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Inchiesta sul Ponte sullo Stretto, i comitati in piazza: “Raccolta firme per chiedere le dimissioni dei vertici della società”

11 June 2026 at 07:08

Raccolta firme, proteste di piazza, richieste di chiarimenti. È la reazione dei comitati alla notizia dell’indagine della procura di Roma sul Ponte sullo Stretto di Messina. Secondo l’ipotesi dei pm l’avvocato Giacomo Saccomanno, ex commissario della Lega in Calabria, assieme all’imprenditore Vincenzo Virgiglio avrebbero promesso al giudice della Corte dei Conti Tommaso Miele la possibilità di ricoprire cariche in enti pubblici in cambio di attività per condizionare l’esame di legittimità dei giudici contabili sull’approvazione del progetto definitivo della grande opera. Una notizia di una gravità inaudita, sottolinea Daniele Ialacqua del comitato No Ponte, che proprio a Capo Peloro, ovvero nella punta nord della Sicilia, dove sorgerà (o dovrebbe sorgere) il pilastro dal lato siciliano, ha organizzato una mobilitazione per sabato 13 giugno alle 18.30: “Un presidio di protesta in via circuito, contestualmente, sempre sabato – continua Ialacqua, che è stato anche assessore nella Giunta di Renato Accorinti – lanceremo una raccolta firme per chiedere le dimissioni degli organismi direttivi della Stretto di Messina spa e l’adozione di un provvedimento cautelare che disponga l’amministrazione giudiziaria della società”.

Ma secondo i No Ponte non deve essere una protesta locale: “L’inchiesta per corruzione riguardo al ponte sullo Stretto deve preoccupare l’intero Paese – continua l’ex assessore – perché si ipotizza il tentativo di condizionare addirittura un organo di rilievo costituzionale come la Corte dei conti e perché gli indagati non sono ‘quattro amici al bar’ come li ha definiti Ciucci (ad della società Ponte sullo Stretto, ndr) ma figure apicali di organi dello Stato e di società pubbliche”. Per questo, appena saputa la notizia dell’inchiesta, non c’è stata esitazione: la manifestazione e la raccolta firme “con l’obiettivo di mettere una pietra tombale sul progetto del ponte”.

Si mobilitano, nel frattempo, anche ambientalisti, e membri di altri comitati, che poco dopo avere appreso la notizia hanno firmato un documento in cui rispondo all’ad di Stretto di Messina spa, Pietro Ciucci, che aveva sottolineato come la società affidataria della realizzazione del ponte non sia coinvolta nell’inchiesta: “Appare difficile sostenere che la società Stretto di Messina possa considerarsi del tutto estranea alla vicenda – scrivono in una nota Rossella Bulsei, Enzo Musolino, Domenico Marino, Alberto Ziparo, Aurora Notarianni, Anna Giordano e Giuseppe Fedele che rappresentano varie associazioni, comitati e circoli -. Uno degli indagati, infatti, ricopriva all’epoca dei fatti la carica di consigliere di amministrazione della società stessa. Se le eventuali condotte illecite fossero state poste in essere nell’interesse o a vantaggio della società, sarebbe inevitabile interrogarsi sulle responsabilità della struttura societaria e sui meccanismi di controllo interno che avrebbero dovuto prevenire comportamenti di tale natura”. Secondo gli attivisti se “gli elementi investigativi trovassero conferma, la Procura non potrebbe esimersi dal valutare anche l’applicazione del Decreto Legislativo 231/2001 (ovvero la legge che introdotto in Italia la responsabilità penale e amministrative per le aziende, nel caso venga commesso un reato che porti vantaggio all’azienda, ndr) nei confronti della società Stretto di Messina verificando se ricorrano i presupposti previsti dalla normativa sulla responsabilità delle società per reati commessi dai propri amministratori o dirigenti. Sarebbe infatti paradossale che eventuali responsabilità venissero circoscritte esclusivamente alle persone fisiche coinvolte senza accertare fino in fondo il ruolo e le eventuali responsabilità della società nel cui ambito tali condotte sarebbero maturate”.

