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Disabilità nello sport e nelle fiabe: dal ParaMondiale al Mago di Oz, passando per due letture

di Marco Pozzi

In questi giorni d’inizio mondiale di calcio mi è capitato di discutere con amici sulla possibilità di organizzare un ParaMondiale, dopo il torneo principale, alla maniera in cui le Paralimpiadi seguono sempre le Olimpiadi: calcio integrato, per non vedenti, in carrozzina: discipline già esistenti o ancora da progettare.

D’altronde, Olimpiadi e Mondiali sono due eventi simili per portata planetaria, che scandiscono il nostro tempo, alternandosi ogni due anni, come un metronomo delle società.

Insieme alla divagazione sul ParaMondiale di calcio, qui mi piace segnalare due bei libri sulla disabilità, che ho letto da poco. Il primo è Eccentrico di Fabrizio Acanfora (editore Effequ, 2022): a 39 anni all’autore viene diagnosticata una forma di autismo. C’è un prima e un dopo quel momento, un sé prima e un sé dopo, diverso. Una specie di tortura, “vigilanza permanente”, che rende ogni secondo faticosissimo, soprattutto se si fa musica, come l’autore, e si è ossessionato dai rumori, e “il canale preferenziale di entrata delle informazioni esterne è l’udito” (p. 102).

Il libro è un racconto sincero e intenso, un reportage di sé stesso, di com’è star chiuso nei propri pensieri, crearsi routine e ripetibilità per non cedere alle distrazioni laterali, com’è vivere con ridotta capacità di astrazione rispetto alla capacità di vedere i pensieri (quando si pensa un appuntamento, quando si scrive un racconto, tutti i dettagli afferrano l’attenzione), e di come si riempiono le giornate con la musica, studiando clavicembalo e pianoforte.

Il secondo libro è Deforme di Amanda Leduc (editore Nottetempo, 2025), dove l’autrice, che soffre di una lieve paralisi cerebrale e di emiplegia spastica, analizza le disabilità presenti nelle fiabe, spesso elemento centrale della storia: la bestia in Bella e la bestia, la strega con la stampella di Hansel e Gretel, le trasformazioni nelle favole dei fratelli Grimm, i brutti principi e i ranocchi; oppure le disabilità nei cartoni animati, quali il gobbo di Notre Dame, i nani che aiutano Biancaneve, il naso deforme di Pinocchio, o la Fiona in Shrek, trasformata da principessa in orchessa per maledizione di una fata.

Viene in mente la commovente Elsa, in Frozen, col suo potere di manipolare ghiaccio e neve, all’inizio incontrollabile, tanto da costringerla a lasciare la città e ritirarsi da eremita, prima d’essere salvata dalla cara sorella, che Elsa involontariamente aveva quasi ucciso mentre scopriva i suoi poteri. Il superpotere come disabilità, come scarto nefasto dalla normalità (lo dimostra anche l’ultimo “ragno” di Nicolas Cage in Spider-Noir, fra quei supereroi che vorrebbero essere “normali”).

Nelle fiabe particolare è il Brutto Anatroccolo, diverso, emarginato, il quale cresce e si scopre diventare un bellissimo cigno. E il cigno, qui animale simbolo di bellezza (un super potere quasi), lo è altrettanto di bruttezza nei Cigni selvatici di Andersen e nei Sei cigni dei fratelli Grimm, dove undici principi e sei fratelli vengono trasformati in cigni da una matrigna e da una regina malvagia. Si è belli o brutti a seconda del paragone: l’essere cigno, in fiabe diverse, in realtà diverse, può essere un privilegio oppure una condanna.

Per tornare allo sport, il discorso fa venire in mente i quattro personaggi del Mago di Oz: lo Spaventapasseri senza cervello, l’Uomo di Latta senza cuori, il Leone senza coraggio, oltre a Dorothy, che è sola in terra straniera. Ognuno ha una disabilità, insieme sono una squadra impegnata verso un obiettivo comune, che è raggiungere Oz. I quattro hanno obiettivi individuali – il cuore, il coraggio, il cervello, tornare a casa – ma gli obiettivi individuali si fondono in un agire condiviso, che li porta a collaborare l’un l’altro, ciascuno coi propri punti di forza a coprire i punti di debolezza del compagno. Sembra di ascoltare alcuni discorsi di Julio Velasco, che nella definizione dei ruoli identifica un meccanismo chiave per il funzionamento della squadra sul campo.

La durezza dell’Uomo di Latta spezza i pungiglioni delle api nere, le cornacchie sono uccise dallo Spaventapasseri, il ruggito del leone mette in fuga i minacciosi Winkie. Ciascuno con le sue abilità e disabilità, in un viaggio che è una partita, il campo che è l’intero Regno di Oz (una realtà altra rispetto al Kansas di Dorothy), come in un nuovo sport inclusivo.

C’è poi un aspetto mentale. Il “Grande e Terribile Oz” si presenta ai quattro in maniera diversa: una grande testa a Dorothy, una donna magnifica allo Spaventapasseri, un mostro all’Uomo di Latta, una sfera di fuoco al Leone. La suggestione si rompe quando i protagonisti scoprono che Oz è in realtà un anziano e piccolo ventriloquo, arrivato in mongolfiera e scambiato dagli abitanti locali per divinità. Ma l’illusione non svanisce, solo s’interrompe: per soddisfare il desiderio dello Spaventapasseri Oz gli mette in testa crusca e spilli, all’Uomo di Latta infila nel petto un cuore di seta, al Leone offre una bevanda presentandola come coraggio liquido.
Questa la storia dei quattro atleti del Mago di Oz.

