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Russia's war on Ukraine: the new, the old, and the immutable

At the Trump-Xi summit in May 2026 in Beijing, China's President allegedly told his American counterpart that Vladimir Putin "might end up regretting" his invasion of Ukraine. This revelation is both encouraging and disheartening.

China's backing of Russia has been a major factor in

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La mia Onu avrebbe salvato l'Ucraina (di Pino Arlacchi)


di Pino Arlacchi*
 
C’è una domanda che vale la pena di porsi con franchezza, ora che l’Ucraina è ridotta a un campo di battaglia e l’Europa subisce le conseguenze di una guerra che non può né vincere né fermare: questa catastrofe era evitabile?

La risposta è sì. Ed è evitabile ancora oggi, se si vogliono avere il coraggio e l’onestà di riflettere sulle sue cause di fondo.

Il punto di partenza più recente è il fallimento degli Accordi di Minsk. Firmati nel 2014 e nel 2015 sotto la supervisione nominale di Francia e Germania, questi accordi avrebbero dovuto costituire la cornice diplomatica di una soluzione del conflitto nel Donbass. Ma erano sin dall’inizio una pietanza avvelenata.
 
Nel 2022, con una spudoratezza che ha dell’incredibile, Hollande e Merkel, i leader europei che li avevano garantiti, hanno dichiarato pubblicamente di aver usato Minsk solo per guadagnare tempo, per permettere all’Ucraina di riarmarsi e prepararsi alla guerra. Non un accordo di pace, dunque, ma una trappola degna dei tempi dei trattati segreti tra le potenze europee in corsa verso le guerre mondiali del Novecento
 
In presenza di un’organizzazione delle Nazioni Unite riformata secondo la mia proposta – con un’Assemblea generale dotata di prerogative sovrane e di meccanismi efficaci di garanzia dell’esecuzione dei negoziati di pace – questa falsificazione sarebbe stata irrealizzabile. Un ente di sorveglianza indipendente, con mandato dell’intera comunità internazionale, avrebbe monitorato l’attuazione degli impegni di Minsk, documentato le violazioni, ammonito le parti e reso politicamente insostenibile il sabotaggio avvenuto indisturbato per sette anni alla luce del sole, con la complicità dei garanti. L’Onu che propongo avrebbe reso quel tradimento impossibile. Ma vi è di più. Nell’autunno e nell’inverno del 2021-2022, quando la crisi si andava avvitando verso il punto di non ritorno, un’Assemblea generale dotata di poteri effettivi sarebbe stata in grado di intervenire su entrambi i fronti del conflitto nascente. Non come osservatore impotente, ma come giudice-arbitro dotato di strumenti adeguati di intervento. Fino all’uso di una propria forza di interposizione armata. Il primo atto sarebbe consistito nel riconoscimento formale di una realtà che il concerto occidentale si era ostinato a negare: la Russia aveva subìto, nel corso di trent’anni, un processo di accerchiamento strategico non dichiarato da parte della Nato.
 
Non si trattava di paranoia imperiale né di eccessiva suscettibilità del Cremlino circa la propria zona di influenza. Si trattava di fatti documentati, incontestabili. Contravvenendo impegni presi subito dopo la caduta del Muro di Berlino e lo scioglimento del Patto di Varsavia, la Nato aveva incorporato dal 1999 al 2020 quattordici nuovi membri, spingendo la propria linea di contatto fino ai confini della Federazione Russa. Basi missilistiche erano state installate in Romania e in Polonia, descritte come scudi difensivi ma rapidamente convertibili in piattaforme offensive. Il documento fondativo della Nato-Russia del 1997, che aveva promesso di non dispiegare forze militari permanenti nei nuovi paesi membri, era stato progressivamente svuotato di contenuto. E nel 2008, al vertice di Bucarest, era stata formulata la promessa – rivelatasi una scintilla – che un giorno anche l’Ucraina e la Georgia avrebbero fatto parte dell’Alleanza.
 
Era una strategia deliberata, orchestrata da Washington e subìta passivamente da un’Europa che aveva abdicato alla propria autonomia strategica e aveva mascherato l’espansione Nato con una parallela, innocente, politica di allargamento verso Est dell’Unione europea.
 
