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Travolge un gruppo di pedoni sulla statale del Verbano: morta una ragazza di 17 anni, 4 feriti gravi

Una ragazza di 17 anni ha perso la vita e altre quattro persone sono rimaste gravemente ferite in un incidente avvenuto nel pomeriggio di domenica lungo la strada statale 394 del Verbano, nel territorio comunale di Maccagno con Pino e Veddasca, in provincia di Varese. Una tragedia che ha sconvolto l’intera zona dell’alto Lago Maggiore e che ha richiesto l’intervento di un imponente dispositivo di emergenza. L’allarme è scattato poco prima delle 16. Secondo le prime informazioni disponibili, ancora al vaglio delle forze dell’ordine, un’automobile che stava percorrendo la statale in direzione di Maccagno avrebbe investito un gruppo di cinque pedoni. L’impatto è stato violentissimo e per la giovane di 17 anni non c’è stato nulla da fare: i soccorritori, giunti rapidamente sul luogo dell’incidente, non hanno potuto fare altro che constatarne il decesso.

Le altre quattro persone coinvolte, di età compresa tra i 15 e i 30 anni, hanno riportato gravi traumi e sono state immediatamente affidate alle cure del personale sanitario. Le loro condizioni sono apparse da subito serie, tanto da rendere necessario l’impiego di mezzi di soccorso avanzati e il trasporto negli ospedali della zona. Al momento non sono stati diffusi ulteriori dettagli sul quadro clinico dei feriti. È rimasto ferito anche il conducente dell’autovettura coinvolta nell’investimento. Le sue condizioni, tuttavia, non sarebbero gravi e non risulterebbe in pericolo di vita. Sarà ascoltato dagli investigatori nell’ambito degli accertamenti finalizzati a ricostruire l’esatta dinamica dell’accaduto.

La centrale operativa Soreu dei Laghi ha attivato un massiccio piano di intervento. Sul luogo della tragedia sono stati inviati tre elisoccorsi, decollati dalle basi di Como, Sondrio e Milano, oltre a diverse ambulanze e mezzi di supporto provenienti dal territorio. Tra le squadre intervenute figurano equipaggi della Croce Rossa, della Padana Emergenza di Luino e della Sos di Cunardo, affiancati da un’automedica dell’Asst di Varese. Per diversi minuti l’area è stata teatro di una complessa operazione di soccorso, con il personale sanitario impegnato a stabilizzare i feriti e a predisporne il trasferimento nelle strutture ospedaliere.

Sul posto sono intervenuti anche i Carabinieri della Compagnia di Luino, che hanno immediatamente avviato i rilievi per chiarire le circostanze dell’incidente. Gli investigatori stanno raccogliendo testimonianze e verificando ogni elemento utile per comprendere come sia stato possibile che il veicolo travolgesse il gruppo di pedoni. Tra gli aspetti da accertare vi sono la posizione delle persone investite, le condizioni della carreggiata e l’eventuale presenza di fattori che possano aver contribuito all’accaduto. Per consentire le operazioni di soccorso e i successivi rilievi tecnici, la strada statale 394 è stata temporaneamente chiusa al traffico nel tratto interessato. La chiusura ha provocato pesanti ripercussioni sulla circolazione, con rallentamenti e disagi lungo l’arteria che collega diversi centri della sponda lombarda del Lago Maggiore.

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“Fight club” a scuola durante la ricreazione: incontro di boxe nel sottoscala, due studenti rischiano la bocciatura

“Fight club” a scuola. Un sottoscala trasformato in un ring, guantoni da pugilato portati da casa, un arbitro improvvisato e una decina di studenti radunati per assistere all’incontro. È la scena che si sono trovati davanti dirigenti e insegnanti di un istituto superiore di Modena dopo che i video di un combattimento organizzato durante una pausa tra le lezioni hanno iniziato a circolare sui social network. Protagonisti dell’episodio due studenti che hanno deciso di affrontarsi a pugni in quello che, più che una semplice bravata, è apparso come un vero e proprio incontro di boxe improvvisato. A organizzarlo sarebbe stato uno studente di terza superiore appassionato di pugilato, che il 13 maggio si è presentato a scuola con un paio di guantoni nello zaino.

