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“Noi sfruttati a 4 euro l’ora. Basta salari da fame, tagli e precarietà”: in piazza lo sciopero dei lavoratori della cultura

13 June 2026 at 09:25
“Siamo sfruttati, invisibili, ricattabili. Con contratti precari e salari da fame. Contro di noi abusi, ricatti e molestie. Ci vogliono divisi e isolati, ma scioperiamo insieme perché siamo stanchi di un lavoro che non è riconosciuto, pagato 4 euro l’ora, dopo dieci anni di formazione e anche più”. A Largo di Torre Argentina, a Roma, a pochi passi dallo storico teatro, tra i più antichi della Capitale con i suoi quasi 300 anni di storia, a scendere in piazza sono stati i lavoratori e le lavoratrici della cultura, per un inedito sciopero generale di tutto il settore. Il primo, secondo gli organizzatori, nella storia del Paese, a cinquant’anni di distanza dall’ultima mobilitazione che coinvolse musei e biblioteche. Ma mobilitazioni e proteste sono state organizzate in tutta la penisola: da Milano a Torino, passando per Napoli, Genova, Cagliari e non solo, a fermarsi, oltre ai teatri, sono stati musei, biblioteche, archivi. A Venezia sono così rimasti chiusi alcuni padiglioni della Biennale, a Firenze l’Archivio di Stato e gli uffici amministrativi degli Uffizi; a Roma chiusi il Museo dei Fori Imperiali, call center turistico e punti informativi, con musei a postazioni ridotte.
“Il nostro contributo e la nostra professionalità sono sistematicamente sminuiti, a livello economico e giuridico, favorendo una generale condizione di precarietà, povertà e incertezza, mentre i profitti vanno nelle tasche di pochi“, hanno rivendicato nel corso dell’assemblea pubblica, alla quale hanno partecipato artisti, dipendenti del settore pubblico e privato, autonomi dello spettacolo e dell’editoria, archivisti, bibliotecari, ma anche archeologi e storici dell’arte, insieme ad associazioni e collettivi come “Mi riconosci?” e ‘Vogliamo tutt’altro‘, passando per la Fp Cgil, i sindacati di base e le Camere del lavoro autonomo e precario (Clap).
Diverse realtà che, dopo più di un anno di confronto, sono riuscite a stilare un programma di rivendicazioni condivise, in grado di andare oltre la frammentazione del settore, per cercare soluzioni e lotte comuni, di fronte alle condizioni inaccettabili di precarietà strutturale, ai ripetuti tagli governativi al finanziamento pubblico, ai processi ormai continui di esternalizzazione, alle carenze croniche nel personale.
“Siamo accomunate dalla precarietà, siamo stagiste, finte partite IVA, lavoratori con contratti brevi, lunghi e medi. A collaborazione, a prestazione occasionale, in nero, lavoriamo coi corpi, con le nostre parole e con i nostri saperi”, c’è chi ha rivendicato dalla piazza. “Dopo 20, 30 anni della stessa narrazione, che vuole i lavoratori separati, vogliamo invertire la rotta. E dire che i salari di questo settore fanno schifo. Serve un salario minimo, perché il paradosso molto spesso è che chi tiene aperti i musei, le biblioteche, i teatri non può permettersi di fruire di un museo o di vedere uno spettacolo a teatro, perché viene pagato troppo poco. Quindi serve un reddito universale, perché in questo settore spesso e volentieri c’è tantissimo lavoro che non viene pagato”, ha rivendicato Tiziano Trobia, coordinatore nazionale delle Clap. Perché, ha sottolineato un’attrice in piazza, “il lavoro non è solamente il momento in cui si va sul palco e si fanno le prove, ma è tutto quello che viene prima, la preparazione, la scrittura. E tutto poi quello che viene dopo, come la promozione”. Eppure, ha aggiunto, “questa parte del lavoro non ha un riconoscimento economico e questo vuol dire che viviamo in una precarietà economica enorme, che non ci permette di immaginare un futuro, farci delle famiglie o di avere un mutuo”.

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Il precariato giovanile, e l’inarrestabile fuga di cervelli

13 June 2026 at 03:45

In questi giorni il Partito democratico ha lanciato una proposta per riconoscere un bonus mensile di duecento euro netti in busta paga a tutti i lavoratori under-35 assunti con contratto di lavoro subordinato a tempo indeterminato con una retribuzione annua lorda inferiore a quarantacinquemila euro. L’obiettivo dichiarato è contrastare la fuga dei giovani all’estero, rafforzare il potere d’acquisto delle nuove generazioni e incentivare le assunzioni stabili.

L’intenzione è apprezzabile. Ma il perimetro dell’intervento rivela una contraddizione di fondo difficile da ignorare. Il mercato del lavoro giovanile è caratterizzato da una diffusa precarietà strutturale: contratti a termine, collaborazioni coordinate e continuative e false partite Iva la fanno da padrone. In questo scenario, i tanti giovani assunti a tempo determinato non avrebbero diritto al bonus. Stessa sorte per chi lavora in somministrazione o per i piccoli freelance. Paradossalmente, quindi, le categorie più esposte all’instabilità economica sarebbero escluse dall’intervento.

Per quanto riguarda le imprese, questo genere di interventi non genera degli incentivi forti per comportarsi in maniera virtuosa. I datori di lavoro che assumono giovani in maniera stabile continueranno a farlo beneficiando dell’agevolazione pubblica mentre le aziende che ricorrono a contratti precari non modificheranno le proprie policy in risposta a un sussidio che graverebbe (almeno in parte) sulla fiscalità generale.

Il tema della retention dei talenti va affrontato con urgenza. Per gestire la fuga dei giovani, però, bisogna guardare in faccia alla precarietà per progettare uno strumento più equo. È necessario accompagnare gli incentivi all’assunzione stabile con misure forti per contrastare gli abusi che generano precarietà. Rafforzare i controlli e il ruolo degli ispettori del lavoro, per esempio. Il bonus da duecento euro può essere un punto di partenza. Ma, nella sua formulazione attuale, rischia di diventare un beneficio soltanto per chi è già al sicuro, dimenticando chi è rimasto indietro.

*La newsletter “Labour Weekly. Una pillola di lavoro una volta alla settimana” è prodotta dallo studio legale Laward e curata dall’avvocato Alessio Amorelli. Linkiesta ne pubblica i contenuti ogni. Qui per iscriversi

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“Quasi 7 laureati su 10 dicono no ai lavori sottopagati”: la fotografia dell’ultimo Rapporto AlmaLaurea

12 June 2026 at 14:54

Sette giovani su dieci non accettano più lavori sottopagati, aumenta il tasso di occupazione tra i neolaureati e quasi il 60% di loro è donna. È la fotografia del “XXVIII Rapporto AlmaLaurea su Laurea e Occupazione” presentato all’Università degli Studi della Basilicata: dallo studio, che ha coinvolto 700mila laureati di 81 università diverse, emerge un Paese in cui i laureandi sono diventati sempre più attenti alle proposte di lavoro. Per la direttrice di AlmaLaurea, Marina Timoteo, il rapporto segnala che “lo sguardo di laureate e laureati sul lavoro è uno sguardo attento e ha precise direzioni sul piano valoriale”.

Occupazione all’80%: più coerenza tra studio e lavoro

Il report registra un netto aumento del tasso di occupazione che ruota intorno all’80% tra i neolaureati. A cinque anni dal conseguimento del titolo la quota sale al 91,7%. Numeri ottimi, considerando anche che, alla vigilia della laurea, il 76,4% degli studenti e delle studentesse dichiara di non voler accettare lavori non coerenti con il proprio percorso (nel 2016 la quota era dell’87,2%). Cresce anche la percezione che ci sia una buona coerenza tra studio e lavoro, giudicata da due persone laureate su tre “molto efficace o efficace”. Rimane però sempre un 39,4% (tra chi ha una laurea di primo livello) e un 32,5% (di secondo livello) che a un anno dal titolo non considerano utili per il mondo del lavoro le competenze acquisite in università. Gli strumenti di accompagnamento offerti dagli atenei pesano su queste statistiche, anche perché dal report emerge che chi ha preso parte alle iniziative di orientamento al lavoro, tra cui i tirocini curricolari, ha mostrato una probabilità di occupazione più alta del 10,1% a un anno dalla laurea e un minore disallineamento rispetto a chi non ne ha usufruito.

