UK watchdog warns online platforms as Belfast riots go viral
L'ombra di Jeffrey Epstein continua ad allungarsi su alcune delle figure più potenti degli Stati Uniti. L'ultimo a tornare sotto i riflettori è Bill Gates. Il cofondatore di Microsoft, per anni considerato il volto più riconoscibile della filantropia globale, ha ammesso davanti ai membri della Commissione di Vigilanza della Camera dei Rappresentanti che aver frequentato il finanziere morto nel 2019 è stato un "grave errore di giudizio". Allo stesso tempo ha ribadito di non essere mai stato sull'isola privata di Epstein e di non aver mai assistito ad attività illegali.
Dopo la pubblicazione di nuovi documenti legati all'inchiesta Epstein e le audizioni parlamentari che coinvolgono personaggi influenti, il Congresso prova a ricostruire la rete di relazioni costruita dal finanziere condannato nel 2008 per reati sessuali e arrestato nuovamente nel 2019 con accuse federali di traffico sessuale di minori. Gates non è accusato di alcun illecito, ma la sua vicinanza a Epstein dopo la prima condanna di quest'ultimo continua ad alimentare interrogativi politici e reputazionali.
Comparendo volontariamente davanti all’House Oversight Committee, Gates ha scelto una linea di piena collaborazione. "Non avrei mai dovuto incontrarlo", ha dichiarato. Ha inoltre sottolineato di non aver mai avuto conoscenza dei crimini commessi dal finanziere né di aver partecipato ad attività inappropriate.
Secondo la ricostruzione fornita dallo stesso tycoon, gli incontri avvenuti tra il 2011 e il 2014 sarebbero stati motivati dall'idea che Epstein potesse facilitare raccolte fondi per iniziative filantropiche legate alla Gates Foundation, in particolare nel settore della salute globale. Gates ha però sostenuto che da quei contatti non nacque alcuna collaborazione concreta e che nessun finanziamento transitò attraverso Epstein. Quando si rese conto che le promesse non si sarebbero tradotte in risultati, interruppe i rapporti.
Uno degli aspetti più delicati affrontati durante l'audizione riguarda le numerose teorie e indiscrezioni circolate negli anni. Gates ha negato categoricamente di essere mai stato a Little Saint James, l'isola privata nelle Isole Vergini divenuta simbolo degli abusi attribuiti a Epstein.
L'imprenditore ha inoltre raccontato che Epstein avrebbe cercato di sfruttare informazioni relative alle sue relazioni extraconiugali per riallacciare i contatti. Secondo quanto riferito durante la deposizione, il finanziere era venuto a conoscenza di alcune infedeltà matrimoniali e avrebbe tentato di utilizzarle come strumento di pressione. Gates ha però precisato che tali vicende personali "non avevano nulla a che fare con Epstein" e che non cedette a quei tentativi.
Ha anche spiegato ai parlamentari di non aver mai trascorso del tempo con le vittime di Epstein e di non aver assistito a comportamenti riconducibili alle attività criminali per cui il finanziere è stato condannato e successivamente indagato.
Per Gates, il caso Epstein rappresenta soprattutto una crisi reputazionale destinata a ridefinire il modo in cui l'opinione pubblica guarda alla sua figura. Negli ultimi anni il fondatore di Microsoft ha cercato di costruire la propria eredità attorno alla filantropia, alla lotta contro le malattie infettive e agli investimenti nell'innovazione sanitaria. Tuttavia, la domanda che continua a emergere negli Stati Uniti è perché uno degli uomini più potenti del mondo abbia scelto di frequentare Epstein dopo che quest'ultimo era già stato condannato per reati sessuali.
La stampa americana sottolinea come non vi siano accuse penali nei confronti di Gates e come nessuna prova lo colleghi ai crimini di Epstein. Ma evidenzia anche come le continue rivelazioni abbiano incrinato l'immagine pubblica costruita in decenni di attività filantropica.
Gates, intanto, è ricorso a Jake Greenberg, l'ex capo consulente investigativo della commissione, per una consulenza a seguito della pubblicazione dei file di affidarsi a Greenberg, sebbene non rara, ha sorpreso gli esperti di etica governativa, poiché potrebbe creare un'apparenza discutibile ai fini della deposizione.
Il mondo del business legato ai traffici irregolari di esseri umani è mutevole, fluido, si adatta ai tempi e alle usanze, per continuare a esistere ma anche per continuare ad avere appeal. Perché è innegabile che ne abbia ed è innegabile che eradicarlo è molto complesso. La struttura di queste organizzazioni di migranti è nota, è un triangolo in cui al vertice si trova la vera “testa” rappresentata il più delle volte dalla criminalità organizzata locale, che muove i fili e gestisce i traffici attraverso i suoi galoppini. Questi sono gli “agenti di zona” che a loro volta gestiscono la manodopera che organizza i migranti da imbarcare, sceglie le zone di partenza delle barche, trova le barche e anche le case in cui i migranti vengono raccolti prima della partenza. Sono loro a individuare, tra i migranti, i soggetti adibiti alla conduzione della barca e alla rotta, i bussolieri.
Finora è stato dato quasi per scontato che le barche venissero messe in mano a uomini, perché è sempre stato così ma, soprattutto, perché nelle inchieste condotte da questo quotidiano sono sempre stati individuati “scafisti” uomini. Sono loro a proporsi, anche se non hanno esperienza: viene loro spiegato qualche rudimento base e vengono messi al timone. È un ruolo ambito dai migranti, perché a fronte della responsabilità garantisce il trasporto gratuito. Tuttavia, dal monitoraggio dei traffici, sta cambiando qualcosa e ci sono sempre più “convogli” che vedono al timone una donna. Sono informazioni, queste, che emergono grazie ai video promozionali che i trafficanti condividono sui social per promuovere le proprie tratte e i propri viaggi e dietro questa scelta, che sicuramente non può essere annoverata tra quelle imposte dal pensiero occidentale per la parità dei sessi, potrebbero esserci due scopi, il primo di marketing e il secondo di scopo.
Il primo risponde a una logica ormai ben rodata nei circuiti illegali: differenziarsi per attrarre nuovi “clienti”. L’immagine di una donna al timone rompe uno schema consolidato e diventa uno strumento di propaganda. Serve a trasmettere un’idea di maggiore affidabilità, quasi di normalità, attenuando la percezione del rischio. Nei video diffusi sui social dai trafficanti, la figura femminile viene spesso utilizzata per costruire una narrazione più rassicurante del viaggio, come se questo potesse trasformare una traversata illegale e pericolosa in qualcosa di più accettabile, che trasmette quasi serenità. Il secondo, al contrario, è invece molto più concreto e, per certi versi, più spregiudicato. L’impiego di donne alla guida delle imbarcazioni può rappresentare un tentativo di sfruttare falle operative e approcci meno rigidi nei controlli. In alcuni casi, la presenza femminile può ridurre il livello di sospetto o ritardare interventi più incisivi da parte delle autorità. Non si tratta di una garanzia, ma di un margine che le organizzazioni criminali cercano di utilizzare fino in fondo, deresponsabilizzando, creando varchi. È un fatto che non ci sia nella storia recente una condanna nei confronti di una donna “scafista”. L’identikit dello scafista non è più quello tradizionale e questo rende più difficile individuare le responsabilità.

