarizzare la loro posizione: un lavoratore irregolare, marginalizzato dalla società in cui vive, crea un rischio sociale. Ad esempio, non avendo diritto all’assistenza sanitaria potrebbe non curare una malattia contagiosa e impedirne il tracciamento. L’esperienza del Covid, funestata da vari errori di gestione, è stata risolta grazie alla vaccinazione della grande maggioranza della popolazione, a sua volta resa possibile dal fatto che i cittadini sono noti al Servizio Sanitario Nazionale. L’esistenza di gruppi di persone ignote al Servizio Sanitario Nazionale che non vengono vaccinate comporta un rischio per tutti.

In ultima analisi: il rifiuto dei migranti, le promesse di “remigrazione”, e le altre simili baggianate che costituiscono un’arma propagandistica delle destre più retrive non possono funzionare e non possono essere tradotte in reali azioni politiche, tanto più in un paese che invecchia, nel quale i lavoratori di origine italiana diminuiscono in proporzione al totale della popolazione, e risultano insufficienti a coprire il fabbisogno di lavoro anche per le necessità più impellenti, come la produzione agricola. Ciò di cui abbiamo bisogno è accogliere e integrare i lavoratori migranti, accettando che questo ha un costo; perché qualsiasi altra soluzione costa molto di più in termini economici e sociali. Inoltre, tollerando la situazione attuale si va incontro ad un costo sociale ancora più gravoso: l’imbarbarimento di un paese nel quale bruciare vivi quattro esseri umani, già privati di qualunque diritto, diventa un qualunque fatto di cronaca dimenticabile nello spazio di un paio di giorni.

Pagare le zucchine qualche decina di centesimi in più è un prezzo accettabile per mantenere la nostra civilizzazione.

L'articolo Strage Amendolara, c’è solo una soluzione: regolarizzare i braccianti e sorvegliare i datori di lavoro proviene da Il Fatto Quotidiano.

Strage di braccianti ad Amendolara, il procuratore D’Alessio: “Episodio di gravità inaudita. Il caporalato è una delle piste, ma non l’unica”

3 June 2026 at 19:58

L’omicidio dei migranti arsi vivi lunedì ad Amendolara, nella Sibaritide, è stato “frutto di una barbarie inspiegabile”. Lo ha detto il questore di Cosenza Antonio Borrelli nel corso della conferenza stampa sull’inchiesta coordinata dalla Procura di Castrovillari che ha emesso nei confronti di due pakistani un decreto di fermo che, adesso, dovrà essere convalidato dal gip.

“In 34 anni di servizio, molti dei quali passati in prima linea da operativo, – ha aggiunto il questore Borrelli – un fatto di questa crudeltà non mi era mai capitato. Soprattutto nella misura in cui hanno bruciato vive delle persone. L’evento è stato di una crudeltà inenarrabile, un fatto di assolutamente disumano. Il fatto di aver dato una risposta in poco più di tre ore significa che eravamo presenti sul territorio e che, soprattutto, siamo riusciti non solo ad identificare gli indagati, anche grazie ai filmati, ma a rintracciarli nelle loro abitazioni e ad assicurarli alla giustizia. Questa è una soddisfazione davanti a una tristezza incredibile. Perché quei quattro ragazzi, per come sono morti, hanno creato in noi un vero e proprio shock. I due fermati sono in Italia da diversi anni, uno dal 2018 e l’altro dal 2022”.

Entrambi gli arrestati, infatti, si trovano nel nostro Paese con un regolare permesso di soggiorno. Lo avevano anche le vittime, tutte incensurate, di cui una sola è pakistana. A dispetto di quanto era trapelato nelle prime ore, gli altri ragazzi deceduti sono di origine afgana come l’unico superstite che si è salvato uscendo dal bagagliaio del minivan mentre il mezzo andava in fiamme.

Durante l’incontro con i giornalisti, il procuratore di Castrovillari, Alessandro D’Alessio non si è sbilanciato e, dopo aver chiarito di non aver gradito la diffusione sui media del video dell’omicidio, ha bollato il delitto come “un episodio di gravità inaudita” che “è stato ricostruito in maniera compiuta in pochissime ore, quasi un arresto in flagranza”.

“Le indagini – ha ribadito il magistrato – ci hanno consentito di raccogliere, con tutte le cautele del caso, gli indizi di reato. Ho apprezzato, e tutti dobbiamo farlo, l’ennesima pronta risposta dello Stato. Lo dobbiamo soprattutto alla gente del Sud”.

Non abbiamo elementi di altri complici e riteniamo che l’omicidio fosse premeditato”. La dinamica della tragedia è stata spiegata dal capo della squadra mobile di Cosenza Gianni Albano: “Abbiamo iniziato dalle immagini del sistema di video sorveglianza con la collaborazione del gestore e titolare della pompa di benzina. – ha dichiarato in conferenza stampa – Abbiamo verificato che c’era una macchina che si era fermata poi raggiunta da un’altra utilitaria dalla quale è scesa una persona che si è presentata agli altri. Questo era un carabiniere forestale che ha notato due persone avanti e cinque dietro. Si era avvicinato perché dalla vettura venivano gettati dei sacchetti per strada. Poi si verifica quello che si vede nelle immagini”.

