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Sexo e intimidade no mundo digital: como construir desejo sem pressa

A pressa é inimiga do desejo. No digital, onde a gratificação é imediata, aprender a saborear a espera torna-se um ato erótico em si. É o oposto da lógica do “swipe”: trata-se de construir intimidade emocional antes da intimidade física.  Vivemos numa era em que o toque muitas vezes começa com um clique. As relações e o erotismo passaram a habitar o espaço digital, entre mensagens, emojis e videochamadas. Mas, num mundo que valoriza a instantaneidade, surge uma questão essencial: como criar desejo e conexão sem pressa, quando tudo começa com mensagens? O desejo começa na mente, não no ecrã

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Aubrey Plaza luce embarazada de su novio un año y cuatro meses tras la muerte de su marido: el juicio social sigue siendo implacable

Aubrey Plaza ha posado junto a su pareja, el actor Chris Abbott (que interpretaba a Charlie, el novio de Marnie, en la serie Girls), en los premios Tony enfundada en un vestido de la colección de Chanel Coco Beach 2026 con el que presume de embarazo. La revista People fue la encargada de dar la noticia de que estaban esperando un bebé el pasado mes de abril. El hecho de que la actriz (que se dio a conocer en la serie Parks and Recreation y fue una de las protagonistas de la segunda temporada de The White Lotus) esté encinta ha molestado a quienes creen que al haber pasado 15 meses desde que su marido, el guionista y director de cine Jeff Baena, fuera encontrado muerto en su casa, ha rehecho su vida demasiado rápido. No es esta la primera vez que se señala a la actriz. Después de que se supiera que Baena se había suicidado, salió a la luz la noticia de que la pareja llevaba separada desde septiembre de 2024. Algunos se lo echaron en cara como si de alguna manera, ella fuera responsable.

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© Dia Dipasupil (WireImage)

Aubrey Plaza y Christopher Abbott, el 7 de junio en la gala de los premios Tony, celebrada en Nueva York.
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Cómo ser un padre o una madre emocionalmente vulnerable y por qué es tan importante

Mostrarse vulnerable frente a los hijos no es especialmente agradable ni fácil de gestionar. Expresar emociones complicadas y dejar ver aspectos de uno mismo más negativos enfrenta casi siempre a la posibilidad de que un padre o una madre se sienta juzgado, herido o incluso rechazado por ellos. Pero, ¿debería ser así? ¿Qué significa exactamente mostrarse de forma más sensible o exponerse emocionalmente ante los hijos? ¿Es conveniente hacerlo cada vez que hay miedo, incertidumbre, tristeza o decepción, entre otras emociones?

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© miodrag ignjatovic (Getty Images)

Mostrarse vulnerable no significa necesariamente ser débil, sino que implica la disposición a exponerse emocionalmente.
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Viva os cromos da bola!

Num mundo de guerras e pressas, basta uma saqueta de cromos para tudo parar. Porquê? E o que é que isso diz sobre a infância que vamos perdendo pelo caminho?  

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Cuidado com o toliamor. Eis 4 formas pelas quais sabota relações

O problema não está necessariamente na não monogamia, mas na desigualdade emocional que surge quando uma das partes aceita algo (sem saber) que contraria os seus desejos, valores ou limites. Cada vez mais jovens adultos vivem relações em “zonas cinzentas”, em que a exclusividade é muitas vezes presumida, mas raramente discutida de forma clara. A tendência foi confirmada recentemente, num novo inquérito da ClarityCheck, realizado junto de 3890 adultos entre os 18 e os 35 anos, citado pela Vice. E é associada ao conceito de “toliamor” — um termo usado para descrever relações em que há um desencontro entre aquilo

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Ann Cvetkovich, la activista que convirtió la depresión en acción política

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“Todo irá bien”, proclamaban antes las películas. Pero no. En la calle vemos alguna cara sonriente y muchos semblantes serios o tristes, bregando como pueden con el mundo exterior. A todos ellos hay que sumarles los que no vemos, los invisibles rostros de interior de personas recluidas en sus casas, vencidas.