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La vita tira in troppe direzioni? Ecco le 4 regole di Daniel Lumera per trovare la propria strada vagando liberi e senza meta

Cosa resta di noi quando togliamo ruoli, aspettative e doveri che non ci somigliano più? Daniel Lumera, biologo naturalista, autore bestseller, esperto a livello internazionale nell’area del benessere e della qualità della vita, torna a interrogare il lettore su una domanda che molti evitano finché possono. E lo fa con il suo ultimo libro, Scegli la tua vita (Solferino), un saggio che unisce filosofia indiana, psicologia contemporanea, spiritualità e neuroscienze per rispondere alla domanda più antica: chi sono e cosa sono venuto a fare in questa vita?

Il libro attraversa concetti come vocazione, crisi, identità, intelligenza spirituale e rapporto con l’IA, invitando il lettore a riconoscere ciò che è autentico e ciò che è soltanto adattamento, ruolo, automatismo. È una sorta di viaggio che porta al centro il concetto di svadharma, la “via naturale dell’essere”, e il modo in cui ciascuno può ritrovare la propria direzione in un contesto di precarietà che spesso disorienta e sovraccarica. Da qui nasce la prima domanda: come si riconosce concretamente la propria vocazione quando la vita sembra tirare in troppe direzioni?

“Ci sono quattro semplici regole. La prima è imparare a dire di no, con sincerità e umiltà per non ferire il nostro interlocutore e risparmiare quell’energia che altrimenti finirebbe in un qualcosa che non ci appartiene, ma esprime esigenze altrui- esordisce Lumera -. La seconda consiste nel dedicare il 3% della giornata a incarnare la propria verità, facendo ciò che ci dà gioia, ci viene bene fare e sentiamo dare senso alla nostra vita. La terza regola è rispettare le stagioni della propria esistenza: la semina, dove impariamo; la cura del raccolto, dove sperimentiamo e apriamo nuove vie; il raccolto stesso, in cui godiamo dei frutti e, condividendoli con gli altri, diffondiamo prosperità; il maggese, in cui si riposa e ci si rigenera. Siamo talmente disconnessi dai ritmi naturali, che non li riconosciamo più: molte persone, infatti, forzano di continuo le situazioni quando invece dovrebbero seminare o raccogliere, così come riposano nel momento sbagliato e perdono opportunità straordinarie. Il quarto consiglio è guardare alle persone che hanno trovato la propria vocazione, la cui sola presenza ispira gli altri. In un’epoca del fake, basata sul fare, sull’avere e sull’apparire, una persona che ha scoperto il senso profondo della propria vita è contagiosa, portatrice di ispirazione, benessere, verità”.

Liberi e senza meta

Nel libro lei descrive il “roaming wild” – il vagare liberi e senza meta – come una condizione necessaria per ritrovare se stessi. In una società che vive di produttività continua, come si può vivere questa esperienza senza fuggire dalle responsabilità?

“La necessità di vagare liberi, di avere periodi durante i quali uscire dai sentieri tracciati, rompere la routine, non avere più punti di riferimento è di fondamentale importanza, in termini di creatività, intuizione e apertura mentale, oltre che di salute, benessere e capacità rigenerative, perché stimola quell’istintualità tale da renderci capaci di attingere a risorse che normalmente non utilizzeremmo, così come di ascoltarci profondamente e lasciarci ispirare da nuovi contesti. Il roaming wild è importante per uscire dalla nevrosi del controllo ed entrare nella capacità di riconnettersi con una fonte vitale, fondamentale per tutte le grandissime personalità; pensiamo alla vita del Buddha o, più semplicemente, alla svolta di Tiziano Terzani dopo la scoperta della malattia. Il roaming wild può anche essere solo mentale, lasciando la mente vagare libera per aprirsi a nuove possibilità, contaminazioni, ispirazioni, abbracciando quello che di solito non riusciamo a capire”.

Trovare la propria vocazione allunga la vita

Viviamo bombardati da informazioni e stimoli digitali. Qual è, secondo lei, il prezzo psicologico che paghiamo quando ci allontaniamo troppo dalla nostra natura autentica?

“Altissimo, soprattutto in termini di salute. Diversi studi scientifici dimostrano che le persone che trovano la propria vocazione nei cinque anni successivi presentano un tasso di mortalità ridotto del 50% e un’incidenza di Alzheimer e malattie degenerative senili ridotto dal 36% al 40%; inoltre, hanno una tendenza molto minore alla depressione, una resilienza più grande e, soprattutto, la capacità di metabolizzare i disturbi da stress post-traumatico più elevata. Creare un contesto dove ci si ascolta, ci si riconosce e ci si segue diventa un atto di disobbedienza civile, a vantaggio della salute”.

IA e rischio disumanità

Nel capitolo sull’Intelligenza Artificiale lei parla del rischio di “disimparare a essere umani”. Quali capacità rischiamo di perdere delegando troppo alle macchine?

