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“La tua forza è questa: renderci partecipi di un sogno, dimostrandoci che si possono realizzare”. Perché Ultimo è diventato un fenomeno di massa? C’entrano Renato Zero e Vasco Rossi

“Quando ascoltavo la gente parlare mentre dava lezioni / non ho saputo imparare ed ora disegno le delusioni, le conclusioni / […] Ero un bambino diverso […] / Sempre collocato nel gruppo dei perdenti”. Sono le parole di Ultimo in una delle sue canzoni più amate e considerata ormai un vero e proprio manifesto per il suo popolo: “Sogni appesi”. E non è un caso.

Proprio in quelle parole si nasconde il segreto del successo di quello che non è un fenomeno musicale, ma un vero e proprio fenomeno di massa. Ma come nasce questa ondata di donne e uomini che culminerà nel concerro evento del “Raduno degli ultimi” che si terrà il 4 luglio a Tor Vergata a Roma? Lo spiega il volume “Il popolo di Ultimo” (Gallucci editore) di Mattia Marzi, dal 12 giugno in libreria.

“La tua forza è questa: renderci partecipi di un sogno, dimostrandoci che si possono realizzare. Anche quando parti da Ultimo” e “Sono una grandissima fan di Vasco da sempre ma ora Nic ci ha rubato l’anima: tu porterai avanti la storia e la favola di tutti noi”. Sono sono alcuni dei commenti dei fan del cantautore che si cullano sulle note di “Colpa delle favole”, Piccola stella”, “Rondini al guinzaglio” e “Il ballo delle incertezze”. Ma c’è di più oltre alle canzoni.

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I nuovi romanzi di Lynch e Vuillard fanno i conti con le radici marce della nostra contemporaneità

C’è un filo invisibile e insanguinato che lega le brughiere desolate dell’Irlanda ottocentesca ai deserti polverosi del Nuovo Messico. Un filo fatto di fango, miseria nera e di quella violenza strutturale che il capitalismo nascente ha sempre contrabbandato per “civilizzazione” o progresso economico.

La letteratura, quando decide di non piegarsi alle logiche consolatorie dell’intrattenimento da classifica o dei salotti borghesi, ha il dovere politico e morale di scavare lì, tra le costole dei vinti, per restituirci la carne viva della Storia. A compiere questa operazione chirurgica e spietata sono oggi due romanzi straordinari, capaci di smantellare i miti fondativi della modernità occidentale attraverso una lingua che si fa polvere, sangue e poesia.

Il primo è Cielo rosso al mattino di Paul Lynch (traduzione di Riccardo Michelucci; 66thand2nd). Prima di vincere il Booker Prize con il distopico Il canto del profeta, Lynch aveva già marchiato a fuoco la narrativa contemporanea con questo esordio folgorante, ambientato nel 1832. La storia di Coll Coyle, un bracciante irlandese in fuga dopo aver ucciso accidentalmente il figlio del suo spietato padrone terriero, non è semplicemente un thriller storico o una caccia all’uomo. È un’odissea esistenziale sulla condizione umana.

Lynch possiede una scrittura materica, ipnotica, che evoca lo spettro biblico di Cormac McCarthy ma si radica nel ritmo di una ballata celtica cupa e visionaria. La fuga di Coll attraversa l’oceano fino ai cantieri delle ferrovie della Pennsylvania, dove il sogno americano si rivela per quello che è: un immenso mattatoio per immigrati sacrificabili, carne da cannone per i binari dell’industrializzazione selvaggia.

La traduzione di Michelucci restituisce intatta questa lingua arcaica e brutale, dove la natura non è mai sfondo, ma un dio indifferente che osserva l’inevitabile rovina degli uomini.

