Reading view

Stop ai pagamenti con Visa e Mastercard a Cuba, sospesi da sabato 6 giugno. La banca centrale de L’Avana: “Strategia di asfissia di Trump”

A Cuba non si potrà più pagare con carte Visa e Mastercard. A partire da sabato 6 giugno, per via delle sanzioni imposte dagli Stati Uniti, i due circuiti di pagamento non saranno più in uso. Lo comunica la Banca Centrale cubana, sottolineando che le sanzioni di Trump hanno spinto una banca estera a interrompere i rapporti con l’istituto finanziario statale Fincimex.

“Il 2 giugno abbiamo ricevuto una comunicazione dalla banca estera che gestisce le transazioni effettuate a Cuba con Visa e Mastercard, in cui ci veniva comunicata la sua decisione di interrompere i rapporti con Fincimex S.A.”, si legge in un comunicato in cui si definisce la decisione Usa come una “strategia di asfissia del presidente Donald Trump“. Fincimex è il braccio finanziario del conglomerato militare cubano Gaesa, recentemente sottoposto a sanzioni da parte di Washington. Nell’ultimo periodo le pressioni politiche di Washington su L’Avana sono aumentate sempre di più, insieme alle tensioni militari.

Una scia di sanzioni che ha portato negli ultimi giorni anche all’addio di alcune famose catene alberghiere che hanno deciso di lasciare l’isola. Melià ha infatti annunciato la fine delle attività in 15 hotel cubani e lo stesso aveva fatto Iberostar il 1° giugno in 12 strutture, cedendo quindi alle sanzioni Usa contro Gaesa, un conglomerato militare che controlla il turismo sull’isola.

Nella nota la Banca Centrale sottolinea che rimangono operativi altri mezzi di pagamento in valuta estera come i contanti, le carte prepagate nazionali e le carte internazionali Mir (di origine russa) e UnionPay (di origine cinese).

L'articolo Stop ai pagamenti con Visa e Mastercard a Cuba, sospesi da sabato 6 giugno. La banca centrale de L’Avana: “Strategia di asfissia di Trump” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Europe enters the ‘era of deportations’

“The era of deportations has begun.” A few months ago, this line from far‑right Swedish MEP Charlie Weimers sounded like a provocation. Now, after the agreement on the EU’s new Return Regulation between Parliament, the member states and the Commission, it reads more like an accurate description of the European Union’s political direction. With the legal framework for sending migrants to deportation camps outside Europe nearly complete, several member states — Germany, Austria, the Netherlands, Denmark and Greece — have intensified their search for countries willing to host them, mainly in Africa, far from the European continent, according to diplomatic sources. The political battle is over; the geographical one is just beginning.

Seguir leyendo

© OLIVIER HOSLET (EFE)

Interior and Migration Commissioner Magnus Brunner, in Brussels on Tuesday.
  •  

Russia steps up attacks on Ukraine and threats to Europe: ‘The peaceful sleep is over’

A sense of calm runs through Russia despite the fact that these are dangerous months. The hopes the Kremlin had placed on U.S. President Donald Trump handing Ukraine to it on a platter have faded; the war is a drain on Russia with no strategic victories, and security forces are tightening their control over the state just months before legislative elections that are shaping up as a plebiscite on Russian President Vladimir Putin.

Seguir leyendo

© Vyacheslav Prokofyev (via REUTERS)

Russian President Vladimir Putin attends a meeting of the Presidential Council for the State Policy to Promote the Russian Language and the Languages of the Peoples of Russia, Tuesday in Moscow, Russia.
  •  

Trump nomina Bill Pulte, esperto di mutui, a capo dell’intelligence Usa. Non ha nessuna qualifica per il ruolo

