Reading view

Cina, la nuova mossa oltre Taiwan: così Pechino spinge la sua sfida nel Pacifico

Mentre il mondo guarda ancora una volta alla crisi nel Golfo Persico, che a sua volta ha messo in secondo piano il conflitto in Ucraina e i risultati ottenuti dalla campagna di bombardamento di Kiev nei territori occupati dai russi che sta mettendo in crisi il sistema di rifornimento della Crimea, la Repubblica Popolare Cinese compie un'altra mossa nello scacchiere del Pacifico Occidentale e per la prima volta oltrepassa, nelle sue rivendicazioni territoriali marittime, la “Linea dei Nove Tratti” spostandone il limite a est dell'isola di Taiwan.

Sabato 6 giugno, come riferisce lo stesso organo di stampa statale Global Times, Pechino ha lanciato “un'operazione speciale di applicazione della legge marittima nelle acque a est dell'isola di Taiwan”. La Repubblica Popolare riferisce che “si tratta di una mossa necessaria in risposta all'annuncio unilaterale da parte di Giappone e Filippine dei cosiddetti "colloqui sulla delimitazione marittima" a est dell'isola cinese di Taiwan, che costituisce una grave violazione della sovranità territoriale e dei diritti e interessi marittimi della Cina”.

L'operazione, lanciata dal ministero dei Trasporti cinese, in coordinamento con le amministrazioni per la sicurezza marittima del Fujian e del Guangdong, il Centro di supporto alla navigazione del Mar Cinese Orientale e l'Ufficio di soccorso del Mar Cinese Orientale, mira a esercitare pienamente la giurisdizione cinese in materia di applicazione della legge marittima, a rafforzare le capacità di controllo e vigilanza del traffico marittimo in acque strategiche, a garantire la sicurezza del traffico marittimo e a salvaguardare i diritti e gli interessi nazionali, riporta ancora il media di stato cinese.

Riconoscere le ZEE per limitare l’espansionismo cinese

Il 28 maggio, infatti, il Giappone e le Filippine hanno annunciato che avrebbero delimitato le loro ZEE (Zona Economica Esclusiva) che sono sempre state sovrapposte in forza delle rispettive rivendicazioni, decidendo quindi di trovare un accordo come previsto dalla Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (UNCLOS). La risposta di Pechino è stata quella di inviare una flottiglia paramilitare attraverso il Canale di Bashi e nell'Oceano Pacifico a est di Taiwan, in acque che sino ad ora non sono rivendicate nemmeno nelle sue mappe più estese.

Le navi della Guardia Costiera cinese erano accompagnata anche da unità idrografiche – che spesso vengono utilizzate anche come navi spia e che, in prospettiva, potrebbero essere usate per il taglio delle condutture sottomarine – a indicare la volontà di acquisire diritti su un braccio marittimo che sino a oggi non è mai stato rivendicato, ma che implicitamente la Cina ritiene le appartenga in quanto afferente all'isola di Taiwan.

Non è infatti un caso che, nel suo comunicato, Pechino sottolinei che le manovre navali siano state effettuate in conformità col diritto internazionale marittimo. La dimostrazione di forza è terminata il 10 giugno, dopo che le navi cinesi si sono allargate sino alla ZEE orientale di Taipei, facendo poi rotta nord per virare successivamente a ovest a nord di Taiwan dopo aver oltrepassato l'isola nipponica di Yonaguni, ultima della catena delle Sakishima e al centro di una recente crisi tra Tokyo e Pechino.

Modi e tempi precisi

Il punto cruciale della vicenda sta nella modalità dell'azione e nella tempistica. L'azione è stata condotta da unità navali paramilitari, seguendo esattamente lo stesso schema di ciò che avviene nel Mar Cinese Meridionale, dove la Guardia Costiera cinese compie azioni aggressive nei confronti delle imbarcazioni filippine nella ZEE di Manila in una crisi che si è aperta da un paio d'anni a questa parte.

In quel mare, spesso e volentieri le unità della Guardia Costiera sono accompagnate dalla flottiglia da pesca cinese, utilizzata come una vera e propria milizia marittima per compiere azioni coercitive “sottosoglia” come blocchi e intimidazioni. Spesso a bordo delle barche da pesca cinesi maggiori è presente anche personale armato.

Pechino fondamentalmente usa la sua marina militare per dimostrare le proprie capacità, ovvero ciò che può fare con la forza, in azioni anche aggressive come avvenuto più volte nel Mar Cinese Meridionale o con semplici passaggi in acque prossime a quelle territoriali di altre nazioni che reputa “ostili” come il Giappone o l'Australia.