Un’aggressione silenziosa, al rallentatore: non con i carri armati, ma con i trattati, le basi, i memorandum, le mappe che si coloravano di blu verso est. La Russia aveva protestato per decenni – con Putin che aveva denunciato esplicitamente, fin dal discorso di Monaco del 2007, l’accerchiamento – e nessuno aveva risposto.
 
Un’Assemblea generale sovrana avrebbe rotto quel silenzio. Avrebbe potuto adottare una risoluzione che riconoscesse la legittimità delle preoccupazioni della Federazione russa per la propria sicurezza. Avrebbe invitato le forze Nato a formulare una risposta coerente con il principio dell’indivisibilità della sicurezza nazionale di ogni Stato membro. Principio sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e dalla Dichiarazione di Helsinki del 1975 secondo cui la sicurezza di uno Stato non può essere costruita a spese della sicurezza di un altro. Quel principio era stato invocato dall’Occidente per decenni, ma solo quando aveva fatto comodo alle potenze euroatlantiche. Un’Assemblea generale rifondata lo avrebbe applicato senza eccezioni, anche quando l’imputato fosse stata la Nato.
 
Ma il riconoscimento delle ragioni russe avrebbe costituito solo il primo lato dell’equazione. Il secondo sarebbe stato un monito rivolto a Mosca: le vostre preoccupazioni di sicurezza possono legittimare una risposta proporzionata, non un’invasione. Il diritto internazionale consente mezzi di azione adeguati a questi casi. Un’operazione militare circoscritta alle regioni del Donbass, fondata sul diritto di autodifesa e sulla protezione delle popolazioni russofone soggette dal 2014 a bombardamenti ripetuti e documentati dall’Osce, si sarebbe collocata in una zona giuridicamente controversa ma non priva di solide giustificazioni. Un’invasione su larga scala del territorio ucraino, il rovesciamento del governo di Kiev, l’occupazione militare di centinaia di migliaia di chilometri quadrati, no. Quella sarebbe stata, e fu, qualcosa di diverso: una guerra vera e propria, incompatibile con una lettura difensiva del diritto internazionale.
 
Questa distinzione – espressa non da Washington né da Mosca, ma dalla voce autorevole e imparziale dell’Assemblea generale – avrebbe avuto un peso che nessuna dichiarazione unilaterale avrebbe potuto possedere. Avrebbe offerto a Putin una via d’uscita del tutto percorribile: le tue apprensioni sono riconosciute, i tuoi nemici sono stati convenientemente ammoniti, il mondo ti dà ragione sulla Nato, ma non ti dà carta bianca per la guerra totale. E avrebbe offerto all’Ucraina e ai suoi protettori occidentali un messaggio netto: l’espansione della Nato verso Est, l’uso di Minsk come inganno, il riarmo accelerato dell’Ucraina, il diniego sistematico delle ansie e delle proteste russe, vi hanno resi i responsabili ultimi di questa crisi.
 
Non è avvenuto nulla di tutto questo. Perché non poteva avvenire. Il Consiglio di Sicurezza è rimasto paralizzato: l’Occidente ha bloccato le risoluzioni dell’Assemblea che riconoscevano la fondatezza delle preoccupazioni della Russia. E così il mondo ha assistito impotente al progredire della crisi.
 
La mia proposta di rifondazione dell’Onu non è utopistica. Nasce da chi ha visto dall’interno come funziona (e come non funziona) la massima espressione del sistema multilaterale. La mia Onu abolisce il diritto di veto che mette alcuni paesi al di sopra della legalità internazionale. Conferisce all’Assemblea generale il potere di riflettere la volontà della comunità internazionale nel suo insieme, mette fine agli effetti della spartizione del mondo avvenuta a Yalta nel 1945. Apre la porta di un mondo multipolare più equo e democratico.
 
