Normal view

Il silenzio degli insipienti mentre si ridisegna la mappa del potere bancario

9 June 2026 at 10:00

Fa un certo effetto leggere della proposta di acquisizione del Monte dei paschi di Siena da parte di una cordata formata da Intesa e Unipol, dopo tutto quello che gli allora manager di Unipol passarono, esattamente vent’anni fa, per avere solo osato pensare di scalare una banca (la Bnl).

Per certi aspetti, considerando la posizione assunta allora da Mps, il suo ruolo nella guerra finanziaria che si combatté attorno a quella e ad altre operazioni più o meno collegate, e tutto quello che capitò dopo, con l’acquisto dell’Antonveneta e le sue conseguenze sui bilanci di Mps, il risultato somiglia a una grande rivincita, o anche a una nemesi, a seconda dei punti di vista. E lo stesso si potrebbe dire dei vertici dei Democratici di sinistra, perché il Partito democratico non c’era ancora, e anche per questo – per riequilibrare con le cattive i rapporti di forza in vista della fusione Ds-Margherita – Francesco Rutelli e tutto il suo partito appoggiarono senza riserve la violentissima campagna di stampa che sulla scorta di virulente iniziative giudiziarie mise alla gogna la sinistra, ponendo le basi della non-vittoria elettorale del 2006 (la prima di una lunga serie).

Molte cose ci sarebbero da dire, ripensando a tanti indignati editoriali di allora, ai dirigenti di un partito di opposizione messi sotto processo per il reato di «tifo», per avere espresso simpatia per il movimento cooperativo e per la possibilità che acquisisse una banca. Tanto più se si confronta quella sfilza di invettive con il silenzio che ha accompagnato le spericolate manovre finanziarie della destra di oggi, direttamente dal ministero dell’Economia.

Potrei andare avanti così per ore, solo con l’elenco delle cose che ci sarebbero da dire, ma se non le dicono i dirigenti della sinistra, se nemmeno loro si azzardano a dire mezza parola su tutto questo, è possibile che debba sempre far tutto io?

L'articolo Il silenzio degli insipienti mentre si ridisegna la mappa del potere bancario proviene da Linkiesta.it.

Memorial Italia inserita tra le organizzazioni estremiste in Russia

9 June 2026 at 06:12

Per la prima volta un’organizzazione italiana è stata inserita dalla Federazione Russa nell’elenco delle organizzazioni estremiste o terroristiche. A renderlo noto è Memorial Italia, che giovedì scorso, 4 giugno, è comparsa nella lista pubblicata da Rosfinmonitoring, l’agenzia federale russa per il monitoraggio finanziario, e il giorno successivo nell’analogo elenco del ministero della Giustizia russo.

La decisione rappresenta un nuovo capitolo della lunga offensiva del Cremlino contro la galassia Memorial, il movimento nato negli ultimi anni dell’Unione Sovietica per documentare le repressioni staliniane, conservare la memoria delle vittime del Gulag e monitorare le violazioni dei diritti umani nella Russia contemporanea. Nel 2022 Memorial è stata insignita del Premio Nobel per la Pace insieme all’attivista bielorusso Ales Bjaljacki e all’organizzazione ucraina Center for Civil Liberties.

Secondo Memorial Italia, l’inserimento nelle liste russe è la conseguenza diretta della sentenza emessa il 9 aprile dalla Corte Suprema della Federazione Russa, che aveva dichiarato estremista un generico «Movimento Memorial». Una formulazione volutamente ampia, la cui portata era rimasta inizialmente poco chiara. L’inclusione, nelle scorse settimane, di 36 organizzazioni appartenenti alla rete Memorial ha ora chiarito l’intenzione delle autorità russe: colpire non soltanto le strutture che operavano sul territorio della Federazione, ma l’intero ecosistema internazionale che continua a portarne avanti attività e missione.

Dal punto di vista simbolico, la decisione conferma la centralità che la questione della memoria storica continua ad avere per il regime di Vladimir Putin. Da anni il Cremlino considera Memorial uno dei principali centri di elaborazione di una narrazione alternativa rispetto a quella ufficiale sulla storia sovietica e sulla Russia contemporanea. La chiusura delle organizzazioni Memorial in Russia tra il 2021 e il 2022 aveva già segnato una svolta. La qualificazione come «movimento estremista» e la successiva estensione alle organizzazioni affiliate rappresentano però un ulteriore salto di qualità.

La novità più rilevante non riguarda soltanto Memorial. Riguarda infatti la possibile estensione extraterritoriale di una categoria giuridica utilizzata sempre più frequentemente dalle autorità russe per reprimere opposizione politica, attivismo civico e dissenso.

Nel comunicato con cui ha annunciato la decisione, Memorial Italia sostiene che soci, attivisti e volontari potrebbero essere esposti a procedimenti penali nella Federazione Russa e, in determinate circostanze, anche in Paesi che intrattengono forme di cooperazione giudiziaria con Mosca. Proprio per questo l’associazione ha pubblicato una serie di linee guida rivolte a sostenitori, collaboratori e semplici follower.

Tra le raccomandazioni figurano l’invito a chi si reca frequentemente in Russia a interrompere il follow dei canali social dell’organizzazione, a rimuovere contenuti pubblicati online che documentino il sostegno a Memorial e a rafforzare le proprie misure di sicurezza digitale. L’associazione suggerisce inoltre agli ex relatori e ai partecipanti alle proprie iniziative di valutare la rimozione dai canali pubblici di fotografie, video e materiali che attestino la loro collaborazione.

Al di là della prudenza comprensibile di un’organizzazione finita nel mirino delle autorità russe, resta da verificare quale sia l’effettiva portata giuridica internazionale della designazione. La classificazione come organizzazione estremista produce certamente conseguenze all’interno della Federazione Russa. Molto meno chiaro è quali effetti possa generare nei confronti di cittadini italiani che si trovino all’estero o transitino in Paesi terzi.

È proprio questo l’aspetto più interessante della vicenda. Non si tratta soltanto dell’ennesimo episodio della repressione russa contro Memorial. Per la prima volta una misura pensata per il controllo del dissenso interno viene applicata formalmente a un’associazione con sede in uno Stato membro dell’Unione europea. Una decisione che apre interrogativi politici e giuridici sulla crescente proiezione internazionale degli strumenti repressivi del Cremlino e sui rischi che possono correre attivisti, ricercatori e organizzazioni della società civile che continuano a lavorare sui temi dei diritti umani e della memoria storica russa.

L'articolo Memorial Italia inserita tra le organizzazioni estremiste in Russia proviene da Linkiesta.it.

Anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana

9 June 2026 at 05:55

Quando la guerra in Ucraina sarà finita, è probabile che nei libri di storia l’invasione su larga scala lanciata da Vladimir Putin nel 2022 sarà presentata come una delle dimostrazioni di imperizia strategica e autolesionismo politico più clamorose che si siano mai viste nella storia umana dai tempi del rapimento di Elena da parte di Paride, in tempi più recenti paragonabile forse solo all’attacco giapponese di Pearl Harbor che trascinò gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, conclusa con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Ma quello che renderà il caso un oggetto di studio ancora più interessante e misterioso sarà l’incredibile divario tra l’evidenza di questo catastrofico errore e la fanciullesca inconsapevolezza con cui una parte della politica, della stampa e dell’opinione pubblica occidentale ha continuato a prendere per buona la narrazione dell’invincibile impero russo e dell’insuperabile stratega del Cremlino. A cominciare da giornali e talk show italiani, ormai prigionieri in una specie di realtà alternativa.

Eppure l’elenco dei rovesci politici e militari subiti da Putin negli ultimi quattro anni si è fatto ormai talmente lungo che è difficile darne conto senza dimenticare qualcosa.

Per quanto riguarda la situazione sul fronte ucraino, dall’inizio dell’anno la Russia perde circa 35 mila soldati al mese tra morti e feriti, più di quanti riesca ad arruolarne, mentre l’Ucraina ha riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso, oltre ad avere acquisito la capacità di colpire pesantemente in territorio nemico attraverso missili e droni, infliggendo danni pesanti all’industria bellica, alle infrastrutture energetiche e all’economia russa. La guerra scatenata per impedire l’accerchiamento della Nato, almeno secondo la versione ufficiale del Cremlino, ha spinto a entrare nella Nato anche Svezia e Finlandia, e suscitato in tutta Europa la corsa al riarmo.

Nemmeno l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, con tutto quello che ha fatto per Putin, a cominciare dal taglio degli aiuti militari ed economici a Kyiv, è stato sufficiente a cambiare la situazione. Impantanato in Ucraina, il presidente russo ha assistito senza muovere un dito al rovesciamento di Bashar al Assad in Siria, al rapimento di Nicolás Maduro in Venezuela e al bombardamento dell’Iran.

E ormai si è dimostrato incapace di tenere le posizioni persino in quello che considera il suo cortile di casa. La riconferma di Nikol Pashinyan alle elezioni in Armenia ne è l’ultima clamorosa conferma. Come spiega sul Foglio Nona Mikhelidze, si tratta infatti del leader che ha guidato il paese durante la sconfitta nella guerra contro l’Azerbaigian (altra prova dell’impotenza della Russia, storica protettrice del paese aggredito), culminata con la perdita del Nagorno-Karabakh, una disfatta che avrebbe travolto qualsiasi governo. «In Armenia è accaduto il contrario: una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale».

Come già accaduto in Moldova, in condizioni non meno difficili, anche in Armenia alla fine ha vinto il richiamo dell’Europa, cioè «la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore».

Quell’Europa che domenica a Londra, rappresentata dai tre leader dei cosiddetti paesi volenterosi (Germania, Francia e Gran Bretagna), si è riunita con Volodymyr Zelensky per confermargli pieno sostegno, come spiega su Linkiesta Victoria Vdovychenko, mentre in Italia stampa e tv favoleggiavano per la centesima volta sulla centomillesima pseudo-apertura negoziale di Putin, prontamente smascherata dalla lettera di Zelensky con la proposta di un incontro per chiudere il conflitto, ovviamente subito respinta da Mosca.

 

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

L'articolo Anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana proviene da Linkiesta.it.

Il controllo della percezione è la vera arma del potere globale

9 June 2026 at 03:45

La guerra cognitiva (cognitive warfare) è oggi una delle dimensioni più critiche del conflitto ibrido. Sfruttando tecnologie digitali, intelligenza artificiale e scoperte nelle neuroscienze, il conflitto moderno non punta più solo alla distruzione fisica, ma al controllo dei processi decisionali. Con la cognitive warfare il nuovo campo di battaglia diventa la mente umana. 

