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Plano Brasil Soberano adota novas regras e mais empresas podem aderir

Entrou em vigor nesta segunda-feira (8) as novas regras do Programa Brasil Soberano. Agora, um número maior de empresas poderá solicitar linhas de crédito do programa. O governo federal reduziu de 5% para 1% o percentual mínimo de impacto no faturamento exigido. As mudanças foram anunciadas na última semana, mas passaram a valer hoje.

Com a medida, empresas exportadoras e fornecedores afetados pelas tarifas impostas pelos Estados Unidos ou pelos impactos econômicos dos conflitos no Oriente Médio poderão acessar os financiamentos mesmo com perdas menores de receita.

Quem será atendido

A ampliação beneficia dos grupos 1 e 3 do Plano Brasil Soberano:

  • Exportadores de bens industriais e fornecedores afetados pelas tarifas impostas pelos Estados Unidos (grupo 1);
  • Exportadores industriais e fornecedores com operações em países do Oriente Médio impactados pelos conflitos na região (grupo 3).

Para ter acesso ao crédito, as empresas desses grupos precisarão comprovar que as exportações representaram ao menos 1% do faturamento bruto no período de referência. Antes, o limite mínimo exigido era de 5%.

No caso do grupo 1, as perdas no faturamento deverão ser comparadas com os 12 meses de 1º de julho de 2024 a 30 de junho de 2025. Para o grupo 3, a apuração deve ser comparada com os 12 meses de 1º de janeiro de 2025 a 31 de dezembro de 2025.

Entre os setores contemplados pelo primeiro grupo estão:

  • Aço;
  • Cobre;
  • Alumínio;
  • Automotivo;
  • Moveleiro.

Grupo mantido

A portaria não altera as regras do terceiro grupo do programa, formado por setores considerados estratégicos para a economia brasileira.

  • Entre eles estão:
  • Têxtil;
  • Químico;
  • Farmacêutico;
  • Automotivo;
  • Máquinas e equipamentos;
  • Eletrônicos e informática;
  • Borracha e plástico;
  • Equipamentos de transporte;
  • Minerais críticos.

Como pedir o crédito

As empresas dos grupos 1 e 3 poderão consultar a elegibilidade a partir desta quinta-feira (4), por meio da plataforma Gov.br, utilizando certificado digital.

Já as empresas do segundo grupo devem verificar se a Classificação Nacional de Atividades Econômicas (CNAE) registrada no Cadastro Nacional de Pessoas Jurídicas (CNPJ) está entre os contemplados pela regulamentação.

Linhas disponíveis

O Plano Brasil Soberano oferece financiamento para:

  • Capital de giro;
  • Produção destinada à exportação;
  • Aquisição de máquinas e equipamentos;
  • Ampliação da capacidade produtiva;
  • Inovação tecnológica;
  • Adaptação de produtos, serviços e processos.

 

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Su Mps spinta da Oltralpe. La partita vera? Le Generali. Sapelli legge il risiko bancario

Un pomeriggio domenicale ha riacceso improvvisamente il risiko bancario italiano. Movimenti veloci, in un gioco di incastri ancora tutto da decifrare ma che potrebbe cambiare dal profondo la geografia del credito tricolore. Con le Borse che dormivano, ha preso vita e corpo l’assalto al Monte dei Paschi, reduce dalla scalata, vittoriosa, a Mediobanca e dall’uscita di scena, felpata, del Tesoro. A incamminarsi verso Rocca Salimbeni ha cominciato Banco Bpm che, con l’assedio di Unicredit ormai alle spalle, ha avanzato una proposta di matrimonio all’ex banca toscana, una fusione tra pari, da un anno custode dell’ambitissimo 13% di Generali proprio grazie alle nozze con Piazzetta Cuccia. Neanche il tempo di metabolizzare la notizia e nel pomeriggio a muovere è stata Intesa Sanpaolo, lanciando un’offerta pubblica di acquisto e scambio volontaria totalitaria sulle azioni Mps da 30,6 miliardi.

C’è chi ha letto nella contromossa di Intesa, nella quale avrà un ruolo attivo anche Bper, il cui principale azionista è Unipol, la volontà di proteggere le Generali, che fungono da sempre da forziere del risparmio italiano, oltre a essere uno dei maggior acquirenti e sottoscrittori di titoli di Stato italiani. Non bisogna mai dimenticare, infatti, che il principale socio del Banco è la francese Crédit Agricole, terzo gruppo bancario europeo e incline a scorribande lungo la Penisola. E, dal momento che chi prende Siena mette anche un piede nelle Generali, la presenza di azionisti stranieri potrebbe diventare decisamente ingombrante. Anche per lo stesso esecutivo.

Le voci di corridoio raccontano di un apprezzamento di Palazzo Chigi per l’ingresso di Intesa nella partita per l’istituto guidato dal ritrovato Luigi Lovaglio, anche se sia Carlo Messina, ceo di Intesa e Carlo Cimbri, numero uno di Unipol, hanno più che altro preferito sottolineare, incontrando gli analisti in queste ore, sia la qualità dell’operazione Intesa-Bper-Mps, sia la profonda natura italiana della stessa. Particolare quest’ultimo che per il governo potrebbe fare la differenza: non è certo un caso che lo stesso Messina, sempre nel confronto con gli analisti, abbia paventato per il Banco criticità in odore di golden power proprio per la presenza dei francesi nell’azionariato di Piazza Meda. In questo gioco di incastri di partecipazioni che, come ricordato due giorni fa anche dal direttore del Sole 24 Ore, Fabio Tamburini, apre scenari interessanti ma anche, in potenza, rischiosi, resta da capire se tutti questi movimenti, alla fine, porteranno a un sistema bancario migliore perché più solido. Formiche.net ne ha discusso con l’economista e storico Giulio Sapelli.

