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L’accessibilità digitale entra in una nuova fase con il nuovo regolamento AgID

Negli ultimi anni l’accessibilità digitale è passata dall’essere un tema riservato agli addetti ai lavori a una questione che riguarda sempre più da vicino aziende, pubbliche amministrazioni e milioni di cittadini. Dietro questa trasformazione c’è un cambiamento normativo importante, iniziato con l’European Accessibility Act e proseguito con il suo recepimento in Italia attraverso il D.Lgs. 82/2022. Ma il passaggio più significativo è arrivato negli ultimi mesi, quando l’Agenzia per l’Italia Digitale (AgID) ha completato il quadro operativo che permette di verificare, monitorare e, se necessario, sanzionare le violazioni in materia di accessibilità.

Il 15 maggio 2026 AgID ha infatti pubblicato il nuovo regolamento che disciplina le attività di vigilanza sull’accessibilità dei servizi informatici. A prima vista potrebbe sembrare un aggiornamento tecnico destinato soprattutto a giuristi e responsabili della compliance. In realtà, il regolamento rappresenta un tassello fondamentale di un percorso più ampio: quello che sta trasformando l’accessibilità digitale da principio astratto a requisito concreto e verificabile.

La prima precisazione da fare è che il nuovo regolamento non introduce nuovi obblighi tecnici. Le regole che definiscono quando un sito, un’applicazione o un servizio digitale possono essere considerati accessibili restano sostanzialmente le stesse. I riferimenti tecnici continuano a essere gli standard WCAG 2.1 livello AA e la norma europea EN 301 549, già al centro della disciplina italiana ed europea.

La novità riguarda invece il modo in cui queste norme vengono fatte rispettare. Per anni il quadro normativo sull’accessibilità digitale è stato caratterizzato da un paradosso: gli obblighi esistevano, ma mancavano procedure sufficientemente chiare e strumenti operativi capaci di renderli davvero efficaci.

Il nuovo regolamento definisce in modo dettagliato chi interviene, come vengono effettuate le verifiche, quali documenti possono essere richiesti e quali conseguenze possono derivare da un mancato adeguamento. In altre parole, non cambia ciò che le organizzazioni devono fare, cambia il modo in cui AgID può verificare che lo stiano facendo.

Per capire l’importanza di questo passaggio è utile fare un passo indietro. L’accessibilità digitale non è un tema nuovo nel panorama italiano. Già nel 2004 la cosiddetta Legge Stanca aveva introdotto obblighi specifici per la pubblica amministrazione e per alcune categorie di soggetti privati. Per molti anni, però, il tema è rimasto concentrato soprattutto sul settore pubblico.

Il vero cambio di paradigma è arrivato con l’European Accessibility Act, la direttiva europea che ha esteso i requisiti di accessibilità a una vasta gamma di prodotti e servizi privati destinati ai consumatori. In Italia la direttiva è stata recepita attraverso il D.Lgs. 82/2022, diventato pienamente applicabile dal 28 giugno 2025.

Successivamente, nel marzo 2026, AgID ha pubblicato le Linee guida operative sull’accessibilità dei servizi digitali e ha attivato la piattaforma pubblica attraverso cui cittadini e consumatori possono segnalare eventuali barriere digitali.

Con il regolamento di maggio si completa quindi un percorso iniziato anni fa: esistono gli obblighi, esistono gli strumenti per verificarli ed esiste una procedura chiara per intervenire quando non vengono rispettati.

Uno degli aspetti più importanti riguarda il perimetro dei soggetti interessati. Molte aziende continuano ad associare l’accessibilità digitale esclusivamente alla pubblica amministrazione. In realtà il quadro attuale è molto più ampio.

Restano naturalmente coinvolti enti pubblici, amministrazioni e soggetti già ricompresi nella Legge Stanca. Ma il D.Lgs. 82/2022 interessa anche numerose organizzazioni private che operano in settori chiave dell’economia digitale.

Rientrano infatti nel perimetro della normativa i servizi di e-commerce, i servizi bancari e finanziari rivolti ai consumatori, le piattaforme di comunicazione elettronica, i servizi che consentono l’accesso a contenuti audiovisivi, gli elementi digitali dei servizi di trasporto passeggeri – come siti web, applicazioni e sistemi di biglietteria – oltre agli e-book e ai relativi software di lettura. Per molte organizzazioni, dunque, il tema non riguarda più una possibile evoluzione futura. È già parte delle responsabilità operative attuali.

La novità più rilevante introdotta dal regolamento riguarda la definizione di un percorso preciso che porta dalla segnalazione di una criticità all’eventuale applicazione di una sanzione. Il procedimento può essere avviato in diversi modi. Può nascere da una segnalazione presentata da un cittadino, da un reclamo relativo a una richiesta di accessibilità rimasta senza risposta oppure da attività di monitoraggio effettuate direttamente da AgID.

In una prima fase interviene il Difensore civico per il digitale, che può richiedere informazioni, documentazione e chiarimenti all’organizzazione coinvolta. Se vengono riscontrate criticità, l’azienda o l’ente interessato viene invitato a presentare un piano di adeguamento e a indicare le tempistiche necessarie per risolvere i problemi individuati.

È importante sottolineare che il sistema è stato progettato per favorire la conformità prima della sanzione. L’obiettivo principale non è punire, ma rimuovere le barriere digitali e garantire che i servizi siano realmente accessibili.

Se però l’organizzazione non collabora o non realizza gli interventi concordati, il fascicolo passa alla fase successiva, quella sanzionatoria, che può culminare in un provvedimento formale adottato dal Direttore Generale di AgID.

La presenza di sanzioni è inevitabilmente uno degli aspetti che ha attirato maggiore attenzione. Per alcune violazioni sono previste sanzioni amministrative che possono arrivare fino a quarantamila euro, mentre per determinate categorie di soggetti già ricomprese nella Legge Stanca si può arrivare fino al cinque per cento del fatturato annuo. Nei casi più gravi e persistenti, il quadro normativo prevede anche misure ulteriori, come la sospensione del servizio o il ritiro di un’applicazione dagli store digitali.

Ridurre il tema alle sole sanzioni, però, rischia di essere fuorviante. Il vero cambiamento introdotto negli ultimi mesi non è tanto l’entità delle multe quanto la nascita di un sistema che rende concretamente verificabile il rispetto delle norme. Per la prima volta esiste un percorso formalizzato che collega i diritti degli utenti, l’attività di vigilanza dell’autorità e le responsabilità delle organizzazioni.

C’è poi un altro aspetto che spesso passa inosservato ma che potrebbe avere conseguenze profonde sul modo in cui le organizzazioni affrontano l’accessibilità. Per molti anni il dibattito si è concentrato soprattutto sulla conformità tecnica: rispettare o meno determinati requisiti. Oggi diventa sempre più importante anche la capacità di dimostrare il lavoro svolto.

Audit, verifiche periodiche, documentazione tecnica, dichiarazioni di accessibilità aggiornate e piani di rimediazione diventano elementi essenziali non soltanto per migliorare l’esperienza degli utenti, ma anche per dimostrare di aver affrontato il tema in modo strutturato e continuativo. Si passa, in altre parole, da un modello basato sull’autodichiarazione a uno in cui la conformità deve essere sostenuta da evidenze documentabili.

Come ha osservato Accessiway in una recente analisi dedicata alle nuove regole AgID, il cambiamento più significativo non riguarda l’introduzione di nuovi requisiti tecnici, ma la nascita di un sistema che rende l’accessibilità effettivamente verificabile. In questo nuovo scenario, la capacità di documentare verifiche, audit e interventi correttivi diventa parte integrante della conformità stessa.

Per molte organizzazioni il problema non consiste tanto nell’intervenire una volta, quanto nel mantenere nel tempo il livello di accessibilità raggiunto.

Siti web, applicazioni e servizi digitali evolvono continuamente. Nuove funzionalità vengono introdotte, contenuti aggiornati, componenti sostituiti. Ogni cambiamento può potenzialmente reintrodurre barriere che erano già state corrette.

Per questo motivo le più recenti indicazioni normative insistono sempre di più su concetti come accessibility by design e monitoraggio continuo. L’accessibilità non viene più considerata un controllo finale da effettuare prima della pubblicazione di un servizio, ma una caratteristica che deve accompagnarne l’intero ciclo di vita.

