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Russia e Ucraina, l’Ue accelera su sanzioni e allargamento. La sfida a Mosca

Allargamento sì, ma con un occhio ai tempi e ai modi delle richieste già avanzate in passato, nella consapevolezza che il lento e complesso processo deve gioco forza intrecciarsi con una risoluzione del conflitto tra Ucraina e Russia per generare gli effetti politici auspicati. L’Unione Europea gioca la carta della programmazione e mentre da un lato, per bocca della presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, annuncia l’intenzione di aprire i negoziati con Ucraina e Moldavia, dall’altro mette nero su bianco la portata delle nuove sanzioni contro Mosca.

Come aprire il cluster negoziale

Gli ucraini “stanno realizzando una riforma dopo l’altra mentre le loro città sono sotto attacco”. Parte da questa premessa Von der Leyen per mettere un accento specifico sul macro tema dell’allargamento europeo a est: ovvero lo sforzo valoriale, sociale ed umano che il popolo di Kyiv sta compiendo e che rappresenta una coccarda da appuntare sul petto. Nonostante tutto questo, “mentre le loro città sono sotto attacco, mentre il cielo sopra di loro è pieno di fumo, mentre le sirene antiaeree risuonano in tutto il Paese” stanno compiendo progressi straordinari nelle loro riforme: quindi si sono meritati un premio da Bruxelles, che aprirà il primo cluster negoziale per l’adesione all’Unione europea di Ucraina. Per cui, è il ragionamento di Von der Leyen, se l’Ucraina ha fatto la sua parte, “è ormai giunto il momento che anche noi facciamo la nostra, e ora abbiamo l’opportunità storica di farlo”. Non solo Ucraina, della partita è anche la Moldavia, altro Paese molto strategico e fortemente a rischio per via della vicinanza russa.

Il ventunesimo pacchetto di sanzioni

Cripto russe e prodotti ittici: si concentra su questi due filoni il ventunesimo pacchetto di sanzioni europee contro Mosca, annunciate oggi dalla presidente della Commissione europea. L’obiettivo della mossa di Bruxelles è “colpire infrastrutture critiche coinvolte nel commercio o nella lavorazione del petrolio russo, come porti, aeroporti e raffinerie” e proporre “di limitare la vendita ai soggetti russi di navi cisterna destinate al trasporto di prodotti energetici, così come abbiamo già fatto per le petroliere”. Sono ricompresi anche il “divieto di transazioni ad altre 31 banche russe e a 20 banche, società di criptovalute, piattaforme finanziarie e operatori del commercio petrolifero con sede in Paesi terzi”.

Ma chi sono i soggetti coinvolti? Si tratta di personaggi che hanno appoggiato entità e individui russi già sanzionati oppure che hanno contribuito ad aggirare le sanzioni restrittive già in essere, precisando che “per la prima volta introdurremo inoltre la possibilità di imporre un divieto totale ai fornitori di servizi legati alle cripto-attività operanti in Paesi terzi. Si tratterà di un forte deterrente nei confronti delle piattaforme che aiutano la Russia a eludere il regime sanzionatorio”.

Non solo cripto, anche i merluzzi sono al centro delle sanzioni europee: il riferimento è a restrizioni sostanziali alle importazioni di alcuni prodotti ittici e un divieto totale su altri, tra cui il merluzzo, ha aggiunto la presidente della Commissione, con l’intenzione di allineare le restrizioni commerciali imposte dalla Bielorussia in modo che non possa fungere da porta d’accesso per il commercio russo. “Proponiamo inoltre nuovi divieti di importazione su una serie di beni per un valore di 60 milioni di euro, ad esempio su alcuni metalli o componenti per auto, perché vogliamo consolidare la diversificazione dell’Europa per ridurre la dipendenza dalle importazioni russe”, ha concluso.

Una svolta verso i negoziati?

