A Cuba non si potrà più pagare con carte Visa e Mastercard. A partire da sabato 6 giugno, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, i due circuiti di pagamento non saranno più in uso. Lo comunica la Banca Centrale cubana, sottolineando che le sanzioni di Trump hanno spinto una banca estera a interrompere i rapporti con l’istituto finanziario statale Fincimex.
“Il 2 giugno abbiamo ricevuto una comunicazione dalla banca estera che gestisce le transazioni effettuate a Cuba con Visa e Mastercard, in cui ci veniva comunicata la sua decisione di interrompere i rapporti con Fincimex S.A.”, si legge in un comunicato in cui si definisce la decisione Usa come una “strategia di asfissia del presidente Donald Trump“. Fincimex è il braccio finanziario del conglomerato militare cubano Gaesa, recentemente sottoposto a sanzioni da parte di Washington. Nell’ultimo periodo le pressioni politiche di Washington su L’Avana sono aumentate sempre di più, insieme alle tensioni militari.
Una scia di sanzioni che ha portato negli ultimi giorni anche all’addio di alcune famose catene alberghiere che hanno deciso di lasciare l’isola. Melià ha infatti annunciato la fine delle attività in 15 hotel cubani e lo stesso aveva fatto Iberostar il 1° giugno in 12 strutture, cedendo quindi alle sanzioni Usa contro Gaesa, un conglomerato militare che controlla il turismo sull’isola.
Nella nota la Banca Centrale sottolinea che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera come i contanti, le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (di origine russa) e UnionPay (di origine cinese).
“The era of deportations has begun.” A few months ago, this line from far‑right Swedish MEP Charlie Weimers sounded like a provocation. Now, after the agreement on the EU’s new Return Regulation between Parliament, the member states and the Commission, it reads more like an accurate description of the European Union’s political direction. With the legal framework for sending migrants to deportation camps outside Europe nearly complete, several member states — Germany, Austria, the Netherlands, Denmark and Greece — have intensified their search for countries willing to host them, mainly in Africa, far from the European continent, according to diplomatic sources. The political battle is over; the geographical one is just beginning.
A sense of calm runs through Russia despite the fact that these are dangerous months. The hopes the Kremlin had placed on U.S. President Donald Trump handing Ukraine to it on a platter have faded; the war is a drain on Russia with no strategic victories, and security forces are tightening their control over the state just months before legislative elections that are shaping up as a plebiscite on Russian President Vladimir Putin.
Russian President Vladimir Putin attends a meeting of the Presidential Council for the State Policy to Promote the Russian Language and the Languages of the Peoples of Russia, Tuesday in Moscow, Russia.
Finora ha diretto l’agenzia federale che supervisiona i mutui immobiliari. Non ha alcuna esperienza nel settore dei servizi, né tanto meno in quello dello spionaggio o della sicurezza nazionale. Eppure Bill Pulte è stato nominato da DonaldTrump capo dell’intera intelligence Usa, dopo l’addio di Tulsi Gabbard, costretta a fare un passo indietro dopo che nei mesi scorsi aveva smentito Trump sul programma nucleare dell’Iran. Anche se la motivazione ufficiale che la porterà a lasciare la guida della National Intelligence è una grave malattia del marito. La scelta di Pulte è l’ennesima decisione anti-sistema di Trump, da anni orientato su scelte provocatorie per suscitare choc e oltraggio da parte delle elite di Washington odiate dalla sua base elettorale. E l’ultima nomina appare come una nuova, classica mossa politica anti-sistema del tycoon.
La scelta di Pulte, un fedelissimo di Trump che per mesi ha invocato il licenziamento dell’allora presidente della Fed Jerome Powell e ha presentato i dossier su irregolarità nelle richieste di mutui da parte di nemici del presidente, è destinata a creare controversie ancora maggiore di quelle provocate Gabbard. Esponenti politici, di entrambi gli schieramenti, hanno espresso perplessità per il fatto che ad una persona senza nessuna qualifica nel settore sia stato affidato il cruciale incarico, creato dopo l’11 settembre, per il coordinamento di tutte le agenzie di intelligence e i briefing del presidente.
“Gli americani hanno ogni ragione di preoccuparsi di quello che sta succedendo quando la persona scelta per supervisionare tutto, dall’anti-terrorismo alle minacce straniere sulle elezioni, sia scelto per la sua disponibilità a far avanzare l’agenda politica del presidente piuttosto che per la sua esperienza”, ha dichiarato il senatore dem Mark Warner, vice presidente della commissione Intelligence. Susan Collins, senatrice repubblicana che in più occasioni ha assunto posizioni invise a Trump, ha ammesso di non sapere se il nuovo ‘spymaster’ abbia mai ottenuto una security clearance, l’autorizzazione che viene data, dopo approfonditi controlli, per accedere a materiale top secret.
