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Come il pensiero di Yves Klein ha ridefinito il concetto di opera d’arte

18 June 2026 at 03:45

Signora, signori, nel momento in cui mi appresto a realizzare nel foyer del nuovo teatro di Gelsenkirchen l’incarico che mi avete fatto l’onore di affidarmi, vorrei provare a esprimere qualcuna delle mie idee e concezioni sulla pittura, per far comprendere a voi che accordate alla mia arte la vostra fiducia le ragioni per cui ritengo che tutto l’insieme delle opere che devo eseguire debba essere blu, uniformemente blu dappertutto e non i pannelli laterali blu contro i rilievi di spugna bianchi, nonostante questa soluzione sia altrettanto buona, ma senza la forza e l’effetto di magnificenza che produrrebbe un insieme rigo‑ rosamente monocromo.3 Dunque, da numerosi anni perseguo un’avventura e un’esperienza pittorica basate sulle risorse sensoriali, sensibili e plastiche del colore puro, ovvero del colore presentato tale e quale, proposto in sé, ai fruitori. 

Le proposizioni monocrome, così chiamate da Pierre restany perché la loro presentazione materiale ne fa dei veri e propri supporti del colore (prima che le chiamassi nel loro complesso «pittu‑ re»), hanno conservato l’aspetto oggettivo del quadro tradizionale. Sono dei pannelli in legno o isorel di formati variabili (formato e valore cromatico in generale non sono legati) la cui superficie è ricoperta da una tela molto fine e molto tesa. Questa tela è destinata a ricevere «il colore», dopo una preparazione minuziosa. Un colore omogeneo la cui tonalità, una volta fissata dopo avere eventualmente mescolato diversi pigmenti, è uniforme. Penso di poter parlare di una specie di alchimia dei pittori odierni, «creata» a partire dalla tensione della materia pittorica di ciascun istante. Sembra quasi di immergersi in uno spazio più vasto dell’infinito. 

In occasione della mia seconda esposizione a parigi, da Colette allendy nel 1956, ho presentato una scelta di proposizioni di colori e formati differenti. Quello che chiedevo al pubblico è il «minuto di verità» di cui parlava Pierre restany nella sua prefazione alla mia esposizione, permettendo di fare tabula rasa di ogni contaminazione esterna e di raggiungere quel grado di contemplazione in cui il colore diventa sensibilità piena e pura. 

Sfortunatamente, è emerso nel corso delle manifestazioni che ebbero luogo in quell’occasione, e in particolare durante un dibattito organizzato da Colette allendy, che numerosi spettatori, prigionieri di un’ottica acquisita, si mostrassero molto più sensibili alla relazione delle diverse proposizioni fra di loro (relazione ancora una volta di colori, valori, dimensioni e integrazioni architettoniche): ricostituivano gli elementi di una policromia decorativa. È stato questo che mi ha spinto a proseguire nel tentativo e a presentare, nel gennaio 1957, questa volta in Italia, alla galleria Apollinaire di Milano, un’esposizione dedicata a quella che ho osato chiamare la mia Epoca blu (in effetti, mi dedicavo da più di un anno alla ricerca della più perfetta espressione del «Blu»). Questa esposizione era composta da una decina di quadri blu oltremare scuro, tutti rigorosamente simili per tonalità, valore, proporzioni e dimensioni. 

Le accese controversie sollevate da questa manifestazione mi hanno dato prova del valore del fenomeno e della reale profondità del sovvertimento che crea in uomini di buona volontà, davvero poco desiderosi di subire passivamente la sclerosi dei concetti consolidati e delle regole fissate. Mi permetto di aggiungere a questa alcune riflessioni sul blu stesso. L’azzurro del cielo, considerato nei suoi diversi risvolti figurativi, richiederebbe, da solo, uno studio approfondito, attraverso il quale prenderebbero corpo, così come per l’acqua, il fuoco, l’aria tutti i tipi di immaginazione materiale. In altre parole, si potrebbero classificare in quattro categorie i poeti soltanto sul tema dell’azzurro celeste: – quelli che nel cielo immobile vedono un liquido che fluisce, che si anima di fronte alla nuvola più piccola; – quelli che vivono il cielo azzurro come una fiamma immensa: l’azzurro «che cuoce», come afferma la contessa Anne de Noailles in Les forces éternelles (pagina 119); – quelli che contemplano il cielo come un azzurro definitivo, una volta dipinta «l’azzurro compatto e duro», sostiene ancora la contessa di Noailles (loc. cit., pagina 154); – quelli, infine, che partecipano davvero alla natura aerea dell’azzurro celeste. La parola azzurro definisce, ma non mostra…