O incêndio que teve início esta manhã na zona de São Luís, concelho de Odemira, está a ser combatido por 140 operacionais dos bombeiros, de acordo com fonte da Proteção Civil.
O incêndio em São Luís, está a consumir uma área de mato e teve início às 11h49, altura em que foi dado o alerta à Proteção civil.
No local estão envolvidos 140 elementos dos bombeiros apoiados por 47 viaturas.
No combate às chamas estão envolvidos sete meios aéreos.
Per oltre un decennio l'Europa ha rappresentato per l'Iran il principale interlocutore occidentale. Nonostante le tensioni cicliche sul programma nucleare, Bruxelles ha cercato di mantenere aperti i canali diplomatici, convinta che il dialogo fosse preferibile all'isolamento. Oggi, però, quello stesso continente rischia di trasformarsi nel teatro di una diversa forma di confronto: non una guerra convenzionale, ma una campagna fatta di intimidazioni, operazioni coperte e azioni difficili da attribuire.
L'allarme arriva da un numero crescente di governi europei, ma anche da analisti e osservatori internazionali. In un editoriale del Washington Post, Colin Clarke e Adrian Shtuni sostengono che la Repubblica islamica stia adottando metodi simili a quelli già utilizzati dalla Russia: attacchi indiretti, intermediari sacrificabili e un'elevata plausibile negazione delle responsabilità. L'obiettivo non sarebbe tanto provocare una guerra aperta, quanto diffondere insicurezza e dimostrare la capacità di colpire ben oltre i confini mediorientali.
L'Unione europea ha investito molto nel dialogo con Teheran, soprattutto dopo l'accordo sul nucleare del 2015. Anche dopo il ritiro degli Stati Uniti dal Joint Comprehensive Plan of Action, molte capitali europee hanno tentato di salvare un canale negoziale.
Negli ultimi anni, tuttavia, il quadro è cambiato radicalmente. Le espulsioni di diplomatici iraniani accusati di attività incompatibili con il loro status, i procedimenti giudiziari legati a presunti piani di attentato e le crescenti denunce di sorveglianza nei confronti di dissidenti hanno alimentato la convinzione che la minaccia non sia più soltanto teorica.
A rendere ancora più delicata la situazione è stata la recrudescenza del conflitto mediorientale. Le autorità tedesche hanno recentemente avvertito che l'Iran potrebbe ampliare le proprie operazioni clandestine in Europa, soprattutto in risposta all'inasprimento dello scontro regionale. Allo stesso tempo, anche le istituzioni europee hanno riconosciuto la necessità di monitorare attentamente le possibili ricadute del conflitto sul territorio dell'Unione.
Ciò che più preoccupa le intelligence occidentali è il metodo.
Secondo diverse ricostruzioni, Teheran non farebbe ricorso esclusivamente ai propri apparati ufficiali, ma si affiderebbe a una rete di soggetti terzi: criminalità organizzata, piccoli gruppi radicalizzati o individui reclutati per singole operazioni. Una modalità che consente di mantenere un elevato livello di ambiguità e rende molto più difficile una risposta politica o militare immediata.
Basti pensare alla denuncia resa pubblica dal Dipartimento di Giustizia contro Mohammad Baqer Saad Dawood Al-Saadi. Il governo americano sostiene che Al-Saadi, un comandante trentaduenne di Kata'ib Hezbollah, sia responsabile di diversi complotti e attacchi in Europa e Nord America rivendicati da Harakat Ashab al-Yamin al-Islamiya (HAYI), un'organizzazione prestanome che opera per conto del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche. È stato arrestato in Turchia mentre, secondo quanto riferito, era in viaggio verso Mosca e la scorsa settimana si è dichiarato non colpevole.
Il gruppo ha rivendicato oltre una dozzina di atti intimidatori, tra cui incendi dolosi, atti vandalici e aggressioni, concentrati principalmente nel Regno Unito (in particolare a Londra) e in altri Paesi europei. Oltre l'80% degli attacchi ha colpito la comunità ebraica, prendendo di mira sinagoghe, scuole, ambulanze di enti di beneficenza e individui ebraici. Sono stati presi di mira anche interessi americani e gruppi di opposizione iraniani. Le indagini suggeriscono che il network operi attraverso brevi catene di comando, arruolando o pagando giovani e criminali locali per eseguire gli atti, per poi rivendicarli quasi istantaneamente su canali Telegram legati all'IRGC.
In Svezia, inoltre, il processo a cinque minorenni accusati di aver preso parte a un presunto complotto contro un dissidente iraniano ha evidenziato quanto il ricorso a soggetti giovanissimi possa complicare ulteriormente il lavoro investigativo e favorire il ricorso a manovalanza difficilmente riconducibile ai mandanti.
La crescente preoccupazione ha prodotto una reazione coordinata senza precedenti.
Nelle ultime ore Stati Uniti, Regno Unito, Australia e numerosi alleati europei hanno diffuso una dichiarazione congiunta nella quale accusano apertamente l'Iran di essere coinvolto in attività ostili contro dissidenti, giornalisti, cittadini e comunità ebraiche presenti nei Paesi occidentali. I firmatari attribuiscono tali operazioni a strutture come il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica, la Forza Quds e il Ministero dell'Intelligence iraniano.
Londra ha inoltre annunciato nuove misure legislative contro le organizzazioni che operano come proxy di Stati ostili, con pene severe per chi collabora con esse. Secondo l'MI5, le indagini relative a minacce provenienti da attori statali sono aumentate significativamente nell'ultimo anno e circa una ventina di complotti sarebbero riconducibili all'Iran.
Resta però aperta la questione più difficile: come rispondere a una minaccia che vive nella zona grigia tra terrorismo, intelligence e criminalità comune.
Per anni l'Europa ha considerato la Repubblica islamica soprattutto attraverso la lente del dossier nucleare. Oggi, invece, il problema riguarda anche la sicurezza interna del continente. Se le accuse dei servizi occidentali dovessero trovare ulteriori conferme, Bruxelles sarebbe costretta a ripensare profondamente il proprio rapporto con Teheran: non più soltanto interlocutore problematico in Medio Oriente, ma possibile protagonista di una guerra ombra combattuta nelle strade europee.
“Tassare il patrimonio? No, noi lavoriamo perché gli italiani possano ambire ad averlo”. Questa la traccia che il presidente del consiglio, Giorgia Meloni, indicata in occasione dell’Assemblea di Confcommercio all’Auditorium della Conciliazione, a Roma. Una promessa ma anche una certezza, perché “non siamo la repubblica delle banane”. La premier ribadisce con convinzione che il taglio delle tasse è uno degli obiettivi più grandi del governo e che la ricchezza la fanno gli imprenditori con i lavoratori.
