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L’ascesa di Vannacci fa comodo anche ai due partiti di destra

10 June 2026 at 11:04

di Giovanni Muraca

Da giorni sento pareri al vetriolo, tutti contro la crescita di Futuro Nazionale e del suo leader, Roberto Vannacci. Un partito che, più ancora che Fratelli d’Italia, sta tallonando il suo partito d’origine, la Lega di Matteo Salvini, ormai in evidente difficoltà. Questa non vuole essere una critica alle opinioni che circolano in questo periodo. Credo però che ci siano alcuni aspetti non presi in considerazione, che potrebbero portare al Generale ulteriore consenso: il frutto di quel cortocircuito tutto italiano per cui il rischio viene sistematicamente sottovalutato.

Riavvolgiamo il nastro a soli tre anni fa, all’uscita del libro Il mondo al contrario. Un libro al cui interno si trova tutto ciò che finora una democrazia ha cercato di combattere: dal razzismo all’omofobia, dal machismo al ritorno dell’uomo solo al potere. Per quanto si tratti di idee discutibili, dal sapore autoritario, c’è ancora chi sposa quei valori e non se n’è mai staccato. Quel libro, insieme ad altri che magari celano le idee che il leader sposa, ha fatto molto di più che scandalizzare: ha ottenuto l’effetto contrario. Non è solo una questione di tiratura — che, in un’epoca in cui il cartaceo sta diventando un ricordo, ha superato le 700.000 copie — ma anche di un processo di normalizzazione di temi che speravamo di non dover più discutere. Ma questa è un po’ l’arroganza dell’Occidente, che ha la memoria corta.

Il punto più caldo del cortocircuito si è consumato proprio all’uscita del testo. L’assist più grande a mio avviso non è arrivato dai lettori, ma da chi sposa idee lontane da quelle dell’ex militare e che, continuandone a parlarne, ha contribuito alla sua ascesa. Nell’estate del 2024 anche una testata LGBTQIA+ è finita accusata di razzismo perché in un articolo si sottolineava la nazionalità romena della moglie dell’ex generale, come se fosse un problema. Insomma, un bell’autogol.

L’altra questione richiama esattamente ciò che accadde a Fratelli d’Italia tra il 2021 e il 2022: il passaggio da un gradimento irrilevante a primo partito del Paese.
Il travaso di voti che Futuro Nazionale sta operando ai danni dei due partiti di destra, sarà pure un fenomeno momentaneo, ma a mio avviso è qualcosa di più: un repulisti interno per entrambi. Un consenso che, almeno davanti alle telecamere, sembra non essere gradito a qualcuno, ma che alla fine tornerà molto utile in un’ ipotetica coalizione futura — che nessuno di loro, c’è da scommetterci, farebbe fatica ad accettare.

Un repulisti che permetterà ai due partiti di governo di liberarsi di quello spettro nero che ancora oggi circola silenzioso, e di cui l’opposizione — in maniera tanto banale quanto inefficace — fa ancora motivo di battaglia, trascurando altre tematiche su cui potrebbero vincere facilmente.

Non mi meraviglierei se alcune associazioni oggi vicine al partito della Premier, viste anche le pressioni che continuano ad arrivare dall’Ue sui diritti civili, un domani decidessero di sponsorizzarlo. Se quest’ipotesi si realizzasse, i due partiti ora al governo dovrebbero cercare altre praterie, ma almeno verrebbero filtrati al loro interno da alcuni personaggi singolari che già ora stanno migrando verso il nuovo partito. Un deflusso (e una “pulizia”) non solo di singoli personaggi, ma anche di elettori che si sentono traditi da partiti che ormai sposano più ciò che pensa il Generale che ciò che avevano promesso in campagna elettorale — che poi erano le stesse cose che dicevano i due leader.

Il ché potrebbe addirittura far sì che l’elettorato moderato possa, con la tesi ipotizzata, avvicinarsi alla premier alimentandone il consenso già alto.

Anche l’Inghilterra, all’inizio, sottovalutò ciò che la Germania aveva in testa. E sappiamo tutti come andò a finire…

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Ancora un’aggressione al Parco delle Foreste Casentinesi. E la politica plaude

10 June 2026 at 07:14

di Enza Plotino

Un Pichetto Fratin al giorno leva il Parco di torno. Una boutade? Macché! Una desolante constatazione quando si entra nel merito di decisioni che stanno smantellando il sistema delle aree protette, anziché migliorarlo. Ogni giorno una spina. Oggi è il turno del Parco nazionale delle Foreste Casentinesi, già aggredito pesantemente e snaturato progressivamente da una destra negazionista ambientale assetata di poltrone, che è al centro di proposte di interventi radicali, in contrasto con il Piano del Parco, che modificherebbero profondamente un’area naturale già gravemente compromessa dagli appetiti locali.

C’è già una diga, dagli anni 70, quella di Ridracoli, nella parte romagnola del Parco di cui si ignorano le criticità, mentre si insiste sul beneficio economico dell’opera. Ma oggi, a causa della crisi idrica che sta preoccupando tante amministrazioni, arriva, da parte di Romagna Acque – l’ente che fornisce il 60% dell’acqua per soddisfare il fabbisogno idropotabile della Romagna – una nuova richiesta di intervento straordinario che coinvolgerebbe un’altra parte del territorio protetto del Parco. “Opere di grande derivazione” per realizzare nuovi attingimenti di acqua dai corsi d’acqua del Parco e condotte di grande derivazione per alimentare il fabbisogno dei Comuni che non siano territorialmente interessati dai vari Parchi. Opere idrogeologiche gigantesche che deformerebbero irrimediabilmente l’ecosistema dei fiumi interessati.

La richiesta è stata messa nero su bianco nel Regolamento che in base alla legge 394 dovrebbe disciplinare in dettaglio le attività consentite nel territorio del Parco, ma che fino ad oggi non era mai stato approvato. Fino ad oggi però. Perché l’Ente parco, aggirando il divieto di modifica del regime delle acque all’interno dei Parchi nazionali, ha presentato una nuova bozza di Regolamento che contiene proprio la realizzazione di opere di grande derivazione di un fiume, sottraendo allo stesso un quantitativo d’acqua oltre i 100 litri al minuto, per trasferirla direttamente in un grande acquedotto o in un invaso. Il ministro, attraverso i suoi nominati, approva. Gli ambientalisti, Legambiente in testa, denunciano la gravità del progetto che ricadrebbe in un contesto di progressivo abbandono a sé stessa dell’area protetta, minacciata, come la maggior parte dei Parchi italiani, dall’inedia, dalla burocrazia e da un misto di indifferenza e di controllo da parte del potere politico.

In generale tutto il sistema dei Parchi nazionali, ma anche delle aree marine vive una condizione drammatica. Le risorse pubbliche si assottigliano implacabilmente tanto che sta diventando difficile anche far marciare gli automezzi di servizio. I Parchi stanno vivendo, ormai da molti anni, una crisi di sopravvivenza. E, l’elemento più grave di tutti e che sta causando il fallimento di molte gestioni, la progressiva ingerenza sempre più sfacciata della politica locale e nazionale, un controllo sempre più arrogante attraverso nomine ai vertici degli Enti, di discutibili personaggi espressione diretta della politica, quella di un governo di destra e di un Ministero dell’Ambiente, che anziché fungere da propulsore e da garante di tutto il sistema, appare completamente assente salvo per l’imposizione di un carico burocratico surreale e vessatorio.

Si vuole inficiare ogni organismo di controllo e di tutela con trombati politici, fidati personaggi di partito e ogni sorta di improbabili figure che devastano e portano sull’orlo del dissesto vecchi e nuovi presidi ambientali ormai snaturati e inutili. Anche la revisione della legge 394 è diventata preda delle incursioni di chi vuole stravolgere le garanzie democratiche ovunque si annidano. I danni stanno diventando ferite profonde nel sistema protetto che si assottiglia e impoverisce sempre di più.

Ritorniamo ai fondamentali: proteggiamo il nostro territorio per non rimanere seppelliti dalle future catastrofi naturali.

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Donare gli organi: il modello Singapore che l’Italia non vuole

10 June 2026 at 05:18

di Laura Ruzzante

A Singapore hanno trovato una soluzione semplice a un problema che in Occidente riusciamo a complicare con la stessa efficienza con cui trasformiamo una buca in una commissione parlamentare. La regola è questa: sei automaticamente donatore di organi, salvo esplicita rinuncia. Nessuno ti obbliga, puoi dire di no. Però, se scegli di non mettere a disposizione i tuoi organi dopo la morte, perdi priorità qualora un giorno fossi tu ad aver bisogno di un trapianto. In sostanza: se non vuoi partecipare alla lotteria, non puoi pretendere di avere il biglietto vincente.

Una logica talmente elementare da apparire rivoluzionaria.

Da noi il dibattito assume subito toni metafisici. C’è chi teme complotti sanitari, chi immagina chirurghi in agguato dietro l’angolo con la chiave inglese e chi considera il proprio fegato una reliquia da preservare per l’eternità. Come se nell’aldilà esistesse un controllo bagagli e San Pietro potesse dirti: “Mi spiace, lei entra solo con entrambi i reni”. Eppure la questione è piuttosto semplice. Quando muori, i tuoi organi hanno tre possibili destini: essere cremati, essere sepolti o continuare a funzionare dentro qualcun altro. Le prime due opzioni soddisfano il senso estetico dei parenti. La terza salva delle vite.