Nonostante il concetto sia relativamente recente e ancora in fase di sviluppo, la Nato, in un documento del 2023, ha ufficialmente riconosciuto la cognizione come il sesto dominio di guerra, accanto a terra, mare, aria, spazio e cyber. In quel documento si sottolinea, tra l’altro, come la capacità di utilizzare (in modo improprio) intenzionalmente le informazioni all’interno delle reti digitali e di diffonderle a livello globale su varie piattaforme, come i social media, abbia dato origine a nuovi strumenti e metodi per l’avversario. La cognitive warfare mira a interrompere le relazioni e a sfruttare le vulnerabilità umane, come la fiducia e i bias cognitivi, sia a livello individuale che nazionale, e il suo impatto si estende a tutti gli ambiti operativi.

La guerra cognitiva è molto più della semplice disinformazione. È un vero e proprio attacco alla mente che combina verità parziali ad azioni economiche, diplomatiche e militari. Il suo fine è piegare il processo decisionale e la percezione dell’avversario, evitando l’uso diretto della forza.

Attori statali e non statali quali le autocrazie del mondo non-occidentale (Russia, Cina, Iran e Corea del Nord), movimenti come Hamas e Hezbollah e forze eversive-terroristiche ricorrono sistematicamente alla guerra cognitiva per tentare di influenzare e destabilizzare le democrazie occidentali tramite la diffusione massiccia di narrazioni strategiche false o fuorvianti.

L’Italia, per la sua posizione strategica nel Mediterraneo, la naturale vivacità (spesso polarizzata) del suo dibattito pubblico e la sua appartenenza alla Nato e all’Unione europea, rappresenta un bersaglio ideale per chi vuole destabilizzare la coesione dell’Occidente. 

Minare la fiducia nella democrazia, indebolire il pensiero critico, scardinare il consenso interno e la coesione sociale del mondo libero attraverso la manipolazione sistematica della percezione della realtà sono obiettivi che accomunano gli attori sopracitati.

La Russia e il controllo riflessivo
La Russia è un attore chiave nel campo della guerra cognitiva e un modello per Cina, Iran e Corea del Nord. La Russia ha utilizzato efficacemente la guerra cognitiva per agevolare il suo conflitto in Ucraina, influenzare il processo decisionale occidentale, offuscare i propri obiettivi, preservare il regime del presidente russo Vladimir Putin e mascherare le proprie debolezze.

La principale differenza tra gli approcci di Russia, Cina, Iran, Hamas e Hezbollah alla guerra cognitiva risiede nei loro obiettivi finali e nello stile operativo.

La Russia mira a destabilizzare e polarizzare le società occidentali attraverso una teoria esplicita e complessa di epoca sovietica chiamata controllo riflessivo. Il Cremlino progetta operazioni di informazione per creare una falsa immagine del mondo nella mente dei suoi avversari, in modo che questi intraprendano azioni che ritengono di promuovere i propri interessi, quando in realtà favoriscono quelli della Russia. Mosca ha utilizzato abilmente questa tecnica per persuadere gli Stati Uniti e i loro alleati europei a rimanere in gran parte passivi di fronte agli sforzi della Russia per destabilizzare e smantellare l’Ucraina con mezzi militari e non militari prima dell’invasione su larga scala del 2022. Tutti i concetti di base e la maggior parte delle tecniche attinenti al controllo riflessivo sono stati sviluppati dall’Unione Sovietica decenni fa. La teoria strategica russa odierna rimane relativamente priva di immaginazione e fortemente dipendente dal corpus di lavori sovietici con cui i leader russi hanno familiarità.

La Cina punta sul lungo periodo
La Cina considera la guerra cognitiva uno sforzo strategico di lungo periodo il cui obiettivo è proteggere la propria immagine internazionale, mettere a tacere il dissenso e garantire che il sistema globale rimanga favorevole alla sua ascesa economica e politica.

Nel 2003, Beijing ha adottato la Strategia delle tre guerre, che ha praticamente reinventato la comprensione della guerra e che, combinando i tre tipi di guerra (psicologica, di opinione pubblica e legale), ha contribuito e continua a contribuire al raggiungimento degli obiettivi cinesi. Secondo i funzionari cinesi, questa strategia rappresenta un moltiplicatore di forza per conseguire i suoi obiettivi all’interno e all’estero.

La cooptazione di voci straniere è una strategia sistematica di soft power e influenza geopolitica, coordinata principalmente dal Dipartimento del Lavoro del Fronte Unito del Partito Comunista Cinese (PCC), il cui scopo è reclutare o influenzare élite politiche, accademiche e mediatiche occidentali per legittimare le politiche di Beijing, silenziare le critiche e orientare il dibattito internazionale a favore del governo cinese. 

Gli Istituti Confucio, fondati a partire dal 2004, rappresentano l’esempio più strutturato e dibattuto di questa penetrazione nel mondo accademico. Benché si presentino ufficialmente come centri culturali ed educativi no-profit, simili all’Alliance Française o al British Council, possiedono una differenza strutturale cruciale: si inseriscono direttamente all’interno delle università straniere, finanziando cattedre, corsi di lingua e borse di studio.

Un ruolo chiave è inoltre svolto dal controllo digitale. La Cina ha effettuato massicci investimenti in intelligenza artificiale e tecnologie di sorveglianza per controllare le narrazioni interne e diffondere a livello globale contenuti approvati dallo Stato attraverso piattaforme come TikTok o WeChat.

La difesa asimmetrica dell’Iran
L’Iran, analogamente alla Russia, cerca di utilizzare la guerra cognitiva per indebolire le istituzioni politiche occidentali ed erodere la coesione sociale, ma a differenza dei modelli globali e sistemici russi e cinesi, la strategia iraniana si distingue per una postura prevalentemente reattiva, regionale e focalizzata sul contrasto alle sanzioni e alle pressioni occidentali. 

La cognitive warfare dell’Iran è una componente centrale della dottrina di difesa asimmetrica di Teheran e viene utilizzata per compensare l’inferiorità militare convenzionale ed estendere l’influenza regionale. Tra i suoi principali obiettivi c’è quello di dissuadere avversari regionali come Israele e Arabia Saudita e ridurre l’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente attraverso intimidazioni mirate. 

Da quando è scoppiata la guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran, Teheran ha dimostrato una notevole capacità di utilizzo di contenuti video generati dall’intelligenza artificiale per inondare i social media. Account social collegati al governo iraniano hanno pubblicato un numero significativo di foto e video, tutti incentrati su una narrazione principale: ritrarre le forze statunitensi come vulnerabili ed esagerare i danni causati dalle forze iraniane. Un esempio è stata la pubblicazione e diffusione di video generati dall’IA di grattacieli in fiamme e di immagini satellitari manipolate che mostravano falsamente la distruzione del quartier generale della Quinta Flotta della Marina statunitense in Bahrein. Ciò dimostra che per l’Iran la guerra cognitiva non è un semplice accessorio alle operazioni militari, ma un processo stratificato e integrato.

Le differenze tra i proxy di Teheran
La guerra cognitiva di Hamas è asimmetrica e orientata alla sopravvivenza. Hamas utilizza la violenza estrema e la vittimizzazione per colmare l’enorme divario militare con Israele. Mentre attori statali come la Russia operano su scala globale, Hamas si concentra sull’usura emotiva per frammentare la società israeliana e sulla mobilitazione internazionale per isolare Tel Aviv, trasformando il successo tattico militare della controparte in una sconfitta d’opinione pubblica globale.

La dottrina del gruppo, spesso definita Harb Nafsia (guerra psicologica) o guerra dei nervi, è integrata direttamente nelle sue operazioni di combattimento. L’obiettivo principale è paralizzare il processo decisionale israeliano, erodere la volontà di combattere nell’opinione pubblica nemica e assicurarsi legittimità internazionale presentando le proprie azioni come una “gloriosa traversata” piuttosto che come atti di terrorismo. 

Al contrario, la guerra cognitiva di Hezbollah si basa su un approccio altamente istituzionalizzato, centralizzato e strategicamente calcolato, progettato per manipolare le strutture mentali e le valutazioni del rischio degli avversari. Rispetto ad Hamas, che utilizza tattiche decentralizzate e rapide di shock e terrore, Hezbollah opera come un apparato militare di livello statale, fortemente supportato dalle architetture informatiche e di intelligence iraniane.

Questo supporto si riflette in un uso dinamico e sofisticato delle nuove tecnologie per plasmare la percezione di amici e nemici. Il gruppo dedica enormi risorse a campagne di propaganda che enfatizzano la resistenza, il martirio e i successi militari, combinando una potente rete mediatica regionale (come l’emittente Al-Manar) con operazioni psicologiche cyber. Per massimizzare l’impatto sui suoi pubblici di riferimento, Hezbollah pubblica talvolta in inglese e persino in ebraico per fare leva sulle divisioni interne dei suoi avversari, sebbene la maggior parte dei suoi contenuti rimanga in arabo.

In definitiva, sia Hamas che Hezbollah mirano a manipolare la percezione dei fatti per influenzare le decisioni tattiche e il supporto delle popolazioni coinvolte, sfruttando la viralità e la velocità dei social media per colmare i propri gap convenzionali.

Il settore privato
Esiste un mercato sommerso ma in forte espansione noto come “Disinformation-as-a-Service” (DaaS) o “Black PR”, dove società private vendono campagne di guerra cognitiva per colpire competitor aziendali. Questi attacchi non mirano solo ai sistemi informatici, ma alla percezione pubblica per abbattere il valore del brand e il titolo azionario.

Possiamo classificare questi attori, che operano spesso in zone grigie della legalità, offrendo “negabilità plausibile” ai loro clienti, in tre categorie.

Agenzie di Black PR che operano principalmente tramite la creazione di contenuti falsi o manipolati per screditare un’azienda, Team specializzati che dichiarano di aver influenzato decine di elezioni e processi aziendali usando hackeraggio, sabotaggio e botnet coordinate, Società di investigazione e/o sicurezza che utilizzano tattiche di “guerra informativa” per spiare o diffondere dati sensibili (leaks) atti a causare panico negli investitori.

L’inchiesta “Disinfo Black Ops” realizzata da giornalisti di 30 testate, tra cui Guardian, Observer, Haaretz, Le Monde, Der Spiegel, Radio France, TheMarker, Paper Trail Media e Washington Post,  fa luce sui meccanismi solitamente nascosti che si celano dietro le campagne di disinformazione industriali, gestite da enti finanziati da stati o da mercenari privati che diffondono false informazioni su internet a scopo di lucro.