Un punto che il premier nel suo intervento sottolinea partendo da premesse diverse, ma intrecciate. La prima è che difendere il commercio di vicinato significa difendere molto di più che un settore economico, “significa difendere relazioni, identità, qualità della vita per le nostre comunità”. In questa direzione rivendica ciò che è stato fatto dal Governo, ovvero l’istituzione dell’Albo nazionale dell’attività commerciali, le botteghe artigiane ed esercizi pubblici storici, con l’obiettivo di valorizzare e tutelare le attività storiche, riconoscerne il valore culturale, il valore commerciale, il valore sociale, senza dimenticare il riconoscimento ottenuto dalla Cucina italiana definita Patrimonio immateriale dell’umanità da parte dell’Unesco.
Tavola fa rima con turismo: lo ripete più volte Meloni, quando ricorda che Italia è tornata a scalare la classifica globale dei Paesi più visitati al mondo, è arrivata a essere la seconda Nazione europea per presenze turistiche, superando per la prima volta nella storia la Francia, avvicinandosi ai numeri della Spagna, dato a cui si somma il record decisivo per l’impatto sulla bilancia dei pagamenti e sulla spesa turistica. L’Italia infatti è il Paese europeo nel quale la permanenza media del soggiorno è più lunga: davanti alla Spagna, davanti alla Francia, davanti alla Germania, “perché la ricchezza non la fanno i Governi, non la fanno le leggi, non la fanno i decreti, la ricchezza la fanno gli imprenditori con i loro lavoratori e quello che devono fare le leggi, i decreti e la politica, è cercare di accompagnare e consentire che quelle persone possano lavorare al meglio delle loro potenzialità”, spiega.
Dare a tutti la possibilità di lavorare nelle migliori condizioni possibili: questo l’impegno del capo del governo che ricorda gli sgravi per le assunzioni di under 35 a tempo indeterminato, la detassazione delle mance e dei turni notturni e festivi, le staff house per il personale, gli strumenti studiati per le piccole e medie imprese per migliorare le strutture, le misure per combattere l’abusivismo, l’innalzamento a 85 mila euro di fatturato della soglia per accedere al regime forfettario, l’estensione del concordato preventivo biennale alle piccole e medie imprese e alle partite Iva, il contrasto al fenomeno delle attività apri e chiudi, la Zes unica per il Sud, che potrebbe essere estesa a tutto il territorio nazionale. E ancora, la riforma fiscale, la riduzione delle aliquote Irpef, l’accorpamento dei primi due scaglioni di reddito, il taglio del cuneo, per rimettere nelle tasche dei lavoratori 21 miliardi di euro.
E poi i contratti: “Abbiamo stanziato 20 miliardi per sbloccare stipendi che erano fermi da anni, tanto nel privato, appunto incentivando i rinnovi con la detassazione degli aumenti contrattuali e poi con il decreto lavoro che pure veniva citato abbiamo scelto di puntare come mai era stato fatto in passato sulla contrattazione di qualità”, fino al salario giusto al fine di attuazione a un principio rimasto per anni sulla carta che sarà decisivo per rafforzare le retribuzioni ma anche per contrastare il dumping contrattuale, 2cioè quella odiosa forma di concorrenza sleale che, come veniva ricordato, riduce la qualità dell’occupazione e frena la crescita, fino ad un nuovo modello di sviluppo urbano che sappia rimettere al centro le persone, l’economia di prossimità, i luoghi aggregativi, gli spazi per le famiglie, le strutture per chi è più fragile, che dia un centro a ciascuna periferia, che consideri i luoghi fondamentali della vita e dell’aggregazione importanti tanto quanto la casa stessa e abbiamo uno strumento a portata di mano per farlo insieme, che è il Piano Casa”.
Per poi aggiungere: “Questa non è la repubblica delle banane, qui si rispettano le regole, come ricordava il presidente Sangalli non c’è mercato senza regole, non ci sono imprese sane e non c’è crescita. Non intendiamo fermarci, vogliamo fare di più per ridurre il carico fiscale sul ceto medio”. La risposta di Sangalli: l”Italia ce la può fare ma resta l’incertezza. “Nonostante tutto, i fondamentali dell’economia italiana restano confortanti”.
Con le prime ondate di caldo, è d’obbligo il cambio dell’armadio. Si mettono da parte i capi pesanti e si cercano soluzioni adatte al lavoro, al tempo libero e allo sport, capaci di restare fresche sulla pelle. Ma non è sempre facile orientarsi tra le tante etichette: se già dietro al classico “100% cotone” si possono celare filiere e processi produttivi molto diversi, che differenza c’è tra rayon, modal e lyocell? E quando vale la pena di acquistare un capo in lino?
Del cotone, la fibra per il caldo più nota e diffusa, ho già parlato. In estrema sintesi, è una fibra naturale traspirante, fresca, resistente e biodegradabile, ma chi ha un occhio di riguardo per l’ambiente farebbe bene a verificare che sia biologico certificato GOTS: in caso contrario, non si può escludere che sia stato coltivato con un largo uso di pesticidi, insetticidi e fertilizzanti sintetici. Textile Exchange indica nel cotone rigenerativo una delle direzioni più promettenti. Non si tratta di una varietà diversa di cotone, ma di un insieme di pratiche agricole pensate per preservare la fertilità dei terreni e ridurre l’impatto ambientale: rotazione delle colture, limiti ai fertilizzanti e ai pesticidi di sintesi e, in alcuni casi, colture di copertura.
Sul fronte della circolarità è da tenere d’occhio Infinna™, una fibra riciclata da scarti tessili che replica molte delle caratteristiche estetiche e tattili del cotone, risultando adatta ai capi estivi.
Anche il lino, naturale e freschissimo, è ottimo per l’estate e si presta – come il cotone – anche per l’arredamento, come tessuto per tende, cuscini, rivestimenti di divani e poltrone. Certo, tende a stropicciarsi: o si stira con attenzione, oppure si accetta il suo aspetto naturalmente mosso. La sua coltivazione è piuttosto diffusa nell’Unione europea (tra il 2014 e il 2024 l’area è passata da 80mila a 182mila ettari), richiede pochi fertilizzanti, non necessita di irrigazione e prevede la rotazione ogni 6-7 anni. Le radici aiutano a mantenere il suolo più fertile e, nel complesso, l’impatto sulla biodiversità è inferiore rispetto a quello di altre colture comuni. Inoltre, la fibra di lino viene ottenuta attraverso la stigliatura, un processo meccanico che separa le fibre dalla parte legnosa del fusto senza ricorrere a sostanze chimiche. Stiamo parlando comunque di un materiale di nicchia: nel 2024 rappresentava appena lo 0,3% della produzione globale di fibre tessili. Anche questa produzione può essere tracciata e certificata, come dimostra la Alliance for European Flax-Linen & Hemp.
Finora ho menzionato fibre naturali: con viscosa, modal e lyocell ci spostiamo invece nel campo delle fibre artificiali, cioè ottenute tramite processi industriali. A differenza del poliestere creato a partire dagli idrocarburi, in questo caso la materia prima è la cellulosa, di origine vegetale. Basta questa brevissima descrizione per fare intuire qual è il grande problema ambientale: per ricavare la cellulosa bisogna abbattere gli alberi. Per avere un ordine di grandezza, 300 milioni ogni anno nel mondo.
