Normal view

Perché la Cina e il Grande Sud ci stanno salvando da una crisi mondiale


di Pino Arlacchi

Avvistato dalle fonti più autorevoli, il fantasma di un greggio a 150 dollari al barile si aggira nei corridoi delle borse occidentali. Se i modelli predittivi delle maggiori compagnie petrolifere e delle banche di investimento dovessero materializzarsi, lo shock energetico indotto dal blocco prolungato dello Stretto di Hormuz – in cui transita ogni giorno circa un quinto del fabbisogno mondiale di petrolio – rischierebbe di infliggere il colpo di grazia a un’economia atlantica già strutturalmente fragile.

Nella logica del secolo passato, un simile scenario assumerebbe un solo significato: una recessione globale profonda, immediata e inevitabile. Ma la logica del XXI secolo è cambiata. Se la fiammata energetica non si tradurrà nel collasso economico del pianeta, non sarà per merito delle manovre della Federal Reserve o di tardivi accordi diplomatici in Medioriente. Sarà perché, per la prima volta nella storia contemporanea, esiste un subsistema economico alternativo e parallelo a quello occidentale, dominato dall’economia reale e dallo Stato regista dello sviluppo (il cosiddetto Developmental State). Questo insieme è guidato dall'asse tra la Cina e il Grande Sud, ed è capace di agire da possente ammortizzatore universale.
Non è facile comprendere questa svolta epocale, e se sono in grado di delinearne caratteri e dinamiche lo devo al fatto di non essere accecato dall’illusione eurocentrica e atlantista che affligge l’intera narrativa sulla crisi attuale che prevale in Occidente.

Il capitale finanziario che schiavizza l’Occidente tende a proiettare le proprie vulnerabilità sul resto del mondo. In Europa e negli Stati Uniti, un petrolio a 150 dollari innesca una reazione a catena: aumento dei prezzi alla pompa di carburante, impennata dell'inflazione da costi, reazione forte delle banche centrali tramite il rialzo dei tassi di interesse e conseguente contrazione del credito, dei consumi e degli investimenti. È il cortocircuito di un sistema che vive di leva finanziaria, dove i prezzi dei beni fisici sono determinati da azzardate scommesse sul futuro chiamate contratti derivati, e da simili marchingegni che infestano le piazze di scambio occidentali. Il risultato è l’esposizione del PIL delle nazioni del G7 a una volatilità drogata dalla speculazione e dai capitali “caldi” e senza patria, pronti a fuggire dall’altra parte del pianeta alla minima variazione di un dato economico e di una circostanza geopolitica.

Ma la storia, oggi, non finisce più qui. Fuori da questo perimetro respira un’altra economia-mondo. Un subsistema guidato dai paesi BRICS+ che produce ormai oltre il 60% del PIL globale se calcolato a parità di potere d'acquisto, e che supera nettamente il misero 29% detenuto dalle nazioni del G7. È il mondo dell’economia reale, dell’anti-finanza radicata nella materialità della produzione, delle infrastrutture e degli scambi di beni e servizi. È il mondo del Grande Sud, diventato il baricentro dell’economia globale. Quando il barile tocca cifre astronomiche nei mercati euroamericani, una quota mastodontica di quel petrolio continua a circolare nel resto del mondo a prezzi radicalmente diversi.

Non troverete traccia, nei media occidentali e nelle pontificazioni dei guru neoliberal, del semplice fatto che Pechino, Teheran, Nuova Delhi e Mosca hanno da tempo strutturato un circuito protetto. La Russia e l'Iran non vendono il loro greggio seguendo i benchmark dell'ICE di Londra; lo scambiano attraverso contratti a lungo termine, spesso blindati da forti sconti geopolitici. Questi flussi, inoltre, sono oggi quasi totalmente de-dollarizzati: la quota di scambi commerciali transfrontalieri della Cina regolati in Renminbi ha superato la soglia record del 50%, surclassando il biglietto verde. Per il colosso manifatturiero cinese, il petrolio non costa "150 dollari". Costa l'equivalente pre-concordato in beni industriali, tecnologie o valuta sovrana nazionale. Questo circuito chiuso neutralizza lo shock valutario alla radice, impedendo la distruzione della domanda nei paesi emergenti e garantendo la continuità operativa delle catene del valore fisiche.

Ma la linea definitiva di difesa contro una crisi globale risiede nel superamento della dipendenza del Grande Sud dai consumi occidentali. Per decenni, l'ortodossia economica ha sostenuto che se l'Occidente starnutisce, l'Asia si ammala, a causa della sua natura di pura esportatrice verso i mercati ricchi del Nord del mondo. Questa fotografia è obsoleta. Il punto di non ritorno è già stato superato: il volume degli scambi commerciali Sud-Sud (l'interscambio tra economie emergenti) ha storicamente sorpassato il valore delle rotte Nord-Sud, superando la barriera dei 5.300 miliardi di dollari annui. I paesi emergenti non sono più la periferia che lavora per soddisfare il centro atlantico; sono diventati il centro rispetto a se stessi.

La Cina è la guida di questo scacchiere, e gode di un’economia pianificata che ha operato una sterzata strategica con la dottrina della "Doppia Circolazione" varata nel 2020. Consapevole delle crescenti sanzioni, tariffe e dazi del protezionismo occidentale, Pechino ha progressivamente spostato il fulcro del proprio sviluppo economico verso l'interno, puntando sulla crescita dei consumi domestici che oggi pesano per oltre il 50% sul suo PIL, e sull’espansione della produttività legata all'automazione e all'intelligenza artificiale.
Laddove il subsistema occidentale risponde all'innovazione tecnologica con la "distruzione creativa" di Schumpeter – generando disoccupazione, precarizzazione e conseguente calo dei consumi – il governo cinese trasferisce i lavoratori dislocati in settori ad altissima qualificazione e nei servizi, mantenendo intatta la tenuta sociale e il potere d'acquisto interno con un tasso di disoccupazione urbana rigidamente controllato sotto il 5,5%.

Al contempo, la diversificazione delle esportazioni cinesi ha ridisegnato la geografia del consumo globale. Pechino non esporta più chincaglieria, ma infrastrutture strategiche, reti di telecomunicazione, vettori energetici puliti e mobilità elettrica. I destinatari non sono più i consumatori stanchi e impoveriti di Roma, Parigi o Washington, ma la galassia dei paesi della Belt and Road Initiative, dell'America Latina, dell'Africa e del Sud-Est Asiatico. Quest’ultimo è composto da 11 paesi associati nell’ASEAN: 700 milioni di abitanti che animano la quinta economia del mondo. L’ASEAN ha consolidato il suo ruolo di primo partner commerciale di Pechino, scavalcando sia l'Unione Europea che gli Stati Uniti.

La nascita di una sterminata classe media nel Grande Sud, stimata in oltre 2 miliardi di persone, sta assorbendo la produzione industriale dell’Asia orientale e della Cina a una velocità tale da poter compensare qualsiasi calo della domanda indotto dalla stagflazione occidentale. È una simbiosi che funziona: il Grande Sud fornisce le materie prime fisiche e l'energia, l’Asia le trasforma in beni tecnologici e infrastrutture di sviluppo, e il tutto avviene al di fuori del controllo del dollaro e del sistema SWIFT.

Ciò a cui assisteremo, nel caso in cui la crisi di Hormuz dovesse avvitarsi, non sarà dunque una crisi globale generalizzata, bensì un aumento della biforcazione dell'economia-mondo. Da un lato avremo l'Occidente finanziarizzato, con le sue riserve valutarie in dollari scese sotto il 58%, intrappolato nei suoi dogmi liberisti, costretto a subire i colpi della crisi energetica e della recessione. Dall'altro lato, il subsistema dell'economia reale, protetto dalla programmazione statale e dall'interscambio Sud-Sud, che continuerà a produrre, scambiare e crescere.

La Cina e il Grande Sud non interromperanno il cupio dissolvi dell'Occidente, né cureranno le magagne del tecnocapitalismo finanziario americano. Faranno qualcosa di più limitato ma comunque cruciale. Impediranno che le tossine di quel sistema avvelenino l'intero pianeta. Dimostreranno che l'autonomia della produzione fisica, l’indipendenza dal dollaro e la solidità delle rotte commerciali terrestri ed eurasiatiche sono un'ancora di salvezza dalle crisi molto più affidabile di qualsiasi diavoleria di Wall Street e di qualsiasi politica di emergenza delle banche centrali e dei governi dell’Occidente.

In attesa di una nuova Yalta digitale: tra l’impero dell’algoritmo e il destino dell’umanità

 

 

di Glauco Benigni

Essere oggi un cittadino occidentale, un “civile abitante di nazioni alleate”,  comporta un carico di responsabilità intellettuale e morale non indifferente. Significa trovarsi nel baricentro di una transizione d’Epoca dove i concetti di sovranità, democrazia, verità e identità vengono riscritti da algoritmi e flussi di capitale immateriale. In questo mosaico, l’azione politica e filosofica non è più rimandabile: esistono delle priorità sistemiche, e la scelta di privilegiare l’una o l’altra non è un semplice esercizio di stile, ma una decisione che “connota” radicalmente chi la compie, definendone la postura etica e la visione del futuro.

La Dittatura della Velocità e l’Asse del Transumanesimo

Il primo grande tema, quello che oggi domina l’agenda tecnocratica, nasce da una constatazione biologica: la strutturale “lentezza” dell’essere umano nei confronti della spaventosa e geometrica potenza di calcolo delle macchine. Questa asimmetria temporale e cognitiva ha spinto una parte delle élite globali a ritenere che l’unico approccio al futuro sia privilegiare il feudalesimo digitale, facendo accettare in progress ogni logica derivante e ogni drammatica conseguenza.

Assistiamo così al dilagare incontrollato dell’Intelligenza Artificiale in ogni ganglio della vita sociale, alla penetrazione pervasiva dei microchips nell’economia e nei corpi, e a un transumanesimo rampante che non si nasconde più nei laboratori, ma si fa manifesto ideologico. Questo processo viene spettacolarizzato in continuazione da reti tv e social media  unificati: è il teatro globale della coppia Elon Musk e Peter Thiel, “prime donne” della PayPal Mafia che ballano il tip-tap sul palco della rete, collezionando miliardi di visualizzazioni. Un intrattenimento ipnotico, un’azione occulta che serve a rendere seducente   l’ibridazione uomo-macchina e a legittimare una Webcracy tecnologica dove l’1% degli Umani, oltre a controllare gli asset economici, controllano anche tutti i dati e i codici sorgenti dell’esistenza altrui.

L’Antico Tema: La Giusta Distribuzione e la Pace

Dall’altra parte della barricata resiste l’antico, ma urgentissimo, tema che riguarda l’Umanità Profonda: la distribuzione onesta delle risorse e tutto ciò che storicamente ne consegue. Parliamo della ricerca della pace non come assenza di guerra, ma come presenza di giustizia; del dialogo interreligioso sincero e del confronto diplomatico tra Governi che siano reale espressione e rappresentanza dei loro popoli, e non semplici comitati d’affari che fanno capo a fondi d'investimento transnazionali.

Questo approccio esige onestà politica, commercio equo e, da subito, un’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) totalmente svincolata dalle logiche del mercato, affinché la salute pubblica non sia mai più considerata un asset finanziario o uno strumento di controllo biopolitico.

Il raggiungimento di questo equilibrio richiede una nuova Yalta, un nuovo assetto geopolitico globale. Tuttavia, la storia non si ripete mai identica: la nuova Yalta non potrà limitarsi a tracciare confini sulle mappe geografiche, ma sarà inevitabilmente (anche) una Yalta dei territori digitali e delle risorse immateriali. I dati, gli algoritmi di deep learning e le frequenze sono oggi i beni strategici primari, esattamente come lo furono il carbone e l’acciaio al debutto dell’era industriale.

Questa “Yalta digitale” sposta pesantemente il baricentro decisionale e condiziona l’Agenda del Potere Mondiale.  Mette al centro dell’area delle “priorità” la rivoluzione digitale, e lo fa infarcendola di AI predittiva e di digital currencies (sia stablecoin che CBDC), strumenti capaci di tracciare, programmare e limitare da remoto la libertà umana con un clic.

Ognuno di questi effetti però genera il suo contrappasso, di conseguenza, l’antico tema della giustizia sociale non scompare, ma piuttosto si arricchisce e si complica: tant’è che oggi parlare di equità significa pretendere una distribuzione onesta delle risorse anche digitali, significa strappare  il monopolio dei dati ai colossi della Silicon Valley e della tecnopoli cinese per restituirli alla sfera del bene comune.

Le Vie d’Uscita e l’Inconsapevolezza dei Popoli

Di fronte a questo bivio epocale, le strade percorribili dai futuri “architetti globali”  appaiono limitate e ben precise:

  • Il G3 Globale: La via del pragmatismo cinico, iperrealista ma stabile, ovvero un accordo diretto e tripartito tra Washington, Pechino e Mosca per spartirsi le sfere d’influenza e i territori sia digitali e che fisici, congelando in tal modo il conflitto globale.
  • Il Multilateralismo: Il ripristino della legalità internazionale, che ha svolto un ruolo essenziale nella seconda metà del 1900, attraverso il ritorno ai tavoli delle Istituzioni Internazionali, a patto che queste vengano rifondate e liberate dalle influenze dei potentati commerciali privati.
  • La Dottrina Sociale: Una via ispirata alla profonda visione della Dottrina Sociale della Chiesa di Roma e di ogni altra Grande Tradizione Spirituale del mondo, capace di rimettere il lavoro, la dignità della persona e la solidarietà al di sopra della finanza speculativa e dell’idolatria tecnologica.

L’alternativa a queste soluzioni è il baratro. Se fallisce la via diplomatica ed etica, il potere rimarrà nelle mani di oligarchie tecnocratiche e di qualche guerriero psicopatico in posizioni di comando, che pur di mantenere l’egemonia o di accelerare il processo di transizione antropologica, ci trascinerà dentro guerre infinite, conflitti ibridi e permanenti in cui la distinzione tra stato di pace e stato di guerra viene definitivamente cancellata.

Di fronte a una tale complessità, la grande maggioranza dei Popoli si trova in una condizione di tragica alienazione. I “civili di nazioni alleate” non leggono più né libri né giornali, gli anziani guardano la televisione e i giovani consumano freneticamente ogni contenuto offerto dai social media, quasi tutti sono anestetizzati dal flusso continuo di informazioni e intrattenimento, mentre i loro Capi Politici, spesso non eletti o privi di reale mandato popolare, giocano a “fare  la Guerra”  e stringono segreti patti sulla pelle dei cittadini ignari.

Ma … sebbene i Popoli si trovino in uno stato di scarsa consapevolezza, manipolati da una propaganda sofisticata e pervasiva, resta in loro un istinto primordiale ineliminabile: la stragrande maggioranza della popolazione mondiale rimane, comunque e sempre, contro la Guerra. È in questa resistenza silenziosa, in questo rifiuto viscerale della distruzione, che risiede l'ultimo baluardo di resistenza e umanità da cui ripartire per rivendicare il primato della coscienza sulla potenza di calcolo.

 

 

Ovechkin, Malkin, Kucherov, and Russia's return to international sports

9 June 2026 at 17:37

Since the onset of Russia's full-scale invasion of Ukraine, Russian athletes and national teams have been widely excluded from international sport.

Yet the pressure to reintegrate them never really disappeared, and Russian athletes are increasingly allowed back into international competition. First, under neutral status in selected disciplines, following

Europa vassalla: chi paga la guerra economica contro la Cina?


di Manu Pineda* - Publico

Ci sono domande che una società matura dovrebbe porsi regolarmente, eppure quasi mai emergono nel dibattito pubblico europeo. Una delle più urgenti è questa: chi sta realmente pagando il prezzo della guerra economica che l'Unione Europea sta conducendo contro la Cina? La risposta, se esaminata onestamente, è chiara: a pagare sono i cittadini europei. Pagano con prezzi più alti, opportunità di sviluppo perdute e un lento declino della competitività industriale, mentre le loro istituzioni dedicano enormi energie alla costruzione di muri protezionistici in nome di una sicurezza strategica che, in realtà, non appartiene loro.

Per decenni, l'Unione Europea ha costruito la propria identità economica su un principio difeso con fervore missionario: i mercati aperti. Bruxelles ha predicato al mondo le virtù della concorrenza internazionale. L'argomentazione era sempre la stessa: la concorrenza costringe le imprese a innovare, a migliorare la produttività, a offrire prodotti migliori a prezzi migliori, e il principale beneficiario è sempre il consumatore. Questo discorso è scomparso proprio nel momento in cui la Cina sta ottenendo successo nella competizione.

Il capitalismo impone la concorrenza come legge universale del mercato, e quella legge è tollerata finché vincono coloro che l’hanno sempre vinta. Quando la Cina – con il suo modello di intervento statale attivo, pianificazione strategica a lungo termine e ricerca deliberata della coesione sociale – dimostra di poter vincere anche in quel campo e con quelle regole, la ricetta cambia improvvisamente. La concorrenza cessa di essere un principio sacro e diventa un problema da gestire. Dazi sui veicoli elettrici cinesi che superano il 40%, inchieste antisovvenzioni con criteri che difficilmente sarebbero applicati agli stessi produttori europei, nuovi strumenti giuridici come il ‘Regolamento sui sussidi esteri’ che prendono di mira selettivamente le aziende cinesi. Tutto ciò fa parte di una strategia che, lungi dall’essere coerente, contraddice apertamente i principi su cui il capitalismo occidentale ha costruito la propria narrazione di legittimità: liberi mercati quando il vantaggio è dalla tua parte, protezione selettiva e regolamentazione quando il campo di gioco diventa troppo paritario.

L'aritmetica del protezionismo è brutale nella sua semplicità. Se un prodotto costa dieci euro e le istituzioni europee impongono dazi e oneri aggiuntivi, quel prodotto non costerà più dieci euro. Questa differenza non viene assorbita dall'esportatore cinese. Viene pagata dal lavoratore europeo che acquista quel prodotto. Viene pagata dalla famiglia che cerca un'auto elettrica a un prezzo accessibile. La guerra commerciale viene presentata come una difesa dell'Europa. Il conto arriva direttamente alle famiglie europee. In termini economici precisi, stiamo parlando di una tassa regressiva, non votata e gestita in modo opaco, che colpisce in modo sproporzionato chi ha meno risorse per scegliere alternative.

L'offensiva economica europea contro la Cina non è nata a Bruxelles, bensì a Washington. Il rapporto ha assunto sempre più le sembianze di quello tra un signore feudale e il suo vassallo: gli Stati Uniti identificano il nemico, l'Unione Europea lo adotta come proprio; gli Stati Uniti elaborano la strategia di contenimento, l'Unione Europea la attua. Nel frattempo, Washington protegge le proprie industrie con il programma di riduzione dell'inflazione e ingenti sussidi, e affronta il problema della competitività combinando dazi doganali e investimenti pubblici su larga scala. Bruxelles, vincolata dai propri dogmi del mercato unico, affronta il problema principalmente attraverso restrizioni. A pagare il prezzo di questa asimmetria sono, ancora una volta, i cittadini europei.

E, per di più, la strategia non sta funzionando. I dati lo dimostrano con una chiarezza che mette a disagio Washington. Il deficit commerciale statunitense ha chiuso il 2025 a 1.200 miliardi di dollari, praticamente identico all'anno precedente. Il surplus commerciale della Cina con il resto del mondo non è diminuito, bensì è aumentato, passando da 1.000 miliardi di dollari a 1.200 miliardi di dollari nello stesso periodo. Ciò è documentato dalla stessa Federal Reserve Bank di New York, la cui analisi mostra che la Cina ha reagito ai dazi riorientando le proprie catene di approvvigionamento attraverso il Sud-est asiatico: i componenti rimangono cinesi, l'assemblaggio finale si sposta in Vietnam o in Thailandia e il prodotto raggiunge comunque il mercato statunitense. La strategia di contenimento non ha contenuto nulla. Ha reso la vita più costosa per la classe lavoratrice, ha generato distorsioni che oscurano la realtà dei flussi commerciali e ha dato alla Cina il tempo e l'incentivo per diversificare la sua integrazione nell'economia globale in un modo che la rende meno vulnerabile, non di più.