Per bloccare le vittime all’interno del mezzo uno degli indagati “rompe una maniglia dell’auto dall’interno e questo fa sì che non si apra. – ha spiegato sempre il capo della mobile – Il conducente scende e apre il cofano. Non è chiaro se la benzina fosse già all’interno dell’auto o l’ha messa dal distributore. L’altro prima di scendere rompe la maniglia per evitare l’apertura delle porte. Le vittime cercano di uscire davanti ma non riescono. L’unico che si salva ci riesce perché scende dal cofano e scappa”.

A proposito del superstite, l’afghano Taj Mohammad Alamyar, alla domanda se quest’ultimo possa essere “un complice che fortuitamente si è salvato perché lo hanno fatto salvare”, il procuratore D’Alessio fa capire che non ci sono elementi, ma allo stesso tempo è escluso nulla: “Allo stato – sono le sue parole – dico che tutto è umanamente possibile. Noi facciamo i conti con la probabilità. Sappiate che si è condannati o non condannati, anche all’ergastolo, sulla base di un elevato giudizio di probabilità logica. Tutto è possibile nella vita, ma mi hanno insegnato che quando qualcosa è processualmente possibile, devo avere degli elementi a supporto”.

Il movente del delitto non è ancora chiaro per il procuratore: “Il caporalato – ha sottolineato – è una delle piste, ma non l’unica. Sul contesto stiamo ancora indagando. In questo momento il quadro indiziario è stato mirato all’identificazione degli autori” dell’omicidio “e lo sottoponiamo così al giudice. Ovviamente ogni azione ha sempre un inquadramento e un contesto e anche su quello stiamo lavorando. È evidente che un episodio del genere ha certamente delle motivazioni, ha certamente dei contesti in cui si inserisce. Su questo stiamo lavorando con la stessa solerzia, con la stessa attenzione e con lo stesso scrupolo che abbiamo impiegato per individuare coloro che a nostro avviso erano i gravemente indiziati. Se adesso vi dicessi qual è il movente e qual è il contesto diremmo una cosa che non ha un carattere di forza totale perché ci stiamo lavorando da 48 ore”.

Il refrain del magistrato è che non può soddisfare tutte le domande dei giornalisti: “Se non rispondiamo – ha concluso D’Alessio – è soltanto per il rispetto della legge e di efficacia dell’indagine perché va avanti con serietà, spirito di squadra e rigore perché ragioniamo su quello che possiamo dimostrare”.

L'articolo Strage di braccianti ad Amendolara, il procuratore D’Alessio: “Episodio di gravità inaudita. Il caporalato è una delle piste, ma non l’unica” proviene da Il Fatto Quotidiano.

I morti di Amendolara sono il sintomo di un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia

3 June 2026 at 17:26

Ci sono momenti in cui un Paese è costretto a guardarsi allo specchio, anche quando lo specchio restituisce un’immagine che non vorremmo vedere. Le fiamme di Amendolara, che hanno inghiottito quattro giovani migranti intrappolati in un’auto, è uno di quei momenti. È una ferita aperta che non si può coprire con la retorica, né archiviare come episodio isolato. Piuttosto pare essere il sintomo di qualcosa di più profondo, più antico, più radicato: un’Italia che ha smesso di vedere gli esseri umani che lavorano nei suoi campi, che raccolgono la sua frutta, che reggono pezzi interi della sua economia. Un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia.

Nel 1989, quando Jerry Essan Masslo venne ucciso a Villa Literno, il Paese si scoprì improvvisamente vulnerabile, colpevole, impreparato. La sua morte scosse le coscienze, portò in piazza migliaia di persone, costrinse la politica a muoversi e tutto ciò sembrava l’inizio di una nuova stagione. Invece, 36 anni dopo, siamo ancora qui a raccontare storie che assomigliano troppo alla sua. Cambiano i nomi, cambiano i luoghi, ma non cambia la sostanza: uomini e donne costretti a vivere ai margini, a lavorare in condizioni che non chiameremmo mai “lavoro” se riguardassero i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri amici.

Il caporalato non è un fenomeno marginale né un’emergenza improvvisa: è un sistema economico strutturale del valore di oltre 5 miliardi di euro l’anno, coinvolge circa 230.000 lavoratori sfruttati, di cui almeno 150.000 migranti, e prospera in tutte le regioni italiane. Le ispezioni dell’Ispettorato Nazionale del Lavoro mostrano che più del 70% delle aziende agricole controllate presenta irregolarità, e in un caso su tre si tratta di sfruttamento grave. Pertanto questo fenomeno non è un incidente della storia italiana: è una sua ombra lunga. Muove miliardi, sfrutta centinaia di migliaia di persone, si insinua nelle pieghe di una filiera che premia il prezzo più basso e ignora il costo umano.