Il luogo scelto per il combattimento era un sottoscala vicino al parcheggio delle auto dell’istituto. Lì i due ragazzi si sono affrontati sotto gli occhi di alcuni compagni, mentre un terzo studente svolgeva il ruolo di arbitro. Le immagini mostrerebbero colpi sferrati con una certa violenza, tanto da suscitare forte preoccupazione una volta arrivate all’attenzione della scuola. I filmati, inizialmente condivisi tra gli studenti, hanno rapidamente superato i confini dell’istituto finendo sui social e arrivando anche ai genitori. A quel punto la vicenda è esplosa. La scuola ha avviato gli accertamenti interni e la questione è stata segnalata ai carabinieri. Del caso si sta occupando anche la Procura per i minorenni.

Sul fronte disciplinare sono state adottate misure particolarmente severe. Il consiglio di classe ha inflitto ai due studenti coinvolti quindici giorni di sospensione, mentre il consiglio d’istituto ha deciso di applicare la sanzione massima prevista: l‘esclusione dallo scrutinio finale. Una decisione che, di fatto, equivale alla bocciatura. Stessa sorte, almeno sul piano disciplinare immediato, per il giovane che ha arbitrato l’incontro, sospeso per due settimane.

“Quando ho visto il video sono rimasto senza parole – ha spiegato il dirigente scolastico alla Gazzetta di Modena – perché è evidente che questo genere di cose non possa avvenire in un contesto scolastico”. Il preside ha sottolineato come le decisioni siano state prese dopo aver ascoltato i ragazzi e valutato attentamente la gravità dell’accaduto. Attraverso l’analisi dei filmati sono stati identificati anche otto studenti presenti come spettatori. Per loro sono allo studio ulteriori provvedimenti disciplinari. Rischiano infatti un cinque in condotta, che comporterebbe la non ammissione all’anno successivo, oppure un sei che porterebbe a un giudizio sospeso.

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Fermato senza casco, guidava un motorino Ciao rubato 45 anni fa: ritrovato il proprietario

Tutto è iniziato con una violazione del codice della strada. Un uomo in sella a un vecchio motorino, senza casco, che percorre una strada di Crespino, nel Rodigino. Un controllo come tanti da parte dei carabinieri della stazione locale. Ma dietro quel ciclomotore impolverato, uno Ciao, e dall’aspetto ormai d’altri tempi si nascondeva una storia lunga quasi mezzo secolo. I militari fermano il conducente, un 68enne residente in paese, e iniziano le verifiche di rito. Emergono subito alcune irregolarità: l’uomo è senza patente e il mezzo è privo di copertura assicurativa. Scattano le sanzioni amministrative, ma i controlli non si fermano lì.

Qualcosa non convince i carabinieri. Approfondendo gli accertamenti, scoprono che la targa montata sul motorino appartiene in realtà a un altro veicolo intestato allo stesso 68enne. A quel punto l’attenzione si sposta sul numero di telaio, una sorta di impronta digitale del mezzo. È lì che emerge la sorpresa. Consultando le banche dati, i militari scoprono che quel ciclomotore risulta rubato nel 1981 in provincia di Ferrara. Quarantacinque anni fa. Un tempo sufficiente perché una vicenda del genere finisca quasi dimenticata, sepolta negli archivi e nei ricordi.

Eppure la storia non era conclusa. I carabinieri sono riusciti a risalire al proprietario che all’epoca denunciò il furto. Lo hanno contattato telefonicamente e l’uomo, oltre a confermare quanto accaduto oltre quattro decenni prima, ha fornito un dettaglio identificativo del motorino che ha consentito di fugare ogni dubbio sulla sua provenienza. Per il proprietario è stata una telefonata inaspettata: dopo 45 anni ha saputo che il suo vecchio ciclomotore esiste ancora e che presto potrà tornare nelle sue mani. Un ritrovamento raro, quasi da record, reso possibile da un semplice controllo stradale.

Il mezzo è stato sequestrato dai carabinieri, mentre il 68enne è stato denunciato alla Procura di Rovigo con l’accusa di ricettazione. L’autorità giudiziaria ha quindi disposto la restituzione del motorino al legittimo proprietario, chiudendo una vicenda iniziata nel 1981 e rimasta in sospeso per quasi mezzo secolo.