È inoltre importante ricordare che la Cina non si è mai comportata come un avversario attivo dell'Europa. Per decenni ha onorato i suoi impegni contrattuali, investito nelle infrastrutture europee e mantenuto aperto il suo vasto mercato interno alle esportazioni europee. L'etichetta di "rivale sistemico" attribuita alla Cina, adottata dall'Unione Europea nel 2019, seguendo il quadro concettuale imposto da Washington, non descrive una realtà oggettiva di comportamento ostile cinese nei confronti dell'Europa. Descrive piuttosto una posizione europea di allineamento strategico con la visione geopolitica statunitense. E questo allineamento ha costi concreti: ogni escalation delle tensioni con Pechino comporta il rischio di ritorsioni contro le principali esportazioni europee. Le automobili tedesche, i beni di lusso francesi, i macchinari italiani e la carne di maiale e l'olio d'oliva spagnoli si vendono più in Cina che in qualsiasi altro mercato. Sacrificare questi rapporti in nome di un confronto la cui logica non è stata concepita in Europa significa, semplicemente, darsi la zappa sui piedi.

Le possibilità di una cooperazione reciprocamente vantaggiosa sono tuttavia enormi. L'Europa ha urgente bisogno di batterie, pannelli solari e dell'intera catena tecnologica che renda possibile la decarbonizzazione della sua economia. La Cina è leader mondiale nella produzione di tutti questi componenti. Imporre dazi sui veicoli elettrici e sui pannelli solari cinesi rende la transizione energetica più costosa per gli stessi cittadini europei, in nome della protezione dei produttori locali che devono ancora dimostrare di poter produrre i volumi necessari a prezzi accessibili.

L'Europa non si rafforza impoverendo i suoi cittadini o intrappolandosi in una logica di confronto concepita dall'altra parte dell'Atlantico. Si rafforza impegnandosi nella reindustrializzazione fondata sull'iniziativa pubblica, sulla pianificazione strategica e sull'innovazione orientata al bene comune. E questa forza non richiede lo scontro con la Cina: richiede la cooperazione con essa nella transizione energetica, nella ricerca scientifica e nella connettività globale. Richiede inoltre di estendere questa logica di cooperazione ai popoli del Sud del mondo, costruendo relazioni di sviluppo reciproco laddove attualmente prevalgono l'estrazione e la dipendenza. Un'Europa concepita in questo modo avvantaggia i lavoratori sia qui che là. La domanda a cui le loro istituzioni non sono ancora riuscite a rispondere è se siano disposte a supportare quel progetto, o se continueranno a supportarne un altro.


*Ex europarlamentare, responsabile della solidarietà internazionale di Izquierda Unida

La lotta per salvare l'America (di Chris Hedges)

 

di Chris Hedges*


Il peggio non sono l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e i contractor privati, armati di mazze da baseball e manganelli, che alla fine del loro turno invadono il parcheggio e scatenano sui manifestanti fuori dai cancelli lo stesso sadismo inflitto ai detenuti di Delaney Hall.

La cosa peggiore non sono il gas lacrimogeno, i taser, lo spray al peperoncino o le decine di arresti.

La cosa peggiore non sono i pestaggi e gli scudi antisommossa, sollevati sopra le teste degli agenti della polizia statale del New Jersey e della polizia di Newark e abbattuti rapidamente sui corpi, provocando gravi lacerazioni.

La cosa peggiore è badare ai bambini.

Quelli che singhiozzano ininterrottamente mentre lasciano Delaney Hall, dicendo addio a madri, padri, sorelle o fratelli che li hanno accompagnati a scuola, che li hanno incoraggiati alle partite di calcio, che hanno detto loro che erano belli e talentuosi, che si sono svegliati prima dell'alba per svolgere lavori umili affinché potessero avere un futuro; che li amano in un mondo in cui l'amore è una merce in via di estinzione.

Sono seduto contro una recinzione metallica a un isolato da Delaney Hall, il più grande carcere dell'ICE del New Jersey, con un manifestante che si fa chiamare Basher. Ha 41 anni, una folta barba nera, le unghie sporche e le mani segnate dagli scontri con la polizia. Indossa una kefiah verde. L'aria è impregnata del fetore dell'enorme impianto di depurazione della Passaic Valley Sewerage Commission, proprio di fronte. Quando si tratta dei bambini, quelli strappati ai genitori da una nazione che sta istituzionalizzando la crudeltà, persino Basher deve trattenere il respiro e fermarsi. Le scene sono troppo strazianti da sopportare.

La brutalità di Delaney Hall è solo un riscaldamento. I teppisti, quelli che attaccano chi è demonizzato all'interno del carcere dell'ICE e chi è demonizzato per le strade fuori, si stanno allenando per il resto di noi. Delaney Hall, gestita da una società carceraria privata – il GEO Group – è il modello di un mondo in cui saremo privati dei nostri diritti; incarcerati e torturati di routine; privati di cure mediche adeguate; nutriti con cibo rancido, scaduto e ammuffito, infestato da vermi e larve; costretti a bere acqua contaminata, a respirare aria inquinata e a lavorare per salari da fame – nel caso di chi si trova all'interno di Delaney Hall, un dollaro al giorno.

Circa 300 delle circa 600 persone detenute a Delaney Hall, tra cui adolescenti, anziani e donne incinte, hanno iniziato uno sciopero della fame e del lavoro il 22 maggio.

Le guardie dell'ICE e del GEO Group hanno reagito come ci si poteva aspettare: hanno picchiato gli scioperanti, hanno sigillato le prese d'aria e lanciato gas lacrimogeni e spray al peperoncino nelle celle. Hanno ammanettato i presunti leader dello sciopero e li hanno costretti a uscire dalla struttura verso luoghi sconosciuti, oppure li hanno isolati in "unità punitive". Hanno manipolato gli impianti di riscaldamento e raffreddamento in modo che i prigionieri sopportassero temperature estreme, sia calde che fredde. Hanno interrotto l'accesso al telefono e a internet, sospeso i diritti di visita e molestato sessualmente le donne.

Il 31 maggio, 56 dei detenuti di Delaney Hall hanno pubblicato la loro quarta lettera pubblica. Era scritta a mano in spagnolo su carta a righe:

«Le condizioni in questa prigione non sono adatte a esseri umani per un periodo di tempo così lungo: negligenza medica, acqua non potabile, cibo scaduto e in cattive condizioni, bagni inutilizzabili e impianti di ventilazione mai sottoposti a manutenzione; per questo motivo siamo costantemente malati», si legge nell'ultima lettera. «Chiediamo la libertà, un processo equo e il rispetto dei nostri diritti. SOS».

Il 24 luglio dello scorso anno, intorno alle 6:45 del mattino, i veicoli dell'ICE hanno bloccato un furgone che trasportava 15 lavoratori guatemaltechi, a tre isolati da casa mia. Sono andato a trovare gli uomini nel centro di detenzione dell'ICE a Elizabeth, nel New Jersey, perché parlo spagnolo e perché le loro famiglie, terrorizzate all'idea di essere prese di mira, non potevano farlo. Gli uomini mi hanno detto che erano stati minacciati di lunghe pene detentive, seguite da una sicura deportazione, se non avessero firmato i documenti in cui acconsentivano alla loro immediata espulsione. Hanno firmato. Il mio compito era quello di informare le loro famiglie che non sarebbero tornati a casa.

Un'analisi del Guardian sui documenti governativi ha rivelato che durante i primi sette mesi del secondo mandato di Trump, i genitori di almeno 27.000 bambini, di cui 12.000 con cittadinanza statunitense, sono stati arrestati.

Questi uomini erano i miei vicini. I loro figli frequentano la stessa scuola superiore dei miei. Il rapimento dei genitori – spesso sul posto di lavoro, durante le udienze per l'immigrazione o gli appuntamenti con l'ICE – non solo traumatizza i figli di queste famiglie, ma l'intera comunità. Ogni ragazzo della scuola si chiede se un giorno anche i suoi genitori verranno rapiti facendo perdere le proprie tracce. Ogni ragazzo si chiede come sia possibile che una simile crudeltà venga inflitta ai propri amici. Ogni ragazzo si chiede in che tipo di paese viviamo.

Lo Stato e gli organi di informazione che ne fanno da cassa di risonanza stanno facendo del loro meglio per convincere l'opinione pubblica che coloro che sono rinchiusi a Delaney Hall siano "criminali", "i peggiori tra i peggiori".

Ma un'analisi dei dati dell'ICE condotta da Austin Kocher, professore associato di ricerca presso la Syracuse University ed esperto di dati e politiche sull'immigrazione, smaschera la menzogna. Kocher ha scoperto che l'88% degli immigrati detenuti a Delaney Hall non ha precedenti penali gravi e oltre il 70% non ne ha alcuno. Coloro che hanno precedenti hanno commesso quasi sempre reati di lieve entità.

Le forze paramilitari fuorilegge che ogni giorno escono dai cancelli di Delaney Hall non sono soggette ad alcuna responsabilità. Ignorano la legge. Sono il fondamento satanico del nostro nascente stato di polizia. Il terrore che infliggono a coloro che vivono in questa piccola zona di Newark si riverserà presto su tutti noi.

Il senatore del New Jersey Andy Kim, che è stato aggredito con spray al peperoncino fuori da Delaney Hall dagli agenti dell'ICE, e la governatrice Mikie Sherrill si sono visti negare l'accesso alla struttura. Kim, dopo aver presentato ricorso al direttore della Sicurezza Interna Markwayne Mullin, ha infine ottenuto una visita lampo, ma gli è stato proibito di parlare con i detenuti. Anche agli ispettori sanitari della città e dello stato è stato impedito l'accesso completo al carcere.

Il messaggio è chiaro: commetteremo qualsiasi abuso impunemente.

Sabato pomeriggio, dopo che una dozzina di manifestanti aveva bloccato l'uscita delle auto dalla struttura, gli agenti dell'ICE, indossando equipaggiamento da combattimento e maschere, hanno caricato i presenti con pistole a proiettili di pepe, spray al peperoncino e taser.

«Indietro! Indietro!» gridavano mentre spruzzavano nuvole di gas.

Le auto che uscivano dalla struttura hanno investito almeno un manifestante.

Intorno alle 22:00, un centinaio di persone aveva eretto una barricata con barili pieni di sabbia per bloccare le uscite e gli ingressi della struttura. Il blocco ha provocato un massiccio afflusso di agenti dell'ICE, guardie del GEO Group e agenti di polizia di Newark, che hanno respinto i manifestanti per diverse centinaia di metri lungo la strada.

La polizia ha annunciato il divieto per i manifestanti di indossare dispositivi di protezione, tra cui respiratori e occhiali, nonostante Delaney Hall si trovi in una zona industriale con un'estesa contaminazione dell'aria e dell'acqua nota come "Corridoio chimico".

La battaglia di Delaney Hall non è ancora finita. È una battaglia non solo per la giustizia, per i diritti dei nostri vicini, per un mondo in cui tutti siano trattati con dignità e rispetto, per i bambini che non dovrebbero mai essere separati dai loro padri e dalle loro madri, ma anche una battaglia per salvare il nostro Paese dall'avanzata inesorabile del fascismo.

Unisciti ora. Presto potrebbe essere troppo tardi.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

 

Ukrainians under occupation don't have a real choice whether to stay or to leave

8 June 2026 at 16:04

Some names have been changed to protect the identities of those featured in the story

As a war crimes researcher at the Reckoning Project, my job was to listen to Ukrainians who had fled the occupation. What they had to say reshaped how I understand life in Russian-occupied territories.

Simplistic

Il genocidio che non fa rumore


di Federica Cresci – Cuba Mambí, Gruppo d'Azione Internazionalista

Quando si parla di guerra, l'immaginario collettivo corre immediatamente alle bombe, ai missili, alle invasioni e alle città distrutte.
Ma esiste un'altra forma di guerra.
Una guerra che non lascia crateri, non mostra immagini spettacolari nei telegiornali e non produce il fragore delle esplosioni.
Una guerra silenziosa.
Una guerra economica.
Una guerra che colpisce le persone attraverso la fame, le privazioni, i blackout, la mancanza di medicinali, l'isolamento finanziario e la progressiva distruzione delle condizioni materiali di vita.
Le ultime misure annunciate dall'amministrazione Trump contro Cuba rappresentano l'ennesimo capitolo di questa strategia.
L'OFAC ha inserito nella lista dei soggetti sanzionati il presidente Miguel Díaz-Canel, membri della sua famiglia, il Ministero delle Forze Armate Rivoluzionarie, i Comitati di Difesa della Rivoluzione, l'ICAP, Amistur e altre entità cubane.
Parallelamente, le nuove disposizioni hanno prodotto un ulteriore colpo al sistema finanziario dell'isola.
Dal 6 giugno Cuba non può più ricevere pagamenti attraverso circuiti internazionali ampiamente utilizzati come Visa e Mastercard. Una banca straniera ha già comunicato l'impossibilità di proseguire i rapporti con l'entità cubana coinvolta per non incorrere nelle sanzioni statunitensi.
Dietro il linguaggio tecnico delle sanzioni si nasconde una realtà molto semplice.
Rendere sempre più difficile la sopravvivenza economica del paese.
Colpire la capacità di commerciare.
Colpire il turismo.
Colpire gli investimenti.
Colpire il sistema finanziario.
Colpire l'accesso alle valute estere.
Colpire perfino la solidarietà internazionale.
Per comprendere la natura di questa strategia bisogna tornare al 1960.
In un memorandum oggi declassificato, il funzionario del Dipartimento di Stato statunitense Lester Mallory scriveva che la maggioranza dei cubani sosteneva la Rivoluzione e che non esisteva un'opposizione efficace. Per questo proponeva di provocare "fame, disperazione e il rovesciamento del governo" attraverso misure economiche capaci di generare malcontento nella popolazione.
Sono passati sessantasette anni.
La domanda è semplice.
È cambiato davvero qualcosa?
Oggi Cuba affronta una crisi energetica che provoca blackout prolungati in molte zone del paese. Ogni interruzione elettrica significa ospedali costretti a funzionare con generatori di emergenza, farmaci che rischiano di deteriorarsi, attività economiche paralizzate, trasporti più difficili, conservazione degli alimenti compromessa e una qualità della vita sempre più pesante per milioni di persone.
Le conseguenze non sono astratte.
Sono concrete.
Sono famiglie che passano ore e ore senza elettricità.
Sono anziani che affrontano il caldo senza ventilazione.
Sono malati che dipendono da un sistema sanitario costretto a operare in condizioni sempre più difficili.
Sono bambini che crescono in un contesto di carenze materiali che nessun paese dovrebbe essere costretto a sopportare.
A tutto questo si aggiunge il colpo inferto al turismo, una delle principali fonti di valuta estera dell'isola.
Le nuove misure statunitensi stanno spingendo banche, imprese e operatori internazionali ad abbandonare Cuba per timore di ritorsioni. Diverse catene alberghiere straniere stanno ridimensionando la propria presenza sull'isola. Le difficoltà nei pagamenti internazionali scoraggiano ulteriormente viaggiatori, investimenti e relazioni commerciali.
Ma c'è un aspetto ancora più inquietante.
Tra gli enti sanzionati compare l'ICAP, l'Istituto Cubano di Amicizia con i Popoli.
Non una banca.
Non una compagnia militare.
Non una multinazionale.
L'organismo che da decenni costruisce rapporti di amicizia, cooperazione e solidarietà tra Cuba e migliaia di organizzazioni sociali, sindacali, culturali e politiche di tutto il mondo.
Colpire l'ICAP significa tentare di colpire la solidarietà stessa.
Significa rendere più difficili gli scambi culturali, le brigate internazionaliste, le campagne di aiuto umanitario, le relazioni tra i popoli.
Non basta strangolare economicamente Cuba.
Occorre anche isolarla.
Occorre impedire che il mondo veda.
Occorre ostacolare chi prova ad aiutare.
Ed è forse questo l'aspetto più rivelatore delle nuove sanzioni.
Perché quando si colpiscono contemporaneamente l'economia, il turismo, il sistema finanziario e persino le reti di solidarietà internazionale, non si sta semplicemente esercitando una pressione diplomatica.
Si sta cercando di rendere sempre più difficile la vita di un intero popolo.
Per questo la vera domanda non è se esista una guerra contro Cuba.
La guerra esiste da decenni.
La vera domanda è un'altra.
Quante sofferenze può sopportare un popolo prima che il mondo smetta di considerarle il normale effetto collaterale di una disputa politica e inizi a chiamarle con il loro nome?
Perché esistono guerre che uccidono con le bombe.
Ed esistono guerre che cercano di ottenere lo stesso risultato attraverso la fame, la penuria, l'isolamento e la disperazione.
Cuba conosce questa seconda forma di guerra da sessantasette anni.
Le bombe distruggono le città. L'assedio distrugge lentamente la vita. E quando questa violenza dura da sessantasette anni, il silenzio non è neutralità: è complicità.
Ma se Washington pensa di poter isolare Cuba colpendo anche l'amicizia tra i popoli, commette un errore storico.
Perché la solidarietà internazionalista non conosce blocchi, sanzioni né frontiere.
E finché milioni di donne e uomini nel mondo continueranno a schierarsi al fianco del popolo cubano, nessun assedio potrà spezzarne la dignità, la sovranità e la resistenza.
La solidarietà non si sanziona. La solidarietà non si blocca. La solidarietà non si arrende.
CIÒ CHE STA SOFFRENDO IL POPOLO CUBANO NON LO DIMENTICHIAMO. NON LO PERDONIAMO.

Chris Hedges - La lotta per salvare l'America

 

di Chris Hedges*

Il peggio non sono l'Immigration and Customs Enforcement (ICE) e i contractor privati, armati di mazze da baseball e manganelli, che alla fine del loro turno invadono il parcheggio e scatenano sui manifestanti fuori dai cancelli lo stesso sadismo inflitto ai detenuti di Delaney Hall.

La cosa peggiore non sono il gas lacrimogeno, i taser, lo spray al peperoncino o le decine di arresti.

La cosa peggiore non sono i pestaggi e gli scudi antisommossa, sollevati sopra le teste degli agenti della polizia statale del New Jersey e della polizia di Newark e abbattuti rapidamente sui corpi, provocando gravi lacerazioni.

La cosa peggiore è badare ai bambini.

Quelli che singhiozzano ininterrottamente mentre lasciano Delaney Hall, dicendo addio a madri, padri, sorelle o fratelli che li hanno accompagnati a scuola, che li hanno incoraggiati alle partite di calcio, che hanno detto loro che erano belli e talentuosi, che si sono svegliati prima dell'alba per svolgere lavori umili affinché potessero avere un futuro; che li amano in un mondo in cui l'amore è una merce in via di estinzione.

Sono seduto contro una recinzione metallica a un isolato da Delaney Hall, il più grande carcere dell'ICE del New Jersey, con un manifestante che si fa chiamare Basher. Ha 41 anni, una folta barba nera, le unghie sporche e le mani segnate dagli scontri con la polizia. Indossa una kefiah verde. L'aria è impregnata del fetore dell'enorme impianto di depurazione della Passaic Valley Sewerage Commission, proprio di fronte. Quando si tratta dei bambini, quelli strappati ai genitori da una nazione che sta istituzionalizzando la crudeltà, persino Basher deve trattenere il respiro e fermarsi. Le scene sono troppo strazianti da sopportare.

La brutalità di Delaney Hall è solo un riscaldamento. I teppisti, quelli che attaccano chi è demonizzato all'interno del carcere dell'ICE e chi è demonizzato per le strade fuori, si stanno allenando per il resto di noi. Delaney Hall, gestita da una società carceraria privata – il GEO Group – è il modello di un mondo in cui saremo privati dei nostri diritti; incarcerati e torturati di routine; privati di cure mediche adeguate; nutriti con cibo rancido, scaduto e ammuffito, infestato da vermi e larve; costretti a bere acqua contaminata, a respirare aria inquinata e a lavorare per salari da fame – nel caso di chi si trova all'interno di Delaney Hall, un dollaro al giorno.

Circa 300 delle circa 600 persone detenute a Delaney Hall, tra cui adolescenti, anziani e donne incinte, hanno iniziato uno sciopero della fame e del lavoro il 22 maggio.