“Sicuramente Intesa si è mossa per arginare Bpm, che poi sarebbe la Francia. Voglio dire, l’offensiva sul Monte dei Paschi viene chiaramente da Oltralpe”, premette l’economista. “Non è certo un mistero che il grande sogno francese, ma anche tedesco, è sempre stato quello di mettere le mani sul risparmio italiano. Certamente Intesa ha un biglietto da visita, un’etichetta italiana, Bpm non ce l’ha, nei fatti è una banca francese. Ciò fa una certa differenza nell’ambito di questo tipo di operazioni. L’obiettivo, nemmeno a dirlo, sono sempre le Generali, con il loro risparmio e i prodotti di bancassicurazione. Non dobbiamo mai dimenticare che nei momenti di crisi, la bancassicurazione è un qualcosa di molto ricercato”, spiega Sapelli.

Il quale allarga lo spettro all’intero risiko italiano. “Mi pare evidente che questi incroci di partecipazioni, Banco, Intesa, Mps, nascondano anche dei rischi. Si parla di Generali, certo, ma non solo. Per esempio, trovo ancora incredibile che Mps abbia trovato i soldi per aggredire Mediobanca. Forse Mediobanca non era più Mediobanca e Mps non era più Mps. Verrebbe da dire che c’è da ricostruire un’immagine del sistema bancario nazionale. Oggi non abbiamo più un sistema, per esempio, di istituti locali, con un movimento cooperativo che è in crisi. E questo in un momento storico in cui soffiano venti di guerra. Allora se dobbiamo fare delle fusioni, se dobbiamo fare quello che dice Draghi e cioè portare avanti il consolidamento bancario, bisogna farlo bene”.

L’economista spiega poi come questa vicenda, quella di Mediobanca, rifletta un cambiamento più ampio. “Il profilo e l’obiettivo dell’operazione, pur innaturali, rappresentano bene la trasformazione del capitalismo italiano. Oggi non è più né carne né pesce: non è riuscito ad aggregarsi attorno a grandi industrie, ormai scomparse dal mercato. Le famose 1.300 imprese di Mediobanca, pur finite progressivamente in un contenitore sempre più fragile, rappresentavano un glorioso conglomerato di piccole e medie imprese artigianali. Ma queste non hanno saputo fare il salto dimensionale, né hanno alle spalle un sistema bancario in grado di sostenerle”.

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Dal cyberspazio alla finanza. Come le stablecoin stanno riscrivendo il primato del dollaro

La Banca centrale europea ha recentemente acceso un faro su uno degli sviluppi più importanti della trasformazione economica in corso: la crescita delle stablecoin e il loro possibile impatto sull’ordine monetario internazionale. A prima vista il fenomeno può apparire tecnico. In realtà riguarda una delle dimensioni fondamentali del potere nell’era digitale ossia il controllo delle infrastrutture attraverso cui circola il valore economico. Le stablecoin sono token digitali emessi da soggetti privati e ancorati a valute tradizionali. La quasi totalità del mercato è oggi denominata in dollari statunitensi. Tether (Usdt) e Usd Coin (Usdc) rappresentano la parte predominante di questo ecosistema, mentre le stablecoin denominate in euro occupano una posizione marginale. La questione centrale non riguarda soltanto il mercato delle criptovalute. Riguarda la progressiva diffusione di una forma di moneta digitale che viene utilizzata per trasferire valore, effettuare pagamenti, conservare liquidità e operare nei mercati finanziari digitali. Quando milioni di utenti utilizzano stablecoin, stanno di fatto utilizzando dollari digitali privati. È qui che emerge una differenza strategica tra le principali potenze economiche. L’Europa ha scelto una strada centrata sulla regolamentazione e sul progetto dell’euro digitale. La Cina ha seguito una traiettoria simile attraverso lo sviluppo dello yuan digitale sotto il controllo della banca centrale. Gli Stati Uniti hanno invece favorito un ecosistema fondato prevalentemente sull’iniziativa privata, consentendo al mercato di sviluppare strumenti che, pur non essendo emessi direttamente dalla Federal Reserve, estendono la presenza globale del dollaro. Il risultato è uno dei più interessanti paradossi della storia economica contemporanea. 

La rivoluzione delle criptovalute era nata con l’ambizione di emanciparsi dalle valute statali e dagli intermediari tradizionali. A distanza di pochi anni, la tecnologia che avrebbe dovuto ridurre il ruolo delle valute sovrane rischia invece di rafforzare la posizione della valuta dominante del sistema internazionale, difatti il dollaro non viene sostituito ma digitalizzato e integrato all’interno delle nuove infrastrutture della rete. La vera innovazione non consiste quindi nell’esistenza delle stablecoin, bensì nella loro capacità di trasformare il dollaro in una moneta compatibile con l’economia digitale globale. Per la prima volta nella storia una valuta può diventare contemporaneamente mezzo di pagamento, strumento di regolamento finanziario e componente integrata di piattaforme digitali distribuite su scala planetaria. Da questo punto di vista, le stablecoin rappresentano molto più di un semplice prodotto finanziario. Esse costituiscono una nuova infrastruttura monetaria. La Bce sottolinea correttamente alcuni rischi. La migrazione dei depositi bancari verso le stablecoin potrebbe ridurre la raccolta stabile degli istituti di credito. Una perdita di fiducia potrebbe provocare riscatti improvvisi e costringere gli emittenti a liquidare rapidamente le attività detenute a garanzia. Inoltre, la diffusione di questi strumenti potrebbe influenzare la trasmissione della politica monetaria, modificando la circolazione della liquidità e incidendo sui meccanismi di finanziamento dell’economia reale. Tuttavia, esiste una dimensione ulteriore che merita attenzione. Le stablecoin stanno progressivamente creando una nuova fonte di domanda per il debito pubblico americano. Per garantire il valore dei token emessi, società come Tether e Circle detengono infatti consistenti quantità di titoli del Tesoro statunitense. Più cresce l’adozione delle stablecoin, maggiore diventa la domanda di Treasury. Più aumenta la domanda di Treasury, più si rafforza l’ecosistema finanziario che sostiene il ruolo internazionale del dollaro. Si genera così un circuito di retroazione che ricorda, in forma digitale, il meccanismo che per decenni ha caratterizzato il sistema dei petrodollari. L’economia digitale, quindi, produce domanda di stablecoin che a loro volta producono domanda di titoli del Tesoro. I Treasury rafforzano la credibilità del sistema monetario americano e il sistema monetario americano, a sua volta, sostiene la diffusione globale delle stablecoin. Il fenomeno assume quindi una dimensione geopolitica. 