Le baraccopoli che bruciano, i turni massacranti, le paghe da fame, i trasporti gestiti dai caporali non sono eccezioni: sono la normalità per chi vive senza tutele, senza diritti, senza voce. E quando la vita di un essere umano vale meno di un cassone di pomodori, allora non è solo il lavoratore a essere tradito: è la nostra democrazia. La tragedia di Amendolara non è solo cronaca nera, piuttosto è un grido! Un grido che ci chiede dove eravamo mentre tutto questo accadeva. Dove erano le istituzioni quando quei ragazzi dormivano in baracche senza acqua né luce. Dove eravamo noi, cittadini, quando il linguaggio pubblico trasformava i migranti in numeri, in problemi, in minacce. Dove eravamo quando l’odio diventava normale, quando la paura diventava argomento politico, quando la dignità diventava un lusso.

Eppure, basterebbe poco per cambiare rotta. Basterebbe ricordare che l’Italia è stata un Paese di emigranti, che milioni di nostri connazionali hanno vissuto sulla propria pelle lo stesso disprezzo, la stessa esclusione, la stessa fatica. Basterebbe guardare negli occhi chi oggi lavora nei nostri campi e riconoscere in lui la stessa speranza che animava i nostri nonni quando partivano con una valigia di cartone. Basterebbe capire che migliorare le condizioni di lavoro dei migranti non è un favore: è un dovere. È un atto di giustizia. È un modo per dire che la vita umana non è negoziabile.

Alle famiglie delle vittime di Amendolara, e a tutte le famiglie che hanno perso un figlio, un fratello, un padre nelle pieghe oscure dello sfruttamento, va un cordoglio che non può essere solo una formula. Il vero cordoglio è la promessa di non voltarsi più dall’altra parte. È l’impegno a combattere l’odio che avvelena il dibattito pubblico. È la volontà di spezzare il meccanismo dello sfruttamento che condanna migliaia di persone a vivere nell’ombra. È la scelta di dire basta a un caporalato che gioca sulle spalle di chi, ogni giorno, contribuisce alla nostra economia in condizioni che non dovrebbero esistere in un Paese civile.

Non possiamo restituire la vita a chi l’ha persa. Ma possiamo fare in modo che la loro morte non sia inutile. Possiamo costruire un’Italia che non abbia paura dell’accoglienza, che non tolleri lo sfruttamento, che non accetti più che qualcuno viva e muoia ai margini. Possiamo farlo per loro, per noi, per la nostra storia. E soprattutto per il Paese che vogliamo diventare.

L'articolo I morti di Amendolara sono il sintomo di un’Italia che ha dimenticato troppo in fretta la propria storia proviene da Il Fatto Quotidiano.

Braccianti uccisi ad Amendolara, i sindacati: “È tratta di schiavi, dietro c’è la ‘ndrangheta”

3 June 2026 at 15:38

“È un sistema che fa capo alla ‘ndrangheta, alle organizzazioni malavitose locali”. Con questo commento, Gianfranco Trotta, segretario generale della Cgil Calabria, ha parlato dei quattro braccianti bruciati vivi in un minivan ad Amendolara: avevano solo chiesto di essere pagati. “L’agricoltura in Calabria è piena di questi caporali – prosegue Trotta -. Peraltro qui abbiamo il fenomeno del ‘caporale di emigrazione’, perché prendono i braccianti qui in Calabria e li portano a lavorare d’estate nei campi del Metapontino, addirittura in Puglia, per poi utilizzarli di nuovo in Calabria nel momento in cui è la stagione degli agrumi”.

Le vittime sono Ullah Ismat Qiemi, di 19 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, Safi Iayjad, 27 anni, e Waseem Khan, il più grande, di 29 anni. Raccoglievano le fragole nella campagna della Basilicata, sfruttati e maltrattati. I loro aguzzini, e poi anche assassini, sono Safeer Ahmed e Ali Raza, due pachistani, ora in carcere, che per punirli li hanno cosparsi di benzina per poi appiccare il fuoco con un accendino nella stazione di servizio lungo la statale 106. Solo uno si è salvato, Mohammad Taj Alamyar, 35 anni: “Ieri il superstite – ha spiegato Trotta- ha avuto modo di dichiarare che questi migranti lavoravano in un’azienda a Scanzano Ionico, in Basilicata, assunti dal 20 aprile, e non erano stati mai pagati. E la lite nasce dalle richieste di soldi, fino ad arrivare all’abominio umano. La perdita totale dell’umanità si è vista in quel filmato. Ed è chiaro che appartengono a un sistema, perché il superstite ha parlato di droga, ha parlato di pistole”, ha concluso.

Un sistema radicato

Dietro alla strage non ci sono solo i due caporali pachistani, ma un sistema radicato e ramificato, sostiene Trotta: “Sulla Strada Statale 106 basta mettersi la mattina alle quattro per capire che ci sono tanti furgoni che transitano, carichi di lavoratori, in alcuni casi regolarmente registrati che vanno a lavorare, ma in tanti altri no. Perché lo ripeto: a fronte di un caporale c’è un’azienda che si rivolge a lui. E noi dobbiamo spingere sulle aziende, sul cambio culturale di queste aziende”. Una posizione sostenuta anche dalla Flai Cgil Calabria: “La barbara esecuzione dei lavoratori è calata all’interno di un sistema più ampio, di silenzi, omertà e responsabilità”.