No ai lavori sottopagati: rimane però gender gap e divario territoriale

Una netta differenza rispetto a dieci anni fa, che si riflette anche sulle retribuzioni ritenute adeguate. Sette persone su dieci di chi sta per laurearsi dichiara di non essere disposto ad accettare compensi netti mensili inferiori a 1.500 euro per un impiego a tempo pieno: nel 2016 era solo il 24,4%. Una presa di posizione che sembra ottenere anche buoni riscontri nella realtà. A un anno dalla laurea la media mensile netta è di circa 1500 euro, a cinque anni dal titolo si arriva a 1.903 euro per chi possiede una laurea di secondo livello (circa 100 euro in meno per il titolo di primo livello).

Dati positivi, al netto però di divari strutturali sempre presenti: il gender gap ad esempio fatica ad essere eliminato considerando che a parità di condizioni, gli uomini hanno mostrato il 13,7% di probabilità in più di essere occupati rispetto alle donne e una retribuzione superiore in media di 67 euro netti al mese, nonostante la quota rosa rappresenti il 59,6% delle persone laureate. “A fronte di carriere universitarie mediamente migliori delle donne, più regolari negli studi e con voti di laurea più alti – si legge nel rapporto – permane una loro minore valorizzazione nel mercato del lavoro”.

Sempre evidenti anche le differenze territoriali: chi risiede al Nord ha avuto il 34,8% di probabilità in più di lavorare rispetto a chi risiede al Sud. La stessa differenza permane anche nelle retribuzioni dal momento che chi lavora al Nord ha percepito in media 68 euro netti in più al mese rispetto a chi è occupato nel Mezzogiorno.

Statale di Milano, Torino e Bicocca tra gli atenei più virtuosi

Tra i poli più virtuosi rimane stabile l’Università Statale di Milano che si posiziona sopra la media per la maggior parte degli indicatori di qualità degli studi. Le retribuzioni sono superiori alla media nazionale e anche dal punto di vista occupazionale la Statale vanta tassi elevati, in aumento rispetto allo scorso anno (a cinque anni il tasso dei laureati di secondo livello è del 95,3%). Dati che “rafforzano il ruolo della Statale come ateneo attrattivo e competitivo a livello internazionale, capace di coniugare qualità della formazione e solidità degli sbocchi occupazionali” , commenta la rettrice Marina Brambilla secondo cui è “particolarmente significativo è il risultato sull’internazionalizzazione, soprattutto nei percorsi magistrali”.

Per quanto riguarda i laureati più richiesti è il Politecnico di Torino a distinguersi, con un esito occupazionale del 96,1% dei laureati magistrali a un anno dal titolo. A cinque anni dalla laurea la quota di occupati raggiunge addirittura il 98,8%. Non è però solo quantità ma anche qualità dei lavori a dare lustro al polo del capoluogo piemontese: oltre il 77% degli occupati può contare su un contratto a tempo indeterminato con una media di stipendio di 1.824 euro al mese, che sale a 2.250 euro a cinque anni dalla fine degli studi. Dal punto di vista dell’internazionalizzazione, il Politecnico di Torino registra i risultati migliori, triplicando la media nazionale: i laureati con cittadinanza straniera sono oggi il 18,1% del totale. Alla luce di questi numeri, non stupisce che l’83,5% dei laureati dichiara che sceglierebbe nuovamente l’Ateneo.

Record di velocità invece per l’università statale di Milano-Bicocca, dove gli studenti si laureano prima degli altri con il primo titolo di studio conseguito a 23,9 anni, a fronte di una media nazionale di 27,9 anni. Rapidità che va di pari passo con la qualità della formazione, perché stando ai numeri di Almalaurea, 9 su 10 lavorano a un anno dal titolo di studio. “Quasi 8 laureati su 10 alla Bicocca hanno avuto esperienze lavorative durante gli studi, contro circa 7 su 10 a livello nazionale. – sottolinea la pro-rettrice Sonia Migliorati – e questo, oltre a testimoniare l’attenzione dell’ateneo rispetto all’integrazione tra studio ed esperienze lavorative, può favorire l’occupabilità e l’acquisizione di competenze trasversali”.

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“Anche davanti al caporalato più schifoso bisogna correre a cercare l’impresa committente che ne beneficia”: così con le inchieste di Milano l’erario ha recuperato oltre un miliardo e 60mila lavoratori sono stati stabilizzati

12 June 2026 at 14:38

Un miliardo e duecento milioni recuperati all’erario. Oltre duecento milioni all’Inps. E oltre 60mila lavoratori stabilizzati e regolarizzati. Sono i numeri che raccontano due anni e mezzo di lavoro del sostituto procuratore di Milano Paolo Storari e della sua squadra, protagonista delle inchieste più importanti sul caporalato degli ultimi anni. “E tutto questo senza (quasi) mai arrestare nessuno e senza intercettazioni, dunque con interventi ad altissimo impatto sulle imprese, ma a bassissimo impatto sulle persone” racconta Storari che insieme al comandante del Nucleo Carabinieri dell’Ispettorato del Lavoro di Milano Tiziano De Renzis è intervenuto a un convegno organizzato dall’associazione Giuristi Democratici di Torino collaborazione con il consiglio dell’ordine degli avvocati di Torino.

Introdotto dall’avvocata Giulia Druetta – una delle prime legali ad essersi occupata dei rider in Italia – il pm di Milano ha raccontato come è cambiato l’approccio al tema del caporalato da parte della Procura. “Di fronte alle cooperative spurie, una vecchia tecnica investigativa era quella di concentrare attenzione sulla cooperativa. Si arrestava qualcuno che si faceva qualche mese di custodia cautelare, poi usciva, patteggiava, lo Stato non prendeva nulla e la cooperativa precedente veniva sostituita da quella nuova. Era un po’ come pestare l’acqua con il mortaio” racconta Storari. Oggi invece “si è iniziato a capire che forse i beneficiari di questo sistema non erano solo le cooperative, ma anche i committenti. Il tema è diventato quello di come far responsabilizzare il committente”.

Una dinamica che si verifica in ambiti diversi: dai campi in agricoltura alle grandi case della moda, dalla logistica alle camere degli hotel. “Oggi di fronte a notizia di reato di caporalato, non devo correre ad arrestare il caporale, voglio dire anche, ma non tanto quello – precisa il pm – devo correre a capire quello che succede, a capire chi sta sopra e beneficia di questa attività. E incidere sull’organizzazione del lavoro. Perché altrimenti l’opificio o la cooperativa sarà sostituita immediatamente da un’altra cooperativa e nulla sarà cambiato”. Occorre agire sull’organizzazione del lavoro, dunque, cercando di capire come funziona la filiera. “Bisogna capire che il controllo gerarchizzato che c’era quarant’anni fa non esiste più” osserva il maggiore De Renzis. “Se noi troviamo un opificio che produce una borsa a 40 euro e poi quella stessa borsa la trovo in via Montenapoleone a settemila euro, e tra quella borsa e il negozio ci sono cinque, sei o sette intermediari c’è qualcosa che non funziona – aggiunge De Rensis – per massimizzare il profitto si allunga la produzione e i costi si scaricano sulla manovalanza dell’ultimo anello produttivo”. In una società “signorile di massa” come quella di oggi, “campiamo su una serie di disgraziati, è un dato di fatto ed è un problema di cui qualcuno si deve fare carico”. Non basta la Procura però, conclude Storari: “Bisogna cercare di creare, come è accaduto con l’antimafia, un’egemonia culturale su questo tema. Pensate, l’antimafia, ormai è un patrimonio di questo Paese, ma la lotta allo sfruttamento del lavoro non lo è ancora”.