 Dapprima un documento di Mallarmé in cui il poeta vivendo nella «cara noia» degli «stagni letei» soffre per «l’ironia» dell’azzurro. Egli conosce un cielo troppo offensivo che vuole: …tappare con instancabil mano gli squarci azzurri aperti dagli uccelli maligni …Attraverso questa attività dell’immagine, lo psichismo umano riceve la causalità del futuro, in una sorta di finalità immediata. D’altra parte, se si accetta di vivere con l’immaginazione, per l’immaginazione, insieme con Eluard, queste ore di visione pura di fronte all’azzurro tenero e sottile di un cielo dal quale sono banditi gli oggetti, si comprenderà come l’immaginazione aerea offra un regno in cui i valori del sogno e della rappresentazione sono intercambiabili per il minimo di realtà che li caratterizza. Le altre sostanze induriscono gli oggetti. Nel regno dell’aria azzurra, poi, più che da qualsiasi altra parte, si sente che il mondo è permeabile alla rêverie più indeterminata. È allora che la rêverie ha veramente profondità. Il cielo azzurro cresce sotto il sogno. Il sogno sfugge all’immagine piana. Presto, in modo paradossale, al sogno aereo non resta che la dimensione profonda. 

Le altre due dimensioni in cui si intrattiene la rêverie pittoresca, la rêverie dipinta, perdono il loro interesse onirico. Il mondo è allora davvero dall’altra parte del vetro specchiato. C’è un aldilà immaginario, un aldilà puro e senza al di qua. In un primo tempo non c’è nulla, poi sopravviene un nulla profondo, e poi una profondità azzurra.10 Paul Claudel, per esempio, pretende un’adesione immediata, fugace. Percepisce un cielo azzurro attraverso la sua sostanza primaria. La prima domanda, in presenza di questa massa enorme in cui nulla si muove, un cielo azzurro, un cielo colmo d’azzurro, sarà per lui: «Cos’è l’azzurro?». L’inno claudeliano risponde: «L’azzurro è l’oscurità divenuta visibile». Per sentire questa immagine, ci sia concesso di cambiare il participio passato, perché nel regno dell’immaginazione non esiste il participio passato. Diremo pertanto: «L’azzurro è l’oscurità che diventa visibile». Ed ecco perché Claudel può scrivere: «L’azzurro fra il giorno e la notte mostra un equilibrio, vero, come dimostra quel tenue momento in cui il navigatore, nel cielo d’Oriente, vede le stelle scomparire tutte insieme». Il blu non ha dimensioni. «È» fuori dalle dimensioni, a differenza degli altri colori, che ne hanno. Sono degli spazi psicologici: il rosso, per esempio, presuppone un camino che emana calore, tutti i colori prevedono associazioni di idee concrete, materiali e tangibili, mentre il blu ricorda tuttalpiù il mare, il cielo, ciò che c’è di più astratto nella natura tangibile e visibile. 