L’intelligenza artificiale è una tecnologia che non può provare emozioni e comprendere il reale disagio dell’altra persona. Per questo dobbiamo imparare a potenziare l’unicità dell’essere umano, che sta nella sua capacità di trovare un senso alle cose, avere una coscienza, provare empatia e compassione, e trovare una missione reale. L’essere umano cerca il senso del dolore, della perdita, della malattia, della morte, della vita, dell’amore. È una ricerca intrinseca all’esperienza umana, più forte del desiderio o della ricerca del piacere”.

Lei propone un modello a cinque intelligenze, inclusa quella spirituale. Come possono intelligenza artificiale e intelligenza spirituale coesistere senza che l’una schiacci l’altra?

“È proprio l’intelligenza spirituale a permetterci di provare compassione, dare significato alle cose e aprirci alla nostra vocazione, compensando l’intelligenza artificiale. L’essere umano oggi deve lavorare con entrambe queste intelligenze, spirituale e artificiale, potenziandole e, al contempo, fungendo da ago della bilancia. Ciascuno deve trovare l’armonia tra queste due forme, come tra tecnologia e natura”.

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Non solo libri per Segrate: Mondadori Digital punta a 100 milioni di fatturato, nuove acquisizioni e quotazione in Borsa


Mondadori è il maggior editore di libri in Italiano con quasi 1 miliardo di ricavi, ma non trascura la creazione di contenuti digitali. Un settore non semplice, che cresce anche in Italia nonostante la barriera della lingua, ma a piccoli passi.

Per la società di Segrate, presieduta da Marina Berlusconi, l’espansione in questo settore è cominciata parecchi anni fa ma ora, con la creazione di Mondadori Digital che, dopo l’acquisizione di Edilportale, vede per il 2025 ricavi proforma di oltre 100 milioni e un margine lordo superiore ai 20 milioni. La strategia di crescita adottata ha visto consolidare la leadership nel mercato dei media digitali, dove ora Mondadori può contare su 137 milioni di follower e 33 milioni di utenti unici al mese, attraverso una strategia di acquisizioni, l’integrazione dell’intelligenza artificiale e la spinta verso l’internazionalizzazione.

Tra i brand di Mondadori Digital c’è GialloZafferano, Fatto in casa da Benedetta, Studenti, Webboh, TheWom ma anche talent Agency per la valorizzazione dei creator e Adkaora, società internazionale di marketing e comunicazione. “Crediamo molto nello sviluppo dei social- ha detto Andrea Santagata ad di Mondadori Digital- per creare una base utenti fidelizzata”.

Santagata non ha nascosto che l’intelligenza artificiale, che elabora le richieste fatte tramite Google, abbiamo portato via un po’di traffico che veniva veicolato verso i siti dopo le ricerche. Traffico che viene compensato dall’iterazione con i social e creator che sanno fidelizzare il loro followers. E infatti Benedetta Rossi, influencer e cuciniera per eccellenza, può contare su 22 milioni di followers, ossia quanti quelli di Chiara Ferragni.  “Mondadori digital- ha spiegato l’ad di Mondadori Antonio Porro– rappresenta non solo un solido business ma anche un hub di sperimentazione che consente di testare sul campo soluzioni d’avanguardia applicabili anche al resto dell’azienda”. 

L’ultima acquisizione, non totalitaria ma al 58%, è stata quella di Edilportale che opera nel campo dell’edilizia, architettura e design. Il rimanente 42% è rimasto nelle mani dei soci fondatori tra cui l’ad di Edilportale Ferdinando Napoli.  Quanto al futuro potrebbero arrivare nuove acquisizioni e, quando l’azienda sarà finanziariamente pronta, anche la quotazione in Borsa come società distinta da Mondadori

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Maeve ed Estasi americana: così la penna disturbante di CJ Leede racconta il crollo dell’Occidente

C’è un’America che non finisce mai di morire, che continua a ballare sui propri resti con una ferocia che toglie il fiato. È l’America delle luci chimiche, dei centri commerciali eretti come cattedrali del nulla e delle villette a schiera dove il perbenismo nasconde abissi di repressione. In questo panorama di macerie morali e sogni andati a male, la casa editrice Mercurio ha calato un asso che scotta: CJ Leede. Con la complicità di una traduzione impeccabile e vibrante firmata da Gaja Cenciarelli, arrivano sugli scaffali italiani Maeve ed Estasi americana, due romanzi che non chiedono permesso, ma entrano in casa vostra a calci, pronti a fare a pezzi ogni residuo di pudore borghese.

Partiamo da Maeve. A Los Angeles la finzione è l’unica moneta che circoli davvero. Maeve, la protagonista, lavora in un parco divertimenti: è la Regina di Ghiaccio, l’idolo dei bambini. Ma sotto il costume batte il cuore di una predatrice che di notte scivola lungo la Sunset Strip su una Mustang rosa del ’67. Il dispositivo narrativo è chiaro: il contrasto tra l’innocenza del ruolo pubblico e la scia di distruzione privata. Qui Leede gioca con il luogo comune della Città degli Angeli – il neon, i cocktail bar, la vacuità dei Red Carpet – e lo fa con una consapevolezza tale che il cliché smette di essere noioso per diventare un’arma affilata.