“Pensate veramente che due persone che vengono da fuori Italia possano gestire il caporalato in un paese senza la copertura della mafia?”, si è chiesto il segretario generale della Uil, Pierpaolo Bombardieri. Non bisogna fermarsi ad identificare “i due pachistani perché bisogna dire con forza che in Calabria le operazioni avvengono se c’è la copertura della mafia. Non basta identificare chi ha dato fuoco alla macchina ma le coperture che quei due delinquenti avevano e le coperture le dà la mafia”, ha ribadito il segretario. “Mi aspetto e spero che si parli non di incidente sul lavoro, non di caporalato ma si parli di tratta degli schiavi e che si riesca ad identificare quale clan mafioso copre quei due delinquenti”.

Anche l’associazione Libera ha parlato di mafia e di come questa si nasconda dietro il sistema del caporalato. “In tutto questo hanno facile gioco le mafie: quelle internazionali che gestiscono la tratta e quelle locali che controllano il caporalato o assoldano manodopera criminale a basso costo fra i disperati. Ma a prosperare è anche un sistema di illegalità che non è mafioso in senso stretto, eppure con le mafie condivide il disprezzo per la vita umana”. “I quattro giovani lavoratori morti ad Amendolara non sono vittime di una fatalità – conclude Libera Basilicata -. Sono vittime di un sistema che continua a considerare il lavoro come una merce da comprimere, i diritti come un costo da ridurre e le persone come strumenti sacrificabili lungo la catena della produzione”.

Problema di legislazione

Anche il segretario generale della Cgil Basilicata, Fernando Mega, ha fatto appello alle istituzioni, chiedendo la convocazione urgente nella Prefettura di Matera del tavolo della Sicurezza e del caporalato: “È l’ennesima dimostrazione di come il caporalato nel Metapontino sia strutturato e radicato. Nel Mezzogiorno – ha aggiunto – siamo tornati al 1800, alla pre-industrializzazione. Il lavoro nel nostro Paese è sempre più precario e sfruttato, fino a vere e proprie forme di nuova schiavitù”. Mega ha poi criticato il decreto flussi, ritenendolo una della cause principali di questo sfruttamento: “I tragici fatti di Amendolara mettono in evidenza come il cosiddetto decreto flussi per l’ingresso di lavoratrici e lavoratori stranieri, oltre ad essere palesemente inefficace, continua a produrre irregolarità e ingiustizie. Non è mai stato uno strumento per garantire ingressi legali e sicuri perché si basa sull’incrocio tra domanda e offerta di lavoro a distanza”. La “mancanza di trasparenza – ha concluso – e l’opacità dei meccanismi di intermediazione continuano a lasciare migliaia di persone nelle mani di sfruttatori e soggetti senza scrupoli, come dimostrato dai terribili fatti degli ultimi mesi”. Un attacco arrivato anche da Usb: “Dall’introduzione della scellerata legge Bossi-Fini in poi, passando per tutti i provvedimenti successivi che ne hanno ricalcato la logica, lo Stato italiano ha scientemente scelto di criminalizzare i migranti. Legando il permesso di soggiorno al contratto di lavoro, queste leggi non hanno contrastato l’illegalità, ma l’hanno programmaticamente prodotta. La Bossi-Fini e i decreti successivi sono il braccio armato del caporalato – ha commentato la sigla sindacale -. Riducendo i lavoratori a ‘clandestini’ hanno tolto loro ogni potere contrattuale e la possibilità stessa di denunciare i propri aguzzini per paura dell’espulsione”.

L'articolo Braccianti uccisi ad Amendolara, i sindacati: “È tratta di schiavi, dietro c’è la ‘ndrangheta” proviene da Il Fatto Quotidiano.

Il sistema della “mafia del Pakistan” nei campi della Basilicata: braccianti sorvegliati e testimoni intimiditi

3 June 2026 at 15:25

È il 10 marzo scorso, in collegamento con la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia sono tutti schierati dietro un tavolo della prefettura di Matera. Raccontano cosa hanno scoperto seguendo il filo rosso lasciato da uno spaventoso incidente stradale in Val d’Agri, avvenuto in autunno: quattro braccianti stranieri morti, altri sei feriti. La presidente Chiara Gribaudo chiede, loro rispondono per quanto possibile perché le inchieste sono ancora aperte e gli accertamenti tutt’altro che finiti. La strage di Amendolara, in provincia di Cosenza, è la punta dell’iceberg di quanto avviene nelle campagne al confine tra Basilicata e Calabria: lo raccontano bene i vertici delle forze dell’ordine di Matera nel corso di quella audizione di tre mesi fa. Basta riascoltare le parole del questore Mario Della Cioppa, del comandante provinciale dei carabinieri Giovanni Russo e del comandante della Guardia di Finanza Roberto Maniscalco.