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Uilm, Davide Sperti è il nuovo segretario generale: “Basta gestire le emergenze, serve politica industriale”

12 June 2026 at 13:28

La Uilm ha un nuovo segretario generale dopo 16 anni. Il successore di Rocco Palombella, eletto nel 2010, è Davide Sperti: è stato eletto nel corso del congresso nazionale del sindacato metalmeccanico a Bari. Nato a Taranto nel 1983, Sperti ha iniziato la sua esperienza lavorativa nel 2007 nella fabbrica di Alenia Composite a Grottaglie. Il suo primo incarico come rappresentante dei lavoratori risale al 2014, quando divenne delegato sindacale della Uilm nello stabilimento dell’azienda specializzata nella produzione di componenti in fibra di carbonio per l’industria aerospaziale.

Chi è Davide Sperti, nuovo leader Uilm

Quattro anni più tardi inizia la scalata nella gerarchia della Uilm con l’elezione nella segreteria territoriale della Uilm Taranto per poi diventarne il segretario generale nel maggio 2022. Dallo scorso ottobre, l’incarico di segretario organizzativo della Uilm nazionale della quale da oggi è il nuovo leader. Per lui ci sarà un battesimo di fuoco: lunedì è già atteso da una giornata di tavoli nazionali con l’incontro tra sindacati e Stellantis, in programma alle 10.30, e il faccia a faccia al ministero dello Sviluppo economico sulla vertenza Electrolux, la multinazionale svedese intenzionata a licenziare 1.700 lavoratori negli stabilimenti italiani.

Da Stellantis a Electrolux: battesimo di fuoco

“Oggi raccolgo un’eredità importante e sono consapevole delle sfide che abbiamo di fronte – sono state le prime parole di Sperti – Viviamo un tempo segnato da profonde trasformazioni: la transizione ecologica, la rivoluzione digitale, l’intelligenza artificiale, le crisi industriali aperte e i cambiamenti geopolitici stanno ridisegnando il mondo del lavoro e dell’industria. Per quanto riguarda l’Italia e il nostro settore, penso innanzitutto all’ex Ilva, a Electrolux e a Stellantis, vertenze simbolo dalla cui soluzione dipende il futuro di intere filiere strategiche per il nostro Paese”.

“Basta gestire le emergenze, serve politica industriale”

La Uilm, garantisce, sarà “in prima linea per difendere il lavoro, pretendere investimenti, contrastare delocalizzazioni e chiusure e chiedere al governo e alle imprese scelte chiare per l’industria italiana”. Il neo-segretario avvisa: “Non possiamo più limitarci a gestire le emergenze: serve una politica industriale che abbia finalmente una visione e che compia scelte concrete. Serve più coraggio. Il futuro non si aspetta: si costruisce. E noi vogliamo costruirlo insieme alle lavoratrici e ai lavoratori, nelle fabbriche, nei territori e in tutti i luoghi in cui si decide il destino dell’industria italiana”. Quindi ha sottolineato che si batterà per la sicurezza sul lavoro: “Ci sono mille morti all’anno, tre al giorno. Se fossero per mafia, chiederemmo l’esercito nelle strade”.

L’addio di Palombella: “Vincoli alle multinazionali”

Con la sua elezione, finisce l’era di Palombella alla guida dei metalmeccanici della Uil. Anche lui tarantino, 70 anni e in carica dal 2010, ha attraversato da numero uno del sindacato tutta la stagione della crisi dell’Ilva, acciaieria nella quale – come aveva raccontato a Ilfattoquotidiano.it – aveva a lungo lavorato a partire dal 1973. Nel suo discorso durante l’assemblea – alla quale ha partecipato anche il presidente di Federmeccanica Simone Bettini – ha avvertito sui rischi dell’intelligenza artificiale e ha ammonito il governo sulle crisi aziendali: “Assistiamo a misure tampone, al rinvio di decisioni strutturali e alla chiarezza sul ruolo dello Stato per gestire transizioni epocali in filiere che solo a parole vengono definite strategiche. Per questo diciamo basta a passerelle politiche e basta aiuti a pioggia alle multinazionali senza vincoli occupazionali e sociali. Noi continueremo a lottare per difendere ogni singolo posto di lavoro e per un futuro industriale sostenibile”.

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Rusia y naciones árabes preparan foro ministerial

11 June 2026 at 09:13

Moscú, 11 jun (Prensa Latina) Rusia y los países árabes comenzaron los preparativos para un foro en el nivel de ministros, comunicó hoy el embajador de la Liga de los Estados Árabes en Moscú, Walid Hamid Shiltagh.

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Oro sube desde mínimos de seis meses

11 June 2026 at 05:36

Londres, 11 jun (Prensa Latina) Los precios del oro subieron durante la sesión asiática de hoy, después de registrar su nivel más bajo en más de seis meses, reflejó la plataforma financiera Investing.com.

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La protesta degli psicologi si sposta al Ministero: perché fermare l’aumento contributivo calato dall’alto

11 June 2026 at 05:30

di Francesca Pelizzoni

In tempi in cui il tema dell’accessibilità del salute mentale è all’ordine del giorno, gli psicologi dovranno aumentare le tariffe per sostenere gli aumenti contributivi.
Questa una delle principali motivazioni dell’aspro conflitto in corso tra Enpap (Ente di Previdenza e Assistenza degli Psicologi) e i suoi iscritti. La distanza tra i vertici della Cassa e la base dei professionisti si è allargata dopo l’esito dell’ultima votazione del 23 aprile scorso che ha dato il via libera all’innalzamento della contribuzione obbligatoria dal 12% al 19%. La palla è passata ora al Ministero del lavoro e al Mef per la ratifica della riforma.

Una decisione che pesa sulle tasche di una categoria a basso reddito e che – a mio avviso – rischia di modificare profondamente le vite personali e professionali di professionisti che vedranno fortemente diminuite le risorse attuali con la promessa di migliori pensioni domani. Il mantra di Enpap è la rivalutazione che offrirà pensioni migliori, ma se la categoria guadagna poco, potrà anche aumentare la percentuale di contribuzione, ma la pensione sarà comunque bassa.

Il malcontento è emerso prima che il voto blindasse l’aumento, con una mobilitazione importante. Due raccolte firme, coordinate da Mauro Grimoldi e dal gruppo Agire per Enpap, avevano formalizzato il netto “No” a questo aumento. Ma le firme sono diventate “invisibili”: sono state ignorate dalla dirigenza Enpap. Nulla di illegale, ovviamente, sia per l’aumento, sia per le firme. Le casse professionali sono un ente di diritto privato e possono decidere in base a criteri di sostenibilità della Cassa pensionistica e di adeguamenti delle pensioni secondo le normative: il D.Lgs. 509/1994 che ha privatizzato le vecchie Casse nazionali e fornito la possibilità alle professioni di istituire la propria Cassa di previdenza, a patto che la previdenza non gravasse sulle finanze pubbliche. La successiva Riforma Dini, nel 1995, ha stabilito che l’obbligatorietà previdenziale per i lavoratori autonomi e il D.Lgs. 103 del 10 febbraio 1996 ha visto la nascita della cassa Enpap (con approvazione dello statuto con Decreto Ministeriale del 2 maggio 1996 (D.M. 337/96)).

Da 30 anni, quindi, Enpap è una Fondazione di diritto privato, dotata di autonomia gestionale, organizzativa e contabile. E per festeggiare i 30 anni dalla sua costituzione, l’ente ha deciso di rompere l’alleanza con gli iscritti e decretare l’aumento contributivo a pochi giorni dall’anniversario. Da quel momento il dissenso è fortemente cresciuto e diventato percepibili, ma l’interlocuzione è stata impossibile. La dirigenza ha tirato dritto, mostrando anche irritazione nelle interazioni con gli iscritti non concordi.
Davanti al dissenso spontaneo e legittimo sollevatosi dopo il voto, la governance dell’Ente non ha fatto marcia indietro, né ha cercato una mediazione. Al contrario, ha messo in atto una precisa strategia comunicativa di persuasione della bontà della riforma.