In Italia, negli ultimi anni, si è scelto almeno di affrontare il tema al momento del rilascio della carta d’identità elettronica. L’impiegato ti guarda, ti porge il modulo e ti chiede se vuoi essere donatore. Quando capitò a me, la riflessione durò meno di una pausa pubblicitaria.

“Da morta non mi servono e non li mettono nei canopi come i faraoni.”

Fine del dibattito.

Naturalmente ognuno deve essere libero di scegliere. La libertà consiste proprio nel poter dire sì o no. Ma la libertà non significa pretendere che le conseguenze delle proprie scelte vengano cancellate. Il principio di Singapore è quasi brutale nella sua chiarezza: se vuoi ricevere, devi essere disposto a dare. Non è cattiveria, è reciprocità. È il contratto sociale ridotto all’osso, letteralmente.

Perché il vero paradosso non è donare i propri organi dopo la morte. Il vero paradosso è voler conservare il diritto di ricevere quelli degli altri mentre si tiene ben chiusa la propria cassaforte biologica. Insomma: il morto generoso salva vite. Il morto egoista occupa spazio al cimitero.

E francamente, tra le due eredità, la prima sembra decisamente più elegante.

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Caso Minetti, così il rigore etico di un ottimo giornalismo sfida la chiusura istituzionale

9 June 2026 at 17:41

di Rossella Dotta

L’integrità è una certezza che resta a chi ha il coraggio di fare vero giornalismo quando tutto il resto viene messo in discussione: è il potere rivoluzionario della lucidità in un ambiente saturo di rumore, è la consapevolezza di aver fatto egregiamente il proprio lavoro.

Scrivere fatti documentati da testimonianze, rifiutare pubblicamente la normalizzazione quando qualcosa non torna, farlo chiaramente anche quando è scomodo e senza voler convincere: questo è vera informazione — una rarità disturbante che incrina le certezze.

Se tutti i giornalisti lavorassero con senso etico e rigore professionale ci sarebbero le premesse per il funzionamento della nostra democrazia, che ha bisogno di cittadini informati e dotati di senso critico. Ma gli stessi strumenti democratici — libertà di parola, pluralismo, accesso aperto all’informazione — possono essere usati per diffondere disinformazione su ampia scala, in un cortocircuito in cui la libertà viene usata per minare le condizioni che la rendono possibile.

La morale collettiva, complici la disinformazione politica e mediatica, ha subito un tragico degrado, mentre il rigore etico individuale, in alcuni, è rimasto un impegno personale che non ha seguito la massa. E quando la morale collettiva precipita, chi mantiene un rigore etico professionale si trova in una posizione scomoda. È precisamente in questo contesto che va letto il caso Minetti.

La chiusura istituzionale poggia su una contraddizione logica: si afferma che la testimone è inattendibile senza averla mai ascoltata direttamente. La sua credibilità è stata valutata attraverso le indagini difensive della controparte — chiedendo all’oste se il vino è buono.

Dal punto di vista del rigore etico la forma è stata rispettata: la Procura ha indagato, il Quirinale ha preso atto. Ma la sostanza rimane opaca se la voce potenzialmente più decisiva non ha mai parlato davanti a chi aveva il potere di ascoltarla ufficialmente. Questo è il cortocircuito in cui la morale collettiva, soddisfatta dalla chiusura formale, diverge dal rigore etico-professionale, che non può ignorare ciò che non è stato fatto. Se esistono testimonianze decisive e inascoltate, se i fatti reali non corrispondono alla narrazione istituzionale che “chiude il caso”, allora il rigore etico impone di non accettare la chiusura formale come chiusura sostanziale.

La storia insegna che la verità spesso prevale, ma raramente in tempo utile. E che la collettività si indigna facilmente ma si stanca ancora più facilmente. Il rigore etico professionale cambia le cose solo quando trova strutture che lo amplificano: giornalismo tenace, magistratura indipendente, opinione pubblica sostenuta. Non voglio credere che al momento sia attivo solo il giornalismo tenace.

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Ddl Valditara sull’educazione affettiva? Fermare questi oscurantisti sta diventando emergenza nazionale

8 June 2026 at 17:56

di Enza Plotino

Sarà uno dei primi provvedimenti indegni prodotti dalla destra al Governo che verrà stracciato dai prossimi inquilini di Palazzo Chigi. Speriamo! Perché rappresenta una miscela di rigido moralismo, ipocrita e bigotto, con cui Meloni e i suoi si arrogano il diritto di ergersi a custodi integerrimi del pudore e della morale pubblica, ma anche privata, dando ai genitori “tradizionalmente” intesi la facoltà di esprimere il consenso all’insegnamento nelle scuole medie e superiori dell’educazione sessuale e affettiva. Mentre nella scuola dell’infanzia rimane proibito.

Chiunque sia sano di mente non si capacita di questa grave responsabilità che il Governo si assume con l’approvazione del ddl Valditara, negando a tutta una fascia di minori di poter accedere alle informazioni e a progetti di educazione sessuale e affettiva nelle scuole, ovvero nei luoghi deputati alla formazione collettiva. Di più. Il Disegno di legge rinvigorisce la storica contrapposizione tra la scuola e la famiglia che, da questo momento, viene coinvolta direttamente nella scelta dell’insegnamento sessuale e affettivo, subordinato all’autorizzazione esplicita e scritta da parte dei genitori.

In pratica gli istituti scolastici sono obbligati ad informare le famiglie almeno sette giorni prima dell’inizio delle attività. La comunicazione deve contenere una descrizione dettagliata dei contenuti, degli obiettivi formativi e dell’eventuale partecipazione di esperti o associazioni esterne. Per gli alunni minorenni è, inoltre, prescritta la presenza di un docente della classe durante lo svolgimento dei moduli. In caso di mancata autorizzazione da parte dei genitori, gli studenti non frequenteranno quelle lezioni e la scuola dovrà predisporre attività didattiche alternative, che siano già integrate nel Piano triennale dell’offerta formativa. Un triplo salto mortale all’indietro verso l’oscurantismo medievale.

Per questi negazionisti del progresso culturale e pedagogico, bigotti ascesi al potere, a nulla valgono le ricerche delle miriadi di Fondazioni che hanno da tempo lanciato l’allarme su una generazione che cresce senza strumenti per riconoscere il consenso e sulla diffusione di comportamenti sessisti e di violenza di genere che circolano anche attraverso la rete internet. Mentre le scuole chiedono di essere aiutate, il Governo le imbavaglia, lasciando i ragazzi e le ragazze soli di fronte alla pornografia e alla cultura del possesso del corpo delle donne in cui siamo ancora immersi, invece di sostenere il cambiamento e una nuova grammatica delle relazioni.

A causa di questa spinta oscurantista e ipocrita, tutti i progetti oggi attivi nelle scuole ad opera di dirigenti e insegnanti consapevoli vengono puntualmente messi sotto accusa insieme agli enti locali che si schierano a favore. Il provvedimento dà una patente di sorveglianza speciale alle famiglie e fa diventare l’educazione sessuale e affettiva una “opzione” etica e non un diritto educativo universale, così come dovrebbe essere. Inoltre mina il clima di fiducia reciproca tra scuola e famiglia, già gravemente compromesso in questi tempi di delegittimazione del ruolo pedagogico ed educativo della scuola pubblica.

Un atto gravissimo che si sta compiendo nei confronti delle giovani generazioni e del loro diritto ad ottenere informazioni corrette da professionisti anziché dai social e dalla realtà digitale. “Un danno che si rischia di produrre nei confronti di giovani cittadini e cittadine, considerato anche che l’Italia è uno dei soli sette paesi europei nei quali l’educazione sessuale non è obbligatoria. Ora addirittura si va in direzione contraria e si vieta anche quel poco che le scuole fanno da anni su base volontaria con il servizio socio sanitario”, come dichiarano in una nota i componenti del Pd della Commissione Istruzione della Camera dei Deputati. Fermare la mano di questi oscurantisti sta diventando un’emergenza nazionale.

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Stavolta il mio Presidente si è sbagliato

8 June 2026 at 15:43

di Nicolo Venturini

Lo ammetto subito: Nicole Minetti non ispira simpatia nazionale. Igienista dentale diventata consigliera regionale lombarda nell’orbita berlusconiana, condannata in via definitiva per favoreggiamento della prostituzione e peculato. Non è una cui la maggior parte degli italiani pensava ancora. Ci si può chiedere: chi se ne frega? La procedura è stata rispettata, il bambino è malato, la madre serviva a Boston. Fine. Andiamo avanti.

Non è così semplice.