Finora ha diretto l’agenzia federale che supervisiona i mutui immobiliari. Non ha alcuna esperienza nel settore dei servizi, né tanto meno in quello dello spionaggio o della sicurezza nazionale. Eppure Bill Pulte è stato nominato da Donald Trump capo dell’intera intelligence Usa, dopo l’addio di Tulsi Gabbard, costretta a fare un passo indietro dopo che nei mesi scorsi aveva smentito Trump sul programma nucleare dell’Iran. Anche se la motivazione ufficiale che la porterà a lasciare la guida della National Intelligence è una grave malattia del marito. La scelta di Pulte è l’ennesima decisione anti-sistema di Trump, da anni orientato su scelte provocatorie per suscitare choc e oltraggio da parte delle elite di Washington odiate dalla sua base elettorale. E l’ultima nomina appare come una nuova, classica mossa politica anti-sistema del tycoon.

La scelta di Pulte, un fedelissimo di Trump che per mesi ha invocato il licenziamento dell’allora presidente della Fed Jerome Powell e ha presentato i dossier su irregolarità nelle richieste di mutui da parte di nemici del presidente, è destinata a creare controversie ancora maggiore di quelle provocate Gabbard. Esponenti politici, di entrambi gli schieramenti, hanno espresso perplessità per il fatto che ad una persona senza nessuna qualifica nel settore sia stato affidato il cruciale incarico, creato dopo l’11 settembre, per il coordinamento di tutte le agenzie di intelligence e i briefing del presidente.

“Gli americani hanno ogni ragione di preoccuparsi di quello che sta succedendo quando la persona scelta per supervisionare tutto, dall’anti-terrorismo alle minacce straniere sulle elezioni, sia scelto per la sua disponibilità a far avanzare l’agenda politica del presidente piuttosto che per la sua esperienza”, ha dichiarato il senatore dem Mark Warner, vice presidente della commissione Intelligence. Susan Collins, senatrice repubblicana che in più occasioni ha assunto posizioni invise a Trump, ha ammesso di non sapere se il nuovo ‘spymaster’ abbia mai ottenuto una security clearance, l’autorizzazione che viene data, dopo approfonditi controlli, per accedere a materiale top secret.

In effetti, lo stesso statuto che ha creato l’Office of the Director of National Intelligence prescrive che il direttore abbia “una vasta esperienza nel settore della sicurezza nazionale”, cosa che manca completamente a Pulte, che ha alle spalle una carriera di successo nella finanza come ha ricordato Trump nel post con cui ha annunciato la nomina lodando la sua “profonda esperienza nel gestire le questioni più delicate in America, la sicurezza e la solidità dei mercati”. A parte le critiche e le perplessità dei senatori – che va ricordato, almeno al momento non potranno passare al vaglio la nomina di Pulte che è stato incaricato ad interim, una prassi a cui Trump ricorre spesso – con la nomina dell’esperto di finanze e mutui alla guida di un incarico di intelligence, di cui alcuni influencer Maga hanno chiesto l’abolizione, Trump intende mandare un chiaro messaggio alla sua base di estrema destra, ribadendo il suo ruolo di sovvertitore contro sistema e ‘deep state’.

“Pulte è un tipo che fa le cose e poi si rimette al lavoro”, è stato per esempio il commento dell’attivista di estrema destra Jack Posobiec ai microfoni del podcast di Steve Bannon, l’ex stratega della prima vittoria elettorale di Trump trasformatosi in un punto di riferimento del Maga, movimento che pone al centro della sua ideologia la convinzione che quelli che loro definiscono burocrati e elite, vale a dire i funzionari qualificati, vanno contro gli interessi degli americani e hanno fatto fallire le precedenti presidenze repubblicane. Un messaggio che JD Vance, il vice presidente che considera Maga e estrema destra come base fondamentale per la sua corsa per la Casa Bianca nel 2028, ha ribadito in un post su X con cui ha lodato Pulte per aver ricordato che “i burocrati della comunità di intelligence devono rispondere alla leadership eletta (e non il contrario)”.