*Il Fatto Quotidiano | 10 giugno 2026

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Il "punto critico" dell'approdo di Space X al Nasdaq (di Alessandro Volpi)

 


di Alessandro Volpi*

Domani avverrà il più grande collocamento in Borsa della storia. Si tratta dell'ingresso al Nasdaq di Space X, la società guidata da Elon Musk. Il battage pubblicitario e la narrazione dei media di tale evento sono davvero molto incalzanti: il dato comune è riassumibile nell'immagine del nuovo geniale padrone dello Spazio e dell'Intelligenza Artificiale che approda in Borsa, facendo e facendo fare miliardi di dollari a tutti. Il racconto quotidiano è intessuto di grandi temi, costituiti dalla celebrazione della totale dipendenza degli Stati Uniti, e del mondo "libero" dai satelliti di Musk, a cui si aggiungono i mirabolanti viaggi su Marte, la creazione di stazioni permanenti in giro per l'Universo, la imbattibile produzione di auto elettriche, la scoperta di infinite applicazioni dell'Intelligenza artificiale, il tutto costantemente condito da aneddoti sulla singolarità del personaggio. Certo, l'operazione ha bisogno di una grande attenzione mediatica perché è davvero imponente, almeno nelle attese.

La quotazione di SpaceX (Space Exploration Technologies Corp) prevede infatti che le azioni saranno scambiate sul listino Nasdaq (e sul Nasdaq Texas) con il simbolo SPCX. La società debutterà come "controlled company" , il che significa che Elon Musk manterrà una solida maggioranza del potere di voto. Il prezzo delle azioni è fissato a 135 dollari e l'operazione punta a una capitalizzazione di mercato di circa 1,75-1,78 trilioni di dollari. Un simile dato la posiziona immediatamente tra le prime dieci aziende più preziose al mondo, superando colossi come Meta e Amazon. SpaceX punta a raccogliere circa 75 miliardi di dollari, il che la rende la più grande IPO della storia, battendo il record precedentemente detenuto da Saudi Aramco. Una delle caratteristiche più insolite di questa quotazione è l'attenzione agli investitori privati. SpaceX ha riservato una quota eccezionalmente alta, circa il 30% dell'offerta, agli investitori retail (piccoli risparmiatori).

Di solito, nelle grandi IPO tecnologiche, questa quota non supera il 10%. E' previsto poi l'accesso tramite Piattaforme come Goldman Sachs (capofila dell'operazione), ma anche broker accessibili al pubblico (come XTB, eToro o Fidelity) che hanno aperto canali per permettere agli utenti di richiedere l'allocazione delle azioni prima del debutto. Siamo di fronte quindi ad una colossale impresa finanziaria che ha bisogno di rastrellare, davvero, una massa di risparmiatori e investitori gigantesca.

Qui si pone il punto critico. La quotazione in Borsa di Space X anticipa quelle di Anthropic e Open Ai che avverranno entro la fine dell' anno e dovrebbero mobilitare circa 4 mila miliardi di dollari. Tali quotazioni sono rese inevitabili dal bisogno per gli investitori, Musk in primis, di avere un ritorno finanziario dei propri massicci investimenti e di poter collocare i titoli di tali società nei listini in modo da poterli vedere inseriti negli strumenti finanziari, a partire dagli Etf, fondamentali per i grandi gestori del risparmio globale, come nel caso di BlackRock. Il problema è però costituito dal fatto che tre Ipo di tali dimensioni devono trovare spazio in un mercato obbligazionario intasato dalla gigantesca mole di titoli del debito pubblico Usa da piazzare, con scadenze molto ravvicinate, e in un mercato azionario caratterizzato dalla ipervalutazione proprio dei titoli già quotati del settore dell'Intelligenza Artificiale: a tutto ciò si aggiungono gli effetti restrittivi di tassi alti e destinati a salire per l'emergere dell'inflazione. Il rischio vero, quindi, è che le Ipo avvengano a prezzi più bassi rispetto a quelli attesi, con un'accelerazione dello sgonfiamento della bolla, su cui grava anche il livello di indebitamento non banale che colpisce tutto il settore dell'Intelligenza Artificiale e che proprio il rialzo dei tassi potrebbe far fibrillare come nel caso, ben più ridotto, dei mutui subprime.