Non è difficile ignorare Nicole Minetti. È difficile ignorare quello che la sua grazia rappresenta. Parliamo di gente normale — chi paga le tasse, rispetta le regole, aspetta i propri turni nei pronto soccorso e negli uffici pubblici. Chi ha interiorizzato, con la rassegnazione silenziosa che è forse il tratto più italiano di tutti, che esistono due velocità: una per chi ha i santi in paradiso, un’altra per tutti gli altri. A queste persone — che votano, e pagano lo stipendio ai consiglieri regionali, anche a quelli condannati per peculato — la grazia a Minetti è arrivata come un ceffone. Non sorprendente. Peggio: familiare.

Il Presidente della Repubblica occupa un posto peculiare nell’immaginario civico italiano. Non è rispettato per quello che fa nel quotidiano. È rispettato per quello che rappresenta: il luogo dove le schifezze a cui questa classe mediocre di politichelli ci ha abituato dovrebbero fermarsi. Il custode. Quello che firma, ma non sempre. Quello che, almeno in teoria, mette l’interesse dei cittadini davanti all’interesse della Casta.
Per questo la grazia a Minetti fa più male di quanto la vicenda meriterebbe. Non perché Nicole Minetti sia importante. Ma perché il Quirinale lo è.

Minetti non ha scontato un giorno di pena — nemmeno sotto forma di affidamento ai servizi sociali, misura già prevista e non ancora iniziata quando i suoi legali hanno presentato l’istanza. La grazia è arrivata il 18 febbraio 2026, emersa alla stampa due mesi dopo, alla vigilia del processo Ruby Ter. La Procura Generale ha verificato tutto. Nessuna irregolarità. Tutto lecito.

Ma la grazia non è un automatismo. È un atto discrezionale: il Presidente può rifiutarla anche con tutti i pareri favorevoli, come stabilito dalla Corte Costituzionale nel 2006. Non è un notaio. È il garante della Costituzione — quella che all’articolo 3 impegna la Repubblica a rimuovere gli ostacoli economici che limitano di fatto l’uguaglianza.

Nicole Minetti vive con Giuseppe Cipriani, famiglia simbolo del lusso internazionale. Non è una persona abituata a perdere. Per chi vive in quel mondo, la grazia non è sopravvivenza — è la conferma di aver vinto ancora una volta. Contro lo Stato. Contro i giudici. Contro i milioni di persone che le regole le rispettano perché credono valga la pena farlo. Non cancella la pena. Cancella la sconfitta.

Il paese non legge il dossier. Legge il gesto. E il gesto dice che in Italia, se hai le risorse e gli avvocati giusti, ottieni lo sconto. Dice che chi non ha niente di tutto questo resta dove sta — in cella sovraffollata al 139%, dove nel 2025 hanno perso la vita ottantadue detenuti suicidi. Dice quello che il Marchese del Grillo ripete da secoli: esistono due categorie, e non si mescolano mai quando conta davvero.

Mattarella si è sbagliato. Non per dolo, non per connivenza. Si è sbagliato perché ha scelto la procedura sopra il senso del gesto, perché non ha preso posizione. In un paese che ha perso fiducia nelle istituzioni, il senso del gesto conta più della procedura.

Il garante della Costituzione ha garantito la Costituzione di carta. Quella concreta, quella che vive nell’esperienza di milioni di italiani che vanno avanti senza santi in paradiso, è rimasta dov’era.

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Educazione affettiva, il ddl Valditara condanna una generazione a ignorare consenso, contraccezione e malattie

8 June 2026 at 11:03

di Riccardo Capanna

Finalmente in Italia è stata approvata l’educazione sessuale nelle scuole. Anzi no. Il ddl Valditara, approvato giovedì dal Senato con 78 voti favorevoli e 38 contrari, non introduce l’educazione sessuo-affettiva come materia curricolare, ma come corso facoltativo cui partecipare solamente previa consenso informato e scritto di entrambi i genitori, neanche fosse l’insegnamento della religione cattolica. Qualora i genitori non dessero il via libera, si ipotizzano, quali materie di “alternativa”, i seminari.

Nessuna riforma dell’istruzione, prima d’ora, aveva avuto bisogno dell’approvazione dei genitori — se no, nessuno avrebbe acconsentito alle leggi Casati (1859) e Coppino (1877) che hanno reso obbligatoria l’istruzione primaria. Anche la Costituzione assegna il dovere-diritto di istruire i più piccoli allo Stato e non alle famiglie: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi” (art. 33). Anzi, “nei casi di incapacità dei genitori”, vedasi famiglia nel bosco, “la legge provvede a che siano assolti i loro compiti” (art. 30).

Ma non è finita qui. Se la Consulta farà passare la legge, i ragazzi, previo consenso di mamma e papà, potranno partecipare ai corsi di educazione sessuo-affettiva a partire dagli 11 anni, anziché dalle elementari come consiglia l’Oms e fanno i Paesi nordici. C’è la paura — dicono dalla destra reazionaria — che s’insegnino “le posizioni sessuali” e “la propaganda gender” ai bambini, ma l’unico rischio è che questi ultimi imparino i nomi corretti delle parti del corpo (pene, vulva, ano…) e riescano a dare un nome ai propri sentimenti (e, dunque, identificarli e denunciarli se tossici o nocivi).

Il neopuritanesimo all’italiana, dove fare sesso non è più un tabù ma è un tabù parlarne, condannerà un’altra generazione a ignorare le Mst, le gravidanze indesiderate, la contraccezione, il consenso. Secondo un’inchiesta della Fondazione Libellula, un ragazzo su 5 tra i 14 e i 19 anni considera normale toccare o baciare una persona senza il suo consenso, per uno su 4 non è strano diffondere i dettagli intimi del proprio partner. Sono i risultati del più prolifico, nonché unico educatore sessuale oggi attivo in Italia: PornHub.

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Ai, il consumo di acqua ed elettricità per raffreddare i data center si sta trasformando in un disastro ecologico

8 June 2026 at 06:33

di Serena Poli

Capannoni industriali sterminati stipati di server che lavorano senza sosta per elaborare miliardi di dati. Queste immense infrastrutture sono i data center; sprigionano un calore così devastante che, se non venissero costantemente raffreddati, i circuiti fonderebbero in pochi minuti. Per evitarlo, necessitano di una continua refrigerazione che richiede quantità astronomiche di energia elettrica e di acqua, fatta evaporare per sottrarre calore alle macchine.

Con il boom dell’intelligenza artificiale generativa, questo consumo si è trasformato in un disastro ecologico. Negli Stati Uniti intere comunità fanno i conti con un inquinamento idrico e acustico senza precedenti. Per costruire questi data center sono stati disboscati terreni ed è stato fatto ampio uso di detonazioni per livellare il suolo roccioso. Le falde acquifere sono state contaminate, come anche i pozzi artesiani dei privati cittadini, nei quali sedimenti e fango si sono mischiati all’acqua pulita. Come se non bastasse, le acque con trattamenti chimici usate per disinfettare i circuiti vengono sversate. A questo si aggiunge il ronzio continuo e sordo dei ventilatori, che distrugge la fauna locale e logora la salute fisica e mentale dei residenti.

Alle crescenti proteste di molte comunità locali si è unita recentemente la mobilitazione di Erin Brockovich, che ha lanciato una piattaforma di mappatura collettiva per permettere ai cittadini di tracciare l’espansione di queste strutture. I dati emersi sono spaventosi: un singolo data center può consumare fino a 19 milioni di litri d’acqua al giorno, circa quanto una città di 50-60 mila abitanti. Non solo: per reggere l’enorme richiesta di elettricità di questi impianti, le aziende energetiche sono costrette a potenziare le reti, scaricando i costi di questi lavori direttamente sulle bollette dei cittadini. Il fronte più caldo è attualmente in Texas, dove un mastodontico progetto da 3 gigawatt a Sulphur Springs è già stato travolto da proteste e cause legali per il devastante impatto che avrebbe sul territorio.

E mentre le big tech liquidano le proteste parlando di Ong finanziate dalla Cina per rallentare il progresso statunitense, questa stessa bomba ambientale sta per esplodere anche a casa nostra. L’Italia è diventata la nuova terra promessa di questi giganti. Il cuore di questa espansione è al momento l’area metropolitana di Milano, dove si concentra il 90% dei data center italiani. E, se gli Stati Uniti hanno impiegato dieci anni per vedere i danni ambientali, l’Italia rischia di subirli molto prima.

Eppure la tecnologia per fare le cose diversamente esisterebbe, ma si tratta di soluzioni che hanno costi maggiori e richiedono tempo, dunque sarebbe rallentata la folle corsa al profitto. Ed è qui che il discorso si fa politico: l’intelligenza artificiale ha potenzialità straordinarie ed è una risorsa che ridefinirà la società, che lo si voglia o no.

Il punto non è combattere il futuro, ma regolamentarlo affinché non venga edificato sulle macerie del bene comune. Da anni assistiamo alla distruzione sistematica dell’ambiente con guerre, sfruttamento indiscriminato delle risorse e ora i data center, mentre la politica si è limitata a mettere in atto nei confronti dei cittadini una colossale operazione di ‘gaslighting’, quella manipolazione che ribalta la colpa sulla vittima. Per decenni la politica ha spostato il peso della crisi ecologica sulle persone comuni (riciclo, alimentazione, consumi), tutelando deliberatamente sistemi industriali e produttivi da sempre responsabili della stragrande maggioranza delle emissioni globali.