Per oltre settant’anni il predominio del dollaro si è fondato su una combinazione di potenza economica, mercati finanziari profondi, capacità militare e centralità del commercio internazionale. Oggi a questi fattori si aggiungono nuovi elementi: data center, cloud computing, blockchain, capacità computazionale e piattaforme digitali. La moneta, di conseguenza, sta progressivamente diventando un’infrastruttura tecnologica, e chi controlla l’infrastruttura controlla una parte crescente del potere. Al riguardo, si osservano tre modelli differenti. Bitcoin rappresenta la moneta nativa di Internet, fondata sulla decentralizzazione e sull’assenza di un’autorità centrale. Le valute digitali emesse dalle banche centrali rappresentano la risposta pubblica degli Stati alle trasformazioni tecnologiche. Le stablecoin costituiscono invece una soluzione ibrida ossia private nell’emissione, ma ancorate alla credibilità delle valute sovrane. Ad oggi questa soluzione gravita quasi interamente attorno al dollaro. Ed è proprio questo il punto strategicamente più rilevante perché la competizione non riguarda soltanto quale moneta verrà utilizzata nel futuro ma quale infrastruttura monetaria verrà adottata dall’economia digitale globale. L’Europa rischia di trovarsi di fronte a un problema simile a quello già osservato in altri settori tecnologici. Mentre il continente discute regolamentazione, governance e architetture istituzionali, il mercato potrebbe consolidare rapidamente standard de facto fondati su strumenti privati denominati in dollari. Quando l’euro digitale sarà pienamente operativo, una parte significativa dell’economia digitale potrebbe avere già adottato altre soluzioni. Nelle trasformazioni tecnologiche il vantaggio del primo arrivato conta spesso più della perfezione del progetto. La questione appartiene quindi alla geopolitica della moneta e, più in generale, alla geopolitica del cyberspazio. Chi determina la moneta utilizzata su Internet influenza i pagamenti digitali, il risparmio globale, i flussi finanziari, l’accesso al credito e, in ultima analisi, la distribuzione del potere economico. 

La vera novità non è che Internet stia adottando il dollaro, è che il dollaro sta diventando il linguaggio monetario nativo dell’economia digitale globale. Se questa tendenza dovesse consolidarsi, gli Stati Uniti potrebbero ottenere nel cyberspazio ciò che ottennero nel secondo dopoguerra attraverso Bretton Woods ossia la capacità di proiettare potenza economica globale attraverso l’infrastruttura stessa del sistema. Le stablecoin potrebbero così trasformare Internet nella più grande infrastruttura privata di diffusione del dollaro mai esistita. E forse la storia ricorderà questa fase non come l’epoca dell’ascesa delle criptovalute, ma come il momento in cui il dollaro entrò definitivamente nell’architettura digitale del mondo.

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OpenAI verso un nuovo corso: ChatGpt diventerà una super app destinata all’utenza aziendale

OpenAI potrebbe rilasciare prima del previsto la sua “super app”, una versione aggiornata di ChatGpt, destinata prevalentemente all’utenza aziendale. Secondo le informazioni del Financial Times, l’aggiornamento sarà reso disponibile nelle prossime settimane invece che per la fine dell’anno, e verrà implementato inizialmente attraverso modifiche mirate all’interfaccia del sito web e delle applicazioni mobili. La nuova architettura incoraggerà un utilizzo che va oltre la semplice interazione conversazionale, offrendo l’integrazione di strumenti di programmazione, sistemi per la generazione di immagini e applicazioni sviluppate da partner commerciali esterni, tra cui Canva e Booking.com.

“Secondo quanto riferito da oltre una dozzina di dipendenti ed ex dipendenti”, scrive il Financial Times, “i cambiamenti fanno parte di una più ampia riorganizzazione di OpenAI, che sta spostando le proprie risorse per cercare di acquisire clienti aziendali redditizi e tenere il passo della rivale Anthropic“. Un consolidamento finanziario che diventa centrale nella strategia di espansione di OpenAI, che sta valutando un’offerta pubblica iniziale già per il mese di settembre.

Anthropic, fondata dai fratelli Amodei, ha annunciato l’intenzione di procedere con la quotazione in borsa. I recenti sviluppi confermano e ampliano le dinamiche già evidenziate a marzo dal Wall Street Journal e dalla Cnbc, secondo cui OpenAI era al lavoro per unificare ChatGpt, le estensioni per browser e l’applicazione desktop Codex in un unico ecosistema. L’azienda aveva inoltre già introdotto in passato la possibilità di connettere al suo chatbot servizi e applicazioni di terze parti, come Spotify e Dropbox.

L'articolo OpenAI verso un nuovo corso: ChatGpt diventerà una super app destinata all’utenza aziendale proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Mercado financeiro eleva previsão da inflação para 5,11% este ano

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A previsão do mercado financeiro para o Índice Nacional de Preços ao Consumidor Amplo (IPCA), referência oficial da inflação no país, passou de 5,09% para 5,11% este ano. A estimativa está no Boletim Focus desta segunda-feira (8), pesquisa divulgada semanalmente pelo Banco Central (BC) com a expectativa de instituições financeiras para os principais indicadores econômicos.

Com a guerra no Oriente Médio pressionando o preço dos combustíveis e a inflação, a previsão para o IPCA deste ano foi elevada pela décima terceira semana seguida, estourando o intervalo da meta que deve ser perseguida pelo BC.

Notícias relacionadas:

Estabelecida pelo Conselho Monetário Nacional (CMN), a meta é 3%, com intervalo de tolerância de 1,5 ponto percentual. Ou seja, o limite inferior é 1,5% e o superior, 4,5%.

Em abril, o preço dos alimentos pressionou a inflação oficial, que fechou em 0,67%. O IPCA acumulado em 12 meses ficou em 4,39%, de acordo com o Instituto Brasileiro de Geografia e Estatística (IBGE), ainda dentro do teto da meta de inflação.

A inflação de maio será divulgada na próxima sexta-feira (12) pelo IBGE.