La foto in alto è di archivio

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Dove doveva esserci la mafia, ma c’è la solita Repubblica

11 June 2026 at 03:45

Ma come? Non doveva essere la mafia, quella a mettere le mani sul Ponte sullo Stretto di Messina, l’opera pubblica più discussa al mondo? Non doveva essere la ’ndrangheta a fare affari d’oro? Non era, questo Ponte dei miracoli, l’incontro tra due cosche, anziché due coste come dice l’abusatissimo calembour che da anni si recita nella retorica antimafia?

Ed invece, eccoci qui. Quale mafia, quali trame nell’ombra, quali appalti pilotati. Siamo alla solita pulciosa storia di corruzione all’italiana, di sussurri e ammiccamenti, incarichi promessi, telefonate e intercettazioni.

La Procura di Roma ha aperto un’inchiesta sul Ponte sullo Stretto. Tre gli indagati: l’imprenditore calabrese Vincenzo Virguglio, l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele e l’avvocato Giacomo Francesco Saccomanno, ex commissario della Lega in Calabria e uomo politicamente vicinissimo a Matteo Salvini. Secondo l’accusa, Miele avrebbe ricevuto utilità e prospettive di incarichi dagli altri due indagati per favorire il percorso amministrativo dell’opera.

Naturalmente siamo ancora nella fase delle indagini. Vale la presunzione di innocenza e saranno i giudici a stabilire se quelle ipotesi reggeranno oppure no. Ma la vicenda racconta qualcosa di interessante, forse persino più interessante dell’inchiesta stessa.

Per anni il Ponte è stato presentato come una gigantesca sfida alla criminalità organizzata. Ogni volta che qualcuno sollevava dubbi sull’opera, la risposta era quasi automatica: attenzione, perché i clan aspettano soltanto l’inizio dei lavori. Le mafie si infiltreranno. Le cosche banchetteranno. La criminalità farà festa.

È una narrazione che ha accompagnato ogni stagione del progetto, da Berlusconi a Salvini, passando per governi di ogni colore. Una specie di leggenda preventiva. E invece, almeno per adesso, il primo vero scandalo che investe il Ponte non arriva dai clan. Arriva dai salotti.

Non dalla lupara, ma dal curriculum. Non dai boss, ma dalle relazioni.

Secondo quanto emerge dall’inchiesta, il terreno di gioco sarebbe stato quello classico della Repubblica italiana: favori, conoscenze, canali privilegiati, rapporti personali utilizzati per orientare decisioni pubbliche. Niente di cinematografico. Niente coppole e summit nelle campagne. Piuttosto una rappresentazione molto familiare del potere italiano: quella in cui il confine tra interesse pubblico e interesse privato tende a diventare sfumato.

In fondo è la storia infinita delle grandi opere italiane. Ogni volta si evocano scenari epici: sviluppo, modernizzazione, rinascita, rivoluzione infrastrutturale. Poi, puntualmente, ci si ritrova a leggere verbali, intercettazioni e informative giudiziarie. Come se il nostro vero problema non fosse costruire il Ponte, ma costruire istituzioni capaci di gestire opere da miliardi senza trasformarle in terreno di conquista per reti di relazioni e piccoli potentati.

Il paradosso è che il Ponte non esiste ancora. Non è stata scavata una fondazione, non è stato issato un pilone, non è stata tirata una sola fune d’acciaio. Eppure siamo già alle polemiche, agli esposti, alle accuse di forzature procedurali, alle inchieste per corruzione.

È come se il Ponte fosse fedele alla propria leggenda: prima ancora di collegare Sicilia e Calabria, riesce a collegare politica, giustizia, propaganda e potere. Collega l’Italia, insomma, in tutte le sue forme.

Del resto il Ponte è da sempre molto più di un’infrastruttura. È un simbolo. Per i sostenitori rappresenta l’idea di una Sicilia finalmente agganciata all’Europa. Per i contrari è l’emblema dello spreco e della retorica delle grandi opere. Per la politica nazionale è una bandiera identitaria. Per molti siciliani è ormai una specie di mito folkloristico che attraversa le generazioni senza mai concretizzarsi davvero.