Sì, anche le nostre ‘piccole azioni’ possono essere importanti, ma non se i colossi industriali possono vanificarle in un secondo. Serve una dura regolamentazione politica che imponga vincoli severi: la responsabilità deve partire da chi ha l’impatto maggiore, altrimenti continuiamo a incolpare i cittadini perché le loro azioni quotidiane non bastano ad arginare il disastro dei giganti.

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Ho un’utopia: che spostino la strada attorno al platano di Napoleone ad Alessandria

7 June 2026 at 05:53

di Giuseppe Chia

È solo un albero ma vederlo da vicino provoca un’emozione profonda. Non so misurare a occhio la circonferenza. Sua maestà mi guarda dal ciglio della strada insonne mentre il traffico scorre veloce. Chi volesse fermarsi a visitarlo, a fargli un saluto, deve stare molto attento…

Tutti sanno che lì cresce un gigante da tempo immemore. Lo chiamano il platano di Napoleone e si trova sulla corsia all’uscita da Alessandria. Ci vorrebbe un’isola verde intorno per portarci i bambini a giocare, in modo che tutti possano venire a vederlo, a toccarlo, a guardarlo da tutti i lati, tanto è bello e possente. Ma nessuno apparentemente ha mai pensato a qualcosa del genere.

La zona intorno ad Alessandria, lungo il Tanaro e il Bormida, è piena di platani, ma questo è davvero speciale. È triste dirlo: la sua condizione, strozzato dal traffico, a respirare polvere di pneumatici, fa pensare alla misera condizione di noi umani, che non diamo importanza alle cose veramente importanti. Qualcuno, leggendo queste righe, dirà: “Ma cosa pretende questo qua, che spostiamo la strada per costruire un’isola pedonale intorno all’albero?”. Ma io sommessamente rispondo: “Sì, sarebbe il segnale che finalmente qualcosa cambia in meglio in questa turpe epoca di nonsenso, soprusi, prepotenze… il segnale che, finalmente, si spendono soldi per una causa seria, umanamente appagante”.

A poca distanza dal platano c’è il Bormida; non lontano da Alessandria si unirà al Tanaro formando una massa d’acqua enorme che confluirà poi nel Po. Chi si fermerà mai a guardare questo fiume con l’acqua di un verde scuro, quasi immobile. Perché non spostare la strada da qualche altra parte? Lo spazio certo non manca. Nel corso degli anni chilometri e chilometri di nuovo asfalto sono apparsi intorno a questa città che sembra vivere con la smania della fretta, dell’andare chissà dove, del risparmiare tempo… per cosa?

Una bella area verde con al centro lui che con la sua sola presenza arricchisce il tuo sguardo, la tua anima, il tuo pensiero. E poi, più in là il fiume. Un’area verde perché chi vuole possa passare del tempo lì intorno, visitarlo di tanto in tanto, ammirarlo, fargli un saluto, un vero simbolo vivente di una città che finalmente riscopre la sua ragion d’essere. Non più città di caserme e soldati, di supermercati e uffici, ma una città di gente che fa qualcosa per il futuro dei suoi cittadini, per il benessere di tutti, anche di quelli che verranno, che non sono ancora nati.

Una città non è solo l’insieme delle sue attività economiche. Negli ultimi decenni siamo stati indotti a pensare questo. Ormai le città dovrebbero re-imparare a vivere a contatto con la natura e la natura significa soprattutto alberi e fiumi. Sono loro che migliorano la qualità della vita, la vivibilità, l’aria, il senso dell’abitare in un luogo piuttosto che in un altro.

Io scommetto che una volta fatto il lavoro, tutti direbbero: “Ma guarda: cosa ci voleva? Non è stato per niente complicato e non abbiamo speso neppure molto. Ma quello che abbiamo guadagnato è davvero incalcolabile”. Adesso si può guardare dal ponte il placido Bormida, seguire il corso delle stagioni e dei colori che cambiano parlando col fiume e col platano, andare in bicicletta o a piedi nei percorsi ecologici che si possono già intuire. La città riscopre a poco a poco il grande padre che non sapeva di avere. Mamme e pensionati con figli e nipoti vi si ritrovano, passano il tempo. A un patrimonio prima completamente inutilizzato, prima abbrutito dal traffico e dalla polvere, è stato dato valore. Non sarà più il platano di Napoleone adesso, ma il platano di Alessandria…

Quando l’ultimo insulto al buonsenso sarà stato consumato, sono sicuro che questa idea del “Parco del Bormida e del Platano”, che ora sa di ingenua utopia, sarà considerata in modo più “terreno” un umile omaggio a ciò che realmente conta: i fiumi e gli alberi senza i quali la vita sarebbe impossibile.

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Ho un’utopia: che spostino la strada attorno al platano di Napoleone ad Alessandria

7 June 2026 at 05:53

di Giuseppe Chia

È solo un albero ma vederlo da vicino provoca un’emozione profonda. Non so misurare a occhio la circonferenza. Sua maestà mi guarda dal ciglio della strada insonne mentre il traffico scorre veloce. Chi volesse fermarsi a visitarlo, a fargli un saluto, deve stare molto attento…

Tutti sanno che lì cresce un gigante da tempo immemore. Lo chiamano il platano di Napoleone e si trova sulla corsia all’uscita da Alessandria. Ci vorrebbe un’isola verde intorno per portarci i bambini a giocare, in modo che tutti possano venire a vederlo, a toccarlo, a guardarlo da tutti i lati, tanto è bello e possente. Ma nessuno apparentemente ha mai pensato a qualcosa del genere.

La zona intorno ad Alessandria, lungo il Tanaro e il Bormida, è piena di platani, ma questo è davvero speciale. È triste dirlo: la sua condizione, strozzato dal traffico, a respirare polvere di pneumatici, fa pensare alla misera condizione di noi umani, che non diamo importanza alle cose veramente importanti. Qualcuno, leggendo queste righe, dirà: “Ma cosa pretende questo qua, che spostiamo la strada per costruire un’isola pedonale intorno all’albero?”. Ma io sommessamente rispondo: “Sì, sarebbe il segnale che finalmente qualcosa cambia in meglio in questa turpe epoca di nonsenso, soprusi, prepotenze… il segnale che, finalmente, si spendono soldi per una causa seria, umanamente appagante”.

A poca distanza dal platano c’è il Bormida; non lontano da Alessandria si unirà al Tanaro formando una massa d’acqua enorme che confluirà poi nel Po. Chi si fermerà mai a guardare questo fiume con l’acqua di un verde scuro, quasi immobile. Perché non spostare la strada da qualche altra parte? Lo spazio certo non manca. Nel corso degli anni chilometri e chilometri di nuovo asfalto sono apparsi intorno a questa città che sembra vivere con la smania della fretta, dell’andare chissà dove, del risparmiare tempo… per cosa?

Una bella area verde con al centro lui che con la sua sola presenza arricchisce il tuo sguardo, la tua anima, il tuo pensiero. E poi, più in là il fiume. Un’area verde perché chi vuole possa passare del tempo lì intorno, visitarlo di tanto in tanto, ammirarlo, fargli un saluto, un vero simbolo vivente di una città che finalmente riscopre la sua ragion d’essere. Non più città di caserme e soldati, di supermercati e uffici, ma una città di gente che fa qualcosa per il futuro dei suoi cittadini, per il benessere di tutti, anche di quelli che verranno, che non sono ancora nati.

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I lavoratori nel settore dell’animazione non hanno opportunità dignitose: il mio consiglio è di fare rete

6 June 2026 at 06:33

di Franca Moroni

Conosco da cinque anni la situazione professionale di molti giovani adulti che lavorano nel settore dell’animazione e della graphic novel. Constato, amaramente, che mettere cultura e tempo per formarsi in questo settore si è rivelata una pessima scelta, in quanto le opportunità di lavoro dignitoso sono minime.

L’avvento del Covid e la necessità di introdurre forme di distanziamento sul lavoro portarono all’introduzione dello smart working nel Pubblico e nelle grandi imprese sindacalizzate, ma contribuirono al processo di esternalizzazione del lavoro in quelle attività che non abbisognavano di integrazione dei cicli di produzione. Le grandi società di produzione di grafica o di animazione 2D e 3D hanno sperimentato che è più conveniente cercare collaboratori occasionali mediante le cosiddette piattaforme, fra le quali Linkedin è la più conosciuta ma non la sola, in un mercato che ha come perimetro il mondo intero. A ciò si aggiunga il conflitto russo-ucraino a causa del quale i paesi Ue hanno tagliato gli investimenti in molti settori, in primis quelli culturali, per destinarli alla difesa.

Oggi il grafico, il regista, lo storyboard artist, l’animatore non sono lavoratori dipendenti, formalmente sono partite Iva o, i più giovani, prestatori d’opera occasionali: ma chiamiamoli con il loro nome, sono lavoratori a domicilio che si comprano anche gli strumenti di lavoro.