L'articolo Trump nomina Bill Pulte, esperto di mutui, a capo dell’intelligence Usa. Non ha nessuna qualifica per il ruolo proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Il Pentagono assume un condannato per l’assalto al Campidoglio nel 2021. “Professionista qualificato e patriottico”

Nel 2021 aveva 19 anni. Aveva assaltato il Campidoglio ed era stato condannato. Cinque anni dopo è stato assunto dal Pentagono nell’ufficio che si occupa di operazioni militari classificate e controterrorismo. L’ingresso al ministero della Difesa Usa di Elias Irizarry, scrive il Washington Post, ha suscitato preoccupazione tra alcuni funzionari del Dipartimento della Difesa, che ritengono inopportuno affidare un ruolo sensibile a una persona con precedenti legati all’assalto alle istituzioni statunitensi. Irizarry, che all’epoca dei fatti si era dichiarato colpevole di ingresso non autorizzato in un’area riservata, lavora nella sezione dedicata alla guerra irregolare e al controterrorismo, un’unità che si occupa anche di sicurezza delle ambasciate, recupero del personale e operazioni di salvataggio di ostaggi. Secondo fonti del Pentagono, tutte le posizioni richiedono autorizzazioni di sicurezza di livello top secret, mentre il portavoce Joel Valdez ha definito il giovane “un professionista qualificato e patriottico”.

Al momento dell’assalto al Campidoglio, Irizarry era una matricola al The Citadel, un’accademia militare pubblica della Carolina del Sud, e prestava servizio come cadetto nella Civil Air Patrol. Dopo essersi recato a Washington con altri due uomini, si era unito alla folla di sostenitori di Donald Trump che aveva forzato le linee di polizia e fatto irruzione nell’edificio mentre il Congresso certificava la vittoria di Joe Biden alle elezioni del 2020. Secondo i pubblici ministeri, era entrato attraverso una finestra rotta brandendo un’asta di metallo, senza però colpire nessuno. Irizarry si è successivamente pentito pubblicamente del proprio coinvolgimento, per cui era stato condannato a 14 giorni di carcere. Nel 2023 è stato riammesso al The Citadel, dove si è laureato nel 2024. Durante l’udienza di condanna aveva dichiarato: “Mi vergogno, perché farò sempre parte di questo scempio. Il 6 gennaio ha rappresentato qualcosa di veramente orribile: è stato il più grave attacco alla nostra democrazia dai tempi della Guerra civile”.

L'articolo Il Pentagono assume un condannato per l’assalto al Campidoglio nel 2021. “Professionista qualificato e patriottico” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Trump: “Netanyahu è pazzo, ma lavoriamo bene insieme. L’Iran ha accettato di rinunciare all’arma nucleare”

Parla di guerra, di Iran, di Netanyahu che conferma di avere dichiarato essere “pazzo” – come rivelato da Axios – ma allo stesso tempo aggiunge di lavorare molto bene con lui. Spera di incontrare Khamenei e addirittura annuncia che l’Iran ha rinunciato all’arma nucleare. Quarantotto minuti di intervista con Miranda Devine, in esclusiva per il podcast Pod Force One della giornalista del New York Post. Il tema della guerra in Medioriente è centrale. Il capo della Casa Bianca, spiegando che sono in corso i negoziati per trovare un’intesa (“e se non la troveremo bene lo stesso, agiremo in un’altro modo”) dichiara che l’Iran ha accettato di non avere un’arma nucleare. “Poi possono cambiare idea, ma quella è stata la cosa principale”, ha proseguito col consueto linguaggio colloquiale, lontanissimo – come sempre – dalle formule della diplomazia. Ha poi detto di volere incontrare la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. “È coinvolto nei negoziati, nutrono molto rispetto verso di lui. Non ho avuto il privilegio di incontrarlo. Sento che non sta molto bene: gli mancano diverse parti. Sembriamo andare molto d’accordo con l’ayatollah. Vorrei incontrarlo e penso che lo incontrerò a un certo punto”. Quanto ai negoziati, che “stanno “evolvendo rapidamente”, oltre alla rinuncia all’arma nucleare “accadranno molte altre cose positive”, ha aggiunto, senza specificare a cosa facciano riferimento le sue dichiarazioni. Oltre a non avere alcun fondamento, visto che le parti non hanno esplicitato alcuna intesa, a smentire il presidente Usa è intervenuta l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina alle Guardie Rivoluzionarie, che ha riferito, citando alcune fonti, che “a causa dei crimini di Israele in Libano, l’Iran ha sospeso lo scambio di messaggi tramite intermediari fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni poste dall’Iran riguardo al Libano. Le affermazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla risposta iraniana contraddicono completamente la realtà”.