Preso atto della situazione, il movimento spontaneo “La cosa Contro” ha organizzato una manifestazione a Roma il prossimo venerdì 12 giugno alle 11.00, portando per la prima volta gli psicologi in piazza. La protesta porta la voce degli psicologi italiani direttamente sotto le finestre dei Ministeri che hanno il compito di vigilare sulle Casse previdenziali.

L’obiettivo è chiaro: pretendere ascolto e dialogo e fermare un aumento contributivo calato dall’alto, costruito nel chiuso delle stanze con motivazioni non urgenti e che ha creato conflitto all’interno della categoria. Non è solo una battaglia di cifre, è una battaglia di dignità professionale che potrebbe creare la necessità di aumentare le tariffe, oppure di abbandonare la professione.

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‘La maldición de Widow’s Bay’: series como todas y series como ninguna

11 June 2026 at 04:30

Hay series de cuya promoción no puedes escapar. Sabes de ellas aunque no quieras saber y, si te pillan con el día ocioso, acabas sucumbiendo. Me pasó con Se tiene que morir mucha gente, de la que, tampoco sé por qué, esperaba más que lo de siempre: otra ficción protagonizada por treintañeras disfuncionales a las que sus amigas soportan porque creen que en el fondo tienen un corazón chachi. Aunque en la vida real esa gente tan insoportable muere sola, dejen de engañar a los espectadores.

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© Apple TV

Los protagonistas de la serie 'La maldición de Widow’s Bay'.

Dal tempo indeterminato al licenziamento quando scade l’appalto: così funziona il precariato nella cultura

10 June 2026 at 16:54

di Umberto Scopa

Il settore cultura è pieno di lusinghe e fascino per chi cerca lavoro. Una cooperativa vince l’appalto e assume giovani destinati a lavorare in musei pubblici, biblioteche e istituti similari. Un giovane laureato in lettere esce dall’Università e fino a quel momento ha vissuto immerso nella letteratura, nell’arte, le più nobili espressioni dell’ingegno umano; bene, ora è pronto per addentrarsi nel girone infernale delle peggiori bassezze che ancora non ha sperimentato.

Il suo primo contratto con la cooperativa è però incoraggiante: è addirittura a tempo indeterminato! Tuttavia, dopo quattro anni, quando scade l’appalto della cooperativa, verrà automaticamente licenziato perché è venuto meno il lavoro che doveva fare. Così questo popolo di precari è anche preso per il culo, usato per gonfiare falsamente le statistiche dei lavoratori a tempo indeterminato. Scaduto l’appalto, l’ente pubblico indice una nuova gara. Accade però non di rado che la stessa cooperativa uscente scelga di non ripresentarsi alla nuova gara. Non è autolesionismo, i suoi interessi li sa calcolare bene; un nuovo inizio da un’altra parte, con nuovi assunti ad anzianità zero, ha tante convenienze da approfondire.

Il lavoratore che ha perso il lavoro invece ha solo da perdere. È vero che per legge la nuova ditta vincitrice è tenuta a riassumere il personale della ditta precedente, ma, se va bene, risalirà su quella meravigliosa carrozza a tempo indeterminato che alla mezzanotte dei quattro anni svanisce. Se va bene, perché riguardo a questa nuova assunzione anche l’automatismo è meno certo di quello che si crede.

Se la nuova ditta decide di non assumere un dipendente perché lo ritiene scomodo, o perché troppo sindacalizzato, o magari è una donna in maternità, non è un licenziamento vero e proprio, è piuttosto una mancata assunzione e chi ha subito l’ingiustizia di non essere assunto deve chiedere al giudice un’assunzione coattiva. Questa azione, già costosa di suo, avrà un esito ancora più incerto del già incerto esito che avrebbe contestare un licenziamento.

Quale forma di autotutela è possibile dunque per questi lavoratori? Creare un disservizio del quale la ditta risponda all’ente appaltante? Il disservizio storicamente è sempre stato lo strumento di autotutela della classe lavoratrice. Lo sciopero è un disservizio provocato dal lavoratore verso il datore di lavoro per ricondurre quest’ultimo a più miti consigli. Ma è stupefacente quanto la realtà si sia capovolta. Nei casi che sto trattando, se il dipendente crea un disservizio con la sua assenza dal lavoro e magari il museo rimane chiuso per insufficienza di personale, non importa quale sia la ragione dell’assenza, che sia uno sciopero o un’assenza per malattia o altra causa non imputabile alla persona: non importa, il rischio è tutto a carico del lavoratore.

La cooperativa fin dall’inizio trasmette un messaggio molto incisivo e convincente ai suoi dipendenti: cioè che il disservizio, per qualunque ragione causato, può portare alla revoca dell’appalto e la revoca dell’appalto portare alla perdita del posto di lavoro del dipendente. Anche se sei assente per malattia finisci per sentirti in colpa, perché non solo puoi perdere il lavoro tu, ma farlo perdere a tutti e allora si va al lavoro anche se si è malati, basta stare in piedi.

Quante angherie passano impunite per questa falla! Infatti la ditta ha meno paura di perdere l’appalto di quanto abbia paura il dipendente di perdere il lavoro! La cooperativa, se perde l’appalto, è pronta per partecipare ad un’altra gara indetta sul territorio nazionale dove non ha limiti di azione e poi assumere le persone del posto. Il dipendente rimane invece disoccupato, senza stipendio, e ha un ben modesto raggio d’azione nel quale cercare nuove occasioni di lavoro.

E così ecco il lieto fine: il dipendente subisce, il disservizio è scongiurato, il cittadino utente non si lamenta, l’ente pubblico appaltatore è contento, la cooperativa, cioè i suoi dirigenti, lucrano.

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No alla patrimoniale. La promessa di Meloni a Confcommercio

10 June 2026 at 15:56

“Tassare il patrimonio? No, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo”. Questa la traccia che il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, indicata in occasione dell’Assemblea di Confcommercio all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. Una promessa ma anche una certezza, perché “non siamo la repubblica delle banane”. La premier ribadisce con convinzione che il taglio delle tasse è uno degli obiettivi più grandi del governo e che la ricchezza la fanno gli imprenditori con i lavoratori.

Un punto che il premier nel suo intervento sottolinea partendo da premesse diverse, ma intrecciate. La prima è che difendere il commercio di vicinato significa difendere molto di più che un settore economico, “significa difendere relazioni, identità, qualità della vita per le nostre comunità”. In questa direzione rivendica ciò che è stato fatto dal Governo, ovvero l’istituzione dell’Albo nazionale dell’attività commerciali, le botteghe artigiane ed esercizi pubblici storici, con l’obiettivo di valorizzare e tutelare le attività storiche, riconoscerne il valore culturale, il valore commerciale, il valore sociale, senza dimenticare il riconoscimento ottenuto dalla Cucina italiana definita Patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco.

Tavola fa rima con turismo: lo ripete più volte Meloni, quando ricorda che Italia è tornata a scalare la classifica globale dei Paesi più visitati al mondo, è arrivata a essere la seconda Nazione europea per presenze turistiche, superando per la prima volta nella storia la Francia, avvicinandosi ai numeri della Spagna, dato a cui si somma il record decisivo per l’impatto sulla bilancia dei pagamenti e sulla spesa turistica. L’Italia infatti è il Paese europeo nel quale la permanenza media del soggiorno è più lunga: davanti alla Spagna, davanti alla Francia, davanti alla Germania, “perché la ricchezza non la fanno i Governi, non la fanno le leggi, non la fanno i decreti, la ricchezza la fanno gli imprenditori con i loro lavoratori e quello che devono fare le leggi, i decreti e la politica, è cercare di accompagnare e consentire che quelle persone possano lavorare al meglio delle loro potenzialità”, spiega.

Dare a tutti la possibilità di lavorare nelle migliori condizioni possibili: questo l’impegno del capo del governo che ricorda gli sgravi per le assunzioni di under 35 a tempo indeterminato, la detassazione delle mance e dei turni notturni e festivi, le staff house per il personale, gli strumenti studiati per le piccole e medie imprese per migliorare le strutture, le misure per combattere l’abusivismo, l’innalzamento a 85 mila euro di fatturato della soglia per accedere al regime forfettario, l’estensione del concordato preventivo biennale alle piccole e medie imprese e alle partite Iva, il contrasto al fenomeno delle attività apri e chiudi, la Zes unica per il Sud, che potrebbe essere estesa a tutto il territorio nazionale. E ancora, la riforma fiscale, la riduzione delle aliquote Irpef, l’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito, il taglio del cuneo, per rimettere nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro.