La società di produzione o lo studio che ha in subappalto parte del progetto fa una inserzione su piattaforma, offrendo un lavoro che in genere va consegnato in pochi giorni. Spesso chiede una prova gratuita, mai inferiore a un giorno lavorativo, a volte per un’offerta di qualche giornata di lavoro. Se il professionista supera la prova quasi sempre il lavoro deve essere consegnato “il prima possibile perché siamo già in ritardo”, niente festivi o domeniche. Sovente, il contratto viene firmato alla consegna del lavoro, prendere o lasciare. E se il lavoro non è di gradimento, non c’è nessun misuratore di correttezza, si ricontratta a parole il compenso e il lavoratore si deve accontentare di una riduzione. I compensi sono assai variabili: a volte giungono a 100 € a giornata, a volte non raggiungono i 6 € lordi.

Per chi non ha reti amicali e proviene dalle Università e dalle Accademie, l’unico incontro domanda-offerta sono le già citate piattaforme: con qualche rischio in meno per l’incolumità fisica, un meccanismo molto simile alle piattaforme con cui viene distribuito il lavoro di consegna di beni. In assenza di queste piattaforme la vorticosa assegnazione di lavori brevi non sarebbe possibile. Come mai si trovano tanti giovani super formati disponibili a lavorare in queste condizioni?

1) Per svolgere queste attività professionali occorre una lunga formazione, che non termina prima dei 26-28 anni, che comprende lauree, master o corsi privati assai costosi. Ciò su una forte predisposizione teorica e pratica. La speranza di fare dignitosamente il lavoro per cui si è studiato tanto spinge ad accontentarsi, a stringere i denti e fare anche un lungo apprendistato.

2) Il mercato è mondiale: i 6 € ora in Italia non consentono di vivere ma già in altri paesi Ue hanno un valore diverso, per non dire del sud est asiatico. Un lavoratore solo di fronte a una SpA multinazionale, uno Studio pluripremiato, cosa può fare?

3) Quando un lavoratore ha raggiunto i 28-30 anni ed è super formato è escluso da quei lavori, meno qualificati, che potrebbe svolgere al termine delle superiori. I datori di lavoro non possono più usufruire di detrazioni e sostegni e in molti posti non si vuole un lavoratore che eccede in formazione. E a questo punto gli ormai non più giovani come mangiano?

Concludo facendo appello a questi lavoratori di fare rete: il loro avversario non è il collega ma chi gestisce tutta la filiera. I grandi sindacati volgano attenzione anche a questo settore, fornendo supporto giuridico e aggregazione.

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Facciamoci due domande, se la disperazione per l’uscita di Picierno dal Pd viene quasi tutta da destra

5 June 2026 at 16:03

di Serena Poli

Le vette di comicità involontaria che ci stanno regalando stampa e commentatori per l’uscita di Pina Picierno dal Pd riconciliano con il mondo. Gli aggettivi che accompagnano i commenti sono da lutto nazionale: drammatica uscita, coraggiosa, una lezione di dignità, se ne va per non rinunciare ai propri valori. Il Foglio (quotidiano che le dedica tre pagine di intervista) titola Picierno contesa dopo l’addio al PD. Contesa, certo, da chi spera di imbarcare un portatore sano di voti: vedremo cosa resterà tolto il simbolo del partito.

L’unica costante di questa vicenda è la disperazione degli ambidestri: quelli di destra che scrivono da sinistra e viceversa. Si disperano i fuoriusciti della prima ora, piangono i commentatori della sedicente area riformista. Tutti percossi e attoniti, insomma, tranne gli elettori del Pd che hanno tirato un sospiro di sollievo, salvo quelle due o tre paia di anime democristiane rimaste. E facciamocele due domande, se la disperazione per l’uscita di Picierno viene quasi tutta da destra.

Ma questa vicenda non è un fatto solamente politico: è antropologico. È il fallimento, passatemi il nome e lasciatemi divertire, dello “Schema Porchetta”. Ricordiamo tutti l’eroe contemporaneo che, qualche giorno fa, si è presentato alla festa islamica a Roma con un panino alla porchetta. Il piano era perfetto, nella sua miseria: provocare, scatenare una reazione rabbiosa e poi correre a denunciare l’avanzata dell’estremismo islamico. Risultato? È stato ignorato, spernacchiato e, a festa conclusa, i poveri resti del panino sono stati rinvenuti, con tanto di incarto, a terra dietro un cespuglio.

Pina Picierno si è mossa lungo questo medesimo binario. È andata in ogni modo contro la segreteria del partito, ha fatto propaganda per il sì al Referendum dai microfoni di Atreju per poi fare la vittima quando gli elettori Pd la attaccavano sui social. Ogni giorno esche e provocazioni allo scopo di essere accompagnata alla porta, per potersi rivendere come martire della libertà d’opinione in un Pd trasformato in un covo di bolscevichi. Un piano perfetto, se non fosse che nel quadro italiano cercare la “sinistra” è un’operazione da lente d’ingrandimento.

Abbiamo al governo una destra reazionaria, illiberale e revanscista fino alle viscere, abbiamo la seconda carica dello Stato che la sera a casa spolvera amorevolmente il busto di Mussolini, ma il vero allarme democratico, per Picierno e amici, resta chi prova a spostare il baricentro un millimetro a sinistra.

Di fronte a questo capolavoro del ridicolo, Elly Schlein non ha mai risposto, non ha raccolto l’esca. E la Picierno, con il mandato europeo agli sgoccioli, si è vista costretta ad andarsene da sola, col tempismo perfetto di chi spaccia un riposizionamento salva-poltrona per un coraggioso e drammatico sacrificio in nome degli ideali.

È la triste parabola che tutti i teorici dello “Schema Porchetta” dovrebbero incontrare: finire a battere i piedi da soli perché nessuno se li fila. Anche perché diciamolo: questa della provocazione ormai non è un’eccezione, ma una strategia che sempre più personaggi in cerca d’autore utilizzano per trovare un briciolo di visibilità.

Il meccanismo è ben congegnato: cerco l’incidente per alimentare la narrazione che mi serve. E quelle sbiadite spennellate di vittimismo sono funzionali in ogni caso, perché costoro troveranno sempre certa stampa compiacente disposta a seguirli, non perché sia boccalona, ma perché ancora più in malafede di loro.

Ora attendiamo con struggente impazienza che lo stesso spirito di ‘sacrificio’ illumini anche gli altri scontenti del Pd: un bel treno della dignità verso il centro, così da lasciare finalmente quel che resta della ‘sinistra’ a chi, magari, vorrebbe davvero la sinistra. Nell’attesa suggerisco di conservare l’immagine della porchetta abbandonata e di trattare le provocazioni che verranno come è stato trattato quel panino: raccolto solo per essere buttato nel cestino dell’oblio.

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Per me il caso Minetti ha evidenziato la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gli altri giornali

5 June 2026 at 11:59

di Angelo Palazzolo

La vicenda della grazia a Nicole Minetti per me ha evidenziato, se ancora ce ne fosse bisogno, la distanza siderale tra il Fatto Quotidiano e gran parte dell’informazione italiana. Non parlo del Foglio, del Giornale o del Secolo d’Italia, quotidiani che di tanto in tanto leggo sia perché la pluralità dell’informazione è un valore oltre che un metodo in sé, sia perché adoro provare l’ebbrezza del vuoto: la vertigine provocata da parole altisonanti e prive di sostanza, da discorsi contorti costruiti per difendere sempre la stessa parte politica. Discorsi che hanno la forma del logos, ma che quasi sempre si risolvono in falsi sillogismi o in allusioni volutamente vaghe, perché, se scendessero nel concreto, si dissolverebbero come bolle di sapone.

No, parlo dei quotidiani storici del nostro Paese: il Corriere della Sera, la Repubblica, la Stampa. Quotidiani che incarnano un’informazione istituzionale che i più benevoli definiscono “moderata”, ma è una moderazione che rifuggo e rifiuto. Non c’è nulla di moderato nel rispetto incondizionato verso un’istituzione, una carica o un’autorità. Ciò che vi scorgo è piuttosto un’indole pavida, che non si mette di traverso, non contesta, non si espone e preferisce allinearsi.

Mi riferisco al rapporto di totale riverenza, se non di sudditanza, che la stampa italiana intrattiene nei confronti del Presidente della Repubblica. Se una cosa è bianca ma Mattarella dice che è nera, allora diventa nera. Se Mattarella paragona la Russia al Terzo Reich e la Russia contesta quel paragone, si parla di un “vergognoso attacco della Russia al PDR”. Se Mattarella, in ogni occasione possibile, attribuisce alla Russia tutti i mali del nostro tempo e la Russia, di conseguenza, lo definisce russofobo, ecco un altro attacco ingiustificato. D’altro canto, se parlando di Israele Mattarella non ricorre mai a espressioni come “Terzo Reich”, è perché la moderazione e il senso delle istituzioni – in certi casi – valgono ancora.

In questo desolante contesto, in cui la verità dei fatti viene sistematicamente piegata alle convenienze politiche e in cui manca il coraggio di usare le parole giuste quando sono scomode, elogio il carattere del Fatto Quotidiano. Un giornale che prima mette in discussione la grazia a Nicole Minetti, entrando nel merito e nel metodo dell’iter che ha portato alla sua concessione, e costringe la Presidenza della Repubblica a chiedere un supplemento d’indagine al Ministero della Giustizia; poi, quando quel supplemento d’indagine — affidato allo stesso soggetto coinvolto nella vicenda contestata — conclude, prevedibilmente, di aver agito correttamente, insiste nell’evidenziarne le palesi incongruenze, le inesattezze e le lacune.