Le guardie dell'ICE e del GEO Group hanno reagito come ci si poteva aspettare: hanno picchiato gli scioperanti, hanno sigillato le prese d'aria e lanciato gas lacrimogeni e spray al peperoncino nelle celle. Hanno ammanettato i presunti leader dello sciopero e li hanno costretti a uscire dalla struttura verso luoghi sconosciuti, oppure li hanno isolati in "unità punitive". Hanno manipolato gli impianti di riscaldamento e raffreddamento in modo che i prigionieri sopportassero temperature estreme, sia calde che fredde. Hanno interrotto l'accesso al telefono e a internet, sospeso i diritti di visita e molestato sessualmente le donne.

Il 31 maggio, 56 dei detenuti di Delaney Hall hanno pubblicato la loro quarta lettera pubblica. Era scritta a mano in spagnolo su carta a righe:

«Le condizioni in questa prigione non sono adatte a esseri umani per un periodo di tempo così lungo: negligenza medica, acqua non potabile, cibo scaduto e in cattive condizioni, bagni inutilizzabili e impianti di ventilazione mai sottoposti a manutenzione; per questo motivo siamo costantemente malati», si legge nell'ultima lettera. «Chiediamo la libertà, un processo equo e il rispetto dei nostri diritti. SOS».

Il 24 luglio dello scorso anno, intorno alle 6:45 del mattino, i veicoli dell'ICE hanno bloccato un furgone che trasportava 15 lavoratori guatemaltechi, a tre isolati da casa mia. Sono andato a trovare gli uomini nel centro di detenzione dell'ICE a Elizabeth, nel New Jersey, perché parlo spagnolo e perché le loro famiglie, terrorizzate all'idea di essere prese di mira, non potevano farlo. Gli uomini mi hanno detto che erano stati minacciati di lunghe pene detentive, seguite da una sicura deportazione, se non avessero firmato i documenti in cui acconsentivano alla loro immediata espulsione. Hanno firmato. Il mio compito era quello di informare le loro famiglie che non sarebbero tornati a casa.

Un'analisi del Guardian sui documenti governativi ha rivelato che durante i primi sette mesi del secondo mandato di Trump, i genitori di almeno 27.000 bambini, di cui 12.000 con cittadinanza statunitense, sono stati arrestati.

Questi uomini erano i miei vicini. I loro figli frequentano la stessa scuola superiore dei miei. Il rapimento dei genitori – spesso sul posto di lavoro, durante le udienze per l'immigrazione o gli appuntamenti con l'ICE – non solo traumatizza i figli di queste famiglie, ma l'intera comunità. Ogni ragazzo della scuola si chiede se un giorno anche i suoi genitori verranno rapiti facendo perdere le proprie tracce. Ogni ragazzo si chiede come sia possibile che una simile crudeltà venga inflitta ai propri amici. Ogni ragazzo si chiede in che tipo di paese viviamo.

Lo Stato e gli organi di informazione che ne fanno da cassa di risonanza stanno facendo del loro meglio per convincere l'opinione pubblica che coloro che sono rinchiusi a Delaney Hall siano "criminali", "i peggiori tra i peggiori".

Ma un'analisi dei dati dell'ICE condotta da Austin Kocher, professore associato di ricerca presso la Syracuse University ed esperto di dati e politiche sull'immigrazione, smaschera la menzogna. Kocher ha scoperto che l'88% degli immigrati detenuti a Delaney Hall non ha precedenti penali gravi e oltre il 70% non ne ha alcuno. Coloro che hanno precedenti hanno commesso quasi sempre reati di lieve entità.

Le forze paramilitari fuorilegge che ogni giorno escono dai cancelli di Delaney Hall non sono soggette ad alcuna responsabilità. Ignorano la legge. Sono il fondamento satanico del nostro nascente stato di polizia. Il terrore che infliggono a coloro che vivono in questa piccola zona di Newark si riverserà presto su tutti noi.

Il senatore del New Jersey Andy Kim, che è stato aggredito con spray al peperoncino fuori da Delaney Hall dagli agenti dell'ICE, e la governatrice Mikie Sherrill si sono visti negare l'accesso alla struttura. Kim, dopo aver presentato ricorso al direttore della Sicurezza Interna Markwayne Mullin, ha infine ottenuto una visita lampo, ma gli è stato proibito di parlare con i detenuti. Anche agli ispettori sanitari della città e dello stato è stato impedito l'accesso completo al carcere.

Il messaggio è chiaro: commetteremo qualsiasi abuso impunemente.

Sabato pomeriggio, dopo che una dozzina di manifestanti aveva bloccato l'uscita delle auto dalla struttura, gli agenti dell'ICE, indossando equipaggiamento da combattimento e maschere, hanno caricato i presenti con pistole a proiettili di pepe, spray al peperoncino e taser.

«Indietro! Indietro!» gridavano mentre spruzzavano nuvole di gas.

Le auto che uscivano dalla struttura hanno investito almeno un manifestante.

Intorno alle 22:00, un centinaio di persone aveva eretto una barricata con barili pieni di sabbia per bloccare le uscite e gli ingressi della struttura. Il blocco ha provocato un massiccio afflusso di agenti dell'ICE, guardie del GEO Group e agenti di polizia di Newark, che hanno respinto i manifestanti per diverse centinaia di metri lungo la strada.

La polizia ha annunciato il divieto per i manifestanti di indossare dispositivi di protezione, tra cui respiratori e occhiali, nonostante Delaney Hall si trovi in una zona industriale con un'estesa contaminazione dell'aria e dell'acqua nota come "Corridoio chimico".

La battaglia di Delaney Hall non è ancora finita. È una battaglia non solo per la giustizia, per i diritti dei nostri vicini, per un mondo in cui tutti siano trattati con dignità e rispetto, per i bambini che non dovrebbero mai essere separati dai loro padri e dalle loro madri, ma anche una battaglia per salvare il nostro Paese dall'avanzata inesorabile del fascismo.

Unisciti ora. Presto potrebbe essere troppo tardi.

(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

 

Carla Filosa - “Te dò ffòco”, dalla minaccia al rogo dei braccianti: se la barbarie diventa sistema

 

Il titolo evoca con estrema, amara ironia, un ultimo terribile fatto di cronaca. Con un’iperbole, per lo più scherzosa e convintamente fittizia, sanguigna per il gusto dell’esagerazione, il dialetto romano sostiene così un ideale enorme dissenso con un interlocutore, che si finge di minacciare col massimo di un intervento terrorizzante. Quando però l’iperbole verbale si trasforma in realtà effettiva in un tessuto sociale di voluto degrado di ogni aspetto umano, è necessario capire a fondo se questa supposta civiltà ci appartiene o se invece ce ne dobbiamo discostare con tutte le forze possibili del nostro diniego. Nella seconda ipotesi appena accennata, “diamo fuoco”, prioritariamente e in senso metaforico, a questa mezza informazione benpensante che si aggancia a ogni isolato aspetto di una tragedia che si ripete, sempre evitando di dare conto del cuore o contesto dei problemi, ovvero di cosa sia lo sfruttamento sul lavoro.

 Entrando allora nel fatto di cronaca del 1° giugno, emerge che sono morti 4 uomini, 3 afghani e 1 pakistano, in un rogo in auto, appositamente preparato, in una frazione calabrese di 2.583 abitanti chiamata Amendolara, in un’area di servizio al 106 della Strada Statale Ionica, in provincia di Cosenza. Ex terra di emigrazione nel secolo scorso verso l’Italia del nord o l’Argentina, Amendolara è salita agli onori della cronaca solo per queste morti che hanno scosso la cosiddetta opinione pubblica, data l’efferatezza con cui sono state progettate ed eseguite le uccisioni. Emerge, quindi, oltre al condivisibile “orrore” per assassini che costringono a bruciare vivi altri esseri umani, un movente che si fa strada nel sommerso di una realtà misconosciuta, tutt’al più sfiorata da conoscenze sindacali sempre pronte a mobilitarsi quando si arriva agli estremi, tranne a far capire cosa e come siano le condizioni lavorative, deliberatamente ignorate da serie di governi compiacenti, sconosciute quindi all’universale popolazione indifferente, accuratamente sommerse negli interessi carsici che muovono e usano sempre il lavoro altrui.

È di questo allora che bisogna parlare, questi morti erano lavoratori, in più stranieri gettati nei pozzi neri del lavoro schiavizzato, in più richiedenti diritti che a loro non competono come ultimi tra gli assoggettati, in più di etnie rese nemiche dall’abile giogo dominante imposto alla crudele lotta gerarchica tra poveri. Provando a procedere con ordine, vediamo però prima come si fa rimbalzare la notizia incanalata nel vicolo cieco dei sentimenti più comuni, anch’essi soggetti a essere corrotti e separati dall’intelligenza del reale.

Innanzi tutto gli sciacalli: il generale Vannacci, saputo che i due presunti assassini rintracciati erano pakistani, ha citato uno slogan che definisce l’attuale arrogante destra cui si rivolge: “Se importi il terzo mondo, diventi il terzo mondo”. Aggiungendo il disprezzo per chi, se “queste risorse pagano le pensioni, ora, oltre al patrocinio gratuito per la difesa legale, bisognerà pagare loro anche il carcere, alla modica somma di 140 euro al giorno. Remigrazione!” Chiara la priorità di un discorso che a) omette di parlare della finzione del diritto alla supremazia di chi abita il cosiddetto primo mondo, b) evita accuratamente di entrare nel merito delle modalità lavorative che creano le dipendenze di classe, ove la frammentazione del lavoro è ulteriormente accelerata con l’impiego della tecnologia. c) considera solo i costi in denaro del lavoro al posto della vita degli esseri umani e d) infine devia verso gli alieni, cioè gli altri, gli stranieri, le responsabilità dei rischi riservati al lavoro, ma cancellati da tutti i decreti sicurezza unicamente emanati per reprimere il dissenso sociale. Analogamente, dalla Lega si leggono rigurgiti moralistico-legalitari quali “una ferita allo stato di diritto” con tanto di promessa per “un inasprimento dei controlli sulle filiere agricole”. Gli sciacalli hanno detto la loro.

Dall’unico sopravvissuto agli omicidi si è appreso che le quattro vittime erano braccianti e che, per aver richiesto di esser pagati, anche degli straordinari evasi e di non dormire in dieci in una stanza, sono stati eliminati dai loro rispettivi caporali pakistani, comodamente usabili come pronta barbarie al servizio padronale. In dettaglio si tratta di assunzioni prima in nero, poi con contratto per 8 ore a 45 euro al giorno, mai pagato, e in più i due caporali avrebbero chiesto un contributo per il viaggio di accompagnamento al lavoro, su cui è infine scoppiata la lite fatale.

La stampa parla di sfruttamento come cosa nota. Si scopre che erano esseri umani, chi rileva che lo ridiventano solo dopo morti, chi sottolinea l’invisibilità delle loro esistenze, chi adombra sospetti di gestioni mafiose, chi addita responsabilità della Bossi-Fini come pure del Decreto flussi, chi getta la colpa sul “caporalato”, ecc. Altri 14 tra auto e furgoni sono stati dati alle fiamme, nella zona, porto franco della ‘ndrangheta che però nessun processo è mai giunto ad accertare! La procura di Castrovillari ha fermato Alì e Bat, questi i nomi di quelli che hanno bloccato gli sportelli del minivan in fiamme, per omicidio plurimo. La giustizia sembra “fare il suo corso” come normalmente si dice, ma il capitale con le sue leggi ne è sempre fuori, fa entrare in tribunale solo i suoi agenti, generalmente inconsapevoli di esserlo.

Terminata la rassegna della propaganda e della cronaca, ci troviamo tanti oggetti d’indagine “noti”, cioè mai conosciuti a fondo proprio perché se ne parla continuamente come se lo fossero, e che invece, per rispetto e un doveroso riscatto delle più che giuste esigenze delle vittime, ora proviamo a delineare anche se in pillole, col senso però di un invito ad approfondire i concetti finora mancanti.

In primo luogo il lavoro. In un modo di produzione capitalistico, nel quale siamo immersi da oltre 2 secoli, il lavoro è per definizione sfruttato, proprio mediante il salario che corrisponde sempre e comunque solo a una quota della ricchezza prodotta e privatamente appropriata, cioè sottratta al beneficio sociale comune. Prova ne sia che i profitti salgono, cioè quella quantità di lavoro gratuito estorto che li costituiscono e li aumentano, a fronte dei salari relativamente sempre più da fame e dell’impoverimento crescente, altrimenti visibile anche nell’iniquità fiscale, corredata dall’evasione e elusione della tassazione, all’incirca calcolata sui 100 mld di euro solo in Italia. Che lo sfruttamento sia l’origine certa dei profitti lo dimostra tutta l’accuratezza normativa e politica nell’erodere continuamente quote di lavoro gratis – Marx usò l’espressione di “rosicchiare i minuti” – a vantaggio di un’accumulazione di ricchezza e potere da parte dei possessori di capitali, da poter sostenere concorrenza e dominî coloniali. Lo sfruttamento quindi non è riservato ad alcuni più sfortunati, è il sistema comune di comando sul lavoro da rendere, quest’ultimo, sempre più inoffensivo nel reclamare diritti e dignità.

A seguire, gli immigrati sono ora il piatto forte di questo sistema. Tutte le leggi liberticide e la precarietà di vita loro riservata, la loro attribuzione di essere “terroristi”, i loro respingimenti, remigrazioni, venduti a chi li trattiene in lager fatiscenti, l’ostacolo sempre maggiore al loro salvataggio in mare, ecc. sono tutti ottimi meccanismi di dissuasione, semmai in salvo e al lavoro, dal ritenersi in grado di rivendicare un diritto alla vita. Chi non capisce di essere forza-lavoro di serie Z, rischia di nuovo la pelle, come i quattro ammazzati nel rogo calabrese, cui l’estorsione lavorativa riguardava non più solo una parte, ma tutta la giornata lavorativa in cambio di una miserabile sopravvivenza, alla stregua di ogni sistema schiavistico mai dismesso. Come gli ebrei e tutti i dissidenti o diversi furono di fatto un capro espiatorio per Hitler, così gli immigrati lo sono oggi nei nostri tempi: esseri esecrabili, non persone, non necessariamente da eliminare, ma da condizionare pesantemente per sfruttarne le forze. Si dirotta su di loro l’attenzione sociale delle carenze governative da occultare, in modo da poter lasciar agire nell’ombra il sistema predatorio, corrotto e mafioso di cui il capitale ha sempre più bisogno, perché spinto dalle sue crisi. 

Approdando infine al caporalato, la stampa continua a chiedersi come mai le denunce effettuate non trovano seguito. Riferire quella operazione “Demetra” nel giugno 2020, con l’arresto di 60 persone e sequestro di 14 aziende agricole tra Calabria e Basilicata, è utile per riportare le parole del gip di allora che scrisse che gli immigrati “venivano trattati come scimmie”.

La distinzione tra mezzi e fini è fondamentale. Più il mezzo è brutale più risulta efficace per il fine previsto. Disumanizzare significa azzerare ogni scrupolo e responsabilità, per il regolare funzionamento del sistema che è lui a definire le finalità dello sfruttamento, che non può essere ostacolato. Inamovibile il contrabbando (smuggling) di migranti di ogni provenienza, afghani, africani o altro, costretti a pagare l’espatrio e poi il datore di lavoro destinato, nella catena gerarchizzata attraverso il caporalato per le zone agricole, o mediante l’appalto e subappalto in tutti gli altri ambiti lavorativi. Al di là da ogni etnia, lo sfruttamento massimo è delegato a un altro sfruttato, come nel cottimo, il quale pertanto dev’essere spietato o malcapitato, come appendice in un ingranaggio dal movimento incontrollabile. Chi ha visto Chaplin in “Tempi moderni” può avere negli occhi immagini immortali di questa stessa analisi, magistralmente espressa nell’arte.

Questi morti per il lavoro, inoltre, si aggiungono a quelli quotidiani sul lavoro. Sono tutti testimoni, in quanto vittime, di una lotta di classe senza esclusione di colpi che capitali centralizzati conflittuali e coalizzati proseguono nella loro spasmodica ricerca di predominio. La distruzione della vita altrui, sia in veste lavorativa che militare, di residenti o di sans papiers, di occupati poveri o disoccupati, inoccupati, inattivi, ecc., rientra nello sviluppo delle forze produttive di cui c’è necessità, contingente ancorché duratura. La sorveglianza continua sui lavoratori e l’impossibilità di appoggiarsi su spazi realmente sicuri, produce in loro una condizione permanente di paura, di insicurezza e terrore psicologico che in molti casi funziona da deterrente. Emerge allora con chiarezza la coerente architettura dell’esperienza coloniale trasferita nella cosiddetta patria, cioè dove conviene di più, nelle forme di dominio collettivo anche sotto denominazioni generiche e quindi irrintracciabili come “criminalità organizzata”.

 La banale organizzazione del lavoro include così fasce talmente più indebolite di forze-lavoro, che permettono di gridare allo sfruttamento una tantum, come scandalo, come ad esempio per la prostituzione, ma che non devono turbare la continua tranquillità di una società intrisa di ipocrisia. Alla notizia di queste morti terribili, sono apparse denunce in ogni parte d’Italia, segno che il “capitale organizzato” non risiede solo nel sud arretrato, ma spazia libero di normalizzare ovunque l’impunità per le illegalità più vantaggiose tra i rider, nei campi, nella moda, nei cantieri, ecc. Da Bassano del Grappa, a Chioggia, a Viadana (Mantovano), a La Spezia, a Latina, nel Bresciano, in Franciacorta dove una decina di anni fa venivano anche impiegate donne nei vigneti e poi fatte prostituire di notte. Bengalesi, rumeni, pakistani, cinesi, indiani, ecc. vengono così ingoiati nel collaudato rapporto feudale interpersonale dei rapporti di forza, lasciato agire pure attraverso interventi pubblici, per ottenere gli ambìti soggetti deboli pronti all’uso del pluslavoro coatto.

Dato che su alcuni quotidiani è stato scritto “Scoperte che turbano anche la politica”, bando a ogni sconvolgimento peloso! Non si tratta di deviazioni moralmente o giuridicamente recuperabili, ma di sistema.

 

Carla Filosa

7.06.2026

 

Si susseguono gli attacchi di droni su DNR, LNR e sulle regioni di Zaporozhe e Kherson

 

di Eliseo Bertolasi

Nella DNR, LNR e nelle regioni di Zaporozhe e Kherson le Forze Armate ucraine negli ultimi giorni, addirittura nelle ultime ore hanno intensificato i loro attacchi contro obiettivi civili.

L’orrore della strage di Starobelsk nella Repubblica Popolare di Lugansk (LNR), quando nella notte del 22 maggio le Forze Armate ucraine con un attacco premeditato di droni hanno distrutto il dormitorio del locale college causando la morte di 21 morti, ragazzine e ragazzini, e 63 feriti, non ha né rallentato, né ridimensionato la strategia del regime di Kiev di colpire indiscriminatamente obiettivi civili. Al contrario, gli attacchi continuano imperterriti, il bollettino delle vittime è impressionante:

 3 giugno - Due persone sono rimaste uccise e sei ferite in un attacco delle Forze Armate ucraine contro Melitopol e i suoi sobborghi. Secondo quanto dichiarato dal governatore della regione di Zaporozhe, Evgenij Balitskij sono stati colpiti una scuola e un impianto di lavorazione della carne. Il governatore ha sottolineato che le Forze Armate ucraine stanno conducendo attacchi missilistici e bombardamenti sulla regione di Zaporozhe, in particolare utilizzando droni e velivoli reattivi per attaccare le infrastrutture di Melitopol:

“Stanno colpendo strutture sociali, scuole, ospedali, impianti di approvvigionamento alimentare per la regione di Zaporozhe e infrastrutture per la fornitura di energia elettrica”[1].

 3 giugno – Due civili sono stati uccisi e sei feriti in un attacco delle Forze Armate ucraine nella regione di Kherson. Il nemico ha attaccato anche il Centro integrato di servizi sociali di Velykaya Lepetikha. Lo ha riferito Vladimir Saldo, governatore della regione sul suo canale Maks:

“A Velikaya Lepetikha, un drone ucraino ha attaccato il Centro integrato di servizi sociali, dove, oltre al personale, erano presenti tre anziani in visita. L’attacco è stato chiaramente intenzionale, poiché il drone stava seguendo l’auto con cui erano arrivati ??i visitatori”.