In effetti, lo stesso statuto che ha creato l’Office of the Director of National Intelligence prescrive che il direttore abbia “una vasta esperienza nel settore della sicurezza nazionale”, cosa che manca completamente a Pulte, che ha alle spalle una carriera di successo nella finanza come ha ricordato Trump nel post con cui ha annunciato la nomina lodando la sua “profonda esperienza nel gestire le questioni più delicate in America, la sicurezza e la solidità dei mercati”. A parte le critiche e le perplessità dei senatori – che va ricordato, almeno al momento non potranno passare al vaglio la nomina di Pulte che è stato incaricato ad interim, una prassi a cui Trump ricorre spesso – con la nomina dell’esperto di finanze e mutui alla guida di un incarico di intelligence, di cui alcuni influencer Maga hanno chiesto l’abolizione, Trump intende mandare un chiaro messaggio alla sua base di estrema destra, ribadendo il suo ruolo di sovvertitore contro sistema e ‘deep state’.
“Pulte è un tipo che fa le cose e poi si rimette al lavoro”, è stato per esempio il commento dell’attivista di estrema destra Jack Posobiec ai microfoni del podcast di SteveBannon, l’ex stratega della prima vittoria elettorale di Trump trasformatosi in un punto di riferimento del Maga, movimento che pone al centro della sua ideologia la convinzione che quelli che loro definiscono burocrati e elite, vale a dire i funzionariqualificati, vanno contro gli interessi degli americani e hanno fatto fallire le precedenti presidenze repubblicane. Un messaggio che JD Vance, il vice presidente che considera Maga e estrema destra come base fondamentale per la sua corsa per la Casa Bianca nel 2028, ha ribadito in un post su X con cui ha lodato Pulte per aver ricordato che “i burocrati della comunità di intelligence devono rispondere alla leadership eletta (e non il contrario)”.
Nel 2021 aveva 19 anni. Aveva assaltato il Campidoglio ed era stato condannato. Cinque anni dopo è stato assunto dal Pentagono nell’ufficio che si occupa di operazioni militari classificate e controterrorismo. L’ingresso al ministero della Difesa Usa di Elias Irizarry, scrive il Washington Post, ha suscitato preoccupazione tra alcuni funzionari del Dipartimento della Difesa, che ritengono inopportuno affidare un ruolo sensibile a una persona con precedenti legati all’assalto alle istituzioni statunitensi. Irizarry, che all’epoca dei fatti si era dichiarato colpevole di ingresso non autorizzato in un’area riservata, lavora nella sezione dedicata alla guerra irregolare e al controterrorismo, un’unità che si occupa anche di sicurezza delle ambasciate, recupero del personale e operazioni di salvataggio di ostaggi. Secondo fonti del Pentagono, tutte le posizioni richiedono autorizzazioni di sicurezza di livello top secret, mentre il portavoce Joel Valdez ha definito il giovane “un professionista qualificato e patriottico”.
Al momento dell’assalto al Campidoglio, Irizarry era una matricola al The Citadel, un’accademia militare pubblica della Carolina del Sud, e prestava servizio come cadetto nella Civil Air Patrol. Dopo essersi recato a Washington con altri due uomini, si era unito alla folla di sostenitori di Donald Trump che aveva forzato le linee di polizia e fatto irruzione nell’edificio mentre il Congresso certificava la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020. Secondo i pubblici ministeri, era entrato attraverso una finestra rotta brandendo un’asta di metallo, senza però colpire nessuno. Irizarry si è successivamente pentito pubblicamente del proprio coinvolgimento, per cui era stato condannato a 14 giorni di carcere. Nel 2023 è stato riammesso al The Citadel, dove si è laureato nel 2024. Durante l’udienza di condanna aveva dichiarato: “Mi vergogno, perché farò sempre parte di questo scempio. Il 6 gennaio ha rappresentato qualcosa di veramente orribile: è stato il più grave attacco alla nostra democrazia dai tempi della Guerra civile”.