Foto Carabinieri di Rovigo

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Minacce alla figlia e droga da spacciare per ripagare un debito: l’incubo di una coppia nel “supermercato online” della cocaina

Un “debito” da 19.500 euro trasformato in una condanna a spacciare droga per conto dell’organizzazione. È uno degli aspetti più inquietanti dell’indagine dei carabinieri della compagnia di Civitavecchia che ha portato alla denuncia di otto persone, sette italiani e uno straniero, accusate a vario titolo di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti in concorso, sequestro di persona, estorsione aggravata e violenza privata. Al centro dell’inchiesta, avviata nel luglio del 2025 tra Cerveteri e la frazione di Campo di Mare, c’è una coppia che, secondo la ricostruzione degli investigatori, sarebbe finita nelle mani di un gruppo criminale specializzato nel traffico di cocaina e nella gestione di un vero e proprio “supermercato della droga” online.

La vicenda ha avuto origine dal sequestro di quasi 400 grammi di cocaina trovati dai carabinieri nell’abitazione di uno dei custodi dello stupefacente. La sostanza faceva parte di un quantitativo più ampio, circa due chilogrammi destinati allo spaccio al dettaglio. Da quella perdita sarebbe nato il presunto debito che l’organizzazione avrebbe attribuito ai due conviventi. Secondo gli inquirenti, la coppia sarebbe stata sottoposta a pesanti intimidazioni. Minacce di morte, pressioni psicologiche e violenze avrebbero accompagnato le richieste di pagamento. Tra gli episodi contestati figura anche la minaccia di uccidere la figlia minorenne dei due e quella di compiere violenze sessuali sulla donna.

Non essendo in grado di restituire il denaro richiesto, i conviventi sarebbero stati costretti a lavorare per il gruppo criminale, spacciando altra droga senza ricevere alcun compenso. Una sorta di “lavoro forzato”, secondo la definizione degli investigatori, imposto per ripianare il debito accumulato. In uno degli episodi ricostruiti nel corso delle indagini, la donna sarebbe stata obbligata a trasportare un ingente quantitativo di stupefacente fino a Campobasso.

L’inchiesta ha inoltre fatto emergere un sistema di spaccio altamente organizzato. A guidarlo sarebbe stato un uomo detenuto in carcere che, nonostante fosse in carcere avrebbe continuato a dirigere le attività del gruppo grazie a un telefono cellulare introdotto illegalmente nell’istituto penitenziario. Attraverso applicazioni di messaggistica criptata come Telegram e Signal, il presunto promotore dell’organizzazione coordinava clienti, corrieri, consegne e pagamenti relativi alla vendita di cocaina. Secondo i carabinieri, il gruppo avrebbe imposto il proprio controllo sul territorio utilizzando metodi particolarmente aggressivi e intimidatori, facendo ricorso anche ad armi da fuoco per rafforzare la propria capacità di pressione.

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“Se mi chiamano, testimonierò per Thomas a sostegno della sua inchiesta”: il messaggio di Graciela prima della ritrattazione sul caso Minetti

“Se mi chiamano a difendere l’unica persona che si è presa cura di me, Thomas, andrò a testimoniare a sostegno della sua inchiesta. Ecco perché chiedo di non essere menzionata qui, dove Giuseppe ha molta influenza”. È il 6 maggio quando Graciela, la massaggiatrice finita al centro del caso della grazia a Nicole Minetti, invia questo messaggio all’inviato del Corriere della Sera in Uruguay, come riportato dal quotidiano di via Solferino oggi in edicola. Thomas è Thomas Mackinson, il cronista del Fatto Quotidiano che ha raccolto la sua testimonianza. Giuseppe è Giuseppe Cipriani. In poche righe sono racchiusi due elementi che oggi assumono un significato particolare alla luce delle notizie della “ritrattazione” davanti a un notaio: la volontà di sostenere pubblicamente l’inchiesta giornalistica e il timore per le possibili conseguenze della sua esposizione in Uruguay.

Il messaggio – che risale a un mese fa – si inserisce in una sequenza di dichiarazioni che, fino a metà maggio, sembrano andare tutte nella stessa direzione. Graciela parla per oltre un’ora e mezza con il giornalista del Fatto Quotidiano, scambia 766 messaggi corredati da fotografie e screenshot. Il 12 maggio anche il Corriere della Sera la incontra a Punta del Este e pubblica il resoconto di una testimone che afferma: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta“. Nello stesso articolo si dice pronta a testimoniare nell’ambito dell’istruttoria sulla grazia.