Non tutti i produttori di fibre cellulosiche si comportano allo stesso modo. La differenza sta soprattutto nella provenienza del legno: può arrivare da foreste gestite e tracciabili, come nel caso di LENZING™ ECOVERO™, oppure da ecosistemi a rischio. L’organizzazione Canopy valuta proprio questi aspetti, elaborando un rating dei principali produttori sulla base di diversi criteri, tra cui la tracciabilità della materia prima, il rischio di deforestazione, l’uso di fonti alternative al legno e le politiche ambientali lungo la filiera.
Anche sul piano della chimica emergono differenze importanti. Per trasformare la cellulosa del legno in una fibra tessile, infatti, sono necessari trattamenti ad hoc. Il processo produttivo del lyocell recupera e riutilizza gran parte delle sostanze, riducendo la dispersione di composti chimici rispetto alla viscosa tradizionale.
Dal punto di vista del comfort, viscosa, modal e lyocell sono tutte fibre leggere e morbide, ma vengono usate in modo leggermente diverso. La viscosa, più fluida e scivolosa, si trova spesso in abiti, camicie e capi estivi leggeri. Il modal, più resistente e stabile, è frequente nell’intimo, nei pigiami e nelle t-shirt a contatto diretto con la pelle. Il lyocell, che assorbe meglio l’umidità e resta più asciutto, è utilizzato soprattutto per t-shirt, camicie e capi estivi o sportivi leggeri.
La viscosa è quella che esiste da più tempo e, di conseguenza, la più diffusa: se ne producono 6,7 milioni di tonnellate l’anno, all’incirca il 5% del totale delle fibre tessili. Con modal e lyocell i volumi sono più contenuti: messi assieme arrivano a 0,6 milioni di tonnellate l’anno. Ci sono poi sviluppi promettenti sul fronte del riciclo con Circulose® / Renewcell, una materia prima cellulosica ottenuta dal recupero di vecchi capi, si presta alla perfezione per vestiti estivi e tessuti misti con lino e cotone.
L'articolo Non solo lino e cotone: guida pratica ai tessuti che è meglio indossare quando fa caldo proviene da Il Fatto Quotidiano.
Leonardo entra nella nuova gestione con un’agenda che tiene insieme spazio, difesa europea e alleanze industriali. Il progetto Bromo, l’iniziativa satellitare con Airbus e Thales, è il dossier più avanzato e simbolico di questa linea, perché punta a unificare attività spaziali europee che negli ultimi anni hanno perso terreno rispetto alla velocità di crescita di SpaceX.
In un’intervista a Bloomberg, il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani ha indicato Bromo come un passaggio decisivo per il settore. “Bromo è davvero il futuro dello spazio in Europa in termini di business”, ha detto. Il confronto con SpaceX resta inevitabile, ma Mariani distingue i due modelli. L’azienda di Elon Musk viene definita “un’impresa fantastica”, mentre Bromo è presentato come un progetto più ampio, destinato a coprire diversi segmenti dello spazio.
La logica è costruire una piattaforma industriale europea con dimensioni maggiori e competenze integrate. Il progetto non riguarda solo la capacità di competere meglio, ma anche il modo in cui l’Europa organizza le proprie attività spaziali in un mercato sempre più rapido e concentrato.
Il percorso dipende ora dalle autorizzazioni europee. Mariani prevede il via libera entro la seconda metà del 2027. Bromo sarebbe uno dei primi casi rilevanti del nuovo quadro Ue sulle fusioni, pensato per favorire campioni regionali capaci di reggere il confronto con gruppi statunitensi e cinesi.
Il dossier resta complesso. I passaggi politici e antitrust sono “delicati” e il progetto ha già incontrato resistenze da sindacati e fornitori, preoccupati per l’impatto su occupazione e concorrenza. Mariani sostiene però che anche i sindacati comprendano il peso dell’operazione. “Tutti sanno che abbiamo a che fare con un settore che si sta evolvendo molto velocemente”, ha spiegato. “Quindi dobbiamo fare qualcosa, e questo qualcosa è sicuramente unire le forze, unire le forze in modo intelligente”.
Per Leonardo e i partner, il punto di equilibrio sarà tra integrazione e tutela della filiera. Bromo può dare più scala all’industria europea, ma dovrà superare verifiche regolatorie e resistenze interne al sistema industriale.
La stessa impostazione ritorna nel dossier Gcap, il programma per il caccia di nuova generazione guidato da Italia, Regno Unito e Giappone. Mariani si dice favorevole, in linea di principio, all’ingresso della Germania, che dal punto di vista industriale e della condivisione dei costi rappresenterebbe un vantaggio.
Il nodo riguarda però i tempi. “Avere la Germania come membro a pieno titolo del team sarebbe una buona cosa”, ha detto Mariani. L’ingresso di un nuovo partner in questa fase rischierebbe tuttavia di essere “dirompente” rispetto all’obiettivo di avere un velivolo operativo e dimostrabile nel 2035. Ogni allargamento richiede infatti accordi su governance, responsabilità e ripartizione del lavoro industriale.
Mariani ha segnalato anche il rischio di una dispersione europea, con più programmi di sesta generazione condotti in parallelo. A rendere più sensibile il quadro c’è anche Team Gen 6, il possibile consorzio guidato da Airbus e formato da otto aziende della difesa dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas. Per ora resta una traiettoria più che un programma definito, mentre Berlino valuta anche altre opzioni, dall’acquisto di ulteriori F-35 statunitensi all’adesione ad altre iniziative europee. Gcap, il successore del Rafale di Dassault, una possibile iniziativa tedesca e un’estensione svedese del Gripen renderebbero il quadro “davvero impegnativo”. Per Leonardo, la cooperazione deve quindi produrre efficienza, senza aggiungere nuova complessità.
Accanto alla dimensione europea, Mariani intende rafforzare il collegamento con gli Stati Uniti attraverso Leonardo DRS. Difesa aerea e intelligenza artificiale sono tra le aree indicate per una collaborazione più stretta tra le due componenti del gruppo. L’iniziativa Michelangelo viene citata come uno degli ambiti in cui le capacità americane potrebbero offrire il contributo maggiore.
Resta aperta anche la partita delle aerostrutture, una delle attività più difficili di Leonardo. Il gruppo discute con il Public Investment Fund saudita una joint venture dedicata al settore. I colloqui avanzano e un’intesa iniziale è attesa entro la fine dell’anno.
Mariani lega il progetto alla ricerca di nuove opportunità di crescita, “preservando e rafforzando le competenze e le capacità industriali sviluppate in Italia nel corso di decenni”. È una linea che tiene insieme consolidamento europeo, cooperazione transatlantica e gestione delle attività più complesse del gruppo. Il risultato dipenderà dalle autorizzazioni, dalla tenuta dei programmi industriali e dalla capacità di evitare che la cooperazione si trasformi in ulteriore frammentazione.