Un convegno e un corso di formazione per approfondire
Il convegno gratuito promosso dall’Istituto Germani “Difendere la mente: la minaccia della cognitive warfare. Verso una strategia di sicurezza cognitiva nazionale”, si terrà a Roma il 12 giugno 2026. Per richieste di partecipazione in presenza, si prega di inviare una mail a fondazionegermani@gmail.com. L’evento verrà trasmesso in diretta sul canale YouTube ufficiale dell’Istituto Germani. Il corso di alta formazione “Guerra Cognitiva e Sicurezza Nazionale: le nuove frontiere dell’intelligence e della difesa psicologica”, si svolgerà a Roma (in presenza e in live streaming) il 18-19-20 giugno 2026, nell’ambito della Scuola di Formazione in Intelligence e Analisi Strategica dell’Istituto Germani. Le iscrizioni al corso sono ancora aperte, posti in aula disponibili.

L'articolo Il controllo della percezione è la vera arma del potere globale proviene da Linkiesta.it.

Le wine suite che mancano alle cantine

9 June 2026 at 03:45

Il turismo del vino italiano continua a crescere, ma non tutte le cantine riescono a intercettarlo allo stesso modo. Aumentano i visitatori, crescono le esperienze richieste, si allungano le permanenze medie. Eppure, gran parte delle aziende vitivinicole italiane resta ancora fuori dalla partita dell’ospitalità vera e propria. Mancano camere, investimenti immobiliari, personale dedicato. Soprattutto nelle aziende di dimensioni medio-piccole, il rischio è che l’enoturismo si fermi alla degustazione delle 11 del mattino e alla vendita di qualche bottiglia.

Secondo il Rapporto sul Turismo Enogastronomico Italiano curato da Roberta Garibaldi, il 70 per cento degli intervistati dichiara di aver svolto almeno una vacanza negli ultimi tre anni con una motivazione primaria legata al cibo, in crescita del 12 per cento rispetto all’anno precedente e del 49 per cento rispetto al 2016. I potenziali turisti del gusto stimati sono 14,5 milioni. 

Anche il turismo del vino pesa sempre di più sui bilanci aziendali. Il primo rapporto dedicato ai modelli di governance dell’enoturismo italiano, realizzato da Roberta Garibaldi e SRM, mostra che per il 18 per cento delle imprese l’incoming turistico genera oltre il 60 per cento del profitto. Nel 49 per cento dei casi l’enoturismo contribuisce fino al 30 per cento dei ricavi complessivi aziendali. 

Il punto critico, però, è che costruire ospitalità è complesso. Aprire un relais o trasformare una cascina in struttura ricettiva richiede capitali, permessi, gestione alberghiera, personale e non tutte le aziende possono permetterselo. Ed è proprio dentro questa crepa che si inserisce Vinova, startup ligure che ha lanciato quello che definisce il primo albergo diffuso esperienziale dedicato al vino.

Il progetto parte da una constatazione semplice: molte cantine possiedono il paesaggio, il racconto, la materia prima emotiva dell’esperienza, ma non hanno le stanze. Vinova propone allora delle mini-suite modulari in legno XLAM, installate direttamente tra i vigneti, reversibili sul suolo agricolo e progettate per funzionare tutto l’anno. Le prime due sono state collocate presso l’azienda Broglia, nel Gavi.

L’idea non è tanto quella del glamping, categoria ormai inflazionata, quanto piuttosto quella di una micro-ospitalità diffusa che permette alle cantine di aggiungere pernottamenti senza trasformarsi in albergatori tradizionali. Un modello asset-light, come lo definiscono i fondatori, che prova a ridurre tempi, costi e complessità burocratiche.

Per molte aziende potrebbe essere una soluzione concreta. In Italia esistono oltre 240.000 aziende vitivinicole, ma solo una parte limitata offre forme strutturate di ospitalità. Molte realtà familiari lavorano bene sull’accoglienza giornaliera, ma faticano a trattenere il visitatore sul territorio. Il pernottamento cambia invece completamente il valore economico della visita: aumenta la spesa media, prolunga il tempo di relazione col marchio, crea occasioni per ristorazione, attività outdoor e vendita diretta.

Non è un caso che, secondo il rapporto Garibaldi-SRM, il 77 per cento delle cantine abbia investito nell’enoturismo tra il 2022 e il 2024.  Segnale che il settore considera ormai l’ospitalità non più un accessorio, ma una parte integrante del modello economico. Resta da capire se il mercato sarà davvero pronto per una standardizzazione dell’esperienza immersiva. Il rischio, quando si parla di turismo del vino, è sempre quello della replicabilità estetica: vigneto, tramonto, tinozza calda e bottiglia in camera. L’enoturismo funziona invece quando riesce a raccontare differenze territoriali, identità produttive, relazioni umane. La struttura abitativa da sola non basta.

Il punto interessante di Vinova è la possibilità di abbassare la soglia di accesso all’ospitalità premium per aziende che fino a ieri ne erano escluse. Se funzionerà, potrebbe contribuire a redistribuire l’enoturismo oltre le grandi tenute già attrezzate, portandolo anche in territori meno strutturati ma ricchi di valore agricolo e paesaggistico. In un momento in cui il viaggiatore cerca esperienze sempre più intime, lente e territoriali, dormire in vigna rischia di diventare meno un lusso e più una nuova normalità dell’accoglienza rurale italiana.

L'articolo Le wine suite che mancano alle cantine proviene da Linkiesta.it.

Al MarePineta l’arte si mescola all’ospitalità

9 June 2026 at 03:45

Nel mondo dell’ospitalità di lusso il benessere è spesso associato a spa, trattamenti e attività sportive. Il MarePineta Milano Marittima, che nel 2026 celebra cento anni di storia, prova invece ad allargare il significato stesso della parola cura, mettendo l’arte al centro dell’esperienza di soggiorno. Lo fa ospitando per tutta l’estate e fino al 6 novembre «Trame di Luce», mostra personale dello scultore veneziano Gianfranco Meggiato, allestita negli spazi del resort come parte delle celebrazioni del centenario.

L’operazione non riguarda soltanto l’inserimento di opere in un contesto alberghiero. Il progetto nasce dall’idea che il benessere contemporaneo abbia a che fare anche con il recupero del tempo come spazio di attenzione, ascolto e consolazione. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla frammentazione, fermarsi davanti a un’opera d’arte significa concedersi una pausa capace di produrre effetti che non sono soltanto estetici, ma anche mentali e spirituali.

MarePineta Milano Marittima

Le sculture di Meggiato si prestano particolarmente a questa riflessione. La sua ricerca ruota attorno a strutture reticolari attraversate dalla luce, forme aperte che sembrano materializzare una rete invisibile di connessioni. L’artista parla spesso di energia relazionale, di una trama che lega individui, ambiente e universo. Una visione che trova una sintonia naturale con la pineta secolare e con l’architettura del MarePineta, trasformando il resort in un luogo di dialogo tra natura, materia e percezione.

«Tutto quello che guardiamo diventa quello che è attraverso il nostro sguardo» è un’affermazione che potrebbe sintetizzare l’intero progetto. L’opera non esiste come oggetto chiuso e definitivo. Prende forma nella relazione con chi la osserva. La luce cambia, le ombre si spostano, il paesaggio entra nella scultura e la scultura modifica il modo in cui leggiamo il paesaggio. Ogni visitatore costruisce una propria esperienza, diventando parte di quella costellazione di energie che tiene insieme tutti gli sguardi.

Gianfranco Meggiato

In questa prospettiva l’arte assume una funzione che va oltre la decorazione o l’intrattenimento culturale e diventa uno strumento di conoscenza e un modo per interrogare il proprio rapporto con il mondo e con sé stessi. Per Meggiato la materia non è mai soltanto materia: è il punto in cui si rendono visibili relazioni normalmente nascoste. Alcuni luoghi rendono questa connessione più percepibile e l’arte è uno di questi perché mette le persone nella condizione di riconoscersi, di comprendere qualcosa della propria identità e della propria posizione all’interno di una rete più ampia di relazioni.

Nel centenario del MarePineta, sostenuto anche da Franciacorta che si unisce ai festeggiamenti con una selezione delle etichette delle sue cantine, in un parallelo azzeccato tra arte e enologia che da sempre caratterizza la zona del bresciano, questa scelta culturale racconta anche una precisa idea di ospitalità che non si limita a offrire servizi, ma crea contesti in cui il soggiorno possa diventare esperienza trasformativa. Dove il benessere non coincide soltanto con il comfort, ma con la possibilità di ritrovare tempo, attenzione e significato. Un lusso sempre più raro e, forse, sempre più necessario.

Screenshot

L'articolo Al MarePineta l’arte si mescola all’ospitalità proviene da Linkiesta.it.

La strategia orbitale della Cina

9 June 2026 at 03:45

Che lo spazio sarebbe diventato sempre più rilevante sul piano strategico e sempre più attraente sotto il profilo commerciale era fuori discussione. Meno evidente, invece, era quanto rapidamente il vantaggio competitivo si sarebbe spostato verso chi costruisce le infrastrutture di base che rendono lo spazio un ambiente operativo cruciale, né con quanta determinazione la Cina avrebbe cercato di assicurarselo. Nella sua agenda spaziale multilivello, Pechino considera le grandi reti internet satellitari come uno dei pilastri strategici della connettività globale e delle applicazioni dual use. L’espansione di queste costellazioni è destinata a rimodellare la connettività mondiale e ad alimentare la competizione per la definizione di standard internazionali e per l’influenza geopolitica, dalle allocazioni dello spettro radio alla sicurezza nello spazio.

La strategia di lungo periodo della Cina 
Per la leadership cinese, lo spazio rappresenta da tempo una sorta di nuovo “momento Sputnik”: una corsa per colmare il divario con l’Occidente, ma anche un potente simbolo di prestigio nazionale, strettamente legato al primato nella difesa, nella sicurezza economica e nel progresso scientifico. Come accadde per Stati Uniti e Unione Sovietica durante la Guerra fredda, anche Pechino utilizza le proprie imprese spaziali per alimentare l’orgoglio nazionale, trasformandole al tempo stesso in leva di sviluppo economico e avanzamento scientifico.

La notifica presentata da Pechino all’International Telecommunication Union (ITU) alla fine del 2025 per la messa in orbita di oltre 200.000 satelliti — che si aggiungono ai piani già esistenti per più di 50.000 — dà la misura dell’ampiezza di queste ambizioni. Nello spazio, il controllo dello spettro radio, cioè l’assegnazione delle frequenze, equivale a potere: assicurarselo in anticipo significa influenzare chi potrà operare e competere nelle future infrastrutture orbitali.