È proprio in questo contesto che strumenti di audit, monitoraggio e governance assumono un ruolo sempre più importante. Secondo Accessiway, una delle difficoltà principali per molte organizzazioni non è capire cosa fare, ma riuscire a mantenere l’accessibilità nel tempo mentre prodotti, contenuti e servizi continuano a evolversi. Per questo l’azienda ha sviluppato una piattaforma che unisce audit specialistici, monitoraggio continuo, gestione delle dichiarazioni di accessibilità e supporto alla governance, con l’obiettivo di trasformare l’accessibilità da intervento occasionale a processo strutturale.

Il nuovo regolamento AgID rappresenta dunque molto più di un aggiornamento procedurale. Segna il passaggio a una fase in cui l’accessibilità digitale non è più soltanto un obiettivo dichiarato o un requisito teorico, ma una responsabilità concreta che può essere verificata, documentata e richiesta dagli utenti. Per aziende e istituzioni significa confrontarsi con un quadro più maturo e più esigente. Per i cittadini significa poter contare su strumenti più efficaci per esercitare un diritto che, nell’era digitale, è sempre più essenziale.

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Trump alza la pressione sull’Iran senza fermare la guerra

Per il secondo giorno consecutivo Stati Uniti e Iran si sono lanciati reciprocamente attacchi militari, allontanando la prospettiva di una tregua stabile in Medio Oriente. Nella notte tra mercoledì e giovedì l’aviazione americana ha colpito nuovi obiettivi sul territorio iraniano, mentre Teheran ha rivendicato una serie di attacchi contro basi statunitensi nel Golfo.

A differenza dei bombardamenti di ventiquattro ore prima, ordinati da Donald Trump come risposta all’abbattimento di un elicottero Apache americano nello Stretto di Hormuz, i nuovi raid sembrano avere un obiettivo più ampio. Come scrive il New York Times, l’amministrazione statunitense non presenta più le operazioni «soltanto come una rappresaglia, ma come uno strumento di pressione» per costringere l’Iran ad accettare un accordo alle condizioni di Washington. «Se dobbiamo negoziare con le bombe, negozieremo con le bombe», ha dichiarato il segretario alla Difesa Pete Hegseth.

Secondo il Comando Centrale statunitense (Centcom), gli attacchi sono iniziati poco dopo la mezzanotte locale iraniana e hanno preso di mira sistemi di comunicazione, radar di sorveglianza e postazioni di difesa aerea. Esplosioni sono state segnalate nelle isole di Qeshm e Hengam, nello Stretto di Hormuz, oltre che nei pressi di Bandar Abbas, Minab e Sirik, lungo la costa meridionale dell’Iran. Nelle prime ore del mattino sono arrivate notizie di detonazioni anche nella zona di Karaj, a sud-ovest di Teheran, dove si trovano basi militari e impianti legati al programma missilistico iraniano.

Intervistato da Fox News, Trump ha sostenuto che gli Stati Uniti abbiano lanciato quarantanove missili Tomahawk contro obiettivi iraniani, oltre a impiegare velivoli da combattimento. Il presidente ha aggiunto che le operazioni potrebbero essere sospese temporaneamente, ma che riprenderanno già nelle prossime ore se Teheran non farà concessioni nei negoziati.

L’Iran afferma di aver risposto con due ondate di attacchi contro basi americane in Kuwait e Bahrein. I Guardiani della Rivoluzione sostengono di aver colpito diciotto obiettivi militari, inclusi gli aeroporti di Ali Al-Salem e Ahmad Al-Jaber in Kuwait e la base di Sheikh Isa in Bahrein. Le rivendicazioni non sono state confermate né dagli Stati Uniti né dai governi coinvolti. Il Kuwait ha però annunciato la chiusura temporanea del proprio spazio aereo, mentre in Bahrein sono state attivate le sirene di allarme.

Nel frattempo lo Stretto di Hormuz resta al centro dello scontro. Teheran sostiene di averlo chiuso a ogni forma di navigazione, comprese le petroliere, mentre il Centcom continua a negare che il traffico marittimo sia stato completamente interrotto. Il comandante delle forze aerospaziali dei Guardiani della Rivoluzione, generale Majid Mousavi, ha minacciato di trasformare l’intera regione in un «inferno» se gli Stati Uniti continueranno a operare nell’area.

Tra gli episodi più controversi della giornata c’è anche il possibile bombardamento di un impianto idrico civile vicino alla località di Bemani. Un’analisi del New York Times basata su immagini satellitari e materiale video diffuso dai media iraniani suggerisce che un attacco di precisione americano abbia colpito due strutture utilizzate per la distribuzione dell’acqua potabile, lasciando temporaneamente senza rifornimenti oltre ventimila persone. Il quotidiano osserva che non è ancora chiaro se l’obiettivo sia stato colpito intenzionalmente o per errore, ma ricorda che il deliberato attacco a infrastrutture civili potrebbe configurare una violazione del diritto internazionale.

Tutto questo avviene mentre Trump continua a sostenere che un accordo con l’Iran sia vicino. Una convinzione che appare sempre più difficile da conciliare con l’intensificarsi delle operazioni militari. Non a caso il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres ha osservato che il cessate il fuoco annunciato due mesi fa «assomiglia ormai più a un cessate il fuoco ridotto che a una vera tregua», dopo quarantotto ore di escalation e minacce reciproche.

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Il caso delle vacanze tra Roma, Venezia e Firenze del programmatore dei droni russi

Nell’estate di due anni fa era stato fotografato in Italia, tra Venezia, Roma e Firenze. Immagini di viaggio che lo ritraggono in contesti turistici e familiari, tra calli, centri storici e piazze monumentali, e che oggi vengono riprese all’interno di un’inchiesta del sito britannico The i Paper sul ruolo di alcuni sviluppatori russi nel settore dei simulatori per droni militari.

Il protagonista è Aleksei Kolotilov, indicato come creatore di un simulatore iper-realistico per il pilotaggio di droni kamikaze FPV, sviluppato attraverso la sua società HFM Games. Secondo l’inchiesta, il software sarebbe utilizzato in programmi di addestramento in Russia, incluso l’ambito delle scuole militari e di iniziative legate alla formazione di operatori di droni. Kolotilov, che documenta la propria vita familiare e i viaggi su Instagram, VK e YouTube, avrebbe attraversato negli ultimi anni diversi Paesi europei e gli Stati Uniti, pubblicando immagini da Italia, Francia, Belgio e New York. Tra queste, fotografie a Disneyland Paris con orecchie di Minnie Mouse e commenti critici sull’esperienza, oltre a scatti a Firenze, Roma e Venezia, fino a immagini davanti a Trump Tower.

Secondo The i Paper, il suo simulatore FPV Kamikaze Drone sarebbe stato utilizzato in contesti di formazione legati allo Stato russo, inclusi programmi di addestramento nelle scuole e in strutture militari. Tra queste viene citata una scuola di droni di San Pietroburgo con presunti legami con il gruppo Wagner, dove il software verrebbe impiegato per la fase iniziale di addestramento dei piloti prima dell’utilizzo di droni reali. Nel 2024 una nuova legge federale russa sull’istruzione avrebbe rafforzato l’inserimento di contenuti patriottici nei programmi scolastici, mentre il ministero della Difesa britannico ha segnalato la progressiva «militarizzazione dell’educazione russa» e l’integrazione dell’addestramento ai droni nel sistema nazionale. Secondo dati citati nel rapporto, oltre 2.500 insegnanti sarebbero stati formati, con corsi attivi in più di 500 scuole e 30 college.

Il pezzo collega inoltre Kolotilov a un più ampio ecosistema di simulatori sviluppati in Russia, insieme al software KvadroSim dell’ingegnere Egor Sechinskiy. Quest’ultimo offrirebbe versioni destinate sia a scuole e università sia ad addestramento militare, con scenari che includono attacchi a mezzi corazzati e obiettivi militari. Secondo le ricostruzioni, KvadroSim avrebbe partnership con oltre 400 organizzazioni educative e legami con attori del settore difesa russo, tra cui la società statale Almaz-Antey, sanzionata da Stati Uniti e Unione europea. Il software sarebbe inoltre collegato a programmi di addestramento FPV nei territori occupati dell’Ucraina.