Per essere ancora più chiari le aspettative di prezzi azionari molto alti nel caso di queste Ipo, oggetto di una vera e propria narrazione mirabolante e quasi miracolistica, potrebbero essere incrinate se l'adesione del risparmio globale non ci fosse e soprattutto se i grandi gestori del risparmio si trovassero a fare delle scelte perché è sempre più difficile alimentare un "mercato" azionario che vale quasi 160 mila miliardi di dollari (erano 94 mila miliardi nel 2019) e uno obbligazionario che supera i 142 mila miliardi di dollari (erano 105 mila nel 2019). Dunque, il più grande spettacolo dopo il Big Bang risulta davvero insidioso, soprattutto per i milioni di risparmiatori in giro per il mondo che hanno le loro polizze e i loro fondi pensione imbottiti di titoli Usa. Proprio la partita dei grandi gestori è decisiva, di nuovo, a riguardo. BlackRock ha guidato la domanda istituzionale con un ordine record stimato tra i 5 e i 10 miliardi di dollari di future azioni Space X, puntando a diventare il primo azionista istituzionale esterno e cercando di replicare il peso che ha in Tesla (circa il 7%). Vanguard entrerà massicciamente non tanto durante l'IPO, quanto nella fase di inclusione negli indici. Poiché SpaceX (SPCX) entrerà nel Nasdaq-100 intorno al 7 luglio 2026, Vanguard sarà obbligata ad acquistare decine di miliardi di dollari in azioni per i suoi ETF (come il VOO o il VGT). Si stima che, entro la fine del 2026, i fondi istituzionali (BlackRock, Vanguard, State Street e Fidelity) arriveranno a controllare circa il 20-25% del capitale, agendo da stabilizzatori contro la volatilità tipica dei titoli legati a Musk. Ma tutto questo dipende, come ricordato, dalla tenuta complessiva di un sistema che è sempre più stressato e ha un bisogno famelico di risparmiatori spesso impoveriti dalla fine dell'economia reale, dei loro redditi da lavoro, e intossicati dalla dipendenza dalla rendita finanziaria.

*Post Facebook del 10 giugno 2026

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Caitlin Johnstone - USA contro l'Iran: la sovranità di Teheran scambiata per aggressione

 

Caitlin Johnstone*

Il Segretario alla Difesa Pete Hegseth ha annunciato che gli Stati Uniti lanceranno imponenti attacchi contro l'Iran, mentre il Presidente Donald Trump ha avvertito che "bombarderà senza pietà" il Paese se Teheran non accetterà un accordo di suo gradimento. L'ultima ondata di raid aerei statunitensi avrebbe già pesantemente danneggiato infrastrutture civili critiche: secondo i dati diffusi dal governo iraniano, circa 20.000 cittadini sono rimasti senza approvvigionamento idrico nel bel mezzo di un caldo torrido.

Nel frattempo, la macchina bellica statunitense si autoassolve recitando la parte della vittima, sostenendo di bombardare l'Iran esclusivamente per difendersi da un'aggressione ingiustificata. Il CENTCOM ha rilasciato una nota ufficiale in cui dichiara: "Su ordine del Comandante in Capo, le forze del Comando Centrale degli Stati Uniti hanno iniziato a lanciare ulteriori attacchi di autodifesa contro molteplici obiettivi in Iran. Gli attacchi sono una risposta alla continua e ingiustificata aggressione iraniana".

La Retorica dell'Impero e il Marchio del "Terrorismo"

Questa narrazione evoca l'assurdità di chi entra con la forza in casa altrui per cospargere il soggiorno di benzina e, di fronte al tentativo del proprietario di fermarlo, lo uccide invocando la "legittima difesa". Gli Stati Uniti si comportano come un narcisista maligno: pretendono assoluta deferenza dal resto del mondo e interpretano come un attacco personale qualsiasi tentativo di porre limiti normali. I leader dell'impero occidentale sono intimamente convinti che l'intero pianeta debba sottomettersi alla loro autorità, e liquidano il rifiuto di tale sottomissione come un atto di violenza immotivato.

In quest'ottica, lo slogan secondo cui "l'Iran è il più grande Stato sponsor del terrorismo al mondo" ha senso solo se si considera che l'asse occidentale etichetta come "organizzazione terroristica" qualunque gruppo si opponga agli interessi statunitensi e israeliani. Sono arrivati a classificare come entità terroristica persino il Corpo delle Guardie Rivoluzionarie: una mossa paradossale per cui una branca ufficiale delle forze armate di un Paese sovrano viene definita illegittima, rendendo quel Paese "sponsor del terrorismo" per il solo fatto di possedere un esercito.