La Cina ha iniziato a sviluppare un programma spaziale competitivo relativamente tardi, ma da allora ha fatto rapidi progressi. Dopo aver inviato il suo primo astronauta in orbita nel 2003, ha costruito la propria stazione spaziale, ha condotto missioni sulla Luna e, con il progetto Chang’e (che prende il nome dalla dea della Luna), ha riportato sulla Terra campioni lunari. Il Paese ha un programma spaziale ambizioso e di ampio respiro: punta a lanciare entro il 2028 una missione di ritorno di campioni da Marte; prevede di realizzare, entro il 2030, un allunaggio con equipaggio, di costruire impianti solari spaziali in orbita geostazionaria e di rendere operativi circa 28.000 satelliti in costellazione per la connessione internet (Guowang e SpaceSail). L’obiettivo generale è diventare la principale potenza spaziale del mondo entro il 2045. Quella che era iniziata come una corsa per recuperare il terreno perduto si è trasformata in una sfida per Europa e Stati Uniti.

Lo spazio nel quindicesimo piano quinquennale
Pechino intende concentrarsi strategicamente sullo spazio, perché è un dominio che si collega all’economia reale e supporta obiettivi sia civili sia militari. Nel 15° Piano Quinquennale (2026–2030), il principale strumento di pianificazione economica e politica del paese, Pechino descrive lo spazio come un settore pilastro emergente: una definizione non nuova ma che, in questo caso, indica il forte concentrarsi dell’attenzione su sfruttamento commerciale e scalabilità. Ciò emerge chiaramente dalle politiche del governo centrale, che fissano diversi obiettivi per il settore spaziale, tra lanci, infrastrutture e missioni con equipaggio umano, la maggior parte dei quali saranno con ogni probabilità raggiunti nel prossimo futuro.

Al cuore dell’ambizione cinese c’è l’obiettivo di sfruttare lo spazio a sostegno di un più ampio sviluppo economico. Il settore spaziale comprende infatti di un gran numero di tecnologie e materiali avanzati, dai sistemi di informazione e comunicazione, ai materiali critici, allo stoccaggio di energia, ed è pertanto un forte catalizzatore per l’upgrading industriale. Va inoltre considerato che la Cina è entrata in una nuova fase di sviluppo economico, ha potenziato la propria capacità di innovazione ed è in transizione verso una crescita a maggior valore aggiunto.

Nel complesso, l’industria spaziale cinese, un tempo settore di nicchia, sta diventando una presenza pervasiva. La Cina è già una fornitrice di servizi spaziali, in particolare per la navigazione satellitare e l’osservazione della Terra. Sistemi come BeiDou e i satelliti ottici radar Gaofen supportano applicazioni sia civili sia militari e vengono esportati verso i paesi partner.

La Cina fornisce anche infrastrutture spaziali, compresi satelliti e sistemi di terra, a mercati come Pakistan, Brasile ed Egitto. Il valore dell’industria della navigazione satellitare cinese cresce, seppure lentamente, e nel 2024 ha toccato i 73 miliardi di euro, contro i 42 miliardi di euro circa dell’Europa. Eppure, a dominare la classifica mondiale dei ricavi nel settore dei sistemi di navigazione satellitare (GNSS) sono Stati Uniti ed Europa (55 percento), mentre la quota della Cina resta relativamente modesta (13 percento).

Per sostenere l’economia spaziale in vista della sua futura espansione, Pechino ha introdotto la strategia Space Plus, volta a integrare nuove frontiere nello sviluppo spaziale. La strategia prevede progetti per il turismo spaziale, infrastrutture digitali orbitanti e l’avanzamento del progetto di estrazione mineraria spaziale Tiangong Kaiwu (che prende il nome da testi scientifici della Cina antica). La priorità dello spazio si riflette anche nei finanziamenti pubblici: nel 2024 la spesa spaziale del governo cinese è stata di circa 17 miliardi di euro, seconda solo a quella degli Stati Uniti (69 miliardi di euro) e pari a più del doppio dei 7,7 miliardi di euro stanziati dalla European Space Agency (ESA).

Costruire un internet satellitare maturo 
Le imprese statali rimangono la spina dorsale del settore spaziale cinese e sono alla guida di importanti progetti, tra cui la famiglia di razzi Long March (Lunga Marcia), i satelliti di navigazione BeiDou (la risposta cinese al GPS) e le costellazioni satellitari per l’internet spaziale. La Cina si è inoltre dotata di una base industriale relativamente matura per la produzione di satelliti e razzi e ha ampliato la propria rete di stazioni di terra per la telemetria, il tracciamento e il comando (TT&C), in patria come all’estero.

Pilastro fondamentale della strategia cinese è lo sviluppo dell’internet spaziale. Nel Paese, la domanda di connettività ad alta velocità è in crescita e le reti terrestri sono prossime al limite: l’internet satellitare è pertanto essenziale per estendere la copertura a livello mondiale. Intanto, la megacostellazione SpaceSail, rivale di Starlink, punta ai mercati esteri. SpaceSail è attualmente disponibile in sei paesi, tra cui Brasile e Pakistan, e mira a raggiungere più di trenta altri paesi. Per molti paesi in via di sviluppo, SpaceSail potrebbe rappresentare un balzo in avanti tecnologico, mentre per la Cina significa aprire nuove opportunità commerciali e geopolitiche: conquistare mercati, definire standard ed espandere la propria influenza.

Dove l’ambizione incontra il vincolo
L’effettivo conseguimento di questi ambiziosi obiettivi dipenderà da come Pechino affronterà le proprie debolezze strutturali. Permane infatti un divario tra le ambizioni della visione governativa e la capacità del paese di realizzarle su larga scala, e questo scarto è particolarmente evidente nella capacità di dispiegamento dei satelliti. Pechino ha presentato domanda per l’allocazione di frequenze radio per centinaia di migliaia di satelliti, ma è in ritardo sui propri obiettivi di dispiegamento, come nel caso delle megacostellazioni di SpaceSail e Guowang. È pertanto forte la pressione per rispettare le scadenze dell’ITU, a pena di perdere i diritti sullo spettro.

La competizione rimane intensa: il programma Starlink di SpaceX, operativo in oltre 130 paesi, si avvale di razzi riutilizzabili Falcon, che riducono i costi e aumentano la frequenza dei lanci, mentre la Cina si affida ancora in gran parte ai razzi monouso Long March. La capacità di lancio rappresenta un vincolo importante. Il dispiegamento di grandi costellazioni richiede lanci frequenti e a basso costo, rendendo fondamentale la disponibilità di razzi riutilizzabili. Diverse aziende statali e private, come LandSpace, sono impegnate nello sviluppo di queste tecnologie, ma i progressi restano disomogenei, ostacolati da sfide tecniche, normative e strutturali.

Per colmare queste lacune, Pechino incoraggia gli attori privati a entrare nei settori di nicchia dell’innovazione, dove velocità, modularità e riduzione dei costi sono di fondamentale importanza. Le aziende spaziali commerciali sono aumentate dalle 30 del 2018 alle quasi 600 di oggi, e producono razzi riutilizzabili, satelliti a basso costo, componenti e servizi a banda larga. L’approccio cinese si ispira ad alcuni elementi del modello statunitense, replicando la competizione per la migliore tecnologia, ma i risultati sono contrastanti. Le imprese private continuano a dipendere dalle infrastrutture e dai finanziamenti statali, situazione che limita la concorrenza.

I vincoli strutturali interessano anche finanziamenti e risorse umane. La Cina produce un gran numero di laureati in discipline STEM e di ingegneri, e ha oltre 80 milioni tecnici professionali, più della popolazione italiana, ma sfruttare appieno questo grande potenziale intellettuale per promuovere nuove scoperte e innovazione rimane un’impresa ardua. Meccanismi di finanziamento rigidi e la frammentazione istituzionale possono rallentare la transizione dalla fase di ricerca e sviluppo (R&S) alla commercializzazione, mentre le tante sfide economiche, tra cui la disoccupazione giovanile, rendono più difficile dare sostegno a una forza lavoro altamente qualificata.

Vi sono poi anche i vincoli esterni. Mentre espande la propria presenza nei mercati spaziali globali, la Cina deve anche far fronte alle tensioni geopolitiche. Le infrastrutture spaziali, in particolare quelle per le comunicazioni e la navigazione, sono strettamente legate alla sicurezza nazionale, il che ne limita l’adozione in alcune regioni, anche se altrove la domanda è in crescita. Per ampliare la propria proiezione internazionale, la Cina ha stretto partenariati attraverso la diplomazia spaziale, per esempio cooperando con la Russia nell’esplorazione lunare, collaborando con l’Europa nella ricerca climatica e nell’osservazione della Terra, o costruendo stazioni di terra in Namibia. Ma questi sforzi non si traducono necessariamente in una leadership globale.

Nel loro insieme, questi fattori indicano una traiettoria promettente ma non esente da sfide. La capacità della Cina di tradurre obiettivi strategici di lungo periodo in una leadership spaziale dipenderà meno dalle ambizioni dichiarate e più dalla implementazione, di promuovere l’innovazione e muoversi in un contesto internazionale sempre più competitivo e conteso.

Quale leadership?
Lo Space Act non si limita a uniformare le regole ma introduce una filosofia nuova. Le linee politiche restano prerogativa di Stati e istituzioni europee, ma si punta a far crescere un’industria aerospaziale capace di eccellere a livello globale. L’ESA ha selezionato startup e aziende private per sviluppare piccoli lanciatori leggeri e riutilizzabili, ampliando la capacità competitiva europea oggi dominata dalle società di Bezos e Musk. Con IRIS, la nuova costellazione europea per Internet veloce, si propone una risposta a Starlink e si rafforza un modello pubblico-privato che coinvolge grandi gruppi come Airbus, Thales Alenia Space e Leonardo, insieme a numerose PMI innovative. Dentro questo modello stanno nascendo prodotti di livello mondiale: aziende che trasportano satelliti in orbite precise, software che permettono ai satelliti decisioni autonome, mani robotiche per l’aggancio di detriti, sistemi di rifornimento per prolungare la vita operativa dei satelliti.

Accanto a Italia, Francia, Germania e Portogallo – tra i Paesi più avanzati – anche altri partner UE contribuiscono con soluzioni innovative, come mini-lanciatori a costi ridotti (Germania), capsule riutilizzabili per merci e, in futuro, per il trasporto umano (Germania/Francia), razzi di dimensioni ridotte per piccoli carichi (Spagna), radar satellitari capaci di operare anche in condizioni meteorologiche avverse (Finlandia). La Svizzera, con ClearSpace, partecipa allo spazio europeo e sarà protagonista nel 2026 con la sperimentazione ESA di rimozione dei detriti.

Guardare al cielo, con realismo
L’ascesa della Cina nel settore spaziale si comprende meglio come il prodotto di un modello guidato dal governo, che privilegia indirizzo centrale, scala e visione strategica di lungo periodo. Questo approccio ha garantito una solida espansione della ricerca e delle infrastrutture spaziali in Cina, ma non basta ad assicurare al paese la leadership lungo tutto lo spettro delle tecnologie spaziali. In parole semplici, la Cina potrebbe primeggiare nella ricerca lunare e competere con gli Stati Uniti nell’invio di astronauti sulla Luna.