Kolotilov, intervistato dal giornale britannica, respinge le accuse, sostenendo che il suo prodotto è un videogioco commerciale disponibile globalmente e che non esisterebbe alcuna collaborazione con enti militari o governativi. L’uso del software in contesti educativi o militari, afferma, avverrebbe senza il controllo o il coinvolgimento della sua azienda.

Un esponente dell’opposizione conservatrice britannica, James Cartlidge, ha criticato il caso, sostenendo che individui il cui lavoro contribuisce indirettamente allo sforzo bellico russo non dovrebbero poter viaggiare liberamente in Europa e negli Stati Uniti.

Il quadro descritto dall’inchiesta è quello di una crescente sovrapposizione tra intrattenimento digitale, formazione tecnica e addestramento militare. I simulatori di volo per droni, nati come strumenti civili o ludici, vengono indicati come parte di un sistema più ampio che contribuisce alla formazione della futura generazione di operatori FPV impiegati nel conflitto in Ucraina. Parallelamente, secondo fonti di intelligence open source e analisti del settore, la diffusione di questi strumenti si inserisce in una strategia più ampia di “gamificazione” della guerra, in cui l’addestramento tecnico viene reso accessibile attraverso interfacce simili ai videogiochi, abbassando la soglia di ingresso per nuovi operatori.

Il caso Kolotilov è dunque, non un episodio isolato, ma un pezzo di una rete più ampia di sviluppatori e piattaforme che operano all’intersezione tra industria tecnologica civile e applicazioni militari, contribuendo alla costruzione del sistema di addestramento dei droni nella Russia in guerra.

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Stati Uniti e Iran tornano a colpirsi nel Golfo Persico

Nella notte tra martedì e mercoledì Stati Uniti e Iran sono tornati a colpirsi direttamente, dopo che Donald Trump aveva accusato Teheran di aver abbattuto un elicottero militare americano nello Stretto di Hormuz. Le forze armate statunitensi hanno lanciato una serie di attacchi contro installazioni militari iraniane lungo la costa del Golfo Persico. Il Comando Centrale americano (Centcom) ha detto che jet dell’aeronautica e della marina hanno colpito sistemi di difesa aerea, radar di sorveglianza e centri di controllo situati nelle vicinanze dello Stretto di Hormuz, definendo l’operazione una «risposta proporzionata a un’aggressione iraniana ingiustificata». Le esplosioni sono state segnalate in diverse località della provincia iraniana di Hormozgan, tra cui Sirik, Minab e l’isola di Qeshm. La televisione di Stato iraniana ha confermato l’attivazione delle difese aeree lungo la costa del Golfo.

Poche ore dopo è arrivata la risposta di Teheran. I Guardiani della Rivoluzione hanno annunciato di aver lanciato attacchi con droni contro la Quinta Flotta americana in Bahrein e contro numerose basi statunitensi nella regione. Secondo le autorità iraniane sarebbero stati colpiti ventuno obiettivi militari. Washington fornisce però una versione molto diversa: un funzionario americano citato dal New York Times ha detto che quasi tutti i missili e i droni iraniani sono stati intercettati e che, al momento, non risultano né vittime né danni significativi alle installazioni statunitensi.

L’escalation arriva dopo l’incidente che ha coinvolto un elicottero Apache americano precipitato lunedì nelle acque vicine allo Stretto di Hormuz. Martedì infatti Trump aveva sostenuto che il velivolo fosse stato abbattuto dall’Iran, scrivendo su Truth Social che «gli Stati Uniti devono necessariamente rispondere a questo attacco». Secondo un funzionario statunitense citato dal New York Times, l’Apache sarebbe stato colpito da un drone iraniano. Teheran continua tuttavia a negare qualsiasi coinvolgimento e la televisione pubblica iraniana ha sostenuto che nelle ventiquattro ore precedenti non fosse stata condotta alcuna operazione militare nell’area.

Lo scambio di attacchi rappresenta il momento più grave dalla firma del cessate il fuoco di aprile. Nelle ultime settimane Washington e Teheran avevano già alternato minacce, raid limitati e aperture diplomatiche, ma senza arrivare a un confronto diretto di questa portata. Eppure, fino a poche ore prima dei bombardamenti, Trump continuava a sostenere che un accordo fosse vicino. Il presidente americano aveva ripetuto più volte che Stati Uniti e Iran erano prossimi a un’intesa definitiva sul programma nucleare iraniano e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il commercio mondiale di petrolio e gas.

L’ultima escalation rischia ora di allontanare ulteriormente quella prospettiva e di riaprire un conflitto che, almeno formalmente, sembrava congelato da oltre due mesi.

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Enrico Sangiuliano porta “Journey of Sound” alla Triennale di Milano

Milano si prepara a entrare nel clima del Kappa FuturFestival con un appuntamento che punta sull’ascolto e sull’immersione sonora più che sul formato classico da club. Sabato 13 giugno, alle 21, Enrico Sangiuliano sarà protagonista di Journey of Sound negli spazi di Voce Triennale, all’interno della Triennale Milano.

L’evento fa parte del calendario di Road to Kappa FuturFestival, la serie di iniziative che anticipano il festival torinese in programma dal 3 al 5 luglio al Parco Dora. Non un semplice warm up, ma un percorso di avvicinamento che mette al centro la cultura elettronica e le sue possibilità espressive fuori dai contesti consueti.

Per l’occasione Sangiuliano proporrà una listening session di tre ore costruita come un viaggio sonoro collettivo. L’idea è superare la dimensione del dancefloor per trasformare il set in un’esperienza di ascolto immersiva, dove spazio, ritmo e progettazione del suono assumono un ruolo centrale. Un formato che riflette l’evoluzione artistica del producer emiliano, da tempo interessato a un rapporto più narrativo e sensoriale con la musica elettronica.

Nato a Reggio Emilia, Enrico Sangiuliano è considerato uno dei nomi più influenti della techno contemporanea. DJ, produttore, performer e sound designer, ha costruito una carriera internazionale grazie a produzioni riconoscibili per struttura cinematica, ricerca timbrica e forte impatto emotivo. Negli ultimi anni ha consolidato la propria posizione ai vertici della scena mondiale, esibendosi nei principali festival e club internazionali.

Il 2026 ha segnato per lui la chiusura del progetto concettuale NINETOZERO, concluso con l’EP finale Absence e con l’ultimo evento SOLO All Night Long. Archiviata quella fase, Sangiuliano ha iniziato a esplorare nuove forme di performance, orientate verso esperienze più immersive e meno legate alla dinamica del party tradizionale. Journey of Sound nasce proprio da questa direzione artistica.

La scelta della Triennale Milano non è casuale. Voce Triennale è uno spazio pensato per progetti di ascolto, ricerca sonora e contaminazione tra musica, arti visive e design. Inserire qui un artista abituato ai grandi palchi internazionali significa spostare l’attenzione dal volume e dall’energia della folla alla qualità dell’ascolto e alla costruzione del paesaggio sonoro.

L’appuntamento milanese rappresenta anche un’anteprima significativa del Kappa FuturFestival 2026. La manifestazione torinese, giunta alla tredicesima edizione, è considerata il più grande festival open air di musica elettronica in Italia e figura stabilmente nella Top 10 mondiale stilata da DJ Mag. Dal 3 al 5 luglio il Parco Dora ospiterà oltre 130 artisti internazionali, con una line up che include, oltre a Sangiuliano, nomi come Peggy Gou, Skrillex, Diplo, Solomun e Charlotte De Witte.

Negli ultimi anni il Kappa FuturFestival ha contribuito in modo decisivo a trasformare Torino in una delle capitali europee dell’elettronica estiva. La combinazione tra archeologia industriale, grandi produzioni e programmazione internazionale ha reso il festival un punto di riferimento non solo per il pubblico italiano, ma anche per migliaia di visitatori provenienti dall’estero.

L’iniziativa milanese si inserisce in questo contesto come un momento di approfondimento culturale e artistico. Più che una semplice anticipazione del festival, Journey of Sound propone un’altra idea di fruizione della techno: meno legata all’intrattenimento immediato, più vicina all’ascolto attivo e alla dimensione immersiva del suono.

L’ingresso alla serata è previsto negli spazi della Triennale Milano, in viale Emilio Alemagna 6, con inizio alle 21. Informazioni e dettagli sono disponibili sui siti ufficiali della Triennale e del Kappa FuturFestival.