Ma il capo della Casa Bianca, come osservato sin dall’inizio del conflitto, ha spesso avanzato dichiarazioni e ultimatum che non hanno avuto seguito e che sono stati smentiti a stretto giro. Nel corso dell’intervista trova spazio anche il commento alle indiscrezioni di Axios rispetto a quanto pensi del primo ministro israeliano. Indiscrezioni che Trump ribadisce in pieno: ha confermato di aver dato del “fottutamente pazzo” a Benjamin Netanyahu, nel corso della loro recente telefonata per discutere del cessate il fuoco in Libano, ma ha ammesso comunque di “lavorare bene insieme” al primo ministro israeliano. “Ero un po’ turbato dai suoi continui combattimenti in Libano – ha detto Trump – Ma mi piace molto Bibi. E lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra, e lui è un primo ministro in tempo di guerra”. Ha poi deriso le affermazioni secondo cui sarebbe stato ingannato da Netanyahu per entrare in guerra contro l’Iran. “Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare – ha detto -. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare”. Questo, ha aggiunto, “riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Israele non esisterebbe. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso”.

Parla anche dell’ipotesi del tutto remota dell’invio di truppe Usa in Iran, tema caro all’opinione pubblica americana. “Abbiamo eliminato gran parte del loro esercito solo con le bombe”, ha detto, dunque non c’è alcun bisogno dell’invio di soldati sul campo. Ed esaltando se stesso per il lavoro svolto alla presidenza, ha descritto gli Stati Uniti come il Paese “più ‘hot’ e più di successo nel mondo”, tanto che anche il presidente cinese Xi Jinping – che ha incontrato a metà maggio a Pechino – “ammira” quanto ottenuto dal presidente americano nel suo secondo mandato alla guida del Paese. Infine, in contrapposizione al suo lavoro, dedica anche una parte dell’intervista a denigrare Joe Biden, definendo “stupide” le persone che facevano parte della sua squadra. E per marcare la differenza col predecessore, ha ricordato che le sue capacità cognitive sono “al 100%”.

L'articolo Trump: “Netanyahu è pazzo, ma lavoriamo bene insieme. L’Iran ha accettato di rinunciare all’arma nucleare” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

US Ambassador Ronald Johnson, an uncomfortable voice amid Mexico’s defense of sovereignty

The Mexican government’s campaign against foreign interference has reached U.S. Ambassador to Mexico Ronald Johnson. The U.S. representative this week clashed with President Claudia Sheinbaum after her Sunday speech, in which she protested U.S. interference in Mexico’s internal politics. Johnson, a former Green Beret appointed by Donald Trump to press for action against the drug cartels, replied with a social media post that the Mexican leader acknowledged almost immediately: “Ambassadors must be respectful of countries’ internal political affairs.”

Seguir leyendo

© Raquel Cunha (REUTERS)

Ronald Johnson at the ambassador's residence in Mexico City, June 26, 2025.
  •  

Trump expresses ‘total endorsement’ of Colombia’s far-right presidential candidate Abelardo de la Espriella

It took a while, but the endorsement that Colombia’s far-right presidential candidate Abelardo de la Espriella was most eagerly awaiting has finally arrived. U.S. President Donald Trump expressed his support for him on Tuesday via his social media platform, Truth. And he did so in the most effusive way possible: “Congratulations to Colombian presidential candidate El Tigre, Abelardo de la Espriella, a smart, strong, and tough leader, on his decisive victory in the first round of Colombia’s presidential election,” the Republican celebrated in his message.