Il giorno successivo, il 13 maggio, ribadisce la stessa disponibilità durante la trasmissione televisiva uruguaiana “Sin Piedad”. È quella, di fatto, la sua ultima apparizione pubblica. Dal giorno successivo qualcosa cambia. Il 14 maggio emerge che la Procura generale di Milano non ritiene necessario ascoltarla, giudicando le sue dichiarazioni prive di riscontri sufficienti. Graciela apprende la notizia dalle agenzie di stampa e da quel momento interrompe progressivamente i contatti con i giornalisti.

Nei giorni successivi prende corpo l’ipotesi di una sua ritrattazione. Ma un reportage pubblicato dal Fatto Quotidiano da Punta del Este aggiunge elementi che rendono più complesso il quadro. Secondo le verifiche effettuate sul posto, la polizia di Maldonado non avrebbe mai interrogato Graciela sui contenuti delle sue dichiarazioni ai giornalisti. Viene così esclusa l’ipotesi, circolata in alcune ricostruzioni, che abbia fornito una versione ai media e una diversa agli investigatori. Anche la Procura generale di Milano ha certificato che la donna non è mai stata convocata dall’Interpol.

Un contatto con la polizia uruguaiana c’è stato, ma per ragioni diverse. Dopo le preoccupazioni manifestate dalla donna, il ministro dell’Interno Carlos Negro avrebbe chiesto alla polizia locale di verificare se necessitasse di protezione. Graciela, tuttavia, avrebbe rifiutato ogni forma di tutela. Una decisione che, secondo chi l’ha incontrata, sarebbe coerente con la sfiducia verso le forze dell’ordine manifestata in precedenza e legata anche a vicende personali. Il 29 maggio arriva infine la dichiarazione giurata firmata davanti a un notaio, nella quale Graciela prende le distanze dal racconto che aveva sostenuto fino a quel momento.

Resta così una sequenza di fatti difficilmente conciliabile con l’idea di una semplice smentita. Da una parte ci sono mesi di contatti, centinaia di messaggi, interviste e ripetute richieste di essere ascoltata dalla magistratura italiana. Dall’altra una ritrattazione maturata dopo la mancata audizione, in un contesto nel quale la stessa Graciela aveva più volte dichiarato di avere paura. Sul perché abbia cambiato versione non esistono oggi risposte definitive. Ma il messaggio del 6 maggio continua a raccontare una donna che, fino a pochi giorni prima del suo silenzio, era pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta e chiedeva soltanto una cosa: non essere esposta.

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Incontro con gli alunni di una scuola di Modena alla presenza di un indagato per terrorismo. Avviata una ispezione

Un’ispezione per chiarire quanto accaduto e verificare modalità e contenuti dell’iniziativa. È la decisione dell’Ufficio scolastico regionale dell’Emilia-Romagna dopo le polemiche scoppiate attorno a un incontro svoltosi nei giorni scorsi a Modena con la partecipazione di alunni di una scuola primaria e dell’infanzia e al quale, secondo quanto riportato dalla stampa, avrebbe preso parte anche una persona indagata nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Genova sui presunti finanziamenti ad Hamas che ha portato lo scorso dicembre a nove arresti.

La vicenda nasce da un articolo pubblicato da Il Giornale, secondo cui all’evento avrebbero partecipato il giornalista palestinese Wael Dahdouh, indicato come referente di Al Jazeera a Gaza, e Sulaiman Hijazi, coinvolto nell’indagine della magistratura genovese. Durante l’incontro, sempre secondo la ricostruzione del quotidiano, sarebbe stato intonato anche lo slogan “Free Free Palestine”. In una nota, l’Ufficio scolastico regionale ha spiegato di aver “prontamente avviato approfondimenti per quanto di competenza” e di aver disposto un’ispezione per fare luce sull’accaduto, precisando che restano esclusi dagli accertamenti gli aspetti che non rientrano nelle competenze dell’amministrazione scolastica.