Para 2027, a projeção da inflação variou de 4,02% para 4,03%. Para 2028 e 2029, as estimativas são de 3,65% e 3,5%, respectivamente.

Taxa Selic

Para alcançar a meta de inflação, o Banco Central usa como principal instrumento a taxa básica de juros, a Selic, definida atualmente em 14,5% ao ano pelo Comitê de Política Monetária (Copom) do BC. Na última reunião, em abril, por unanimidade, o colegiado reduziu a Selic em 0,25 ponto percentual, pela segunda vez seguida, apesar das tensões em torno da guerra no Oriente Médio.

De junho de 2025 a março deste ano, a Selic ficou em 15% ao ano, o maior nível em quase 20 anos. O Copom voltou a cortar os juros na reunião passada, num cenário de queda da inflação. No entanto, a guerra no Oriente Médio, que se refletiu no aumento dos preços de combustíveis e de alimentos, dificulta o trabalho do Copom.

Em ata, o colegiado não deu pistas sobre a evolução dos juros. No documento, o BC informou que está monitorando o conflito e os efeitos de um possível prolongamento sobre a inflação.

O próximo encontro do Copom para definir a Selic será nos dias 16 e 17 de junho.

Nesta edição do Focus, a estimativa dos analistas de mercado para a taxa básica até o fim de 2026 subiu de 13,25% ao ano para 13,5% ao ano. Para 2027 e 2028, a previsão é que a Selic seja reduzida para 11,5% ao ano e 10% ao ano, respectivamente. Em 2029, a taxa deve ficar em 10% ao ano.

Quando o Copom aumenta a Selic, a finalidade é conter a demanda aquecida, o que causa reflexos nos preços, porque os juros mais altos encarecem o crédito e estimulam a poupança. Assim, taxas mais altas também podem dificultar a expansão da economia.

Os bancos ainda consideram outros fatores na hora de definir os juros cobrados dos consumidores, como risco de inadimplência, lucro e despesas administrativas.

Quando a Taxa Selic é reduzida, a tendência é que o crédito fique mais barato, com incentivo à produção e ao consumo, diminuindo o controle sobre a inflação e estimulando a atividade econômica.

PIB e câmbio

Nesta edição do boletim do Banco Central, a estimativa das instituições financeiras para o crescimento da economia brasileira este ano saiu de 1,9% para 1,91%. Para 2027, a projeção para o Produto Interno Bruto (PIB, a soma dos bens e serviços produzidos no país) permanece em 1,7%. Para 2028 e 2029, o mercado financeiro estima expansão do PIB em 2% para os dois anos.

No primeiro trimestre de 2026, a economia do país cresceu ​1,1% na comparação com o último trimestre de 2025. No acumulado de 12 meses, houve expansão de 2%, de acordo com o IBGE.

Em 2025, a economia brasileira cresceu 2,3%, com expansão em todos os setores e destaque para a agropecuária. O resultado representa o quinto ano seguido de crescimento.

No Focus desta semana, a previsão da cotação do dólar está em R$ 5,15 para o final deste ano. No fim de 2027, estima-se que a moeda norte-americana fique em R$ 5,20.

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Eni e Petronas si alleano per il polo degli idrocarburi nel sud est asiatico

Eni e Petronas, la compagnia petrolifera malese, hanno ufficialmente costituito una nuova joint venture paritetica che riunisce attività chiave in Indonesia e Malesia. Searah, questo il nome della nuova realtà, è pronta a diventare operativa a soli sette mesi dalla firma dell’accordo di investimento del 3 novembre 2025 e a sedici dal protocollo d’intesa annunciato nel febbraio 2025.

Searah unirà portafogli, competenze e esperienza regionale complementari con l’obiettivo “di garantire creazione di valore a lungo termine e eccellenza operativa in Indonesia e Malesia”, hanno spiegato da Eni. Con un portafoglio di 19 asset di produzione e sviluppo di gas, 14 in Indonesia e 5 in Malesia, Searah partirà da una produzione iniziale di oltre 300 mila boe/giorno, con l’obiettivo di superare i 500 mila boe/giorno di produzione sostenibile entro i prossimi tre anni. “Searah riflette la nostra consolidata strategia satellitare, volta a creare business mirati e di qualità, in grado di coniugare dimensioni, efficienza e crescita, guidati dalla nostra eccellenza nell’esplorazione e nella realizzazione dei progetti, nonché dalla nostra costante attenzione alla tecnologia e all’innovazione”, ha chiarito il ceo di Eni, Claudio Descalzi.

Tengku Muhammad Taufik, presidente e amministratore delegato di Petronas ha invece sottolineato come la costituzione di Searah “è in linea con la crescente attenzione di Petronas verso una maggiore disciplina nello sviluppo delle risorse, unita a un impiego del capitale più agile e a una maggiore enfasi sulla creazione di valore sostenibile lungo l’intera catena del valore del gas. Facendo leva sui portafogli e le capacità complementari della nostra società e di Eni, Searah ambisce a raggiungere la profondità operativa, la resilienza finanziaria e la capacità di crescita dei due partner per affrontare in modo affidabile e responsabile i crescenti bisogni energetici della regione, contribuendo al contempo alla sicurezza dell’approvvigionamento a lungo termine in Indonesia e Malesia”.

In ogni caso, c’è anche altre il fronte africano che funge da altra gamba del riassetto energetico italiano. Solo pochi mesi fa, infatti, Eni ha infatti effettuato due nuove scoperte a gas e condensati in Libia a seguito di una campagna esplorativa avviata negli ultimi mesi. Due strutture geologiche adiacenti, Bahr Essalam South 2 e Bahr Essalam South 3 sono state investigate con successo rispettivamente dai due pozzi B2 16/4 e C1-16/4 a circa 85 km dalla costa, in ca 200 metri d’acqua, e 16 km a sud del giacimento di gas Bahr Essalam. Come hanno spiegato dal Cane a sei zampe i livelli mineralizzati sono stati rinvenuti in entrambi i pozzi nella Formazione Metlaoui, nota per essere la principale formazione produttiva dell’area.