Viceversa, utilizza la sua Guardia Costiera e altre navi non ufficiali come forza paramilitare per affermare la propria sovranità, ovvero ciò che rivendica. La tempistica non riguarda tanto l'annuncio del futuro accordo nippo-taiwanese sulle reciproche ZEE, qualcosa che è stato direttamente innescato da Pechino stessa con le sue posture sempre più aggressive verso i Paesi limitrofi considerando che Taipei ha sempre rifiutato di venire a patti con Tokyo per la delimitazione delle rispettive zone marittime, bensì è possibile inquadrarla nell'esito del vertice Trump-Xi Jinping, dove il presidente statunitense ha messo sul piatto la vendita di armamenti a Taiwan in cambio di accordi commerciali più favorevoli, venendo quindi incontro ai desideri cinesi di far cessare l'invio di armi statunitensi a Taipei.

Dalle colonne del Giornale lo avevamo preannunciato già allora: questo atteggiamento mercantilista con la Cina degli Stati Uniti di Trump è foriero di instabilità proprio perché rende l'avversario (ovvero Pechino) più spavaldo, con ripercussioni importanti nel Pacifico Occidentale dove alleati come il Giappone, Taiwan o le stesse Filippine subiscono direttamente le conseguenze di questa nuova politica, generando timori sull'impegno americano che si riflettono in cambi epocali di posture strategiche: Tokyo, ad esempio, ha avviato una profonda mutazione della sua politica di sicurezza e difesa spendendo molto più in armamenti e aprendo alla possibilità di venderli all'estero, mentre Manila è tornata a guardare a Washington per la propria sicurezza aprendo nuove basi Usa sul proprio territorio. Senza dimenticare l'Indonesia, altro grande attore regionale con interessi diretti nel Mar Cinese Meridionale, che sta investendo sempre di più nella Difesa aprendo partenariati con Paesi europei ed occidentali.

  •  

Motori e sovranità tecnologica, l’Ue investe nel progetto Sharp

La spinta europea verso una maggiore autonomia tecnologica nella difesa passa anche dai motori per gli elicotteri militari di prossima generazione. La Commissione europea ha deciso di sostenere Safran Helicopter Engines, MTU Aero Engines e Avio Aero nel progetto Sharp, iniziativa di ricerca dedicata allo sviluppo di tecnologie per un nuovo motore turboalbero. Il programma beneficerà di circa 25 milioni di euro nell’ambito del Fondo europeo per la difesa.

Il progetto Sharp

Sharp, acronimo di Sovereign high-performance architecture for rotorcraft propulsion, riunirà 25 partner provenienti da 12 Paesi europei, tra cui Pmi, università e centri di ricerca. L’obiettivo è maturare tecnologie chiave per Enghe, European next generation helicopter engine, destinato a una nuova generazione di motori per elicotteri con prestazioni operative elevate, costi competitivi e sovranità tecnologica europea.

“Con il sostegno a Sharp e, più in generale, al progetto Enghe, l’Europa dimostra la volontà di rafforzare la propria autonomia e sovranità tecnologica nel settore degli elicotteri militari del futuro”, ha dichiarato Cédric Goubet, ceo di Safran Helicopter Engines.

Verso gli elicotteri militari del 2040

Il futuro motore Enghe integrerà tecnologie pensate per migliorare l’efficienza e ridurre i costi operativi e manutentivi. La soluzione è indicata come adatta alla prossima generazione di elicotteri militari prevista in servizio dal 2040, anche nei programmi Engrt e Ngrc. Tra le capacità attese figurano autonomia, carico utile, velocità e disponibilità operativa.

“Alla luce del progressivo invecchiamento della flotta europea di elicotteri militari, l’esigenza è chiara: a partire dal 2040 una quota significativa di questi velivoli dovrà essere sostituita”, ha commentato Ottmar Pfänder, chief program officer di MTU Aero Engines.

Industria e coordinamento europeo

Il coordinamento sarà affidato a Eura, European military rotorcraft engine alliance, joint venture partecipata al 50% da Safran Helicopter Engines e al 50% da MTU Aero Engines. Il team del progetto dovrebbe diventare pienamente operativo nei prossimi mesi.

“Sharp rappresenta una tappa fondamentale nel percorso verso la realizzazione di un motore turboalbero di nuova generazione e conferma, ulteriormente, il valore della collaborazione nello sviluppo di tecnologie propulsive sovrane europee e ad alte prestazioni”, ha dichiarato Riccardo Procacci, ceo di Avio Aero.

“Siamo pronti a guidare questo team multinazionale interamente europeo”, ha aggiunto Wolfgang Gärtner, ceo di Eura. “Condividiamo la volontà e l’esperienza necessarie per mettere a disposizione delle forze armate tecnologie di nuova generazione, assicurando al contempo la sovranità tecnologica europea”.