Maeve non è una vittima delle circostanze, né una final girl che attende il suo turno per piangere. È una forza della natura, un vertice di distruzione che venera il corpo malato della nonna Tallulah come un feticcio pagano. Il libro è stato giustamente definito un American Psycho contemporaneo al femminile. Ed è qui che arriva la nota dolente, ma necessaria: se la prima parte del romanzo è un’allucinazione magnetica, la seconda perde un po’ di mordente. Leede si appoggia troppo pesantemente alle lezioni di Bret Easton Ellis. La celebre scena della tortura col topo, presa di peso dal capolavoro di Ellis, sa di già visto e rischia di trasformare l’omaggio in scopiazzatura.

Eppure, nonostante queste incertezze da esordiente e un finale meno incisivo di quanto ci si aspetterebbe, Maeve resta un pugno nello stomaco formidabile, un’indagine sporca sul desiderio che non conosce confini.

Ma è con Estasi americana che Leede compie il vero salto nel buio, spostando il baricentro dal glamour marcio di Hollywood al cuore nero del Midwest. Qui l’autrice immagina una variante virale che trasforma gli infetti in macchine carnali, travolti da una psicosi sessuale che dissolve ogni freno inibitore. Al centro della tempesta c’è Sophie Allen, sedici anni, cresciuta in una prigione di fanatismo cattolico e sensi di colpa.

Se Maeve era un noir psicotropo, Estasi americana è un horror sociologico di rara potenza. Il virus non è che l’innesco per far esplodere le contraddizioni di una società che ha trasformato il corpo femminile in un campo di battaglia politico e religioso. Mentre il Paese brucia e gruppi estremisti cavalcano il caos in nome di un Dio crudele, Sophie intraprende un viaggio di formazione che è anche un esorcismo contro la vergogna. Qui il desiderio non è più peccato, ma l’unica via di fuga verso una libertà che somiglia a un incubo, ma che almeno è vera.

Leede ha il merito di non distogliere mai lo sguardo. Racconta la violenza, la lussuria e l’individualismo di un’America tribale con una prosa che non concede sconti. La cura di Gaja Cenciarelli nella resa italiana restituisce perfettamente la sporcizia e la poesia di questi testi, mantenendo intatta quella sensazione di vertigine infuocata che attraversa entrambi i volumi.

Leggere CJ Leede è un’esperienza disturbante. Ti costringe a guardare nell’abisso delle tue pulsioni più spaventose, ricordandoti che la civiltà è solo una sottile pellicola pronta a lacerarsi al primo morso. Non sono letture per tutti: c’è tortura, c’è violenza sessuale, c’è un nichilismo che non offre redenzione facile. Ma se cercate una voce che sappia raccontare il crollo dell’Occidente con la stessa lucidità di un chirurgo che opera senza anestesia, allora questi sono i libri che stavate aspettando.

Un debutto e una conferma che ci consegnano una delle autrici più estreme e necessarie degli ultimi anni. Benvenuti nel bellissimo incubo di CJ Leede. Fatevi del male, ne varrà la pena.

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Rapirò Gianfranco Zola: il libro di Marco Cattaneo su Fabrizio Maiello riesce in un’impresa rara

È un peccato che Jean-Luc Godard e Jean-Paul Belmondo non siano più vivi, perché avrebbero potuto raccontare perfettamente la storia di Fabrizio Maiello. O forse è meglio così. Perché nella loro versione il finale sarebbe stato amaro, autodistruttivo, condannato alla fierezza tragica di certi personaggi francesi. Questa storia invece appartiene a un altro approdo narrativo: non al fatalismo romantico da Nouvelle Vague, ma alla redenzione tormentata di un personaggio di Dostoevskij.

Rapirò Gianfranco Zola di Marco Cattaneo (De Agostini) è un libro che riesce in un’impresa rara: prendere una vicenda da cronaca nera e trasformarla in un rocambolesco Bildungsroman, senza mai scadere nel moralismo o nel compiacimento strappalacrime. Cattaneo, che molti conoscono per la sua capacità di governare con disinvoltura il caos narrativo da lui stesso creato nelle dirette e nelle improvvisazioni di Elastici (la trasmissione più libera e folle, da lui condotta, del bellissimo format Cronache di Spogliatoio), declina qui la stessa sapiente mercurialità per raccontare una storia piena di svolte improvvise, beffe karmiche tragiche e agnizioni commoventi.

Il ritmo resta sempre controllato, anche quando il materiale rischierebbe continuamente di scivolare nella retorica (forse la vicinanza in studio con Fabrizio Biasin e la sua memorabile rubrica su “I poveri soldati” è servita da potente antidoto).

In questo frangente, la materia da trattare è preziosa quanto fragile. Fabrizio Maiello era un talento purissimo. A Monza, da bimbo, lo chiamavano “il Brasiliano”, per l’imprevedibilità nei dribbling e la leggerezza con cui gli riuscivano le giocate più difficili col pallone ai piedi. L’aura della promessa, gli allenamenti a cui sacrificare le distrazioni adolescenziali, il padre che con inquietante profezia gli addita a monito il carcere accanto allo stadio, prefigurando le sliding doors di un’esistenza romanzesca.