Seguir leyendo

© AGENCIAS

Donald Trump and Abelardo de la Espriella.
  •  

How Washington delivered the final blow to Cuba’s weakened tourism industry

The clock keeps ticking. The United States waits patiently after its latest checkmate against Cuba. The move has shaken a country that is already held together by pins, plunged into a severe crisis that has only worsened this year as economic strangulation by Washington intensifies. And all of this is unfolding in the shadow of a possible military intervention. Adding to this climate of extreme tension is an ultimatum: Friday, June 5, 2026. That is the date when a White House executive order of May 1 will take effect. The order threatens to freeze the assets on U.S. soil of any foreign companies or individuals that are still doing business with the Cuban regime.

Seguir leyendo

© Ernesto Mastrascusa (EFE)

Facade of the Hotel Inglaterra this Monday, in Havana (Cuba).
  •  

With time running out for him, Trump searches for an exit from the war in Iran

In the war with Iran, the sense of urgency has shifted sides. In February, the United States and Israel judged it so urgent to start the conflict that they were prepared to launch a massive strike and kill the supreme leader, Ali Khamenei, even amid negotiations; three months later it is Donald Trump who is trying to keep alive the talks that would definitively end the conflict, while Tehran remains firm. The U.S. president showed that attitude again on Monday when he ordered Israel’s prime minister, Benjamin Netanyahu, to halt the airstrikes the latter had announced on Beirut. The aim? To prevent the feared derailment of negotiations with the ayatollahs.

Seguir leyendo

© Stringer (REUTERS)

Israeli strikes on southern Lebanon this Tuesday.
  •  

Hilton and Becerra take the lead in California’s gubernatorial race

Early results from California’s primary elections indicate that the Democrat Xavier Becerra and Steve Hilton, a Republican, will face off for the governorship of the nation’s most populous state in a November runoff. Both candidates emerged from a tight contest that will shape the state’s political direction after the departure of Governor Gavin Newsom, one of the most visible opponents of President Donald Trump. Since 2011, California has been under Democratic control and has become a laboratory for progressive policies that often clash with the White House agenda.

Seguir leyendo

© AGENCIAS

Xavier Becerra and Steve Hilton.
  •  

Tarifaço: O que é a Seção 301 que os EUA de Trump vêm usando contra o Brasil há décadas?

A ideia de que os Estados Unidos podem intervir em outras nações para garantir os interesses das empresas norte-americanas não é uma novidade. Nem para Donald Trump nem para a indústria brasileira. 

Uma demonstração disso foi a conclusão do governo norte-americano, divulgada nesta segunda-feira, 1º de junho, de uma investigação sobre o Brasil que propõe uma nova tarifa de 25% sobre os bens importados do país. A alegação é que o Brasil teria políticas e práticas comerciais injustas que iriam contra os interesses de organizações, serviços e produtos norte-americanos.

A imposição ou não da tarifa será decidida pelo presidente Donald Trump, que tem até 15 de julho para publicar a versão final do relatório do Escritório do Representante de Comércio dos EUA (USTR, na sigla em inglês), órgão que realizou a investigação a pedido do presidente dos Estados Unidos.  

Seja agora, ou no tarifaço de 50% que chegou a ser aplicado pelo republicano ao Brasil, em agosto do ano passado e revertido pelo governo brasileiro, ou seja na penalização de 100% que parte da indústria nacional enfrentou há quase 40 anos, o dispositivo legal usado nas três ocasiões foi o mesmo: a seção 301 da Lei do Comércio de 1974, criada pelo Congresso dos Estados Unidos. 