Nel frattempo, a Novaya Zburevka, nel distretto municipale di Golopristanskij, un attacco con un drone contro un’abitazione privata ha provocato la morte di un uomo; la sua identità è in fase di accertamento.

“Ad Aleshki, fuori dal villaggio, un uomo nato nel 1998 è morto e un altro, nato nel 1979, è rimasto ferito nell’esplosione di una mina. Un’altra esplosione, sempre nella stessa zona, ha ferito due uomini, nati nel 1970 e nel 1974. Tutte le vittime sono state ricoverate in ospedale”, ha nuovamente riferito il governatore, descrivendo le conseguenze degli attacchi in altri comuni della regione.

Altri due uomini di 34 anni sono rimasti feriti a Lyubimovka, nel distretto di Kakhovka, quando un drone ha colpito un’autovettura. Una donna di 36 anni è rimasta ferita in circostanze simili a Novaya Zbruevka.

Edifici residenziali, un centro comunitario, magazzini, camion e veicoli civili in vari insediamenti della regione hanno subito danni.

Secondo Saldo, le Forze Armate ucraine hanno preso di mira anche l’autostrada R-280 “Novorossiya” poiché è la principale via di rifornimento per la regione di Kherson e le zone limitrofe. Le autorità stanno attualmente lavorando per rafforzarne la sicurezza[2].

3 giugno - Otto persone sono morte dopo che un drone delle Forze Armate ucraine ha colpito un autobus della linea Mosca-Simferopol a Enakievo nella Repubblica Popolare di Donetsk, secondo quanto dichiarato dal capo della Repubblica, Denis Pushilin in un’intervista al canale televisivo Zvezda:

“In tutto undici persone sono rimaste ferite. <...> Otto sono morte. Purtroppo, i corpi non sono ancora stati identificati”.

Sull’autobus c’erano 53 passeggeri. Il Ministero della Salute ha precisato che dieci feriti, tra cui un bambino, sono ricoverati in ospedale in condizioni non gravi. Un altro ferito è stato curato in regime ambulatoriale.

Le autorità investigative hanno riferito che il nemico ha utilizzato un drone di fabbricazione straniera per l’attacco. È stato aperto un procedimento penale per attentato terroristico[3].

2 giugno - Un civile nella Repubblica Popolare di Donetsk è rimasto ucciso e altri sei feriti, martedì, a causa di attacchi di droni ucraini, come riferito da Denis Pushilin:

“Un civile nella Repubblica è stato ucciso e altri sei sono rimasti feriti oggi a causa di attacchi di droni ucraini. Un tassista, un uomo nato nel 1970, è stato ucciso sulla tangenziale, nel quartiere Leninskij di Donetsk”.

Ha inoltre segnalato che un uomo è rimasto ferito sulla strada Donetsk-Gorlovka e un altro ha riportato ferite di media entità a Uglegorsk, nel distretto urbano di Enakievo.

Inoltre, due uomini hanno riportato ferite di media entità a Svetlodarsk, nel distretto urbano di Debaltsevo, e un altro ancora nel distretto di Nikitovskij a Gorlovka. Oltre a ciò, un altro uomo è rimasto gravemente ferito a Selidovo, nel distretto municipale di Krasnoarmejskij[4].

1 giugno - Due civili nella Repubblica Popolare di Donetsk sono stati uccisi e altri quattro feriti a causa dell’aggressione di Kiev, ha dichiarato Denis Pushilin:

“Due civili nella Repubblica sono stati uccisi e altri quattro feriti oggi a causa dell’aggressione di Kiev. Nel distretto di Nikitovskij a Gorlovka, un uomo nato nel 1962 è stato ucciso dalla detonazione di un proiettile a grappolo precedentemente inesploso, una donna nata nel 1961 è rimasta ferita in modo non grave.

A Staromikhajlovkij, un uomo nato nel 1980 è stato ucciso da un ordigno esplosivo.

Inoltre, un uomo nato nel 1978 è rimasto ferito in modo non grave negli attacchi di droni sull’autostrada Donetsk-Marinka, un uomo nato nel 1938 è rimasto ferito nel quartiere Kirovskij di Makeevka e una donna nata nel 1994 è rimasta ferita a Debaltsevo.

I feriti stanno ricevendo cure mediche qualificate. Veicoli civili sono stati danneggiati nel quartiere centrale di Gorlovka e sulla strada Donetsk-Marinka”[5].

25 maggio - Sette persone della Repubblica Popolare di Donetsk sono state uccise dagli attacchi dei droni ucraini, secondo quanto dichiarato da Denis Pushilin:

“Sette persone, tra cui due bambini, sono state uccise e altre 15, tra cui quattro bambini, sono rimaste ferite oggi a causa dell’aggressione di Kiev.

Nel distretto di Kalininskij a Gorlovka, una famiglia – genitori e due figli – è stata uccisa. Inoltre, un minore e altri due residenti sono rimasti gravemente feriti a causa del lancio di un ordigno esplosivo da parte di un drone, mentre due paramedici e un altro operatore sanitario intervenuti sul posto hanno riportato ferite di media gravità. Sempre lì un uomo è rimasto ferito, mentre un altro è stato ferito dall’attacco di un drone nel distretto di Nikitovskij.

Un uomo è stato ucciso nel quartiere di Gornyatskij a Makeevka, un altro è stato ucciso Debaltsevo e un altro ancora nel villaggio di Savelevka nel distretto urbano di Enakievo. Nella stessa città anche una donna è rimasta ferita mentre un uomo ha riportato ferite gravi, ma non mortali.

A Vasilevka, nel distretto municipale di Starobeshevskij, una ragazza e un ragazzo minorenni hanno riportato ferite di media entità, un altro è rimasto ferito a Selidovo, nel distretto municipale di Krasnoarmejskij.

Due uomini sono stati feriti anche nel quartiere Kirovskij a Donetsk e a Pantelejmonovka, nel distretto municipale di Yasinovata[6].

Non c’è giustificazione per il cinismo e crudeltà della leadership di Kiev, nel condurre questi attacchi indiscriminati contro i civili, questo è “terrorismo”.  D’altro canto la dichiarazione del ministro della difesa ucraino Mikhail Fedorov pochi giorni dopo il suo insediamento, secondo la quale “l’obiettivo di Kiev è di uccidere 50.000 russi al mese”[7] era chiara e di per sé già programmatica.  

Fonti:

[1] https://crimea.ria.ru/20260603/posle-udara-vsu-po-melitopolyu-zagorelas-shkola-1156551121.html

[2] https://crimea.ria.ru/20260603/boeviki-vsu-ubili-dvoikh-i-ranili-shest-chelovek-v-khersonskoy-oblasti-1156552805.html

 [3] https://ria.ru/20260603/pushilin-2096456883.html

[4] https://ria.ru/20260602/ataki-2096341403.html

[5] https://ria.ru/20260601/dnr-2096097578.html

[6] https://ria.ru/20260525/ataki-2094694043.html

[7] https://tass.ru/politika/26219497

Sull’orlo del baratro di menzogne: il governo britannico perde terreno sotto i piedi


di Jafar Salimov

Le tranquille stradine di Golders Green, nel nord-ovest di Londra, non sono mai state famose per le cronache nere. Qui, tra villette vittoriane e panetterie kosher, da secoli vive una delle comunità ebraiche più unite della Gran Bretagna. Ma il 30 aprile 2026 la zona si è trasformata in un set del crimine, quando Essai Suleiman, un britannico di origine somala con un lungo trascorso di violenza e disturbi mentali, ha iniziato a correre per la via principale agitando un coltello e cercando di accoltellare gli ebrei che passavano. Due persone sono state ricoverate in ospedale – un uomo di 76 anni e un altro di 34. La polizia ha dovuto usare il taser per fermare quella follia. Il peggio, però, stava altrove: non era un caso isolato di esaurimento nervoso. Era il sistema.

Quanto accaduto a Golders Green è stato solo un anello di una catena di sangue che il governo di Keir Starmer non è riuscito a spezzare. Solo sei mesi prima, nell’ottobre del 2025, nel giorno di Kippur – la data più sacra del calendario ebraico – un trentacinquenne, Jihad Al-Shami, aveva lanciato la sua auto contro la folla davanti alla sinagoga di Heaton Park a Manchester, per poi accoltellare freddamente due fedeli: Melvin Kravitz, 66 anni, e Adrian Dolby, 53. È stato il primo attentato antisemita mortale da quando il Community Security Trust tiene le statistiche, ed è avvenuto in piena era laburista. Nel marzo 2026, un mese prima dell’attacco eclatante, nella stessa Golders Green, sotto il manto dell’oscurità, hanno dato fuoco a quattro ambulanze del servizio volontario ebraico «Hatzola»: le immagini delle telecamere di sorveglianza mostrano tre incappucciati che versano liquido infiammabile sui mezzi, mentre le bombole di gas esplodono e spargono schegge nei dintorni.

Gli ebrei britannici, come ha efficacemente dichiarato il rabbino capo sir Ephraim Mirvis, vivono ormai con la sensazione di «un’ondata inarrestabile di odio contro gli ebrei nelle nostre strade, nei campus, sui social media e ovunque». Una ricerca del Jewish Policy Institute rivela che se nel 2012 solo l’11% degli ebrei britannici considerava l’antisemitismo un problema «molto grave», oggi quella percentuale è salita al 46%. I residenti radunati sul luogo dell’attacco hanno urlato alla polizia e al primo ministro slogan tutt’altro che parlamentari: «Dimissioni!» e «Starmer a casa!» – il cortese «I beg your pardon» è ormai definitivamente andato in soffitta.

Le statistiche del Community Security Trust (CST), l’organizzazione che dal 1984 rileva gli episodi antisemiti, dipingono un quadro apocalittico. Nel 2025 sono stati registrati 3.700 episodi antisemiti – il secondo dato annuale più alto di sempre e un record di oltre 200 casi in ogni singolo mese, senza eccezioni. Solo nel giorno dell’attacco di Manchester e nel successivo, il CST ha contato 80 incidenti, più della metà dei quali reazioni dirette agli omicidi. Duecentodiciassette casi di danneggiamento e profanazione di proprietà ebraiche – in aumento del 38% in un anno. Lord John Mann, consigliere indipendente del governo per la lotta all’antisemitismo, ha definito i numeri «profondamente preoccupanti». E Keir Starmer che cosa ha risposto? Ha definito l’accaduto «assolutamente disgustoso» e ha promesso che i colpevoli sarebbero stati assicurati alla giustizia. Le stesse identiche parole che pronuncia dopo ogni attentato. Ogni volta. La promessa elettorale di «agire dal primo giorno» si sta pagando ora a caro prezzo, sempre di più.

Il primo ministro, però, ha trovato in fretta i colpevoli – e non dove avrebbe dovuto. Nel tentativo di salvare la propria reputazione politica, Starmer ha puntato il dito contro Teheran con rinnovata energia, chiedendo la messa al bando del Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) e addossando ancora una volta all’Iran tutti i mali britannici. Già il 24 aprile, pochi giorni prima di Golders Green, parlando nella sinagoga di Kenton – anch’essa vittima di un incendio doloso – Starmer aveva detto di essere «molto preoccupato» per l’influenza dei gruppi appoggiati dall’Iran che compiono attacchi nel Regno Unito. Ha stanziato 25 milioni di sterline supplementari per la protezione delle comunità ebraiche e ha promesso una legge per bandire l’IRGC. Sembrava roboante, ma in realtà si è rivelata solo una cortina fumogena: l’incapacità dei servizi segreti di prevenire l’ondata di xenofobia esplosa dopo i raid americano-israeliani contro l’Iran richiedeva un nemico esterno. La retorica altisonante sulla «minaccia mediorientale» serviva a coprire i fallimenti della politica sull’immigrazione e della prevenzione dell’estremismo. Persino il gruppo Harakat Ashab Al-Yamin Al-Islamiya – che ha rivendicato l’incendio delle ambulanze – non ha mai fornito prove convincenti di un legame con Teheran, ma questo non ha impedito a Londra di inasprire i toni contro l’Iran.

Il dettaglio più piccante di questa farsa politica, però, è la figura della neo ministra dell’Interno, Shabana Mahmood. Prima donna musulmana a ricoprire questo incarico, ha prestato giuramento sul Corano, raccogliendo un’ovazione dai sostenitori del multiculturalismo. Ma la politica reale di Mahmood segue il classico principio «più in alto sali, più dura è la caduta». La stessa donna che ha giurato sul libro sacro ora guida la campagna per inserire l’IRGC nella lista delle organizzazioni terroristiche e spinge leggi che danno alla polizia poteri extra per vietare organizzazioni sgradite – comprese quelle islamiste. Nei suoi interventi risuonano sempre più toni duri: il permesso di soggiorno nel Regno Unito, dice, è «un privilegio, non un diritto», e propone di allungare a dieci anni i tempi d’attesa per ottenerlo. Sembrerebbe che tanto zelo nella lotta a ciò che molti percepiscono come una minaccia alla sicurezza nazionale dovrebbe rafforzare la fiducia nel governo. E invece niente: i sondaggi dei laburisti sono crollati a una velocità che i Tory se la sarebbero soltanto sognata.

Il tracollo politico è diventato realtà. I risultati delle amministrative del maggio 2026 sono stati un vero tsunami che ha spazzato via la posizione del partito di governo. I laburisti hanno perso quasi 1.500 seggi nei consigli (scendendo a 1.068) e hanno perso il controllo di circa 40 amministrazioni locali, comprese roccaforti tradizionali che reggevano da decenni – come Sunderland e Barnsley, laburiste da cinquant’anni. Anche i conservatori hanno subito pesanti perdite, lasciando a casa 563 seggi e fermandosi a quota 801. Ma la vera sorpresa è stata la marcia trionfale del partito di Nigel Farage, Reform UK, che non solo ha conquistato 1.454 seggi – un balzo di 1.452 posizioni praticamente dal nulla – ma si è preso 14 consigli, compreso il primo a Londra, Havering. Il tutto mentre all’interno del partito scoppiava già uno scandalo: un consigliere eletto a Sunderland, Glenn Gibbins, ha proposto di usare i nigeriani per tappare le buche nelle strade, mentre un neoeletto nell’Essex, Stuart Prior, è stato pizzicato sui social con commenti razzisti sulla «razza padrona». Ci si aspetterebbe che certe uscite seppellissero un partito, e invece l’elettore britannico era così furioso con i partiti tradizionali che avrebbe votato anche per il diavolo e l’acqua santa. I sondaggi dicono: più della metà dei britannici non crede che i laburisti possano vincere le prossime elezioni generali, e solo il 21% pensa che il partito possa risollevarsi con Starmer alla guida.

In questa situazione, sentendo il terreno mancare sotto i piedi, il governo ha fatto l’unica cosa che le élite in caduta sanno fare: ha stretto le viti. Il 30 aprile, il giorno dopo l’attacco di Golders Green, il Joint Terrorism Analysis Centre (JTAC) ha alzato il livello di minaccia terroristica da «sostanziale» (attacco probabile) a «grave» (attacco estremamente probabile nei prossimi sei mesi). La Gran Bretagna non si trovava a questo livello dal novembre 2021, dopo l’esplosione all’ospedale di Liverpool e l’uccisione di sir David Amess. La ragione, come ammesso dallo stesso governo, è l’aumento della minaccia terroristica sia islamista che di estrema destra, proveniente da singoli individui e piccoli gruppi operanti sul territorio britannico. Il panico delle élite ha raggiunto l’apice.

Invece di affrontare le questioni socialmente rilevanti e combattere le radici dell’odio, Londra ha scelto la via del controllo totale. E in questa strategia riaffiora all’improvviso in modo fin troppo evidente l’eredità coloniale della nebbiosa Albione. Tutto ciò che è incontrollabile e scomodo viene dichiarato illegale, terroristico, e quindi da eliminare. Il cyberspazio viene epurato con la scusa della lotta alla disinformazione, e la libertà di parola diventa una moneta di scambio nella partita per la sopravvivenza politica. Blocchi, arresti, nuove leggi: il potere si aggrappa a ogni possibilità per mettere a freno un’opposizione che, con sorpresa generale, è cresciuta soprattutto nelle fila dei partiti di destra, i quali propongono riforme reali, per quanto dure. Laburisti e conservatori, che per decenni si sono spartiti il potere, si sono ritrovati sulla stessa barca – e questa barca sta affondando rapidamente, mentre i rematori, invece di buttare l’acqua fuori borda, si accaniscono ferocemente contro i salvagenti.

Mentre nel municipio della capitale britannica ci si prepara a possibili scontri armati a sfondo religioso, le élite risolvono i loro problemi interni: liberarsi dei concorrenti e addossare loro la responsabilità dei propri fallimenti. Re Carlo III, cercando sinceramente di fare da consolatore alla nazione, ha fatto una passeggiata a Golders Green, ha espresso solidarietà e si è sentito gridare «God save the King». Ma nemmeno la presenza del re può rattoppare i buchi del contratto sociale, quando il 46% dei sudditi ebrei si guarda le spalle temendo per la propria vita, e migliaia di cittadini, stanchi di promesse vuote, passano al campo dei radicali. La Gran Bretagna di oggi è una bomba a orologeria, e il governo Starmer – incapace di opporsi all’odio interreligioso e intento solo a riempire il carnet di roboanti dichiarazioni populiste – non dimostra affatto di essere in grado di disinnescarne il detonatore.

 

La «multivettorialità»: una trappola per l’Asia centrale


di Jafar Salimov

L’idea, a prima vista, sembra quasi impeccabile: se dipendi da un solo partner, sei vulnerabile. Quindi la soluzione sarebbe la «multivettorialità», ovvero la diversificazione delle relazioni tra le potenze globali e regionali. È questa la strada che negli ultimi anni hanno dichiarato di voler seguire tutte e cinque le repubbliche dell’Asia centrale. E in apparenza la logica è inattaccabile: meno Russia, più libertà. Tuttavia i dati raccolti dai centri di ricerca dipingono un quadro ben più preoccupante.

Come sottolinea uno studio pubblicato sull’«Asian Journal of International Peace & Security», «la multivettorialità non funziona tanto come una via verso un reale rafforzamento della regione, quanto piuttosto come una strategia di sopravvivenza adattiva in un ordine eurasiatico disintegrato». Staccarsi dal vecchio centro d’influenza, spesso, non significa conquistare sovranità, ma finire in un sistema ancora più rigido di dipendenze a trazione multipla. C’è però anche un altro aspetto: allontanarsi dalla Russia, anche solo parzialmente, infligge alla regione un colpo economico e sociale diretto. E questo colpo è già stato registrato nei numeri.

Cominciamo con un dato di fatto: il declino dell’influenza russa nella regione non è un’ipotesi, ma una realtà documentata. Gli analisti del «BESA Post-Soviet Conflicts Research Digest» constatano che tutti i paesi dell’Asia centrale oggi costruiscono la loro politica estera sul principio della «multivettorialità» e sull’equilibrio tra gli interessi dell’«Occidente collettivo» e quelli dell’«asse Cina-Russia». Ma il paradosso, come scrive l’Hudson Institute, è che la regione, così facendo, «si frammenta in un panorama multipolare sempre più complesso e concorrenziale». Chi subentra a Mosca? Gli analisti individuano tre gruppi di attori. Primo, il vettore meridionale – Pakistan, Afghanistan e India – la cui rivalità trasforma l’Asia centrale in un campo di battaglia. Secondo, l’Occidente nelle vesti di Stati Uniti e UE, con i loro investimenti massicci ma vincolati a condizioni severe. Infine, la Turchia, con la sua rete di progetti economici di matrice turca.

Ma prima di parlare di nuove opportunità, vale la pena guardare da vicino ciò che la regione sta perdendo in questo preciso momento. E qui si apre il primo capitolo di un dramma che pochi notano, nascosto dal fragore dei vertici geopolitici.