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Retribuzioni trasparenti o solo traslucide? Cosa cambierà nel mondo del lavoro

Immaginiamo una norma semplice, nata con le migliori intenzioni: meno tasse per le imprese più giovani, per premiare chi entra sul mercato. L’obiettivo è chiaro, la risposta del sistema molto meno. Una parte degli operatori, per alleggerire il carico fiscale, comincerà a costituire nuove società con il solo scopo di “apparire giovani”. Il tratto che la norma voleva premiare, l’età dell’impresa, smette di indicare ciò che dovrebbe e diventa un obiettivo da fabbricare. Non è una fantasia. In Francia molte regole del lavoro scattano a 50 dipendenti e i dati sull’intera popolazione delle imprese mostrano un fenomeno netto: un addensamento di aziende appena sotto la soglia e un vuoto appena sopra, perché alcune che sarebbero cresciute preferiscono restare piccole per non varcare il confine (Garicano, Lelarge & Van Reenen, 2016). È un costo che ricade, come tassa implicita, sul lavoro, pagato soprattutto dai lavoratori.

La difficoltà di legiferare non sta nel decidere cosa si vuole, ma nel prevedere come un sistema di attori si riassesta quando cambiano le regole del gioco. È un problema antico. Merton lo chiamava il “problema delle conseguenze inattese dell’azione organizzata” e osservava che è proprio l’azione formalizzata, quella che enuncia scopi e procedure, a generarle con maggiore facilità (Merton, 1936). In economia, è la critica di Lucas: i parametri stimati sotto un certo regime non restano invariati quando il regime muta, perché chi vi opera cambia comportamento (Lucas, 1976). In una formula diventata proverbiale, quando una misura diventa un obiettivo cessa di essere una buona misura (Goodhart, 1975; Campbell, 1979; Strathern, 1997).

Oggi entra in vigore in Italia il decreto che recepisce la direttiva europea sulla trasparenza retributiva (D.Lgs. 96/2026; Direttiva UE 2023/970). Non interessa qui descriverne gli articoli, ma piuttosto che cosa fa sul piano del meccanismo: rende le decisioni sulle retribuzioni osservabili, contestabili e giustificabili. Vieta di chiedere ai candidati lo stipendio pregresso, impone una fascia retributiva negli annunci, riconosce al lavoratore il diritto di conoscere i criteri e i livelli medi, obbliga i datori di lavoro con oltre 100 dipendenti a misurare il divario di genere e prevede una valutazione congiunta quando il divario, non giustificato da criteri oggettivi, supera il 5% e non viene corretto. Una norma di questo tipo agisce soprattutto sull’informazione disponibile e sul costo di ogni scelta discrezionale e solo in parte, attraverso la correzione obbligatoria sopra il 5%, sugli esiti che dichiara di voler correggere. Per il resto, ciò che osserveremo non sarà l’obiettivo, bensì il nuovo equilibrio.

Proviamo a ipotizzare il modello che emergerà, gli attori e le forze in campo.

La norma muove 3 grandezze: l’osservabilità (cosa diventa visibile), la giustificabilità (quanto costa difendere una differenza) e la comparabilità (dove si traccia il confine tra le categorie messe a confronto). Su queste leve agiscono 3 attori. L’impresa minimizza una somma di voci: il monte salari, il rischio legale e reputazionale, il costo di dover motivare ogni decisione. Il lavoratore massimizza la retribuzione e il senso di equità, pur con informazioni parziali. Gli intermediari (consulenti del lavoro e società di consulenza e payroll) vendono conformità standardizzata. Pur volendo sperare in un sorprendente e straordinario miglioramento dell’intero sistema, il mio pessimismo e l’esperienza mi portano a pensare che la risposta che può derivare da queste condizioni sia di 2 tipi, da non confondere: un adattamento di equilibrio, in cui l’impresa ricalcola le proprie mosse senza violare nulla e, purtroppo, un aggiramento della metrica, in cui sposta valore sulle voci meno misurate.

La derivazione più importante riguarda la compressione. Quando la retribuzione diventa visibile, un aumento concesso a una persona diventa un precedente che altri possono invocare. L’impresa, che prevede la reazione, si fa più dura nelle trattative individuali e concede meno. La ricerca sugli effetti di equilibrio stima che, in media, i salari scendano di circa il 2%, con un effetto che quasi sparisce in assenza di contrattazione individuale, come sotto contrattazione collettiva o con retribuzioni già fissate a monte (Cullen & Pakzad-Hurson, 2023). L’esperienza danese aggiunge un dettaglio scomodo: l’obbligo di pubblicare le statistiche di genere ha ridotto il divario di circa il 13%, ma soprattutto ha rallentato la crescita dei salari maschili, senza far crescere quelli delle donne (Bennedsen et al., 2022). Non sempre è così: in alcuni casi i salari delle donne sono davvero cresciuti, ma il pattern dominante è la chiusura del divario verso il basso.

Il settore pubblico mostra la stessa dinamica. In California, dove gli stipendi municipali sono stati resi pubblici, le retribuzioni dei dirigenti più pagati sono scese di circa il 7% e le dimissioni sono aumentate del 75% (Mas, 2017), per l’avversione dell’opinione pubblica agli stipendi elevati più che per un effetto di maggiore responsabilità: un meccanismo che il settore pubblico italiano, esposto alla pressione mediatica, conosce bene. Un effetto distinto ma convergente tocca il merito: negli atenei statunitensi la trasparenza ha aumentato equità e uguaglianza e, al tempo stesso, ha indebolito il legame tra retribuzione e prestazione individuale (Obloj & Zenger, 2022). L’uguaglianza, quando arriva, può portare con sé meno premi per le differenze di prestazione.

Il contesto italiano qui non è solo un fattore attenuante, è una variabile a doppio taglio. L’evidenza tedesca mostra che la legge sulla trasparenza del 2017 ha ridotto il divario soltanto nelle imprese dotate di consiglio aziendale (Betriebsrat) e contrattazione collettiva, mentre, laddove quelle istituzioni mancavano, il divario inspiegato è cresciuto (Vaccaro et al., 2024). In Austria un obbligo di soli rapporti interni, privo di pubblicità e di una rappresentanza che li attivasse, non ha prodotto effetti, con stime che escludono una riduzione oltre 0,4 punti (Gulyas, Seitz & Sinha, 2023). La trasparenza non corregge da sola: serve un attore che traduca l’informazione in pressione negoziale.