I ritardi nei piani di allunaggio dell’agenzia spaziale statunitense, ora rimandati almeno al 2028, stanno avvicinando la tabella di marcia di Washington a quella di Pechino, fissata per il 2030. Ulteriori ritardi potrebbero causare importanti battute d’arresto: ciò significa che la Cina potrebbe essere la prima a riportare degli esseri umani sulla superficie della Luna e a condurre missioni lunari più frequenti. Tuttavia, la forza della Cina nell’esplorazione spaziale non si estende necessariamente ad ambiti più orientati al commercio, come l’internet spaziale.

La prossima fase della competizione spaziale, soprattutto tra Stati Uniti e Cina, si baserà meno su risultati eclatanti e più sulla capacità di costruire sistemi orbitali che si colleghino all’attività economica e alla sicurezza. Anche altri attori, tra cui Giappone, Corea del Sud e India, stanno portando avanti le proprie strategie spaziali. L’Europa è impegnata in una serie di iniziative ambiziose, dall’osservazione della Terra ai progetti di energia solare, quale SOLARIS, fino alla rete satellitare IRIS². La domanda, per noi europei, è se saremo in grado di tradurre questi piani in capacità sostenibili e di non rimanere indietro in un’economia spaziale sempre più competitiva.

Questo articolo è tratto dal numero 68 di We – World Energy, il magazine di Eni.

L'articolo La strategia orbitale della Cina proviene da Linkiesta.it.

Renzi pensa a Gori e Gabrielli per sfidare Schlein e Conte

9 June 2026 at 03:45

Fa male Elly Schlein a non dare peso ai movimenti che si stanno determinando al centro. Forse dovrebbe guardare meglio dentro le novità, e con lo sguardo più lungo.

L’uscita di Pina Picierno dal Pd tocca una corda sensibile in una parte dell’elettorato del partito, da lei giudicato troppo subalterno a Giuseppe Conte con tutto il corredo di ambiguità, specie sull’Ucraina, che questo comporta. L’associazione che Picierno ha lanciato, “Spazio Pubblico”, se la musica di Elly non cambia, potrebbe collocarsi fuori dai poli. In sintonia con il discorso che fanno Carlo Calenda e Luigi Marattin contro il bipopulismo: né con M5S né con la Lega.

Non è un mistero che quest’area guardi ai movimenti in corso a destra. Se Giorgia Meloni dovesse imbarcare Roberto Vannacci – come hanno osservato in molti – Forza Italia potrebbe sganciarsi dal polo di destra entrando nelle acque territoriali oggi presidiate da Calenda e forse domani da Picierno. In un quadro del tutto aperto, un terzo polo di quel tipo potrebbe interessare anche qualche elettore del Pd togliendogli ogni capacità espansiva.

Si tratta di un’Opa terzista che Schlein non dovrebbe ignorare crogiolandosi nel sempre più saldo rapporto con Conte e Fratoianni. Ma sul Partito democratico ce n’è anche un’altra, di Opa, meno ostile ma comunque insidiosa. Le primarie, sempre più probabili, potrebbero essere l’occasione per una specie di debutto – nei gazebo e non nelle urne, certo – della famosa Casa riformista che nelle intenzioni di Matteo Renzi dovrebbe allargare il perimetro di Italia viva. Si tratta cioè di trovare un nome che possa risultare un’alternativa convincente ai due big, Schlein e Giuseppe Conte, con l’obiettivo ambiziosissimo di arrivare al secondo turno (ammesso e non concesso che le primarie saranno a due turni).

Un nome che piace a Italia viva è quello di Giorgio Gori, europarlamentare riformista del Pd. Alcuni giornali parlano di una sua imminente uscita dal partito di Schlein. Ma la cosa è tutta in divenire, e nulla è dato per scontato. L’altro nome è Franco Gabrielli, personalità di prim’ordine nel campo della sicurezza, un servitore dello Stato. Sono movimenti ancora in evoluzione, certo. Ma la politica è fatta soprattutto di tendenze prima che di fatti compiuti. E la tendenza oggi racconta di un Pd esposto a una doppia pressione: quella di un centro che prova a riorganizzarsi e quella di un riformismo che cerca una nuova casa.

La domanda, allora, è semplice. Elly Schlein ha colto il significato politico delle uscite di Pina Picierno, Elisabetta Gualmini e Marianna Madia? Oppure continua a considerarle episodi isolati, rumori di fondo destinati a spegnersi? La risposta arriverà presto. E potrebbe dire molto non soltanto sul futuro della sua leadership, ma anche sulla capacità del Partito democratico di restare il perno del centrosinistra italiano.

L'articolo Renzi pensa a Gori e Gabrielli per sfidare Schlein e Conte proviene da Linkiesta.it.

Riprendersi la Crimea, il sogno di Kyjiv non è più irrealizzabile

9 June 2026 at 03:45

«La cosa più triste è che non sono solo i fatti a essere spaventosi, ma anche le incredibili dinamiche che minacciano di spazzare via tutte le conquiste, i sacrifici fatti e i piani di una guerra che va avanti da dodici anni» scrive MartynoVa di Donetsk. Si definisce “esperta della vita in zona di guerra” e ha 6892 iscritti su Telegram. Descrive una situazione che le autorità russe non riescono più a dissimulare e che MartynoVa definisce «un’estate di terrore sanguinoso». 

L’Ucraina ha interrotto quasi del tutto la logistica nemica in Crimea e nelle zone del Kherson occupate, questo grazie alla supremazia nei cieli assicurata da droni kamikaze di medio raggio che da un paio di settimane martellano qualsiasi mezzo militare o autocisterna che tenti di raggiungere la penisola. La benzina è introvabile, «apri il cellulare al mattino e vedi i video di persone che raccontano di non riuscire a tornare a casa dalla Crimea perché sono rimaste senza carburante». Le autorità hanno provato a ovviare razionando le scorte. A Sebastopoli, per esempio, si ha diritto a venti litri per veicolo a settimana: dovrebbero essere erogati tramite codici QR, ma il sistema non funziona, e a caos si è aggiunto caos. Prima dei disgraziati QR Code, il governo aveva tentato la strada dei coupon. Risultato? Una vera e propria borsa nera, con i tagliandi rivenduti a prezzo maggiorato. 

Basta “navigare” per un po’ sui social per farsi un’idea. C’è chi filma un Hornet ucraino che pattuglia indisturbato l’autostrada in attesa di una preda, chi la prende con ironia e posta auto trainate da mute di cani, chi si vanta di «poter andare a lavoro in macchina» su strade semi-deserte. C’è chi si mostra visibilmente incazzato, come la donna che ha portato i tre figli in vacanza a Eupatoria, sulle rive del Mar Nero, e da due giorni non riesce a trovare una stazione di servizio: «Cosa dobbiamo fare con tre figli? Camminare? Perché nessuno pensa ai turisti?». Surreale.

Anche perché le forze speciali ucraine continuano a colpire con precisione chirurgica snodi nevralgici della logistica russa, segno che si tratta di una strategia studiata da tempo, con un obiettivo chiaro e adesso favorito dalla prevalenza tecnologica e dal deterioramento della capacità di combattimento e di reclutamento dell’esercito di Putin. Solo nella notte tra sabato e domenica gli ucraini in Crimea hanno messo fuori uso il deposito petrolifero di Semykolodezianska e il terminal marittimo di Feodosia: hub di stoccaggio del carburante e del gas – necessari a rifornire il primo la macchina militare, l’altro la popolazione della penisola occupata – che si trovano a oltre duecento chilometri dalla linea del fronte. «L’Ucraina fa con efficacia ciò che l’Iran ha fatto con lo Stretto di Hormuz – nota ChrisO_wiki, blogger militare con 250 mila follower su X -: avrebbe spaventato così tanto le compagnie di assicurazione russe che tutte le forniture di petrolio trasportate da camionisti civili verso la Crimea e l’Ucraina meridionale sono bloccate per il timore dei droni».

«Accelera come un pazzo se incroci un’autocisterna in autostrada. E se la vedi alle tue spalle, cerca di allontanarti il più rapidamente possibile» consiglia ancora MartynoVa, che mostra il proprio stupore per aver capito quanto accade solo dalle parole dei crimeani, disperati per la stagione turistica che rischia di andare in fumo, con «le prenotazioni che vengono già cancellate in tutta fretta». Sarebbero il trentuno per cento in meno, secondo il corrispondente della Bbc Steve Rosenberg. Conferma ulteriore di come i russi più ambienti abbiano vissuto questi quattro anni in una bolla, imbesuiti dalla propaganda del Cremlino, mentre almeno un milione di poveracci di vario tipo e provenienza andava al massacro. 

Vero è che le unità UAV di Kyjiv, anche grazie agli Hornet di produzione americana e ai nuovi Martian controllati dall’intelligenza artificiale, hanno acquisito la capacità di attaccare a media e lunga distanza su gran parte del territorio russo, e le centinaia di droni che hanno raggiunto l’area di San Pietroburgo lo testimoniano. Ma vero è anche che la Crimea per l’Ucraina è qualcosa di più. È l’inizio di tutto, e riconquistarla, da quel febbraio 2014 in cui venne occupata nel silenzio complice della comunità internazionale, è la vera ossessione nazionale.

Sotto l’impulso di Kyrylo Budanov, i comandanti ucraini hanno prima messo fuori gioco i trasporti su rotaia, poi forti del dominio nel Mar Nero, hanno reso un’avventura la traversata in traghetto verso i porti della Crimea, con attese ai moli anche di quattro giorni. A quel punto, percorrere il corridoio terrestre che collega alla penisola, attraverso la M14/E58 da Melitopol a Sinferopoli, è diventato impossibile con un tiro al bersaglio giornaliero su centinaia di camion (e il traffico crollato del settantuno per cento), fino all’estremo tentativo russo: far arrivare navi ombra direttamente nei porti del Mar d’Azov conquistati nella primavera del 2022, per poi da lì rifornire di combustibile e munizioni le truppe impegnate nel Donetsk e a Zaporizhzhia. Tentativo già naufragato dopo le cinque imbarcazioni colate a picco in pochi giorni. Con l’aggiunta nelle ultime ore di un colpo mortale al ponte di Chongar, l’unico che resta a collegare la penisola al fronte meridionale, senza passare dalla M14.

Una situazione che non può che peggiorare, perché in Crimea dopo il carburante, potrebbero mancare l’acqua e la luce. La Crimea viene fornita di energia elettrica attraverso cavi sottomarini, ma le sottostazioni di partenza e di arrivo rimangono punti sensibili. Ecco perché Putin ha fatto costruire due centrali termoelettriche destinate a compensare in caso di guasti o danneggiamenti, se non fosse che per farle funzionare è necessario proprio quel petrolio che inizia a scarseggiare.