La novità si ritrova nella nazionalità dell’eventuale negoziatore: dopo i nomi di Schroeder e Abramovich fatti circolare negli ultimi giorni, secondo il quotidiano russo Vedomosti l’eventuale negoziatore dell’Unione europea nei colloqui con la Russia potrebbe essere francese o italiano. La fonte che ha ispirato la ricostruzione del foglio moscovita aggiunge che qualsiasi negoziato tra Russia e Ue sarà fattibile solo in caso di cessate il fuoco in Ucraina. Pronta la replica del portavoce della presidenza russa, Dmitrij Peskov, secondo cui gli europei sarebbero “ancora lontani dall’essere pronti ad agire come mediatori, avviare gli sforzi di mediazione ponendo delle condizioni alla Russia è probabilmente illogico, è sbagliato. E, naturalmente, è inaccettabile per noi”.

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“Una soluzione militare della guerra in Ucraina è difficilmente perseguibile. E torna attuale la minaccia atomica”: le parole del ministro Crosetto in Parlamento

“In Ucraina una soluzione militare del conflitto appare difficilmente perseguibile a lungo termine. Siamo davanti a un conflitto che registra livelli di violenza che l’Europa non conosceva dai tempi della seconda guerra mondiale. Ci colpisce la dimensione complessiva del conflitto, il numero fra morti e feriti si avvicina a due milioni verso la fine dell’anno, con pesanti ricadute, finanziarie ed energetiche”. Lo ha detto il ministro della Difesa, Guido Crosetto, in audizione a Palazzo Madama, alle commissioni riunite Esteri e Difesa della Camera e del Senato, nell’ambito dell’esame della deliberazione del Consiglio dei ministri in merito alla partecipazione dell’Italia a ulteriori missioni internazionali per l’anno 2026 e della Relazione analitica sulle missioni internazionali in corso e sullo stato degli interventi di cooperazione allo sviluppo a sostegno dei processi di pace e di stabilizzazione, anche al fine della relativa proroga per l’anno 2026.

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Russia-Ucraina, riecco il mediatore Roman Abramovich (come ai colloqui di Istanbul): l’oligarca russo messaggero tra Putin e Zelensky

Più di quattro anni di guerra tra Russia e Ucraina e, alla fine, si torna a Istanbul. Almeno idealmente. Perché c’è un nome, riportato in auge dal presidente Volodymyr Zelensky in queste ore, che aveva fatto capolino nelle iniziali trattative di pace tra i due Paesi nella capitale turca. Un nome poi finito nel mucchio degli oligarchi russi sanzionati dall’Unione europea e quindi uscito gradualmente di scena. È Roman Abramovich, l’ex patron del Chelsea a cui, ha rivelato il presidente ucraino, Mosca ha chiesto di fare da mediatore per cercare di intavolare trattative col primo obiettivo di arrivare a un cessate il fuoco e all’avvio di negoziati di pace, come precisato nella lettera che il capo dello Stato ucraino ha inviato all’omologo russo. “Io sono pronto a sedermi al tavolo, ma non a Mosca o Minsk – ha dichiarato Zelensky a Sky News – Putin può scegliere il formato che vuole, con Donald Trump, con gli europei, o anche un incontro bilaterale. Sarebbe un bel segnale se ci incontrassimo e coordinassimo un cessate il fuoco. Mosca ha fatto riferimento ad Anchorage ma non può decidere senza di noi, senza il nostro popolo”.

Così, nonostante le sanzioni, Abramovich torna protagonista sottotraccia dell’ultimo tentativo di avvicinamento tra Mosca e Kiev, uno dei più decisi degli ultimi anni, almeno per quanto riguarda Zelensky. L’oligarca, ha però spiegato il presidente ucraino, “è venuto a Kiev, mi ha detto che portava un messaggio per me e che voleva prendere un mio messaggio e portarlo a Putin”. Sembra che il primo avvicinamento sia stato quindi quello di Mosca e non di Kiev, come emerso in un primo momento, con Zelensky che ha forzato la mano del presidente russo con la lettera apparsa sul sito ufficiale della Presidenza. L’idea del Cremlino, ha rivelato lo stesso Zelensky, era invece quella di mantenere i contatti riservati: “Disse – ha aggiunto il presidente ucraino – che questo doveva svolgersi in maniera riservata, senza alcuna pubblicità. Io gli ho risposto che era la sua scelta, per noi non era un problema”, ha concluso Zelensky spiegando che il “messaggio chiave” affidato ad Abramovich era che Kiev non è disposta a cedere il Donbass. “Io ho detto non lasceremo, non vi daremo la vittoria in questo modo”.