Il contesto della flotta

In Europa sono oggi in servizio circa 1.800 elicotteri da trasporto e 600 elicotteri da combattimento, con un’età media di circa 20 anni. Entro gli anni Quaranta, anche gli aeromobili ad ala rotante oggi ancora in produzione avranno superato i 50 anni di vita operativa. È in questo orizzonte di rinnovo delle flotte che si colloca Sharp, tassello del percorso europeo per consolidare competenze industriali e autonomia tecnologica nella difesa.

  •  

Una Schengen militare e stop al protagonismo francese. Le priorità della difesa Ue secondo Donazzan

C’è chi vuole sostituire il made in Europe con il made in France e a noi non sta bene. L’Italia è eccellenza mondiale riconosciuta in un settore dove l’Ue deve accelerare. Risponde da Riga l’europarlamentare di Ecr/FdI Elena Donazzan, dove sta partecipando all’Ecr Bureau Meeting dedicato alla nuova difesa europea. Una due giorni ricca di dialoghi con i maggiori esponenti delle istituzioni comunitarie, come Jānis Karlsbergs, Presidente del Consiglio di amministrazione dell’Organizzazione transatlantica lettone e della StratCom della Nato, o Mario Mauro, Coordinatore europeo per il corridoio di trasporto Ten-T Baltico-Mar Nero-Egeo, o il Vicepresidente del Parlamento Europeo Roberts Zīle. “Non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così”, dice Donazzan a Formiche.net.

Come i paesi europei stanno affrontando il tema fondamentale della difesa e dell’industria ad essa connessa?

I conservatori di Ecr lo stanno affrontando con un giusto pragmatismo, senza furore vista la delicatezza del tema: occorre praticità rispetto al contesto in cui viviamo oggi, ovvero una stagione molto particolare nata all’indomani dell’aggressione russa all’Ucraina in cui l’Europa stessa deve ripensare al suo modello di difesa che ha in qualche modo lasciato sempre o delegato totalmente alla Nato.

Da dove iniziare?

Da un lato l’Ue deve riservarsi un posto da compartecipe e dall’altro deve essere consapevole che l’Europa stessa è molto differenziata nelle sue sensibilità. La forza dei ragionamenti portati avanti in Europa da Ecr è quella di leggere le sensibilità dei singoli paesi che compongono l’Europa, senza volere in questo caso una taglia unica per la difesa per tutti. Faccio l’esempio dei Paesi baltici, dove la storia recente è fatta di preoccupazione: lì il rischio è percepito in modo diverso rispetto ad un’aggressione via terra. Per cui ci sono esigenze che devono essere affrontate con l’attenzione dovuta.

I paesi di area med che cosa si aspettano e cosa possono dare?

Le scelte vanno fatte rispettando le diverse peculiarità: ad esempio, per noi Paesi del Mediterraneo va tenuta in debita considerazione anche la cultura del rapporto tra territorio e difesa, che è molto forte e molto radicata, con una bella eredità data dalla nostra particolare e invidiabile posizione nel Mediterraneo. Per cui dobbiamo costruire un programma della difesa che tenga conto di una certa dose di indipendenza, del rispetto dei trattati, delle scelte dei singoli Stati membri, ma non è tutto.

Ovvero?

D’altro canto, però, dobbiamo provare a costruire un’autonomia dell’industria della difesa ed è questo il tema principale che abbiamo trattato in questi due giorni a Riga, partendo da un tema strategico come la cultura della difesa. Si tratta di una forma di educazione. Nei 27 Stati membri c’è chi ha, per esempio, un servizio militare obbligatorio, chi ce l’ha su base volontaria e chi lo sta ripensando. Germania e Francia inoltre hanno già deliberato di voler aumentare il loro contingente di riservisti e ieri il nostro ministro della difesa Guido Crosetto ha presentato una proposta di revisione dell’intera struttura della difesa, pensando ad un ampliamento e a una riserva organizzata. Ci rendiamo tutti conto che questi sono temi di straordinaria attualità, che vanno affrontati anche con velocità.

Come una maggiore mobilità militare all’interno dell’Ue potrà dare un contributo alla sicurezza europea, anche in riferimento alla nuova cooperazione da immaginare con la Nato?

La voce mobilità è fondamentale e direi che è un prerequisito. Mi spiego: possiamo avere procedure di comando e controllo da costruire, possiamo avere divise diverse da vestire, sempre ovviamente con la mimetica, ma con colori leggermente diversi, ma non possiamo non avere la stessa capacità di muovere il tutto all’interno dell’Europa. Quando è stato discusso il dossier sulla mobilità militare è emerso che occorre purtroppo un mese e mezzo di pratiche e di timbri per spostare una brigata dalla Francia all’Ucraina. Un lasso di tempo impossibile: per cui serve affrontare con chiarezza la questione della burocrazia e delle procedure. C’è bisogno con urgenza di una Schengen militare.

Sulla difesa, però, il parlamento italiano vede le opposizioni divise.