Questo intervento troppo corto sulle mie idee sul blu forse non basterà a convincervi del fatto che gli altri colori induriscono gli oggetti contrariamente a ciò che si pensa comunemente. Nel caso della decorazione del foyer di questo teatro, un altro colore rispetto al blu o al non‑colore bianco cristallizzerà i rilievi di spugna. La forma spontanea della spugna che impiego come base per la costruzione dei rilievi sarà resa inutilmente antipatica [?] e aggressiva dal bianco, mentre attraverso il blu, al contrario, creerà una suggestione di stato elementale di selvaggia gemmazione della materia impregnata dallo spirito e dalla sensibilità che solo il colore del cielo e del mare può produrre. Gli spettatori, entrando in contatto con il blu e il bianco nel foyer di questo splendido edificio durante gli intervalli, ricostituiranno gli elementi di una policromia decorativa, cosa che ridurrà il fascino e lo slancio generale dell’architettura. Mentre, in presenza di una grande unità blu, da una parte l’architettura ne ricaverà una suggestione di grandezza incredibile, e dall’altra le mie opere produrranno lo shock violento e dolce allo stesso tempo che coincide, credo, con il carattere orgoglioso, sicuro di sé, e l’avvenire nel significato positivo per cui un giorno, a Gelsenkirchen, avete deciso di costruire un tale edificio per la cultura, in prima linea per il progresso e l’avanguardia nel mondo! La mia pittura tenta di essere una rappresentazione della libertà allo stato materia prima; signora, signori, è per questo che vi chiedo oggi di volermi accordare la realizzazione di tali opere per voi, nello spirito della mia concezione ideale della pittura e della collaborazione con l’architetto signor Werner Ruhnau.

Superare il problema dell’arte, Cover

Tratto da “Superare il problema dell’ate”, di Yves Klein, Il Saggiatore, 2026, 30€, 376 pagine

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Bellezza, potere e finzione. “Ultra Flat” di Alberto Maggini trasforma un centro estetico in un’opera d’arte

17 June 2026 at 14:45

La bellezza non è mai neutrale. Dietro l’ossessione contemporanea per l’immagine si nascondono regole, modelli e meccanismi di potere che influenzano il modo in cui ciascuno costruisce la propria identità. È da questa riflessione che nasce “Ultra Flat”, la nuova mostra personale di Alberto Maggini, curata da Gianlorenzo Chiaraluce. L’esposizione è aperta al pubblico fino a venerdì 10 luglio presso Spazio Mensa, in via Santa Maria dell’Anima 30, nel cuore di Roma.

Bellezza, potere e finzione. “Ultra Flat” di Alberto Maggini trasforma un centro estetico in un’opera d’arte

Un centro estetico diventa laboratorio sociale

L’esposizione sorprende fin dal primo impatto: lo spazio espositivo assume le sembianze di un centro estetico immaginario. Lettini per trattamenti, superfici lucide, luci fredde e strumenti professionali dialogano con sculture in ceramica, installazioni e opere video, dando vita a un ambiente sospeso tra spa, showroom e installazione artistica.

L’obiettivo della mostra va ben oltre la semplice ricostruzione di un ambiente dedicato al benessere e alla cura del corpo. Il centro estetico diventa un espediente narrativo, uno spazio simbolico attraverso il quale Alberto Maggini invita il pubblico a riflettere sul modo in cui la società costruisce il concetto di bellezza. Ogni elemento dell’allestimento spinge il visitatore a interrogarsi su quanto il desiderio di apparire sia realmente frutto di una scelta personale e quanto, invece, sia condizionato da modelli culturali, logiche di mercato e aspettative sociali. In questo contesto, l’immagine non è più soltanto un’espressione dell’identità individuale, ma il risultato di un sistema che orienta gusti, comportamenti e aspirazioni, trasformando il conformismo in una delle forme più invisibili e pervasive del nostro tempo.

Bellezza, potere e finzione. “Ultra Flat” di Alberto Maggini trasforma un centro estetico in un’opera d’arte

Quando la bellezza diventa uno strumento di potere

Al centro del progetto c’è una domanda tanto semplice quanto attuale: chi decide cosa è bello?

Secondo Maggini, la bellezza non rappresenta un valore universale, bensì il risultato di processi culturali, economici e simbolici che definiscono modelli estetici, alimentano aspettative e orientano i comportamenti collettivi. Il centro estetico diventa così una metafora della società contemporanea, dove il corpo si trasforma in un territorio da modellare secondo standard sempre più codificati.

Quattro spazi per raccontare la trasformazione dell’identità

Il percorso espositivo si sviluppa in quattro ambienti immersivi, pensati come tappe di un rituale simbolico. Ogni spazio accompagna il visitatore in un’esperienza che supera la dimensione estetica per interrogare il rapporto tra percezione, memoria e costruzione dell’identità.

La trasformazione proposta dall’artista non riguarda soltanto l’esteriorità, ma coinvolge il modo stesso in cui osserviamo noi stessi e gli altri.