Putin ha deciso di contattare Zelensky tramite Abramovich per conoscere la reale volontà dell’Ucraina di aprire un tavolo negoziale. Da qui la risposta dell’omologo che ha ribadito le proprie linee rosse. I due hanno poi parlato dei compromessi ai quali ognuna delle due parti è disposta a scendere, precisando comunque che per l’Ucraina questi si potranno concretizzare solo dopo un cessate il fuoco, confermando per il momento la propria disponibilità a congelare la situazione dei territori all’attuale linea del fronte, così da velocizzare l’inizio dei colloqui.

Venerdì scorso, però, si è registrata la frenata del presidente russo. E, dopo le ultime rivelazioni di Zelensky, si capisce che lo stop è arrivato in seguito all’ultimo resoconto di Abramovich: Putin ha detto di aver incontrato “uno dei rappresentanti dei nostri ambienti imprenditoriali” e “questo, diciamo, collega” dopo il suo viaggio a Kiev e di avergli detto di non vedere alcun motivo per incontrare Zelensky. “L’unico senso sarebbe che gli ucraini fermassero l’avanzata delle nostre forze armate”, ha detto Putin al Forum economico internazionale di San Pietroburgo.

Indipendentemente dal risultato che darà questo scambio a distanza, la decisione di rivolgersi ad Abramovich dopo oltre quattro anni è un segnale che non può essere ignorato. L’oligarca russo era fisicamente presente ai colloqui di Istanbul di marzo 2022, come provano alcuni scatti dell’evento, uno dei momenti in cui si è stati più vicini a uno stop del conflitto. E fu sempre lui a mediare tra le parti per garantire i flussi di grano ucraino attraverso il Mar Nero, così come anche in occasione di diversi scambi di prigionieri. Un ruolo di prim’ordine che ha perso rilevanza col passare dei mesi, sia per le sanzioni che non lo hanno risparmiato, nonostante gli sforzi diplomatici, sia per il tentativo degli Stati Uniti, col ritorno di Donald Trump, di diventare il grande mediatore del conflitto. Un tentativo fallito che, oggi, riporta l’oligarca russo al centro dei canali diplomatici tra Mosca e Kiev.

X: @GianniRosini

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Riprendersi la Crimea, il sogno di Kyjiv non è più irrealizzabile

«La cosa più triste è che non sono solo i fatti a essere spaventosi, ma anche le incredibili dinamiche che minacciano di spazzare via tutte le conquiste, i sacrifici fatti e i piani di una guerra che va avanti da dodici anni» scrive MartynoVa di Donetsk. Si definisce “esperta della vita in zona di guerra” e ha 6892 iscritti su Telegram. Descrive una situazione che le autorità russe non riescono più a dissimulare e che MartynoVa definisce «un’estate di terrore sanguinoso». 

L’Ucraina ha interrotto quasi del tutto la logistica nemica in Crimea e nelle zone del Kherson occupate, questo grazie alla supremazia nei cieli assicurata da droni kamikaze di medio raggio che da un paio di settimane martellano qualsiasi mezzo militare o autocisterna che tenti di raggiungere la penisola. La benzina è introvabile, «apri il cellulare al mattino e vedi i video di persone che raccontano di non riuscire a tornare a casa dalla Crimea perché sono rimaste senza carburante». Le autorità hanno provato a ovviare razionando le scorte. A Sebastopoli, per esempio, si ha diritto a venti litri per veicolo a settimana: dovrebbero essere erogati tramite codici QR, ma il sistema non funziona, e a caos si è aggiunto caos. Prima dei disgraziati QR Code, il governo aveva tentato la strada dei coupon. Risultato? Una vera e propria borsa nera, con i tagliandi rivenduti a prezzo maggiorato. 

Basta “navigare” per un po’ sui social per farsi un’idea. C’è chi filma un Hornet ucraino che pattuglia indisturbato l’autostrada in attesa di una preda, chi la prende con ironia e posta auto trainate da mute di cani, chi si vanta di «poter andare a lavoro in macchina» su strade semi-deserte. C’è chi si mostra visibilmente incazzato, come la donna che ha portato i tre figli in vacanza a Eupatoria, sulle rive del Mar Nero, e da due giorni non riesce a trovare una stazione di servizio: «Cosa dobbiamo fare con tre figli? Camminare? Perché nessuno pensa ai turisti?». Surreale.