Non meno grave è la questione idrica: nel giugno del 2023 per fermare la controffensiva ucraina si decise di far saltare l’imponente diga di Kakhovka sul fiume Dnipro, allagando la regione del Kherson. Una scelta disperata, anche se vincente e con una conseguenza che non era stata messa in conto. Il crollo della diga, ha spiegato l’attivista pro-Ucraina Marco Setaccioli «ha di fatto azzerato la portata del Canale Nord-Crimeano (Severo-Krymskiy Kanal), che storicamente forniva l’85% dell’acqua utilizzata dalla penisola. I bacini idrici che alimentano il sud-est e il centro della Crimea (in particolare il bacino di Belogorsk e quello di Taigan) mostrano ampie aree completamente deidratate. Il fiume Biyuk-Karasu, che dovrebbe alimentarli, è quasi in secca». L’estate nella penisola sarà un incubo anche per questo. 

Qual è il vero obiettivo degli strateghi di Volodymyr Zelensky? Cominciano a chiederselo gli analisti e anche i blogger russi. C’è chi preconizza che a cadere sarà il Kherson tagliato fuori dai rifornimenti e presto raggiungibile solo attraverso il percorso più lungo, cioè dalla Crimea. Altri notano, invece, che il ponte di Kerch viene risparmiato in maniera sistematica dagli attacchi, dopo essere stato l’obiettivo principale nelle prime fasi della guerra. Colpirlo non sarebbe una passeggiata, ma avrebbe un impatto sull’opinione pubblica russa devastante. «Se continua così, il prossimo obiettivo degli ucraini sarà di nuovo il ponte di Crimea» avverte sui social Lev Vershinin, ascoltato scrittore e Z-patriota.

Ne è convinto anche Ben Hodges, ex comandante dell’esercito americano in Europa: «Budanov distruggerà il maledetto ponte di Crimea». A meno che il braccio destro di Zelensky e i suoi generali non abbiano letto Sun Tzu: «Al nemico lasciate sempre una via di fuga».

L'articolo Riprendersi la Crimea, il sogno di Kyjiv non è più irrealizzabile proviene da Linkiesta.it.

La Corea del Nord non vuole essere solo il junior partner della Cina

9 June 2026 at 03:45

Xi Jinping è stato accolto a Pyongyang come si accoglie un alleato storico. Ieri, in piazza Kim Il Sung, una folla festante agitava bandiere cinesi e nordcoreane sotto gli slogan che celebravano l’«eterna amicizia» tra i due Paesi. Ad aspettarlo c’erano Kim Jong Un e la moglie Ri Sol Ju, una guardia d’onore dell’Esercito popolare coreano e una coreografia studiata per rappresentare l’unità tra Pechino e Pyongyang. Nei messaggi diffusi dai media di Stato, Xi ha definito le relazioni bilaterali giunte a un «nuovo punto di partenza storico», perché Cina e Corea del Nord condividono le «nuove missioni del nostro tempo».

Dietro la liturgia dell’amicizia di lunga data c’è una relazione stratificata, che non riguarda solo i due Paesi. L’ultima visita di Xi in Corea del Nord risaliva al 2019. Da allora è cambiato molto. La pandemia ha isolato ulteriormente Pyongyang, la guerra in Ucraina ha avvicinato Kim Jong Un a Vladimir Putin e il programma nucleare nordcoreano è diventato ancora più sofisticato. Soprattutto, la Corea del Nord non dipende più dalla Cina come un tempo.

Xi Jinping usa i suoi viaggi all’estero di inizio anno sempre in maniera strategica, come per mandare un messaggio al mondo. Nel 2023 la priorità della diplomazia cinese era la Russia, l’anno dopo l’Europa, mentre nel 2025 era il Sud-est asiatico. Adesso la scelta è caduta sulla Corea del Nord, uno dei fronti più delicati della competizione geopolitica in Asia.

Ai tempi dell’ultima visita a Pyongyang, nel 2019, il negoziato sul nucleare nordcoreano con gli Stati Uniti era ancora vivo, e Cina e Russia sostenevano formalmente il regime di sanzioni internazionali costruito per convincere il leader nordcoreano a rinunciare alle sue ambizioni atomiche. Oggi Kim non parla più di denuclearizzazione. Anzi, continua ad ampliare il proprio arsenale e considera ormai irreversibile lo status della Corea del Nord come potenza nucleare. Anche per Xi la priorità è cambiata. Il leader cinese, scrive l’Economist, sembra ormai più interessato a gestire una Corea del Nord nucleare che a disarmarla – o forse sa che dissuaderla sarebbe un impegno troppo dispendioso. L’obiettivo principale è evitare che Pyongyang scivoli troppo nell’orbita di Mosca, che negli ultimi anni ha accresciuto enormemente la propria influenza grazie alla cooperazione militare nata attorno alla guerra in Ucraina.

Non è una questione secondaria. La Cina resta di gran lunga il principale partner economico della Corea del Nord: la maggior parte del commercio estero nordcoreano passa ancora attraverso il confine cinese e nei primi mesi del 2026 gli scambi tra i due Paesi sono cresciuti di oltre il venti per cento rispetto all’anno precedente. Ma l’invasione russa dell’Ucraina ha modificato gli equilibri. In cambio di munizioni, missili e soldati inviati al fronte, Mosca ha fornito a Pyongyang energia e tecnologia militare, oltre a nuova liquidità e sostegno diplomatico.

Per questo motivo la visita di Xi assume un significato diverso da quello suggerito dalla coreografia dell’accoglienza.

Per anni la Corea del Nord è stata descritta come uno Stato isolato, economicamente dipendente dalla Cina e costretto a muoversi entro limiti ben definiti. In un certo senso è ancora così. Ma diversi osservatori ritengono che questa rappresentazione non sia più sufficiente: per la prima volta da molti anni, Pyongyang ha qualche carta alternativa da mettere sul tavolo nella sua alleanza con Pechino. In una lunga analisi pubblicata sul numero di maggio-giugno di Foreign Affairs, Oriana Skylar Mastro, politologa della Stanford University e studiosa degli equilibri strategici nell’Indo-Pacifico, sostiene che la guerra in Ucraina stia modificando profondamente la posizione internazionale di Pyongyang. I rapporti economici, militari e diplomatici costruiti con Mosca negli ultimi anni hanno «alleviato parte della pressione che per decenni ha mantenuto la Corea del Nord subordinata alla Cina». Il risultato è che Pyongyang «dispone oggi di meno vincoli che mai e può permettersi di giocare su due tavoli, sfruttando contemporaneamente il sostegno della Russia e quello della Cina».

La nuova libertà di manovra della Corea del Nrod arriva anche al culmine di un processo di lunga duranta, che ha portato un profonda trasformazione interna del regime. Ne ha parlato il New York Times in una lunga ricostruzione pubblicata poco prima del viaggio di Xi Jinping: Kim Jong Un ha sfruttato gli anni della pandemia per rafforzare il controllo sulla società e sull’economia nordcoreana, trasformando una fase che sembrava minacciare la sopravvivenza del regime in un’opportunità per consolidare il proprio potere. «Kim ha iniziato la pandemia chiudendo il confine con la Cina, emanando ordini di sparare a vista per impedire ai nordcoreani di fuggire oltre confine. Ha represso il commercio e il contrabbando attraverso il confine, costringendo il suo popolo a dipendere meno dalle importazioni e a produrre più beni a livello nazionale», si legge sul New York Times. La crisi sanitaria è diventata quindi l’occasione per ricostruire il monopolio statale sull’economia e sull’informazione, riportando sotto il controllo del partito gli spazi di autonomia che si erano aperti dopo la grande carestia degli anni Novanta.

Nel 2022 l’invasione dell’Ucraina gli ha offerto un altro assist. Il sostegno militare fornito a Mosca – dalle munizioni ai missili, fino all’invio di migliaia di soldati – ha permesso alla Corea del Nord di migliorare la sua condizione di junior partner nei rapporti bilaterali. Secondo il New York Times, l’economia nordcoreana è tornata a crescere nel 2024 al ritmo più elevato degli ultimi otto anni, mentre il regime ha ripreso a investire in infrastrutture, edilizia e grandi progetti simbolici. «Negli ultimi anni, Kim Jong-un è passato dall’inferno al paradiso», ha detto al New York Times Jiro Ishimaru, caporedattore dell’agenzia di stampa giapponese Asia Press International.

La nuova realtà della Corea del Nord cambia anche la sua posizione all’interno di quell’asse delle autocrazie che Anne Applebaum nel suo saggio del 2024 aveva definito “Autocrazie S.p.A.”.

Pur dipendendo ancora da Cina e Russia, sul piano globale Pyongyang è riuscita a rilanciare il suo valore strategico e questo le consente di giocare una partita molto più autonoma. Le autocrazie continuano a collaborare e a sostenersi reciprocamente, come scrivevamo anche su Linkiesta Magazine la scorsa estate. Ma la visita di Xi a Pyongyang mostra che all’interno di quella rete esistono anche interessi divergenti e nuove forme di competizione. Putin ha bisogno di Kim per sostenere il proprio sforzo bellico. Xi non vuole perdere influenza sulla penisola coreana. E Kim, forse più di tutti, sta imparando a sfruttare questa situazione a proprio vantaggio.

L'articolo La Corea del Nord non vuole essere solo il junior partner della Cina proviene da Linkiesta.it.

Mauro Colagreco sbarca sul Lago di Como

9 June 2026 at 03:45

Quando un grande chef entra in un hotel, la notizia racconta una trasformazione profonda che coinvolge il modo in cui le strutture ricettive costruiscono la propria identità. È il caso di Mauro Colagreco, cuoco del tristellato Mirazur di Mentone e figura di riferimento della gastronomia contemporanea, che ha scelto il Lago di Como per la sua prima esperienza italiana all’interno di un albergo. 

Il progetto prende forma nel nuovo The Lake Como EDITION, dove Colagreco firma quattro diversi spazi dedicati alla ristorazione. Non un solo ristorante, dunque, ma un ecosistema gastronomico che va dal lobby bar ai servizi a bordo piscina fino ai due indirizzi principali, Renzo e Cetino. Un approccio che riflette la tendenza dell’ospitalità di fascia alta a offrire esperienze sempre più articolate, nelle quali la cucina diventa parte integrante del racconto della destinazione. 

Porri, bagna cauda, bottarga di lavarello © Matteo Carassale
Il Solarium @Jiri Lizler
Rosa di branzino, Ravanello giapponese, agrumi, vinaigrette al miele © Matteo Carassale

Per Colagreco il progetto ha anche un significato personale. Nato in Argentina da famiglia italiana, lo chef ha più volte raccontato quanto le proprie radici abbiano influenzato la sua visione gastronomica. Sul Lago di Como questa eredità emerge attraverso una lettura contemporanea della tradizione, fatta di condivisione, stagionalità e attenzione agli ingredienti locali. 