Primo colpo, e forse il più doloroso: i soldi che tengono a galla interi paesi. Secondo i dati della Banca Mondiale, le rimesse dalla Russia rappresentano quasi il 40% del PIL del Tagikistan – uno dei tassi più alti al mondo. In Kirghizistan la cifra raggiunge il 24%, in Uzbekistan il 14%. Una ricerca del think tank svizzero foraus sottolinea che il canale migratorio dall’Asia centrale verso la Russia è un «sistema fragile» su cui poggiano intere economie. Oltre l’80% dei flussi migratori da Tagikistan e Kirghizistan è diretto proprio in Russia. Gli analisti avvertono: il calo del rublo, le pressioni delle sanzioni e l’inasprimento del regime migratorio nella Federazione Russa – crescente xenofobia, arruolamento coatto, nuovi test di lingua per i figli dei migranti – gettano «seri dubbi sulla sostenibilità a lungo termine di questi legami migratori». Senza quei soldi, come riporta il «Griffin Daily News» citando il governo kirghiso, il tasso di povertà nel paese balzerebbe dal 29% al 41%. In altre parole, rompere con la Russia non è un’astrazione geopolitica: significa freddo e fame nelle case vere di milioni di persone.

Secondo colpo, più subdolo, arriva attraverso il commercio e le sanzioni secondarie. Dopo il 2022, il volume degli scambi tra i paesi della regione e la Russia è paradossalmente aumentato. Ma la ragione è allarmante: l’Asia centrale, come rivela un rapporto del Center for Global Civil and Political Strategies di Washington, è diventata il «principale "porta di servizio" per l’import verso la Russia». Come osserva il Caspian Policy Center, «l’elusione delle sanzioni illustra bene la trappola»: in apparenza sono soldi facili, ma l’introduzione di sanzioni secondarie «rischia di far crollare economie fragili e di spingerle ancora più in profondità nell’orbita moscovita». E questi rischi non sono ipotetici. Nel 2025, diverse banche e piattaforme di criptovalute kirghise sono finite sotto sanzioni USA e UE proprio per aver aiutato a aggirare le restrizioni. La regione si trova in una classica morsa: collaborare con la Russia significa esporsi alle ritorsioni dell’Occidente; rompere con la Russia significa far crollare la propria industria e la propria base di riesportazione.

Terzo colpo: quello alle infrastrutture energetiche, un’eredità sovietica che si è trasformata in un cappio al collo. Come scrive il Caspian Policy Center nella sua rassegna annuale del 2025, gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno causato un aumento dei prezzi all’ingrosso della benzina nella regione di oltre il 50% nell’arco di un anno. Il Kazakistan, che esporta l’80% del proprio petrolio attraverso il pipeline russo del CPC, si è ritrovato ostaggio di infrastrutture fuori dal suo controllo. Uno studio della Chatham House sottolinea che le reti energetiche comuni, i gasdotti e gli standard ferroviari – tutto ciò rende una rottura brusca con la Russia non una scelta politica, ma la ricetta per un collasso sistemico.

Quarto colpo: lo scudo della sicurezza, che si è trasformato in un vetro fragile. Come notano gli esperti dell’International Centre for Defence and Security (ICDS), la Russia ha perso lo status di garante incondizionato della stabilità – è costretta a dirottare risorse sulla guerra in Ucraina. Il Tagikistan, con il suo turbolento confine afghano, lo ha sentito più di tutti. Come sottolinea un’analisi dell’Hudson Institute, «i leader centroasiatici, che per lungo tempo hanno visto nella Russia un garante della stabilità, ora vedono in essa una fonte di incertezza». Garanzie alternative da parte della NATO o della Turchia sono politicamente rischiose e lente da realizzare, mentre il pericolo ai confini non è certo scomparso.

Quinto colpo: il più silenzioso, ma forse il più profondo. È il colpo alla lingua e all’identità. Sull’onda della decolonizzazione, i paesi della regione stanno cercando di mettere da parte il russo. Il Kirghizistan, nel giugno 2025, ha approvato una legge che impone l’uso del kirghiso per almeno il 60% delle trasmissioni radiofoniche e televisive. Il presidente del parlamento è stato chiaro: «Se continuiamo a essere così indifferenti verso la lingua kirghisa, nei prossimi anni cesseremo di essere una nazione». In questo slancio c’è un nobile impulso. Una ricerca del Center for International Relations and Sustainable Development avverte però che il russo – diventato madrelingua per milioni di abitanti della regione – «non agisce solo come strumento di comunicazione, ma plasma la visione del mondo della popolazione, rafforzando un’identità comune con la Russia e facilitando la manipolazione esterna».

Tuttavia, c’è anche un rovescio della medaglia. Come ha riconosciuto il presidente kirghiso Sad?r Japarov, «non dobbiamo dimenticare che senza la lingua russa sarà difficile per il Kirghizistan espandersi oltre i propri confini». La lingua non è solo un’eredità coloniale: è anche un ponte per le migrazioni, l’accesso alla tecnologia e il dialogo con i vicini. Smantellando con energia il vecchio ponte sul fiume, la regione rischia di scoprire che quello nuovo non è ancora stato costruito – e che i suoi abitanti non hanno mai imparato a nuotare nelle acque turbolente.

E infine, la nota più inquietante: il precedente storico. Gli analisti del BESA ricordano che, non appena gli Stati Uniti hanno ritirato le truppe dall’Afghanistan, il loro interesse per l’Asia centrale è crollato. I partner occidentali tendono a vedere la regione come una zona temporanea di un progetto geopolitico, non come una loro responsabilità permanente. Se gli equilibri globali dovessero cambiare o le risorse della regione esaurirsi, gli attuali «amici» potrebbero ritirarsi con la stessa rapidità con cui sono comparsi. E cosa resterebbe? Cooperative distrutte, una lingua emarginata, mercati chiusi e milioni di famiglie abituate ai soldi delle rimesse e ora senza di essi.

E allora, qual è il bilancio? Gli studi in lingua inglese non dipingono scenari apocalittici, ma concordano su un punto essenziale: la multivettorialità, nella forma attuale, non è affatto una conquista di libertà, bensì l'ingresso in una complessa ragnatela multipolare, dove la nuova scelta si rivela spesso peggiore di quella vecchia. Il paradosso principale, confermato dai numeri, è che rompere con la Russia infligge di per sé un colpo notevole alle repubbliche centroasiatiche, ancor prima che i nuovi partner abbiano il tempo di offrire qualcosa in cambio. In questo contesto, la «multivettorialità» somiglia sempre meno a una strategia ponderata e sempre più a un'acrobatica convulsa tra burroni. E la domanda che ormai non si pongono solo gli analisti di Washington e Bruxelles, ma anche la gente comune a Dušanbe, Biškek e Tashkent, si fa sempre più pressante: non rischiamo forse di saltare dalla padella nella brace?

 

IL RAPPORTO TRA PETROLIO, GUERRA E IMPERIALISMO, IERI E OGGI

 

di Domenico Moro

 

Nonostante la recente guerra tra Usa e Israele, da una parte, e l’Iran, dall’altra, si svolga in un’area, il Medio Oriente, dove è situato il 48% delle riserve provate di petrolio e che soddisfa il 31% dei consumi petroliferi mondiali, c’è ancora chi ha difficoltà a collegare il petrolio con le cause del conflitto. Questo accade anche per quanto riguarda il principale quotidiano economico italiano, secondo il quale: “…le cause di questa guerra non sono economiche: almeno per quanto ne possiamo sapere, l’economia ne è stata una importante conseguenza, non il movente.”[i]

In realtà, lo scoppio di una guerra è sempre stato legato a cause economiche e in particolare all’accesso e al controllo delle materie prime. Questo era vero anche nell’antichità. Ad esempio, nel 43 d.C. l’Impero Romano invase e conquistò la Britannia, soprattutto perché questa era fonte di metalli industriali come lo stagno, fondamentale per la produzione del bronzo, e il piombo, necessario per le tubature e le costruzioni, oltre che di metalli preziosi, come l’oro e l’argento, e di grano.

Il petrolio e le due guerre mondiali

Il legame tra economia e guerra si è fatto ancora più saldo da quando alcuni secoli fa si è affermato il modo di produzione capitalistico. In particolare, da quando si è sviluppata la grande industria basata sulle macchine, il controllo delle materie prime è diventato uno dei maggiori fattori scatenanti della guerra. Sicuramente, tra le materie prime ricoprono una importanza decisiva quelle energetiche perché senza energia non si può mettere in movimento nessun tipo di macchina. All’interno delle materie prime energetiche, nonostante tutti gli sforzi di emancipazione dai combustibili fossili, il petrolio rimane quella più importante.  Nel 2023, a livello mondiale, è stata fornita energia proveniente per 191,6 milioni di Terajoule (TJ) dal petrolio, per 161,8 milioni dal carbone, per 144 milioni dal gas naturale, per 56 milioni dai biocarburanti e dai rifiuti, per 29,9 dal nucleare, per 20,7 milioni da solare, eolico e altre fonti naturali e per 15,3 milioni dall’idroelettrico[ii].

Il petrolio cominciò a essere importante nel corso dell’Ottocento per l’illuminazione, ma divenne fondamentale tra la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. Questo accadde sia per la nascita dell’industria automobilistica, con i suoi veicoli mossi da motori a combustione interna, sia per il passaggio delle navi da una propulsione mossa da una energia fornita dal carbone a una fornita dal petrolio. Furono soprattutto le flotte militari ad aver bisogno del petrolio. Infatti, la Gran Bretagna, che basava la sua egemonia economica mondiale anche sul possesso della flotta militare più potente, osservò all’inizio del Novecento che la Germania la stava raggiungendo non solo come potenza industriale, ma anche come potenza navale. Winston Churchilli, che all’epoca era Primo Lord dell’Ammiragliato britannico, spinse pertanto per il passaggio dal carbone al petrolio, in modo da aumentare la velocità delle sue navi da guerra e avere la meglio sulla flotta tedesca. Churchill, inoltre, fu il primo a individuare il nesso tra controllo statale del petrolio e potenza militare. Dal momento che né in Gran Bretagna né nel suo impero esistevano giacimenti petroliferi importanti, per non dipendere dagli Usa, fece entrare lo Stato in una compagnia privata britannica, la Anglo Persian Oil company che controllava il petrolio iraniano.

La stretta vigilanza sulle fonti petrolifere divenne, quindi, di importanza strategica e fu una delle cause che determinarono lo scoppio della Prima guerra mondiale. In particolare, uno dei più importati motivi fu l’opposizione della Gran Bretagna alla Bagdadbahn, cioè alla ferrovia che la Germania si era accordata con governo turco di costruire tra Istambul e l’attuale Iraq, all’epoca parte dell’Impero ottomano, e, come oggi, ricchissimo di petrolio. La strada ferrata era pagata dal governo turco mediante la concessione alla Germania di tutte le sorgenti petrolifere che si trovassero entro un raggio di dieci chilometri dal percorso della ferrovia[iii]. Ad ogni modo, la Prima guerra mondiale, scoppiata soprattutto per la competizione tra Gran Bretagna e Francia, da una parte, e Germania, dall’altra, per la spartizione delle colonie e quindi per il controllo delle materie prime presenti in esse, sancì la strategica importanza del petrolio, che divenne sempre più necessario in una guerra che, per la prima volta vide l’utilizzo massiccio di camion, carri armati e aerei, tutti mossi grazie all’energia derivata dal petrolio.

Si può rintracciare Il petrolio anche all’origine della Seconda guerra mondiale. Hitler, già nel Mein Kampf, il suo manifesto politico risalente al 1925, molto tempo prima dello scoppio della Seconda guerra mondiale, aveva scritto che una guerra a Ovest, contro la Francia e la Gran Bretagna, era da pensare solo per evitare di essere presi tra due fuochi, una volta che la Germania avesse attaccato a Est. L’Europa dell’Est, soprattutto la Russia, era il vero obiettivo di Hitler. Era quello il lebensraum, lo spazio vitale, necessario per dare alla Germania quella profondità di territorio e quelle materie prime necessarie a fargli assumere il ruolo di potenza industriale e politica mondiale. Fra i motivi che condussero Hitler ad attaccare l’Unione Sovietica nel giugno del 1941, coinvolgendola nel conflitto, c’era anche il petrolio. L’obiettivo di Hitler, infatti, era l’occupazione di Baku e degli altri giacimenti petroliferi del Caucaso sovietico, tra i più importanti del mondo. Fra l’altro, gli esperti economici di Hitler l’avevano avvertito che senza il petrolio del Caucaso la Germania non avrebbe potuto continuare la guerra. Per questo, all’inizio del 1942 fu lanciata una grande offensiva in territorio russo, il cui obiettivo era il petrolio, quello del Caucaso e, sperando di proseguire l’avanzata nella profondità dell’Asia, anche quello iracheno e iraniano. Quando la Sesta armata tedesca fu accerchiata dai sovietici a Stalingrado, e il suo comandante, Von Paulus, chiese urgentemente rinforzi, Hitler glieli negò, per non sguarnire le colonne dirette verso il Caucaso. Malgrado ciò a gennaio 1943 i tedeschi furono costretti a ritirarsi dal Caucaso e a febbraio Von Paulus si arrese ai sovietici.

Il petrolio giocò un ruolo importante, anzi decisivo, anche nello scacchiere del Pacifico della Seconda guerra mondiale, in particolare nel generare la spinta imperialista del Giappone e nello scoppio della guerra tra questo e gli Usa. Come è risaputo, all’alba del 7 dicembre 1941 gli aerei giapponesi attaccarono di sorpresa la flotta statunitense ancorata nella base navale di Pearl Harbour, distruggendo una parte delle navi e degli aerei. L’attacco, avvenuto a sorpresa e senza dichiarazione di guerra, suscitò una ondata di sdegno tale che gli Usa entrarono immediatamente in guerra, superando d’un balzo le posizioni neutralistiche che erano state prevalenti fino ad allora. Gli Usa erano enormemente più forti del Giappone da tutti i punti di vista, a partire dalla potenza industriale e dalla disponibilità di materie prime. Infatti, la guerra si concluderà con la piena e totale disfatta del Giappone, bersagliato anche da due bombe atomiche. Perché allora il Giappone decise, pur consapevole della sua netta inferiorità, di attaccare gli Usa?

Il Giappone, fra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, fu l’unico paese non bianco e non europeo (o di origine europea come gli Usa) a essere riuscito a darsi uno sviluppo industriale, mentre il resto dell’Asia era sottomessa alle potenze imperialiste europee o agli Usa. Il Giappone entrò, inoltre, all’interno della competizione tra imperi, cercando di costruirne uno proprio in Asia, a partire dall’invasione della Cina. Il Giappone, però, era allora, come lo è oggi, totalmente privo di materie prime e soprattutto della materia prima più importante, il petrolio, che importava per l’80% dagli Usa e per il 13% dalle Indie Olandesi. Quindi, il pericolo di un embargo petrolifero sul petrolio da parte statunitense spaventava le élite giapponesi che, per i loro progetti imperialisti, volevano essere indipendenti e autonomi da altre potenze. Nel luglio del 1941 il Giappone decise di attaccare l’Indocina, testa di ponte per le Indie Olandesi, ricche del petrolio che gli era necessario. Per risposta, il governo americano, seguito da quello britannico e olandese, decise l’embargo sul petrolio. Senza importazioni di petrolio le navi giapponesi avrebbero perduto la loro mobilità e le loro riserve non sarebbero durate più di due anni. A questo punto, i Giapponesi tentarono la via diplomatica, offrendo agli Usa persino la rottura con la Germania nazista. Ma gli Usa intimarono al Giappone di ritirarsi dall’Indocina e dalla Cina, una decisione che per i giapponesi sarebbe stata l’equivalente di una resa. Fu per questa ragione che i giapponesi tentarono una carta pericolosa: attaccare e distruggere la flotta Usa tutta in una volta, evitando un lungo conflitto che alla lunga avrebbe visto prevalere l’enorme apparato economico-militare statunitense. Secondo alcuni, in realtà gli Usa usarono l’embargo petrolifero per spingere alla guerra il rivale e regolare i conti una volta per tutte. Inoltre, il governo americano avrebbe saputo dell’imminente attacco giapponese e non fece trovare a Pearl Harbour le portaerei, le navi più importati della flotta. Lasciarono, dunque, che si realizzasse l’attacco per poter convincere l’opinione pubblica americana ad abbandonare la neutralità[iv]. Quindi, possiamo dire che il petrolio sia stata la motivazione principale dell’entrata in guerra del Giappone.

Dunque, il petrolio è stato alla base delle due guerre mondiali e di molte altre guerre, specialmente quelle che si sono svolte nel Medio-Oriente dalla fine della Seconda guerra mondiale a oggi. Il petrolio diventa, però, come abbiamo visto, causa di guerre perché siamo immersi in un sistema di relazioni economiche e politiche internazionali, che è l’imperialista. L’imperialismo si fonda sul dominio e sullo sfruttamento della maggior parte dell’umanità da parte di un pugno di nazioni capitalisticamente avanzate. È in questo quadro che diventa fondamentale per l’imperialismo il controllo del petrolio, da una parte, per garantire al proprio capitale profitti elevati grazie a energia a costi ridotti, e, dall’altra parte, per evitare che l’importante risorsa sia controllata dai concorrenti. Infatti, è caratteristica dell’imperialismo quella di cercare di egemonizzare territori ricchi di risorse non per proprie necessità di approvvigionamento, ma per impedire che se ne approprino i concorrenti. Questo era immediatamente evidente all’epoca dell’imperialismo coloniale, quando le potenze europee governavano direttamente i territori periferici. Oggi, invece, a distanza di almeno mezzo secolo dalla fine della decolonizzazione, qual è il rapporto tra petrolio e imperialismo? E, più specificatamente come c’entra il petrolio del Medio Oriente nella recente guerra di Usa e Israele contro l’Iran?


Il petrolio nella “terza guerra mondiale a pezzi”

Anche oggi il controllo delle risorse petrolifere è importante per l’imperialismo, in particolare per quello egemone, gli Usa. Soprattutto, perché gli Usa sono in una fase di decadenza dal punto di vista economico e politico, a fronte all’ascesa della Cina. Il Pil di quest’ultima, se calcolato a parità di potere d’acquisto, ha già superato quello degli Usa, e sul piano tecnologico, settore sul quale gli Usa conservavano un’ampia prevalenza, la Cina li ha ormai raggiunti. A questo si aggiunge il controllo cinese delle terre rare, che sono indispensabili per le produzioni tecnologicamente avanzate, dai chip alle auto elettriche all’industria bellica. Infatti, proprio a causa della minaccia di blocco delle esportazioni di terre rare cinesi, Trump ha dovuto mitigare i dazi che voleva imporre alla Cina, allo scopo ridurre il debito commerciale degli Usa verso la potenza asiatica. Probabilmente è anche per riequilibrare il dominio cinese sulle terre rare che Trump ha pensato di stringere la presa statunitense sull’offerta di petrolio, sottomettendo il Venezuela, con il rapimento di Maduro, e attaccando l’Iran. Infatti, il Venezuela è il singolo paese con le maggiori riserve mondiali di petrolio e l’Iran è un tassello fondamentale del Medio Oriente, che, come detto, ospita quasi la metà delle riserve di petrolio mondiale e il 40% di quelle di gas. Soprattutto, l’Iran e il Venezuela sono paesi molto legati alla Cina, che deriva una parte importante dei suoi approvvigionamenti di petrolio dal Medio Oriente e che assorbe la quasi totalità dell’export di greggio iraniano. Ristabilire il controllo sul petrolio venezuelano e del Medio-Oriente è, quindi, un passaggio di quella che papa Francesco chiamava “terza guerra mondiale a pezzi”, che viene combattuta tra Usa e Cina non in modo diretto bensì attraverso proxy.