Poi arriva il ginocchio distrutto. Fine della carriera. E inizio dell’avventura criminale. Cominciano le rapine, la droga, il carcere. Ma il libro evita accuratamente la scorciatoia sociologica. Non cerca alibi, né costruisce santini. Mostra semplicemente un uomo che precipita e che, a un certo punto, smette di distinguere fra rabbia e destino. La svolta avviene il 31 ottobre 1994. Maiello organizza il sequestro di Gianfranco Zola. Un miliardo di lire di riscatto. Autogrill, appostamento, fuga: sembra la scena di un noir anni ‘70, di quelli amati da Tarantino.

Poi succede qualcosa che manda in cortocircuito tutto il piano, la macchina narrativa, il destino stesso.
Zola si avvicina, sorride e dice: “Ciao ragazzi”. Maiello, con la pistola nascosta dietro alla schiena, davanti alla disarmante umanità del suo idolo sportivo decide di non rapirlo. Spiazzato e commosso, gli chiede un autografo sulla carta d’identità. Gesto dalla potenza simbolica rivelatoria: la firma del campione che Maiello sarebbe potuto essere sul simulacro formale della sua identità smarrita.

L’autentica redenzione arriverà dopo, nell’OPG di Reggio Emilia, quando Maiello usa il proprio carisma da “Maradona delle carceri” (da anni era divenuto una “star” per i suoi palleggi da record senza far cadere mai la palla) per difendere un detenuto disabile continuamente bullizzato e umiliato dagli altri internati. È quello il passaggio decisivo della sua vita: non il crimine mancato, ma la scelta di sacrificare se stesso per proteggere qualcuno di ancora più fragile, che deciderà di accudire come un fratello bisognoso di cure quotidiane. Una storia talmente incredibile da essere assolutamente vera (non solo il contrario).

Forse, non è un caso che abbia incontrato questa storia grazie a quella che Jung avrebbe definito “sincronicità”. Ero a Milano per lavoro, dovevo incontrarmi con Giuseppe Pastore e Ilaria Mencarelli (ritorno a segnalare ai cinefili il loro interessante podcast Noodles), mi invitano alla presentazione del libro, temo di non poter fare in tempo ma… scopro che l’evento si sarebbe tenuto nello stesso edificio in cui già mi trovavo: con uno straniante effetto alla Inception, sono stato catapultato dentro la redazione di Cronache di Spogliatoio, incontrando dal vivo Siani, Pastore, Cattaneo, ovvero le voci che tutti i giorni mi parlano nelle cuffie, da fedele ascoltatore di Cronache, come già raccontai su queste colonne.

E poi ho incontrato Fabrizio Maiello. Stringergli la mano e guardarlo negli occhi è stata un’emozione che porterò dentro di me per molto tempo.

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“Ci siamo mai chiesti cosa c’è dentro ai trucchi che usiamo tutti i giorni? Un prodotto fatto bene non può costare sei euro. Le bambine oggi pensano agli anti-age, è angosciante”: parla la dermatologa Pucci Romano

Vogliamo conoscere tutto della nostra crema, del siero o della maschera per il viso. Siamo (giustamente) selettivi sui prodotti che toccano la pelle, il nostro organo più esteso. Allora perché non facciamo lo stesso con il make-up? La dottoressa Pucci Romano – dermatologa, docente universitaria e presidente di Skineco – si è fatta la stessa domanda nel nuovo libro Il Trucco C’è, Heisenberg Editore & compagnia editoriale Aliberti. Una vera e propria guida alla cosmesi consapevole e all’ecodermocompatibilità, l’accordo tra l’efficacia sulla pelle e il rispetto per l’ambiente.

Da anni Pucci Romano è in prima linea per promuovere un approccio scientifico, ma accessibile, alla cura della pelle. La sua filosofia unisce salute cutanea e sostenibilità ambientale, combattendo le fake news del settore beauty sui social e spingendo verso un consumo più etico e consapevole. Soprattutto in fatto di make-up, di cui è un’appassionata, oltre che un’esperta: “È un settore che viene considerato molto poco, come se non avesse rapporto con la pelle – spiega al fattoquotidiano.it – Mentre per la skincare abbiamo maturato una serie di riflessioni, il make-up è un po’ la Cenerentola della cosmesi, perché non viene presa in considerazione la qualità del prodotto. Si pensa esclusivamente all’aspetto e al risultato che mascara, fondotinta e illuminanti ci possono offrire. Ma ci siamo mai chiesti cosa ci sia dentro?”

Le formulazioni dei cosmetici entrano in contatto con parti sensibili del nostro corpo: occhi, labbra, pelle. Per questo è importante conoscerle, capirle e selezionare bene gli ingredienti: “Chi si trucca tutti i giorni, come me, ha un’esposizione protratta nel tempo: è un dato che mi ha fatto riflettere prima da consumatrice, poi da dermatologa”. Parte da qui il libro Il Trucco C’è, un viaggio che intreccia aneddoti storici, come i cosmetici tossici del passato, alle ultime ricerche scientifiche per districarsi dalle trappole del marketing e riscoprire il valore del trucco: un gesto terapeutico, di cura e di benessere.

C’è un legame molto stretto, infatti, tra make-up e salute: “Parlando con un collega oculista a un convegno – spiega – ho scoperto che hanno trovato tracce di microplastiche nel vitreo, e arrivano dal sangue. Questo dimostra che abbiamo una contaminazione pazzesca e i trucchi sono una delle tante fonti. Le microplastiche sono state vietate nella detergenza e negli scrub, ma in altri prodotti come le ciprie o le matite no”. Perché questa disparità? “Bella domanda, bisognerebbe chiederlo agli organismi regolatori”.