Salvini lo ha trasformato nel vessillo del suo ministero. La sinistra continua a considerarlo un gigantesco errore strategico. Nel frattempo, i treni continuano a salire e scendere dalle navi come accadeva nel secolo scorso.

E qui arriviamo alla vera notizia.

Perché mentre tutti discutono dell’ennesima inchiesta sul Ponte, una buona notizia è arrivata davvero. Una di quelle piccole, concrete, poco ideologiche.

Sono arrivati in Sicilia i nuovi elettrotreni Intercity HTR 412 di ultima generazione. Non sono stati presentati con conferenze stampa oceaniche. Non promettono miracoli. Non compaiono nei manifesti elettorali. Ma funzionano.

La loro particolarità è la tripla alimentazione: elettrica, diesel e a batterie. Questo consente di semplificare notevolmente le operazioni di attraversamento dello Stretto. Oggi il traghettamento ferroviario richiede procedure complesse: aggancio, sgancio, manovre, personale specializzato, tempi tecnici inevitabili. Se ne vanno mediamente 90 minuti, a volte anche due ore. I nuovi convogli possono invece muoversi autonomamente sfruttando le batterie durante le operazioni di imbarco e sbarco.

Secondo le prime valutazioni tecniche, il risparmio stimato è di circa venti minuti per ogni attraversamento. Venti minuti. Non sembrano molti. Ma su una tratta storicamente penalizzata da inefficienze e ritardi rappresentano una piccola rivoluzione.

Nessuno taglierà nastri. Nessuno parlerà di «opera del secolo». Nessuno organizzerà convegni sulla rinascita del Mezzogiorno.

Eppure quei venti minuti sono probabilmente il miglioramento più concreto che i viaggiatori tra Sicilia e continente abbiano visto negli ultimi anni.

Nell’attesa che il Ponte esca dalle carte, dalle conferenze stampa con i modellini in 3D, e adesso anche dalle procure, consoliamoci con gli elettrotreni.

Perché in Sicilia, spesso, il progresso arriva così: non con le grandi promesse da tredici miliardi di euro, ma con venti minuti in meno di attesa sul traghetto.

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Inchiesta Ponte, l’ex magistrato (prima della notizia dell’indagine) difendeva la riforma voluta dal governo: “La Corte dei Conti non deve essere un freno”

9 June 2026 at 18:16

“I miei amici del governo a cominciare da Salvini (…) si sarebbero aspettati (…) una presa di distanza”. Così parlava l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele, stando a un’intercettazione riportata nel decreto di perquisizione disposto dalla procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione sul Ponte dello Stretto, per spiegare a un imprenditore anche lui indagato perché aveva evitato di partecipare a una manifestazione durante la quale i giornalisti gli avrebbero chiesto conto della decisione della magistratura contabile di stoppare il progetto dell’opera. Miele, accusato di aver passato informazioni riservate sull’orientamento degli altri membri della Camera di consiglio nella speranza di ottenere in cambio un trampolino verso la presidenza dell’Antitrust o incarichi di vertice in una società pubblica, assicurava di non essere “allineato a questi deficienti dei miei colleghi”. E il suo disallineamento è in effetti palese anche nel giudizio espresso proprio martedì dalle pagine del Sole 24 Ore sulla contestata riforma della Corte dei conti approvata in via definitiva lo scorso dicembre. Quella che tra il resto fissa un tetto del 30% al danno erariale contestabile in caso di colpa grave, limitando pesantemente i risarcimenti che potranno essere richiesti a chi ha sprecato risorse pubbliche.