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Da vittime ad aguzzini: un’analisi psicologica del caso Israele

La “coazione a ripetere” secondo la psicoanalisi è la tendenza dell’individuo a risperimentare, ripetendo diverse volte la situazione, un evento traumatico anche quando questo modo di comportarsi provoca sofferenza. Per noi psicoterapeuti è sempre drammatico dover constatare che, ad esempio, chi ha subito violenza da piccolo tenda a esercitare episodi violenti verso i bambini. A livello razionale pare assurdo che chi ha sofferto per un certo comportamento o subito un evento violento lo riproponga. Non è entrata in lui la consapevolezza della drammaticità e della sofferenza che si determina? Come mai chi è stato nei panni della vittima ha la tendenza a entrare nei panni dell’aggressore senza, apparentemente, sentirsi in colpa? Certamente per fortuna solo una parte, relativamente piccola, delle vittime divengono carnefici ma il mistero di questo meccanismo psicologico rimane intatto.

Riflettevo su queste evidenze della psicologia nelle scorse settimane ponendo un paragone con la mattanza che lo stato di Israele sta attuando verso i palestinesi. Possibile che uno stato, fondato psicologicamente sull’esperienza del tentato genocidio nazista, possa ora esercitare una violenza, altrettanto efferata, verso un altro popolo? Il fatto che l’attuale situazione in Palestina possa definirsi o meno tentato genocidio non è rilevante ai fini della valutazione psicologica dell’enormità di tale situazione. Passare dal ruolo di vittime a quello di persecutore in una maledetta “coazione a ripetere” con analoghe modalità pare un destino dell’umanità.

Alcuni anni orsono ebbi in cura un uomo che era stato picchiato a sangue nell’infanzia dal padre alcolista. Raccontava che viveva nel terrore la sera quando il padre rientrava dal bar. Poteva capitare che il genitore si sdraiasse e dormisse ma a volte bastava un nonnulla per innescare la sua rabbia che si sfogava prima con la madre e poi con lui che era l’unico figlio. Il ragazzo appena 14 enne era andato via di casa e si era costruito una posizione sociale ed economica. Aveva frequentato, mentre lavorava, le scuole serali con grandi sacrifici per poi divenire un imprenditore affermato. Ora che era sposato e padre di due figli poteva essere sereno. Un demone però si agitava in lui per cui tendeva, nelle serate con amici, a bere in modo eccessivo per poi divenire collerico. Dopo alcuni episodi in cui aveva dato delle sberle ai figli si rivolse a me terrorizzato dalla constatazione di “essere divenuto come suo padre”. In un anno di psicoterapia si rese conto dei meccanismi inconsci che lo attanagliavano e li affrontò.

Freud affermava che i conflitti non elaborati vengono riproposti, senza che molte persone se ne rendano conto coscientemente, nella speranza inconscia di poterli padroneggiare. Assumere il ruolo del carnefice per chi è stato vittima è un modo per dire a se stessi inconsciamente: “Non mi capiterà più di essere debole e subire! Posso controllare il terrore e le angosce”. Possiamo sottilmente ritenere che il piccolo bambino maltrattato per soffrire psicologicamente meno “proiettasse se stesso nel padre” identificandosi con lui. Il sentimento ambivalente di affetto e odio, contemporaneamente provati, verso la figura genitoriale facevano provate emozioni anche esse ambivalenti: sofferenza per essere vittima ma soddisfazione di impartire una lezione.

Nei campi di concentramento nazisti la figura dei Kapò è stata molto controversa. Si trattava di prigionieri che venivano scelti per controllare gli altri. Alcuni di questi abusavano del loro potere divenendo, a detta degli altri prigionieri, peggio delle guardie naziste. Qualcuno affermerà: si tratta della banalità del male! Certamente è vero che tutti noi uomini abbiamo accanto a componenti altruiste e buone anche aspetti aggressivi e cattivi. L’esperienza clinica della tendenza a ripercorrere strade di sofferenza da parte di molti individui si salda con l’ipotesi suggestiva che anche i popoli possono imboccare gli stessi errori. Vedere gli israeliani come popolo svolgere il ruolo di aguzzini, perpetrando crimini che ricordano i nazisti, lascia sconcertati e attoniti.

Con questo scritto non desidero lanciare accuse che evocano opposti schieramenti ma sollecitare una autoriflessione in tutti noi.

L'articolo Da vittime ad aguzzini: un’analisi psicologica del caso Israele proviene da Il Fatto Quotidiano.

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