La “mafia del Pakistan”

Rimettendo insieme i pezzi di vecchie inchieste e dell’indagine sulla morte dei quattro indiani che viaggiavano insieme ad altri 6 braccianti hanno scoperto molto altro. Così a dicembre erano arrivati quattro arresti: caporali, come i due pachistani fermati per aver bruciato da vivi tre afgani e un loro connazionale dentro il minivan nella stazione di servizio tra Amendolara e Roseto Capo Spulico. Il canovaccio è sempre lo stesso, l’humus dal quale affiorano le indagini non cambia mai. Per questo l’unico sopravvissuto alla strage di lunedì, Taj Mohammad Alamyar, ha usato un’espressione calzante: “Mafia del Pakistan”.

I testimoni nelle strutture protette

Davanti alla Commissione, il racconto dei vertici delle forze dell’ordine era stato chiarissimo: dalle indagini coordinate dalla procura di Matera, guidata da Alessio Coccioli, era emerso un quadro netto. Allora, come nella vicenda di Amendolara, c’erano i 300 euro da lasciare ai caporali per un alloggio fatiscente che costringeva a vivere i braccianti in “condizioni degradanti”, aveva raccontato il comandante Russo. Svelando anche un retroscena dell’inchiesta che sostanzia il comportamento mafioso di quei caporali: i superstiti della strage in Val d’Agri, spiegò, erano stati intimiditi dai caporali affinché fornissero una ricostruzione annacquata, sostanzialmente falsa, agli investigatori. Una vera e propria minaccia che aveva spinto carabinieri e polizia a spostare i braccianti sopravvissuti in una struttura protetta al fine di tutelarsi e garantire un racconto veritiero: un trattamento riservato ai testimoni di giustizia che decidono di rompere il muro di silenzio imposto dai clan mafiosi.

I metodi di sorveglianza e il secondo livello

Anche grazie a questi accorgimenti, gli inquirenti erano arrivati all’arresto dei quattro caporali ed erano riusciti a rimettere insieme un quadro accusatorio solido. Nelle carte, si racconta di paghe giornaliere da 42 euro per 8 ore di lavoro nei campi alle quali aggiungere altre 2-3 ore trascorse sui bus per andare e tornare dai terreni. “Erano sottoposti a metodi di sorveglianza assolutamente vietati, dovevano chiedere il permesso per andare in bagno. E non sempre li veniva accordato”, avevano spiegato gli investigatori. Delineato la posizione dei caporali, la procura di Matera sta ora mettendo a fuoco un secondo livello, quello dei datori di lavoro, per verificare un loro eventuale coinvolgimento in quello che tra Siberitide e Piana di Metaponto appare come un “sistema” collaudato.

Gli imprenditori denunciati e i reclutatori

Del resto la Finanza, a novembre 2025, aveva denunciato i titolari di una trentina di aziende agricole della costa jonica lucana per il mancato versamento dei contributi dei dipendenti. L’ammanco era considerevole: oltre 2 milioni di euro, nei quali era compreso anche il 9% a carico del lavoratore. In sostanza, gli imprenditori aveva trattenuto sui loro conti correnti circa 200mila euro dei braccianti lucrando ulteriormente sul loro lavoro già mal pagato. Un sistema nel quale la Cgil Calabria continua a insistere sul coinvolgimento della ‘ndrangheta e che, certamente, non finisce ai caporali. In alcune inchieste degli anni scorsi erano emersi anche alcuni reclutatori in Nord Africa il cui compito era fornire una sorta di lista di braccianti da arruolare; in cambio intascavano tra i 5 e 10mila euro per favorire la loro assunzione fittizia nelle aziende. Lo schema si è ripresentato, in una sorta di eterna replica, in un’altra più recente indagine della Dda di Potenza. Un “sistema”, appunto, con caporali e livelli superiori che spartiscono la torta sulle spalle dei disperati allestendo una partita truccata, nella quale a perdere erano e sono sempre i braccianti.

L'articolo Il sistema della “mafia del Pakistan” nei campi della Basilicata: braccianti sorvegliati e testimoni intimiditi proviene da Il Fatto Quotidiano.

“Un euro e cinquanta all’ora, pagati come in Kenya”: parlano gli operai sfruttati al cantiere del consolato Usa

3 June 2026 at 12:41

“Un euro e cinquanta all’ora. Dieci ore al giorno, sei giorni su sette. Quando sono arrivato in Italia credevo che la vita fosse migliore che in Kenya e invece..”. Davanti al cantiere del consolato Usa di Milano, Joseph (nome di fantasia) si mischia tra le bandiere dei sindacati confederali che si sono date appuntamento questa mattina per protestare contro lo sfruttamento fatto emergere dalla procura di Milano. “Ci venivano a prendere dal residence alle sei del mattino e ci riportavano indietro alle sei di sera” aggiunge l’uomo che aveva già lavorato per la stessa ditta. “Sul contratto con il quale ci hanno fatto prendere il visto, lo stipendio era di 2200 euro”.