Sulla vicenda è intervenuto anche il ministro dell’Istruzione, Giuseppe Valditara, che ha chiesto di conoscere al più presto gli esiti delle verifiche. “Qualora risultasse vero, come riportano alcuni media, che a Modena bambini delle scuole primarie e dell’infanzia avrebbero partecipato a un incontro con la presenza di una persona che la stampa indica come indagato per fatti riconducibili all’articolo 270-bis del Codice penale, sarebbe un fatto grave“, ha affermato il ministro. Valditara ha poi aggiunto: “Se qualcuno pensa ancora di poter fare della scuola un luogo di indottrinamento e di propaganda sbaglia. Questo ministero non lo consentirà”.

A replicare alle polemiche è stato il sindaco di Modena, Massimo Mezzetti, presente all’iniziativa per circa un’ora. In una lettera, il primo cittadino ha spiegato che l’incontro si è svolto in uno spazio pubblico cittadino nell’ambito di un progetto promosso da insegnanti del Movimento Cooperazione Educativa. Mezzetti ha raccontato di aver dialogato con i bambini soprattutto su temi legati alla vita quotidiana, come i parchi, l’inquinamento, le palestre e il verde pubblico. Il sindaco ha inoltre precisato che durante la sua permanenza non si sarebbe mai parlato del conflitto israelo-palestinese né sarebbero stati intonati slogan politici. “Se questo è accaduto dopo che io sono andato via, e non ho ragione di dubitare della vostra ricostruzione, lo giudico assolutamente inopportuno”, ha scritto.

Quanto alla presenza di Sulaiman Hijazi, Mezzetti ha sostenuto di non essere stato a conoscenza della sua identità. Secondo la sua ricostruzione, Dahdouh era stato invitato dalle insegnanti per testimoniare la propria esperienza di vita nella Striscia di Gaza e sarebbe stato accompagnato da una persona che svolgeva il ruolo di interprete. “Non conoscevo le generalità e, di riflesso, la delicata indagine nella quale è coinvolto”, ha spiegato il sindaco.

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Flottilla, Centrone e Alberizia ancora nelle carceri libiche da 15 giorni. L’appello dei genitori di Nico: “Il governo li riporti a casa”

Ci sono ancora due attivisti italiani del Global Sumud Convoy, la missione umanitaria via terra della Sumud Flotilla, che attendono di rientrare a casa: Domenico Centrone, 33enne docente universitario originario di Molfetta, nel Barese, e Dina Alberizia, sono ancora nelle mani delle autorità libiche dallo scorso 24 maggio, rinchiusi in carcere.

Per questo i genitori del docente, Ennio Centrone e sua moglie, Dorina Ruggieri, hanno lanciato un appello rivolto al governo italiano e ai governi europei affinché il figlio, e tutti gli altri attivisti, vengano presto rilasciati.

“Siamo i genitori di Nico, come lo chiamiamo noi e i suoi amici. Siamo qui perché abbiamo bisogno di fare un appello importante”, dice la madre di Centrone che però non riesce ad andare avanti perché le lacrime le spezzano la voce. “L’appello è a tutti i Governi europei, al Governo italiano in primis, di cercare di portare a casa nostro figlio e tutti gli altri volontari che hanno partecipato a questa bella missione umanitaria”, prosegue il papà di Centrone nel video pubblicato dalle pagine della missione umanitaria. “Siamo sconvolti dal fatto che nostro figlio che è partito per una semplice missione umanitaria, che voleva solo fare un atto di generosità verso persone sofferenti che hanno bisogno di essere aiutate, sia in carcere – aggiunge – È la sola colpa che ha e si è ritrovato rinchiuso ingiustamente e privato della libertà ingiustamente”.

Un appello lanciato anche dal presidio organizzato nella serata di ieri a Molfetta promosso dal coordinamento “Molfetta per la Palestina”, di cui l’attivista fa parte. “Non ha commesso reati. Di quale reato si è macchiato? Nico è colpevole di solidarietà”, ha dichiarato Beppe Zanna, a nome del Coordinamento.

Anche Marco Croatti, del Movimento 5 stelle, ha chiesto al governo italiano di attivarsi per i due connazionali “illegalmente detenuti in Libia da due settimane insieme ad altri nove loro compagni di altre nazionalità”. “La situazione è inaccettabile e resa ancora più grave dalle condizioni di salute degli attivisti che sono giunti al quinto giorno di sciopero della fame e della sete – aggiunge il senatore – A loro vengono negati diritti fondamentali, assistenza legale e medica e hanno subito maltrattamenti. Una vergogna. Che cosa aspettano il governo Meloni e il ministro Tajani per farsi sentire con durezza e fermezza? In politica estera l’Italia dei finti patrioti della destra appare sempre più delegittima e inadeguata e questa vicenda è l’ennesimo affronto verso il nostro Paese a cui è necessario rispondere con decisione”.