E poi i contratti: “Abbiamo stanziato 20 miliardi per sbloccare stipendi che erano fermi da anni, tanto nel privato, appunto incentivando i rinnovi con la detassazione degli aumenti contrattuali e poi con il decreto lavoro che pure veniva citato abbiamo scelto di puntare come mai era stato fatto in passato sulla contrattazione di qualità”, fino al salario giusto al fine di attuazione a un principio rimasto per anni sulla carta che sarà decisivo per rafforzare le retribuzioni ma anche per contrastare il dumping contrattuale, 2cioè quella odiosa forma di concorrenza sleale che, come veniva ricordato, riduce la qualità dell’occupazione e frena la crescita, fino ad un nuovo modello di sviluppo urbano che sappia rimettere al centro le persone, l’economia di prossimità, i luoghi aggregativi, gli spazi per le famiglie, le strutture per chi è più fragile, che dia un centro a ciascuna periferia, che consideri i luoghi fondamentali della vita e dell’aggregazione importanti tanto quanto la casa stessa e abbiamo uno strumento a portata di mano per farlo insieme, che è il Piano Casa”.

Per poi aggiungere: “Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole, come ricordava il presidente Sangalli non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita. Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio”. La risposta di Sangalli: l”Italia ce la può fare ma resta l’incertezza. “Nonostante tutto, i fondamentali dell’economia italiana restano confortanti”.

Ok al decreto Primo maggio con la fiducia. Nel “salario giusto” di Meloni entra anche il welfare (con cui non si pagano spesa e bollette)

10 June 2026 at 12:24

Il decreto Primo Maggio è passato con la fiducia alla Camera dei deputati e ora arriva blindato al Senato per l’approvazione definitiva. C’è il concetto di “salario giusto”, che però sarà composto da tutte le voci della busta paga, compreso il welfare contrattuale, tra cui le assicurazioni sanitarie. Si tratta di benefit, non di soldi veri con cui pagare spesa, affitti e bollette. C’è poi l’aumento automatico pari al 50% dell’inflazione che scatterà dopo nove mesi dalla scadenza dei contratti collettivi, ma non si applicherà ai settori stagionali e alla sanità privata. Ancora, ci sono norme che liberalizzano ulteriormente i contratti precari, con il limite per la somministrazione portato da 24 a 36 mesi, e norme per i rider che consegnano cibo a domicilio, con obbligo di Spid e regole sugli algoritmi. Soprattutto, il provvedimento contiene 960 milioni di euro di incentivi alle assunzioni.

Dopo la sconfitta referendaria di marzo, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha voluto un intervento sul tema dei salari. La gestazione è stata molto lunga, e ne è uscito un testo finale che fa qualche passo in avanti e molti indietro. La definizione di “salario giusto” è controversa. Il decreto passato a Montecitorio dice che il riferimento è dato dal trattamento economico complessivo (tec) dei contratti collettivi “comparativamente più rappresentativi”. Fuori dai tecnicismi, si tratta quasi sempre dei contratti firmati da Cgil, Cisl e Uil. Scelta che il governo ha preso sulla spinta della Confindustria, che mal tollerava la vicinanza del centrodestra ai sindacati minori, spesso propensi a firmare contratti al ribasso con associazioni datoriali al di fuori del recinto confindustriale.

Nel trattamento economico anche il welfare

Alla fine, però, il testo dice che il “tec” è composto dalle voci fisse in busta paga, dalle mensilità aggiuntive e anche dalle indennità previste dal welfare aziendale. Questo è l’aspetto più problematico: l’aver messo sullo stesso piano il salario base e trattamenti come le assicurazioni sanitarie rischia di far rientrare dalla finestra proprio i contratti al ribasso dei sindacati più piccoli. Spesso quegli accordi giocano proprio su quell’ambiguità, cioè riducono lo stipendio base e compensano con i benefit detassati, così da ridurre i costi per le imprese e far sembrare che i salari non siano diminuiti. Parliamo però di buoni che i lavoratori possono spendere solo per determinate prestazioni, e che tra l’altro hanno un effetto subdolo: ridurre il reddito lordo, quindi anche i contributi e, di conseguenza, anche la futura pensione e il trattamento di fine rapporto.

Fino a poche ore prima della votazione alla Camera, tra l’altro, il testo prevedeva la possibilità di considerare “giusto” anche il trattamento dei contratti “equivalenti” a quelli di Cgil, Cisl e Uil, ma poi quel passaggio è stato rimosso. I sindacati confederali e i partiti di opposizione restano molto critici, anche se è stato cancellato il riferimento all’equivalenza, per il quale negli scorsi mesi si era speso molto il sottosegretario leghista al Lavoro Claudio Durigon, particolarmente sensibile alle richieste di sigle come l’Ugl e la Cisal. Insomma, alla fine il testo produce uno strano compromesso. La Confindustria ha portato a casa gli incentivi alle assunzioni formalmente vincolati all’applicazione dei suoi contratti. I sindacati minori beneficiano di una definizione onnicomprensiva del concetto di salario giusto, più facilmente aggirabile.

L’odg che rispolvera la norma per far perdere gli arretrati ai lavoratori

Al termine del voto di fiducia, Fratelli d’Italia ha fatto votare alla Camera un ordine del giorno che rispolvera una proposta già più volte presentata negli scorsi mesi: il partito della premier chiede di approvare una norma molto penalizzante per i lavoratori che vantano crediti nei confronti dei loro datori, come per esempio stipendi o straordinari non pagati. La norma suggerita farebbe partire i termini di prescrizione “in costanza di rapporto di lavoro”. I lavoratori sarebbero quindi costretti a fare causa alla loro azienda mentre ancora ci lavorano. Oggi, invece, la regola fa partire la prescrizione dopo la fine del rapporto, quindi dopo il licenziamento o la dimissione, proprio per tutelare i lavoratori. Questa norma non è contenuta nel decreto approvato con la fiducia, ma FdI ha chiesto al governo di approvarla nei prossimi provvedimenti. Si tratta di un intervento che negli scorsi mesi era spesso associato a un’altra norma fortemente richiesta dal centrodestra, anche con un emendamento, poi ritirato, al decreto Primo Maggio: lo scudo per gli imprenditori che sottopagano i lavoratori, novità che – se approvata – farebbe perdere il diritto agli arretrati per i dipendenti che ricevono paghe sotto la soglia di povertà.

Il 50% dell’inflazione a chi ha il ccnl scaduto da oltre 9 mesi

La novità positiva è il meccanismo automatico che farà scattare gli aumenti in busta paga quando i contratti collettivi vengono rinnovati in ritardo. Nove mesi dopo la scadenza, sarà riconosciuto il 50% dell’inflazione prevista. Il testo originario prevedeva il 30% dopo nove mesi. Tuttavia, anche questa norma ha diverse deroghe: non si applicherà alle imprese che svolgono attività stagionali e con ricavi instabili, come per esempio il turismo. Oltre a questa esclusione, già contenuta nel testo originario, nel passaggio parlamentare la Lega ha chiesto e ottenuto di salvare anche le aziende che erogano servizi sanitari e sociosanitari. Un favore al deputato leghista Antonio Angelucci, imprenditore delle cliniche private.

Il decreto introduce anche norme per i rider: se la piattaforma usa algoritmi, anche questo potrà essere utilizzato come prova per dimostrare che i fattorini sono dipendenti. Immancabile, infine, l’ennesimo intervento che allarga le maglie del precariato. Quando l’agenzia interinale assume i lavoratori a tempo indeterminato, il limite per “prestarli” a tempo determinato alla stessa azienda utilizzatrice passerà dagli attuali 24 a 36 mesi.