Parla di guerra, di Iran, di Netanyahu che conferma di avere dichiarato essere “pazzo” – come rivelato da Axios – ma allo stesso tempo aggiunge di lavorare molto bene con lui. Spera di incontrare Khamenei e addirittura annuncia che l’Iran ha rinunciato all’arma nucleare. Quarantotto minuti di intervista con Miranda Devine, in esclusiva per il podcast Pod Force One della giornalista del New York Post. Il tema della guerra in Medioriente è centrale. Il capo della Casa Bianca, spiegando che sono in corso i negoziati per trovare un’intesa (“e se non la troveremo bene lo stesso, agiremo in un’altro modo”) dichiara che l’Iran ha accettato di non avere un’arma nucleare. “Poi possono cambiare idea, ma quella è stata la cosa principale”, ha proseguito col consueto linguaggio colloquiale, lontanissimo – come sempre – dalle formule della diplomazia. Ha poi detto di volere incontrare la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. “È coinvolto nei negoziati, nutrono molto rispetto verso di lui. Non ho avuto il privilegio di incontrarlo. Sento che non sta molto bene: gli mancano diverse parti. Sembriamo andare molto d’accordo con l’ayatollah. Vorrei incontrarlo e penso che lo incontrerò a un certo punto”. Quanto ai negoziati, che “stanno “evolvendo rapidamente”, oltre alla rinuncia all’arma nucleare “accadranno molte altre cose positive”, ha aggiunto, senza specificare a cosa facciano riferimento le sue dichiarazioni. Oltre a non avere alcun fondamento, visto che le parti non hanno esplicitato alcuna intesa, a smentire il presidente Usa è intervenuta l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina alle Guardie Rivoluzionarie, che ha riferito, citando alcune fonti, che “a causa dei crimini di Israele in Libano, l’Iran ha sospeso lo scambio di messaggi tramite intermediari fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni poste dall’Iran riguardo al Libano. Le affermazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla risposta iraniana contraddicono completamente la realtà”.
Ma il capo della Casa Bianca, come osservato sin dall’inizio del conflitto, ha spesso avanzato dichiarazioni e ultimatum che non hanno avuto seguito e che sono stati smentiti a stretto giro. Nel corso dell’intervista trova spazio anche il commento alle indiscrezioni di Axios rispetto a quanto pensi del primo ministro israeliano. Indiscrezioni che Trump ribadisce in pieno: ha confermato di aver dato del “fottutamente pazzo” a BenjaminNetanyahu, nel corso della loro recente telefonata per discutere del cessate il fuoco in Libano, ma ha ammesso comunque di “lavorare bene insieme” al primo ministro israeliano. “Ero un po’ turbato dai suoi continui combattimenti in Libano – ha detto Trump – Ma mi piace molto Bibi. E lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra, e lui è un primo ministro in tempo di guerra”. Ha poi deriso le affermazioni secondo cui sarebbe stato ingannato da Netanyahu per entrare in guerra contro l’Iran. “Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare – ha detto -. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare”. Questo, ha aggiunto, “riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Israele non esisterebbe. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso”.
Parla anche dell’ipotesi del tutto remota dell’invio di truppe Usa in Iran, tema caro all’opinione pubblica americana. “Abbiamo eliminato gran parte del loro esercito solo con le bombe”, ha detto, dunque non c’è alcun bisogno dell’invio di soldati sul campo. Ed esaltando se stesso per il lavoro svolto alla presidenza, ha descritto gli Stati Uniti come il Paese “più ‘hot’ e più di successo nel mondo”, tanto che anche il presidente cinese Xi Jinping – che ha incontrato a metà maggio a Pechino – “ammira” quanto ottenuto dal presidente americano nel suo secondo mandato alla guida del Paese. Infine, in contrapposizione al suo lavoro, dedica anche una parte dell’intervista a denigrare JoeBiden, definendo “stupide” le persone che facevano parte della sua squadra. E per marcare la differenza col predecessore, ha ricordato che le sue capacità cognitive sono “al 100%”.
The Mexican government’s campaign against foreign interference has reached U.S. Ambassador to Mexico Ronald Johnson. The U.S. representative this week clashed with President Claudia Sheinbaum after her Sunday speech, in which she protested U.S. interference in Mexico’s internal politics. Johnson, a former Green Beret appointed by Donald Trump to press for action against the drug cartels, replied with a social media post that the Mexican leader acknowledged almost immediately: “Ambassadors must be respectful of countries’ internal political affairs.”
It took a while, but the endorsement that Colombia’s far-right presidential candidate Abelardo de la Espriella was most eagerly awaiting has finally arrived. U.S. President Donald Trump expressed his support for him on Tuesday via his social media platform, Truth. And he did so in the most effusive way possible: “Congratulations to Colombian presidential candidate El Tigre, Abelardo de la Espriella, a smart, strong, and tough leader, on his decisive victory in the first round of Colombia’s presidential election,” the Republican celebrated in his message.
The clock keeps ticking. The United States waits patiently after its latest checkmate against Cuba. The move has shaken a country that is already held together by pins, plunged into a severe crisis that has only worsened this year as economic strangulation by Washington intensifies. And all of this is unfolding in the shadow of a possible military intervention. Adding to this climate of extreme tension is an ultimatum: Friday, June 5, 2026. That is the date when a White House executive order of May 1 will take effect. The order threatens to freeze the assets on U.S. soil of any foreign companies or individuals that are still doing business with the Cuban regime.
In the war with Iran, the sense of urgency has shifted sides. In February, the United States and Israel judged it so urgent to start the conflict that they were prepared to launch a massive strike and kill the supreme leader, Ali Khamenei, even amid negotiations; three months later it is Donald Trump who is trying to keep alive the talks that would definitively end the conflict, while Tehran remains firm. The U.S. president showed that attitude again on Monday when he ordered Israel’s prime minister, Benjamin Netanyahu, to halt the airstrikes the latter had announced on Beirut. The aim? To prevent the feared derailment of negotiations with the ayatollahs.