Quali sono i piani turchi in Libia? Come si intrecciano le proiezioni di Ankara a Tripoli con la decisione di Turchia e Arabia Saudita di rilanciare la Ferrovia dell’Egira e, quindi, attraversare Siria e Giordania fino all’Arabia Saudita e all’Oman, collegando l’Europa al Medio Oriente? Il dossier energetico relativo alla crisi di Hormuz come potrà evolversi nel Mediterraneo, anche al fine di evitare l’influenza iraniana? Sono alcuni interrogativi che vanno posti alla luce dell’attivismo di Ankara che si mescola con le esigenze dei Paesi limitrofi, Italia in primis, in quella fascia di Paesi che va da Gibilterra al Bosforo. Punto di partenza, situazione in Libia, con la pianificazione tra Tripoli e Tobruk.
Della questione hanno discusso il capo dell’Alto Consiglio di Stato (Hcs), Mohammed Takala, assieme al direttore generale per il Nord e l’Est Africa presso il ministero degli Affari Esteri turco, Ali Onaner, alla presenza del primo vicepresidente Hassan Habib, del secondo vicepresidente Mousa Faraj e dell’Ambasciatore turco in Libia, Guven Begec. L’obiettivo è da parte di entrambi i soggetti rafforzare la cooperazione in vari settori, anche alla luce della situazione politica in Libia, che necessita di una maggiore stabilità e di un consenso nazionale globale che porti a conclusione le fasi di transizione.
Di contro, la pressione turca si manifesta anche a Tobruk, come dimostra l’incontro tra il comandante libico Saddam Haftar e la stessa delegazione turca per rafforzare i legami bilaterali e la ricostruzione. Onaner ha un chiaro mandato dal presidente Recep Tayyip Erdogan: trovare la quadra tra i vecchi nemici che sono di “stanza” a Tripoli e Tobruk e provare ad immaginare una formula che eviti contrasti e violenze. In questo senso la cooperazione congiunta per la ricostruzione è fondamentale, anche perché da questo elemento deriverebbe un impatto positivo sulla sicurezza regionale nel Mediterraneo.
Ma c’è dell’altro che si ritrova nel binomio energia e ferrovia. Lo storico progetto ferroviario dell’Hejaz è al centro dell’impegno turco grazie a un accordo con l’Arabia Saudita, dopo l’ok di Siria e Giordania. Così la cooperazione ferroviaria non solo potrebbe contribuire a rilanciare il progetto di collegamento dell’Hejaz, ma si candiderebbe a far diventare la Turchia il principale hub di transito tra il Golfo e l’Europa, tramite una base logistica ferroviaria che diventerebbe un crocevia fondamentale mentre la crisi nello stretto non accenna a stemperarsi.
Il ministro dei Trasporti turco Abdulkadir Uraloglu si è recato a Riyadh martedì per colloqui con i suoi omologhi sauditi, osservando che in questo momento delicato che la regione sta attraversando, il funzionamento ininterrotto del commercio e della catena logistica è diventato più critico che mai. “In questo periodo, rimuovere gli ostacoli che si frappongono al settore dei trasporti è una necessità strategica”, aggiungendo che Ankara mira ad attivare le vie di trasporto attraverso Siria, Giordania e Iraq. Infatti i due viaggi di prova, passando per l’Iraq, hanno dimostrato la fattibilità di questa rotta.
In prospettiva, la ferrovia potrebbe spingersi fino all’Oman e all’Oceano Indiano, così da creare un corridoio commerciale alternativo che aggiri lo Stretto di Hormuz.

Um incêndio em São Luís, concelho de Odemira, distrito de Beja, está neste momento a consumir uma área de mato.
O incêndio teve início às 11h49, altura em que foi dado o alerta à Proteção civil.
No combate às chamas estão envolvidos 44 operacionais dos bombeiros apoiados por 12 viaturas.
No local, numa intervenção inicial, estão empenhados três meios aéreos.
Se n’è andata in punta di piedi, senza mai tradire il suo stile, Patrizia Caselli. La conduttrice tv è morta la notte scorsa, a 66 anni, dopo due anni di malattia lenta e dolorosa: un tumore ai polmoni al terzo stadio, che rivelò lei stessa in una lunga intervista al Corriere della Sera. “Sono terrorizzata, non sono pronta a lasciare niente”, ammise senza giri di parole due anni fa esatti. Lascia un figlio, François, che aveva adottato con l’ex marito, il medico Alberto Bossi, e il ricordo di una carriera di successo interrotta per seguire ad Hammamet il suo grande amore: Bettino Craxi.
Da giovane campionessa di atletica leggera, Patrizia Caselli – nata a Udine il 13 maggio del 1960 -, si ritrovò a fare la modella. Dopo un brutto incidente fu costretta a lasciare lo sport e cominciò a sfilare per Nina Ricci. Nel frattempo, muoveva i primi passi sulle tv locali, nelle pubblicità ma anche nella musica (incise alcuni 45 giri) e soprattutto nel teatro. Fu lì che Walter Chiari la vide e la chiamò per un provino: senza saperlo, sarebbe cominciata una delle grandi storie d’amore della sua vita. Lei aveva 19 anni, lui 36: “Abbiamo fatto insieme tournée di straordinario successo. Hai mai provato nell’acqua calda? è durato tre anni non tre giorni. E, poi, ridevamo tanto”. Nel 1987 debutta in tv, prima in coppia con Chiari, su Rai2, poi al fianco di Luciano Rispoli nel programma La rete. Ma il grande successo arrivò nel 1991, da conduttrice con Piero Vigorelli del contenitore pomeridiano di cronaca Detto tra noi: tre edizioni fino al 1994, anno in cui il programma si trasformò in La vita in diretta.
Risate, tradimenti, successi e persino un’indagine per traffico di droga. La storia tra la Caselli e Chiari fu una montagna russa che appassionava le cronache rosa dell’epoca. “Negli ultimi anni, spariva anche due, tre giorni, era depresso: l’uso della cocaina era aumentato. Io ero giovane, non sapevo come aiutarlo, provavo a sottrarmi, ma mi mancava”, ammise al Corriere della Sera. Nell’estate del 1985, il colpo di scena: la coppia viene indagata per traffico di droga. Il cosiddetto pentito era lo stesso di Enzo Tortora: Gianni Melluso, che vendeva memoriali dal carcere a cinque, dieci milioni. Ma andai dal Pm e, agenda alla mano, gli dimostrai che io e Walter non eravamo affatto nei posti indicati da Melluso nelle date indicate da Melluso. Ne dimostrai l’inattendibilità, cosa poi decisiva per scagionare anche Tortora. Per Walter fu comunque un brutto colpo: tv e cinema iniziarono a chiamarlo meno”. Un po’ alla volta anche il loro amore sfiorisce. A proposito di amore, quello vero e puro si chiama François e oggi ha 19 anni: è il figlio che lei e l’ex marito Alberto Bossi hanno adottato in Congo e che la conduttrice ha definito “il mio passaggio nel mondo”. “Per me, essere un genitore adottivo unisce più del legame di sangue, per l’esercizio continuo di non cadere nel vuoto che abbiamo entrambi: mi mancano i tre anni in cui nessuno lo ha cullato, accudito. Con questo vuoto fai i conti, non lo ripari”.