Ecco: quel provvedimento, che per l’Associazione Nazionale Magistrati della Corte dei Conti “indebolisce i presìdi di legalità e responsabilità a tutela dei cittadini”, “snatura le funzioni di controllo e consultive della Corte” e “abbassa la soglia di attenzione sull’uso del denaro pubblico”, secondo Miele “non è affatto un colpo di spugna, ma si inserisce tra le misure necessarie per superare la cosiddetta ‘paura della firma‘ e rendere la Pubblica amministrazione più efficiente“. Poco importa anche se il modesto limite del 30% previsto dalla riforma Foti, rinviata più volte alla Consulta per profili di incostituzionalità, secondo il presidente della Corte Guido Carlino “fa sì che resto del danno non risarcito resti a carico dell’amministrazione, e quindi della collettività, indebolendo gli effetti deterrenti della responsabilità amministrativa e incentivando una maggiore leggerezza nell’adozione di atti e provvedimenti amministrativi”. Per Miele si tratta invece di un passo avanti: “Negli ultimi anni l’esecuzione delle condanne ha permesso di recuperare meno del 10% del danno riconosciuto, lasciando il restante 90% a carico della collettività. Con il limite al 30% e l’introduzione del nuovo obbligo assicurativo per gli amministratori pubblici, il recupero di questa quota è invece pienamente garantito“.

Insomma, garantisce il magistrato andato in pensione nel febbraio 2026 al quotidiano di Confindustria, “si recupera più di prima e si introduce la possibilità di allontanare i disonesti dalla gestione pubblica”. “Condivisibili” poi le novità su controllo preventivo di legittimità e funzione consultiva, perché in quel modo si incoraggia la Corte ad essere un organo “al servizio” della Pa, con un “ruolo collaborativo”, e non un “potere“. Perché “oggi il Paese vuole una Corte che sia volano dell’azione amministrativa, non un freno“. Come invece, per esempio, nel caso del mancato visto di legittimità alla delibera del Cipess sul “Collegamento stabile tra la Sicilia e la Calabria”. Cioè il ponte caro a quel Matteo Salvini che Miele, intercettato, annovera tra gli “amici del governo”.

Coerentemente, il già presidente aggiunto usa nei confronti della Corte parole che non sfigurerebbero in bocca al leader della Lega: “La Corte, piuttosto che opporsi in tutti i modi all’applicazione della legge” – sentenzia parlando delle parti della riforma oggetto di delega, a partire dalla gerarchizzazione interna della Corte e della minore autonomia dei magistrati contabili – “adottando interpretazioni molto singolari e acrobatiche e inondando la Corte costituzionale di questioni di legittimità, dovrebbe prendere atto che oggi non può più essere quella degli ultimi anni”. Deve insomma guardare al futuro. Proprio come Miele, che nelle intercettazioni ambientali svela senza remore le proprie ambizioni: “Quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il Presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto…c’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità… se gli arriva un bell’endorsement… certo che va bene”. Secondo gli investigatori del Ros dei carabinieri, per spianarsi la strada il magistrato contabile avrebbe assicurato un orientamento favorevole al giudizio di legittimità sull’approvazione del progetto definitivo del Ponte.

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Inchiesta per corruzione sul Ponte sullo Stretto, Conte: “Quei 13,5 miliardi vadano a famiglie e sanità”. Opposizioni: “Meloni riferisca in Parlamento”

9 June 2026 at 17:54

Dopo la notizia sull’inchiesta per le presunte tangenti riguardanti il Ponte sullo Stretto di Messina, le opposizioni si sono scatenate in un coro unanime: stop alla grande opera tra Calabria e Sicilia, Meloni e Salvini riferiscano subito in Parlamento. Pietro Ciucci, amministratore delegato della società Stretto di Messina spa, esprime stupore e si dice pronto a sostenere il lavoro di magistrati e forze dell’ordine: “Abbiamo accolto con sorpresa le notizie riportate dai media sulle indagini per le quali la società è totalmente estranea. Confermiamo la massima disponibilità a collaborare con le Autorità inquirenti e prenderemo tutte le misure necessarie a tutela degli interessi aziendali e del progetto”. Tuttavia Ciucci appare deciso ad andare avanti sul progetto: “La società prosegue nel suo impegno di realizzare il ponte sullo Stretto con massima trasparenza per adempiere alla missione affidatale dal Parlamento e dal governo conformandosi a tutti i rilievi espressi dalla Corte dei conti nelle sue delibere così come dettagliatamente definito dal decreto legge ‘Commissari’ dell’11 marzo 2026”.