Early results from California’s primary elections indicate that the Democrat Xavier Becerra and Steve Hilton, a Republican, will face off for the governorship of the nation’s most populous state in a November runoff. Both candidates emerged from a tight contest that will shape the state’s political direction after the departure of Governor Gavin Newsom, one of the most visible opponents of President Donald Trump. Since 2011, California has been under Democratic control and has become a laboratory for progressive policies that often clash with the White House agenda.
A ideia de que os Estados Unidos podem intervir em outras nações para garantir os interesses das empresas norte-americanas não é uma novidade. Nem para Donald Trump nem para a indústria brasileira.
Uma demonstração disso foi a conclusão do governo norte-americano, divulgada nesta segunda-feira, 1º de junho, de uma investigação sobre o Brasil que propõe uma nova tarifa de 25% sobre os bens importados do país. A alegação é que o Brasil teria políticas e práticas comerciais injustas que iriam contra os interesses de organizações, serviços e produtos norte-americanos.
A imposição ou não da tarifa será decidida pelo presidente Donald Trump, que tem até 15 de julho para publicar a versão final do relatório do Escritório do Representante de Comércio dos EUA (USTR, na sigla em inglês), órgão que realizou a investigação a pedido do presidente dos Estados Unidos.
Seja agora, ou no tarifaço de 50% que chegou a ser aplicado pelo republicano ao Brasil, em agosto do ano passado e revertido pelo governo brasileiro, ou seja na penalização de 100% que parte da indústria nacional enfrentou há quase 40 anos, o dispositivo legal usado nas três ocasiões foi o mesmo: a seção 301 da Lei do Comércio de 1974, criada pelo Congresso dos Estados Unidos.
O objetivo, todas as vezes, foi redefinir os tratados comerciais com o Brasil. A lei prevê que retaliações comerciais sejam impostas unilateralmente para coibir “práticas comerciais desleais”, de outros países, consideradas prejudiciais aos interesses norte-americanos. A justificativa dos Estados Unidos seria trocar a lógica do livre comércio (free trade) pelo comércio justo (fair trade).
Justo para quem?
A primeira retaliação ao Brasil, com base na seção 301, ocorreu entre 1988 e 1991. Empresas de tecnologia como a Apple e, em especial, a indústria farmacêutica, estiveram nos bastidores da decisão de taxar em 100% os produtos brasileiros que entravam nos EUA. Já em agosto de 2025, como já mostrou a Agência Pública, as cordas estavam sendo puxadas pelas big techs. Agora, entre diversos fatores econômicos e políticos, as empresas norte-americanas de cartão de crédito aparecem entre as interessadas, já que um dos mecanismos mais citados no relatório do USTR, entre aqueles considerados “injustos”, está o PIX brasileiro.
Computadores e remédios: o primeiro – e maior – tarifaço
Na base do tarifaço de 100% sofrido pelo Brasil em 1988 estão dois bisavôs brasileiros de nossos notebooks pessoais: o Unitron AP II e MAC-512. Os projetos apresentados pela empresa Unitron Eletrônica à antiga Secretaria Especial de Informática (SEI), entre 1982 e 1985, fez a Apple acionar o governo norte-americano por ações contra o Brasil.
A revolta era justificada já que a empresa brasileira alterava os modelos que tinham licença para produzir. Algumas versões adicionavam formas de acentuação que fariam sentido em português, mas não no inglês. Até hoje este é conhecido como um dos primeiros casos de clones da Apple no mundo. E por que a empresa não produzia ela mesma os Macs da época? Por que a Política Nacional de Informática no Brasil proibia a fabricação de computadores estrangeiros justamente para desenvolver a indústria nacional. O mesmo valia para importações.
Os Estados Unidos, então, abriram em 1987 uma investigação contra a prática comercial brasileira e incluíram o país na lista “Special 301” de “observação prioritária”. Soa familiar?
O tarifaço passou a valer um ano depois, após a indústria farmacêutica se juntar ao coro. O “problema”, de fato, era que o Brasil integrava as nações que não reconheciam patentes para medicamentos – o direito legal de explorar exclusivamente alguma substância descoberta, atualmente estabelecido em 20 anos.
O tarifaço dos anos 80 só foi suspenso após um compromisso público do recém-eleito presidente Fernando Collor de Melo, em 26 de junho de 1990, quando a investigação promovida pelos EUA também foi encerrada, já na era George Bush (o pai).
Revertido, tarifaço de 2025 chegava a 50%
Um novo tarifaço aos produtos brasileiros só voltaria a ocorrer em agosto do ano passado.