Bellezza, potere e finzione. “Ultra Flat” di Alberto Maggini trasforma un centro estetico in un’opera d’arte

Arte contemporanea, pubblicità e cultura pop

La ricerca dell’artista si distingue per la capacità di fondere linguaggi apparentemente distanti. Iconografie religiose, estetica cosmetica, riferimenti alla storia dell’arte, oggetti kitsch, campagne pubblicitarie immaginarie e autorappresentazione convivono nello stesso spazio, dando vita a un universo visivo volutamente ironico e destabilizzante.

“Ultra Flat” prosegue il percorso iniziato con il progetto editoriale Adore, una rivista di moda reinventata in chiave critica, portando ancora più in profondità la riflessione sui meccanismi della rappresentazione contemporanea.

Il risultato è un’esperienza immersiva che invita il pubblico a guardare oltre la superficie, mettendo in discussione i codici della bellezza, il valore attribuito all’immagine e il sottile confine tra autenticità e artificio.

La bellezza estetica tra etica e autenticità

Per approfondire il tema della bellezza abbiamo incontrato il professor Roberto Valeriani, specialista in Chirurgia Plastica Ricostruttiva ed Estetica e docente presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università Internazionale UniCamillus di Roma.

Professore, come definirebbe l’ideale di bello?

La bellezza è un concetto rigido o puramente oggettivo. Esistono proporzioni, armonie anatomiche e criteri tecnici che guidano ogni scelta chirurgica, ma l’idea di bello cambia in base alla cultura, al contesto sociale, all’età e soprattutto alla percezione che ogni paziente ha di sé.

La chirurgia estetica non dovrebbe inseguire un modello unico, né trasformare una persona in una copia di qualcun altro. Il vero obiettivo è valorizzare i tratti, correggere ciò che crea disagio ed ottenere un risultato coerente con il volto, il corpo e la personalità del paziente.

Quanto la chirurgia estetica rischia di alimentare questi modelli?

I social hanno influenzato le richieste dei pazienti. Sempre più spesso arrivano in studio desideri costruiti su immagini viste online, su volti filtrati o su canoni estetici molto simili tra loro. In questo senso la chirurgia estetica ha una grande responsabilità: può limitarsi a rincorrere le mode oppure diventare uno strumento serio, consapevole e personalizzato.

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Prémio Novos Artistas Fundação EDP para apoiar criadores de Arte Contemporânea em início de carreira 

16 June 2026 at 19:49

A Fundação EDP acaba de abrir o período de candidaturas à edição 2026/27 do Prémio Novos Artistas, uma das mais relevantes iniciativas de apoio à criação artística contemporânea em Portugal, destinada a promover e dar visibilidade a artistas com carreira curta e ainda não consagrada, sem limite de idade e em todas as modalidades das […]

Alcantarilha: património, arte contemporânea e futuro cultural

6 June 2026 at 16:30

Mais do que a recuperação de um edifício, a reabilitação das ruínas do Castelo de Alcantarilha representou uma oportunidade para devolver à vila um papel cultural ativo, ligando património, arte e participação pública.

O Castelo de Alcantarilha foi edificado durante o período de ocupação muçulmana com o objetivo principal de defesa das povoações costeiras.

A partir do século XVII, entrou numa fase de declínio e degradação estrutural. No século XX, teve múltiplas funções e ocupações, e, nos últimos 25 anos, esteve fechado, sem utilização pública ou privada.

Promovido e executado pelo executivo camarário de Silves, as ruínas do Castelo de Alcantarilha sofreram um processo de reabilitação profunda para se transformar no atual Centro de Exposições de Alcantarilha (CEA).

Foi inaugurado no dia 3 de setembro de 2023, pela então presidente da Câmara Municipal de Silves, Dra. Rosa Palma.

É um equipamento cultural de média dimensão, destinado à promoção e divulgação de arte contemporânea nas suas diferentes expressões e manifestações: pintura, escultura, fotografia, desenho, etc.

Alcantarilha é uma vila milenar que, após a Revolução do 25 de Abril e com as transformações económicas associadas ao crescimento do turismo, foi perdendo progressivamente a importância económica e o protagonismo cultural de outros tempos.

Hoje, tenta recuperar esse dinamismo humano, social, cultural e económico.