Orientarsi tra gli scaffali del trucco, però, non è semplice. “Quando leggiamo l’INCI non troviamo scritto microplastiche, ovviamente, troviamo tutta una serie di nomi che afferiscono al gruppo delle microplastiche”. Nel libro quindi ha inserito tabelle con tutti i nomi, da usare come vademecum alla lettura di un’etichetta. “Prima le aziende lo capiscono, meglio sarà per tutti: non si può più usare il pronto. La maggior parte dei prodotti che troviamo in commercio viene fatta a calderoni, ovvero: tu prendi una base, che è uguale per tutti, e poi la personalizzi in qualche modo. È lì che si trovano i conservanti e gli additivi peggiori”.

I trucchi devono essere sicuri per la salute, ovviamente. Ma devono anche essere funzionali: ci si aspetta un certo risultato, che ci facciano sentire bene. L’obiettivo, oggi, è avere “un prodotto che non solo mi abbellisca, ma che faccia sinergia con la skincare, prolungando l’idratazione o con un’azione fotoprotettiva, per esempio“. Da questa esigenza è nata la linea di make-up della dottoressa, Double Beauty Pucci Romano Make Up, che verrà lanciata a settembre per offrire un’alternativa. Prodotti sicuri, affidabili e con prezzi “accettabili, alla portata di tutti. Un fondotinta di qualità, che posso usare anche su una pelle problematica, può costare tra i 20 e i 30 euro”.

Nell’arco della lunga carriera della dermatologa, l’attenzione delle persone alla cura della pelle e alla skincare è drasticamente cambiata. L’offerta delle aziende, di conseguenza, è esplosa. In questo cambiamento, i social media giocano un ruolo fondamentale, influenzando i comportamenti delle consumatrici più giovani, che spesso si lasciano guidare dalla popolarità di un certo prodotto o dal prezzo basso. “Un prodotto fatto bene non può costare sei euro – avverte la dermatologa – Se voglio far validare il mio prodotto ho bisogno di test indipendenti, che si pagano. Ma da qui a dire che debba costare centinaia di euro… Il rapporto qualità-prezzo deve essere onesto e giusto”.

A proposito di social: un capitolo del libro è dedicato alla precocità con cui bambine e adolescenti si avvicinano alla cosmesi, i famosi Sephora Kids. “Il vero problema sono i genitori. L’obiettivo è formare la mamma per difendere la figlia, farle perdere un po’ di tempo per spiegare, anziché imporre un divieto che probabilmente avrebbe l’effetto contrario”. Un fenomeno che la dottoressa Romano ha visto da vicino, avendo una nipotina di undici anni. E che conosce bene anche da dermatologa: “Ho visto un’accelerazione dell’acne dovuta a overdose cosmetica: gli adolescenti hanno ghiandole sebacee molto sensibili a ciò che si utilizza. Poi sa, il trucco è una cosa, la skincare è un’altra”. La questione, però, è più ampia: che tipo di valori stiamo trasmettendo? “ Il problema è che le bambine cominciano a pensare agli antirughe, ed è una cosa angosciante. Perché un bambino dovrebbe avere l’ansia di invecchiare? Questa è la domanda che bisognerebbe farsi”.

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Giornata Mondiale dell’Ambiente, dal fast fashion ai rifiuti: 5 libri per insegnare ai bambini il valore del riciclo e della sostenibilità

“In principio la terra era tutta sbagliata… C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare, e agli errori più grossi si poté rimediare. Da correggere, però, ne restano ancora tanti, rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti!”, Le parole di Gianni Rodari, tratte da Storia Universale, risuonano oggi con una forza attuale. Più che una poesia, un vero e proprio slogan all’azione per la tutela e la cura del nostro pianeta. Tra i suoi versi si cela una sorta di educazione che anticipa temi oggi centrali: la salvaguardia della biodiversità, la responsabilità dell’uomo e le conseguenze delle sue scelte. I risultati raggiunti hanno spesso portato a grandi errori naturali, causando danni profondi agli ecosistemi e all’ambiente.

Non a caso, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito come data 5 giugno la Giornata Mondiale dell’Ambiente, con l’obiettivo di sensibilizzare sulla questione ambientale in tutto il mondo, sensibilizzando governi, imprese e cittadini sulla necessità di proteggere l’ambiente e promuovere uno sviluppo sostenibile.

Ma cosa significa davvero sviluppo sostenibile? Come intervenire su territori già compromessi, foreste disboscate e mari inquinati? È sufficiente investire nell’occupazione e nella lotta alla povertà? E soprattutto, come educare le nuove generazioni a non ripetere gli errori del passato? Tra le voci più attive emerge quella di Matteo Ward, imprenditore e CEO di Inside Out Fashion Textiles & Home e di WRÅD. Il suo lavoro si muove tra progetto, impresa e cultura, con l’obiettivo di ripensare il ruolo della moda nella società contemporanea, può fornirci adeguate risposte a tutte queste domande, dimostrando come anche la moda possa diventare uno strumento concreto di cambiamento. Perché, come ricordava Rodari, il lavoro da fare è ancora tanto. E riguarda tutti.