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Memorial Italia inserita tra le organizzazioni estremiste in Russia

Per la prima volta un’organizzazione italiana è stata inserita dalla Federazione Russa nell’elenco delle organizzazioni estremiste o terroristiche. A renderlo noto è Memorial Italia, che giovedì scorso, 4 giugno, è comparsa nella lista pubblicata da Rosfinmonitoring, l’agenzia federale russa per il monitoraggio finanziario, e il giorno successivo nell’analogo elenco del ministero della Giustizia russo.

La decisione rappresenta un nuovo capitolo della lunga offensiva del Cremlino contro la galassia Memorial, il movimento nato negli ultimi anni dell’Unione Sovietica per documentare le repressioni staliniane, conservare la memoria delle vittime del Gulag e monitorare le violazioni dei diritti umani nella Russia contemporanea. Nel 2022 Memorial è stata insignita del Premio Nobel per la Pace insieme all’attivista bielorusso Ales Bjaljacki e all’organizzazione ucraina Center for Civil Liberties.

Secondo Memorial Italia, l’inserimento nelle liste russe è la conseguenza diretta della sentenza emessa il 9 aprile dalla Corte Suprema della Federazione Russa, che aveva dichiarato estremista un generico «Movimento Memorial». Una formulazione volutamente ampia, la cui portata era rimasta inizialmente poco chiara. L’inclusione, nelle scorse settimane, di 36 organizzazioni appartenenti alla rete Memorial ha ora chiarito l’intenzione delle autorità russe: colpire non soltanto le strutture che operavano sul territorio della Federazione, ma l’intero ecosistema internazionale che continua a portarne avanti attività e missione.

Dal punto di vista simbolico, la decisione conferma la centralità che la questione della memoria storica continua ad avere per il regime di Vladimir Putin. Da anni il Cremlino considera Memorial uno dei principali centri di elaborazione di una narrazione alternativa rispetto a quella ufficiale sulla storia sovietica e sulla Russia contemporanea. La chiusura delle organizzazioni Memorial in Russia tra il 2021 e il 2022 aveva già segnato una svolta. La qualificazione come «movimento estremista» e la successiva estensione alle organizzazioni affiliate rappresentano però un ulteriore salto di qualità.

La novità più rilevante non riguarda soltanto Memorial. Riguarda infatti la possibile estensione extraterritoriale di una categoria giuridica utilizzata sempre più frequentemente dalle autorità russe per reprimere opposizione politica, attivismo civico e dissenso.

Nel comunicato con cui ha annunciato la decisione, Memorial Italia sostiene che soci, attivisti e volontari potrebbero essere esposti a procedimenti penali nella Federazione Russa e, in determinate circostanze, anche in Paesi che intrattengono forme di cooperazione giudiziaria con Mosca. Proprio per questo l’associazione ha pubblicato una serie di linee guida rivolte a sostenitori, collaboratori e semplici follower.

Tra le raccomandazioni figurano l’invito a chi si reca frequentemente in Russia a interrompere il follow dei canali social dell’organizzazione, a rimuovere contenuti pubblicati online che documentino il sostegno a Memorial e a rafforzare le proprie misure di sicurezza digitale. L’associazione suggerisce inoltre agli ex relatori e ai partecipanti alle proprie iniziative di valutare la rimozione dai canali pubblici di fotografie, video e materiali che attestino la loro collaborazione.

Al di là della prudenza comprensibile di un’organizzazione finita nel mirino delle autorità russe, resta da verificare quale sia l’effettiva portata giuridica internazionale della designazione. La classificazione come organizzazione estremista produce certamente conseguenze all’interno della Federazione Russa. Molto meno chiaro è quali effetti possa generare nei confronti di cittadini italiani che si trovino all’estero o transitino in Paesi terzi.

È proprio questo l’aspetto più interessante della vicenda. Non si tratta soltanto dell’ennesimo episodio della repressione russa contro Memorial. Per la prima volta una misura pensata per il controllo del dissenso interno viene applicata formalmente a un’associazione con sede in uno Stato membro dell’Unione europea. Una decisione che apre interrogativi politici e giuridici sulla crescente proiezione internazionale degli strumenti repressivi del Cremlino e sui rischi che possono correre attivisti, ricercatori e organizzazioni della società civile che continuano a lavorare sui temi dei diritti umani e della memoria storica russa.

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Pashinyan rafforza il suo governo e allontana l’Armenia da Putin

La vittoria del partito del premier armeno Nikol Pashinyan alle elezioni parlamentari segna non solo la conferma al potere del leader della cosiddetta Rivoluzione di velluto, ma anche un ulteriore passo nel progressivo arretramento dell’influenza russa nel Caucaso meridionale. Con il 49,81% dei voti, Contratto civile ha ottenuto una maggioranza parlamentare che consente al governo di proseguire senza alleanze il proprio progetto politico, centrato su riforme interne, pace regionale e soprattutto riallineamento geopolitico verso l’Unione europea.

Il risultato elettorale è stato letto a Bruxelles come una conferma della traiettoria europea di Erevan, mentre a Mosca rappresenta un segnale politico sfavorevole in un’area storicamente considerata parte della propria sfera di influenza. La seconda forza, l’alleanza Armenia forte, del miliardario Samvel Karapetyan, fermandosi intorno al 23-25%, non riesce a costruire un’alternativa credibile al governo in carica, nonostante una campagna impostata su relazioni più strette con la Russia.

Il voto arriva in un contesto già segnato da un progressivo deterioramento dei rapporti tra Erevan e Mosca. Negli ultimi mesi il Cremlino ha intensificato le pressioni economiche e politiche sull’Armenia, anche attraverso restrizioni commerciali e una crescente campagna di influenza. È in questo quadro che la scelta elettorale assume una valenza più ampia: non solo un cambio di maggioranza, ma la conferma di una traiettoria di disallineamento strutturale dal sistema russo.

Pashinyan ha rivendicato il risultato come mandato per proseguire lungo la strada dell’integrazione europea e della normalizzazione dei rapporti con Azerbaigian e Turchia, dopo la crisi del Nagorno-Karabakh. La sua agenda si inserisce in una più ampia ridefinizione degli equilibri regionali, in cui l’Armenia tenta di trasformare la propria vulnerabilità militare e geografica in leva diplomatica verso Occidente.

La risposta internazionale ha rafforzato questa lettura. L’Unione europea ha salutato il voto come conferma del percorso democratico del Paese e della sua progressiva convergenza con le istituzioni europee. Ancora più esplicito il sostegno politico arrivato da Kyjiv: il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha parlato di elezioni «democratiche e libere», definendo il caso armeno un «test per l’Unione europea» e invitando Bruxelles a sostenere concretamente Erevan. Un posizionamento che inserisce l’Armenia in una più ampia traiettoria post-sovietica che vede Ucraina e Caucaso sempre più allineati nella ricerca di protezione politica e sicurezza occidentale.

Sul piano regionale, la vittoria di Pashinyan rafforza anche la prospettiva di un accordo con l’Azerbaigian e la normalizzazione dei rapporti con la Turchia, elementi che ridurrebbero ulteriormente il margine di influenza russo nell’area. È proprio su questo punto che si gioca una partita più ampia: la progressiva erosione del ruolo di Mosca come garante di sicurezza nel Caucaso, già messa in crisi dopo la guerra del 2023 e la perdita del Nagorno-Karabakh.

In questo contesto, l’Armenia diventa uno dei casi più avanzati di riallineamento politico nello spazio post-sovietico, insieme all’Ucraina. Un processo che non si limita alla diplomazia, ma coinvolge infrastrutture economiche, sicurezza e architettura delle alleanze.

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I missili iraniani su Israele dimostrano che Trump non riesce a chiudere la guerra

A cento giorni dall’inizio della guerra tra Stati Uniti e Iran, i missili lanciati da Teheran contro Israele segnano un nuovo passaggio di una crisi che continua a ripetersi sempre uguale a sé stessa. Una decina di ordigni diretti verso la base di Ramat David, nel nord del Paese, tutti intercettati e senza vittime, ma sufficienti a rimettere in moto la spirale di attacchi incrociati tra Iran, Hezbollah e Israele.

La sequenza è ormai riconoscibile. Tutto parte da un nuovo episodio sul fronte libanese: questa volta un attacco di Hezbollah contro il nord di Israele. La risposta israeliana arriva subito, con un raid nei sobborghi meridionali di Beirut, nel cuore della capitale politica del movimento sciita. È a quel punto che entra in scena l’Iran, che rivendica l’azione come risposta ai bombardamenti israeliani e lancia missili contro obiettivi militari israeliani. Israele replica a sua volta colpendo obiettivi in Iran.