Várias associações culturais privadas laicas, como  a Aldepa (Associação de Defesa do Património Cultural e Natural de Alcantarilha), e outras de cariz religioso, como a Irmandade do Nosso Senhor Jesus dos Passos de Alcantarilha, têm promovido, nos últimos anos, várias iniciativas  e eventos que visam promover e divulgar Alcantarilha, com base no seu património e passado cultural, religioso, artístico, arqueológico e arquitetónico.

A inauguração e a atividade do CEA vêm integrar-se neste processo de renovação de Alcantarilha, assumindo a Câmara Municipal de Silves uma maior responsabilidade para dar à vila uma nova vida.

Sul Informação

Coleção de Arte Contemporânea Privada Luís Negrão e Família

A Coleção de Arte Contemporânea Privada Luís Negrão e Família (CLNF) é uma coleção dedicada à arte contemporânea portuguesa, reunindo obras de arte de vários artistas de reconhecido percurso, que refletem diferentes tendências e movimentos artísticos e percorre várias décadas de criação artística.

A coleção tem sido apresentada ao público em vários espaços expositivos do país, particularmente em Alcantarilha, no Centro de Exposições de Alcantarilha.

A programação da sua atividade costuma explorar temas variados, promovendo o diálogo entre obras, estilos e contextos, o que enriquece a experiência do público e estimula a reflexão sobre a arte contemporânea.

À semelhança de outras coleções privadas de arte, a CLNF tem, na sua matriz de origem, o compromisso cívico e o dever ético de partilha pública da coleção.

Independente da posse, pública ou privada, as obras de arte fazem parte do património cultural de um povo e o usufruto e apreciação por todos deve ser estimulado e apoiado.

A CLNF apresentou, no ano de 2023, e pela primeira vez, um conjunto de obras de arte em duas exposições distintas, no Centro de Arte e Espetáculos da Figueira da Foz e no Edifício Chiado de Coimbra.

Ainda no ano de 2023, a convite da Sra. Presidente da Câmara Municipal de Silves, Dra. Rosa Palma, organiza uma exposição de arte para a inauguração do CEA, no dia 3 de setembro, dia do município. Foi apresentada a exposição “Quebra-Costas”, com curadoria de Hugo Dinis. Recordando um espaço público célebre de Coimbra, o quebra-costas, a mostra reuniu 29 obras de arte, numa viagem visual eclética percorrendo várias décadas de arte contemporânea portuguesa.

A colaboração entre a CLNF e a Câmara Municipal de Silves desenvolveu-se nos anos seguintes.

Em 2024 e integrada nas comemorações municipais da celebração dos 50 anos da Revolução do 25 de Abril, apresentou a exposição “Eduardo Gageiro”, organizada por Hugo Dinis, e que reuniu um conjunto de 14 fotografias históricas sobre a Revolução do 25 de Abril, da autoria de Eduardo Gageiro.

No ano de 2025, e iniciando a colaboração com o curador Hugo Santos Silva, inaugurou a exposição “Vínculo, encontro para um jardim”. Integrando 18 obras de arte, é pensada como experiência ambiental e sensorial, explorando a relação entre formas e sentidos, sugerindo novos modos de ver e experienciar a arte contemporânea.

Ainda em 2025, é apresentada a exposição “Homenagem”, com 16 obras do artista autodidata alcantarilhense Inácio José de Oliveira Mendonça, reforçando o sentimento da arte local e memória cultural.

Em Silves, é inaugurada, no Teatro Municipal Mascarenhas Gregório, a exposição “Lugar, Lugares” com 25 obras de cerâmica do artista plástico António Vasconcelos Lapa.

Outras iniciativas baseadas estão programadas para os anos de 2026 e 2027, com a ambição de consolidar uma programação cultural regular e qualificada.

As coleções privadas de arte contemporânea desempenham hoje um papel cultural relevante e cada vez mais importante no país e têm colaborado ativamente com instituições culturais públicas (museus regionais, municipais e nacionais) e privadas (Fundação Gulbenkian e Fundação de Serralves, por ex.) para apresentar as obras de arte que têm sob a sua responsabilidade.