Matteo cosa ha comportato nel corso del tempo l’azione errata dell’uomo verso il Pianeta?

Nel mondo occidentale abbiamo disegnato, soprattutto a partire dal Seicento, un sistema fondato sulla sovrapproduzione e sul sovraconsumo. Un sistema che, a ritmi e latitudini diverse nel corso dei secoli, ha normalizzato l’estrazione ad ogni costo, lo sfruttamento sociale e la manipolazione psicologica della società (altresì detta ‘mercato’). È una filosofia, una visione del mondo divenuta purtroppo un imperativo strutturale, un sistema che ha superato oramai limiti di velocità e capienza, e che ci ha portato a relazionarci in modo errato con il Pianeta. Un errore fondato, prima di tutto, sull’idea di considerarci separati da esso. Le conseguenze oggi non riguardano solo l’ambiente: riguardano direttamente anche la nostra salute. L’aria che respiriamo, l’acqua che utilizziamo, ma anche ciò che indossiamo ogni giorno. La pelle è il nostro organo più grande ed è il primo punto di contatto con il mondo esterno. Eppure, per molto tempo, abbiamo progettato materiali, prodotti e processi senza considerare davvero come potessero interagire con il nostro corpo. Quando un sistema produttivo ignora questi equilibri, l’impatto quindi non resta confinato nelle fabbriche o nei fiumi: entra nelle nostre case, nei nostri armadi, nella nostra quotidianità.

Raccontaci un’esperienza chiave che hai vissuto in prima persona durante i tuoi viaggi, che ti ha fatto cambiare ancora di più prospettiva d’agire per contrastare l’inquinamento e diventare più consapevoli del proprio impatto ambientale?

Indonesia, nord Sumatra. Immerso nella giungla, ospite della tribù di Janji Maria, un presidio contro la deforestazione che serve gli interessi delle industrie che producono olio di palma per gli alimenti e viscosa per i vestiti. Immaginate di trovarvi in uno dei luoghi più incredibilmente ricchi di vita del mondo e, allo stesso tempo, di percepire il pericolo ogni minuto della giornata: in lontananza, dal cuore della foresta, si sentiva il rumore incessante delle motoseghe che abbattevano gli alberi.

Il crollo di una foresta significa la distruzione della vita per milioni di specie. Lì ho vissuto uno dei momenti più toccanti della mia vita: l’incontro con una mamma orangutan che, insieme al suo piccolo, fuggiva da quel disastro. E allora viene spontaneo chiedersi: come possiamo arrivare a distruggere così tanto per produrre fibre che finiranno in magliette vendute a pochi euro e gettate dopo pochissimi utilizzi? Il consumo sfrenato di vestiti mi porta a un’altra esperienza chiave: quella vissuta ad Accra, in Ghana. Una città dove, secondo le organizzazioni locali, arrivano quasi 15 milioni di vestiti di scarto a settimana.

Ogni giovedì mattina, verso le tre o quattro, file infinite di camion portano nel mercato di Kantamanto il risultato del nostro consumo sfrenato di vestiti. Persone che non hanno altre possibilità lavorative li comprano al chilo, sperando di riuscire a rivenderli. Ma i vestiti sono così tanti, e la qualità ormai così bassa, che se riescono a venderne il 40% sono fortunati. Il resto si accumula nei territori circostanti: nelle campagne, nelle spiagge. Ho letteralmente scalato colline di vestiti, alte diversi metri, e camminato lungo coste ricoperte di tessuti fatti perlopiù di plastica. Una nuova morfologia del territorio, creata dalla stratificazione dei vestiti fast fashion che abbiamo abbandonato.

I locali li chiamano “obroni wawu”, che significa i vestiti dell’uomo bianco morto. In Ghana, infatti, culturalmente ci si separa dai vestiti in buone condizioni solo in punto di morte. Per questo, all’inizio, si pensava che tutti quei vestiti arrivassero dalle persone morte in Europa o in America. Oggi sanno che non è così. Ma il nome è rimasto. Ed è forse uno dei racconti più chiari della nostra epoca. L’industria della moda è la seconda più inquinante a livello globale dopo quella petrolifera: Wråd è un movimento che ridisegna la moda a partire dalla sostenibilità.

Come possiamo raccontare gli obiettivi del tuo brand ai bambini e agli adulti?

Non c’è differenza tra un piatto di pasta e la maglietta che abbiamo nel guardaroba. Entrambi usano gli stessi ingredienti per essere prodotti: aria, acqua, terra, energia. Sono risorse essenziali per la vita, alle quali abbiamo imparato a dare valore. Ma non sempre. Quando queste risorse prendono la forma di una T-shirt o di un paio di jeans, facciamo più fatica a riconoscerlo. E allora diventa facile trattarle come se fossero usa e getta, oppure non farsi domande fondamentali sulla loro provenienza o sulla salubrità degli ingredienti utilizzati.

Ecco, riassunto in poche parole, l’obiettivo di WRÅD: per chi i vestiti li produce e per chi li indossa, disegnare un sistema che garantisca il miglior uso possibile delle risorse umane e naturali, per il bene della nostra salute e del Pianeta. In altre parole, In WRÅD lavoriamo proprio su questo: portare cultura, innovazione e una nuova filosofia di progettazione dentro il modo in cui progettiamo e utilizziamo i vestiti, con un focus sulla relazione tra i vestiti e la nostra salute fisica e psicologica. Politica inclusa!