Mentre l'Occidente bolla movimenti come Hamas e Hezbollah come sigle terroristiche, la stragrande maggioranza dei governi mondiali rifiuta questa classificazione, considerandoli semplicemente fazioni armate che si oppongono a Israele e ai suoi sostenitori. È una vera e propria manipolazione linguistica: se cambio la definizione di una parola per includervi chiunque non sia d'accordo con me, posso usare quel marchio per giustificare qualsiasi aggressione fisica. Oggi l'etichetta di "terrorista" serve solo a questo: colpire chiunque ostacoli il dominio globale dell'impero.

Un Nuovo Equilibrio Regionale

Come sottolineato in un recente articolo dall'analista Trita Parsi, la risposta missilistica dell'Iran contro Israele a seguito dell'offensiva in Libano potrebbe delineare un "nuovo equilibrio regionale". Uno scenario inedito in cui l'entità sionista non è più libera di agire impunemente in Medio Oriente, dovendo fare i conti con le contromisure di Teheran. L'auspicio è che i tentativi di Stati Uniti e Israele di rovesciare il governo iraniano continuino a fallire, che l'Iran si rafforzi per frenare le azioni belliche israeliane, che la macchina da guerra statunitense imploda e che la Palestina venga finalmente liberata.

La realtà, del resto, è lineare, per quanto si cerchi di complicarla artificialmente attraverso la propaganda:

  • Israele: scatena una guerra regionale.

  • Israele: viola sistematicamente ogni accordo di cessate il fuoco.

  • Israele: bombarda quotidianamente il Libano meridionale.

  • Israele: sabota apertamente i negoziati tra Stati Uniti e Iran.

  • Israele: inizia a bombardare Beirut.

  • Iran: risponde bombardando Israele.

  • La narrativa sionista: "Ci attaccano a causa della nostra religione!"

La distinzione è netta e fondamentale: praticare la propria fede, indossare la kippah e recitare le preghiere ebraiche è un diritto sacrosanto; sostenere uno Stato di apartheid e pratiche genocide è, invece, una scelta deplorevole. Non servono ulteriori livelli di complessità: la questione si riduce tutta qui.

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(Traduzione de l'AntiDiplomatico)

*Giornalista e saggista australiana. Pubblica tutti i suoi articoli nella newsletter personale: https://www.caitlinjohnst.one/

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Il Nord come terreno di cooperazione

 

di Michele Merlo

 

Durante la recente conferenza stampa tenuta da Vladimir Putin per i giornalisti stranieri, egli ha affermato che la Russia non ha compiuto «alcun cambiamento di rotta» verso l’Asia e che l’accordo quadro con la Cina è stato firmato già nel 2001, poiché i due paesi sono partner naturali. “Mosca e Pechino sono amiche non contro qualcuno, ma nel proprio interesse, stanno valutando nuovi sviluppi nel settore tecnico-militare, non legati agli eventi attuali. E nel prossimo futuro “delizieranno” con nuovi accordi nel settore energetico”. La commissione intergovernativa russo-cinese per la cooperazione in materia di investimenti comprende 89 progetti per un valore di oltre 200 miliardi di dollari in settori quali la metallurgia, la chimica, l’ingegneria meccanica, l’industria forestale, il settore agricolo, i trasporti, la logistica e il commercio. La cooperazione è proficua anche nel settore dell’energia nucleare e in quello spaziale. Oltre alle questioni economiche e politiche, tra i due paesi si sono instaurati solidi legami culturali secolari. Un posto speciale è occupato dai progetti di rilevanza sociale, in particolare in campo medico.

Alla fine di maggio si è tenuta a Murmansk l'apertura del Raduno dei vertici del servizio medico della Marina Militare della Federazione Russa, per la prima volta in formato internazionale, al quale ha partecipato una delegazione delle Forze Navali dell'Esercito Popolare di Liberazione cinese. Da entrambe le parti hanno partecipato alti ufficiali dell'esercito. Una serie di attività scientifiche e pratiche volte allo scambio di esperienze e alla promozione di vari sviluppi scientifici nell'ambito della medicina navale riveste un'importanza fondamentale per distinguerla come un settore specifico della sanità.