Tridico (M5s): “Ferrovie ottocentesche, l’unica alta velocità è la carriera dei magistrati”

Il presidente M5s Giuseppe Conte ha chiesto subito di recuperare i miliardi destinati al Ponte per il sostegno a servizi e welfare: “L’inchiesta conferma che non solo il progetto era fallato, non solo c’è stata una forzatura addirittura contro la Corte dei Conti, ma adesso si scopre anche l’ombra della corruzione su questo progetto. L’ennesimo fallimento del governo Meloni. Non ne azzeccano una. Recuperiamo subito quei 13 miliardi e mezzo, servono per le famiglie, per la sanità, per le imprese, per i nostri giovani”, ha dichiarato l’ex premier pentastellato. “Mentre i cittadini calabresi e siciliani viaggiano ancora a passo d’uomo su linee ferroviarie ottocentesche, scopriamo che l’unica ‘alta velocità’ studiata a tavolino dai signori del Ponte era quella promessa alle carriere di magistrati contabili in quiescenza, pur di blindare un’opera fantasma”, ha dichiarato Pasquale Tridico, europarlamentare del Movimento cinque stelle ed ex presidente Inps. A rincarare la dose ci ha pensato l’altro pentastellato Antonio De Luca, capogruppo del Movimento all’Assemblea Regionale Siciliana: “Un quadro estremamente preoccupante e un clima inquietante attorno a un’opera che il governo continua a voler imporre al Paese a tappe forzate”. Il comunicato ufficiale del Movimento chiama in causa la premier e la presidente del Consiglio, cioè il principale sponsor della grande opera: “Per far contento Salvini, Giorgia Meloni ha avallato questo disastro procedurale, condito dal solito mercimonio di incarichi e stipendi faraonici. Se ha ancora un po’ di amor proprio, la premier deve scrivere la parola fine al percorso sconcio di quest’opera”. Non solo Meloni è spronata a presentarsi in Emiciclo. La vicepresidente M5s Vittoria Baldino ha invitato anche Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, a dare spiegazioni “immediatamente in Parlamento”.

Boccia (Pd): “Calpestate regole e trasparenza”

Neppure il partito democratico è rimasto in silenzio. Il presidente dei senatori dem Francesco Boccia ha invitato Meloni a bloccare il progetto e riferire in parlamento: “Per accelerare i tempi dell’opera in Parlamento sono state calpestate regole e trasparenza. Oltre ad aver sottratto, senza alcun confronto, risorse economiche a Calabria e Sicilia. E’ il caso che il governo fermi i lavori per questa opera e venga al più presto in Aula a riferire”. La presidente dei deputati dem Chiara Braga sottolinea le ombre sulla Corte dei Conti: “Se le notizie emerse dall’inchiesta fossero confermate, saremmo di fronte a fatti di una gravità inaudita: presunte pressioni sulla Corte dei Conti per favorire il via libera. Serve la massima trasparenza. Poiché è un progetto che sta a cuore al vice premier Salvini è la stessa Meloni che dovrebbe chiarire se esiste un sistema costruito per aggirare controlli e regole”. Anche il senatore Nicola Irto (segretario del Pd Calabria) invoca risposte dall’esecutivo e ricorda la propaganda leghista e della maggioranza, sulla pelle del Meridione: “Il governo non può restare in silenzio mentre emergono fatti gravi sull’opera, destinata a impegnare enormi risorse pubbliche. Da mesi denunciamo forzature procedurali, opacità e una propaganda sfacciata. Il ministro Salvini ha trasformato il Ponte in una bandiera ideologica, ma la Calabria e la Sicilia continuano ad attendere il potenziamento dell’Alta velocità ferroviaria, delle strade, dei porti e dei collegamenti ordinari”.