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Sciopero dei treni l’11 giugno: i confederali sospendono la protesta ma i sindacati di base vanno avanti

10 June 2026 at 11:45

I sindacati confederali hanno fatto dietro front sullo sciopero di 8 ore indetto per l’11 giugno. Le sigle Filt Cgil, Fit Cisl, Uiltrasporti, Ugl trasporti, Orsa trasporti e Fast hanno deciso la marcia indietro dopo un tavolo di confronto il 9 giugno con il viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Edoardo Rixi. Lo stop di 23 ore, in protesta contro il frazionamento in tre lotti della gara per i servizi Intercity, è stato però confermato dai sindacati di base. I lavoratori aderenti a Cub Trasporti e Sgb sciopereranno dalle 3 di notte dell’11 giugno alle 2 di notte del 12 giugno, nel settore ferroviario e trasporto merci su rotaia, “a sostegno della piattaforma per un Ccnl che tuteli adeguatamente diritti, sicurezza, salute e salario di tutti i ferrovieri”, affermano le due sigle. I sindacati di base si schierano contro “il buco nero delle gare e dello spacchettamento in ferrovia e contro il sistema azienda/firmatari che sta demolendo Mercitalia”, si legge in una nota di Cub Trasporti e Sgb.

“Il risultato di oggi è un risultato di impegno ministeriale che ci consente di sospendere, non revocare lo sciopero – fa sapere il segretario generale della Filt Cgil, Stefano Malorgio, dopo l’incontro al Mit -. La distinzione non è solo tecnica ma anche di valore perché dice che è un percorso che va accompagnato, bisogna seguire il percorso per poi valutare alla fine che cosa accadrà”. Dello stesso parere il segretario generale della Uiltrasporti, Marco Verzari, secondo cui si tratta di “un’apertura di credito” verso il governo che ha dialogato con le sigle sindacali. Per il segretario la priorità è garantire tutele per i lavoratori e le lavoratrici interessati a questo servizio Intercity. A questo si aggiunge “la questione di una clausola sociale che sia esigibile e c’è una questione che apriremo al ministero del lavoro che riguarda il Ccnl”.

Anche Rixi si è detto soddisfatto: “Abbiamo aperto una interlocuzione anche con la Commissione europea per arrivare a rendere possibile il lotto unico, che oggi non è possibile inserire a gara a causa del decreto Pnrr, che prevedeva solo il termine lotti al plurale”, ha spiegato il viceministro. “Noi ci siamo mossi dentro quello che sono i regolamenti e le maglie che ci hanno impedito ad oggi di intraprendere una gara unitaria – ha concluso -. Nel frattempo andrà avanti il tavolo di lavoro e le interlocuzioni con la Commissione europea e con l’Art”. L’obiettivo, ha detto Rixi, “è importante per tutti, non solo per le parti sociali, ma anche per garantire un servizio universale a livello di paese. I sindacati ci hanno chiesto anche conforto sull’intenzione di continuare a investire sulla rete, sia in termini passeggeri che di merci. Abbiamo detto che siamo disponibili anche a interloquire col ministero del lavoro per capire quali tutele, in fase di gara, saranno disponibili per i lavoratori” .

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Salari, il decreto trasparenza è realtà: ora le aziende dimostrino di saper spiegare le retribuzioni

9 June 2026 at 15:30

Il tempo del “vedremo” è scaduto. Con l’entrata in vigore delle nuove regole di recepimento della Direttiva UE sulla trasparenza salariale, il mercato del lavoro italiano ha vissuto una delle sue trasformazioni più profonde e radicali degli ultimi decenni. Il vero errore che le imprese italiane non possono commettere ora è approcciare questa scadenza come l’ennesimo “compito a casa” burocratico da smarcare, una compliance formale calata dall’alto di Bruxelles.

Perché questa normativa non chiede semplicemente di compilare report o inviare tabelle ministeriali, impone alle aziende una necessità imprescindibile e quasi culturale: guardarsi dentro, analizzare i propri dati e andare alla radice dei propri processi decisionali.

La transizione verso la trasparenza, tuttavia, rischia di mettere a nudo una faglia profonda tra la percezione della forza lavoro e l’effettiva preparazione dei datori di lavoro. Nel settembre del 2025, il Centro Studi Coverflex ha condotto un’indagine sui manager secondo la quale solo il 19% delle imprese aveva effettivamente avviato attività concrete per adeguarsi. Oltre 6 manager su 10 esprimevano un certo scetticismo verso il decreto, non credendo che sarebbe stato sufficiente a colmare concretamente il gender pay gap. Il paradosso risiede nel fatto che, nella maggior parte dei casi, le imprese non hanno gli strumenti per smentire o confermare questa percezione.

Ma non è tutto, perché dall’altra parte del tavolo, il sentiment dei dipendenti, in particolare delle donne, evidenzia una richiesta di equità ormai non più rimandabile: secondo un’indagine che abbiamo condotto a febbraio 2026, oltre l’85% delle donne ritiene che la trasparenza salariale incida direttamente sulla fiducia verso il proprio datore di lavoro e il 57,2% ha subito o sospettato una disparità salariale nel corso della propria carriera. Ci troviamo quindi in un limbo pericoloso: da un lato la richiesta di equità è ai massimi storici, dall’altro manca la materia prima: il dato per costruire una narrazione oggettiva.

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Oltre la RAL: la necessità strutturale della Total Compensation

Fissare fasce retributive chiare e mappare le competenze significa ridisegnare l’intera struttura organizzativa, dall’attribuzione di ruoli e mansioni fino alla definizione delle responsabilità. In questo scenario, la RAL (Retribuzione Annua Lorda) si rivela uno strumento ormai obsoleto, non più sufficiente da solo a rispondere alle nuove esigenze di equità e attrazione dei talenti. Il mercato si muove decisamente verso una logica di Total Compensation. È qui che la governance aziendale deve cambiare pelle: la retribuzione deve essere vista come un ecosistema che include welfare, flessibilità e apprendimento continuo. Il welfare aziendale, in particolare, si trasforma da mero “accessorio” o benefit standardizzato a strumento strategico nelle mani del datore di lavoro. Diventa la leva flessibile per sanare i divari retributivi intercettati dall’analisi interna, senza impattare linearmente e in modo insostenibile sul costo azienda, e per premiare, incentivare e trattenere le persone in modo personalizzato e realmente meritocratico.

Il vero ostacolo non è tecnico, ma di impianto manageriale

Le nuove regole sulla trasparenza retributiva sollevano un velo su un limite storico del nostro tessuto imprenditoriale. Alle aziende italiane non mancano i consulenti del lavoro o i software gestionali, manca un’infrastruttura oggettiva e condivisa nelle decisioni retributive. Per troppi anni la determinazione dei salari e degli aumenti è stata guidata dall’estemporaneità, dalla reattività alle richieste del singolo o dalla pura negoziazione individuale in fase di assunzione. Questo ha stratificato iniquità interne spesso inconsapevoli. Oggi, senza criteri di classificazione professionale oggettivi, neutrali rispetto al genere e condivisi, svoltare verso la trasparenza diventa una sfida molto difficile.

Da vincolo normativo a vantaggio competitivo

Rendere trasparenti i criteri retributivi non significa banalmente “rendere pubblici gli stipendi di tutti sulla bacheca aziendale”, un timore voyeuristico che frena molti manager. Significa, al contrario, eliminare quell’asimmetria informativa che storicamente genera iniquità e alimenta la sfiducia. Le aziende che sceglieranno di subire passivamente la norma, limitandosi a una compliance di facciata, pagheranno costi indiretti altissimi in termini di reputazione, turnover e talent attraction. Al contrario, chi sceglierà di guidare questo cambiamento utilizzerà la trasparenza come un potentissimo fattore di credibilità sul mercato. Il conto alla rovescia è terminato. La parità retributiva e la trasparenza non sono più un’opzione o una dichiarazione d’intenti per i report di sostenibilità: sono il nuovo standard del fare impresa. E le organizzazioni pronte a fare questo salto culturale oggi sono quelle che scriveranno il futuro del lavoro domani.