Anche perché le forze speciali ucraine continuano a colpire con precisione chirurgica snodi nevralgici della logistica russa, segno che si tratta di una strategia studiata da tempo, con un obiettivo chiaro e adesso favorito dalla prevalenza tecnologica e dal deterioramento della capacità di combattimento e di reclutamento dell’esercito di Putin. Solo nella notte tra sabato e domenica gli ucraini in Crimea hanno messo fuori uso il deposito petrolifero di Semykolodezianska e il terminal marittimo di Feodosia: hub di stoccaggio del carburante e del gas – necessari a rifornire il primo la macchina militare, l’altro la popolazione della penisola occupata – che si trovano a oltre duecento chilometri dalla linea del fronte. «L’Ucraina fa con efficacia ciò che l’Iran ha fatto con lo Stretto di Hormuz – nota ChrisO_wiki, blogger militare con 250 mila follower su X -: avrebbe spaventato così tanto le compagnie di assicurazione russe che tutte le forniture di petrolio trasportate da camionisti civili verso la Crimea e l’Ucraina meridionale sono bloccate per il timore dei droni».

«Accelera come un pazzo se incroci un’autocisterna in autostrada. E se la vedi alle tue spalle, cerca di allontanarti il più rapidamente possibile» consiglia ancora MartynoVa, che mostra il proprio stupore per aver capito quanto accade solo dalle parole dei crimeani, disperati per la stagione turistica che rischia di andare in fumo, con «le prenotazioni che vengono già cancellate in tutta fretta». Sarebbero il trentuno per cento in meno, secondo il corrispondente della Bbc Steve Rosenberg. Conferma ulteriore di come i russi più ambienti abbiano vissuto questi quattro anni in una bolla, imbesuiti dalla propaganda del Cremlino, mentre almeno un milione di poveracci di vario tipo e provenienza andava al massacro. 

Vero è che le unità UAV di Kyjiv, anche grazie agli Hornet di produzione americana e ai nuovi Martian controllati dall’intelligenza artificiale, hanno acquisito la capacità di attaccare a media e lunga distanza su gran parte del territorio russo, e le centinaia di droni che hanno raggiunto l’area di San Pietroburgo lo testimoniano. Ma vero è anche che la Crimea per l’Ucraina è qualcosa di più. È l’inizio di tutto, e riconquistarla, da quel febbraio 2014 in cui venne occupata nel silenzio complice della comunità internazionale, è la vera ossessione nazionale.

Sotto l’impulso di Kyrylo Budanov, i comandanti ucraini hanno prima messo fuori gioco i trasporti su rotaia, poi forti del dominio nel Mar Nero, hanno reso un’avventura la traversata in traghetto verso i porti della Crimea, con attese ai moli anche di quattro giorni. A quel punto, percorrere il corridoio terrestre che collega alla penisola, attraverso la M14/E58 da Melitopol a Sinferopoli, è diventato impossibile con un tiro al bersaglio giornaliero su centinaia di camion (e il traffico crollato del settantuno per cento), fino all’estremo tentativo russo: far arrivare navi ombra direttamente nei porti del Mar d’Azov conquistati nella primavera del 2022, per poi da lì rifornire di combustibile e munizioni le truppe impegnate nel Donetsk e a Zaporizhzhia. Tentativo già naufragato dopo le cinque imbarcazioni colate a picco in pochi giorni. Con l’aggiunta nelle ultime ore di un colpo mortale al ponte di Chongar, l’unico che resta a collegare la penisola al fronte meridionale, senza passare dalla M14.

Una situazione che non può che peggiorare, perché in Crimea dopo il carburante, potrebbero mancare l’acqua e la luce. La Crimea viene fornita di energia elettrica attraverso cavi sottomarini, ma le sottostazioni di partenza e di arrivo rimangono punti sensibili. Ecco perché Putin ha fatto costruire due centrali termoelettriche destinate a compensare in caso di guasti o danneggiamenti, se non fosse che per farle funzionare è necessario proprio quel petrolio che inizia a scarseggiare.