Il carattere del Fatto Quotidiano non consiste soltanto nel coraggio di andare controcorrente. È anche resilienza, consapevolezza e sicurezza di chi sa di svolgere il proprio lavoro senza dover rendere conto a nessuno. Il Fatto non ha politici o istituzioni da compiacere, non ha interessi editoriali da tutelare e rinuncia persino al finanziamento pubblico che gli spetterebbe, proprio per rivendicare la propria libertà e fare informazione nell’esclusivo interesse dei lettori.

Non è un caso che gli scoop e le notizie più scomode pubblicate dal Fatto colpiscano trasversalmente gli schieramenti politici, con una particolare attenzione per i governi di turno. Basti pensare alle inchieste sul “giglio magico” ai tempi di Renzi, prova dell’indifferenza del Fatto verso il potere. Allo stesso modo, non teme la “lesa maestà”, come dimostra il caso in esame, né ha esitato a criticare quello che ritengo il politico-tecnico più sopravvalutato di sempre: Draghi.

Così come non si preoccupa di dare spazio a chi viene silenziato o isolato — il professor Orsini, il generale Mini, l’ambasciatrice Basile, il professor Canfora e altri — per aver espresso opinioni difformi rispetto a un’informazione mainstream che, troppo spesso, sembra avere più padroni occulti che lettori. Meno male che il Fatto c’è!

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Grazia a Minetti: perché la legge lascia discrezionalità?

5 June 2026 at 11:58

di Roberto Celante

Il procedimento di concessione della grazia è regolato dal codice di procedura penale, cioè dalla stessa legge che regola lo svolgimento del processo penale, comprese le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. Ci si aspetterebbe, quindi, che anche la ricognizione dei presupposti per la concessione della grazia fosse normata con la stessa precisione ed il medesimo rigore.

Invece, si resta perlomeno perplessi quando, leggendo il secondo comma dell’art. 681 c.p.p., che disciplina i “provvedimenti relativi alla grazia”, si giunge alla seguente disposizione: “Se il condannato non è detenuto o internato, la domanda può essere presentata al predetto procuratore generale, il quale, acquisite le opportune informazioni, la trasmette al ministro con le proprie osservazioni”.

Qual è il problema di fondo? È che “le opportune informazioni” attribuiscono una tanto evidente, quanto anomala, discrezionalità di giudizio in capo al procuratore generale. Perché anomala? Perché il pm, in ogni indagine su un reato, deve acquisire tutti gli elementi di prova, sia a carico che a discarico dell’indiziato, per valutare se proporre al gip il rinvio a giudizio o l’archiviazione, cioè non può tralasciare niente, non può considerare utili soltanto determinati elementi, selezionandoli tra tutto ciò che l’indagine gli ha messo a disposizione e inserire nel fascicolo solo quelli, in quanto solo quelli avvalorano le proprie sensazioni e i propri presentimenti. Eppure un comportamento del genere, che non è concepibile in un’indagine penale, sarebbe astrattamente possibile in un procedimento di concessione della grazia.

Queste righe non intendono giudicare il caso specifico, cioè il lavoro svolto dalla procura generale di Milano nel caso Minetti, né in occasione della valutazione svolta a seguito della domanda di grazia, né per il supplemento di indagine chiesto dal Presidente della Repubblica, perché le due istruttorie, su cui si fondano i pareri, non sono atti accessibili al pubblico: è impossibile commentare ciò che non si conosce.

Per lo stesso motivo, Thomas Mackinson del Fatto Quotidiano ha svolto un’inchiesta giornalistica: ha raccolto documenti e testimonianze, li ha valutati (improbabile che l’abbia fatto con assoluta leggerezza, considerando le possibili conseguenze legali), li ha ritenuti verosimili e, in accordo con il proprio direttore, li ha pubblicati.

E le notizie raccolte sono state pubblicate non per diffamare Nicole Minetti, non per delegittimare o far revocare il provvedimento di grazia, ma per fare giornalismo; cioè, in tal caso, per permettere all’opinione pubblica di valutare se sia opportuno che l’attuale iter per la concessione della grazia non sia rigoroso come le modalità di acquisizione delle prove durante le indagini. In altre parole, se sia opportuno che un procedimento che può arrivare ad una condanna penale sia normato per filo e per segno dalla legge, mentre per un procedimento che può cancellare quella stessa pena ci sia a monte una valutazione discrezionale sull’opportunità di talune informazioni e l’irrilevanza di talaltre. Se sia opportuno, in ultima analisi, che sui presupposti di un procedimento di concessione della grazia si possa astrattamente dubitare di un difetto di istruttoria, per l’eventuale valorizzazione di sensazioni e presentimenti (anche eventualmente a sfavore del reo), che invece sono estromessi dalla normativa che regola le indagini sui reati.

Il mio parere è proprio questo: non è opportuna questa differenza nei due iter e l’art. 681 c.p.p. andrebbe modificato di conseguenza. Perché entrambi gli iter attengono a provvedimenti sulla libertà delle persone e quindi per entrambi dovrebbe essere garantita la medesima rigorosità, chiunque sia la persona della cui libertà si tratta, perché questo è l’unico modo per contemperare la possibilità di concedere la grazia (art. 87 Cost.), con il principio di uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge (art. 3 Cost.).

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Basta agli stage che nascondono lavoro precario: la mia proposta di un Registro nazionale dei tirocini

5 June 2026 at 06:02

di Paolo Gallo

In Italia il lavoro è diventato un eterno corridoio d’attesa. Una generazione intera vive sospesa tra stage, tirocini, collaborazioni occasionali, contratti a termine e promesse rimandate. Si studia più a lungo, si accumulano competenze, master, lingue straniere ed esperienze, ma il traguardo della stabilità continua ad allontanarsi. E nel frattempo passano gli anni, le occasioni e, spesso, anche la fiducia.

Il lavoro, che per decenni è stato sinonimo di emancipazione sociale, oggi per molti giovani italiani coincide con l’incertezza. Una precarietà non solo economica, ma anche psicologica ed esistenziale. Perché senza prospettive è difficile costruire una vita: si rinviano scelte, famiglie, indipendenza e progetti.
Non è una questione nuova. Già nel Novecento la letteratura italiana raccontava il rapporto complesso tra individuo e lavoro. Da Paolo Volponi a Luciano Bianciardi, passando per Ottiero Ottieri, il lavoro appariva come una promessa di dignità ma anche come un meccanismo capace di schiacciare le persone.

Oggi quella contraddizione assume una forma diversa e più subdola: l’illusione permanente dell’opportunità. Per migliaia di ragazzi e ragazze, infatti, lo stage non rappresenta più un ponte verso l’occupazione, ma rischia di trasformarsi nell’occupazione stessa. Un limbo in cui si lavora senza reali prospettive, spesso con compensi modesti e responsabilità concrete, ma senza adeguate tutele. Si accumulano esperienze considerate “formative”, che però troppo spesso alimentano un sistema fondato sul ricambio continuo e sul basso costo del lavoro giovanile.

Eppure gli stage non sono il problema. I tirocini possono essere strumenti preziosi di crescita, formazione e inserimento professionale. Molte aziende investono seriamente nei giovani, li accompagnano e li assumono. Ed è proprio qui il punto: distinguere chi forma davvero da chi utilizza gli stage come lavoro precario mascherato. Per questo ho lanciato una proposta: l’istituzione di un Registro Pubblico Nazionale degli Stage e dei Tirocini.

Uno strumento semplice ma potenzialmente rivoluzionario. Un registro che raccolga e pubblichi annualmente, per ogni azienda che attiva stage curriculari o extracurriculari, alcuni dati essenziali: numero totale di stagisti ospitati, percentuale di assunzioni successive al tirocinio, tipologia dei contratti offerti, durata media dei percorsi, retribuzione media iniziale, numero di rinnovi o interruzioni.

Non si tratta di penalizzare le imprese. Al contrario. Questa proposta nasce per valorizzare le aziende virtuose, quelle che credono realmente nei giovani e investono nel loro futuro professionale. In un mercato del lavoro spesso opaco, la trasparenza diventerebbe finalmente un criterio di scelta. Studenti, neolaureati e famiglie potrebbero orientarsi con maggiore consapevolezza, individuando realtà che offrono prospettive concrete e non semplici esperienze da aggiungere al curriculum.

Oggi chi cerca uno stage si muove troppo spesso al buio. Le informazioni circolano attraverso racconti personali, forum, gruppi social e passaparola. Ma il futuro di una generazione non può dipendere dalla fortuna o da recensioni informali. Servono dati pubblici, verificabili e accessibili.