Analisi a cura di Chiara Bassi, VP Global Public Affairs di Coverflex

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Perde il bambino durante la gravidanza e viene licenziata: “Troppe assenze dal lavoro”

9 June 2026 at 12:19

Prima il dolore per la perdita del bambino, poi la comunicazione che nessun lavoratore o lavoratrice vorrebbe ricevere. Una dipendente di 36 anni di Taranto, assente dal lavoro dopo un aborto spontaneo avvenuto nel corso della gravidanza, si è vista recapitare una lettera di licenziamento perché avrebbe superato il cosiddetto periodo di comporto, ossia il limite massimo di giorni di assenza per malattia oltre il quale il datore di lavoro può interrompere il rapporto. A raccontare la vicenda è il quotidiano La Repubblica.

La donna lavora per una multinazionale tedesca operante nel comparto calzaturiero. Dopo l’interruzione della gravidanza è rimasta lontana dal posto di lavoro per il tempo necessario alle cure e al recupero fisico. Al termine del periodo di assenza, però, ha ricevuto una comunicazione formale con cui l’azienda le notificava il licenziamento, allegando il conteggio delle giornate non lavorate. Secondo la società, la lavoratrice avrebbe accumulato 211 giorni di assenza, superando il limite di 180 giorni previsto dal contratto collettivo nazionale del Terziario per la conservazione del posto di lavoro in caso di malattia. Proprio su questa base sarebbe stata adottata la decisione di interrompere il rapporto di lavoro.

La vicenda è ora destinata a spostarsi nelle aule giudiziarie. La donna, attraverso il proprio legale Fabrizio Del Vecchio, ha infatti deciso di impugnare il licenziamento sostenendo che le assenze collegate all’aborto spontaneo non possano essere assimilate a una comune malattia e, di conseguenza, non debbano essere conteggiate nel periodo di comporto. Secondo la tesi difensiva, la normativa che tutela la maternità prevederebbe una disciplina differente rispetto alle ordinarie assenze per motivi di salute. Per questo motivo il provvedimento viene definito “ingiurioso e illegittimo” e sarà contestato davanti al Tribunale del Lavoro di Milano, competente per territorio in ragione della sede della società.

Al centro del futuro contenzioso ci sarà dunque la qualificazione giuridica dell’assenza dal lavoro successiva all’interruzione della gravidanza. Da un lato l’azienda rivendica l’applicazione delle norme contrattuali sul comporto; dall’altro la lavoratrice sostiene che la sua situazione rientri nell’ambito delle tutele riconosciute alla maternità e non possa essere trattata come una semplice malattia. Sarà ora il giudice a stabilire se il conteggio effettuato dall’azienda sia conforme alla normativa e se il licenziamento possa essere considerato legittimo.

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Quando il lavoro pesa sulla salute mentale

9 June 2026 at 07:28

Tra i lavoratori europei aumenta l’ansia, mentre è stabile il rischio di depressione. La salute mentale di chi lavora non riguarda solto il benessere individuale, ma ha ricadute economiche concrete. Tanto più con l’invecchiamento della popolazione.

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Dl Lavoro, Calderone non va in commissione a chiarire sull’emendamento che apre ai contratti pirata: le opposizioni se ne vanno

8 June 2026 at 15:32

Il blitz sul decreto Lavoro con cui la maggioranza punta a riaprire la porta ai contratti firmati da sindacati non rappresentativi fa esplodere la protesta delle opposizioni. Che lunedì hanno abbandonato la commissione Lavoro della Camera accusando il governo di “abusare del Parlamento” e di voler riscrivere all’ultimo minuto uno dei punti più delicati del decreto Primo Maggio. A scatenare la reazione è stata l’assenza della ministra Marina Calderone, attesa per spiegare il controverso emendamento con cui i relatori hanno stabilito tra l’altro che per calcolare il trattamento economico complessivo (tec) vanno considerate anche “le prestazioni di welfare contrattuale” e che anche i contratti che prevedono un trattamento “equivalente” soddisfano le condizioni per accedere a sgravi e benefici. Il che ribalta di fatto l’impostazione del decreto presentato poche settimane fa.

“Non ci sono le condizioni per proseguire”, ha dichiarato il capogruppo Pd in commissione Arturo Scotto. “Non parteciperemo a questa pantomima, all’abuso di potere sul Parlamento, ce ne andiamo”. Il M5S ha parlato di “farsa” e di una ministra “scappata dal confronto”, mentre Avs denuncia “totale sprezzo verso il Parlamento”. Il centrosinistra si oppone a riprendere la seduta senza che siano state depositate tutte le riformulazioni. Nell’ufficio di presidenza, riunito in precedenza, è stato fissato l’obiettivo di chiudere con il mandato al relatore entro le 17 di oggi. Il testo è atteso domani in Aula alle 10 con la fiducia.

Lo scontro nasce da una modifica che tocca quasi un miliardo di euro di incentivi alle assunzioni. Il decreto approvato in Consiglio dei ministri disponeva che i bonus sarebbero andati soltanto alle aziende che applicano i contratti collettivi sottoscritti dalle organizzazioni comparativamente più rappresentative. Una scelta interpretata come un argine contro i contratti pirata e come una vittoria per Confindustria e per Cgil, Cisl e Uil. Ora, però, mentre il provvedimento è in Parlamento, l’esecutivo vuol cambiare le regole.

Con un emendamento presentato dai relatori di maggioranza su indicazione del governo, viene infatti introdotta una clausola che consente di accedere agli sgravi anche applicando contratti firmati da sigle non rappresentative. La condizione è che il trattamento economico complessivo previsto da quei contratti sia giudicato “equivalente” a quello garantito dai contratti leader. L’emendamento ripropone il concetto di “equivalenza” sostenuto per mesi dal sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon. Una tesi osteggiata dai sindacati confederali, che temono di vedere riaperti spazi per sigle minori come Ugl e Cisal.

La novità più rilevante è che il governo stabilisce anche cosa debba intendersi per trattamento economico complessivo. Nel conteggio rientrano non solo stipendio e altre componenti retributive, ma anche le prestazioni di welfare contrattuale. Ma se nel confronto entrano fondi sanitari, assicurazioni, buoni e altre prestazioni di welfare, diventa possibile compensare salari monetari più bassi con benefici non direttamente presenti in busta paga. Per il M5S si tratta dell’invenzione di un “salario teorico”. “Alla cassa del supermercato e per pagare gli affitti servono euro veri in busta paga, non voucher o polizze dentistiche”, ha attaccato il deputato Davide Aiello. “Noi continuiamo a chiedere una soglia minima legale di 9 euro lordi l’ora ancorata al minimale Inps”.

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“Braccianti in nero costretti a vivere in un casolare senza bagni. Si scaldavano bruciando spazzatura”: arrestato caporale

8 June 2026 at 10:26

Lavoravano in nero, con una retribuzione inferiore alla metà dei minimi del contratto nazionale dell’agricoltura, ed erano costretti a dormire in un casolare rurale in una condizione “degradante” che dovevano anche pagare 5 euro al giorno, nonostante non fosse neanche bagni e riscaldamento. L’ultima storia di para-schiavismo arriva dalla provincia di Brindisi, dove i carabinieri del Nucleo ispettorato del lavoro hanno arrestato in flagranza un caporale. I braccianti agricoli lavoravano in alcuni terreni al confine tra il Brindisino e il Tarantino.

Stando alla ricostruzione dei militari dell’Arma, attraverso una cooperativa, il caporale approfittava dello stato di bisogno di diverse persone, costringendole ad affrontare una giornata lavorativa di dieci ore fronte di una paga inferiore alla metà rispetto a quella prevista dal Contratto collettivo nazionale del lavoro di settore, decurtando ulteriori 5 euro giornaliere pro-capite per l’alloggio nella diponibilità dell’indagato.