Na época, os EUA representavam cerca de 4% de todas as exportações brasileiras, ou aproximadamente 2% do PIB (produto interno bruto) do Brasil. Café, calçados, carne bovina, tecidos e frutas (exceto laranja e seu suco) estavam entre os 3,8 mil produtos que passaram a ser alvos do tarifaço de 50%.
Essa, entretanto, não era a totalidade da exportação feita pelo Brasil aos EUA naquela época. As cobranças consideravam 35,9% das mercadorias exportadas (que representavam 44,6% do valor total das vendas). Ou seja, metade do que o país vendia aos norte-americanos continuou na regra dos 10% impostos globalmente pelo governo Trump. Entre os produtos, alguns de alto valor, 694 ficaram de fora da cobrança de 50% determinada pela Casa Branca.
Por meio de negociações bilaterais, as principais taxas impostas em 2025 caíram, via decreto do presidente Donald Trump, em novembro daquele ano. A maioria dos produtos, cerca de 200 itens, eram agrícolas, entre eles carne, café e alguns fertilizantes à base de amônia.
Uma extensa lista elaborada pelo Escritório do Representante de Comércio dos Estados Unidos (USTR) detalha quais produtos brasileiros poderão ficar fora da tarifa de 25% proposta pelo governo norte-americano. O documento reúne 73 páginas de exceções e contempla desde produtos agropecuários, como café, chá, frutas, cereais, sementes e determinadas carnes, até fertilizantes, produtos farmacêuticos, químicos orgânicos, minerais, terras raras e itens ligados à indústria aeronáutica, incluindo aeronaves fabricadas no Brasil e seus componentes.
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A relação foi apresentada após a conclusão de uma investigação comercial conduzida pelo USTR com base na Seção 301 da Lei de Comércio de 1974. O mecanismo é utilizado pelos Estados Unidos para apurar práticas consideradas prejudiciais aos interesses comerciais do país e pode servir de base para a adoção de medidas de retaliação econômica.
No relatório final, o órgão concluiu que determinadas políticas e práticas adotadas pelo governo brasileiro seriam “irrazoáveis” e estariam impondo restrições ao comércio norte-americano. Com o encerramento da investigação, foi aberta uma nova etapa de consulta pública antes de uma decisão definitiva sobre a eventual implementação das tarifas.
Investigação começou em 2025 e negociações seguem sem acordo
A análise que deu origem ao relatório foi aberta em 15 de julho de 2025 por determinação do presidente dos Estados Unidos, Donald Trump. O prazo legal para a definição das medidas termina em 15 de julho de 2026.
Paralelamente à investigação, representantes dos dois países mantiveram negociações na tentativa de evitar o agravamento das tensões comerciais. Um grupo de trabalho bilateral foi criado após um encontro entre o presidente Luiz Inácio Lula da Silva e Trump, realizado em 7 de maio, na Casa Branca.
Inicialmente, a expectativa era que as discussões fossem concluídas até 5 de junho. No entanto, as conversas não avançaram o suficiente para que um entendimento fosse alcançado. Mesmo antes da divulgação do relatório final, o USTR havia destacado publicamente o que classificou como um diálogo construtivo com o governo brasileiro e demonstrado interesse na continuidade das tratativas.
O representante comercial dos Estados Unidos, Jamieson Greer, reconheceu que houve progresso nas negociações, mas afirmou que permanecem divergências relevantes entre os dois países.
Relatório aponta críticas em áreas econômica, digital e ambiental
No parecer final, o USTR listou seis áreas consideradas prioritárias: comércio digital, sistemas de pagamento, acordos tarifários, desmatamento, mercado de etanol, propriedade intelectual e combate à corrupção.
Em relação ao ambiente digital, o órgão americano afirma que decisões judiciais brasileiras teriam obrigado empresas de mídia social sediadas nos Estados Unidos a remover conteúdos de natureza política, suspender perfis de usuários residentes em território americano e cumprir determinações com alcance internacional. O documento também menciona a existência de restrições para divulgação dessas ordens, além da aplicação de multas, bloqueios financeiros e retirada de plataformas do ar.
O Pix também foi citado no relatório. Segundo o USTR, o Banco Central ocuparia simultaneamente as funções de regulador e operador do sistema de pagamentos, o que, na avaliação americana, criaria vantagens competitivas em relação a empresas estrangeiras que atuam no mesmo segmento. O documento ainda questiona limitações impostas às tarifas cobradas por concorrentes dos Estados Unidos.
Outra crítica envolve acordos comerciais firmados pelo Brasil com países como México e Índia. Para os americanos, a concessão de tarifas reduzidas para centenas de produtos desses mercados geraria tratamento diferenciado em relação a exportadores dos Estados Unidos.
Desmatamento, patentes e corrupção também entram na lista
Na área ambiental, o relatório reconhece a existência de legislação brasileira voltada ao combate ao desmatamento ilegal, mas sustenta que a aplicação das normas tem sido insuficiente ao longo dos anos.