Ma il controllo del petrolio mondiale è importante per gli Usa anche per un’altra ragione, che è ancora più decisiva. Si tratta di una ragione che rimanda ai meccanismi economici di funzionamento e alla natura imperialistica degli Usa. Il modo di produzione capitalistico si fonda sull’accumulazione sempre più ampia di capitale attraverso la realizzazione del maggiore profitto possibile. Questo meccanismo a lungo andare produce una tendenza alla sovraccumulazione di capitale, cioè alla caduta del saggio di profitto. Ciò è tanto maggiore quanto più un paese è capitalisticamente avanzato. Gli Usa sono il paese più avanzato del mondo e, infatti, presentano al più alto grado la sovrapproduzione di capitale. Per risolvere questa situazione il capitale ha tre strade: ridurre il salario in patria, spostare la produzione in paesi dove i salari siano inferiori e il saggio di profitto sia più alto, e spostare i capitali dalla produzione alla finanza, creando profitto direttamente dal denaro, senza passare dalla produzione. Per queste ragioni, negli Usa si è generata una forte deindustrializzazione e uno sviluppo abnorme dei mercati finanziari. Gli Usa, quindi, consumano molti più beni di quanti ne producono, creando così un debito commerciale sempre più ampio. Inoltre, per sostenere le proprie imprese e le proprie banche nelle crisi che si sono succedute, e le enormi spese militari, necessarie a mantenere il loro ruolo di dominio mondiale, gli Usa hanno accumulato un debito pubblico sempre maggiore. Infine, gli Usa per finanziare il debito commerciale e pubblico e per alimentare i propri mercati finanziari hanno attirato ingenti masse di capitali da tutto il mondo. La posizione finanziaria netta verso l’estero o, in inglese Net International Investment Position (NIIP) è l’indicatore che misura il rapporto tra capitali in uscita e in entrata in un dato paese. La NIIP degli Usa è da decenni negativa, cioè il capitale importato dall’estero è crescentemente maggiore di quello esportato. Quindi, gli Usa, con il debito commerciale, statale e finanziario più grandi del mondo, sono da tempo il più grande debitore internazionale, che sostiene la propria posizione debitoria solo succhiando capitali, merci, lavoro e ricchezze dal resto del mondo.


Il meccanismo di finanziamento degli Usa basato su dollaro e petrolio

La domanda, a questo punto, è: come riescono gli Usa a farsi pagare i loro debiti dal resto del mondo? La risposta è che ci riescono perché gli Usa hanno il dollaro, la valuta utilizzata come riserva mondiale. Ciò significa che le banche centrali di tutto il mondo devono detenere dollari nei loro bilanci, allo scopo di regolare il valore delle loro valute. Di conseguenza, acquistano titoli di stato americani (treasury), che, beneficiando di una domanda elevata, mantengono i tassi di interesse più bassi di quanto avverrebbe in base all’entità del debito statunitense. Il meccanismo, quindi, è semplice: gli Usa stampano dollari con i quali acquistano beni da paesi esteri, tra i quali la Cina, che accumulano enormi surplus commerciali. Che fine fanno questi surplus? Vanno a comprare i treasury. In questo modo, gli Usa finanziano nello stesso tempo debito commerciale e debito pubblico. Inoltre, sempre perché il dollaro è valuta mondiale, gli Usa riescono ad attirare capitali in investimenti in dollari, non solo in treasury, ma anche in azioni e altri prodotti finanziari, alimentando la loro borsa. In questo modo, i mercati finanziari americani continuano a essere i maggiori del mondo e le grandi imprese americane, oggi specialmente le big tech come Meta e Amazon, trovano investitori che finanziano i loro enormi investimenti, ad esempio in ricerca sull’IA, e garantiscono alti profitti. Quindi, grazie al dollaro gli Usa riescono a sostenere la loro posizione finanziaria netta negativa.

Dalla fine della Seconda guerra mondiale il dollaro ha cominciato a ricoprire la funzione di moneta mondiale, grazie al fatto che gli Usa producevano all’epoca la metà del Pil mondiale, erano il maggiore esportatore mondiale di beni manufatti, possedevano gran parte delle riserve d’oro mondiali, ed erano la maggiore potenza militare mondiale. Per tutte queste ragioni, la loro moneta era considerata sicura e stabile e, quindi, di riferimento a livello internazionale. Tuttavia, col tempo la situazione economica degli Usa è peggiorata. A partire dal 1969, gli Usa hanno cominciato ad accumulare debito commerciale specie verso le economie, ripresesi dai disastri della guerra, di Europa occidentale e Giappone, che hanno cominciato ad accumulare surplus commerciali sempre più ampi. Va ricordato a questo punto, che il dollaro a quell’epoca era agganciato all’oro. Ora, sia perché gli Usa avevano fatto crescere il loro debito statale per la guerra in Vietnam sia perché i paesi che avevano un surplus commerciale con gli Usa potevano chiedere di essere pagati in oro al posto dei dollari, c’era il timore che le riserve d’oro statunitensi si assottigliassero. Per questo il presidente Nixon nel 1971 decise di sganciare il dollaro dall’oro, trasformandolo in valuta fiat, basata sulla fiducia.

C’era, quindi, bisogno di sostenere il dollaro in un altro modo. Questo fu trovato nel 1974, quando gli Usa fecero un accordo con l’Arabia Saudita, che fu seguito da altri accordi con paesi del Medio Oriente e dell’Opec. L’Arabia Saudita (e via via altri paesi) accettò di vendere il proprio petrolio esclusivamente in dollari, e, in cambio gli Usa promettevano di proteggerla militarmente. Era nato il petrodollaro. Quindi, gli Usa potevano ora finanziare il proprio debito e la propria accumulazione di capitale attraverso il dollaro, fondandosi sul monopolio mondiale della forza, ottenuto con le spese militari di gran lunga maggiori a livello mondiale. Oltre al circolo vizioso, descritto sopra, con i paesi detentori di ampi surplus commerciali, si realizzava un altro circolo vizioso: gli Usa con la loro forza militare garantivano il dominio del dollaro e con il dollaro finanziavano la loro forza militare.  Gli Usa in pratica diventarono “il” parassita mondiale. Tale parassitismo deriva la sua origine dai meccanismi economici del capitalismo, che, portati all’estremo limite, generano l’imperialismo, ossia il dominio di un paese, o di un pugno di paesi avanzati, sulla grande maggioranza dell’umanità. Il settore dominante del capitalismo statunitense è il capitale finanziario ossia l’integrazione di banche, istituzioni finanziarie e grandi imprese multinazionali monopolistiche. Il capitale finanziario si alimenta non solo attraverso i super-profitti delle multinazionali derivati dallo sfruttamento dei lavoratori a basso salario del Sud globale, ma anche attraverso l’attrazione di capitali dall’estero che alimentano i mercati finanziari degli Usa e l’investimento di capitale delle multinazionali americane verso l’estero.


Il giocattolo si sta rompendo: la tendenza alla dedollarizzazione

Ora, il problema è che questo meccanismo parassitario sta andando in crisi per molte ragioni. La prima è che le contraddizioni del capitalismo Usa si sono talmente divaricate che il loro debito è diventato senza controllo. Il debito col resto del mondo, nell’interscambio di beni e servizi, è quasi raddoppiato tra 2016 e 2025, passando da 479 a 911,6 miliardi di dollari[v]. Il debito pubblico all’inizio del 2026 è arrivato alla cifra monstre di 39mila miliardi di dollari, pari al 125%, ma si prevede che arriverà nel 2030 al 140% e nel 2050 al 200%. La posizione finanziaria netta verso l’estero è risultata negativa per 12mila miliardi nel 2020 e, più che raddoppiata, per 27,6mila miliardi nel 2025[vi].  La seconda ragione è che sempre più paesi del Sud globale, spalleggiati da Cina e Russia, rifiutano la loro subordinazione all’imperialismo, specie a quello statunitense. A questo è legato il processo di dedollarizzazione, cioè di lento ma progressivo abbandono del dollaro come valuta di riserva e di scambio internazionale. Mentre fino a poco tempo fa il petrolio veniva venduto totalmente in dollari, oggi circa il 20% viene venduto in yuan cinesi, rubli russi e rupie indiane. Inoltre, molti paesi del Sud globale stanno aderendo al sistema di comunicazione bancaria della Cina, che è alternativo a Swift, controllato dal Belgio, ma dominato dal dollaro. La terza è che i treasury in custodia presso la Fed di New York per conto delle banche centrali di tutto il mondo sono scesi da 2.933 miliardi di dollari a fine marzo 2025 a 2.712 miliardi a fine marzo 2026, con una perdita in un solo anno di 221 miliardi. Il livello attuale è il più basso dal giugno 2012[vii]. A liberarsi delle riserve in treasury e a spostarsi sull’oro, il cui valore è enormemente cresciuto nell’ultimo anno, sono stati soprattutto la Cina e il Giappone. In particolare, la Cina da un picco di 1.300 miliardi è scesa a fine 2025 a 700 miliardi[viii]. Secondo il Fondo monetario internazionale, le banche centrali di tutto il mondo hanno ridotto la quota in dollari delle loro riserve totali dal 70% del 2004 al 56,7% attuale. 

La dedollarizzazione, ossia la fuga dal dollaro come valuta di scambio e di riserva è un prodotto della decadenza economica Usa e dell’ascesa cinese, ma è anche determinato dalle scelte di geopolitica e di politica economica di Biden e di Trump. Infatti, l’uso del dollaro e del sistema di comunicazione bancaria Swift come strumento per impartire sanzioni ai paesi recalcitranti nei confronti del dominio Usa si è rivelato un boomerang, perché molti paesi del Sud globale hanno perso fiducia negli investimenti in dollari e propendono per altre soluzioni. Anche la politica dei dazi di Trump sta avendo un effetto boomerang. Pubblicizzati presso l’opinione pubblica statunitense come strumento per reinternalizzare produzioni industriali e pensato in realtà come ulteriore strumento di pressione geopolitica verso alleati e avversari, i dazi dovevano condurre i paesi esteri ad acquistare treasury a lunga scadenza, persino centenaria (i matusalem bonds), secondo quanto progettato da Stephen Miran, consigliere economico di Trump e ora membro del board della Fed[ix]. Ma la politica dei dazi, oltre a essere stata sconfessata dalla Corte suprema statunitense, ha provocato per rappresaglia la fuga dai treasury dei Paesi minacciati dai dazi, soprattutto della Cina.  

Quindi, il meccanismo di finanziamento del debito attraverso il dollaro si è gravemente indebolito. Gli Usa sono, quindi, stretti da una contraddizione che si divarica sempre di più: mentre l’indebitamento si aggrava progressivamente, lo strumento che gli consente di finanziarlo, il dollaro, si indebolisce sempre di più. Questa divaricazione si produce da tempo, ma si è allargata specialmente da quando Trump è stato eletto presidente, nel corso del 2025. Questo può spiegare, perché l’attacco contro l’Iran sia avvenuto proprio ora. Anche se non bisogna dimenticare che l’Iran è una bestia nera degli Usa da quando, con la rivoluzione del 1979, si sottrasse alla loro area di influenza imperialista, e che si parla di un attacco contro l’Iran almeno a partire da Bush junior oltre venti anni fa. In sostanza, l’attacco contro l’Iran dipende dal fatto che gli Usa stanno cercando di ristabilire il controllo sul petrolio mondiale, e in particolare sul Medio Oriente, per puntellare il ruolo del dollaro come valuta internazionale e continuare così a finanziare la propria economia e il proprio enorme debito. Inoltre, attaccare l’Iran è un modo per colpire la Cina, l’avversario principale degli Usa, secondo la strategia inaugurata da Obama e fatta propria da Trump. Come abbiamo detto, l’Iran ha dei legami molto stretti con la Cina, che assorbe tutte sue esportazioni di petrolio, e che sta penetrando in tutto il Golfo Persico, area da cui dipende quasi interamente per l’approvvigionamento del petrolio. Senza contare che molti paesi del Golfo stanno aderendo al sistema di comunicazione interbancaria cinese, alternativo allo Swift, che permette di bypassare il dollaro e che, al contempo, lo yuan renmimbi cinese sta acquistando una importanza mondiale sempre di più maggiore.

A conclusione del nostro excursus, possiamo dire che la guerra contemporanea trova certamente una delle sue cause nel petrolio. Anzi, a volte il petrolio ne è la causa principale. Ma va compreso che, in realtà, il petrolio è causa di conflitto solo perché esso è inserito in un sistema di relazioni economiche e politiche di tipo imperialista. Infatti, è il parassitismo intrinseco all’imperialismo e il suo fondarsi sul dominio di pochi paesi capitalisticamente avanzati sulla maggioranza dell’umanità che rende necessario il controllo delle materie prime, a partire da quella che a oggi rimane la più importate, il petrolio. Di conseguenza, se vogliamo affrontare correttamente il problema della guerra, dobbiamo necessariamente confrontarci con il capitalismo, di cui l’imperialismo rappresenta la forma dominante.      


FONTI: 

[i] Ugo Tramballi, “Usa e Iran costretti alla pace da cause interne”, il Sole24ore, 18 aprile 2026.

[ii] International Energy Agency (IEA), Total energy supply, by source, https://www.iea.org/data-and-statistics.

[iii] Giorgio Ugolini, Il petrolio e noi, ristampa a cura di Luiss University Press, Roma 2004.

[iv] Benito Li Vigni, Le guerre del petrolio. Strategie, potere, nuovo ordine mondiale, Editori Riuniti, Roma 2004.

[v] Bureau of Economic Analysis (US Department of commerce), Us international trade in goods and services.

https://www.bea.gov/sites/default/files/2026-04/trad0226-time-series.xlsx

[vi] Bureau of Economic (Us Department of commerce), Us International Transactions and Investment Position, 4th quarter and Year 2025. https://www.bea.gov/news/2026/us-international-transactions-and-investment-position-4th-quarter-and-year-2025.

[vii] Morya Longo, “Le banche centrali vendono Treasury Usa: con la guerra scaricati 82 miliardi di dollari”, il Sole24ore, 1° aprile 2026. 

[viii] Vito Lops, “Cina e Giappone riducono l’esposizione ai Treasury”, il Sole24ore, 3 dicembre 2025.

[ix] Stephen Miran, A User’s Guide to Restructuring the Global Trading System, Hudson Bay Capital, November 2024.

Perché continuiamo a sostenere il Venezuela (di João Pedro Stedile)

 

di João Pedro Stedile*

L'attuale situazione politica del Venezuela non può essere spiegata solo dagli avvenimenti successivi al 3 gennaio.

Dobbiamo contestualizzare ciò che sta accadendo negli ultimi 4 decenni. Negli anni '90 c'era una totale egemonia degli Stati Uniti nel continente, che ci impose l'accordo NAFTA e successivamente voleva imporre l'ALCA, come un'area sotto il totale controllo del capitale statunitense. Tutti i governi, tranne Cuba, sostenevano i gringos.

Ma il popolo di alcuni paesi insorse. Ci fu il Caracazo nel 1989, poi la ribellione militare e infine la vittoria elettorale di Chávez, che assunse il potere nel '99 e spezzò l'onda neoliberista, aprendo un nuovo ciclo di governi progressisti – proseguito con Lula, Correa, Evo, Kirchner – che alterò la correlazione delle forze nel continente. Ora si proponeva un'altra integrazione al posto dell'ALCA (sconfitta formalmente nel 2005): avremmo avuto l'ALBA.

L'imperialismo statunitense, i governi democratici e repubblicani e la classe dominante degli Stati Uniti non hanno perdonato l'audacia di Chávez. E in questi 4 decenni hanno imposto tutte le tattiche possibili all'interno del ricettario descritto dal ricercatore Andrew Korybko, basato sui documenti ufficiali delle forze armate statunitensi, come nuove tattiche delle GUERRE IBRIDE.

In questo lungo periodo hanno cercato in tutti i modi possibili di sconfiggere il processo bolivariano in Venezuela. Ricordiamo:

  • Il colpo di stato che rimosse Chávez dal governo per due giorni, in cui la ripercussione internazionale e l'immediata mobilitazione popolare impedirono ai golpisti di fucilarlo. Ricordiamo che persino il cardinale di Caracas gli aveva dato l'estrema unzione in prigione, sull'isola di Orchila, dov'era prigioniero!
  • Lo sciopero politico dei petrolieri per smantellare la PDVSA (l’industria petrolifera venezuelana ndr). La mancanza di carburante e il caos furono risolti grazie all'aiuto dell'allora governo di Fernando Henrique Cardoso in Brasile.
  • Successivamente arrivarono le guarimbas con una totale violenza di piazza, che causò terrorismo, incendi di scuole, ospedali, carestia pianificata a tavolino e decine di morti. Molti prigionieri sono stati ora amnistiati.
  • La morte di Chávez, causata da uno strano cancro che non reagiva ai farmaci, rimane ancora oggi un mistero. Coincidenza vuole che anche Lugo, Dilma, Kirchner e Lula abbiano affrontato un cancro nello stesso periodo.
  • Subito dopo, il riconoscimento del governo fantoccio di Guaidó, al quale trasferirono tutti i depositi in dollari e l’oro dello Stato venezuelano, affinché la borghesia parassita venezuelana si arricchisse.
  • Hanno provocato un'inflazione incontrollata basata sulla manipolazione del tasso di cambio da Miami.
  • Hanno bloccato tutti i conti del paese all'estero. Hanno impedito gli investimenti nel settore petrolifero e la produzione è scesa a livelli inferiori al 30%, con un crollo del PIL fino al 90%.

Tutto ciò ha causato molti problemi economici a tutta la popolazione e ha generato una migrazione di lavoratori venezuelani senza precedenti. Hanno contestato la rielezione di Maduro, con il sostegno e l'illusione di alcuni personaggi considerati progressisti. Tutto questo sommato a una campagna mediatica permanente e consistente, che è certamente costata milioni di dollari nell'uso di reti, computer e dei cosiddetti influencer pagati dalla CIA e dalle sue agenzie. Una campagna che prosegue tuttora.

Il colpo finale è arrivato con il secondo governo Trump che, assetato di petrolio e perdendo l'egemonia economica a favore dell'Eurasia, ha rieditato la dottrina Monroe, volendo trasformare di nuovo il continente nel proprio cortile di casa e imponendo un controllo economico, politico e militare.

E il 3 gennaio, dopo aver mobilitato tutta la sua forza militare, ha invaso il paese per via aerea, sequestrando il Presidente Maduro e la deputata Cilia Flores. C'è stata resistenza, combattimenti e più di 100 morti. Solo tra qualche anno sapremo quanti soldati americani sono morti. Sappiamo solo che erano per la maggior parte latini del gruppo d'élite Delta Force, armati con le migliori armi del pianeta.

Il Venezuela, il suo popolo e le forze armate sono stati sconfitti. Hanno perso vite umane e il loro presidente. Ma l'impero non aveva nessuno da mettere al suo posto, poiché la sua agente, María Corina Machado, è screditata nella società venezuelana, e con lei tutta l'opposizione traditrice della Patria. La via d'uscita è stata quindi quella di trattenere il presidente sequestrato e negoziare con il governo chavista, con la corda al collo o nel mirino del fucile.

Alcuni settori della sinistra istituzionale e coloro che seguono la politica solo attraverso i social si sono affrettati a parlare di tradimento. O a dire che non c'è stata resistenza. E proprio ora si inizia a propagandare che ci sia una divisione tra i governi di Venezuela e Cuba. Queste tesi fanno solo parte delle tattiche degli Stati Uniti, diffuse dai media influenzati dalla CIA per dividere la sinistra e l'opinione pubblica.

Il popolo venezuelano, nella sua ampia maggioranza chavista, va avanti con la propria vita, lavorando, producendo e organizzando le comuni. Pur addolorato, continua a sostenere il governo chavista, avendo coscienza di tutto ciò che è accaduto.

Il nostro movimento ha legami storici con il movimento contadino venezuelano, con le comuni produttive e con il governo chavista. Abbiamo molti progetti di cooperazione nella produzione di sementi, alimenti e scambi nella formazione di quadri tecnici. Saremo eternamente grati per le borse di studio presso l'ELAM Salvador Allende, che permettono a decine di giovani contadini, poveri, di formarsi come medici.

Il popolo venezuelano continua a essere vittima della guerra ibrida dell'impero. Il governo chavista ha il sostegno del suo popolo. Il nostro movimento sarà sempre solidale con il popolo chavista.

Speriamo che la correlazione delle forze internazionali cambi a favore dell'umanità e della pace. Speriamo che la correlazione delle forze interne agli Stati Uniti cambi, e che le forze progressiste riescano a mutare la loro politica estera e la loro vocazione bellicista di aggressione ai popoli. Che la Dottrina Monroe venga sepolta.