La trasparenza non è un attacco alle imprese: è una forma di responsabilità collettiva. Perché il lavoro non è soltanto un contratto. È dignità, possibilità, cittadinanza. E un Paese che non protegge l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro finisce inevitabilmente per indebolire il proprio futuro. Gli stage devono tornare a essere opportunità concrete di crescita e assunzione, non parcheggi temporanei o strumenti di precarizzazione. Perché una generazione che continua a sentirsi “in prova” è una generazione a cui viene sottratta la possibilità di progettare il domani. E senza futuro, nessun Paese può davvero dirsi moderno.

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Per spiegare la catastrofe di Gaza esiste anche una dimensione più profonda. Che non esime nessuno

4 June 2026 at 16:11

di Gabriele Accascina

Di fronte alla tragedia umana che si sta consumando a Gaza e in Cisgiordania e alle conseguenze del conflitto sull’intera regione, molti osservatori cercano spiegazioni nelle categorie tradizionali della sicurezza nazionale, della geopolitica e della lotta al terrorismo. Sono certamente fattori reali e importanti. Eppure credo che, almeno in parte, esista anche una dimensione più profonda. Quella che segue è soltanto un’ipotesi che considero degna di riflessione.

La memoria della Shoah occupa un posto centrale nell’identità collettiva israeliana. Per molti cittadini non si tratta di un evento lontano studiato sui libri di storia, ma di una vicenda familiare. Nonni, genitori e parenti hanno conosciuto persecuzioni, deportazioni e sterminio. È difficile immaginare che un trauma di tale portata non abbia lasciato conseguenze profonde nel modo di percepire il mondo, le minacce esterne e il rapporto con gli altri popoli.

La mia impressione è che, soprattutto negli ambienti più nazionalisti e radicali, questa memoria possa talvolta trasformarsi in una convinzione implicita: l’idea che ciò che il popolo ebraico ha subito sia stato talmente eccezionale da collocare Israele in una condizione storica speciale, non completamente assimilabile a quella di qualsiasi altro Stato. Non parlo di vendetta nel senso immediato del termine. Piuttosto di una rivendicazione storica interiorizzata, di un bisogno permanente di affermare forza e controllo dopo secoli di vulnerabilità.

In questa prospettiva, alcune azioni che dall’esterno appaiono sproporzionate potrebbero essere percepite dai loro sostenitori come una riaffermazione di sicurezza e potenza resa necessaria dalla storia stessa.

Esiste però un paradosso che meriterebbe di essere considerato. Le grandi tragedie della storia dovrebbero insegnare all’umanità a riconoscere per tempo le sofferenze altrui e a impedirne il ripetersi. Se invece restiamo indifferenti, rischiamo di contribuire alla nascita di una nuova ferita storica destinata a segnare generazioni future. Ottant’anni fa il mondo ha lasciato al popolo ebraico una memoria di dolore che ancora oggi influenza identità, politica e visione del mondo. Nessuno può sapere come verranno giudicati gli eventi attuali, ma è legittimo domandarsi quale memoria collettiva stiamo consegnando oggi al popolo palestinese e ai suoi discendenti e con quali conseguenze.

La presenza nel governo israeliano di figure ultranazionaliste e apertamente radicali rende questa interpretazione almeno plausibile. Quando si arriva a limitare o negare perfino l’accesso agli aiuti umanitari destinati ai civili, il problema sembra andare oltre la sola sicurezza. Entra in gioco una visione ideologica nella quale qualsiasi pressione esterna viene vissuta come un’ingerenza inaccettabile.
Cercare le possibili radici psicologiche e storiche di un comportamento non equivale a giustificarlo. Al contrario, è il primo passo per affrontarlo con lucidità.

Se questa ipotesi contiene anche solo una parte di verità, allora il resto del mondo non può limitarsi all’indignazione periodica. La comunità internazionale, e in particolare i Paesi europei, dovrebbero passare dalle dichiarazioni ai fatti. Il riconoscimento di uno Stato palestinese pienamente sovrano dovrebbe tornare a essere un obiettivo concreto e non una formula ripetuta senza conseguenze pratiche. L’accesso agli aiuti umanitari deve essere garantito e le violazioni del diritto internazionale devono avere conseguenze politiche reali.

Se oggi non si costruisce una soluzione giusta e duratura, la ferita palestinese, aperta ormai da generazioni, continuerà a trasmettersi ai discendenti di chi la sta vivendo oggi. Ottant’anni dopo la Shoah, vediamo quanto a lungo il dolore collettivo possa influenzare l’identità e la memoria di un popolo. Dovremmo chiederci quale eredità stiamo lasciando ai palestinesi dei prossimi ottant’anni. La storia è scritta non solo da chi compie le ingiustizie, ma anche da chi le osserva e non agisce.

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Dimagrire a qualunque costo in vista dell’estate diventa un’ossessione pericolosa. Soprattutto per i più giovani

4 June 2026 at 05:47

di Flavia Palomba

Se fino a qualche anno fa il fisico perfetto era il risultato di diete restrittive, montagne di insalate a tutte le ore, spietati allenamenti, e perché no anche una certa complicità di madre natura, oggi si assiste ad una radicale inversione di tendenza; si può e si deve avere tutto e subito!

L’ossessione dell’essere belli a tutti i costi, torna a risvegliarsi con prepotenza sempre prima della prova costume. Il mantra è dimagrire a qualunque prezzo. Complice, ovviamente, anche la dura legge dei social, che impone le sue regole, rigidissime, e guai a contestarle…

Tra maggio e giugno la pressione estetica per molti ragazzi diventa insopportabile, si assiste un delirio collettivo che attraversa in maniera trasversale un po’ tutte le generazioni, e che galvanizza i più giovani.
Ai rischi fisici, numerosissimi, si associano anche quelli mentali, la propria immagine viene sempre più percepita come distorta, inadeguata, non all’altezza. Soprattutto se paragonata ai modelli virtuali, con i quali non può esserci competizione, non foss’ altro perchè spesso sono inanimati.

Purtroppo la società sta subendo sempre di più la manipolazione digitale, che costringe tutti ad assomigliare a qualcuno, ad omologarsi. Viene meno l’importanza della diversità, dell’unicità anche nell’imperfezione. Questo porta inevitabilmente ad intraprendere scorciatoie, spesso pericolose come l’utilizzo spregiudicato di farmaci e le numerose trasferte dal chirurgo estetico.

Si inizia con i primi ritocchi già da adolescenti, visto che l’autostima è ormai strettamente dettata dall’apparenza, non è importante ciò che dici o pensi, ma è fondamentale come appari. Ormai l’immagine si costruisce attraverso gli occhi degli altri, ed è vietato deludere le aspettative degli schermi…

Parliamo di un percorso illusorio e del tutto in salita, perché non si sarà mai abbastanza belli, abbastanza magri, non si sarà mai abbastanza. Ormai si vive in costante aggiornamento.

La necessità di sfoggiare un aspetto perfetto, ancor peggio se plasmato sulle proposte dei social, implica purtroppo rischi biologici e blocchi metabolici, ma questo poco importa se serve a guadagnare un like in più. E per chi ha fretta la promessa di una bevanda prodigiosa o di una pillola magica diventa irresistibile, al bando di qualsiasi controindicazione.

Questo va in netta controtendenza con il senso dell’estate che dovrebbe essere il periodo del riposo, della spensieratezza e della libertà. La bella stagione è ormai solo un banco di prova, un momento di privazione, che può portare con se un senso di svuotamento, e a volte inevitabile fallimento.

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Il tribunale social prende di mira Tiziano Ferro dopo l’inizio del suo tour: ora tocca a noi fan supportarlo

3 June 2026 at 16:14

di Laura Ruzzante

La “data zero” è, da sempre, un patto di sangue tra l’artista e il suo pubblico. Non è la perfezione della prima alla Scala; è il motore che si scalda, la carne viva che si rimette in gioco. E a Lignano Sabbiadoro, davanti a un colossale, monumentale schermo di 60 metri che tagliava il cielo, Tiziano Ferro ha fatto esattamente questo: ha rimesso in gioco la vita. Dopo gli anni bui, i problemi di salute, il dolore lacerante di un divorzio sbattuto in piazza, il “Sono un grande” tour è partito. E puntuali, immancabili, tragici come una cambiale scaduta, sono partiti anche i cecchini del web.

La gogna dei mediocri

Il tribunale dei social, quella fogna a cielo aperto dove chiunque si sente autorizzato a fare il critico musicale, il dietologo e il confessore, ha emesso la sua sentenza preventiva: “è sovrappeso”, “ha il fiatone”, “ha perso la voce”. La fiera della meschinità. Gente che fatica a fare le scale di casa che pretende la perfezione atletica da un uomo che ha passato l’inferno e ha avuto il coraggio di ripresentarsi su un palco.

Siamo alle solite: “Le persone ti perdonano tutto, tranne il successo”, diceva il saggio. È il cancro della gogna social, quel bullismo digitale che, nei casi più tragici, spinge le persone al baratro. Ma la dinamica psicologica di questi leoni da tastiera è tanto feroce quanto ridicola: se incontrassero Ferro per strada, quegli stessi odiatori seriali sarebbero i primi a calare le braghe, a sfoderare il sorriso migliore e a mendicare un selfie da esibire come un trofeo.

L’anima contro l’algoritmo

Parliamoci chiaro, con la schiettezza che si deve alla verità: è stato un concerto perfetto? No. Ci sono state sbavature? Sì. Ma è stato un problema? Nemmeno per idea.