Nessuno degli attori sembra però voler superare la soglia che trasformerebbe la guerra regionale in un conflitto aperto e totale. I missili iraniani vengono intercettati, non ci sono vittime, e anche le risposte israeliane restano mirate su obiettivi militari. È una guerra che si muove dentro limiti sempre più precisi, dove la funzione degli attacchi è tanto militare quanto politica: segnalare deterrenza, mostrare capacità, evitare però il punto di non ritorno.

Dentro questo equilibrio instabile, gli Stati Uniti restano il centro politico della crisi e insieme il suo elemento più contraddittorio. Il presidente statunitense Donald Trump continua a sostenere che un accordo con Teheran sia ancora possibile e che il negoziato non sia stato compromesso dagli ultimi attacchi. Ma allo stesso tempo Washington fatica a tenere insieme le due linee della propria strategia: la pressione su Israele per evitare escalation e la necessità di mantenere aperto il canale diplomatico con l’Iran.

Trump avrebbe chiesto direttamente al primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu di evitare ulteriori attacchi per non far saltare i colloqui con Teheran. Ma la logica israeliana è diversa: per il governo Netanyahu non esistono fronti separati tra Libano e Iran, e la pressione militare su Hezbollah e sulle sue retrovie iraniane è parte della stessa strategia di sicurezza.

L’Iran, dal canto suo, utilizza la guerra come leva negoziale. La risposta missilistica a Israele è calibrata per mostrare capacità di ritorsione senza trascinare gli Stati Uniti in un confronto diretto. Allo stesso tempo Teheran continua a legare qualsiasi possibile accordo con Washington alla situazione regionale, in particolare al ruolo di Hezbollah in Libano, trasformando il fronte libanese in una componente centrale del negoziato.

Il risultato è un conflitto che non si sviluppa in linea retta ma in cerchi concentrici, dove ogni teatro influenza l’altro. Il Libano è il punto di innesco, Israele il bersaglio e il moltiplicatore della risposta, l’Iran il livello strategico della ritorsione. Sopra tutto, gli Stati Uniti cercano di mantenere aperta una trattativa che procede in parallelo alla guerra e che rischia continuamente di esserne travolta.

A cento giorni dall’inizio del conflitto, il paradosso è proprio questo: mentre la diplomazia continua a parlare di accordi “vicini”, sul terreno la guerra non rallenta. Si stabilizza invece in una forma ibrida, fatta di attacchi limitati, risposte calibrate e negoziati che avanzano senza riuscire a produrre effetti reali.

In questo spazio intermedio, la crisi non si chiude e non esplode. Continua. E il punto non è più se la guerra finirà o si allargherà, ma quanto a lungo potrà restare in questo equilibrio instabile senza rompersi del tutto.

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Si riapre la partita su Mps e Generali dopo le mosse di Bpm e Intesa

Ieri sera il consiglio di amministrazione di Intesa Sanpaolo ha dato il via libera per un’operazione congiunta con Unipol-Bper che prevede l’offerta su Banca Monte dei Paschi di Siena. Lo schema prevede la divisione del perimetro dell’istituto senese tra i due gruppi: a Intesa Sanpaolo, Mediobanca e le attività ad essa collegate, quindi wealth management, investment banking, credito al consumo e la partecipazione del 13,3% in Generali, oltre a una quota degli sportelli di Mps; a Unipol-Bper, il controllo del Monte dei Paschi di Siena con la parte prevalente della rete commerciale.

L’operazione consentirebbe a Intesa Sanpaolo di consolidare ulteriormente la propria posizione nel risparmio gestito e nell’assicurativo, mettendo al tempo stesso al sicuro l’asset strategico rappresentato dalla partecipazione in Generali. Per il gruppo guidato da Carlo Messina si tratterebbe anche di un rafforzamento del posizionamento europeo. Per Unipol-Bper, invece, l’operazione avrebbe l’obiettivo di accelerare il percorso di crescita dimensionale e trasformare il gruppo nel secondo polo bancario italiano per attivi e presenza territoriale, grazie all’integrazione con la rete di sportelli del Monte.

La mossa di Intesa-Bper arriva dopo che Banco Bpm aveva accelerato su Mps, proponendo una fusione tra pari in grado di creare un nuovo campione nazionale da circa 50 miliardi di euro di capitalizzazione. La proposta del gruppo guidato da Giuseppe Castagna punta a rafforzare la presenza sul territorio e a generare sinergie industriali rilevanti.

Il dossier Mps si conferma così al centro di una competizione tra grandi operatori del credito. L’istituto senese, guidato da Luigi Lovaglio, ha completato negli ultimi anni il proprio rilancio dopo la lunga fase di crisi e presenza pubblica nel capitale, tornando a essere un attore centrale del sistema bancario italiano anche grazie all’acquisizione di Mediobanca.

La banca di Siena è oggi uno snodo rilevante anche per la presenza indiretta in Generali, elemento che ha ulteriormente aumentato l’interesse dei principali gruppi finanziari. La quota di Mediobanca nel Leone di Trieste rappresenta infatti uno dei punti più sensibili degli equilibri del risparmio italiano.

Alla chiusura di Borsa di venerdì Mps capitalizzava circa 27,3 miliardi di euro. Il primo azionista è Delfin con il 17,5%, seguito dal gruppo Caltagirone con il 10,3%. Nel capitale figurano inoltre BlackRock al 4,9%, il Ministero dell’Economia e delle Finanze al 4,9% e Banco Bpm al 3,7%. La presenza residua del Tesoro resta uno dei nodi aperti nel percorso di progressivo disimpegno dello Stato dalla banca.

Secondo le indiscrezioni, lo schema Intesa-Bper avrebbe avuto un’accelerazione nel corso di un cda straordinario della banca guidata da Carlo Messina, mentre anche Unipol avrebbe riunito il proprio consiglio per valutare le possibili opzioni. L’operazione, se confermata, avrebbe inoltre effetti diretti sugli assetti di Generali, dove Intesa diventerebbe primo socio.

La proposta di Banco Bpm, nel frattempo, rischia di essere superata da una dinamica più ampia che coinvolge i principali gruppi del sistema. Oggi il cda di Mps è atteso per valutare le diverse opzioni sul tavolo e avviare le interlocuzioni con gli operatori interessati. Sullo sfondo resta la possibilità di un ulteriore riassetto complessivo del settore, in una fase di forte consolidamento del credito italiano.

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Come Amplifon vuole presidiare tutta la filiera dell’innovazione nell’hearing care

Gli apparecchi acustici sono da sempre considerati dispositivi essenziali, strumenti medici destinati a compensare una perdita di udito. In realtà oggi la loro funzione e il loro utilizzo è molto più ampio. La ricerca ha permesso di cambiare il panorama del settore. La miniaturizzazione dei componenti e l’elaborazione digitale del suono permette una nuova capacità di personalizzare l’esperienza d’ascolto. E con l’uso dell’intelligenza artificiale il settore, tradizionalmente associato al mondo medicale, sta diventando uno dei campi più avanzati dell’innovazione tecnologica.

È dentro questa trasformazione che va letta l’acquisizione di GN Hearing da parte di Amplifon, un’operazione da 2,3 miliardi di euro che rappresenta uno dei più importanti investimenti industriali realizzati negli ultimi anni da un gruppo italiano. È una scelta strategica che modifica il profilo stesso dell’azienda: da leader mondiale nei servizi per la cura dell’udito, Amplifon entra anche nel mondo della progettazione e della produzione di dispositivi.

In un’intervista al Corriere della Sera, l’amministratore delegato Enrico Vita aveva definito l’operazione «trasformativa», spiegando che permetterà al gruppo di essere presente «sull’intera catena del valore, dal design dei microchip fino ai servizi per i clienti attraverso i nostri negozi». È una formula che descrive bene la direzione intrapresa dall’industria tecnologica: conoscere il cliente finale non basta più, così come non basta possedere la migliore tecnologia. Il vantaggio competitivo nasce dalla capacità di tenere insieme entrambe le cose.