Bonelli (Avs): “Già depositati 6 esposti, negato l’accesso ai documenti”

Alleanza Verdi e Sinistra si è unita al coro delle opposizioni unite contro il governo. “Quanto emerge dall’inchiesta della Procura è di una gravità inaudita: si parla di presunti tentativi di condizionare la decisione della Corte dei Conti”, ha scritto in una nota Angelo Bonelli, deputato di Avs e co-portavoce di Europa Verde. Bonelli ha ricordato i suoi esposti e l’opacità della documentazione e delle procedure per il progetto del Ponte: “Non più tardi di tre settimane fa ho depositato alla Procura di Roma il sesto esposto integrativo sulle procedure adottate dal Governo, che a mio avviso violano le norme italiane ed europee in materia di appalti e ambiente. I nostri esposti servono per fare chiarezza considerato che il governo ha negato al sottoscritto atti e documenti trasmessi alla Corte dei Conti. Il Governo ha gestito tutto nella segretezza, arrivando a negare a un parlamentare gli atti intercorsi con la magistratura contabile”. Nicola Fratorianni, ai microfoni de La 7 nel corso de L’Aria Che Tira, ha commentato con stupore la gravità delle accuse emerse dai primi lanci di agenzia: “La cosa che colpisce, dalle prime notizie emerse, è che le indagini documenterebbero condotte dei tre indagati tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo del Ponte sullo Stretto”, ha dichiarato il leader di Sinistra italiana.

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Ponte sullo Stretto, l’ex magistrato contabile intercettato: “Il mio amico Salvini si aspettava una presa di distanza”

9 June 2026 at 17:13

“I miei amici del governo, a cominciare da Salvini, si sarebbero aspettati una presa di distanza“. Così, intercettato dagli inquirenti, l’ex presidente aggiunto della Corte dei Conti Tommaso Miele raccontava all’imprenditore Vincenzo Virgiglio di aver evitato di partecipare a una manifestazione, per non trovarsi in difficoltà davanti alle domande dei giornalisti sulla decisione dei giudici contabili di stoppare il progetto del ponte sullo Stretto di Messina. La conversazione è riportata nel decreto di perquisizione emesso dalla Procura di Roma nell’ambito dell’inchiesta per corruzione che vede indagati Miele, Virgiglio e l’avvocato Francesco Saccomanno. Il magistrato – in pensione dal febbraio scorso – chiarisce di non essere “assolutamente allineato a questi deficienti dei miei colleghi” che pochi giorni prima avevano negato il visto di legittimità alla grande opera, ma di non poter esprimere il suo pensiero in pubblico “senza creare crisi istituzionali”. Nel provvedimento è citata un’intercettazione del 31 ottobre 2025, due giorni dopo la decisione, in cui Virgiglio riferisce a Saccomanno le confidenze ricevute da Miele sullo svolgimento della camera di consiglio: “Tommaso Miele mi diceva ieri hanno avuto una spaccatura interna pazzesca… e lui se n’è andato per non votare…”.

In un’altra conversazione con Virgiglio, si legge nel decreto, Miele “lascia intendere all’interlocutore di avere visionato la documentazione della istruttoria relativa al progetto Ponte sullo Stretto”, commentandola così: “Eeeh… però è una situazione come dicevo… critica! Ne ho parlato pure con Franco, insomma è una situazione in salita, ora se ci vediamo pure di persona cinque minuti…”. Il magistrato precisa “di non essere preoccupato dall’ultimo provvedimento di rigetto del 17 novembre della Corte, in quanto logica conseguenza del rigetto del 29 ottobre (“però ti dico la verità, era al momento un atto dovuto, nel senso che, essendo per il momento ancora appeso…”). “Il problema da risolvere“, spiega Miele, “è sempre quello… cioè, non cambia una virgola, però se ci scriviamo, ci parliamo, ci vediamo”. L’ex presidente aggiunto fa capire poi di avere predisposto, in via riservata, un report sulla vicenda da consegnare ai privati: “L’importante che tu dai comunque il report… che io sto sul pezzo… noi stiamo sul pezzo”.