O setor de etanol também aparece entre os pontos de discordância. De acordo com o USTR, o Brasil teria encerrado em 2017 um modelo tarifário considerado equilibrado pelos Estados Unidos e, desde então, não garantiria reciprocidade para as exportações americanas do combustível.
Já no campo da propriedade intelectual, o documento aponta demora na concessão de patentes, fiscalização insuficiente contra falsificações e dificuldades no combate contínuo à pirataria. O relatório cita ainda o Instituto Nacional da Propriedade Industrial (INPI) e afirma que pedidos de patentes biofarmacêuticas podem levar até 109 meses para serem analisados.
Por fim, o USTR afirma que o Brasil não adota medidas consideradas suficientes para combater corrupção e suborno. Entre os exemplos citados estão decisões relacionadas à Operação Lava Jato e renegociações de acordos que, segundo o órgão americano, teriam ocorrido sem o nível de transparência considerado adequado.
With just a few days to go before the start of the 2026 FIFA World Cup, the world’s largest sporting event faces the question of what role U.S. immigration authorities will play. Now, a new poll by The Washington Post and the University of Maryland has found that most Americans would prefer they play no role at all.
“C’è stato un piccolo intoppo oggi, gli iraniani erano sconvolti per gli attacchi di Israele al Libano. Quindi ho parlato con Hezbollah e ho detto di non sparare, e ho parlato con Bibi e ho detto di non sparare, e tutti e due hanno smesso di spararsi a vicenda”. In Italia sono le 23.59 del 1° giugno, quando le agenzie battono i virgolettati di Donald Trump. Parole, quelle del presidente degli Stati Uniti, che sarebbero state smentite dagli eventi nelle ore successive: il Partito di Dio ha continuato a lanciare razzi contro il nord dello Stato ebraico e Tel Aviv ha risposto uccidendo almeno 6 persone nel sud del paese dei cedri.
Lo scontro tra Tel Aviv e Hezbollah è diventato uno dei nodi più delicati nelle trattative per il raggiungimento del cessate il fuoco tra gli Stati Uniti e l’Iran. E’ stata Teheran a metterlo al centro del tavolo, ponendo come condizione per la chiusura lo stop delle operazioni militari israeliane. L’interlocuzione era stata intavolata, le due parti si erano scambiate proposte, ognuna delle due era descritta o si diceva impegnata ad apportare modifiche a quella della controparte, e i lavori parevano procedere. Poi, lunedì mattina, la mossa di Netanyahu: il premier “e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ordinato alle Idf di attaccare obiettivi terroristici nel quartiere di Dahiyeh a Beirut“, roccaforte delle milizie sciite.
Un salto di qualità importante. Se fino a pochi giorni fa l’obiettivo dichiarato di Tel Aviv era ricacciare Hezbollah a nord del fiume Litani, da giovedì le Israel Defense Forces stanno compiendo operazioni di terra ben più a settentrione, arrivando a combattere nell’area di Nabatieh, bombardando dal cielo e chiedendo agli abitanti di diversi villaggi di evacuare “immediatamente e trasferirsi a nord del fiume Zahrani“, ovvero altri 20 km più a nord rispetto al Litani. L’annuncio di Netanyahu, quindi, è stato interpretato come la volontà di Tel Aviv di mettere nel mirino la capitale e colpire forse in maniera definitiva i vertici dell’organizzazione sciita, legata a doppio filo a Teheran.
Una minaccia presa sul serio dalla Repubblica Islamica al punto che poche ore dopo il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha dichiarato che il cessate il fuoco tra Iran e Stati Uniti doveva essere considerato valido “su tutti i fronti, incluso il Libano”, e che una violazione nel paese dei cedri equivaleva a una violazione dell’intera intesa. Subito dopo l’agenzia Tasnim, vicina ai Guardiani della Rivoluzione, ha riferito della sospensione delle comunicazioni negoziali con Washington, sostenendo che non ci sarebbero stati ulteriori colloqui finché non fossero cessate le operazioni israeliane in Libano e a Gaza. La stessa agenzia aggiungeva che a causa degli attacchi israeliani sul Libano “l’Iran e il Fronte della Resistenza” starebbero valutando “la chiusura completa dello Stretto di Hormuz e l’attivazione di altri fronti, tra cui lo Stretto di Bab el-Mandeb“. Una minaccia che pesa, perché comporterebbe ulteriori problemi anche per l’Europa: quello di Bab el-Mandeb è il choke point attraverso il quale le merci prodotte nell’Unione europea che arrivano nel Mar Rosso attraverso lo Stretto di Suez hanno poi accesso all’oceano Indiano e quindi ai mercati dell’Estremo oriente.