Il programma delle attività scientifiche e pratiche svoltesi presso le strutture della Flotta del Nord della Federazione Russa comprendeva questioni relative alla cooperazione russo-cinese nel campo della medicina navale, attività scientifiche e pratiche, la discussione sulle prospettive di sviluppo della medicina navale, una conferenza scientifica e pratica sulla traumatologia chirurgica da combattimento, una serie di masterclass tenute da specialisti dell’Accademia medico-militare e la visita alle attrazioni locali, dato che la regione di Murmansk ha molto da offrire ai turisti. (I turisti cinesi la scelgono già da diversi anni per i loro viaggi e la domanda per questa destinazione è in crescita). Una giornata del raduno è stata dedicata allo studio delle capacità dell’ospedale principale della Flotta del Nord nel fornire assistenza medica alle vittime di emergenze di natura antropica, comprese le lesioni da radiazioni. 

Questo non è il primo grande evento congiunto russo-cinese su tema medico. Nel settembre 2025 si è tenuto a San Pietroburgo il primo congresso russo-cinese "Chirurgia mininvasiva", il più grande evento medico dell'autunno, in occasione del 45° anniversario del Centro nazionale di ricerca medica intitolato ad Almazov. Al congresso hanno partecipato i principali specialisti di Russia e Cina, che hanno discusso delle tecnologie di intelligenza artificiale in medicina, della medicina personalizzata e delle tecniche chirurgiche all'avanguardia. Il congresso è stato organizzato congiuntamente dal Centro Almazov, dalla Facoltà di Medicina dell’Università di Zhejiang, dall’Ospedale Sir Ran Ran Shaw (Hangzhou, Cina) e dalla Società Russa dei Chirurghi. Oggi il Centro Almazov russo collabora attivamente con 12 organizzazioni cinesi, di cui 6 sono università, dedicando particolare attenzione alla formazione congiunta del personale e alla ricerca scientifica, compreso il trattamento delle malattie cardiovascolari. I principali esperti di entrambi i paesi hanno presentato relazioni sull'applicazione dell'intelligenza artificiale in oncologia chirurgica, gastroenterologia chirurgica, chirurgia endocrina e chirurgia d'urgenza.

Parallelamente allo sviluppo della cooperazione in campo medico, la Cina sta rafforzando attivamente la propria presenza nell'Artico, affrontando la questione in modo globale:

- dal 2004 è operativa una base scientifica a Spitzbergen;

- sono state condotte 8 spedizioni nell'Oceano Artico;

- sono state costruite due navi rompighiaccio ("Drago delle nevi" e "Drago delle nevi-2").

- la Cina partecipa attivamente ai progetti «Yamal LNG» (29,9% delle azioni detenute da CNPC e dal Fondo della Via della Seta) e «Arctic LNG-2» (20% detenuto da CNPC e CNOOC). L’integrazione dei trasporti fluviali, stradali e ferroviari interni russi nel Corridoio Transartico favorisce lo sviluppo delle regioni; in Yakutia si sta elaborando un percorso multimodale Mohe (Cina) – Jalinda – Nizhny Bestyakh – fiume Lena – porto di Naiba – Corridoio Transartico, che consentirà di aggirare il complesso settore orientale della RSM e trasformare il fiume Lena in una via di importanza nazionale e internazionale.

- È in corso lo sviluppo della «Via della Seta Polare», poiché la Rotta Marittima del Nord è due volte più veloce della rotta tradizionale attraverso il Canale di Suez (25–27 giorni contro 40–50): ciò riduce il consumo di carburante, i costi di nolo e di equipaggio e accelera la consegna. Inoltre, la “crisi di Ormuz” e i rischi di pirateria al largo delle coste della Somalia costringono i grandi operatori (Maersk, Hapag-Lloyd, CMA CGM) a dirottare le navi su un’altra rotta intorno all’Africa, aggirando il Mar Rosso.

- La Cina ha lo status di osservatore nel Consiglio Artico dal 2013 e si posiziona come “Stato para-artico”, spiegando che le condizioni naturali dell’Artico e i loro rapidi cambiamenti hanno un impatto diretto sul clima, l’ecologia, l’agricoltura e la piscicoltura della Cina.