Ma la realtà è differente. E quando i sindacati hanno provato ad entrare nel cantiere sono stati respinti per “questioni di extraterritorialità”. Una situazione che secondo Fillea Cgil, Filca Cisl e Fenea Uil “non è l’eccezione ma la punta di un iceberg”. I controlli in un settore che è sempre più in espansione sono insufficienti. “Non bastano venti ispettori in tutta Milano – conclude il segretario della Camera del Lavoro di Milano Luca Stanzione – chiediamo che il governo intervenga aprendo un tavolo con noi perché solo con gli ispettori si possono controllare i cantieri. Senza gli ispettori le leggi non vengono applicate”.

L'articolo “Un euro e cinquanta all’ora, pagati come in Kenya”: parlano gli operai sfruttati al cantiere del consolato Usa proviene da Il Fatto Quotidiano.

Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni

3 June 2026 at 11:38

È “mafia” certamente quella che fa da cornice alla strage di Amendolara, ma chiamarla “mafia del caporalato” può essere depistante e riduttivo.

Quattro persone, quattro lavoratori, bruciati vivi per punizione perché hanno avuto l’ardire di chiedere il dovuto dopo tanto sfruttamento non dovrebbero essere segregate anche da morte attraverso il linguaggio che si sceglie per descriverne il destino. “Mafia del caporalato” è una definizione che rischia, al di là delle intenzioni di chi adopera queste parole, di indurre in chi legge una rappresentazione falsante della realtà, come se la questione fosse riconducibile ai rapporti violenti interni alla popolazione straniera, immigrata in Italia per cercare opportunità di lavoro. Stranieri che sfruttano altri stranieri, punto.

Torna in mente quello che si usava dire qualche decennio fa parlando delle mafie nostrane: “Tanto si ammazzano tra di loro”. Anche questa affermazione era riduttiva e falsificante, serviva infatti a chi la adoperava per contenere l’allarme sociale, per rassicurare l’opinione pubblica: non temete, alle persone per bene non può succedere niente di male. La storia devastante degli anni ’80 e ’90 del secolo scorso si è poi incaricata di sgombrare il campo da questa ipocrita anestesia delle coscienze: la violenza mafiosa non ha risparmiato nessuno, né servitori dello Stato, né inermi cittadini, arrivando a mettere in pericolo la tenuta stessa delle Istituzioni.

In modo non del tutto diverso anche parlare di “mafia del caporalato” serve a rassicurare, serve a lasciare tranquille le coscienze dei più, per la verità già sollecitate oltre modo da dosi massicce di violenza feroce, con l’idea che questa atrocità non abbia nulla a che fare con le persone per bene. Una definizione che rischia addirittura di fare il gioco dei razzisti nostrani, confermandoli nei loro pregiudizi grotteschi, quelli buoni a fomentare le piazze al grido di “Remigrazione, remigrazione!”.

È dunque certamente “mafia” nella misura in cui, secondo l’articolo 416 bis del Codice Penale, il reato-fine – ovvero il profitto illecito – viene consumato da una organizzazione criminale capace di ottenere omertà e assoggettamento attraverso la forza di intimidazione del vincolo associativo, ma non è “mafia dei caporali”: è “mafia dei padroni” che utilizzano i caporali. Ne ero già convinto più di dieci anni fa quando da deputato, membro della Commissione parlamentare antimafia e presidente del Comitato Testimoni di Giustizia, proposi di audire alcuni braccianti che avevano denunciato gli sfruttatori. Proposta accolta non senza qualche riserva: a qualcuno sembrò impropria come iniziativa, dal momento che non risultava il coinvolgimento diretto delle organizzazioni mafiose, formalmente qualificate come tali.

Ma, si sa, il “metodo mafioso”, rilevante di per sé pure sul piano giudiziario, ha molti adepti che non ostentano coppole e lupare. Il punto è che la “mafia del caporalato” non potrebbe esistere se non ci fossero i “padroni italiani” che si avvalgono di quelle braccia schiavizzate, nella migliore delle ipotesi facendo finta di non sapere e nella peggiore contribuendo direttamente al sistema di sfruttamento, talvolta anche sostituendosi al “caporale” straniero e organizzandolo in proprio.

Niente di nuovo, si potrebbe dire: l’attuale rapporto criminale tra padroni e caporali ricorda molto quello che ci fu tra i latifondisti e i campieri nelle campagne meridionali di un secolo fa. Quei “campieri” divennero poi il braccio armato e capillare di Cosa Nostra (i cui capi già allora si confondevano nell’alta borghesia palermitana). Lo avevamo capito bene dieci anni fa quando approvammo in Parlamento una buona legge, la 199 del 2016, che ebbe il merito di riformare l’articolo 603 bis del Codice Penale, che pure era stato “infilato” nel codice soltanto nel 2011. Nel 2011, in risposta a tragedie analoghe, il Parlamento aveva finalmente (!) introdotto il reato di intermediazione illecita di manodopera, escludendo però dal perimetro della condotta illegale il mandante di questa intermediazione e cioè il “padrone” (difficile stupirsene).