Estes três anos, 2023-2026, de colaboração entre a Câmara Municipal de Silves e a Coleção de Arte Contemporânea Privada Luís Negrão e Família, são um bom exemplo como entidades públicas e o colecionismo privado podem colaborar para a afirmação cultural de uma região, e neste caso, do concelho de Silves.

Sul Informação

O Futuro

O Algarve, ainda enfrentando desafios comuns às regiões periféricas – como público reduzido e financiamento limitado -, tem apresentado, nos últimos anos, uma experiência cultural cada vez mais inovadora e diversificada, com múltiplas iniciativas que promovem diálogo, experimentação e produção artística.

Através de novos equipamentos culturais (como o CEA, por ex.), e programações culturais dinâmicas e atualizadas, o Algarve tem procurado ganhar o seu lugar no movimento cultural mais geral do país e da arte contemporânea em particular.

Mas, apesar do esforço das entidades públicas e privadas, e de movimentos culturais recentes e importantes, o Algarve ainda carece de instituições de grande escala, como museus ou centros de arte contemporânea com programação contínua e com acervo próprio (ou em situação de comodato).

O CEA tem vindo a afirmar-se como polo importante de difusão de arte contemporânea regional, promovendo exposições com programas educativos, e projetando num futuro próximo, residências artísticas e colaboração com artistas nacionais. O seu impacto e relevância baseia-se na diversificação da programação, no acesso aberto ao público com entrada livre (ampliando a circulação cultural), e promovendo artistas locais ou ligados à região, criando vínculos entre identidade cultural e práticas contemporâneas.

O futuro cultural do Algarve não se construirá apenas nos grandes centros urbanos, mas também em lugares como Alcantarilha, onde património, iniciativa pública, colecionismo privado e participação comunitária podem definir uma nova forma de centralidade.

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L’arte nascosta nei giardini segreti di Venezia: da Flora Fantastica al Redentore, il filo verde della Biennale 2026

5 June 2026 at 14:23

A Venezia esistono giardini che non si offrono subito allo sguardo. Bisogna arrivarci per sottrazione: lasciarsi alle spalle il passo compatto di Piazza San Marco, il rumore dei trolley, la corrente dei visitatori che si sposta da una riva all’altra, e poi entrare in una zona più quieta, dove il verde appare quasi per scarto, come se la città lo avesse custodito per sé. I Giardini Reali sono così: un cuore verde a pochi metri dal bacino di San Marco, nascosto e centrale insieme, abbastanza vicino alla piazza più fotografata del mondo da sembrarne un controcampo segreto. La serra ottocentesca che oggi ospita Flora Fantastica, la mostra promossa da Swatch per celebrare l’anniversario dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, sembra il luogo giusto per cominciare un itinerario veneziano diverso, costruito non sulla fretta di vedere tutto, ma su un filo più sottile: l’arte quando incontra i giardini, le serre, gli orti murati, gli spazi verdi sottratti per qualche ora alla pressione della città.

La 61ma Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys, si svolge dal 9 maggio al 22 novembre 2026 e accende la città con una costellazione di mostre, fondazioni e palazzi aperti che funzionano come una sorta di Fuori Biennale. Basta dare uno sguardo ai numeri per avere un’idea della portata dell’evento: la Fondazione prevede un risultato positivo di 4,985 milioni di euro e ricavi da biglietteria, editoria, servizi di ristorazione, sponsorizzazioni ed erogazioni liberali per 36,364 milioni di euro; dentro questa voce, le sole sponsorizzazioni e donazioni private sono stimate in 7,920 milioni, mentre gli altri ricavi legati anche a eventi collaterali, ospitalità, utilizzo di spazi e aree ammontano a 7,279 milioni. Sono numeri che spiegano perché, nei mesi della Biennale, Venezia cambi scala: l’effetto non si misura solo nei biglietti staccati ai Giardini e all’Arsenale, ma negli alberghi, nei ristoranti, nei trasporti, nelle fondazioni private, nelle gallerie, nei palazzi aperti per mostre temporanee e in quel fitto “Fuori Biennale” che trasforma l’intera città in una piattaforma culturale diffusa. Di fronte a questa mappa sterminata, la “fomo” – la paura di perdersi qualcosa – colpisce anche l’arte. Ma l’urgenza è immotivata: le esposizioni durano mesi. La scelta migliore è rinunciare all’ansia del programma totale, individuare un filo conduttore e seguirlo per due giorni, magari lontano dai ponti festivi e dai weekend più affollati. Noi abbiamo scelto il verde.