L’opposizione vive una sua profonda frustrazione in questo campo, perché ha una ideologia di fondo che è antimilitarista, che si tramuta in una sua incapacità di guardare la politica estera. Negli anni questo si è visto con chiarezza e ha fatto da contraltare alla credibilità con cui il Governo Meloni ha affrontato l’argomento, mettendo sempre al centro l’interesse nazionale in una postura che è quella di relazioni internazionali robuste, serie e non piegate ad altre logiche. Vorrei ricordare, inoltre, che abbiamo ereditato politiche dei governi di sinistra che hanno depotenziato tutta la struttura della difesa italiana dal punto di vista della motivazione e degli investimenti. Lavoriamo per invertire la rotta.

Ci avviciniamo al vertice di Ankara, dove si tratteranno temi complessi come il futuro della Nato e l’industria europea della difesa: guardando anche alle grandi competenze che le aziende italiane hanno, quale potrà essere il nostro ruolo?

Come vicepresidente della Commissione industria e come membro della Commissione difesa, osservo che il tentativo francese è sempre quello sostituire il made in Europe con il made in France. Per cui dovremo essere bravi nel far emergere la qualità della nostra capacità di produrre: l’Italia non è seconda a nessuno. Noi abbiamo campioni come Leonardo e Fincantieri, abbiamo competenze straordinarie, abbiamo una storia di tradizione che passa da Iveco Defence. Parliamo di mezzi che sono venduti in tutto il mondo, senza dimenticare le eccellenze dell’aeronautica e dello spazio. L’Italia è la nazione in Europa che ha una storia di spazio estremamente robusta che ci fa stare in tutte le missioni della Nasa. Quindi noi non accettiamo che nella ridefinizione dell’industria della difesa ci sia una Francia che assegna i compiti agli altri: non funziona così. Noi vogliamo che nei programmi ci sia la collaborazione di almeno due Stati membri. Per cui l’Italia è un partner bello e affidabile. Bello nel senso che ha buone relazioni e affidabile perché ha competenze e capacità oggettive.

  •  

Spese militari, ogni partito ha la sua guerra. La mappa delle posizioni

Se c’è un tema sul quale la politica italiana si presenta in ordine sparso alla vigilia del Consiglio europeo e del vertice Nato di Ankara, è quello della difesa. L’aumento delle spese militari, il futuro degli impegni assunti in ambito Nato, il piano europeo Readiness 2030, il programma Safe e la prospettiva di una difesa comune europea stanno producendo una mappa politica molto più frammentata del tradizionale schema maggioranza-opposizione. Da un lato il governo rivendica il raggiungimento del 2,8% del Pil investito tra difesa e sicurezza. Dall’altro, le opposizioni oscillano tra chi sostiene una maggiore integrazione europea nel settore, chi chiede un deciso incremento degli investimenti e chi invece punta a fermare il riarmo e a rimettere in discussione gli obiettivi Nato. Ma differenze significative emergono anche all’interno della stessa coalizione di governo, dove convivono sensibilità diverse.

Fratelli d’Italia e la linea Meloni

La posizione di Fratelli d’Italia coincide con quella espressa dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni. Il governo rivendica la scelta di presentarsi al prossimo vertice Nato con una spesa per difesa e sicurezza pari al 2,8% del Pil, considerandola un’assunzione di responsabilità coerente con il deterioramento del quadro internazionale. Al tempo stesso, Palazzo Chigi insiste sulla necessità di spostare il dibattito dalla quantità alla qualità della spesa, sostenendo che l’evoluzione tecnologica dei conflitti imponga una riflessione sulle capacità da sviluppare e non soltanto sui target finanziari. Sul versante europeo, la maggioranza sostiene il rafforzamento della sicurezza continentale in piena complementarità con la Nato e nel rispetto delle competenze degli Stati membri.

Lega, sostegno alla Nato ma niente aumenti

Il partito di Matteo Salvini continua a sostenere la collocazione euro-atlantica dell’Italia e non mette in discussione gli impegni Nato, ma negli ultimi mesi ha più volte espresso ritrosie (in particolare da parte del ministro dell’Economia Giorgetti) rispetto all’ipotesi di ulteriori aumenti della spesa militare finanziati attraverso nuovo debito o a discapito di altre priorità economiche e sociali. Anche nel dibattito europeo la Lega mantiene una linea distinta da quella più europeista presente in altri segmenti della maggioranza, privilegiando la cooperazione tra Stati rispetto a percorsi di integrazione sovranazionale nel settore della difesa.

Forza Italia, bisogna rafforzare il pilastro europeo della Nato

Più lineare la posizione di Forza Italia, tradizionalmente favorevole al rafforzamento delle capacità difensive europee all’interno della cornice atlantica. Gli azzurri sostengono gli investimenti per la difesa, la cooperazione industriale europea e il consolidamento del pilastro europeo della Nato, mantenendo una linea coerente con quella espressa anche dal Partito popolare europeo.