Nel 2016, dopo altre tragedie, il Legislatore riparò l’errore: il nuovo 603 bis considera responsabile tanto il caporale quanto il padrone, considera consumato il delitto di sfruttamento nel momento stesso in cui si accerti che padrone e caporale abbiano approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, infatti considera la minaccia o la violenza nello sfruttamento una aggravante della condotta, punisce il padrone anche in assenza del caporale quando sia provato che abbia approfittato delle condizioni di vulnerabilità del lavoratore, prevedendo anche la confisca dell’azienda agricola.

La 199 del 2016 aveva poi una seconda parte non penale, che serviva a premiare il lavoro agricolo di qualità, cioè a valorizzare la filiera agro-alimentare che certificasse il rispetto dei diritti dei lavoratori e delle lavoratrici. Che fine ha fatto? Allora ebbe scarso rilievo. Forse perché ieri come oggi c’è un capitalismo spudorato che semplicemente considera lo sfruttamento una componente fondamentale e irrinunciabile del profitto, generando un sistema economico anticostituzionale e quindi tanto più illegale, che dovrebbe essere severamente contrastato dalla Repubblica. Quale altro “ordine” dovrebbe infatti essere tutelato dalle nostre forze di polizia?

L'articolo Amendolara, è fuorviante parlare di ‘mafia del caporalato’: così si esclude la responsabilità dei padroni proviene da Il Fatto Quotidiano.

La strage di Amendolara | Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole

2 June 2026 at 18:25

Mafia, capito? Mafia”. Nella tragedia immane che si è consumata ieri ad Amendolara, in provincia di Cosenza, dove quattro braccianti agricoli pakistani sono stati bruciati vivi, la lezione morale la dà a tutti un altro bracciante, questa volta afgano. Taj Mohammad Alamyar era a bordo del minivan assieme alle vittime ed è l’unico scampato alla furia dei due “caporali” che, stando al suo racconto ai microfoni della Rai, gli hanno lanciato benzina addosso per poi tentare con un accendino di trasformarlo in una torcia umana. In parte ci sono riusciti, ma nonostante le ustioni al braccio e in altre zone del corpo, Taj ha rotto il finestrino e si è messo in salvo mentre gli assassini si allontanavano dalla scena del delitto. Oggi è l’unico superstite, il testimone chiave dell’omicidio plurimo consumato nella Sibaritide dove la storia è quella di cinque braccianti che si sono ribellati al sistema dei caporali e quattro di loro hanno pagato con la vita.

Lo sfruttamento e la punizione

Il filmato, registrato dalle telecamere di videosorveglianza della stazione di servizio, ha inchiodato i responsabili consentendo alla Procura di Castrovillari di emettere nei loro confronti un provvedimento di fermo. Ai magistrati, invece, il movente lo ha spiegato Taj che ai giornalisti ha mostrato pure la casa di Villapiana dove abita assieme ad altri dieci migranti, tra cui fino a ieri c’erano anche i quattro pakistani carbonizzati alla stazione di servizio. Poche stanze prese in affitto a 500 euro al mese. Soldi pagati con i quattro spicci racimolati raccogliendo le fragole. Delle 50 euro che prendevano al giorno lavorando nei campi, erano costretti a darne 5 a testa ai caporali per il trasporto da una campagna all’altra dell’alto jonio cosentino. Non ci stavano più a percepire buste paga fittizie da 350 euro al mese. Volevano un contratto regolare e per questo si sono lamentati con i connazionali che gestivano la manodopera nei campi di proprietà degli italiani. Caporali che prima li hanno minacciati con coltelli e pistole per farli continuare a lavorare alle loro condizioni. E poi li hanno puniti, bruciandoli vivi e senza mostrare un minimo di pietà.

Il buco nero tra Sibaritide e Metapontino

“Mafia, capito? Mafia”. Anche se probabilmente Taj non si riferiva alla criminalità organizzata calabrese (la ‘ndrangheta), le sue parole pronunciate in un italiano stentato hanno reso bene l’idea dell’inferno vissuto dai braccianti agricoli tra la Sibaritide e la Piana del Metapontino, nel materano. Un inferno che tutti conoscono e che tutti ignorano. Fantasmi nelle mani di altri fantasmi. Vite a perdere, arrivate dall’altra parte del mondo con la speranza di migliorare le proprie condizioni, che finiscono a stare con la schiena piegata tutto il giorno per pochi euro l’ora. Non è la prima volta e non sarà l’ultima: da decenni il fenomeno del caporalato è lì a scandire le stagioni della Sibaritide e del Metapontino e riaffiora solo quando le tragedie riempiono le colonne dei giornali. Come quella di Amendolara dove i pakistani la fanno da padroni. Quattro di loro sono stati arrestati a dicembre al termine di un’indagine iniziata il 4 ottobre 2025 quando un tragico incidente stradale, avvenuto a Scanzano Jonico, ha portato alla luce un sistema di sfruttamento nei campi agricoli della Basilicata.