Dai platani di Shanghai all’orchidea barocca: l’arte mutevole nella serra ottocentesca

La prima tappa ci porta a due passi da Piazza San Marco, ai Giardini Reali. Qui, all’interno della storica serra ottocentesca, va in scena Flora Fantastica, progetto a ingresso gratuito promosso da Swatch per celebrare i quindici anni dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai. Il verde del parco filtra dalle ampie vetrate, l’umidità lagunare altera i riflessi dei materiali e la luce naturale trasforma l’esposizione in un organismo vivo. I cinque artisti invitati, tutti ex residenti dell’hub creativo cinese, utilizzano linguaggi distanti per esplorare la natura come archivio di identità e memoria, senza mai forzare lo spazio che li ospita. Il confine tra dentro e fuori, tra opera e ambiente, resta volutamente instabile: una corteccia fotografata a Shanghai dialoga con gli alberi veneziani, un arancio ricamato riporta al Mediterraneo, una creatura subacquea digitale sembra rispondere alla laguna.

I lavori chiedono uno sguardo lento. L’italiana Stefania Orrù dialoga con la matericità del luogo: usa calce, sabbia e pigmenti naturali su iuta per evocare le ombre dei giardini urbani di Shanghai. “Non c’è una figura che voglio descrivere, ma semmai una vibrazione che voglio far provare”, spiega davanti a tele che paiono superfici erose dal tempo, dalle quali l’immagine sembra emergere anziché essere dipinta. La fotografa cinese Hammer Chen porta dentro la serra le cicatrici della memoria urbana: i frammenti di platani fotografati a Shanghai vengono ricomposti in strutture monumentali su rame e tessuto, trasformando la natura cittadina in una texture metallica e anatomica. Il turco Mustafa Boğa impone uno spazio ancora più intimo. La sua serie Orange Tree intreccia i ricordi d’infanzia del sud della Turchia: quelli che da lontano sembrano dipinti a olio o vecchie stampe, da vicino si rivelano fittissimi ricami realizzati a mano, capaci di trattenere il respiro del tempo. Il ritmo si spezza con l’argentina Elisa Insua, che trasforma i rifiuti e l’accumulo in una gigantesca scultura floreale barocca: un’orchidea composta da bijoux e materiali di recupero scovati nei mercatini, dove ciò che era nato come decorazione effimera si fa struttura monumentale. Chiude l’esposizione la canadese-cinese Catherine Chun Hua Dong con un’installazione in realtà virtuale che reinterpreta il mito di Mulan in un paesaggio sottomarino dai colori intensi, dimostrando come il corpo e l’identità continuino a trasformarsi proprio come il paesaggio naturale. Cinque linguaggi diversi che, nello spazio dei Giardini Reali, non vengono ricondotti a un’unica estetica ma a una stessa domanda: cosa resta della natura quando passa attraverso la memoria, la città, il consumo, la tecnologia, l’identità personale?

È una rivoluzione gentile, quella cercata dal marchio svizzero: “Abbiamo creato qualcosa di speciale all’interno di un luogo magico“, racconta Carlo Giordanetti, Ceo dello Swatch Art Peace Hotel. “Avevamo dato un tema d’ispirazione naturale e ci siamo accorti che, in modo spontaneo, i lavori di molti artisti della residenza si stavano avvicinando a quell’idea. La natura ci piace perché ha un numero di suggestioni quasi infinito”. Il focus, precisa Giordanetti, è totalmente slegato dal prodotto commerciale: “Per noi è importante che l’artista capisca che non viene alla residenza per lavorare su degli orologi, ma per lavorare su se stesso, per la propria carriera, per esprimere al meglio il proprio linguaggio. Il nostro è un inno alla libertà artistica. Ci piace sovvertire le regole, portare avanti questo progetto con i giovani artisti per cercare di dare loro lo spazio che si meritano e offrire una visibilità che altrimenti farebbero più fatica ad avere”.