Se Lynch lavora sul respiro epico e tragico del singolo individuo schiacciato dal destino, Éric Vuillard con Gli orfani. Una storia di Billy the Kid (traduzione di Alberto Bracci Testasecca; Edizioni E/O) compie un’operazione di decostruzione storica radicale, fedele al suo stile unico che oscilla tra il saggio politico e la prosa d’arte. Vuillard prende il mito pop per eccellenza del West, Billy the Kid, e lo spoglia di ogni retorica hollywoodiana o romantica. Il leggendario fuorilegge non è un eroe solitario, ma un ragazzino disperato, un orfano tra i tanti prodotti dalle violente recinzioni dei latifondisti e dalle prime grandi speculazioni finanziarie sulla terra.

Il West di Vuillard non è lo spazio della libertà, ma il laboratorio a cielo aperto del monopolio economico americano, dove lo sceriffo Pat Garrett non rappresenta la giustizia, bensì gli interessi dei baroni del bestiame e delle compagnie ferroviarie. Con una scrittura tagliente, ironica e implacabile, l’autore francese ci mostra come l’epopea della frontiera sia stata in realtà una gigantesca operazione di pulizia di classe, trasformata poi in spettacolo per coprire i crimini dei vincitori.

Leggere questi due libri in diagonale significa fare i conti con le radici marce della nostra contemporaneità. Sia Lynch che Vuillard, pur con strumenti stilistici diversi – il primo attraverso una narrazione densa, terragna e lirica, il secondo con una prosa chirurgica, saggistica e fortemente politica – ci dicono la stessa identica cosa: la Storia la scrivono i padroni, ma è sui corpi degli orfani, dei fuggiaschi e degli sfruttati che è stato edificato il nostro presente. Due letture necessarie, feroci, che non concedono sconti e che ci ricordano perché la grande letteratura ha ancora il dovere civile di esistere.

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Los fantasmas nunca están quietos

En nuestra época de fiebre memorialística, pocas operaciones están más consensuadas en el arte que el rescate de los cuerpos y voces que quedaron fuera de la historia. Todo muy necesario. Hasta que esa reparación empieza a funcionar con otro sesgo, otra forma de orden, trivial, masculino, que de nuevo deberá quedar sometido a cuestión. El trabajo de Cabello/Carceller está muy lejos de esa preocupación. Su ambigüedad cuidadosamente sostenida genera, incluso en sus momentos más manieristas, más respeto que sospecha.

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© Cabello/Carceller (EL PAÍS)

Fotograma de 'Una voz para Erauso. Epílogo para un tiempo trans' (2021-2022), de Cabello/Carceller.
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La gloria entre los cocoteros

Con solo 25 años Paul Gauguin representaba la imagen de un joven burgués que había alcanzado prematuramente el éxito en las finanzas. Trabajaba de liquidador en el banco Bertin y cada tarde al abandonar el despacho volvía a su casa con jardín en la calle Cancel y le daba un beso a su mujer, Mette-Sophie Gad, una danesa protestante, dura de carácter. Usaba ropa cara, pantalones de tubo, botines de charol bien cepillados y fumaba cigarrillos egipcios con boquilla dorada. En el banco le permitían especular en Bolsa, lo que le proporcionaba una fortuna añadida con la que se daba el gusto de comprar cuadros que pintaban unos artistas que habían sido rechazados por el salón de la Exposición Universal de 1867 y eran menospreciados por la crítica. Se trataba de pintores como Renoir, Monet y Cézanne.

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© GALERIE NEUE MEISTER

'Parau api', que Gauguin pintó en 1892.
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David Hockney, una salpicadura demasiado grande

El gran pintor David Hockney —fallecido este jueves— debió de sentir la misma sorpresa, ambivalencia casi, que nos invaden a los europeos al llegar a LAX, el aeropuerto de Los Ángeles. Hockney llegaba muy pronto además, a mitad de la década de los sesenta. Llegaba a una ciudad contradictoria y fascinante —la que sigue siendo— que fluctuaba entre Hollywood y su paseo de la fama y las protesta de UCLA, una universidad muy activa políticamente en aquellos años, como ahora, a la cual estuvo muy vinculado.

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© picture alliance (via Getty Images)

David Hockney posa delante de la obra 'Portrait of an Artist (Pool with Two Figures)', en el Met de Nueva York, en 2017.
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