Come insegnare ai bambini l’arte del riciclo e cosa comporta non utilizzare questa pratica?

Nel libro Storia di una Maglietta, che abbiamo scritto insieme alla FAO, distribuito in più di 140 paesi e tradotto in otto lingue, abbiamo provato a fare una cosa molto semplice: mostrare ai bambini che una T-shirt viene da un fiore. Dal cotone. Quando i bambini capiscono l’origine delle cose, capiscono anche il loro valore. Quel progetto non è rimasto solo un libro. È diventato un programma educativo che abbiamo portato nelle scuole. Attraverso workshop di upcycling, i bambini non imparano solo a trasformare una vecchia maglietta in qualcos’altro, ma scoprono che gli oggetti non finiscono quando smettiamo di usarli. Possono continuare a vivere, cambiare forma, raccontare nuove storie. Il riciclo diventa così uno stile di vita: più un’attitudine che un’azione sporadica. Ma ancora più che riciclare, si tratta di imparare ad allungare nel tempo il piacere d’uso di ciò che possediamo. È lì che si mette davvero in discussione il sistema.

Che strumenti possiamo dare ai bambini, affinché possano fare del riciclo un obiettivo quotidiano?
Prima di tutto insegnare a fare domande: Da dove viene? Chi l’ha fatto? Quanto durerà? Poi dare strumenti concreti: – imparare a riparare, anche in modo creativo – scambiare, donare, riusare – leggere le etichette Ma soprattutto dobbiamo dare l’esempio. I bambini non imparano da quello che diciamo. Imparano da quello che facciamo.

Ti consiglio 5 libri per giocare e divertirsi proteggendo l’ambiente.

Il riciclo

di Lorna Freytag

Traduttrice Benedetta Fabbri

Editore Lapis, Età di lettura: da 3 anni.

Dove vanno a finire gli oggetti che buttiamo nella spazzatura? Un libro ecologico che spiega ai più piccini edito da Lapis, una casa editrice attenta al tema ambientale. Un libro sostenibile realizzato con inchiostro 100% vegetale, carta ecologica e legno di foreste certificate FSC. Perché non si è mai troppo piccoli per affrontare il tema del rispetto ambientale.

Evviva il riciclo! La raccolta differenziata. Nina e Nello.

di Laura Novello

Illustratore Matteo Gaule

Editore Sassi, Età di lettura: da 3 anni.

Laura Novello attraverso i protagonisti Nina e Nello racconta ai più piccini i trucchi magici per ridurre l’inquinamento, tra questi: fare la raccolta differenziata. Un libro edito da Sassi che affronta un tema particolarmente delicato, attraverso attività interattive da fare, come ad esempio: realizzare dei fiori con materiali riciclati. L’autrice, naturopata e insegnante di yoga, trasmette ai più piccini temi importanti come sono l’ecologia, la sostenibilità e la tutela ambientale, semplicemente con amore e cura.

L’ atelier del riciclo

di Marie-Laurie Pham-Bouwens e Steffie Brocoli

Editore Edizioni del Borgo, Età di lettura: da 5 anni.

L’ atelier del riciclo è un volume interattivo, per trascorrere pomeriggi al’insegna della creatività, facendo crescere la passione del riciclo di materiali di uso quotidiano, con lo scopo di salvaguardare il Pianeta che ci circonda, perché ognuno di noi ha la responsabilità di tutelarlo e preservarlo. Adatto ai piccini che amano la manualità.

Rifiuti e riciclo. Il libro dei perché.

di Katie Daynes

Illustratore Peter Donnelly

Traduttore Dina Ostuni

Editore Usborn, Età di lettura: da 3 anni.

Esistono tanti perché a tante domande, come: cosa succede ai rifiuti che produciamo? come funziona il riciclo? perché è importante fare la raccolta differenziata? I libri di Usborn “Sollevo e scopro” hanno la capacità di rispondere a tutti questi perché, e soddisfano la curiosità dei bambini, grazie ad un linguaggio diretto, semplice e chiaro. Basta sollevare le robuste alette e divertirsi, affrontando un tema delicato come il riciclo.

Così per gioco… e per riciclo. Costruiamo insieme i nostri giocattoli con materiali di recupero

di Elve Fortis De Hieronymis

Editore Interlinea, Età di lettura: da 6 anni.

“Così per gioco…” si imparano tante cose come il recupero di materiali per trasformare e creare nuovi oggetti: carta, cartone, stagnola, vassoietti di cartoncino o polistirolo, bottiglie di plastica, piatti e bicchieri di carta, tappi di sughero e molti altri materiali di recupero. Una guida illustrata con tante attività pratiche da fare in famiglia, nei momenti di noia, quando fuori piove, ma anche a scuola insieme ai compagni e agli insegnanti. Un libro interattivo grazie ad un link che rimanda ad una piattaforma fruibile da smartphone e computer, con materiali extra e giochi sul tema del riciclo.

L'articolo Giornata Mondiale dell’Ambiente, dal fast fashion ai rifiuti: 5 libri per insegnare ai bambini il valore del riciclo e della sostenibilità proviene da Il Fatto Quotidiano.

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