Nel giugno del 2024 parlò per la prima volta della malattia: un carcinoma al polmone, al terzo stadio, scoperto nel febbraio dello stesso anno. “Sono terrorizzata, non sono pronta a lasciare niente, non solo un figlio”, ammise al Corriere. Al Policlinico di Milano le asportarono mezzo polmone destro e dei linfonodi trovati in metastasi, cosa che non si aspettava neppure il medico. “Quello è stato il momento più brutto. Avevo sperato che non fosse necessaria la chemio, ma ora l’ho cominciata. L’altro momento brutto è stato dirlo a François. Mi ha risposto ‘supereremo anche questa’. È la frase che ci siamo ripetuti anche durante la difficile separazione da suo padre”. Da quel momento non rilasciò più interviste né ci furono aggiornamenti sulle sue condizioni di salute.
“Fra noi iniziò a dicembre 1990. Tredici mesi dopo, iniziò Tangentopoli. Ho vissuto di quest’uomo il momento più crepuscolare”. Comincia così una delle rare confessioni di Patrizia Caselli sull’amore con Bettino Craxi, in una delle ultime interviste, rilasciata al Corriere. Tutto era cominciato proprio “per colpa” di Walter Chiari, convinto di essere stato lasciato da lei per mettersi con l’allora premier (l’attore scrisse una lettera alla moglie di lui, la signora Anna). Un giorno Craxi la convoca nel suo ufficio di Milano e le dice: “Bisogna che spieghi al tuo fidanzato che ho già problemi, ci manca solo che mi mettano in conto amanti inesistenti. Lo informai che ci eravamo lasciati da due anni. Scoprii poi che Walter andava dicendo: se stesse con chiunque altro potrei riconquistarla, ma sta con Bettino”. Poi ricordò della scintilla che scattò la prima volta da Craxi, al Raphaël (c’era anche la sera del lancio delle monetine, solo che lei uscì dal retro dell’hotel): “Ho ritrovato i miei stessi libri, lo stesso odore che riconoscevo come mio. Ricordo di aver pensato: qua mi frego”. A distanza di tempo, Craxi le confessò “che per un anno mi aveva ricevuta solo in ufficio per evitare ‘di fare un macello’”.
All’epoca dell’incontro con Craxi, la Caselli era un volto in grande ascesa – “avevo portato la cronaca nera nel pomeriggio di Raidue con grandi ascolti” – ma non voleva “passare come l’amante di Craxi”. Ma proprio quando la sua carriera stava per fare il grande salto, lei decise di lasciare la tv per seguire l’amore: “Pensai solo a come liberarmi del contratto Rai, dalla seconda edizione di Se fosse, la domenica. Craxi mi diceva: non ho nulla da offrirti. Ma sono felice di averlo seguito perché oggi posso dire: alla fine, sono una donna di sentimenti; per amore, faccio saltare il banco”. A quel punto va a vivere ad Hammamet, stando attenta a non andare nei posti frequentati dalla moglie di Craxi. Lui però “cercava ogni giorno di pranzare o cenare con me. Ho cambiato casa otto volte: una volta, avevo trovato tutto sottosopra e un machete sul letto; un’altra, alla mia donna di servizio qualcuno aveva chiesto di consegnare le carte che buttavo nei cestini…”, raccontò al Corriere.
A Monica Setta, nell’ultima intervista in tv a Storie di donne al bivio (sempre nel giugno del 2024), raccontò dettagli inediti, come le giornate passate in una capanna sulla spiaggia di Saloom “dove arrostivamo cotolette e passavamo ore a baciarci con la scorta che restava distante a mezzo chilometro”. E ancora di come Craxi esprimeva i suoi sentimenti per lei (che pure negli anni aveva saputo della presenza di altre donne, tra cui Moana Pozzi). “Se mi diceva ti amo? Non era il suo lessico abituale ma dopo anni ad Hammamet mi confessò di non poter fare a meno di amarmi”. Ecco perché la Caselli ci rimase male quando uscì Hammamet, il film di Gianni Amelio: “È stato deciso che io non dovessi esserci. C’è una donna interpretata da Claudia Gerini che sta un giorno, ma io c’ero sempre. C’ero quando cantavamo le canzoni napoletane: la preferita era quella delle spingule francesi. C’ero nei suoi ultimi giorni, quando andò a salutare amici pescatori come se si congedasse per sempre e gli dissi: se non ci credi tu, è finita, io non ti accompagno nel pellegrinaggio di addio”. Non c’era quando morì – accadde tra le braccia della figlia Stefania –, ma il legame con Craxi e con Hammamet è un filo che non si è mai spezzato, tanto che al Corriere confessò la sua speranza più grande: “Tornare a vedere le stelle ad Hammamet”. Non c’è riuscita. Purtroppo.
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A Quercus associou-se à produtora Wonder Maria no apoio à divulgação da longa-metragem “18 Buracos para o Paraíso”, de João Nuno Pinto, o primeiro filme português a obter a certificação ambiental internacional Green Film, que estreia no
feriado do dia de Portugal dia 10 de junho, nas salas NOS.
Esta parceria nasce do reconhecimento de um projeto cinematográfico que, para além de abordar na sua narrativa a relação entre o ser humano, o território e as alterações climáticas, integrou práticas concretas de sustentabilidade ao longo de todo o processo de
produção, desde a conceção até à rodagem.
Além disso, parte da receita de bilheteira ajudará a Quercus na reflorestação de áreas afetadas pelos incêndios, com 1% dos lucros da produtora Wonder Maria a reverter para o projeto Criar Bosques.
Para a Quercus, este filme constitui um exemplo relevante de como a criação artística pode contribuir para a sensibilização ambiental, promovendo o debate público sobre os impactos das alterações climáticas, a transformação do território e a forma como as comunidades se relacionam com os lugares que habitam.
Esta colaboração aproxima a cultura, o cinema e a ação ambiental, reconhecendo o papel da arte enquanto ferramenta de reflexão,
mobilização e transformação social.
“18 Buracos para o Paraíso”, de João Nuno Pinto, é uma coprodução entre Portugal, Itália e Argentina e integrou seleções oficiais de festivais internacionais como Tallinn e Mar del Plata, estando igualmente confirmado na seleção oficial do Festival Internacional de Cinema de Guadalajara.
É o primeiro filme português a obter a certificação ambiental internacional Green Film, distinção que reconhece práticas sustentáveis implementadas em produções audiovisuais. Este reconhecimento foi destacado pela Portugal Film Commission, no âmbito do programa PIC Portugal.

A República 14 recebe este sábado o concerto dos Proyecto Jazz Colombia, uma formação sediada em Sevilha que cruza a riqueza dos ritmos tradicionais colombianos com a linguagem livre e improvisada do jazz, criando uma experiência musical singular marcada pelo encontro entre culturas e sonoridades.
Fundado em Sevilha, em 2020, o projeto tem vindo a afirmar-se nos palcos andaluzes, onde já participou em diversos festivais e ciclos de concertos, conquistando públicos de diferentes idades através de uma abordagem inovadora à música tradicional e contemporânea.
O grupo reúne três músicos andaluzes com sólida experiência no flamenco e jazz e a guitarrista e cantora colombiana Juana Gaitán, investigadora dedicada das tradições musicais do seu país. Desta colaboração nasceu uma sonoridade original, onde o diálogo entre as heranças musicais da Andaluzia e da Colômbia assume um papel central. Durante os concertos, os músicos partilham ainda algumas das ligações históricas e musicais entre estas culturas, revelando afinidades surpreendentes entre ritmos de ambos os lados do Atlântico.