Si trattava di un casolare rurale in condizioni igienico sanitarie degradanti, caratterizzato da presenza di muffe, con servizi igienici non funzionanti e privo di riscaldamento, al punto che i lavoratori sfruttati bruciavano la spazzatura in un caminetto per riscaldare gli ambienti, costretti così a respirarne fumi pericolosi e dormire su materassi sporchi, trovati nelle campagne vicine. I braccianti, due al momento quelli che si è riusciti a identificare, venivano impiegati in nero, senza contratto di lavoro, senza visite mediche e nessun corso di formazione, aumentandone così il rischio di subire infortuni gravi sul lavoro, poiché maneggiavano attrezzi pericolosi, come seghe circolari, senza averne acquisito competenze ed appreso modalità di utilizzo specifico.

Uno dei braccianti è risultato per altro privo di permesso di soggiorno per l’impiego lavorativo. L’indagine “lampo”, iniziata verso la fine di marzo con la denuncia sporta da un terzo bracciante anche lui vittima di sfruttamento, è stata coordinata dalla procura di Brindisi che ha chiesto e ottenuto gli arresti domiciliari per il caporale. È stato anche posto sotto sequestro il mezzo con il quale i braccianti venivano trasportati e il casolare dove dormivano. Sono state elevate sanzioni amministrative ed ammende per totale 20.000 euro.

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Consolato Usa di Milano, convalidato il secondo fermo nell’inchiesta sullo sfruttamento dei lavoratori

7 June 2026 at 14:15

Arriva una nuova conferma all‘impianto accusatorio dell’inchiesta sul presunto sfruttamento di manodopera nel cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti in piazzale Accursio, a Milano. La giudice per le indagini preliminari, Angelica Cardi. ha convalidato il fermo di Aji Appukuttan, cittadino indiano che compirà 52 anni il prossimo luglio, disponendo nei suoi confronti la custodia cautelare in carcere.

Secondo la ricostruzione della Procura di Milano, Appukuttan avrebbe avuto un ruolo centrale nella gestione dei rapporti con i lavoratori impiegati nel cantiere. Gli investigatori lo descrivono infatti come il “caporale operativo” e l'”intermediario tra società e lavoratori”, una figura ritenuta fondamentale nel presunto sistema di sfruttamento al centro dell’indagine. L’uomo è stato definito nelle testimonianze degli operai migranti raccolte dal Nucleo ispettorato lavoro dei carabinieri il “cane da guardia” della multinazionale americana delle costruzioni.

Il provvedimento rappresenta il secondo arresto convalidato nell’ambito dell’inchiesta coordinata dai pm Paolo Storari e Mauro Clerici e condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del Lavoro. Nei giorni scorsi era stato infatti fermato anche Ulas Demir, manager coinvolto nella realizzazione dell’opera, fermato all’aeroporto di Orio al Serio mentre stava per imbarcarsi su un volo diretto a Istanbul. Anche nei suoi confronti era stata disposta la custodia cautelare.

L’inchiesta riguarda le condizioni di lavoro di numerosi operai, in gran parte di nazionalità indiana, impiegati nella costruzione della nuova sede consolare statunitense. Secondo quanto emerso dalle indagini, gli inquirenti stanno cercando di accertare l’esistenza di un articolato sistema di reclutamento e gestione della manodopera che avrebbe consentito di aggirare le normative a tutela dei lavoratori e di comprimere costi e diritti.

La figura di Appukuttan viene considerata particolarmente rilevante proprio perché, secondo l’accusa, avrebbe rappresentato il punto di contatto diretto con gli operai, occupandosi dell’organizzazione quotidiana del lavoro e fungendo da tramite con le società coinvolte. Elementi che hanno portato la Procura a chiedere il fermo e che il giudice per le indagini preliminari ha ora ritenuto sufficienti per confermare la misura cautelare. La decisione della gip segna un nuovo passaggio nell’inchiesta milanese, che nelle scorse settimane aveva attirato l’attenzione per il contesto in cui sarebbero avvenuti i presunti illeciti: il cantiere destinato a ospitare il nuovo Consolato degli Stati Uniti. Gli accertamenti proseguono per chiarire responsabilità, ruoli e modalità operative del presunto sistema di sfruttamento e per verificare l’eventuale coinvolgimento di altri soggetti.

Stando alle indagini dei militari dell’Arma lo sfruttamento degli operai inizia già in India dove i lavoratori vengono reclutati dalla società Dynamic House di New Delhi. Reclutamento tra l’alto a pagamento. Insomma pizzo o mazzetta del valore di 5mila euro. Denaro da pagare “in contanti ai dipendenti della Dynamic House pur di ottenere il relativo visto per il soggiorno di lavoro”. Appena giunti in Italia “i lavoratori scoprono che le promesse erano false ed il debito contratto diventa una catena dato che il caporale di cantiere trattiene gran parte del salario (già misero) con la scusa dell’alloggio e del vitto e con la minaccia di licenziamento”. Ma ora per i lavoratori non c’è più scelta e per loro inizia una vita da “nuovi schiavi”.

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Trattative in salita alla Natuzzi che ha confermato il trasferimento delle attività pugliesi in Romania. Tavolo l’11

6 June 2026 at 17:23

Trattative in corso – e in salita – alla Natuzzi, che il 4 giugno scorso ha confermato il trasferimento in Romania del 15% delle attività oggi svolte tra Puglia e Basilicata. “Quella di Natuzzi è una vertenza complessa, delicata, che coinvolge centinaia di lavoratori e uno dei marchi storici della manifattura pugliese e nazionale. Proprio per questo, pur nella difficoltà del momento e nelle distanze ancora presenti tra le parti, riteniamo importante registrare alcuni segnali di apertura. L’auspicio è che Natuzzi possa arrivare al tavolo dell’11 giugno con un piano industriale capace di tenere insieme sostenibilità aziendale e tutela del lavoro”, dice l’assessore regionale allo Sviluppo economico e lavoro, Eugenio Di Sciascio.

“Il primo spiraglio attiene all’impegno aziendale di convocare d’urgenza, comunque prima del tavolo Mimit, le rappresentanze sindacali aziendali, per l’esclusiva discussione dei calendari dell’ammortizzatore sociale“, spiega l’assessore. Sul fronte dell’incentivazione all’esodo “è stato varato un primo piano sperimentale di esodo per il quale Natuzzi ha messo a disposizione 6 milioni di euro, destinati a un’indennità massima di 50mila euro a favore dei dipendenti che, su base esclusivamente volontaria, sceglieranno di aderire”. Il terzo spiraglio riguarda “invece l’annuncio, dell’azienda, di un accordo raggiunto con una realtà pugliese del settore gomma-plastica per la cessione dello stabilimento dismesso di Ginosa“.

Meno ottimista la segretaria della Cgil Puglia, Gigia Bucci, che chiede l’intervento dello Stato. “Chiediamo alle Istituzioni ancora una volta di svolgere fino in fondo il proprio ruolo di mediazione, nei confronti di un’azienda che ha beneficiato di ingenti contributi pubblici e che, da venti anni, ricorre in modo sistematico alla cassa integrazione“. Per la segretaria si tratta di scelte che “si fanno beffa del ruolo della rappresentanza sindacale e dello stesso lavoro di mediazione di Ministero delle Imprese e Regione Puglia“. Secondo la sindacalista, poi, “l’atteggiamento del management Natuzzi, incapace ancora una volta di mantenere gli accordi paventati ai tavoli istituzionali, è gravissimo. Non si gioca con il lavoro e la vita di migliaia di lavoratori e lavoratrici”.

Dal canto suo il ministro delle imprese, Adolfo Urso, già venerdì 5 giugno aveva ricordato che “quello che non si è fatto in questi 20 anni dobbiamo farlo insieme nei prossimi 20 giorni”. Secondo Urso “il fatto stesso che l’azienda utilizzi la cassa integrazione da vent’anni, vuol dire che da vent’anni vi è un problema industriale. Perché la cassa integrazione non può essere uno strumento per coprire una questione industriale in maniera duratura e continuativa per due decenni, ma deve essere uno strumento che si utilizza temporaneamente per consentire un rilancio industriale”.

L'articolo Trattative in salita alla Natuzzi che ha confermato il trasferimento delle attività pugliesi in Romania. Tavolo l’11 proviene da Il Fatto Quotidiano.

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