La logica dell’operazione è proprio questa. Da una parte Amplifon porta in dote una rete globale di oltre diecimila punti vendita e decenni di esperienza clinica e relazionale, dall’altra GN Hearing contribuisce con quattro centri di ricerca e sviluppo – cioè circa settecento ricercatori, quasi tremila brevetti – a integrare una competenza tecnologica che arriva fino alla progettazione dei microchip, il cuore degli apparecchi acustici di nuova generazione. Ma non solo. GN Hearing porta in dote anche una consolidata attività di vendita all’ingrosso dei propri dispositivi a grandi catene indipendenti e operatori specializzati in numerosi mercati internazionali. Un elemento che rende ancora più complementari le due realtà e amplia il raggio d’azione del gruppo lungo tutta la filiera.

«Abbineremo il ruolo di fornitori di servizi a valore aggiunto a quello di progettisti e produttori di dispositivi», aveva spiegato Enrico Vita. Una sintesi efficace di un’operazione che porta una crescita in senso quantitativo, nelle dimensioni del gruppo, ma aggiunge soprattutto una dimensione qualitativa diversa nella catena del valore, in un settore in cui l’innovazione tecnologica sta accelerando rapidamente anche grazie all’arrivo dell’intelligenza artificiale.

L’aspetto più interessante, però, è che questa operazione racconta una storia che va oltre il settore dell’hearing care. Negli ultimi anni si è parlato molto delle aziende italiane finite sotto il controllo di gruppi stranieri, molto meno di quelle che hanno scelto di crescere acquisendo competenze e tecnologie all’estero. Amplifon appartiene a questa seconda categoria. Con l’integrazione di GN Hearing nasce infatti un gruppo da oltre 3,3 miliardi di euro di ricavi, più di ottocento milioni di margine operativo lordo e oltre ventimila dipendenti distribuiti in circa cento Paesi. Ma il dato dimensionale, da solo, non spiega il senso dell’operazione. Conta di più il fatto che un’azienda italiana specializzata nei servizi abbia deciso di investire massicciamente nella ricerca, nello sviluppo e nella proprietà industriale.

La scelta arriva in un momento in cui il settore sta vivendo una profonda accelerazione tecnologica. Gli apparecchi acustici di ultima generazione integrano algoritmi di elaborazione sempre più sofisticati e hanno una capacità di adattamento automatico agli ambienti circostanti. Sono sistemi avanzati di connettività e, insomma, non sono più soltanto strumenti di amplificazione del suono.

È proprio per questo che Vita aveva sottolineato il ruolo di GN Hearing, «uno dei produttori più innovativi al mondo», evidenziando come l’azienda danese sia stata tra le prime a introdurre applicazioni basate sull’intelligenza artificiale nel settore. La Danimarca occupa da anni una posizione particolare nell’industria globale dell’audio, tanto che lo stesso amministratore delegato di Amplifon l’ha descritta come «la Silicon Valley dell’audio».

Dopo il closing ci sarà quindi una One Company con sede in Italia, con un’anima unica e due cuori, uno a Milano e uno a Copenaghen. Non sarà una fusione tradizionale. Anzi, sembra più il tentativo di mettere insieme due competenze complementari, pezzi di un puzzle che si incastrano perfettamente.

L’operazione – il cui perfezionamento è previsto entro fine anno, quando dovrebbe arrivare l’approvazione delle autorità competenti –rappresenta anche un ritorno a una dimensione industriale che è parte integrante della storia di Amplifon. Nata nel dopoguerra come azienda produttrice di apparecchi acustici, nel corso dei decenni si è progressivamente affermata come leader mondiale nei servizi per la cura dell’udito. Oggi quel percorso sembra chiudere un cerchio: il retail resta centrale, ma viene affiancato da una nuova capacità di intervenire direttamente sul prodotto, sulla ricerca e sull’innovazione. Il punto, alla fine, non è soltanto la dimensione dell’investimento o il numero di brevetti che entreranno nel perimetro del gruppo. È il tipo di industria che questa operazione racconta.

Amplifon

La trasformazione digitale viene sempre associata alle Big Tech, alle piattaforme della Silicon Valley o magari all’elettronica di consumo. In realtà l’innovazione è ovunque, e si sta spostando sempre più spesso in settori che riguardano aspetti fondamentali della vita quotidiana: la salute, il benessere, la prevenzione, la qualità delle relazioni umane. L’udito è tra questi.

Secondo le principali organizzazioni sanitarie internazionali, l’invecchiamento della popolazione e l’aumento dei disturbi uditivi renderanno l’hearing care uno dei grandi temi dei prossimi decenni. In questo scenario, la tecnologia non è un elemento accessorio ma una componente decisiva: serve a migliorare la qualità dell’ascolto, a personalizzare l’esperienza dell’utente, a rendere più efficace l’intero percorso di cura.

Non a caso, negli ultimi dieci anni Amplifon ha investito oltre cinque miliardi di euro tra sviluppo industriale e acquisizioni, una cifra che include anche l’operazione GN Hearing. Una strategia di lungo periodo che punta a rafforzare la capacità competitiva del gruppo in un mercato sempre più globale e tecnologico. Una visione condivisa anche dalla presidente Susan Holland, figlia del fondatore di Amplifon, la cui holding Ampliter ha partecipato all’aumento di capitale che finanzia l’acquisizione insieme al socio storico Tamburi Investment Partners. «Realizziamo un sogno che rafforza la nostra ambizione: integrare tecnologia e innovazione con la nostra profonda conoscenza dei pazienti», ha detto, sottolineando come l’ingresso nella ricerca, nello sviluppo e nella produzione rappresenti un passaggio storico nell’evoluzione dell’azienda.

Il risultato, se il progetto raggiungerà gli obiettivi indicati dal management, sarà una realtà capace di presidiare l’intera filiera: dalla progettazione dei microchip fino al rapporto quotidiano con il cliente. Un modello che riflette una delle tendenze più interessanti dell’industria contemporanea, quella che vede convergere ricerca, produzione, dati e servizi all’interno di un unico ecosistema.

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L’IA convince le imprese italiane, ma molte non si sentono ancora pronte

L’intelligenza artificiale è uscita dalla fase della curiosità tecnologica per entrare stabilmente nelle strategie delle imprese. Il punto, però, è che riconoscerne il potenziale non significa necessariamente essere pronti a sfruttarlo. E proprio qui emerge il principale nodo che il sistema produttivo italiano deve affrontare nei prossimi anni. Secondo l’Osservatorio “Pronti a competere?”, realizzato da Lenovo in collaborazione con il Comitato Triregionale dei Giovani Imprenditori di Confindustria e presentato al Convegno di Rapallo 2026, oltre otto imprese su dieci non ritengono di possedere oggi le competenze necessarie per utilizzare pienamente l’intelligenza artificiale. L’82,4 per cento delle aziende intervistate dichiara infatti di non disporre di risorse interne adeguate per governare questa trasformazione.

Il dato appare ancora più significativo se confrontato con il livello di consapevolezza ormai raggiunto dal mondo imprenditoriale. Il 43,3 per cento degli intervistati considera già oggi l’AI un fattore di crescita “fondamentale” o “molto importante”, mentre il 67,5 per cento ritiene che diventerà indispensabile per la competitività entro i prossimi tre anni. Eppure soltanto il 18,7 per cento delle imprese utilizza attualmente l’intelligenza artificiale in modo strutturato all’interno dei propri processi.

La distanza tra intenzioni e realtà è il vero elemento che emerge dall’indagine. Da una parte cresce la convinzione che l’intelligenza artificiale rappresenti una leva strategica per la competitività; dall’altra, le aziende faticano ancora a tradurre questa consapevolezza in organizzazione, competenze e processi concreti.

«I dati dell’Osservatorio “Pronti a competere?” evidenziano un nodo centrale per il futuro del sistema produttivo italiano: oggi la competitività delle imprese non è limitata dalla tecnologia, ma dalla capacità di adottarla e governarla», osserva Enza Truzzolillo, amministratore delegato di Lenovo Italia. «La vera sfida oggi non è introdurre l’intelligenza artificiale, ma renderla una leva concreta di competitività: e questo è un tema di leadership, metodo e governo del cambiamento».

Secondo Truzzolillo, la questione assume un’importanza ancora maggiore in una fase di crescente competizione internazionale. «In un contesto globale sempre più competitivo, la capacità di governare l’adozione dell’intelligenza artificiale diventa decisiva anche per il futuro del Made in Italy: senza un’integrazione efficace dell’intelligenza artificiale nei processi industriali e decisionali, il rischio è una progressiva perdita di competitività sui mercati internazionali».