Non meno grave è la questione idrica: nel giugno del 2023 per fermare la controffensiva ucraina si decise di far saltare l’imponente diga di Kakhovka sul fiume Dnipro, allagando la regione del Kherson. Una scelta disperata, anche se vincente e con una conseguenza che non era stata messa in conto. Il crollo della diga, ha spiegato l’attivista pro-Ucraina Marco Setaccioli «ha di fatto azzerato la portata del Canale Nord-Crimeano (Severo-Krymskiy Kanal), che storicamente forniva l’85% dell’acqua utilizzata dalla penisola. I bacini idrici che alimentano il sud-est e il centro della Crimea (in particolare il bacino di Belogorsk e quello di Taigan) mostrano ampie aree completamente deidratate. Il fiume Biyuk-Karasu, che dovrebbe alimentarli, è quasi in secca». L’estate nella penisola sarà un incubo anche per questo. 

Qual è il vero obiettivo degli strateghi di Volodymyr Zelensky? Cominciano a chiederselo gli analisti e anche i blogger russi. C’è chi preconizza che a cadere sarà il Kherson tagliato fuori dai rifornimenti e presto raggiungibile solo attraverso il percorso più lungo, cioè dalla Crimea. Altri notano, invece, che il ponte di Kerch viene risparmiato in maniera sistematica dagli attacchi, dopo essere stato l’obiettivo principale nelle prime fasi della guerra. Colpirlo non sarebbe una passeggiata, ma avrebbe un impatto sull’opinione pubblica russa devastante. «Se continua così, il prossimo obiettivo degli ucraini sarà di nuovo il ponte di Crimea» avverte sui social Lev Vershinin, ascoltato scrittore e Z-patriota.

Ne è convinto anche Ben Hodges, ex comandante dell’esercito americano in Europa: «Budanov distruggerà il maledetto ponte di Crimea». A meno che il braccio destro di Zelensky e i suoi generali non abbiano letto Sun Tzu: «Al nemico lasciate sempre una via di fuga».

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L’Ucraina può negoziare da una posizione migliore, ma l’Europa deve fare la sua parte

Domenica, a Londra, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha incontrato i leader di Regno Unito, Francia e Germania – il premier Sir Keir Starmer, il presidente Emmanuel Macron e il cancelliere Friedrich Merz – per definire le condizioni di una pace giusta e duratura in Europa.

La loro dichiarazione congiunta poggia su cinque pilastri. In primo luogo, un cessate il fuoco immediato e complessivo; Mosca è esplicitamente sollecitata ad accettare una piena cessazione delle ostilità. In secondo luogo, l’attuale linea di contatto costituirebbe il punto di partenza per i negoziati, non il loro esito predeterminato: leader sottolineano che i confini internazionali non possono essere modificati con la forza e che il diritto sovrano dell’Ucraina di scegliere i propri meccanismi di sicurezza e le proprie alleanze deve essere pienamente rispettato. In terzo luogo, una volta entrato in vigore il cessate il fuoco, l’Ucraina dovrà ricevere garanzie di sicurezza solide e giuridicamente vincolanti, basate sugli impegni assunti a Berlino a dicembre e a Parigi a gennaio; ciò comprende il dispiegamento di forze multinazionali sul territorio ucraino. In quarto luogo, i beni russi resteranno congelati finché la Russia non avrà posto fine alla sua guerra di aggressione e non avrà risarcito l’Ucraina per i danni arrecati. In quinto luogo, qualsiasi accordo dovrà tutelare gli interessi europei in materia di sicurezza: gli elementi che coinvolgono l’Unione europea o la Nato richiederanno il consenso formale rispettivamente dell’Unione e dei suoi Stati membri, e degli Alleati. I leader hanno accolto esplicitamente l’appello di Zelensky a porre fine alla guerra attraverso negoziati diplomatici, formulato nella sua lettera del 4 giugno al leader russo Vladimir Putin. Hanno avallato colloqui diretti tra Ucraina e Russia, con la partecipazione attiva di Stati Uniti ed Europa, volti innanzitutto a garantire un cessate il fuoco, e successivamente a facilitare negoziati più ampi.