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Lasciata sola e dopo aver inutilmente chiesto di parlare con i magistrati italiani, Graciela ritratta davanti a un notaio

Lasciata sola dopo aver inutilmente chiesto di essere ascoltata dai magistrati e aver scoperto dalle agenzia di stampa che la procura generale di Milano non lo avrebbe fatto, Graciela ha ritrattato. Lo ha fatto con un documento di quattro pagine, scritto davanti a un notaio, in cui fa marcia indietro rispetto a quanto raccontato a il Fatto quotidiano in oltre un’ora e mezza di registrazione e 766 messaggi, incluse fotografie e screenshot di Whatsapp con altre persone.

Il Corriere della sera, il Domani e Repubblica scrivono che Graciela nella dichiarazione giurata afferma di non sapere nulla di ciò che avveniva nella tenuta. La notizia dell’atto formale è arrivata alla Procura generale di Milano a istruttoria conclusa: le dichiarazioni sono state trasmesse tra venerdì pomeriggio e sabato mattina dall’Uruguay ai magistrati e poi indirizzate al Quirinale.

Secondo Repubblica il senso della dichiarazione giurata è questo: “Non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata ad assoldare prostitute. Nel periodo in cui ho lavorato nella residenza ‘Gin tonic’ non ho mai visto che la signora Minetti fosse coinvolta in una presunta operazione destinata a reperire, attirare, assoldare o indurre a coinvolgere prostitute all’interno della residenza”. Inoltre, sostiene di non aver dato l’autorizzazione a pubblicare il suo nome e che il senso del sue parole sarebbe stato distorto. In realtà, Graciela aveva autorizzato la pubblicazione dell’intervista e del suo nome. Poi, l’11 maggio, quando oramai il giornale era andato in stampa, aveva prima solo chiesto delle piccole modifiche , aveva di nuovo autorizzato a scrivere che “Nicole non aveva cambiato vita”, ma più tardi era apparsa spaventata e aveva chiesto che si parlasse principalmente del caso delle presunte molestie sessuali da parte di Cipriani. Prossimamente il Fatto quotidiano pubblicherà il contenuto testuale delle conversazioni avute con lei.

Il 12 maggio anche il Corriere della sera aveva pubblicato il resoconto di un incontro con la testimone dal titolo “il fortino di Graciela” in cui dichiarava: “Là dentro ho visto tutto, ho paura e vivo nascosta”. E sempre al quotidiano via Solferino aveva affermato: “Sono pronta a testimoniare a sostegno dell’inchiesta milanese sulla grazia”. Il 13 maggio, era stata intervistata dalla trasmissione televisiva Sin Piedad, ribadendo di voler essere ascoltata. Poi, il 14 maggio l’Ansa aveva titolato: “Non serve sentire la testimone su Minetti, non c’è riscontro sulle sue parole”. Dopo quel giorno, Graciela ha smesso di rispondere ai nostri messaggi. Il 29 maggio, secondo il Corriere della sera, si è presentata da un notaio rilasciando una dichiarazione giurata che ritratta il suo resoconto, poi spedita in Italia e arrivata quando ormai l’istruttoria veniva considerata chiusa e il presidente Mattarella aveva comunicato di non aver intenzione di cambiare idea sulla grazia. Su cosa è accaduto in Uruguay tra il 14 e il 29 maggio e sul reale motivo della ritrattazione al momento si possono fare solo ipotesi. Graciela vive blindata e non risponde a messaggi e telefonate.