5 Stelle, né impegni Nato né fondi Ue

Netta la posizione del Movimento 5 Stelle, che si oppone all’aumento strutturale delle spese militari e contesta sia il quadro Nato sia gli strumenti finanziari europei. In Parlamento, il capogruppo in Commissione Esteri Francesco Silvestri ha contestato l’aumento di spesa rivendicato dal governo e ha criticato l’impostazione generale della politica estera italiana. Nella risoluzione parlamentare, il M5S chiede di non accedere ai fondi Safe per la difesa e di riconsiderare gli impegni assunti in sede Nato, giudicati insostenibili rispetto ai vincoli di finanza pubblica. 

Pd, il riarmo sia europeo

Più articolata la posizione del Partito democratico, che sposta il baricentro dal livello nazionale a quello europeo. Nella risoluzione presentata in Parlamento, i dem sostengono la necessità di una vera difesa comune europea, fondata su pianificazione condivisa, acquisti congiunti e integrazione industriale. L’obiettivo, si legge, è evitare un “riarmo disordinato degli Stati membri” e promuovere economie di scala. Sul piano istituzionale, il Pd rilancia anche la riforma dei Trattati Ue con il superamento del veto e l’estensione delle cooperazioni rafforzate. La linea è quindi pro-integrazione: più difesa, ma europea e coordinata, con governance comune e strumenti vincolanti come il Buy European.

Azione, più spesa e più supporto a Kyiv

Posizione più pragmatica quella di Azione, che nella risoluzione parlamentare chiede un adeguamento urgente della spesa nazionale per la difesa, invertendo la tendenza alla contrazione registrata negli ultimi anni. Il focus è operativo: prontezza militare, difesa aerea e anti-drone, sistemi missilistici e cybersecurity. Parallelamente, il partito guidato da Carlo Calenda lega l’aumento degli investimenti al sostegno all’Ucraina, con particolare attenzione alle nuove tecnologie difensive e alla cooperazione industriale.

Avs, stop a spese e obiettivi Nato

Decisamente contraria all’espansione degli investimenti militari la posizione di Alleanza Verdi e Sinistra, che propone di opporsi a ulteriori incrementi della spesa per la difesa e di rivedere profondamente i programmi europei legati al riarmo. Nel testo parlamentare, Avs chiede di preservare la destinazione originaria dei fondi Ue alla coesione sociale, alla transizione ecologica e ai servizi pubblici, respingendo qualsiasi utilizzo delle risorse strutturali per finalità militari.

Futuro Nazionale, spesa sì ma per la sicurezza

Più che sul livello della spesa militare in sé, Futuro Nazionale concentra la propria attenzione sul tema della sicurezza nazionale e della difesa delle frontiere. Nella risoluzione presentata alle Camere, il partito guidato da Roberto Vannacci chiede il rafforzamento delle capacità europee di controllo e difesa dei confini esterni e una maggiore integrazione tra politiche migratorie e sicurezza. Sul piano internazionale, la formazione si distingue per posizioni più critiche rispetto al sostegno all’Ucraina.

Tutti contro tutti

Insomma, l’Italia non ha per niente le idee chiare riguardo le spese militari. Basti pensare che, proprio oggi, il ministero della Difesa ha presentato alle Camere uno schema di decreto per l’annunciata (e attesa) riforma delle Forze armate che ha visto al ribasso diversi obiettivi precedentemente dichiarati. Sono infatti sparite le menzioni alla forza Cyber, al rafforzamento delle capacità spaziali e alla riforma della governance militare. Dietrofront che non stupisce davanti agli scontri tra Difesa e Mef delle ultime settimane e all’estrema eterogeneità di posizioni emerse dal dibattito parlamentare. Certo, la mancata uscita dalla procedura d’infrazione europea, la crisi energetica provocata dalla guerra con l’Iran e l’avvicinarsi dell’anno elettorale non aiutano. Il problema è che, al netto delle diverse posizioni politiche, resta un dato di fatto: l’Italia, ancora una volta, non si presenta unita davanti al resto del mondo. E questo non vale solo per il Consiglio europeo e l’imminente summit di Ankara, dove Donald Trump chiederà il conto degli impegni assunti all’Aja un anno fa, ma soprattutto rispetto a una situazione internazionale in progressivo deterioramento che, a differenza della politica, non guarda in faccia al consenso.

  •  

In Ucraina l’IA ha ucciso in autonomia. Ecco come

Per la prima volta nella storia, droni completamente autonomi avrebbero ucciso esseri umani senza alcun intervento diretto degli operatori, segnando il superamento di un’importante linea rossa in ambito etico e morale. La rivelazione arriva da Alexander Kokhanovskyy, imprenditore del settore della difesa ucraino, che parlando con un corrispondente della rivista New Scientist ha raccontato di come quanto descritto poche righe sopra sia avvenuto nel corso di un test condotto circa due anni fa lungo la linea del fronte.