L’Italia, con una copertura contrattuale tra le più estese d’Europa (Ocse-Aias; Istat) e un sistema diffuso di Rsu, possiede un canale analogo, sebbene con poteri di codeterminazione più limitati rispetto a quelli tedeschi; questo è il lato favorevole. Il lato avverso è che il decreto concede una presunzione di conformità a chi applica i Ccnl rappresentativi e fa dipendere la valutazione di pari valore dalla classificazione collettiva. La stessa istituzione che potrebbe trasformare i dati in contrattazione può così diventare un timbro che certifica l’esistente, specie laddove la classificazione storica sottovaluta i lavori a maggiore presenza femminile. Il minimo tabellare resta poco aggredibile dalla compressione e la differenziazione si concentra nello strato individuale, nei superminimi e nei premi ad personam, che la comparazione di pari valore coglie meno, anche se la rendicontazione aggregata ne registra una parte. L’esito dipende da una sola domanda: se la rappresentanza interrogherà i numeri o si limiterà a ratificarli.

Altri effetti inattesi meritano maggiore attenzione rispetto ai costi di adempimento, che sono evidenti. Il primo è il contenzioso esplorativo: per provare una discriminazione serve il dato individuale del collega comparabile, ma quel dato è protetto dalla privacy, una tensione segnalata anche dal Garante in sede di parere. Il lavoratore può allora agire non tanto per vincere, quanto per ottenere in giudizio ciò che la norma gli consegna solo in forma aggregata. Il secondo è l’omologazione: gli intermediari diffondono procedure identiche e migliaia di imprese diverse adottano lo stesso modello di copia-incolla, riducendo la varietà organizzativa senza migliorare l’equità. Il terzo riguarda le soglie. Gli obblighi pieni scattano a 100, 150 e 250 dipendenti, ed è lo stesso riflesso dell’esempio iniziale, rovesciato: lì si fabbricava un requisito, qui se ne evita uno, restando sotto soglia, frammentando società, esternalizzando le funzioni più femminilizzate.

Sarebbe ingiusto considerare solo i rischi. Il pezzo potenzialmente più utile della norma è quello di cui si parla meno: la fascia retributiva obbligatoria negli annunci. È una forma di trasparenza fra datori diversi, non fra colleghi, e questo tipo di trasparenza tende a intensificare la concorrenza salariale e ad aumentare i salari di chi cambia lavoro (Cullen, 2024). Conviene però non sopravvalutarla: la sola informazione salariale negli annunci agisce sul livello delle retribuzioni, non sulle scelte occupazionali e, da sola, non scardina la segregazione che incanala uomini e donne verso settori e mansioni diversi. La stessa norma contiene così una leva che comprime verso il basso e un’altra che spinge verso l’alto, perché riunisce dispositivi diversi sotto un’unica parola. Sarà interessante vedere come si comporteranno i lavoratori di un’azienda quando sapranno a “quanto” l’azienda è disponibile ad assumere un nuovo collega o una nuova collega.

Resta il rischio più sistemico: colpire il bersaglio sbagliato. Il divario retributivo orario in Italia è tra i più bassi d’Europa, intorno al 5% contro una media dell’Unione dell’11% (Eurostat; Istat). Ma un divario basso non significa un mercato del lavoro più paritario: riflette anche una delle occupazioni femminili più basse del continente, intorno al 53% nella fascia d’età 15-64 anni (Inapp), con una selezione delle donne occupate verso profili a più alto potenziale, come ricorda la stessa Commissione europea. L’indicatore che tiene insieme la paga oraria, le ore lavorate e il tasso di occupazione, il divario complessivo di reddito, supera invece il 40% (Eurostat). Lo stesso scarto si vede ai vertici: le quote di legge hanno portato le donne oltre il 40% nei consigli di amministrazione delle società quotate, ma solo al 4% tra gli amministratori delegati. La regola ha colpito l’indicatore visibile senza spostare il potere reale. Una metrica costruita sul salario orario, all’interno di categorie comparabili, misura bene proprio la grandezza che da noi è quasi piatta e lascia in ombra ciò che pesa sul reddito di una vita: la partecipazione, il part-time involontario, le interruzioni di carriera e l’accesso ai ruoli apicali.

Una cautela è doverosa. Nessuno studio ha ancora misurato la trasparenza in un’economia a copertura contrattuale quasi universale come quella italiana e la stessa evidenza tedesca, la più vicina, riguarda un Paese con una copertura assai più bassa. Nel nostro caso stiamo in parte ragionando per estrapolazione e questo non indebolisce l’analisi, ma ne mostra la necessità: anticipare la risposta del sistema è ciò che la prudenza impone prima dei dati. Esiste però un esito che smentirebbe questa lettura: se il canale della rappresentanza si attiverà davvero, a restringersi sarà il divario complessivo di reddito, non quello orario già piatto. È il dato da guardare tra qualche anno. Il pericolo, altrimenti, non è la trasparenza, ma una trasparenza povera, formalizzata e isolata, che insegna alle organizzazioni a governare l’indicatore anziché le sue cause; in altre parole: ci aspettavamo trasparenza e avremo, invece, la retribuzione traslucida. Passerà la luce dell’intenzione e della volontà, ma l’immagine della realtà resterà confusa.

Una norma vive nel comportamento che induce, non nell’intenzione che la ispira. Scrivere una buona regola in un sistema complesso significa immaginare in anticipo come reagiranno gli attori e progettare di conseguenza. Misurare non è correggere. Rendere visibile una differenza non equivale ad averla compresa. La parte difficile comincia il giorno dopo l’entrata in vigore.