O objetivo, todas as vezes, foi redefinir os tratados comerciais com o Brasil. A lei prevê que retaliações comerciais sejam impostas unilateralmente para coibir “práticas comerciais desleais”, de outros países, consideradas prejudiciais aos interesses norte-americanos. A justificativa dos Estados Unidos seria trocar a lógica do livre comércio (free trade) pelo comércio justo (fair trade).

Justo para quem?

A primeira retaliação ao Brasil, com base na seção 301, ocorreu entre 1988 e 1991. Empresas de tecnologia como a Apple e, em especial, a indústria farmacêutica, estiveram nos bastidores da decisão de taxar em 100% os produtos brasileiros que entravam nos EUA. Já em agosto de 2025, como já mostrou a Agência Pública, as cordas estavam sendo puxadas pelas big techs. Agora, entre diversos fatores econômicos e políticos, as empresas norte-americanas de cartão de crédito aparecem entre as interessadas, já que um dos mecanismos mais citados no relatório do USTR, entre aqueles considerados “injustos”, está o PIX brasileiro.

Computadores e remédios: o primeiro – e maior – tarifaço

Na base do tarifaço de 100% sofrido pelo Brasil em 1988 estão dois bisavôs brasileiros de nossos notebooks pessoais: o Unitron AP II e MAC-512. Os projetos apresentados pela empresa Unitron Eletrônica à antiga Secretaria Especial de Informática (SEI), entre 1982 e 1985, fez a Apple acionar o governo norte-americano por ações contra o Brasil.

A revolta era justificada já que a empresa brasileira alterava os modelos que tinham licença para produzir. Algumas versões adicionavam formas de acentuação que fariam sentido em português, mas não no inglês. Até hoje este é conhecido como um dos primeiros casos de clones da Apple no mundo. E por que a empresa não produzia ela mesma os Macs da época? Por que a Política Nacional de Informática no Brasil proibia a fabricação de computadores estrangeiros justamente para desenvolver a indústria nacional. O mesmo valia para importações.

Os Estados Unidos, então, abriram em 1987 uma investigação contra a prática comercial brasileira e incluíram o país na lista “Special 301” de “observação prioritária”. Soa familiar?

O tarifaço passou a valer um ano depois, após a indústria farmacêutica se juntar ao coro. O “problema”, de fato, era que o Brasil integrava as nações que não reconheciam patentes para medicamentos – o direito legal de explorar exclusivamente alguma substância descoberta, atualmente estabelecido em 20 anos.

O tarifaço dos anos 80 só foi suspenso após um compromisso público do recém-eleito presidente Fernando Collor de Melo, em 26 de junho de 1990, quando a investigação promovida pelos EUA também foi encerrada, já na era George Bush (o pai).

Revertido, tarifaço de 2025 chegava a 50% 

Um novo tarifaço aos produtos brasileiros só voltaria a ocorrer em agosto do ano passado. 

Na época, os EUA representavam cerca de 4% de todas as exportações brasileiras, ou aproximadamente 2% do PIB (produto interno bruto) do Brasil. Café, calçados, carne bovina, tecidos e frutas (exceto laranja e seu suco) estavam entre os 3,8 mil produtos que passaram a ser alvos do tarifaço de 50%.

Essa, entretanto, não era a totalidade da exportação feita pelo Brasil aos EUA naquela época. As cobranças consideravam 35,9% das mercadorias exportadas (que representavam 44,6% do valor total das vendas). Ou seja, metade do que o país vendia aos norte-americanos continuou na regra dos 10% impostos globalmente pelo governo Trump. Entre os produtos, alguns de alto valor, 694 ficaram de fora da cobrança de 50% determinada pela Casa Branca.

Por meio de negociações bilaterais, as principais taxas impostas em 2025 caíram, via decreto do presidente Donald Trump, em novembro daquele ano. A maioria dos produtos, cerca de 200 itens, eram agrícolas, entre eles carne, café e alguns fertilizantes à base de amônia. 

  •  
❌