Secondo il racconto, dieci quadricotteri equipaggiati con sistemi IA furono lanciati verso una zona di combattimento compresa tra Bakhmut e Chasiv Yar. Dopo aver percorso alcuni chilometri in modalità programmata, i droni avrebbero attivato una funzione denominata “Terminator mode”, in cui veniva affidato all’IA il compito di identificare ed ingaggiare dei bersagli in modo completamente autonomo. Una volta avviata la missione, non esisteva alcun collegamento con i velivoli, con gli operatori che non potevano ricevere immagini video dal drone, né tantomeno intervenire sulle decisioni prese dall’algoritmo. “Una volta lanciati, sappiamo che tutto ciò che verrà trovato in quell’area sarà distrutto”, ha dichiarato Kokhanovskyy. Per verificare gli effetti dell’operazione, sarebbero stati successivamente inviati droni pilotati da remoto nella stessa area, che avrebbero rendicontato la morte di alcuni soldati russi e la distruzione di un camion (pur non essendoci, appunto, prova diretta).

Se confermato, l’episodio rappresenterebbe un punto di svolta nel dibattito internazionale sulle cosiddette Lethal Autonomous Weapons Systems (Laws), sistemi in grado di selezionare e colpire obiettivi senza che un essere umano autorizzi l’azione finale. Finora erano emersi altri esempi di casi controversi (come quello dei droni turchi Kargu-2 in Libia citato da un rapporto delle Nazioni Unite nel 2021), ma nessuno aveva fornito prove così esplicite di vittime causate esclusivamente da un processo decisionale automatizzato.

L’episodio però, come sottolinea lo stesso Kokhanovskyy, è stato un caso isolato per fini di testing, e la modalità di completa autonomia non è mai stata più impiegata. In ossequio alle regole dell’Ucraina, che mantiene un approccio chiaro sull’impiego dell’IA nei sistemi d’arma, permettendone l’utilizzo esteso nell’individuazione e nel tracciamento dei bersagli, ma non per l’autorizzazione finale all’ingaggio, preservando lo human-in-the-loop.

Ma l’episodio rimane comunque un monito di come l’IA stia trasformando il campo di battaglia, e dei rischi che questa trasformazione contiene al suo interno. Rischi che hanno spinto alcuni attori a cercare di prevenire il verificarsi di situazioni simili a quella descritta dall’imprenditore ucraino. Tra questi c’è il segretario generale delle Nazioni Unite António Guterres, che ha più volte chiesto un divieto internazionale delle armi autonome letali, sostenendo che non vi sia spazio per sistemi capaci di decidere autonomamente sulla vita e sulla morte delle persone. Ma oltre a Guterres, tantissime organizzazioni umanitarie e numerosi esperti temono che l’eliminazione del giudizio umano possa aumentare il rischio di errori, colpire civili o rendere più difficile attribuire responsabilità legali per eventuali crimini di guerra.

  •  

Healey rompe con Starmer e si dimette per i fondi alla Difesa

John Healey ha lasciato l’incarico di ministro della Difesa britannico dopo uno scontro con Keir Starmer e con il Tesoro sulla spesa militare. La decisione nasce dal giudizio negativo sul Defence investment plan, il piano destinato a finanziare equipaggiamenti, infrastrutture e prontezza operativa delle forze armate.

La lettera di dimissioni descrive una divergenza ormai politica, oltre che contabile. Healey sostiene che il governo non abbia garantito le risorse necessarie per difendere il Paese in una fase di minacce crescenti. La critica riguarda direttamente la traiettoria della spesa e la sua distribuzione nel tempo, giudicata troppo debole nei primi anni e troppo rinviata in avanti.

Il motivo della rottura

Il Defence investment plan avrebbe dovuto tradurre gli impegni strategici in capacità militari concrete. Per Healey, il finanziamento previsto non basta a sostenere questo passaggio. Il ministro uscente aveva chiesto un percorso verso il 3% del Pil per la difesa entro il 2030, in coerenza con il successivo obiettivo Nato più alto. Il quadro ricevuto dal governo porterebbe invece la spesa al 2,68% nel 2030, poco sopra il livello già previsto per l’anno prossimo.

La distanza tra intenzione dichiarata e capacità effettiva è al centro della rottura. Il governo vuole rafforzare la difesa, sostenere l’Ucraina e preservare la credibilità britannica nella Nato. Healey ritiene però che, senza risorse adeguate, queste ambizioni rischino di restare esposte ai vincoli di bilancio e ai ritardi decisionali.