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La Cina non molla Pirelli. Sinochem ricorre al Tar contro il Golden power

Chi pensava che Pechino fosse pronta a gettare la spugna, forse dovrà ricredersi. Perché il game over può attendere. A due mesi dal blitz del governo di Giorgia Meloni a mezzo golden power, il riassetto di Pirelli torna improvvisamente in discussione. China National Tire & Rubber Corporation (Cnrc), controllata dalla holding cinese Sinochem e Marco Polo International Italy hanno infatti notificato due distinti ricorsi di identico contenuto dinanzi al Tribunale amministrativo regionale per il Lazio contro, tra gli altri, la presidenza del Consiglio, il ministero delle Imprese e del Made in Italy ed altri ministeri.

Motivo? In particolare, annullare proprio quel provvedimento con cui Palazzo Chigi ha imposto ai soci cinesi severe prescrizioni, in vista della prossima assemblea del 25 giugno, ad oggi confermata. Nello specifico Sinochem potrà proporre agli azionisti della Bicocca solo una lista con massimo tre candidati per il consiglio (su 15 membri), di cui due indipendenti (contro gli attuali 8 su 15). Se eletti, poi, i rappresentanti cinesi non potranno comunque ricoprire ruoli chiave come presidente, vicepresidente o ceo, né presiedere comitati, né ottenere deleghe gestionali o poteri su strategie industriali e finanziarie.

Da Pirelli continua comunque a trapelare una certa serenità (anche dalla Borsa, con il titolo Pirelli rimasto tonico per tutta la mattinata). Il gruppo della Bicocca non sembra infatti preoccupato, e anzi, ha tenuto nella prima mattina dell’8 giugno a precisare che i ricorsi non incidono sul regolare svolgimento dell’assemblea degli azionisti in programma il prossimo 25 giugno, convocata tra l’altro per il rinnovo del consiglio di amministrazione. Le liste dei candidati sono già state depositate dagli azionisti nel rispetto di quanto stabilito dal decreto contestato da Sinochem (azionista al 34%) e, come la società ha già comunicato al mercato, l’iter assembleare seguirà i tempi previsti.

Una mossa, quella dei cinesi, che arriva dopo mesi di confronto tra l’azionariato riconducibile al Dragone e le autorità italiane, decise ad applicare il golden power per contenere l’influenza di Pechino su un’azienda considerata strategica sul piano industriale e tecnologico. Ma soprattutto, mai dimenticare la posta in gioco: il mercato americano, dove Pirelli vende i suoi pneumatici di ultima generazione, dotati di tecnologia cyber tyre. Da quando negli Stati Uniti è entrata in vigore la nuova normativa che impone alle aziende partecipate da soci cinesi e che vendono tecnologia applicata all’industria dell’auto statunitense di ridurre sotto una certa soglia la presenza del Dragone, per Pirelli si è imposta una scelta.

Falliti i negoziati con Sinochem per diluirsi (dallo spin off delle attività cyber tyre, la prima tecnologia proprietaria che trasforma lo pneumatico in sensore per monitorare stato gomme, abitudini guida, condizioni stradali e altro, fino allo spostamento della quota cinese in un trust), la Bicocca rischiava di perdere un mercato essenziale per il suo business. Il prezzo era troppo alto per un’azienda simbolo del made in Italy. Per questo il governo Meloni ha attivato i poteri speciali del golden power per limitare l’influenza di Sinochem. Ma la campanella non è ancora suonata.

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Albufeira acolhe conferência sobre o Decreto Lei 108/2026 do ‘Novo Urbanismo’ publicado a 29 de maio

15 de junho – 09h00 / 16h00 ‘O NOVO URBANISMO – AS TRANSFORMAÇÕES IMPLEMENTADAS NA GESTÃO DO TERRITÓRIO PELO DECRETO – LEI N.º 108/2026’

Numa iniciativa do urbanista António Góis Nóbrega e integrada no Ciclo de Conferências sobre Urbanismo, Habitação e Qualidade de Vida, por si promovido e sem quaisquer fins lucrativos, decorre no Salão Nobre da Câmara Municipal de Albufeira, no próximo dia 15 de junho, entre as 09h00 e as 16h00, a conferência subordinada ao tema: ‘O Novo Urbanismo – As Transformações Implementadas na Legislação do Território, pelo Decreto Lei N.º 108/2026’.

Publicado no dia 29 de maio, este normativo vem alterar profundamente, alguns dos aspetos essenciais da legislação que envolve a gestão urbanística.

A INTELIGÊNCIA ARTIFICIAL, INEVITÁVEL NA GESTÃO URBANÍSTICA, A RESOLUÇÃO DE CONFLITOS POR ARBITRAGEM E A RESPONSABILIZAÇÃO DOS INTERVENIENTES SÃO TEMAS A DEBATER E A APROFUNDAR

O novo diploma alivia e até isenta o controlo prévio municipal dos projetos e das obras em muitas situações, remetendo ao promotor e aos técnicos responsáveis a responsabilidade pelo cumprimento da lei e consequentemente da segurança e salubridade, mas estabelecem prazos para controlo sucessivo das operações urbanísticas.

ATÉ QUE PONTO AS AUTARQUIAS ASSUMIRÃO A RESPONSABILIDADE CIVIL PELOS ATOS PRATICADOS NO ÂMBITO DA GESTÃO URBANÍSTICA?

O planeamento e a gestão do território envolvem matéria fundamental em todos os setores relacionados com a vida humana.

A terra representa o suporte da existência e estabelece as suas regras específicas quanto á forma como o ser humano deve desenvolver as suas atividades.

NESTE EVENTO SERÃO DEBATIDAS, FRONTALMENTE, QUESTÕES PERTINENTES E DE SUSTENTABILIDADE DE TODO O SISTEMA DE CONTROLO PÚBLICO NO ÂMBITO DA GESTÃO URBANÍSTICA

A defesa, a sobrevivência, a seguranças, a saúde pública ou privada, a habitação, a família, a educação, cultura, tudo acontece no meio em que vivemos.

O debate objetivo e produtivo, a partilha de informação e a troca de conhecimentos neste domínio, mostra-se tão relevante como a qualidade da sociedade que construímos.