No espetáculo será apresentado o álbum de estreia, “De Aquel Alto Vengo”, um trabalho que percorre as diversas regiões da Colômbia através de uma viagem sonora profundamente inspirada pelas suas tradições. Ritmos africanos, europeus e indígenas – elementos fundamentais da identidade musical colombiana – encontram-se com o jazz, que funciona como ponte entre a tradição e a modernidade, dando origem a uma música simultaneamente enraizada e contemporânea.
A formação é composta por Juana Gaitán (guitarra elétrica, voz e arranjos), Bernardo Parrilla (saxofones, flauta e arranjos), Javier Delgado (contrabaixo) e Nacho Megina (bateria e percussão).
Uma oportunidade para descobrir as múltiplas paisagens sonoras da Colômbia através de uma abordagem criativa, envolvente e aberta à improvisação, onde o jazz serve de ponto de encontro entre diferentes tradições musicais.
Sábado dia 13 de Junho às 21h na República 14 em Olhão.
Bilhetes estão disponíveis no local ou clicando AQUI.
In tv sbanca gli ascolti con La ruota della fortuna, sui social è un fenomeno grazie ai meme diventati un piccolo cult. Gerry Scotti non sbaglia un colpo in fatto di comunicazione e se sul piccolo schermo si conferma un “mattatore” da quarant’anni, su quello degli smartphone si è imposto con una strategia che non ha nulla di casuale. Il merito? Tutto di suo figlio Edoardo – reduce da studiati di cinema e regia a Los Angeles, per poi lavorare nella produzione audiovisiva in Mediaset, Endemol e altre società -, che ha avuto un’intuizione straordinaria: trasformare una pagina Instagram da pochi follower in una start up di successo.
Per anni Edoardo Scotti prova a convincere il padre a sbarcare sui social, spiegandogli che c’era spazio per tentare un’incursione di successo anche sui social per conquistare un’altra fetta di pubblico. La grande occasione è arrivata nel 2022 quando due ragazzi di Catania, Enrico Conte e Giovanni Nicolosi, si inventano la pagina social Thousand Gerry, che ha come protagonista proprio Scotti trasformato in meme. “A una settimana dall’apertura della pagina avevano cinque follower, poi è arrivato il sesto e gli è preso un colpo: era mio padre”, rivela Edoardo in un’intervista a Milano Today. “Non era nemmeno un progetto, era un’idea, una di quelle che probabilmente salta alla mente smanettando al computer per farsi due risate. Quello che non avevano capito era la portata di quello che stavano costruendo, ma soprattutto la visibilità”. A quel punto il conduttore incarica il figlio – che cura l’immagine e i social del padre – di andare a conoscere i due catanesi, i quali inizialmente si spaventano. “Li ho convocati a Milano, mi ricordo che quando ci siamo incontrati erano un po’intimoriti perché si aspettavano che gli facessimo causa. Invece mi sono fatto spiegare meglio il progetto, partito per ironia”. A quel punto Gerry Scotti capisce il potenziale dell’esperimento e dà il suo benestare al progetto che punta tutto sull’IA generativa.
Una delle operazioni più riuscite arriva appena un anno dopo ed è il disco con le canzoni di Natale, uscito nel 2023. Lo Zio Gerry come Michael Bublè, insomma. Edoardo azzarda, va da Warner Music Italia a proporre un disco completamente realizzato con l’Intelligenza artificiale. “Gli abbiamo detto che lo sapevamo fare, ma non ne eravamo sicuri”, ammette. Invece in dieci giorni lo realizzano sfruttando la voce di suo padre e clonando il suo modello vocale. Il risultato? Oltre 10 milioni di stream e visualizzazioni tra Spotify e YouTube. Poco più di dodici mesi dopo, Edoardo propone a Enrico e Giovanni di aprire una società, la Thousand Dreams, oggi sua al 70% mentre il restante 30% è dei soci catanesi. “All’inizio ho pensato di assumerli e basta, ma non mi sembrava giusto perché l’idea di base era la loro: partecipare alla scommessa di essere soci ti mette nella posizione di lavorare diversamente perché in ballo c’è qualcosa che è anche tuo”.
Una piccola pagina satirica è dunque diventata una startup AI che punta ai brand e crea nuovi contenuti sfruttando la potenzialità dell’intelligenza artificiale. “Enrico e Giovanni si sono fidati e da un giorno all’altro si sono licenziati e si sono buttati in questa avventura” e oggi la società si occupa di produzione di contenuti audiovisivi per brand, media e progetti editoriali. “La differenza tra noi e gli altri è questa, molte agenzie si stanno aggiornando per l’uso dell’Ai, tanti studi di produzione hanno all’interno qualcuno che qualche tool lo sa usare. Il nostro è un lavoro estremamente professionale”, racconta Scotti a Milano Today. Il “cliente” principale è ovviamente papà Gerry, che si trasforma a colpi di IA in donna, cantante, palestrato, chef, super capellone o tentatore di Temptation Island. Uno, nessuno e centomila Gerry. Tutto per merito di Edoardo.
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È stata una notte di disordini a Belfast dopo la brutale aggressione per strada di un uomo da parte di un richiedente asilo sudanese di 30 anni, Hadi Alodid, in possesso di un permesso di soggiorno illimitato per 5 anni come rifugiato nel Regno Unito, rilasciato il 23 settembre del 2023. Dal video che riprende l’assalto contro Stephen Ogilvie emerge che l’aggressore ha tentato di decapitare la propria vittima con un coltello da cucina, provocandogli ferite gravissime al volto, al collo, alla schiena e alla testa. La vittima versa ancora in gravissime condizioni e non è fuori pericolo: dalle ultime informazioni pare abbia perso l’occhio sinistro. Dell’aggressore non sono state diffuse foto o immagini. Quando è stato fermato dalla polizia ha dichiarato “ho ucciso qualcuno”, frase ripetuta anche in ospedale aggiungendo: “Non so se sia morto”. E mentre lo medicavano in ospedale per una ferita alla mano ha minacciato un medico: “Ti ucciderò”
Dalle informazioni frammentarie che sono emerse in queste ore pare che l’aggressore sia arrivato il 10 febbraio del 2023 da Dublino a Belfast a bordo di un autobus e che abbia viaggiato verso l’Irlanda dalla Francia. Ha attraversato legalmente il confine tra Irlanda e Irlanda del Nord sfruttando un accordo di lunga data tra i due Paesi che prevede che non vengano effettuati controlli sul passaporto. Appena arrivato a Belfast ha chiesto asilo. Il viaggio dal Sudan al Paese Transalpino resta per il momento un’incognita, non è chiaro come abbia fatto a raggiungere la Francia ma sono numerosi i sudanesi che partono dalle coste del Nord Africa per raggiungere l’Europa passando dall’Italia. Nel 2025 sono stati 4.183 su 66.296 i soggetti che hanno dichiarato di essere sudanesi al momento dello sbarco in Italia. È stata la quinta nazionalità per volume e rappresenta il 6,3% di tutti gli sbarcati. Nel 2023, anno in cui è arrivato in Irlanda da Parigi, i sudanesi sbarcati in Italia furono 5.834 su 157.652, il 3,7% del totale. Le autorità dovranno ora ricostruire tutto il percorso fatto dal Sudan a Belfast per capire i suoi spostamenti, soprattutto prima di arrivare in Irlanda, e le ragioni per le quali gli sia stato concesso il permesso di soggiorno illimitato, anche se a tempo determinato.