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Nuovi ma vuoti: ecco gli asili Pnrr di Pescara, costruiti sui parchi e gli orti urbani

A guardarlo da dietro l’inferriata, bisogna ammettere che l’asilo costruito in fondo a via Santina Campana, sulle colline di Pescara, è proprio bellino, con i suoi volumi proporzionati, coloratissimi, ben inquadrati dal piccolo giardino. Peccato che a quasi due anni dalla conclusione dei lavori sia ancora completamente spoglio e sbarrato al pubblico, come accade agli altri nidi finanziati dalla Missione 4 del Pnrr nel capoluogo costiero più popoloso d’Abruzzo. Che la misura del Next Generation EU destinata a potenziare i servizi per la prima infanzia presentasse qualche problema lo avevano segnalato in molti: vincolando le risorse all’edificazione materiale degli spazi, senza affrontare il nodo degli arredi e del personale atto a garantirne il funzionamento, non si sarebbe rischiato di disseminare il paese di scatole vuote? Qui a Pescara l’amministrazione giura che i nuovi nidi apriranno a settembre, ma a tre mesi dalla fatidica data non un euro è stato ancora messo a bilancio. Il sospetto, denunciano le opposizioni, è che i nuovi spazi vengano di fatto regalati ai privati: una politica nata per ampliare e rendere più inclusiva l’offerta si tradurrebbe così nel suo opposto, con lo smantellamento del sistema pubblico e il conseguente aumento dei costi.

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EX ORTO URBANO - Pescara

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Asilo nido 2

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Asilo nido Pescara

Nella città adriatica, poi, l’intera vicenda ha assunto una ulteriore sfumatura masochista. In una città cresciuta per trent’anni senza piano regolatore, senza piazze e con pochissimo verde attrezzato, l’amministrazione ha avuto la bella pensata di costruire le strutture di via Santina Campana e di via Fornace Bizzari a scapito di due aree verdi particolarmente utilizzate. “A nulla sono valse le proteste – dice Massimo Palladini, urbanista e presidente della sezione di Italia Nostra – Visto che il comune è indebitato e non ha più la possibilità di programmare spesa propria, sceglie di rincorrere il sistema dei bandi progettando le strutture negli spazi immediatamente disponibili, al fi fuori di una qualsiasi visione complessiva”.

Così, nel caso di via Fornace Bizzarri il nido ha fatto piazza pulita di un giardino attrezzato dagli stessi residenti, mentre in via Santina Campana ha cancellato un sistema di ben quindici orti urbani costati ottantamila euro alla precedente amministrazione. E chi se ne importa se insieme alle zucchine era fiorito anche un nuovo senso di comunità. “Ci si vedeva e ci si prendeva cura insieme dei campi e di tutta l’area verde – racconta Assunta D’Emilio, ex dirigente scolastica, attivista dell’Associazione Radici in Comune. “Poi ci è piombato l’asilo sulla testa, piazzato in una zona abitata prevalentemente da persone anziane e scomodissima da raggiungere. E noi abbiamo perso anche il resto del parchetto, ormai inaccessibile”.

Un vero peccato per una città che non brilla certamente per la dotazione di parchi: con l’eccezione della parte Sud, impreziosita dai 53 ettari dell’ex pineta Davalos (oggi riserva Gabriele d’Annunzio), dappertutto si osserva una penuria di verde attrezzato. A maggior ragione nella famigerata zona Nord Ovest: qui “i metri quadri di verde accessibili si contano sulle dita di un’oca cignoide”, dice Piero Rovigatti, professore di urbanistica all’Università degli Studi di Chieti-Pescara, mentre mi scarrozza nel famigerato quartiere Rancitelli per vedere dal vivo il Parco della Speranza (mai nome fu più azzeccato per un ritaglio di verde chiuso da anni per lavori) e il mezzo ettaro recintato del Parco dell’Infanzia, “l’ultimo intervento di produzione di verde pubblico a Pescara, realizzato venti anni fa dal progetto Urban”. Infaticabile animatore dell’Officina Beni Comuni Urbani, quando l’ho incontrato stava preparando un memorandum per la commissione parlamentare sulla ‘sicurezza e il degrado delle periferie’ in visita a Pescara in quei giorni, dal titolo “cose che la commissione potrebbe osservare”.

Potete leggere la lista a puntate sulla sua pagina facebook: tra i punti portati all’attenzione degli onorevoli c’è anche la vicenda di questo parco oggi teatro di un progetto che coinvolge diverse realtà cittadine: “Nonostante il grande impegno di tanti – dice Rovigatti – il parco dell’Infanzia, affidato in gestione al privato sociale, continua a rimanere spesso chiuso: per garantirne la trasformazione in bene comune almeno nei mesi più caldi, stiamo avviando l’iniziativa ‘E-state al Parco’”. Per la cronaca: il giorno prima della visita della commissione, il servizio giardini aveva finalmente tagliato l’erba.

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