A NOVA LEI ALIVIA O CONTROLO PREVENTIVO POR PARTE DA CÂMARAS MUNICIPAIS, ASSIM, A PERGUNTA: SEM O CONTROLO PRÉVIO DAS CÂMARAS MUNICIPAIS, COM QUE METODOLOGIA, A ENGENHARIA GARANTIRÁ A SEGURANÇA E SALUBRIDADE DAS EDIFICAÇÕES?

Foram convidadas a participar em parceria, entre outras, as Ordens Profissionais diretamente envolvidas e que desempenham um papel fulcral, tanto na interpretação das regras, como e especialmente, na sua aplicação prática.

Foram convidados a participar na conferência:

  • Ordem dos Engenheiros; – (confirmada)
  • Ordem dos Advogados – (confirmada)
  • ASMIP – Associação dos Mediadores do Imobiliário – (confirmada)
  • Ordem dos Arquitetos;
  • O Prof. Doutor Rosaldo Rossetti – Categrático Especialista em Inteligência Artificial aplicada ao urbanismo – U. Porto
  • Associação Portuguesa de Arbitragem – Inovação na Resolução de Conflitos na Gestão Urbanística – DL 108/2026
  • A APPC _ Associação Portuguesa de Projetistas e Consultores

Participam ainda, como oradores:

  • Dr. João Luis Gonçalves – Procurador – Tribunal Central Administrativo – Autor do Livro – ‘A Responsabilidade Civil das Autarquias’
  • António Góis Nóbrega – Urbanista e organizador do Ciclo de Conferências – URBANISMO, HABITAÇÃO E QUALIDADE D VIDA.

ENVOLVIDOS TÉCNICOS PROJETISTAS E DIRETORES DE OBRAS, A FIM DE SE APROFUNDAR A DIGNIDADE DO TERMO DE RESPONSABILIDADE, OU SEJA, O TERMO SUBSCRITO PELO TÉCNICO, GARANTIRÁ, EFETIVAMENTE, O CUMPRIMENTO DA LEGALIDADE E A SEGURANÇA JURÍDICA.

Estas e muitas outras questões importantes e oportunas, serão abordadas nesta Conferência que tem como Media Partner o jornal diariOnline Região Sul. O debate consciente e informado é a base essencial de qualquer política pública credível.

Tendo em consideração a lotação da sala, as inscrições serão aceites pela ordem de registo e regularização. A participação na conferência tem um custo de 90,00€, valor que deve ser pago através de transferência bancária para o NIB: 0045.7012.4000.1231702.11, enviando depois o comprovativo para o e-mail: urbanismoordenamento@gmail.com. Para participar pode inscrever-se clicando aqui.

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Si riapre la partita su Mps e Generali dopo le mosse di Bpm e Intesa

Ieri sera il consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo ha dato il via libera per un’operazione congiunta con Unipol-Bper che prevede l’offerta su Banca Monte dei Paschi di Siena. Lo schema prevede la divisione del perimetro dell’istituto senese tra i due gruppi: a Intesa Sanpaolo, Mediobanca e le attività ad essa collegate, quindi wealth management, investment banking, credito al consumo e la partecipazione del 13,3% in Generali, oltre a una quota degli sportelli di Mps; a Unipol-Bper, il controllo del Monte dei Paschi di Siena con la parte prevalente della rete commerciale.

L’operazione consentirebbe a Intesa Sanpaolo di consolidare ulteriormente la propria posizione nel risparmio gestito e nell’assicurativo, mettendo al tempo stesso al sicuro l’asset strategico rappresentato dalla partecipazione in Generali. Per il gruppo guidato da Carlo Messina si tratterebbe anche di un rafforzamento del posizionamento europeo. Per Unipol-Bper, invece, l’operazione avrebbe l’obiettivo di accelerare il percorso di crescita dimensionale e trasformare il gruppo nel secondo polo bancario italiano per attivi e presenza territoriale, grazie all’integrazione con la rete di sportelli del Monte.

La mossa di Intesa-Bper arriva dopo che Banco Bpm aveva accelerato su Mps, proponendo una fusione tra pari in grado di creare un nuovo campione nazionale da circa 50 miliardi di euro di capitalizzazione. La proposta del gruppo guidato da Giuseppe Castagna punta a rafforzare la presenza sul territorio e a generare sinergie industriali rilevanti.

Il dossier Mps si conferma così al centro di una competizione tra grandi operatori del credito. L’istituto senese, guidato da Luigi Lovaglio, ha completato negli ultimi anni il proprio rilancio dopo la lunga fase di crisi e presenza pubblica nel capitale, tornando a essere un attore centrale del sistema bancario italiano anche grazie all’acquisizione di Mediobanca.

La banca di Siena è oggi uno snodo rilevante anche per la presenza indiretta in Generali, elemento che ha ulteriormente aumentato l’interesse dei principali gruppi finanziari. La quota di Mediobanca nel Leone di Trieste rappresenta infatti uno dei punti più sensibili degli equilibri del risparmio italiano.

Alla chiusura di Borsa di venerdì Mps capitalizzava circa 27,3 miliardi di euro. Il primo azionista è Delfin con il 17,5%, seguito dal gruppo Caltagirone con il 10,3%. Nel capitale figurano inoltre BlackRock al 4,9%, il Ministero dell’Economia e delle Finanze al 4,9% e Banco Bpm al 3,7%. La presenza residua del Tesoro resta uno dei nodi aperti nel percorso di progressivo disimpegno dello Stato dalla banca.

Secondo le indiscrezioni, lo schema Intesa-Bper avrebbe avuto un’accelerazione nel corso di un cda straordinario della banca guidata da Carlo Messina, mentre anche Unipol avrebbe riunito il proprio consiglio per valutare le possibili opzioni. L’operazione, se confermata, avrebbe inoltre effetti diretti sugli assetti di Generali, dove Intesa diventerebbe primo socio.

La proposta di Banco Bpm, nel frattempo, rischia di essere superata da una dinamica più ampia che coinvolge i principali gruppi del sistema. Oggi il cda di Mps è atteso per valutare le diverse opzioni sul tavolo e avviare le interlocuzioni con gli operatori interessati. Sullo sfondo resta la possibilità di un ulteriore riassetto complessivo del settore, in una fase di forte consolidamento del credito italiano.

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