L’aggressore è stato incriminato per tentato omicidio, possesso in luogo pubblico di un oggetto con lama o punta e minacce di morte. . Quest’oggi è comparso davanti alla Belfast Magistrates Court per la convalida del fermo, ha rifiutato la rappresentanza legale e non ha risposto alle accuse che gli sono state mosse tramite un interprete. Ci sono state numerose case date alle fiamme nella notte a Belfast, oltre a vetture, autobus e furgoni, e in diverse città dell’Irlanda del Nord si sono avuti violenti disordini. Una furia cieca che è esplosa, alimentata dalla frustrazione di vedere le città sempre meno sicure, che ha colpito anche stranieri regolarmente inseriti nel tessuto sociale. Disordini "scioccanti e del tutto inaccettabili", li ha definiti il premier britannico Keir Starmer, "Non esiste alcuna giustificazione per la violenza e i disordini che abbiamo visto minacciare le nostre comunità, né per chi li ha incoraggiati, online o altrove. È evidente che le persone sono state prese di mira a causa della loro origine" e che "i responsabili sentiranno tutta la forza della legge".
La situazione nel Regno Unito è sfuggita di mano ormai diversi anni fa, gli inglesi e gli irlandesi si sentono braccati nel proprio Paese e la vicinanza dell’aggressione a Ogilvie rispetto alle polemiche per l’uccisione di Henry Nowak ha senz’altro fomentato ulteriormente gli animi.
A nord di Belfast la Bbc ha riferito che diverse decine di uomini hanno calciato porte e finestre dicendo che stavano “portando fuori gli stranieri” e in altre zone della città diversi gruppi di residenti fermavano le auto per verificare che vi fossero immigrati. “Nulla può giustificare la violenza e il disordine a cui abbiamo assistito, che minacciano le nostre comunità, né le azioni di coloro che li hanno incitati, online o altrove. È chiaro che ieri sera le persone sono state prese di mira a causa della loro provenienza, e io non lo tollero", ha dichiarato il primo ministro inglese, Keir Starmer.
La criminalità etnica è un problema grave nel Regno Unito, non meno grave nell’Unione europea, ma al di là della Manica a rendere tutto più complicato ci sono anche le linee guida politiche, che tendono a tutelare le minoranze a scapito degli autoctoni, come emerge allo stesso caso Nowak. Stanotte ci sono stati scontri e manifestazioni anche a Londra, Glasgow e Southampton. Le autorità locali hanno invitato i cittadini alla calma, invitando a non cadere nel razzismo e sostenendo che i protagonisti delle proteste di ieri verranno perseguiti: gli eventi sono stati classificati come teppismo. Dall’altra parte si chiede maggiore attenzione agli ingressi rafforzando le frontiere, più controlli nelle pratiche di concessione dei permessi di soggiorno e rimpatrio di soggetti che si rendono protagonisti di violenze.
Al Museo Diocesano dal 10 giugno al 4 ottobre è possibile visitare i vincitori e gli altri migliori scatti dell'edizione 2026 del Sony World Photography Award, una vera ispirazione per tutti gli appassionati di fotografia.... Leggi tutto 
In questi giorni si parla molto del generale Roberto Vannacci, per i sondaggi sempre più incoraggianti, per il successo di pubblico delle sue iniziative e per il crescente numero di parlamentari che abbandonano i partiti del centrodestra, specialmente la Lega, per passare con Futuro nazionale. Si dice che il centrodestra si trovi ora in grave difficoltà: tenerlo fuori significherebbe rinunciare a un pacchetto di voti che i sondaggi cominciano valutare piuttosto consistente, e in crescita; riaccoglierlo dentro, potrebbe significare perderne altrettanti al centro, oltre a creare ovvi problemi agli alleati, e anzitutto alla Lega da cui è uscito con una scissione a freddo, poco dopo esservi entrato (ed essere stato eletto parlamentare europeo, e pure vicesegretario del partito). Per non parlare dei problemi relativi alla politica estera, posti dalle sue posizioni smaccatamente filorusse. Tutto perfettamente comprensibile. Al tempo stesso, però, c’è qualcosa che non mi convince nel modo in cui la vicenda viene raccontata e analizzata. In breve, non penso che il generale Vannacci, con le sue posizioni, costituisca un problema per la destra liberale, per la semplice ragione che in Italia la destra liberale non esiste.
Non voglio rivangare vecchie polemiche su Silvio Berlusconi e la natura del berlusconismo che non mi appassionavano nemmeno quando Berlusconi era vivo, figuriamoci adesso. Ricordo solo agli smemorati che alle elezioni del 2006 la coalizione guidata dal Cavaliere comprendeva il Movimento sociale – Fiamma Tricolore, quello fondato da Pino Rauti in contrasto con la svolta di Fiuggi del Msi di Gianfranco Fini, nonché Forza Nuova di Roberto Fiore e Fronte sociale nazionale di Adriano Tilgher, federati con Libertà di azione di Alessandra Mussolini sotto il simbolo, di sicuro richiamo per i rispettivi elettorati, «Alternativa sociale con Musssolini» (e c’era pure una lista «No euro iniquo»).
A conferma del fatto che già vent’anni fa, nel centrodestra guidato da Berlusconi, non costituiva nemmeno motivo di discussione accogliere nella coalizione movimenti e leader neofascisti come quelli summenzionati, personaggi con ruoli non secondari nella storia dell’eversione nera, rispetto ai quali i giochi di parole di Vannacci sulla Decima Mas, francamente, appaiono cose da bambini. Non voglio ripetere quello che qui ho già scritto e declamato, e che vi invito a non rileggere né riascoltare, ammesso lo abbiate mai fatto, affinché io possa rivendervelo come nuovo alla prima occasione (cioè molto presto, visto il tasso di innovazione della politica italiana), ma il punto è sempre quello, c’è poco da fare: la logica centrifuga del bipolarismo maggioritario.
Contrariamente alla favola propalata dai suoi indefessi sostenitori, secondo cui il meccanismo avrebbe portato gradualmente alla costituzionalizzazione delle estreme, quello che è accaduto in questi trent’anni è semplicemente che le posizioni delle frange più estreme sono diventate la bandiera delle maggioranze. Del resto, non c’è una sola parola, iniziativa o slogan lanciato da Vannacci, dalla remigrazione alla propaganda putiniana, che non sia stato già ampiamente sbandierato, a suo tempo, da Lega e Fratelli d’Italia. Dunque, al di là delle questioni personali e di potere, se restiamo sul piano delle idee e dei valori, non si vede proprio perché mai adesso dovrebbero fare tanto i difficili.
Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.
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