Sulla carta, non si tratta di una pace a qualsiasi prezzo. Il testo collega la fine dei combattimenti a garanzie vincolanti, al mantenimento della pressione finanziaria su Mosca e alla stessa architettura di sicurezza europea. Mantiene inoltre le scelte sovrane dell’Ucraina – inclusa l’integrazione in Nato e Unione europea – all’ordine del giorno, anziché sacrificarle tacitamente.

Ma questa iniziativa diplomatica non nasce nel vuoto. Arriva in mezzo a intensi attacchi russi e a un equilibrio militare sul terreno in evoluzione.

La dichiarazione di Londra è giunta in un contesto operativo severo che smonta qualsiasi illusione che la guerra stia rallentando. Ieri mattina, infatti, la Russia ha lanciato l’ennesimo attacco con droni contro edifici residenziali a Konotop, nella regione ucraina di Sumy, ferendo civili e intrappolando almeno una persona sotto le macerie mentre le squadre di soccorso erano al lavoro. Il giorno precedente, le forze russe avevano preso di mira infrastrutture legate al nucleare nei pressi di Kyjiv. Gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica si preparano ora a ispezionare l’Impianto centrale di stoccaggio del combustibile nucleare esaurito nella zona di esclusione di Chornobyl, dopo che un attacco con droni del 7 giugno ha danneggiato l’edificio di ricezione del combustibile – distruggendone facciata, finestre e porte e provocando onde d’urto sugli edifici circostanti.

È in questo contesto operativo che i leader europei parlano di linee di cessate il fuoco, garanzie e futuri negoziati. La Russia non si comporta come una potenza di status quo che cerca cautamente la de‑escalation. Proprio per questo, qualsiasi discussione su cessate il fuoco e negoziati deve poggiare sulla reale correlazione di forze, non su un pensiero desiderante.

I cinque punti sono, a primo impatto, molto convincenti. Il nodo centrale, tuttavia, è: come renderli operativi? Soprattutto quando la Federazione Russa non intende accettare alcuna proposta di pace che implichi un ruolo diretto dell’Europa o dei leader europei.

Il presidente finlandese Alexander Stubb ha colto questa logica con una chiarezza insolita. Il suo messaggio è brutale: oggi l’Ucraina è in una posizione migliore sul campo di battaglia rispetto a qualsiasi altro momento dall’inizio dell’invasione su larga scala, come ha spiegato in una recente intervista alla Neue Zürcher Zeitung. Lo sintetizza in cinque fatti: negli ultimi sei mesi, l’Ucraina ha inflitto alla Russia circa 35.000 perdite al mese tra morti e feriti; nello stesso periodo, la Russia è riuscita a reclutare soltanto circa 27.000 uomini al mese; a dicembre, il rapporto delle perdite era approssimativamente di 1:3, ovvero un soldato ucraino per tre russi mentre oggi si avvicina a 1:8; a marzo, per la prima volta, l’Ucraina ha lanciato contro la Russia più missili e droni di quanti la difesa russa sia riuscita ad abbattere, e ora dispone della capacità di produrre circa dieci milioni di droni all’anno; ad aprile, per la prima volta, l’Ucraina ha riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso.

Nel loro insieme, queste cifre ci dicono tre cose. Primo, la Russia è sotto pressione sul fronte della leva: un divario costante tra perdite e nuovi arruolamenti non è di per sé immediatamente decisivo – Putin può ancora mobilitare di più – ma è strategicamente corrosivo nel medio periodo. Secondo, l’adattamento qualitativo dell’Ucraina sta funzionando: un approccio intelligente alla difesa è la chiave dei suoi passi asimmetrici; la svolta verso una produzione di droni su larga scala, l’uso di fuochi dispersi e il rafforzamento della difesa aerea stanno modificando il calcolo costi‑benefici per Mosca. Terzo, la tendenza territoriale – per quanto ancora modesta – si è invertita: anche guadagni limitati, dopo anni di guerra logorante, hanno un peso politico e psicologico significativo – a Kyjiv, a Mosca e nelle capitali occidentali.

In altre parole, l’Ucraina dispone oggi di una base molto più solida da cui negoziare. Ma perché il quadro di Londra diventi realtà, l’Europa dovrà sostenere questa posizione di forza, non darla per acquisita.

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