I precedenti: stesso canovaccio

Dieci braccianti stranieri viaggiavano stipati in un’auto sulla statale 598 dove il mezzo si è scontrato con un autocarro. Il bilancio è stato di quattro indiani morti. L’inchiesta della Procura di Matera ha svelato che i braccianti venivano reclutati per la raccolta di fragole nei vari comuni lucani. La storia è simile a quella dei pakistani carbonizzati ad Amendolara i cui nomi ancora nessuno conosce perché a nessuno interessano. Così come quelli degli indiani morti a Scanzano Jonico, braccianti che dormivano in alloggi sovraffollati, senza condizioni igieniche adeguate e costretti dai caporali a turni massacranti (anche nei giorni festivi) con paghe da fame che non rispettavano i minimi contrattuali. Nel 2023 una vicenda simile si verificata nel Metapontino dove i carabinieri, oltre a sette caporali, hanno arrestato due italiani titolari di un’azienda agricola dove i migranti venivano pagati cinque euro l’ora per lavorare fino a oltre 10 ore al giorno compresa la domenica. Un “privilegio”, quello di essere sfruttati, che i braccianti africani ottenevano solo dopo aver pagato circa 6mila euro ad altri connazionali i quali ricevevano anche 3 euro al giorno dai migranti per avere diritto ad un posto dove dormire, di solito in una struttura fatiscente.

“Intrappolati in un sistema”

Ritornando al plurimo omicidio di Amendolara e ai pakistani carbonizzati lunedì nella piazzola della stazione di servizio, in una nota il segretario generale della Cgil Calabria Gianfranco Trotta chiede “alle forze dell’ordine chiarezza e soprattutto un supporto maggiore alla politica, con azioni più concrete, legate anche ai progetti finanziati che siano sempre più di aiuto, affinché si contrasti l’abominio della quotidianità che vivono i lavoratori, spesso migranti, nelle nostre campagne: precarietà, trasporto, insicurezza e vulnerabilità estrema, ricatto e violenza”. “Non si può più tollerare – scrive il sindacato – che la piana di Sibari sia continuamente segnata da sfruttamento lavorativo e caporalato”. Per la segretaria generale della Uila Enrica Mammucari, “nella giornata in cui celebriamo gli 80 anni della nostra Repubblica democratica, fondata sul lavoro, i drammatici eventi accaduti nel cosentino emergono con un contrasto tanto stridente quanto doloroso, restituendo l’immagine di una rottura del patto sociale che dovrebbe tenere insieme sviluppo economico e tutela dei diritti dei lavoratori”. Per questo, secondo la Uil, c’è “la necessità dell’introduzione di un permesso di soggiorno per attesa occupazione per quei lavoratori che, entrati regolarmente in Italia con i precedenti decreti flussi, sono rimasti intrappolati in un sistema che li ha resi irregolari alla scadenza del contratto, esponendoli al rischio dello sfruttamento”.

“Oltre le fiaccolate: serve una mobilitazione civile”

Più duro il commento del vescovo di Cassano allo Jonio Francesco Savino secondo cui l’omicidio dei quattro braccianti pakistani è una “ferita morale, sociale e spirituale che squarcia il velo d’ipocrisia su una terra intera. Una striscia di Calabria dove il mare, il lavoro povero, la migrazione e la violenza criminale finiscono troppo spesso per sovrapporsi, diventando un’unica ferita aperta”. Secondo il vescovo, “non bastano il cordoglio, la pietà, la commozione di circostanza. Qui bisogna pronunciare una parola sola, nuda, cristiana, necessaria: basta. Basta con una terra che piange i morti e poi torna troppo in fretta alle proprie abitudini. Basta con una coscienza pubblica che si indigna al mattino e dimentica alla sera. Basta con un’economia che, in troppi luoghi, continua a reggersi sulla schiena piegata degli ultimi, sulla fatica invisibile dei migranti, sulla solitudine dei braccianti, sulla paura di chi lavora senza tutele, senza voce, senza protezione. Ci sono fenomeni che non nascono dal nulla. Il caporalato non è una deviazione marginale, non è una stortura folkloristica, non è un residuo antico dimenticato nei campi. È un sistema. È una struttura di dominio. È una forma moderna di schiavitù che prospera dove il lavoro diventa carne da spremere, dove il bisogno si trasforma in catena, dove la fragilità dei migranti viene convertita in profitto. Chiedo allo Stato di esserci con tutta la sua forza, non soltanto dopo il sangue, ma prima nelle campagne, nelle filiere agricole, nei luoghi di reclutamento della manodopera, negli alloggi indegni, nei trasporti opachi, nei rapporti di lavoro irregolari, nelle sacche di vulnerabilità dove il caporalato mette radici”. Proprio per questo, monsignor Savino auspica una mobilitazione civile che vada oltre le fiaccolate. Il vescovo parla di “una “rivolta delle coscienze perché la Calabria non può continuare a essere raccontata solo dopo che il male ha già lasciato i suoi morti sull’asfalto”.

L'articolo La strage di Amendolara | Bruciati vivi perché si sono ribellati ai caporali: vite a perdere, storia dei fantasmi che raccolgono le fragole proviene da Il Fatto Quotidiano.

❌