L’indagine mostra comunque un atteggiamento tutt’altro che ostile verso la tecnologia. Il 79,5 per cento degli imprenditori associa all’intelligenza artificiale sentimenti positivi come opportunità, fiducia ed entusiasmo, mentre il 60,7 per cento prevede di aumentare gli investimenti nel settore nei prossimi 12-24 mesi. Circa il trenta per cento ritiene inoltre che l’intelligenza artificiale cambierà in modo profondo o radicale il proprio settore entro i prossimi tre anni.

Le difficoltà emergono soprattutto in un contesto economico che le imprese continuano a percepire come complesso. Tra le principali criticità vengono citate l’incertezza macroeconomica, l’aumento dei costi e la difficoltà nel reperire competenze specializzate. Non sorprende quindi che il 38,2 per cento degli intervistati individui nella perdita di competitività il principale rischio legato a una mancata adozione dell’intelligenza artificiale, davanti alla minore efficienza e alla ridotta capacità di innovazione.

Il tema delle competenze è centrale anche per il sistema dei Giovani Imprenditori di Confindustria. «Come Giovani Imprenditori Confindustria siamo impegnati, a livello nazionale e territoriale, a diffondere conoscenza e consapevolezza sull’intelligenza artificiale quale leva fondamentale per la crescita futura», spiega Maria Anghileri, presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria.

Per Anghileri, l’Italia parte comunque da una base solida. «L’Italia dispone di un patrimonio unico di dati industriali, competenze, filiere e saperi: dobbiamo innestare l’intelligenza artificiale in questo patrimonio per generare valore, produttività e nuovi spazi di mercato». E aggiunge: «Partendo dai bisogni concreti delle imprese, stiamo mostrando applicazioni reali e favorendo connessioni tra startup, grandi imprese, Pmi e ricerca. Costruiamo ecosistemi abilitanti mettendo le persone – chiave di volta di ogni cambiamento – al centro».

La sfida, conclude la presidente dei Giovani Imprenditori, è trasformare una rivoluzione tecnologica in un vantaggio competitivo reale: «Nel nostro Sistema abbiamo le intelligenze e le capacità per affrontare i rischi e cogliere le opportunità: dobbiamo impegnarci al massimo per governare questa rivoluzione e trasformarla in un motore concreto di efficienza e trasformazione industriale».

La fotografia che emerge da Rapallo è quindi quella di un sistema imprenditoriale che ha ormai compreso la portata dell’intelligenza artificiale, ma che deve ancora colmare il divario tra consapevolezza e capacità di esecuzione. Un passaggio decisivo, soprattutto considerando che l’ottantuno per cento delle imprese intervistate ritiene che l’Italia sia oggi in ritardo rispetto ai principali Paesi europei sul fronte dell’intelligenza artificiale.

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Addio vuvuzela, la Fifa le bandisce dal Mondiale 2026

Per molti tifosi era un rumore insopportabile. Per altri, il suono stesso del Mondiale. Sedici anni dopo aver accompagnato ogni partita in Sudafrica, la vuvuzela scompare dagli stadi: la Fifa ha deciso di vietarla durante il Mondiale 2026 che inizierà giovedì prossimo e si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico.

La celebre trombetta di plastica, diventata il simbolo dell’edizione del 2010, compare infatti nell’elenco degli oggetti proibiti contenuto nel nuovo regolamento per gli spettatori. Insieme alle vuvuzela saranno vietati anche fischietti, trombe ad aria compressa e altri dispositivi considerati eccessivamente rumorosi.

Per chi ricorda il torneo sudafricano, è difficile pensare a una decisione più simbolica. Per un mese il ronzio continuo delle vuvuzela accompagnò ogni partita, entrando nelle telecronache, nelle polemiche e persino nelle discussioni tra giocatori e allenatori. C’era chi sosteneva che rendessero impossibile comunicare in campo e chi le difendeva come espressione autentica della cultura calcistica locale. La Fifa allora resistette alle richieste di vietarle, sostenendo che facessero parte della tradizione dei tifosi sudafricani.

Oggi il clima è diverso. Il primo Mondiale a 48 squadre sarà anche il più grande e complesso mai organizzato, distribuito tra tre Paesi e sedici città ospitanti. La federazione punta a standardizzare il più possibile l’esperienza negli stadi, introducendo regole comuni per tutti gli impianti.

La stretta non riguarda soltanto il rumore. Nel codice di condotta aggiornato compaiono anche il divieto di puntatori laser e altre limitazioni pensate per ridurre i rischi per spettatori e giocatori. Nelle stesse ore la Fifa ha inoltre deciso di vietare l’ingresso delle borracce riutilizzabili, una scelta motivata con ragioni di sicurezza ma che ha già suscitato critiche tra i tifosi, preoccupati per le temperature elevate previste in alcune sedi del torneo.

Dietro il caso delle vuvuzela c’è però qualcosa di più di una semplice norma organizzativa. La loro esclusione segna il tramonto di uno degli ultimi simboli di un Mondiale profondamente legato alla cultura del Paese ospitante. Se nel 2010 la Fifa aveva accettato che il torneo si adattasse alle tradizioni locali, nel 2026 sembra prevalere la logica opposta: sono le tradizioni a doversi adattare al format globale della competizione.

E così, dopo aver monopolizzato l’attenzione del mondo intero per un’estate, il suono che più di ogni altro evocava il Mondiale sudafricano resterà fuori dai cancelli degli stadi.

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Lasciare la quiete di Le Pertuis per un destino inatteso

La porta del palazzo si aprì sull’atrio risonante. Dalle stanze alte e ombrose spirava una frescura ammuffita che sapeva di oscurità, di bassotto bagnato e di naftalina, una frescura proveniente dai muri di calce impregnati dall’umidità monsonica e dai secchi d’acqua delle domestiche che lavavano le lastre di marmo dei pavimenti lasciando le impronte dei piedi nudi con le dita distanziate. Al piano terra, la vecchia Ms Bill era distesa a letto. Attraverso uno spiraglio della porta avevo intravisto baluginare le lenti dei suoi occhiali e scorto il cuscino bianco su cui poggiava la testa mentre, in balia del sentore umido, seguivo mia zia al piano superiore. 

Qui Mr Bill, il figlio di Ms Bill, avviluppato in una vestaglia di seta grigio elefante, il mento fasciato da una benda rosso ciliegia e in testa un cappellino da baseball con scritte gialle su fondo blu, se ne stava sul divano nel suo boudoir televisivo, un’intima stanza piena di poltrone, sedie e sgabelli in palissandro tappezzati di un tessuto ceruleo. Dalle alte finestre di quella piccola sala penetravano il brusio del traffico, gli squilli dei clacson di auto e camion, il clangore dei risciò e le urla dei venditori ambulanti. Nel rondeau del giardino fiorivano le bocche di leone. Mr Bill indossava pantofole a forma di gondola, e i suoi occhi scuri e lucenti fissavano lo schermo di un Hitachi 1080 che, dopo la morte della moglie, aveva sostituito l’altare domestico. 

Così com’era, Bhupinder Singh Bill dava a chiunque entrasse l’impressione che quei nuovi riti mattutini gli piacessero più dei precedenti, che per lui lo starsene sdraiato sul divano fosse cosa sacra. Nonostante l’educazione britannica, Mr Bill non si alzò dai cuscini per ricevere mia zia, la vedova di un Lord. Quando Lord Leslie, il quale, per una forma di modestia del tutto incomprensibile a Bhupinder, non aveva mai rivendicato quel titolo magnifico era ancora in vita, Bhupinder non si era mai permesso un simile comportamento, ma ora il Lord era morto, e Mr Bill considerava la zia come qualcosa di completamente inutile, una vedova, per l’appunto. 