Da una parte Renzo, ispirato ai ricordi familiari e ai piatti della convivialità italiana. Dall’altra Cetino, ristorante fine dining che interpreta il territorio con maggiore libertà creativa. A fare da filo conduttore è la filosofia della cosiddetta «cucina circolare», concetto che Colagreco porta avanti da anni e che mette al centro biodiversità, rispetto dei cicli naturali e riduzione dell’impatto ambientale. 

L’operazione conferma anche il crescente interesse dei grandi gruppi alberghieri verso la ristorazione d’autore. Se un tempo lo chef rappresentava un servizio aggiuntivo, oggi è spesso uno degli elementi decisivi nella costruzione del valore percepito di una destinazione. In luoghi come il Lago di Como, già meta consolidata del turismo internazionale, la gastronomia diventa così uno strumento per differenziarsi e rafforzare il legame con il territorio.

In questo senso, il debutto italiano di Colagreco appare meno come l’apertura di un nuovo ristorante e più come un tassello di una trasformazione più ampia, nella quale alberghi, cuochi e territori costruiscono insieme nuove forme di ospitalità.

L'articolo Mauro Colagreco sbarca sul Lago di Como proviene da Linkiesta.it.

L’aereo franco-tedesco non decollerà, e anche quello di Italia, Uk e Giappone fatica

9 June 2026 at 03:45

La crisi del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas (Future Combat Air System o Scaf, alla francese, cioè Système de combat aérien du futur) non è solo l’ennesimo episodio di frizione industriale europea. È il primo segnale di una più ampia fragilità strutturale nei grandi progetti di difesa del continente. Mentre Parigi e Berlino avrebbero deciso di non proseguire con la componente centrale del caccia di sesta generazione, il sistema europeo di combattimento aereo rischia di ridursi alla sola architettura digitale e alla combat cloud, svuotando di fatto il pilastro aeronautico del programma.

La rottura tra il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron conferma un pattern già noto: la difficoltà europea nel tradurre ambizioni strategiche in piattaforme industriali condivise. Il conflitto tra Airbus e Dassault Aviation su controllo tecnologico e ripartizione del lavoro ha progressivamente eroso la fiducia reciproca, fino a rendere il programma ingestibile nella sua forma originaria.

In questo contesto, l’Economist ha introdotto un elemento chiave: il problema non è isolato all’Europa continentale. Anche il Global Combat Air Programme (Gcap), il progetto trilaterale tra Regno Unito, Italia e Giappone, mostra segnali di vulnerabilità simili, seppur di natura diversa. Il programma, noto nel Regno Unito come Tempest, punta a realizzare entro il 2035 un caccia stealth integrato con sistemi senza pilota e una rete di combattimento avanzata. Ma il suo equilibrio si regge su una condizione fragile: il finanziamento britannico.

Il nodo è il ritardo nella pubblicazione del Defence Investment Plan, legato a un deficit di bilancio stimato in circa 28 miliardi di sterline. Il governo di Sir Keir Starmer ha finora garantito solo fondi ponte, insufficienti per trasformare il Gcap in un contratto multinazionale stabile. Questa incertezza sta già producendo effetti politici: il Giappone, guidato da Sanae Takaichi, considera il programma centrale per la sostituzione dei propri F-2 e osserva con crescente irritazione i ritardi britannici.

La prossima settimana, la visita di Takaichi a Londra e a Roma si svolgerà dunque in un clima tutt’altro che celebrativo. Tokyo potrebbe portare il tema Gcap in cima all’agenda, mentre dietro le quinte emergono accuse al governo britannico di essere un partner formalmente impegnato ma finanziariamente incerto. Anche Roma segue con attenzione: il programma rappresenta uno dei pilastri della sua proiezione industriale nel settore difesa.

Secondo l’Economist, il rischio non è solo il ritardo, ma la possibile trasformazione del Gcap in un progetto sempre più ampio e quindi più instabile. L’ipotesi di aprire il programma a nuovi partner – dal Canada alla Germania stessa – potrebbe fornire risorse aggiuntive, ma riaprirebbe inevitabilmente la negoziazione su requisiti e quote industriali, replicando in forma diversa la crisi del Fcas.

Il risultato è un paradosso strategico: mentre l’Europa continentale vede il proprio progetto di caccia implodere per eccesso di complessità politica, l’asse anglo-italo-giapponese rischia di indebolirsi per eccesso di incertezza finanziaria. Due modelli diversi, ma un destino simile: la difficoltà strutturale dell’Occidente nel sostenere programmi di difesa di lunga durata, ad alto costo e con governance multinazionale.

Sul fondo, entrambe le crisi pongono una domanda più ampia sulla capacità europea e alleata di competere in un’era di riarmo globale. Se il Fcas si sta svuotando dall’interno e Gcap il rischia di rallentare prima ancora di consolidarsi, il 2035, data simbolica per entrambi i programmi, potrebbe segnare meno l’arrivo di una nuova generazione di caccia e più il limite politico della cooperazione industriale occidentale. Il quadro che emerge è quello di un’Europa destinata ad avere almeno tre caccia di nuova generazione separati, più che un unico sistema condiviso.

L'articolo L’aereo franco-tedesco non decollerà, e anche quello di Italia, Uk e Giappone fatica proviene da Linkiesta.it.

L’Ucraina può negoziare da una posizione migliore, ma l’Europa deve fare la sua parte

9 June 2026 at 03:45

Domenica, a Londra, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader di Regno Unito, Francia e Germania – il premier Sir Keir Starmer, il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz – per definire le condizioni di una pace giusta e duratura in Europa.

La loro dichiarazione congiunta poggia su cinque pilastri. In primo luogo, un cessate il fuoco immediato e complessivo; Mosca è esplicitamente sollecitata ad accettare una piena cessazione delle ostilità. In secondo luogo, l’attuale linea di contatto costituirebbe il punto di partenza per i negoziati, non il loro esito predeterminato: leader sottolineano che i confini internazionali non possono essere modificati con la forza e che il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri meccanismi di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato. In terzo luogo, una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, l’Ucraina dovrà ricevere garanzie di sicurezza solide e giuridicamente vincolanti, basate sugli impegni assunti a Berlino a dicembre e a Parigi a gennaio; ciò comprende il dispiegamento di forze multinazionali sul territorio ucraino. In quarto luogo, i beni russi resteranno congelati finché la Russia non avrà posto fine alla sua guerra di aggressione e non avrà risarcito l’Ucraina per i danni arrecati. In quinto luogo, qualsiasi accordo dovrà tutelare gli interessi europei in materia di sicurezza: gli elementi che coinvolgono l’Unione europea o la Nato richiederanno il consenso formale rispettivamente dell’Unione e dei suoi Stati membri, e degli Alleati. I leader hanno accolto esplicitamente l’appello di Zelensky a porre fine alla guerra attraverso negoziati diplomatici, formulato nella sua lettera del 4 giugno al leader russo Vladimir Putin. Hanno avallato colloqui diretti tra Ucraina e Russia, con la partecipazione attiva di Stati Uniti ed Europa, volti innanzitutto a garantire un cessate il fuoco, e successivamente a facilitare negoziati più ampi.

Sulla carta, non si tratta di una pace a qualsiasi prezzo. Il testo collega la fine dei combattimenti a garanzie vincolanti, al mantenimento della pressione finanziaria su Mosca e alla stessa architettura di sicurezza europea. Mantiene inoltre le scelte sovrane dell’Ucraina – inclusa l’integrazione in Nato e Unione europea – all’ordine del giorno, anziché sacrificarle tacitamente.

Ma questa iniziativa diplomatica non nasce nel vuoto. Arriva in mezzo a intensi attacchi russi e a un equilibrio militare sul terreno in evoluzione.

La dichiarazione di Londra è giunta in un contesto operativo severo che smonta qualsiasi illusione che la guerra stia rallentando. Ieri mattina, infatti, la Russia ha lanciato l’ennesimo attacco con droni contro edifici residenziali a Konotop, nella regione ucraina di Sumy, ferendo civili e intrappolando almeno una persona sotto le macerie mentre le squadre di soccorso erano al lavoro. Il giorno precedente, le forze russe avevano preso di mira infrastrutture legate al nucleare nei pressi di Kyjiv. Gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica si preparano ora a ispezionare l’Impianto centrale di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nella zona di esclusione di Chornobyl, dopo che un attacco con droni del 7 giugno ha danneggiato l’edificio di ricezione del combustibile – distruggendone facciata, finestre e porte e provocando onde d’urto sugli edifici circostanti.

È in questo contesto operativo che i leader europei parlano di linee di cessate il fuoco, garanzie e futuri negoziati. La Russia non si comporta come una potenza di status quo che cerca cautamente la de‑escalation. Proprio per questo, qualsiasi discussione su cessate il fuoco e negoziati deve poggiare sulla reale correlazione di forze, non su un pensiero desiderante.

I cinque punti sono, a primo impatto, molto convincenti. Il nodo centrale, tuttavia, è: come renderli operativi? Soprattutto quando la Federazione Russa non intende accettare alcuna proposta di pace che implichi un ruolo diretto dell’Europa o dei leader europei.

Il presidente finlandese Alexander Stubb ha colto questa logica con una chiarezza insolita. Il suo messaggio è brutale: oggi l’Ucraina è in una posizione migliore sul campo di battaglia rispetto a qualsiasi altro momento dall’inizio dell’invasione su larga scala, come ha spiegato in una recente intervista alla Neue Zürcher Zeitung. Lo sintetizza in cinque fatti: negli ultimi sei mesi, l’Ucraina ha inflitto alla Russia circa 35.000 perdite al mese tra morti e feriti; nello stesso periodo, la Russia è riuscita a reclutare soltanto circa 27.000 uomini al mese; a dicembre, il rapporto delle perdite era approssimativamente di 1:3, ovvero un soldato ucraino per tre russi mentre oggi si avvicina a 1:8; a marzo, per la prima volta, l’Ucraina ha lanciato contro la Russia più missili e droni di quanti la difesa russa sia riuscita ad abbattere, e ora dispone della capacità di produrre circa dieci milioni di droni all’anno; ad aprile, per la prima volta, l’Ucraina ha riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso.