Nella tarda serata di ieri è arrivata l’intervista di Trump all’emittente Abc, in cui il capo della Casa Bianca ha spiegato di aver “avuto una conversazione con Bibi Netanyahu, chiedendogli di non intraprendere un’incursione su vasta scala a Beirut, in Libano” e il premier israeliano “ha fatto invertire la marcia alle sue truppe. Grazie, Bibi”. Sia Israele che Hezbollah hanno accettato di “smettere di sparare. Vediamo quanto durerà: si spera per l’eternità“, ha aggiunto con la consueta tendenza all’iperbole il tycoon, secondo cui l’accordo con l’Iran per l’estensione della tregua e la riapertura dello Stretto di Hormuz potrebbe avvenire già nel corso della “prossima settimana“.
Nelle stesse ore l’amministrazione Trump faceva arrivare ad Axios i contenuti di una presunta telefonata tra Trump e Netanyahu nella quale il primo avrebbe strigliato a dovere il secondo. “Sei un dannato pazzo – avrebbe detto il presidente Usa al premier israeliano -. Saresti in prigione se non fosse per me, ti sto salvando”. E ancora, in un crescendo, “tutti ti odiano adesso, tutti odiano Israele per questo”. Un colloquio smentito dall’entourage del secondo: “Trump non ha detto a Netanyahu nulla di personale, né frasi riguardanti il rischio di finire in carcere, né affermazioni secondo cui Netanyahu sarebbe odiato nel mondo”. I due leader, quindi, secondo le fonti di Axios, avrebbero stretto un accordo: Israele non attaccherebbe Dahiyeh a meno che il suo territorio non venisse attaccato da Hezbollah.
Non è ancora chiaro se i colloqui si fermeranno, ma i fatti dicono che in Libano la guerra – oltre 3.000 le vittime dal 2 marzo – va avanti. Tra ieri sera e questa mattina le sirene d’allarme sono state attivate diverse volte nel nord di Israele per il lancio di missili, razzi e droni da parte di Hezbollah. La Difesa civile di Beirut, da parte sua, ha annunciato di aver recuperato i corpi di sei persone, tutti appartenenti a una stessa famiglia, dalle macerie di una casa colpita ieri sera in un raid israeliano nel villaggio di Marwaniyé, vicino a Sidone. Tra le vittime ci sarebbero anche tre bambini. Nella notte le Idf hanno continuano a effettuare attacchi, bombardando le vicinanze di Nabatieh, dove un uomo è stato ucciso con i suoi due figli e l’esercito israeliano a fine mattinata ha diramato un nuovo ordine di evacuazione.
Il copione si ripete sempre identico: appena aumentano le possibilità di un accordo tra Washington e Teheran, Tel Aviv fa saltare il banco. Il 7 aprile la Israeli Air Force aveva bombardato il giacimento iraniano di gas di South Pars, il più grande del pianeta, dopo che il Pakistan aveva presentato il suo piano per il cessate il fuoco. Lo stesso era accaduto nel giugno 2025: nella notte tra il 12 e il 13 Israele aveva bombardato gli impianti nucleari e missilistici di Teheran dando il via alla guerra dei 12 giorni. Anche allora Washington era nel pieno delle trattative con Teheran sul suo programma nucleare e un nuovo round di colloqui era già fissato per il 15 giugno.
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A maior diferença entre chamar CV e PCC de terroristas ou organizações criminosas está na caneta de Donald Trump. Não tem nada a ver com o Brasil. Declarando as duas organizações brasileiras como “narco-terroristas”, o presidente dos EUA – Trump e também quem vier depois – tem o poder de realizar ações militares no nosso território sem precisar de autorização do Congresso. Invadir, portanto, as águas do nosso litoral e as calçadas das nossas cidades.
Pra entender o que isso significa de fato, é fundamental olhar quem foram os homens mortos pelos militares americanos no Caribe, nos 58 bombardeios a embarcações e que deixaram, até o final de maio, 179 mortos, segundo uma investigação recente liderada pelo Clip, Centro Latinoamericano de Periodismo de Investigación.
Aconteceu, por exemplo, com Chad Joseph, um pescador de 26 anos de Trinidad e Tobago. Joseph era pescador desde pequeno, e estava vivendo com a tia na comunidade de Las Cuevas, na Venezuela, quando decidiu subir em uma embarcação que ia rumo à sua vila de Matelot, um vilarejo de pescadores em Trinidad e Tobago. Ia encontrar a namorada.
No dia 14 de outubro passado, a embarcação foi alvejada por militares americanos. O resultado, como em todos os bombardeios do tipo, foi a destruição total: corpos despedaçados, embarcação destroçada e qualquer conteúdo que esteja a bordo perdido no mar. É impossível saber se havia de fato drogas a bordo.
Nem os EUA de Trump se preocupam em tentar apresentar evidências disso.
No caso de Chad, sua família conseguiu identificá-lo e pressionar as autoridades de Trinidad e Tobago e, depois, processou o governo americano em uma corte federal em Massachusetts.