Allo stesso tempo, Pechino propone il principio orientale del «non partecipare al gioco, ma nemmeno assentarsi»: non interferire negli affari che riguardano esclusivamente i paesi artici, ma svolgere un ruolo attivo nelle questioni transregionali. Ed è proprio la secolare saggezza orientale a caratterizzare il suo approfondimento dei legami necessari con il suo vicino attraverso una cooperazione multiforme. L'Artico è diventato un'importante area di cooperazione tra Russia e Cina in una serie di settori, il che è diventato particolarmente rilevante nel contesto della folle pressione delle sanzioni occidentali sulla Russia. Nel 2024 la Cina è diventata il principale partner scientifico della Russia: quasi il 22% di tutte le pubblicazioni congiunte degli scienziati russi su Scopus è stato realizzato da ricercatori della Repubblica Popolare Cinese.

Nello sviluppo della Rotta Marittima del Nord sono stati raggiunti risultati concreti: è stata creata una struttura istituzionale composta da 3 gruppi di lavoro dedicati alla navigazione, alla sicurezza e alla cantieristica artica; nel 2023 è stata avviata la prima rotta containerizzata regolare tra i porti russi e cinesi; nell'agosto 2024 è stata inaugurata la rotta multimodale «Arctic Express n. 1», che collega i porti cinesi con Arkhangelsk, Mosca e San Pietroburgo. Nel 2019 la Russia e la Cina hanno concordato la creazione del Centro di ricerca artico sino-russo per la realizzazione di progetti comuni nella regione.

L'attuale equilibrio di interessi favorisce un partenariato reciprocamente vantaggioso: la Russia ottiene gli investimenti e le tecnologie necessari per lo sviluppo dell'Artico, mentre la Cina ottiene l'accesso alle risorse e alle capacità logistiche. Nel breve e medio termine, la Cina rimarrà il principale partner artico della Russia. Le difficoltà su cui si sta lavorando sono l'incertezza delle condizioni del ghiaccio nell'Artico, il sistema assicurativo e le sanzioni finanziarie occidentali, che aumentano i rischi operativi e i costi. Tuttavia, la compagnia cinese New New Shipping Line prevede di raddoppiare nel 2026 i viaggi lungo la rotta marittima settentrionale rispetto ai 14 previsti per il 2023. Ma la Cina non è l'unico Paese a instaurare una cooperazione con la Russia: interesse è stato manifestato anche da Corea del Sud, India, Giappone e altri Paesi del Sud-Est asiatico.

Vladimir Putin ha incaricato il governo di accelerare la messa a punto del progetto di decreto sulla strategia di sviluppo dell'Artico per il periodo fino al 2035 e con prospettive fino al 2050. Il documento sulla creazione, con i paesi amici, di consorzi internazionali per lo sviluppo di porti, centri logistici e infrastrutture del corridoio di trasporto transartico sarà presentato per l'esame entro il 1° luglio. Tutto ciò avviene sullo sfondo dell'abrogazione del diritto marittimo internazionale da parte dell'Unione Europea, della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, che hanno legalizzato la pirateria come politica di Stato e bombardano, affondano e trattengono petroliere straniere e navi private in tutto il bacino dell'Oceano Indiano e dell'Oceano Atlantico, compresi il Mar Mediterraneo e il Mar Baltico. La Russia e i paesi orientali stanno ancora cercando di evitare uno scontro diretto instaurando legami strategici lontani dalla politica selvaggia dei colonizzatori che si dibattono in agonia. Prevarrà la filosofia orientale sul valore della pazienza, che sottolinea che l’attesa non è inazione, ma preparazione attiva al momento opportuno «Se si aspetta, sul mare arriverà il bel tempo», oppure i mediocri «politici» occidentali riusciranno comunque a far regredire la storia di secoli e a scatenare una nuova guerra mondiale per le rotte marittime nel tentativo di riprendere il dominio sul commercio mondiale e sulla finanza, lo si capirà nel prossimo decennio. Abbiamo avuto la “fortuna” di vivere in un periodo storico; resta da sperare che tra decine e centinaia di anni il nostro mondo non assomigli al mondo post-apocalittico dei film d’azione hollywoodiani, e che i nostri discendenti si annoieranno sui banchi di scuola mentre studiano gli eventi dei nostri giorni.

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