Speriamo che il governo e il popolo chavista trovino le strade migliori per aumentare la produzione di petrolio e di altri beni di cui hanno bisogno. Che mantengano la sovranità sul petrolio, sui minerali e sul loro territorio.

Difendere il Venezuela e Cuba è un obbligo morale e politico di tutte le forze progressiste e democratiche del nostro continente. E non illudetevi: se loro venissero sconfitti, l'impero aumenterebbe la sua pressione su Messico, Brasile, Colombia e su tutto il continente. Prima hanno usato lo spettro del comunismo e dell'URSS, poi sono passati ai terroristi islamici (che loro stessi hanno finanziato), e ora hanno creato lo spauracchio del narcotraffico, come se non fossero proprio loro il mercato più grande… e si scagliano anche contro i migranti.

Lotteremo affinché il Presidente Maduro e la deputata Cília Flores siano liberati, poiché non hanno commesso alcun crimine e gli Stati Uniti non hanno il diritto né la morale per condannarli a nulla. Al contrario, spero che in futuro il tribunale dell'Aia giudichi e condanni gli attuali governanti degli Stati Uniti per le loro bombe e i loro crimini a Gaza, in Iran, in Siria, in Sudan, nei Caraibi, in Venezuela, a Cuba e all'interno del loro stesso paese, per le persecuzioni contro i poveri e i migranti.

La storia della lotta di classe vive di fasi alterne, alti e bassi, progressi e ritirate, ma l'umanità camminerà sempre verso la costruzione di società più giuste e ugualitarie, con la sovranità dei popoli e la pace.

*João Pedro Stedile, militante del MST e dirigente di ALBA MOVIMENTOS e della Assemblea Internazionale dei Popoli – AIP

3 giugno 2026

Perché continuiamo a sostenere il Venezuela

 

di João Pedro Stedile*

L'attuale situazione politica del Venezuela non può essere spiegata solo dagli avvenimenti successivi al 3 gennaio.

Dobbiamo contestualizzare ciò che sta accadendo negli ultimi 4 decenni. Negli anni '90 c'era una totale egemonia degli Stati Uniti nel continente, che ci impose l'accordo NAFTA e successivamente voleva imporre l'ALCA, come un'area sotto il totale controllo del capitale statunitense. Tutti i governi, tranne Cuba, sostenevano i gringos.

Ma il popolo di alcuni paesi insorse. Ci fu il Caracazo nel 1989, poi la ribellione militare e infine la vittoria elettorale di Chávez, che assunse il potere nel '99 e spezzò l'onda neoliberista, aprendo un nuovo ciclo di governi progressisti – proseguito con Lula, Correa, Evo, Kirchner – che alterò la correlazione delle forze nel continente. Ora si proponeva un'altra integrazione al posto dell'ALCA (sconfitta formalmente nel 2005): avremmo avuto l'ALBA.

L'imperialismo statunitense, i governi democratici e repubblicani e la classe dominante degli Stati Uniti non hanno perdonato l'audacia di Chávez. E in questi 4 decenni hanno imposto tutte le tattiche possibili all'interno del ricettario descritto dal ricercatore Andrew Korybko, basato sui documenti ufficiali delle forze armate statunitensi, come nuove tattiche delle GUERRE IBRIDE.

In questo lungo periodo hanno cercato in tutti i modi possibili di sconfiggere il processo bolivariano in Venezuela. Ricordiamo:

  • Il colpo di stato che rimosse Chávez dal governo per due giorni, in cui la ripercussione internazionale e l'immediata mobilitazione popolare impedirono ai golpisti di fucilarlo. Ricordiamo che persino il cardinale di Caracas gli aveva dato l'estrema unzione in prigione, sull'isola di Orchila, dov'era prigioniero!
  • Lo sciopero politico dei petrolieri per smantellare la PDVSA (l’industria petrolifera venezuelana ndr). La mancanza di carburante e il caos furono risolti grazie all'aiuto dell'allora governo di Fernando Henrique Cardoso in Brasile.
  • Successivamente arrivarono le guarimbas con una totale violenza di piazza, che causò terrorismo, incendi di scuole, ospedali, carestia pianificata a tavolino e decine di morti. Molti prigionieri sono stati ora amnistiati.
  • La morte di Chávez, causata da uno strano cancro che non reagiva ai farmaci, rimane ancora oggi un mistero. Coincidenza vuole che anche Lugo, Dilma, Kirchner e Lula abbiano affrontato un cancro nello stesso periodo.
  • Subito dopo, il riconoscimento del governo fantoccio di Guaidó, al quale trasferirono tutti i depositi in dollari e l’oro dello Stato venezuelano, affinché la borghesia parassita venezuelana si arricchisse.
  • Hanno provocato un'inflazione incontrollata basata sulla manipolazione del tasso di cambio da Miami.
  • Hanno bloccato tutti i conti del paese all'estero. Hanno impedito gli investimenti nel settore petrolifero e la produzione è scesa a livelli inferiori al 30%, con un crollo del PIL fino al 90%.

Tutto ciò ha causato molti problemi economici a tutta la popolazione e ha generato una migrazione di lavoratori venezuelani senza precedenti. Hanno contestato la rielezione di Maduro, con il sostegno e l'illusione di alcuni personaggi considerati progressisti. Tutto questo sommato a una campagna mediatica permanente e consistente, che è certamente costata milioni di dollari nell'uso di reti, computer e dei cosiddetti influencer pagati dalla CIA e dalle sue agenzie. Una campagna che prosegue tuttora.

Il colpo finale è arrivato con il secondo governo Trump che, assetato di petrolio e perdendo l'egemonia economica a favore dell'Eurasia, ha rieditato la dottrina Monroe, volendo trasformare di nuovo il continente nel proprio cortile di casa e imponendo un controllo economico, politico e militare.

E il 3 gennaio, dopo aver mobilitato tutta la sua forza militare, ha invaso il paese per via aerea, sequestrando il Presidente Maduro e la deputata Cilia Flores. C'è stata resistenza, combattimenti e più di 100 morti. Solo tra qualche anno sapremo quanti soldati americani sono morti. Sappiamo solo che erano per la maggior parte latini del gruppo d'élite Delta Force, armati con le migliori armi del pianeta.

Il Venezuela, il suo popolo e le forze armate sono stati sconfitti. Hanno perso vite umane e il loro presidente. Ma l'impero non aveva nessuno da mettere al suo posto, poiché la sua agente, María Corina Machado, è screditata nella società venezuelana, e con lei tutta l'opposizione traditrice della Patria. La via d'uscita è stata quindi quella di trattenere il presidente sequestrato e negoziare con il governo chavista, con la corda al collo o nel mirino del fucile.

Alcuni settori della sinistra istituzionale e coloro che seguono la politica solo attraverso i social si sono affrettati a parlare di tradimento. O a dire che non c'è stata resistenza. E proprio ora si inizia a propagandare che ci sia una divisione tra i governi di Venezuela e Cuba. Queste tesi fanno solo parte delle tattiche degli Stati Uniti, diffuse dai media influenzati dalla CIA per dividere la sinistra e l'opinione pubblica.

Il popolo venezuelano, nella sua ampia maggioranza chavista, va avanti con la propria vita, lavorando, producendo e organizzando le comuni. Pur addolorato, continua a sostenere il governo chavista, avendo coscienza di tutto ciò che è accaduto.

Il nostro movimento ha legami storici con il movimento contadino venezuelano, con le comuni produttive e con il governo chavista. Abbiamo molti progetti di cooperazione nella produzione di sementi, alimenti e scambi nella formazione di quadri tecnici. Saremo eternamente grati per le borse di studio presso l'ELAM Salvador Allende, che permettono a decine di giovani contadini, poveri, di formarsi come medici.

Il popolo venezuelano continua a essere vittima della guerra ibrida dell'impero. Il governo chavista ha il sostegno del suo popolo. Il nostro movimento sarà sempre solidale con il popolo chavista.

Speriamo che la correlazione delle forze internazionali cambi a favore dell'umanità e della pace. Speriamo che la correlazione delle forze interne agli Stati Uniti cambi, e che le forze progressiste riescano a mutare la loro politica estera e la loro vocazione bellicista di aggressione ai popoli. Che la Dottrina Monroe venga sepolta.

Speriamo che il governo e il popolo chavista trovino le strade migliori per aumentare la produzione di petrolio e di altri beni di cui hanno bisogno. Che mantengano la sovranità sul petrolio, sui minerali e sul loro territorio.

Difendere il Venezuela e Cuba è un obbligo morale e politico di tutte le forze progressiste e democratiche del nostro continente. E non illudetevi: se loro venissero sconfitti, l'impero aumenterebbe la sua pressione su Messico, Brasile, Colombia e su tutto il continente. Prima hanno usato lo spettro del comunismo e dell'URSS, poi sono passati ai terroristi islamici (che loro stessi hanno finanziato), e ora hanno creato lo spauracchio del narcotraffico, come se non fossero proprio loro il mercato più grande… e si scagliano anche contro i migranti.

Lotteremo affinché il Presidente Maduro e la deputata Cília Flores siano liberati, poiché non hanno commesso alcun crimine e gli Stati Uniti non hanno il diritto né la morale per condannarli a nulla. Al contrario, spero che in futuro il tribunale dell'Aia giudichi e condanni gli attuali governanti degli Stati Uniti per le loro bombe e i loro crimini a Gaza, in Iran, in Siria, in Sudan, nei Caraibi, in Venezuela, a Cuba e all'interno del loro stesso paese, per le persecuzioni contro i poveri e i migranti.

La storia della lotta di classe vive di fasi alterne, alti e bassi, progressi e ritirate, ma l'umanità camminerà sempre verso la costruzione di società più giuste e ugualitarie, con la sovranità dei popoli e la pace.

*João Pedro Stedile, militante del MST e dirigente di ALBA MOVIMENTOS e della Assemblea Internazionale dei Popoli – AIP

3 giugno 2026

Quello che non vogliono che voi sappiate sulla risposta dell'Iran (di Pepe Escobar)

 

di Pepe Escobar Strategic Culture 

[Traduzione a cura di: Nora Hoppe]

 

L'Iran detiene un vantaggio schiacciante in termini di escalation rispetto agli Stati Uniti. E questo sta facendo dare di matto il farneticante Imperatore di Barbaria.

Ricapitoliamo rapidamente i momenti salienti della scorsa settimana. In diretta rappresaglia per un attacco aereo del CENTCOM alla periferia dell'aeroporto di Bandar Abbas – una rottura diretta della finzione del "cessate il fuoco" – lo stesso giorno in cui l'IRGC lanciò un attacco mirato contro una base statunitense in Kuwait. L'IRGC è stato inequivocabile: "Se dovesse ripetersi, la nostra risposta sarà più decisa."

La risposta estremamente calibrata dell'IRGC è stata presentata come un avvertimento deliberato, segnalando senza mezzi termini che qualsiasi provocazione statunitense sarà risposta a un attimo, ma senza scatenare il ritorno di una guerra totale.

All'inizio della scorsa settimana, due navi militari statunitensi hanno tentato un "transito oscuro" attraverso lo Stretto di Hormuz: transponder spenti, eludendo il monitoraggio della Marina IRGC e ignorando ripetuti avvertimenti di navigazione.

Eppure l'intelligence delle segnalazioni omanita ha segnalato le navi e, dopo che gli avvertimenti sono stati esplicitamente ignorati, la Marina IRGC ha effettuato un attacco mirato con droni.

Traduzione: si trattava dell'applicazione rigorosa delle nuove leggi che regolavano il corridoio di navigazione controllato dall'Iran, al punto di strozzatura marittimo più sensibile al mondo.

L'asse sionista non ha mancato di dipingere l'azione di contrasto dell'Iran come un attacco diretto alla «supremazia americana». Di conseguenza, com'era prevedibile, la Casa Bianca ha autorizzato attacchi contro le installazioni iraniane di droni.

Washington, ancora una volta prevedibilmente, ha presentato la risposta cinetica come una riaffermazione proporzionata della deterrenza. Teheran, dal canto suo, lo ha interpretato come un palese attacco statunitense durante un cessate il fuoco attivo.

Così l'attacco di rappresaglia dell'IRGC sulla base kuwaitiana ha consegnato, ancora una volta, un messaggio inequivocabile: le basi avanzate americane nel Golfo – quelle non ancora distrutte – continuano a essere obiettivi legittimi e non riacquisteranno mai più lo status di santuari.

Il CENTCOM, prevedibilmente, non si è tirato indietro. Ci sono stati altri attacchi martedì e mercoledì, e giovedì si sono accompagnati di sanzioni contro la nuova agenzia iraniana di vigilanza dello Stretto, la PGSA.

Il CENTCOM ha presentato gli attacchi ai radar e ai siti di comando iraniani a Goruk e sull'isola di Qeshm come "attacchi di autodifesa". La Forza Aerospaziale dell'IRGC ha preso di mira la base aerea kuwaitiana da cui sono partiti gli attacchi statunitensi – e ha dichiarato che "i bersagli previsti sono stati distrutti", aggiungendo che la responsabilità "spetta al regime statunitense".

Un pericoloso ciclo di escalation è tornato. Trump e il CENTCOM potrebbero vederlo come una deterrenza tattica. Teheran lo vede come una cattiva fede strategica.

 

Quello che non vogliono che voi sappiate

La risposta dell'Iran alla provocazione americana ha reso chiarissimo che l'attuale incarnazione del quadro proposto per il cessate il fuoco di 60 giorni non regge. La Cina, ufficialmente, sostiene un cessate il fuoco di 60 giorni. Eppure, a tutti gli effetti, gli Stati Uniti continuano a violare l'attuale e instabile cessate il fuoco.

Le conversazioni della scorsa settimana a Shanghai hanno rivelato che la Cina mantiene una comunicazione molto stretta con l'Iran e adatta costantemente i fatti sul campo – e nell'aria – nei suoi calcoli strategici molto più ampi e a lungo termine, in particolare riguardo ai flussi energetici attraverso lo Stretto di Hormuz.

Inoltre, ciò che conta davvero su questa grande scacchiera strategica è che Cina e Pakistan, in prima linea, insieme a Russia e DPRK sullo sfondo, continuino a fornire supporto materiale e strategico all'Iran attraverso diversi livelli di ambiguità intenzionale e di negabilità plausibile. L'intensità della coordinazione è aumentata, senza sosta.

Gli attacchi della scorsa settimana contro l'Iran servono solo un attore: il culto della morte in Asia occidentale, che strategicamente vuole degradare le infrastrutture militari iraniane e mantenere Teheran perennemente sulla difensiva – a prescindere dagli enormi rischi per i reali interessi statunitensi e la stabilità dell'Asia occidentale.

La prospettiva è evidente: i generali del Pentagono, in tesi, potrebbero voler esplorare le uscite, ma la leadership politica di quella che si può definire la Sindacata Epstein vuole la guerra.

Nessuna delle petro-monarchie del Golfo – ad eccezione degli Emirati Arabi Uniti, abbreviazione per "sionisti arabi" – vuole che gli Stati Uniti riprendano la guerra. La loro preoccupazione è ovviamente esistenziale. Sanno che l'IRGC, e il possibile ingresso nel teatro di guerra di Ansarallah in Yemen, porterebbero a un grande disastro di ritorsione – con attacchi ai loro porti e ai loro beni energetici. I giocatori del CCG vivono ancora nella paura perpetua.

La risposta dell'Iran a ciò che ora è di dominio pubblico – attacchi diretti degli Emirati Arabi Uniti durante la guerra – arriverà a tempo debito. Ciò che è ancora più urgente è il vero crollo del semi-monopolio della navigazione degli Emirati Arabi Uniti in Asia occidentale.

Iran e Pakistan hanno strettamente interconnesso i loro snodi regionali di transito in poche settimane, con l'apertura di sette strati di corridoi terrestri, direttamente collegati al Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC).

Dopotutto, sia l'Iran che il Pakistan sono partner della Nuova Via della Seta, e questo vale anche per i porti: Chabahar nel Sistan-Baluchistan e Gwadar nel Mar Arabico, separati da soli 80 km, stanno godendo di una nuova e imprevista simbiosi. Il semi-monopolio marittimo degli Emirati Arabi Uniti in Asia occidentale è diventato privo di significato.

Quando si tratta del cuore dell'azione – lo Stretto di Hormuz – abbiamo superato un'altra soglia. Se il CENTCOM decidesse di ricorrere a ulteriori provocazioni, inasprendo ulteriormente la situazione, la prossima risposta dell’IRGC sarebbe un colpo mortale, che distruggerebbe completamente le risorse aeree statunitensi.

Quindi spetta agli attori che vogliono moderazione – Cina, Pakistan, petro-monarchie del Golfo, pragmatisti iraniani – esercitare la leva necessaria per fermare la strada di ritorno alla guerra.

I fatti sono nudi. Trump ha praticamente meno di zero leva con l'Iran. E l'Iran detiene un vantaggio schiacciante in termini di escalation.

Quello che è successo la scorsa settimana va ben oltre una temporanea escalation di tensione nello Stretto di Ormuz; si tratta piuttosto di una grave e persistente frattura strutturale in Asia occidentale, di un assetto molto più profondo e instabile che sta alla base dell’intero dramma.

Ed è proprio questo contesto volatile – illustrato dalla divulgazione di informazioni esclusive – che inizierà ad essere analizzato in una nuova piattaforma indipendente, Power Shift.

“Power Shift” debutta a livello globale questo lunedì 1° giugno alle 17:30 EST, con un primo episodio speciale intitolato “Iran: quello che non vogliono che voi sappiate". Gli spettatori di tutto il mondo stanchi delle narrazioni manipolate e pronti a conoscere la verità possono seguirlo in diretta. Io mi collegherò da Mosca. In esclusiva. Senza filtri. Senza censure

I milioni europei per la riforma della giustizia in Armenia: democrazia o concentrazione del potere?

 

di Jean Dubois

 

A Bruxelles amano raccontare storie di successo. Soprattutto quando si tratta di Paesi che ricevono fondi europei, adottano «riforme democratiche» e utilizzano il linguaggio politico giusto. Per molti anni l'Armenia di Nikol Pashinyan è stata presentata proprio come una di queste storie. 

Dopo gli eventi del 2018, alle istituzioni europee furono promessi tribunali indipendenti, stato di diritto e una rottura definitiva con le pratiche di interferenza politica nella giustizia. In risposta arrivarono consistenti flussi di finanziamenti. Milioni di euro provenienti dai contribuenti europei furono destinati alla riforma del sistema giudiziario armeno. La spesa pubblica per la giustizia aumentò sensibilmente. Furono create nuove strutture, nuovi organismi, nuovi meccanismi anticorruzione e nuove posizioni amministrative. 

Bruxelles ha ottenuto rapporti impeccabili. 

La società armena, invece, sembra aver ottenuto un risultato molto diverso. 

A distanza di anni diventa sempre più difficile spiegare ai cittadini europei come siano stati utilizzati quei fondi e perché l'indipendenza della magistratura promessa non sia diventata una realtà condivisa. 

Alla vigilia delle prossime elezioni parlamentari armene, alcuni giornalisti investigativi hanno pubblicato un'ampia inchiesta sullo stato del sistema giudiziario del Paese. L'articolo è stato pubblicato dal progetto mediatico armeno Vochtrkatsmane. 

Secondo tale ricostruzione, sotto la bandiera della lotta alla corruzione si sarebbe verificata una profonda riorganizzazione politica delle istituzioni giudiziarie armene. Organismi che avrebbero dovuto rappresentare una barriera tra magistratura e potere esecutivo sarebbero progressivamente finiti sotto l'influenza di figure strettamente legate all'attuale classe dirigente. 

Era stata promessa indipendenza. Molti osservatori vedono invece una nuova forma di dipendenza. Era stata promessa depoliticizzazione. Ma cresce la percezione di un sistema nel quale la lealtà politica conta più dell'autonomia istituzionale. 

Particolarmente significativi appaiono i cambiamenti che hanno interessato la Corte Costituzionale e il Consiglio Superiore della Magistratura. Proprio queste istituzioni avrebbero dovuto costituire il pilastro della separazione dei poteri. Oggi, tuttavia, sempre più critici le descrivono come elementi di un meccanismo funzionale alla stabilità politica dell'attuale governo. 