Le ricadute operative

Nella lettera, Healey richiama un quadro operativo già carico. Cita il Medio Oriente, la sicurezza nello Stretto di Hormuz, l’High North, l’attività russa verso Regno Unito e Nato e il sostegno all’Ucraina. Aree diverse, accomunate dalla necessità di forze pronte, mezzi disponibili e una programmazione finanziaria credibile.

Il rischio indicato dall’ex ministro è concreto. Un piano insufficiente costringerebbe la Difesa a scelte capaci di ridurre la prontezza delle forze armate, aumentare i rischi per il personale e indebolire la sicurezza nazionale. La questione riguarda quindi sia il livello complessivo della spesa sia il rapporto tra impegni operativi, tempi di finanziamento e capacità realmente disponibili.

La sua uscita aumenta la pressione su Starmer e sul Tesoro. Healey non si presenta come una voce esterna al dossier, ma come il ministro che aveva rivendicato risultati su Ucraina, accordi internazionali e Strategic defence review e che ora giudica non più sostenibile la linea del governo. La frattura sposta ora l’attenzione sulla sostenibilità del piano di investimento e sulla capacità del governo di allineare impegni militari, risorse disponibili e tempi di attuazione.

  •  

Meloni vanta l’aumento delle spese per la Difesa al 2,8% del Pil. Ma poi precisa: “Dovuto soprattutto agli investimenti sulla sicurezza interna”

Sulle spese per la Difesa Giorgia Meloni cerca di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Nel corso del suo intervento alla Camera, come su altri temi la presidente del Consiglio si è messa sulla difensiva. Da una parte ha vantato un aumento delle spese in rapporto al Pil dello 0,71%, dall’altra, per il timore di proteste per spese militari eccessive in un momento di piena crisi energetica, ha comunque specificato che questa impennata è dovuta “soprattutto alle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio“.

La leader di Fratelli d’Italia ha garantito che sulla Difesa “siamo pronti ad assumerci le nostre responsabilità e lo ribadiremo al vertice Nato, dove l’Italia si presenterà con il 2,8% del Pil investito in difesa e sicurezza”. Un dato che, rispetto agli accordi raggiunti dall’Alleanza, rispetta le aspettative del raggiungimento del 5% entro il 2035. Ma questa celerità nel rispettare standard che lo stesso governo aveva criticato nei mesi scorsi definendoli eccessivi rischiava di attirare sull’esecutivo critiche dalle opposizioni, ma anche dai alcuni sostenitori. Così ha precisato: “Segnalo un aumento dello 0,71%, garantito però soprattutto dalle spese legate alla sicurezza sul proprio territorio”. E ha poi spiegato: “La difesa è importante, certo, ma mettere al riparo le famiglie e le imprese italiane dalla crisi in atto, lo è altrettanto. E queste due priorità sono interconnesse. Senza sicurezza, l’energia finirebbe per costare sempre di più. Senza energia, non rimarrebbe più nulla da difendere con le armi. Abbiamo posto questa questione con chiarezza, scrivendo una lettera alla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen con la quale chiedevamo di garantire maggiore flessibilità di bilancio agli Stati membri per affrontare la crisi energetica, utilizzando meccanismi finanziari simili a quelli previsti proprio per la difesa. Dopo un negoziato lungo e complesso abbiamo ricevuto la risposta che auspicavamo”.

L'articolo Meloni vanta l’aumento delle spese per la Difesa al 2,8% del Pil. Ma poi precisa: “Dovuto soprattutto agli investimenti sulla sicurezza interna” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Missili Tomahawk nel Golfo Persico: cosa sono e che bersagli possono colpire in Iran

Si vociferava da mesi: gli Stati Uniti potrebbero ricorrere ai loro famosi missili Tomahawk per colpire l’Iran nell’ipotesi che i negoziati non portino alla risoluzione sperata. E questo è quanto accaduto la scorsa notte. Ma cosa sono i missili Tomahawk? Ecco tutto quello che c'è da sapere.

Il missile Tomahawk, tecnicamente missile da crociera subsonico a lungo raggio, adatto a tutte le condizioni atmosferiche, è progettato per compiere attacchi di precisione contro obiettivi di alto valore o fortemente difesi e può essere lanciato da unità di superficie, come i cacciatorpediniere missilistici classe Arleigh Burke e i sottomarini lanciamissili classe Ohio o i sottomarini d’attacco classe Virginia. Attualmente nel Mar Arabico e nel Mediterraneo orientale sono schierati 15 cacciatorpediniere e almeno 2 sottomarini armati con quelli che si stimano essere almeno 650 missili Tomahawk nella configurazione convenzionale per attacco al suolo.