Mas por que Chad teria decidido se arriscar e entrar na embarcação que saía da Venezuela rumo a Trinidad e Tobago? Sua mãe, Lenore Burnley, explicou: “Eu conheço a lei do mar; conheço desde que era jovem. Se é um barco, ou algo assim, supostamente você tem que pará-lo, entende? A lei não prevê matar pessoas. Esta é a primeira vez na minha vida, e tenho 51 anos. Nunca ouvi falar de algo assim”.
Ou seja: porque a ideia é tão absurda que nem passava pela cabeça de Chad.
Nem na cabeça de de Rishi Samaroo, um ex-detento de Trinidad e Tobago que já havia cumprido sua pena e criava vacas e cabras na Venezuela para ajudar a família. Nem na de Eduard Hidalgo, 46 anos, pescador da Venezuela, deportado dos EUA em 2025. Ou de Luis Ramón Amundarain, mototaxista de Güiria, Venezuela. Nem pensava sobre isso Alejandro Andrés Carranza Medina, de La Guajira, Colômbia, pescador de atum e marlim. Ou Eduardo Jaime, conhecido como “Pichirilo”, jogador de futsal adorado pelos vizinhos da municipalidade de Güiria, na Venezuela. Nem Ricky Joseph, pescador de Savannes Bay, em Santa Lucía.
No total, a investigação transnacional conseguiu identificar 18 dos assassinados. Apenas. O resto se perdeu no oceano.
Desde que o filho foi despedaçado no mar, Lenore Burnley diz que sua vida tem sido uma “tempestade contraditória entre ter uma vaga esperança e a realidade crua da morte súbita de Joseph, sem que haja um corpo para enterrar”.
Especialistas consultados pela investigação afirmam que muitas vezes os mesmos barcos que levam drogas de um lugar a outro levam passageiros na viagem de volta, aproveitando para ganhar um troco a mais.
Entender as histórias dessas vítimas que sequer tiveram a oportunidade de serem questionadas pela polícia revela o tamanho do horror que é a ação politiqueira de Flávio Bolsonaro, seu irmão Eduardo e o cúmplice Paulo Figueiredo, ao armarem uma missão para convencer o governo americano a dar a si mesmo o direito de fazer exatamente isso contra trabalhadores brasileiros.
Enquanto a maioria dos analistas repetem que os danos da designação de PCC e CV como terroristas serão econômicos, com possíveis sanções a bancos, empresas e até o PIX, é com os trabalhadores que eu me preocupo. E não só os pescadores.
Isso porque a série Los bombardeados, sin derecho a la defensa, liderada pelo CLIP, também descobriu outra coisa escandalosa. O tráfego aéreo da Colômbia foi afetado por “apagões” de radares aéreos justamente nos dias e horários em que os EUA bombardearam a costa. Tudo indica que os militares americanos usam um bloqueador de sinal que coloca em enorme perigo também os aviões comerciais que sobrevoam o céu colombiano.
E os seus trabalhadores – que não têm absolutamente nada a ver com isso.
Um piloto de um Airbus A320 com capacidade para 180 passageiros descreveu assim o que presenciou no dia 12 de dezembro de 2025. “Estava voando de Bogotá para Aruba e, quando estava passando por cima de La Guajira, os dois GPS falharam e até o relógio que marca a hora UTC falhou. Foi estranho e nunca tinha acontecido comigo”, disse.
Segundo o relatório enviado à Aeronáutica colombiana, revisado pelos jornalistas, primeiro o GPS esquerdo falhou, depois o direito, e depois o transponder, dispositivo que informa ao radar em terra onde o avião está . A torre de controle não sabia onde estavam. Os alarmes do sistema antichoque se acenderam e diziam que o solo estava próximo, mas eles estavam a milhares de pés de altura, sobre o mar aberto. Os sistemas continuaram falhando até eles pousarem em Aruba, destino turístico que recebe mais de 2 milhões de visitantes por ano.
Se eu fosse os sindicatos de pescadores e outros trabalhadores que operam no mar, eu estaria muito preocupada. Assim como os sindicatos de outros tipos de profissionais, como os pilotos, aeromoças e serventes de bordo.
Sem falar a Aeronáutica brasileira. Onde estão nossos Brigadeiros?
Ou a Marinha. Onde estão nossos valentes Almirantes?
Finalmente, qualquer companhia aérea e operadora de turismo deveria também estar alarmada. Imagine se um avião com 200 passageiros é afetado por um desses “apagões”?
A ação de Flávio Bolsonaro acaba de dar carta branca a qualquer presidente dos EUA de assassinar qualquer brasileiro sem perguntar antes quem ele é, o que ele faz.
Uma irresponsabilidade. Uma molecagem. Essa é uma mancha que não vai sumir tão cedo, por mais cloro que se aplique, e que vai ter consequências com as quais o Brasil terá que lidar por muito tempo depois das eleições.
Gas prices in Canada are expected to start climbing again, as any progress made towards a peace deal between the U.S. and Iran appears to be unravelling.
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