In passato gli era servita perché poteva presentarla come Lady Leslie. Ma presentare una vedova! Non voleva forse dire presentare una morta? Con Lord e Lady Leslie Mr Bill era solito mettersi in mostra alle feste di nozze sikh, nei golf club, nei bar degli alberghi e ai garden party. Piccolo e disinvolto, faceva la sua comparsa tra gli amici con la coppia elegante, un bicchiere di Johnny Walker nella mano destra, la sinistra nella tasca dei pantaloni. «Nel XII secolo» raccontava poi in inglese, «un nobile fiammingo, Bartholomew, ottenne la baronia di Lesly. Sir Andrew Leslie fu tra i firmatari della lettera al papa del 1320, in cui si dichiarava l’indipendenza della Scozia.» Quella frase, che aveva imparato a memoria, fuoriusciva morbida e sommessa dalle sue piccole labbra carnose e gli donava quanto il turbante color prugna o lampone, il bicchiere di whisky, o il ventre gonfio e tondo come la sua fiabesca ricchezza. 

Come suonava mondana quella frase nell’aria afosa di un giardino indiano, tra i vapori di gamberetti fritti e di riso al limone! Alle cose che riguardavano la vita in società, i titoli, le antiche storie di famiglia, e a tutto ciò che avesse a che fare col denaro, Mr Singh Bill era indiscutibilmente sensibile. «He comes from a very good family»: un’affermazione di cui usava cingere di volta in volta il capo della persona premiata come di una corona di alloro, poiché per Bhupinder non c’era nella vita laurea più prestigiosa della provenienza da una buona famiglia. A parte questo, era l’emblema di un sikh privo di poesia, e se mio zio non fosse stato Lord, Mr Bill si sarebbe indignato per quell’uomo e per il suo modo di trascorrere la vita: leggendo, collezionando rarità e scrivendo. 

Ma ancor più si sarebbe indignato per mia zia, che a nessun party, matrimonio o aperitivo perdeva mai l’occasione di accusare l’intera famiglia di irresponsabilità sociale. Poi, con un’ampia gonna, una camicetta verde serpente, cerchi d’oro alle orecchie e bracciali tribali afghani, sedeva su una delle poltrone verde muschio del salotto di Mr Naranjan Singh e porgeva il suo bicchiere vuoto al servitore, affinché le versasse ancora un po’ di whisky, il cui effetto inebriante, in tarda serata, l’aiutava ad attaccare quella banda di fannulloni viziati: la signora Bina Singh Bill, che aveva sacrificato ogni possibilità di far qualcosa della sua vita alle strane concezioni della morale sikh, o suo fratello, talmente rimbambito dai propri privilegi che riusciva a valutare con sicurezza solo le condizioni meteorologiche. In quei frangenti, nessuno dei Bill rispondeva. Si scambiavano sorrisi con lo sguardo avvelenato. L’educazione ricevuta vietava loro di zittire una signora alterata. «Tu non capisci l’India.»

«Non la capisco, ma ho occhi per vedere i prati da golf ben curati davanti alle vostre fabbriche. Li avete allestiti per i vostri operai? E perché non sostituite le ruote dei carri trainati dai buoi con pneumatici di gomma?» «Troppo costoso» esclamava il vecchio Naranjan Singh, lisciandosi la barba con le dita sottilissime, lunghe e inanellate, «è compito del governo», al che le donne facevano tintinnare rumorosamente i loro braccialetti portando la conversazione su una partita di tennis, un modello di occhiali da sole, la ricetta di una torta di datteri o l’olio d’oliva italiano. «Olive oil is the best!» strepitava la vecchia signora Naranjan Singh, mentre Bhupinder raccontava di una caccia alla tigre nel 1971 e “uncle Zutshi”, il fabbricante di tovaglie, ricordava un’indimenticabile partita di polo a Kolkata. Ma poi ché all’epoca mia zia era ancora la moglie di Lord Leslie, le sue accuse venivano accettate con la stessa educazione con cui veniva tollerata l’irritante gentilezza che riservava alla servitù dei Bill. Solo una volta il vecchio Singh l’aveva guardata severamente e le aveva detto: «All is karma!».

Sullo sgabello davanti al divano, nello stesso stile indiano delle altre poltrone e sedie, quello stile unico del mobilio britannico-orientale che dopo il 1947 nelle grandi case non aveva più subito cambiamenti drastici, c’era un bicchiere di tè masala, un piatto con uova strapazzate schiumose e una fetta di pane un po’ troppo tostata per essere considerata un perfetto toast inglese.

Io e la zia eravamo entrate nella stanza proprio nel momento in cui Mr Singh Bill era in procinto di spalmare le uova sul toast con l’aiuto di un piccolo coltello d’argento. Un momento indubbiamente delicato, tanto che alla nostra vista gli sfuggì di bocca un sommesso «Ah».

La tigre nel giardino, Cover

Tratto da “La tigre nel giardino”, di Anna Katharina Fröhlich, 2026, 19€, 168 pagine

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Il cessate il fuoco tra Israele e Libano c’è, ma non basta a chiudere la guerra

L’accordo annunciato da Israele, Libano e Stati Uniti per il rinnovo del cessate il fuoco lungo il confine israelo-libanese rappresenta molto più di una tregua locale. Dietro l’intesa mediata a Washington si intravede infatti uno dei nodi centrali della crisi mediorientale degli ultimi mesi: il tentativo dell’amministrazione Trump di separare il dossier libanese dal più ampio confronto con l’Iran, mentre Teheran cerca di fare esattamente il contrario.

Secondo i termini dell’accordo, Hezbollah dovrebbe cessare completamente gli attacchi contro Israele e ritirare i propri operativi dal settore meridionale del Libano. In alcune aree pilota, il controllo esclusivo della sicurezza verrebbe assunto dalle Forze armate libanesi, con l’esclusione di qualsiasi attore armato non statale. Se attuata, la misura ridurrebbe significativamente la presenza operativa di Hezbollah lungo il confine settentrionale israeliano.

È proprio questo aspetto a spiegare perché l’intesa abbia un valore strategico che va ben oltre il teatro libanese. Per Israele, l’obiettivo è creare una fascia di sicurezza che impedisca a Hezbollah di minacciare direttamente il nord del Paese senza dover ricorrere a una presenza militare permanente oltre confine. Per Washington, invece, il cessate il fuoco costituisce un tassello fondamentale di una strategia più ampia volta a stabilizzare la regione e favorire un’intesa con l’Iran sulla sicurezza marittima nel Golfo e sulla riapertura dello Stretto di Hormuz. Il presidente Donald Trump si è detto pronto a incontrare la Guida suprema iraniana Mojtaba Khamenei.

Il problema è che Teheran non sembra intenzionata a trattare questi dossier separatamente. Negli ultimi giorni esponenti iraniani e dirigenti di Hezbollah hanno ripetuto che una soluzione duratura non può prescindere dal ritiro delle forze israeliane dal Libano meridionale e dalla fine delle operazioni militari contro il movimento sciita. In altre parole, l’Iran sta cercando di trasformare un negoziato sulla sicurezza regionale e sulla navigazione nel Golfo in una trattativa più ampia sull’assetto strategico del Levante.

Dal punto di vista iraniano, la questione è tutt’altro che marginale. Hezbollah non è soltanto un alleato politico o militare. Rappresenta uno dei principali strumenti della deterrenza regionale costruita dalla Repubblica islamica negli ultimi quarant’anni. La sua capacità di minacciare Israele costituisce un elemento essenziale dell’architettura di sicurezza iraniana. Accettare un arretramento significativo del movimento in Libano significherebbe quindi ridurre una delle leve più importanti di Teheran nei confronti sia di Israele sia degli Stati Uniti.

Per questo motivo la tenuta dell’accordo resta tutt’altro che scontata. Le dichiarazioni provenienti da Hezbollah continuano a indicare una forte opposizione a qualsiasi cessate il fuoco che non preveda anche concessioni israeliane più ampie. Le stesse violazioni registrate nelle ore successive all’annuncio dimostrano quanto il terreno resti instabile e quanto sia fragile il confine tra de-escalation e nuova escalation.

L’intesa tra Israele e Libano va dunque letta non come il punto di arrivo di una crisi, ma come una tappa di un negoziato molto più vasto. La vera partita si gioca infatti sul rapporto tra Washington e Teheran e sulla definizione dei nuovi equilibri regionali dopo mesi di conflitto.

Se gli Stati Uniti riusciranno a mantenere separati il dossier libanese e quello iraniano, il cessate il fuoco potrebbe aprire la strada a una progressiva stabilizzazione del fronte settentrionale di Israele. Se invece l’Iran riuscirà a imporre il collegamento tra i due tavoli negoziali, il Libano rischia di diventare il principale terreno di confronto politico e militare attraverso cui si deciderà il futuro assetto del Medio Oriente.

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