Anche la storia del Tribunale Anticorruzione, uno dei progetti simbolo della riforma sostenuta finanziariamente dall'Europa, continua ad alimentare interrogativi. 

Con il passare del tempo, il sistema anticorruzione viene associato sempre più spesso non all'uguaglianza davanti alla legge, bensì a un'applicazione selettiva della giustizia. Nelle indagini e nei procedimenti giudiziari compaiono con frequenza oppositori politici, rappresentanti dell'opposizione e figure scomode della vita pubblica. 

Quando simili dinamiche si ripetono con regolarità, emergono domande alle quali le autorità faticano a fornire risposte convincenti. 

Dove finisce la lotta alla corruzione e dove inizia la pressione politica? 

Dov'è il confine tra giustizia e opportunità politica? 

E perché le istituzioni europee continuano a descrivere la riforma come un successo nonostante le criticità evidenziate da numerosi osservatori internazionali? 

L'aspetto più scomodo è che queste critiche non provengono più soltanto dall'opposizione armena. Organizzazioni internazionali continuano a segnalare problemi relativi all'indipendenza dei tribunali, al basso livello di fiducia pubblica nella giustizia e alla persistenza di influenze politiche sui processi decisionali. 

Se così fosse, il problema assumerebbe una dimensione sistemica. E a quel punto la domanda non sarebbe rivolta soltanto a Erevan, ma anche a Bruxelles. 

Che cosa ha finanziato realmente l'Unione Europea in tutti questi anni? Una magistratura indipendente? Oppure una riforma che funziona soprattutto nei documenti ufficiali e nelle relazioni presentate ai donatori internazionali? 

I contribuenti europei hanno il diritto di sapere perché decine di milioni di euro continuano a essere investiti in programmi di democratizzazione mentre il risultato finale rimane oggetto di contestazione: una parte significativa della società continua a diffidare dei tribunali e le accuse di interferenza politica non sono scomparse. 

L'Armenia rischia così di trasformarsi non in un modello di successo, ma in un esempio delle contraddizioni della politica di vicinato europea. 

Per anni Bruxelles ha finanziato processi la cui efficacia viene spesso misurata dal numero di fondi spesi, strategie elaborate e seminari organizzati. Le conseguenze concrete per la qualità della democrazia passano in secondo piano. Ciò che conta è poter presentare risultati formali e rispettare gli indicatori previsti dai programmi. 

In questo modo le istituzioni democratiche rischiano di trasformarsi in costose scenografie. L'indipendenza della magistratura esiste nei documenti. 

Lo stato di diritto nelle dichiarazioni ufficiali. Il successo delle riforme nei rapporti destinati ai finanziatori. 

Nel frattempo, la società armena continua a confrontarsi con interrogativi sul rapporto tra politica e giustizia che restano aperti come otto anni fa.

E finché queste domande non riceveranno risposte convincenti, ogni nuovo euro destinato a tali programmi rischierà di apparire non come un investimento nella democrazia, ma come un contributo a un'ulteriore concentrazione del potere nelle mani dell'élite politica al governo.

Fonte primaria: https://vochtrkatsmane.ug/post/haykakan-datakan-barepokhman-paradoksy-ev-vstahutyan-hartsy-2026-tvakani-yntrutyunnerits-araj

Il Libano e BlackRock


di Alessandro Volpi*

Il Libano è una terra di conquista? BlackRock e alcuni altri grandi fondi detengono gran parte del debito pubblico del Libano, che ha dichiarato di non essere in grado di ripagare dopo il default del 2020. Tuttavia negli ultimi mesi i titoli di tale debito, che ammonta a circa 50 miliardi di dollari, hanno registrato una significativa, e singolare, ripresa, passando da 6 centesimi a quasi 30 centesimi di dollaro. E' probabile che sia partita una scommessa per cui l'aggressione israeliana possa portare ad una nuova definizione delle "politiche" libanesi, per cui a garanzia del debito verranno poste le potenzialità di sfruttamento di gas libanese , con un peso ancora maggiore da parte di compagnie come TotalEnergies, Chevron e Eni.

In tal caso il debito avrebbe garanzie decisamente maggiori per la gioia dei grandi detentori del debito libanese, come BlackRock, che vedrebbero salirne il valore e, al contempo, disporrebbero, in qualità di azionisti di Total, Eni e Chevron, di ulteriori benefici. Non è trascurabile neppure che, insieme a Total, Chevron e Eni, figuri Qatar Energy di proprietà del fondo sovrano di quel paese, alla ricerca famelica di risorse energetiche. La guerra dell'impero della finanza non ha confini.

*Post Facebook del 1 giugno 2026

L’impunito e i complici (di Marco Travaglio)

 

di Marco Travaglio - Fatto Quotidiano 2 giugno 2026

 

Quindi, almeno per il momento, Netanyahu è riuscito a sabotare con i nuovi massacri in Libano l’accordo fra Usa e Iran che da giorni era praticamente concluso e attendeva solo che Trump trovasse il coraggio di annunciarlo e le parole per mascherare da vittoria l’ennesima disfatta americana. Tra gli infiniti autogol dell’ex aspirante Nobel per la Pace e del vincitore morale del Nobel per la Guerra, c’è anche quello di aver trasformato gli ayatollah e i pasdaran nei santi patroni della causa palestinese e pure di quella libanese. Ovvio che mai l’Iran firmerà qualcosa con Trump finché Netanyahu continuerà a occupare e massacrare il Libano. Pochi giorni fa Donald pareva essersi affrancato dal vassallaggio a Bibi (“Lui fa quello che gli dico io”), ma era pura fiction. Il legame oscuro che consente al leader di uno staterello di 10 milioni di abitanti di comandare una superpotenza di 450 perché vada contro i propri interessi a vantaggio dei suoi, appare inscindibile. In attesa di capire quali armi di ricatto (altri file Epstein? lobby israeliana? entrambe le cose?) impediscono a Trump di scaricare il sanguinario terrorista di Tel Aviv, è sempre più incredibile il nulla della cosiddetta Europa. Cioè della prima vittima della guerra nel Golfo. Prodiga di sanzioni (21 pacchetti in 50 mesi) contro la Russia, che se ne fa un baffo e le trasforma in autosanzioni per noi perché ha dimensioni, risorse e alleati sufficienti ad aggirarle, l’Ue ne è curiosamente avara (zero pacchetti in tre anni) contro Israele, primatista mondiale delle violazioni del diritto internazionale, ma anche delle sanzioni mancate.

Eppure tutti sanno che nessun embargo può fermare o frenare la Russia, il Paese più grande del mondo. L’Iran è sotto sanzioni dal 1979 e ha imparato a conviverci, anche perché è un impero di 90 milioni di abitanti e ha Cina, Russia e Brics dalla sua. Ma Israele è poco più grande della Puglia e – Usa a parte – è solo al mondo: sospendere l’accordo commerciale Bruxelles-Tel Aviv basterebbe a mettere in seria difficoltà lo Stato ebraico. E ancor più Netanyahu, che andrebbe alle elezioni come il premier che ha reso il suo Paese più insicuro che mai e l’ha isolato a livello internazionale dopo averlo trascinato in un abisso morale che ora sembra irreversibile. Basterebbe uno straccio di sanzione (firmiamo la petizione su Ioscelgo) per frenare la sua guerra infinita alimentata dalla impunità e favorire un ricambio di governo rafforzando le opposizioni. Eppure l’Ue, con 500 milioni di abitanti, non ha alcuna intenzione di sanzionare lo staterello di 10. Per spiegare perché Donald non ferma Bibi bastano, forse, i file Epstein. Ma cos’è che non sappiamo di Von der Leyen, Costa, Metsola, Kallas, Macron, Merz, Meloni&C.?

Tirannia o rivoluzione (di Chris Hedges)

 

di Chris Hedges*

 

Ci sono due modi per affrontare il capitalismo globale. Ci sono i movimenti di massa, in particolare gli scioperi, che interrompono il commercio e l'attività governativa per costringere la classe dominante a creare sistemi di giustizia e uguaglianza, sebbene in cui i capitalisti mantengano un potere significativo.

Il Coordinamento Nazionale dei Lavoratori dell'Istruzione in Messico CNTE ), un sindacato nato nel 1979 da insegnanti dissidenti, sta attualmente tentando questa strada in Messico. Ha annunciato che, se le sue richieste di aumenti salariali e sicurezza del posto di lavoro non verranno soddisfatte, occuperà spazi pubblici e bloccherà le partite dei Mondiali di calcio in programma a fine mese a Città del Messico.

Quando gli insegnanti della città messicana di Oaxaca scioperarono nel 2006, in seguito all'incarcerazione e alla scomparsa dei leader sindacali, la polizia aprì il fuoco sui manifestanti. La comunità si ribellò e cacciò la polizia dalla città. Oaxaca istituì una comune anarchica autonoma che durò diversi mesi. Sebbene la comune sia stata infine repressa dal governo messicano, la rivolta diede vita ad assemblee popolari, media indipendenti e diede maggiore potere alle comunità indigene.

Il secondo modo per distruggere il capitalismo è attraverso la nazionalizzazione delle industrie e delle banche e la confisca dei beni capitalistici, sebbene ciò possa dare origine a una forma altrettanto perniciosa di capitalismo di Stato. Questa via radicale implica, come nelle rivoluzioni russa o cubana, la violenza. I capitalisti non rinunciano pacificamente ai loro monopoli di ricchezza e potere. Orchestrano una violenza di Stato e di gruppi paramilitari brutali. Insediano dittatori e fascisti che aboliscono le libertà civili, effettuano arresti di massa e criminalizzano persino le forme più blande di dissenso.

Accontentare i capitalisti e le loro istituzioni, anche con un'elevata tassazione, regolamentazione, leggi del lavoro rigorose e il divieto di monopoli, significa vivere in un ambiente ostile. È solo questione di tempo prima che questa forza ostile si organizzi per smantellare lo stato socialdemocratico, come è accaduto in Svezia , in Gran Bretagna e nel Cile di Salvador Allende.

Il liberalismo, che Rosa Luxemburg chiamava con il suo nome più appropriato – "opportunismo" – è una componente integrante del capitalismo. Il liberalismo attenua gli eccessi del capitalismo. Ma il capitalismo, sosteneva Luxemburg, è un nemico che non si può mai placare. Le riforme liberali smorzano la resistenza, ma in seguito, quando le acque si calmano, vengono revocate. L'ultimo secolo di lotte sindacali negli Stati Uniti offre un caso di studio a supporto dell'osservazione di Luxemburg.

Luxemburg sapeva anche che socialismo e imperialismo erano incompatibili. L'imperialismo, che alimenta una macchina da guerra progettata per arricchire i mercanti d'armi e i capitalisti globali, è accompagnato da un'ideologia velenosa – quella che il critico sociale Dwight Macdonald nel suo saggio del 1946 "The Root Is Man" definisce la "psicosi della guerra permanente" – che rende impossibile il socialismo.

La psicosi della guerra permanente si traduce, come è accaduto negli Stati Uniti, nella limitazione delle libertà civili e in una punitiva austerità economica. Il dissenso viene equiparato al tradimento. Il potere statale serve i dettami dell'impero anziché della democrazia, che degenera in farsa o, nel nostro caso, in un volgare reality show.

L'indebolimento del New Deal, quanto di più simile a una socialdemocrazia si sia mai realizzato, iniziò a metà degli anni '40. L'anticomunismo della Guerra Fredda e l'opposizione delle grandi aziende confluirono in una vera e propria guerra contro i sindacati e la sinistra del New Deal. Questo attacco culminò nella Seconda Paura Rossa .

Nel 1947, l'Ordine Esecutivo 9835 del Presidente Harry Truman diede inizio a indagini sulla lealtà che epurarono la sinistra, compresi i dipendenti del settore pubblico e gli alleati sindacali. Nello stesso anno, il Taft-Hartley Act prese di mira direttamente i sindacati, limitando gli scioperi, i boicottaggi secondari e gli accordi di sicurezza sindacale e imponendo ai dirigenti sindacali di firmare dichiarazioni giurate anticomuniste.

La sinistra fu vittima di quella che la storica Ellen Schrecker, in "Molti sono i crimini: il maccartismo in America"definisce "l'ondata di repressione politica più diffusa e duratura della storia americana".

«Al fine di eliminare la presunta minaccia del comunismo interno, un'ampia coalizione di politici, burocrati e altri attivisti anticomunisti ha perseguitato un'intera generazione di radicali e dei loro collaboratori, distruggendo vite, carriere e tutte le istituzioni che offrivano un'alternativa di sinistra alla politica e alla cultura dominanti», scrive Schrecker.

Questa crociata, prosegue, "ha utilizzato tutto il potere dello Stato per trasformare il dissenso in slealtà e, così facendo, ha drasticamente ristretto lo spettro del dibattito politico accettabile".

La caccia alle streghe mise a tacere comunisti, socialisti, anarchici, pacifisti e tutti coloro che denunciavano gli abusi dell'impero e del capitalismo. Le azioni "anticomuniste" inflissero colpi devastanti alla salute politica del paese. I radicali parlavano il linguaggio della lotta di classe. Capivano che Wall Street e la classe dei miliardari erano il nemico. Offrivano un'ampia visione sociale che permetteva persino alla sinistra non comunista di comprendere la natura predatoria del capitalismo. Ma una volta che i radicali furono epurati, una volta che la classe liberale prestò giuramenti di fedeltà imposti dal governo e collaborò alla caccia alle streghe di fantomatici agenti comunisti, fummo privati ??della capacità di dare un senso alla nostra lotta. Perdemmo la nostra voce. Fummo integrati nelle strutture aziendali che avremmo dovuto smantellare.

La classe dominante giustifica il suo saccheggio con l'ideologia del neoliberismo. Il neoliberismo, come sottolinea David Harvey , "ha avuto un'efficacia limitata come motore di crescita economica", ma ha successo come "progetto per ripristinare il dominio di classe". Trasferisce la ricchezza verso l'alto. Consolida il potere nelle mani della classe dei miliardari. È una versione aggiornata del diritto divino dei re.

Sotto il neoliberismo i salari ristagnano. Se il salario minimo tenesse il passo con la produttività, sarebbe di almeno 25 dollari l'ora.

La deindustrializzazione, accelerata sotto la presidenza di Bill Clinton, ha delocalizzato le industrie all'estero, dove i lavoratori sono pagati con salari da fame e privi di benefit. Secondo un'analisi del Labor Institute , tra il 1996 e il 2023 negli Stati Uniti si sono verificati circa trenta milioni di licenziamenti di massa, che hanno gettato la classe lavoratrice nella miseria economica. Margaret Thatcher e Tony Blair hanno perpetrato gli stessi attacchi in Gran Bretagna.

In modo inquietante, a questo deterioramento si accompagna il blocco delle vie pacifiche per il cambiamento sociale, tra cui la sentenza Citizens United della Corte Suprema del 2010 , che di fatto ha consegnato le elezioni alla classe dei miliardari.

Con l'aumento della disuguaglianza sociale, è cresciuta anche la repressione statale. Ci troviamo sull'orlo di un autoritarismo e di un fascismo conclamati. Se l'amministrazione Trump riuscirà a manipolare o invalidare le elezioni di metà mandato, l'ultima via d'uscita possibile dal sistema politico verrà definitivamente chiusa.

Lo smantellamento dello stato di diritto in patria è accompagnato dallo smantellamento dello stato di diritto all'estero. L'impero statunitense è uno stato canaglia. Lancia minacce bellicose a tutti coloro che lo sfidano, ragliando come una bestia selvaggia. Conduce guerre "preventive" e impone sanzioni alle nazioni che si mostrano inflessibili. Assassina e rapisce leader stranieri. Sequestra cittadini stranieri e li trasporta in siti segreti dove vengono torturati e talvolta uccisi. Usa la sua marina per sequestrare navi mercantili e rivenderne il carico. Bombarda nazioni in aperta violazione del diritto internazionale. Finanzia e arma Israele per perpetrare un genocidio. Ignora e umilia i suoi alleati e aliena e fa infuriare gran parte della comunità globale.

Questa crescente oppressione, alimentata ma non iniziata da Trump, ci pone di fronte a due scelte drastiche: tirannia o rivoluzione.

Detesto la violenza, anche quando viene esercitata al servizio di quella che viene considerata una giusta causa. Nessuno sfugge al suo veleno. Ma è l'oppressore, non l'oppresso, a determinare i meccanismi di resistenza.

Le numerose rivoluzioni e insurrezioni che ho seguito, tra cui quelle in El Salvador, Guatemala, Algeria, Bosnia, Kosovo e Palestina, hanno visto proteste non violente represse con brutale violenza di Stato. I movimenti di resistenza non hanno avuto altra scelta che imbracciare le armi.

Le rivoluzioni non violente che ho seguito nell'Europa centro-orientale hanno avuto successo non perché fossero non violente, ma perché la classe capitalista ne ha tratto vantaggio. I capitalisti e gli oligarchi hanno acquistato industrie e beni statali, come accadde dopo il crollo dell'Unione Sovietica, a prezzi ben al di sotto del loro valore reale.

I capitalisti globali hanno permesso l'ascesa al potere dell'African National Congress (ANC) in Sudafrica a condizione che l'ANC abbandonasse la sua Carta della Libertà , che prevedeva la nazionalizzazione delle industrie statali e la redistribuzione delle terre. Il Sudafrica oggi ha la più alta disuguaglianza di reddito al mondo.

Prosperano le rivoluzioni che accrescono la ricchezza e il potere della classe capitalista. Rivoluzioni in cui non scorre sangue per le strade.

Ci troviamo inoltre di fronte a un dilemma che le generazioni precedenti non hanno dovuto affrontare: la crisi climatica.

Le élite dominanti globali sono determinate a tenerci incatenati ai combustibili fossili. Sono determinate a mercificare e sfruttare il mondo naturale, così come gli esseri umani, per espandere il profitto. Sono determinate a riconfigurare le nostre società in modo che i lavoratori siano impoveriti e privati ??di ogni potere, mentre i nostri padroni vivono in un lusso e un'opulenza senza pari.

L'inevitabile collasso climatico renderà zone sempre più vaste, soprattutto nel Sud del mondo, inabitabili. Le ondate di rifugiati climatici si trasformeranno in un'ondata. In risposta, non ci sarà limite alla violenza industriale utilizzata dalle élite globali dominanti per proteggere i propri interessi.

Il genocidio di Gaza è un messaggio inequivocabile inviato dalle nazioni industrializzate del nord, che hanno speso miliardi per sostenere il massacro di massa perpetrato da Israele, a una popolazione mondiale che vive con pochi dollari al giorno:

Non ci importa del diritto umanitario. Non ci importa dei diritti umani. Le vostre vite non significano nulla per noi. Useremo qualsiasi mezzo, incluso il genocidio, per proteggere il nostro monopolio sulla ricchezza e sul potere.

Cosa possiamo fare? Come possiamo resistere? Possiamo fermare questa discesa nella follia e nella morte di massa?

Non sono ottimista.

Coloro che vivono nelle fortezze climatiche del Nord del mondo hanno un interesse materiale in questo progetto, sebbene siamo tutti destinati all'estinzione. Temo che gli abitanti del Nord del mondo accetteranno una forma di capitalismo totalitario in cambio di un certo grado di sicurezza e stabilità, per quanto temporanea.

Ma questo non sarà vero nel Sud del mondo, dove la crisi ecologica e il dominio della classe capitalista globale rappresentano una minaccia esistenziale. Il Sud del mondo darà vita a insurrezioni e rivoluzioni. Ripeterà le ribellioni del passato, alcune delle quali hanno avuto successo, altre, comprese le insurrezioni che ho seguito in Guatemala, El Salvador e Algeria, sono state represse con la forza.

La rivoluzione, e la possibilità di un mondo liberato dalla morsa ferrea del capitale globale, nasceranno da questi atti di resistenza. Speriamo che prevalgano.

(Traduzione de l’AntiDiplomatico)

*Giornalista vincitore del Premio Pulitzer, è stato corrispondente estero per quindici anni per il New York Times, dove ha ricoperto il ruolo di redattore capo per il Medio Oriente e per i Balcani. In precedenza, ha lavorato all'estero per The Dallas Morning News, The Christian Science Monitor e NPR. È il conduttore dello Show The Chris Hedges Report.

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