In un’epoca musicale desolante, dominata dall’autotune che rende i cantanti tutti simili a robot da catena di montaggio, in un mercato saturato dai vari Bangaranga che vincono l’Eurovision all’insegna del rumore e della provocazione spicciola, uno come Tiziano Ferro è un patrimonio dell’umanità pop. Ad avercene, di artisti così. Musicisti che sul palco non portano una chiavetta Usb con le tracce pre-registrate, ma portano il cuore. Tiziano dà tutto: ride, piange, esulta, arranca, risorge. E, soprattutto, emoziona. Fa sorridere il cuore.

Un abbraccio collettivo

Dietro i numeri di una scaletta stordente, che fila via come la colonna sonora della nostra giovinezza — da Sere nere a Non me lo so spiegare, da Xdono a La fine, passando per la potenza emotiva de Il conforto e Accetto miracoli — c’è la storia di un uomo che ha deciso di non nascondersi. Ed è qui che la critica deve fermarsi per lasciare spazio all’empatia, all’umanità profonda che da sempre unisce un artista vero a chi lo ascolta.

Tiziano ci ha regalato testi indimenticabili, ha dato voce ai nostri silenzi, ha curato le nostre ferite quando eravamo noi a non sapercelo spiegare. Ora i ruoli si invertono. Un uomo che ha sofferto così tanto e che si rimette davanti a uno stadio merita ammirazione, rispetto e supporto. Non i pollici versi di quattro frustrati. Adesso sta al pubblico, quello vero, fare da scudo. Sta a noi stringerci attorno a lui e restituirgli, con gli interessi, la vicinanza di cui ha bisogno per tornare a essere quel gigante che non ha mai smesso di essere. Il resto è solo rumore di fondo.

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Cara Repubblica, prima che tu compia un secolo spero troverai la verità, la giustizia e la libertà strappate

3 June 2026 at 11:40

di Andrea Spinelli

La Festa della Repubblica viene celebrata con il solito elefante nella stanza. Si tratta ovviamente della mancata condanna dei crimini fascisti, perlopiù amnistiati in diverse fasi storiche, e la conseguente mancata defascistizzazione delle istituzioni italiane, ai cui vertici in molte occasioni, come è storicamente comprovato (vedi Franzinelli, Laterza, 2022), rimasero numerosi quadri della nomenclatura del ventennio.

In questo contesto la storia repubblicana non poteva non essere attraversata da un oscuro filo nero che segna le pagine più dolorose della nostra memoria: dalle stragi degli anni di piombo, ai tentativi di golpe, passando persino per Capaci e Via D’Amelio, i cui recenti sviluppi investigativi sembrano proprio indicare la presenza della destra eversiva nel ruolo di cintura di trasmissione fra servizi segreti deviati e manovalanza mafiosa. Destabilizzare per stabilizzare è il principio che anima questo progetto di controllo crudele e vigliacco. Crudele e vigliacco come tutte le azioni fasciste.

Nel frattempo il mondo intero non vuole essere da meno e si sta rapidamente rifascistizzando. Ovunque dall’Europa alle Americhe, la colpa dei mali del mondo viene fatta ricadere sui migranti. Ognuno è fiero e orgoglioso di sputare sui poveri che sostengono il loro Pil. Gli europei ce l’hanno con gli arabi, gli americani con i messicani, i cileni con i venezuelani, gli svizzeri con gli italiani etc. Tutti sognano uomini incappucciati sequestrare famiglie di stranieri e mettere a ferro e fuoco le nostre città. Ovviamente tutti ignorando che tutti siamo stati migranti e tutti quanti siamo stranieri al di fuori dei nostri confini.

Il fascismo piace, è tornato di moda, è trend topic su Instagram e TikTok. Tutti votano per i partiti di estrema destra. Ma poi si accorgono che non sono abbastanza di destra, e quindi tornano a votare per il fascista successivo, che si dichiarerà più duro, più razzista e più fascista che mai. Purtroppo, tutto ciò dimostra che la Storia non è maestra di un bel niente. Forse siamo troppo ignoranti. O forse ci piace così. Facciamoci del male, come diceva Francesco Nuti.

In questo contesto, inesorabilmente, la meravigliosa Costituzione Italiana, figlia della Resistenza antifascista, rimane un programma in gran parte inattuato. E tuttavia, il recente No al referendum costituzionale, alla tremebonda “riforma” della giustizia, è il miglior regalo che potessimo fare a questa Repubblica a sovranità limitata.

Quindi buon compleanno Repubblica Italiana. Ma prima che tu compia un secolo di vita, ti auguriamo di trovare tutta la verità, la giustizia e la libertà che ti hanno strappato.

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Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’: ho il magone a pensare che non ci sei più da 45 anni

3 June 2026 at 09:04

di Eugenio Lanza

Caro Rino ti scrivo, così mi distraggo un po’. Perché a pensare che questo 2 giugno sono 45 anni che non ci sei, un po’ mi viene il magone, e allora tanto vale parlarti direttamente.

E confessarti che questa triste ricorrenza mi fa così male anche perché non ti ho mai incontrato. Non t’ho mai potuto dire che avrei voluto un amico come te, e oggi non posso dirti che nel ‘79 avevi ragione, quando proferisti parole pesantissime durante un concerto. “C’è qualcuno che vuole mettermi il bavaglio. Io non li temo. Non ci riusciranno. Sento che, in futuro, le mie canzoni saranno cantate dalle prossime generazioni. Che, grazie alla comunicazione di massa, capiranno che cosa voglio dire questa sera”.

È vero, non ci sono riusciti. Anche se tu, delle cose sbagliate di quell’Italia, conoscevi anche quelle occulte.
Sapevi dove si trovasse la sede della P2 prima che venisse scoperta, e che il suo maestro venerabile fosse l’ex direttore commerciale della Permaflex Licio Gelli, tanto per dirne una. Sta di fatto che l’8 gennaio del 1979 venisti scagliato contro il guard-rail da un fuoristrada che correva contromano, e ti salvasti per miracolo, all’interno della tua amata Volvo. Ditta da cui ti affrettasti a ricomprare un nuovo modello, che divenne la tua ultima casa quando alla fine un altro “incidente” riuscì ad esserti fatale. Ma io voglio ricordare quel che sei stato prima.

Nato a Crotone e vissuto a Roma, hai sempre amato quella vita spezzata così presto, riempiendola di colori. Tanto che quando tuo padre ti assicurò un grigio posto fisso in banca tu rifiutasti, pretendendo fiducia nelle tue capacità. Dimostrate in un tempo piccolo ma denso, scandito dai tuoi sei album.

Nel 1974 l’esistenzialista Ingresso libero, con cui ci hai fatto entrare nel tuo animo sensibile e riflessivo. Chiuso con L’operaio della Fiat la 1100: dove la follia di vivere per il padrone è punita con un contrappasso: trovarsi l’auto bruciata da qualche altro folle. Nel 1976 l’improvviso successo, con uno dei dischi più belli di sempre: Mio fratello è figlio unico. Nella cui title track dichiari il tuo amore a tutti i Mario del mondo: quei battitori liberi dall’animo fragile, ma incapaci di accettare le ingiustizie che la gente fingeva di non veder più.

Nel 1977, con Aida, sei passato dall’introspezione all’attacco, facendo a pezzi quell’Italia che avresti voluto diversa. Senza smettere di chiederti, escluso il cane, chi è che ci dice “ti amo”. L’apice del successo nazionale arriva con Nuntereggae più, nel 1978. L’album più diretto e aggressivo di tutti, ma anche il più adatto alle radio. Tanto che, con Gianna, arrivasti terzo al Sanremo ’78. Infine, nel 1979 Resta vile maschio, dove vai?, e nel 1980 l’ultimo album: E io ci sto. Nuovi nemici, stessa energia.

E chissà quante altre intemerate avresti scritto oggi, in un mondo crudele quanto ieri, ma immerso nel silenzio assordante d’una musica che non se ne preoccupa più. Pensa che c’è addirittura qualcuno, tra i tuoi seriosi ex colleghi, che adesso ha elevato l’ignavia a valore morale da custodire, e addirittura indispensabile per un cantautore. Penso proprio facessi bene a sbertucciarli, perché privi di quel coraggio necessario a dire sempre quello che si pensa, anche a costo di morire come hai fatto tu. Servirebbe oggi un artista così coraggioso, al posto di chi ama abbandonarsi a una vacua malinconia, o alla risibile imitazione di disimpegnate pose statunitensi.

Prima di salutarti, Rino, voglio ringraziarti per l’unica tessera che manca in questo magnifico puzzle. Il 1975, che dedicasti a una canzone sola. Mi capita di alzare gli occhi e cercarti, soprattutto nelle giornate storte. Quelle in cui vorrei accartocciare l’esistenza e ricominciare da capo, come capita a tutti. Allora mi metto un paio di cuffie e ascolto i tuoi consigli, realizzando che mi manca solo un po’ della tua filosofia. E alla fine me lo ricordo. Che per quanto nera possa apparirmi una situazione, Il cielo è sempre più blu.

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