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Giardini Reali in Venedig im Sommer

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a green arch made of trees in front of the entrance to the house in the Giardini Reali of Venice

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Elisa Insua @ Credit Jake Homovich

Il segreto della Giudecca: l’orto del Palladio svelato al pubblico dopo cinque secoli

Attraversando il bacino di San Marco si approda alla Giudecca, dove si svela un segreto custodito per cinque secoli. Dietro l’imponente facciata palladiana della chiesa del Santissimo Redentore, si apre l’antico Orto Giardino del convento dei frati minori cappuccini. Devastato dall’“acqua granda” del 2019, questo spazio è stato restituito alla città grazie a un meticoloso restauro filologico curato dalla Venice Gardens Foundation con il maestro paesaggista Paolo Pejrone. Camminare oggi sotto i 400 metri del pergolato in castagno, avvolti da rose e glicini, circondati da oltre 2.500 ulivi, cipressi e piante officinali, è un’esperienza estraniante.

“Restaurare un giardino, per noi, significa restituire un luogo alla comunità urbana: uno spazio di incontro, riflessione, meditazione“, sottolinea Adele Re Rebaudengo, presidente della Fondazione. “C’è poi un altro significato, forse il più profondo: il giardino come spazio di armonia tra corpo e anima. In linea con l’antica concezione monastica, per cui l’orto-giardino era un’anticipazione del paradiso, questo luogo induce a un senso di pace interiore. Non genera solo benessere fisico, ma diventa una cura per l’anima”.

In questa cornice si inserisce la mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia (aperta fino a ottobre). Ospitata nelle Antiche Officine restaurate, l’esposizione porta la firma della fotografa e regista Sarah Moon. Invitata a trascorrere un periodo di isolamento tra queste mura, Moon ha realizzato un film di quattro minuti accompagnato dalle note di Arvo Pärt, affiancato da una selezione di fotografie che catturano ombre e silenzi. “Entrare in questo luogo significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima”, ha confessato l’artista. E Re Rebaudengo chiosa: “La sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di sentire la natura, concorrendo alla sua preservazione”.

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Il giardino segreto a Dorsoduro: l’arte contemporanea sbarca a Casa Sanlorenzo

Il nostro itinerario si conclude nel sestiere di Dorsoduro, a pochi passi da Punta della Dogana, dove l’estetica nautica ha inaugurato il suo nuovo presidio culturale. Casa Sanlorenzo è un polo espositivo di mille metri quadrati ricavato da un edificio degli anni Quaranta abbandonato da tempo. A renderlo unico nel fitto tessuto urbano veneziano è il suo giardino privato di 600 metri quadrati, che si affaccia direttamente sulle maestose cupole della Basilica di Santa Maria della Salute.

Il restauro, firmato dall’architetto Piero Lissoni, rifugge la nostalgia passatista: opta per una crasi tra il recupero delle facciate in mattoni e un minimalismo rigoroso negli interni, con geometrie in vetro e metallo che rimandano alla lezione del maestro veneziano Carlo Scarpa. A sancire questa unione è il nuovo ponte pedonale, con finiture in pietra d’Istria e un corrimano in legno che richiama un remo. Un manufatto che Lissoni definisce “non semplicemente una macchina per trasportare persone, ma un ponte culturale, ideale”. Lo spazio è un incubatore che affianca la collezione permanente del marchio alle mostre contemporanee. Un luogo dove l’industria si spoglia del concetto di lusso per abbracciare l’impegno civico e intellettuale, trovando nel suo giardino antistante la Salute il rifugio perfetto per concludere il viaggio. Gli spazi ospitano fino al 28 giugno 2026 la mostra WAVES, curata da Sergio Risaliti e Cristiano Seganfreddo, un percorso multisensoriale che fonde le opere di artisti come Lucio Fontana, Alexander Calder e Tony Cragg con i paesaggi olfattivi di Xerjoff e quelli sonori di Glauk, declinando il tema dell’onda come metafora di energia e trasformazione per la città d’acqua.

L'articolo L’arte nascosta nei giardini segreti di Venezia: da Flora Fantastica al Redentore, il filo verde della Biennale 2026 proviene da Il Fatto Quotidiano.

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