Il rapporto di vicinanza tra Miele e Virgiglio, affermano gli inquirenti, è tale che il presidente si rivolge a lui “anche per individuare architetti di sua fiducia al fine di verificare la possibilità di preventivi di importo meno elevato per lavori di progettazione e ristrutturazione delle abitazioni dei figli”. A pochi mesi dal pensionamento, il magistrato manifesta la sua aspirazione ed il suo interesse a rivestire “cariche apicali in organismi di diritto pubblico successivamente al pensionamento, elementi questi su cui fanno leva” Virgiglio e Saccomanno “che gli assicurano, per il tramite delle loro entrature, l’allargamento della platea di soggetti in grado di favorire le aspirazioni professionali”. Parlando ad un amico sindaco di un comune del Veronese, che gli chiedeva spiegazioni sulla decisione sul Ponte, Miele ribadisce di avere fatto la sua parte, “si giustifica dicendo che gli avrebbe raccontato di persona (…) e che ora si sarebbe atteso la nomina a presidente dell’Antitrust o di una società partecipata, chiedendo anche all’amico un ulteriore intervento presso i vertici politici ed istituzionali per favorire la sua nomina: “Quando andrò in pensione ora l’anno nuovo, io dovrei fare il presidente di non so che ancora… però mi hanno chiesto la disponibilità… io ho sparato alto… c’ho l’imbarazzo della scelta e ti dico la verità… se gli arriva un bell’endorsment… certo che va bene”, ricevendo immediata disponibilità dell’interlocutore politico che gli garantisce di accompagnarlo a parlare con esponenti politici in occasione del concerto di Natale del 20 dicembre 2025 a Montecitorio”.

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Inchiesta per corruzione sul Ponte sullo Stretto. Chi sono gli indagati: tra loro un ex presidente aggiunto della Corte dei Conti

La Procura di Roma indaga per corruzione e rivelazione del segreto di ufficio nell’ambito del progetto per la realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina. In base a quanto emerge da una nota diffusa dall’ufficio giudiziario, l’ufficio ha delegato i carabinieri del Ros all’esecuzione di un decreto di perquisizione a carico di tre persone: Tommaso Miele, 70 anni, magistrato, ex presidente aggiunto dalla Corte di Conti, in pensione da febbraio; Giacomo Francesco Saccomanno, 71 anni, avvocato, già consigliere di amministrazione della “Stretto di Messina Spa” e Vincenzo Virgiglio, 65 anni, imprenditore di Reggio Calabria. Le indagini hanno documentato le condotte dei tre indagati tese a condizionare l’esame di legittimità della Corte dei Conti sull’approvazione del progetto definitivo per la realizzazione dell’opera pubblica.

Secondo quanto emerge dalla nota diffusa dalla Procura l’avvocato e l’imprenditore indagati “al fine di condizionare il citato esame della Corte dei Conti in favore della società Stretto di Messina Spa, avrebbero avvicinato il giudice contabile promettendogli il loro appoggio per ricoprire cariche in enti di diritto pubblico dopo il suo pensionamento, subordinandolo alla sua fattiva azione per il concretizzarsi dell’esigenza citata”.

Secondo l’impianto accusatorio i “due avrebbero anche tentato di avvicinare altri magistrati ritenuti utili agli interessi del gruppo per la realizzazione dell’opera infrastrutturale e rivelato, a soggetti terzi, notizie coperte da segreto, acquisite dal giudice della Corte dei Conti indagato. Quest’ultimo, dal canto suo, avrebbe offerto – si legge nella nota – la propria disponibilità, fornendo costanti aggiornamenti sull’andamento della procedura condotta dalla magistratura contabile, rivelando informazioni riservate sugli orientamenti dei colleghi magistrati contabili e sullo sviluppo della relativa Camera di Consiglio in adunanza plenaria della Corte stessa”.
Inoltre il magistrato “avrebbe esaminato la decisione sfavorevole del 29 ottobre del 2025, impegnandosi a predisporre, nell’interesse della Stretto di Messina Spa, una memoria sulla vicenda da consegnare al commercialista della società manifestando, in cambio, l’interesse a diventare Presidente dell’Antitrust o di una società partecipata”. Nel corso delle perquisizioni, svolte a Roma, nella provincia di Reggio Calabria e in quella di Frosinone sono stati “rinvenuti e sequestrati diversi dispostivi elettronici e documenti che verranno sottoposti a specifiche valutazioni e analisi per appurarne la valenza probatoria in relazione alle ipotesi di reato contestate”.

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