Nel loro insieme, queste cifre ci dicono tre cose. Primo, la Russia è sotto pressione sul fronte della leva: un divario costante tra perdite e nuovi arruolamenti non è di per sé immediatamente decisivo – Putin può ancora mobilitare di più – ma è strategicamente corrosivo nel medio periodo. Secondo, l’adattamento qualitativo dell’Ucraina sta funzionando: un approccio intelligente alla difesa è la chiave dei suoi passi asimmetrici; la svolta verso una produzione di droni su larga scala, l’uso di fuochi dispersi e il rafforzamento della difesa aerea stanno modificando il calcolo costi‑benefici per Mosca. Terzo, la tendenza territoriale – per quanto ancora modesta – si è invertita: anche guadagni limitati, dopo anni di guerra logorante, hanno un peso politico e psicologico significativo – a Kyjiv, a Mosca e nelle capitali occidentali.

In altre parole, l’Ucraina dispone oggi di una base molto più solida da cui negoziare. Ma perché il quadro di Londra diventi realtà, l’Europa dovrà sostenere questa posizione di forza, non darla per acquisita.

L'articolo L’Ucraina può negoziare da una posizione migliore, ma l’Europa deve fare la sua parte proviene da Linkiesta.it.

Israele e Stati Uniti sono sempre meno allineati sulla guerra all’Iran

9 June 2026 at 03:45

La decisione simultanea di Israele e Iran di sospendere le operazioni militari dirette segna una pausa improvvisa in un’escalation che, nelle ultime ore, aveva riportato il Medio Oriente a un confronto aperto tra Stati. Tuttavia, più che un passo verso la de-escalation, lo stop appare come un congelamento tattico imposto dall’esterno e subito riassorbito nelle logiche di conflitto regionale. Ed è proprio in questo passaggio che emerge con chiarezza il vero elemento strutturale della crisi: la crescente divergenza tra Stati Uniti e Israele nella gestione della guerra.

Le forze armate iraniane hanno annunciato la conclusione della prima ondata di attacchi contro Israele successiva al cessate il fuoco di aprile, avvertendo però che la sospensione potrà essere revocata in caso di ulteriori operazioni israeliane contro Hezbollah in Libano. Israele ha interrotto temporaneamente gli attacchi contro l’Iran su richiesta diretta del presidente statunitense Donald Trump, mantenendo però la piena intensità delle operazioni nel sud del Libano e lasciando aperta la possibilità di nuovi raid su Beirut.

Il risultato non è una tregua lineare, ma una riallocazione del conflitto: Israele sospende il fronte iraniano ma intensifica quello libanese; l’Iran congela le operazioni dirette ma lega la propria risposta a ciò che accade a Hezbollah; gli Stati Uniti tentano di trasformare questa pausa selettiva in un cessate il fuoco politico.

Trump ha infatti chiesto pubblicamente a entrambe le parti di interrompere gli scambi di fuoco e ha dichiarato che Israele e Iran stavano «andando verso un immediato cessate il fuoco». Tuttavia, la realtà operativa resta più frammentata: gli attacchi incrociati delle ore precedenti hanno coinvolto infrastrutture militari ed energetiche, con missili iraniani diretti contro Israele e raid israeliani su obiettivi in territorio iraniano, inclusi siti strategici a Teheran e nell’ovest del Paese.

È proprio questo scarto tra narrazione diplomatica e dinamica militare che evidenzia il punto centrale della crisi: Washington non controlla la sequenza dell’escalation, ma tenta di sovrapporre una sequenza politica a una realtà operativa autonoma. Israele, dal canto suo, agisce su una logica di sicurezza regionale che privilegia la continuità della pressione militare su Hezbollah e sull’asse iraniano, mentre gli Stati Uniti cercano di evitare che il conflitto comprometta definitivamente qualsiasi spazio negoziale con Teheran.

La divergenza non è episodica ma strutturale. La decisione israeliana di sospendere gli attacchi contro l’Iran non nasce da una convergenza strategica con Washington, ma da una richiesta politica esplicita della Casa Bianca. Allo stesso tempo, la prosecuzione dichiarata delle operazioni nel sud del Libano mostra che il centro di gravità della strategia israeliana non coincide con quello americano. Per Washington, il rischio principale è l’espansione incontrollata del conflitto e la destabilizzazione dei mercati energetici; per Israele, il problema resta la capacità militare di Hezbollah e la deterrenza iraniana nella regione.

Questa asimmetria si riflette anche nella struttura stessa della tregua emergente. Non esiste un cessate il fuoco unico, ma tre livelli separati e interdipendenti: il fronte diretto Israele–Iran, temporaneamente congelato; il fronte Israele–Hezbollah, in piena intensità; e il livello regionale, dove attori come gli Houthi mantengono attiva la pressione sul Mar Rosso. È proprio questa frammentazione che rende evidente la difficoltà americana nel trasformare un insieme di conflitti collegati in un’unica architettura negoziale.

Sul piano politico, la telefonata tra Trump e il primo ministro Benjamin Netanyahu conferma un rapporto sempre più caratterizzato da coordinamento forzato piuttosto che da piena convergenza strategica. La Casa Bianca tenta di imporre una pausa per consolidare una narrativa di de-escalation, mentre il governo israeliano accetta solo una modulazione temporanea del fronte, senza modificare gli obiettivi operativi di fondo.

In questo contesto si inserisce anche la crescente tensione all’interno dell’apparato statunitense. Il recente leak del Pentagono su presunte attività di spionaggio israeliano, poi smentito poi da entrambe le parti, non è rilevante tanto per il suo contenuto quanto per il segnale politico che riflette: l’esistenza di settori dell’amministrazione americana sempre più critici rispetto al grado di coinvolgimento degli Stati Uniti nella strategia israeliana, con frizioni tra linee America First e apparati di difesa più tradizionalmente allineati con Israele, segnalando una politicizzazione crescente dell’intelligence nel contesto del conflitto.

Il punto decisivo è che la tregua emergente non risolve questa frattura, ma la rende più visibile. La sospensione delle operazioni tra Israele e Iran non è il risultato di una strategia condivisa, ma l’effetto di una pressione esterna che si innesta su due logiche divergenti. Ed è proprio questa divergenza a definire oggi il vero rischio strategico: non tanto il ritorno immediato alla guerra aperta, quanto la progressiva perdita di coerenza dell’asse Stati Uniti-Israele nella gestione del conflitto regionale.

In altre parole, la pausa nei combattimenti non chiude la crisi. La sposta su un altro livello: quello del disallineamento politico tra Washington e il suo principale alleato mediorientale.

L'articolo Israele e Stati Uniti sono sempre meno allineati sulla guerra all’Iran proviene da Linkiesta.it.

La storia di Fiorina dimostra che le “donne Stem” esistono da oltre un secolo

9 June 2026 at 03:45

Questa è un’intervista impossibile. Eppure è, forse più di qualsiasi altra, un’intervista potente. Lo è perché la protagonista è una donna che ha dimostrato una forza e un intuito non comuni. Lo è perché i suoi insegnamenti sono riusciti a superare ogni barriera, anche quella del tempo. È una storia che pur abbracciando due secoli diversi, riesce a rimanere sempre giovane. […]

Per Fiorina quella dell’ostetricia non era solo una professione medica, era una missione, una vocazione, un modo per mettere in pratica la virtù cristiana della “carità”. Si racconta che nei giorni del battesimo dei bambini che aiutava a nascere, Fiorina prestasse ai giovani papà, spesso umili lavoratori della terra nelle cascine, la giacca e il cappello che lei rubava a suo marito: era importante che i papà fossero in ordine! 

E così, quando entrava nelle case, tra doglie e contrazioni, non arrivava mai a mani vuote, ma con teli e lenzuola pulite, con carne e verdure lesse. Anche questo era un modo, per lei, per esercitare l’arte della cura. Dal 1910 diventò per tutti la “siùra” Fiorina: per le mamme che si affidavano a lei e per i bambini che esclamavano, a distanza di anni e con vivo affetto, «Mi ha fatto nascere lei!».

Al lavoro sanitario, inoltre, aggiungeva quello per la famiglia e per le attività commerciali, come l’aiuto nella trattoria del marito Giuseppe Barbaglio a Onzato. Era una donna forte, rispettosa, capace di ascolto: una dote anche allora rara. Fiorina non ha mai smesso, anche “da grande”, di rappresentare per il paese e per la sua famiglia un punto di riferimento sicuro. Anche mio padre guardava a lei come a un faro: amava sedersi accanto a lei in poltrona e aprirsi ai suoi racconti. Fiorina, divenuta cieca con l’età, accoglieva e ascoltava, con dolcezza e intelligenza, quel nipote dalle fossette sorridenti.

Ho sempre pensato che fosse lei il mio modello di riferimento. Il mio esempio di donna potente che guida con umiltà. Una donna pronta a esplorare, ad andare controcorrente. Un modello di “donna STEM”, in un’epoca in cui essere donna ed essere al contempo una professionista in una disciplina medico-sanitaria, non era così banale. 

Non solo: a quei tempi, il mestiere dell’ostetrica era esposto a continui rischi e a numerose difficoltà. La sopravvivenza al parto delle mamme e dei piccoli era tutt’altro che scontata. Ciò significava essere pronte ad avere fiducia nel futuro, ogni giorno. Forse, è proprio a questi modelli che dovremmo ritornare. Soprattutto oggi, consapevoli come siamo dell’urgenza di avvicinare molte più giovani donne alle scienze e alle tecnologie. E farlo unendo competenza e umiltà, grazia e intelligenza, umanità e tenacia. Ingredienti indispensabili per poter esercitare professioni tanto importanti.

Rileggendo le interviste alle donne di questo libro, è facile accorgersi di come i valori che incarnava la mia bisnonna non siano poi tanto diversi da quelli citati dalle intervistate: generosità, energia, resilienza, ambizione, tenacia, apertura al cambiamento, fiducia, ricerca di senso. Sono i valori che hanno sempre guidato le donne nell’esercitare le loro leadership. Sono le doti che ogni donna ha coltivato per raggiungere, in modo nuovo, quel soffitto di cristallo e romperlo, con la forza dell’acciaio, con la bellezza dell’essere donna. 

Così, non potevo non dedicare quest’ultimo capitolo a Fiorina, la mia bisnonna. Con l’intento di affidare a lei il vento della storia, dello scorrere del tempo e di quelle misteriose radici chiamate vita. Con il desiderio che la sua testimonianza, insieme alle voci femminili proposte, arrivi ai miei figli, alle mie nipoti, e a tutte quelle ragazze che stanno studiando per diventare scienziate, politiche, imprenditrici. Affinché possano realizzare la versione inedita e migliore di loro stesse. Perché il mondo ha bisogno di ognuna di loro, oggi più che mai.

Tratto da “Soffitti di cristallo, radici d’acciaio. Nove storie sulla forza e il coraggio delle donne nell’impresa e nella società”, di Francesca Morandi con Silvia Pagliuca, Gruppo Sole24Ore, pp.127-131, 16,90

L'articolo La storia di Fiorina dimostra che le “donne Stem” esistono da oltre un secolo proviene da Linkiesta.it.

❌