Grazie alla sua traiettoria di volo a bassa quota e ai suoi sistemi di guida avanzati, una volta lanciato dai moduli di lancio verticali delle unità di superficie o dai lanciatori dei sottomarini, il missile Tomahawk, che misura circa sei metri ed è spinto da un piccolo motore turbofan, può eludere le difese aeree nemiche volando a un’altitudine compresa tra i 30-50 metri dal suolo con una velocità di 880 km/h e l'ausilio di un sistema di telecamere che monitora la coincidenza della traiettoria computerizzata durante l’intera corsa sul bersaglio.

Questi missili, armati con testate esplosive convenzionali, a submunizioni o tattiche, possono raggiungere bersagli a 2.000 km di distanza e potrebbero essere impiegati per colpire infrastrutture critiche, di alto valore, fortificate e strategiche in tutto l’Iran. Tra gli obiettivi presi in esame dagli analisti ci sarebbero di nuovo gli impianti nucleari, come Natanz e Isfahan, il quartier generale e i centri di comando dell’Irgc, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione, e quelli della Basij, la forza paramilitare agli ordini degli Ayatollah, ma anche basi militari dove sono schierate difese aeree e dove si ritiene possano essere custodite delle scorte di missili balistici, sebbene queste siano notoriamente basi sotterranee e ben fortificate che richiedono armi con un’elevata capacità di penetrazione come le Gbu-57, le Massive Ordnance Penetrator sganciate da B-2 nell’operazione Midnight Hammer.

Per questo si ritiene più probabile che gli attacchi di precisione sferrati con i Tomahawk verrebbero lanciati contro installazioni radar, difese aeree, piste di decollo su cui potrebbe fare affidamento la ridotta forza aerea iraniana, o sulle basi navali, nel caso di un’operazione offensiva su vasta scala, mentre nel caso di un “raid chirurgico” su obiettivi ben selezionati nei centri urbani, sebbene il rischio di vittime collaterali potrebbe spingere a riconsiderare il valore effettivo di questo tipo di obiettivi.

Usati con successo durante la Guerra del Golfo, dove ne vennero lanciati ben 280, nella guerra in Iraq del 2003, come arma essenziale della campagna "shock and awe”, durante l’intervento in Libia del 2011 e nell’attacco sferrato sulla Siria nel 2017, quando 59 Tomahawk colpirono la base aerea di Shayrat, questi missili da crociera non sono soltanto un’arma efficace ma anche uno strumento di pressione politica che, attraverso il suo solo dispiegamento in teatro operativo, rafforza le capacità di deterrenza e garantendo una capacità offensiva immediata e a lungo raggio.

  •  

Un po' nave, un po' aereo: come funziona il nuovo "mostro cinese" WaveFly 5X

La Cina vuole cambiare le regole della mobilità sull'acqua. Il nuovo mezzo che sta sviluppando il Dragone si chiama WaveFly 5X ed è stato realizzato dall'azienda Navee, che lo presenta in giro come il primo velivolo ad effetto suolo destinato al mercato consumer. A metà strada tra una nave e un aereo, il veicolo è progettato per muoversi sopra laghi, bacini e specchi d'acqua tranquilli senza bisogno di piste di decollo. La sua particolarità? Quella di sfruttare una tecnologia conosciuta da decenni ma finora rimasta confinata soprattutto all'ambito militare e sperimentale. Ecco che cosa sappiamo.

Come funziona il nuovo veicolo cinese WavFly 5X

Secondo quanto riportato dal South China Morning Post, il WaveFly 5X ha completato il suo primo volo sul lago Taihu, nella provincia cinese dello Jiangsu. Il veicolo utilizza il cosiddetto effetto suolo, un fenomeno aerodinamico che si genera quando un'ala vola molto vicino a una superficie.

In questa condizione si crea un cuscino d'aria compressa tra il mezzo e l'acqua che riduce la resistenza e migliora l'efficienza energetica. Grazie a questo principio il WaveFly 5X riesce a "volare" mantenendosi tra i 30 e i 50 centimetri sopra la superficie, raggiungendo velocità fino a 85 chilometri orari. Può trasportare due persone per un carico massimo di 140 chilogrammi e offre un'autonomia dichiarata di circa 80 chilometri.

L'alimentazione è affidata a batterie sostituibili rapidamente, mentre la struttura è realizzata in fibra di carbonio di grado aerospaziale. Secondo l'azienda, il mezzo è stato concepito per essere utilizzato più come un'imbarcazione che come un aeromobile, evitando così la necessità di una licenza da pilota o di una formazione specialistica.

Il ritorno degli ekranoplani?

L'arrivo del WaveFly 5X richiama inevitabilmente alla memoria gli ekranoplani sovietici della Guerra Fredda, giganteschi mezzi ad effetto suolo che negli anni Sessanta e Settanta alimentarono l'interesse delle forze armate per questa tecnologia.

Per la cronaca, il più celebre fu il cosiddetto "Mostro del Mar Caspio", un bestione lungo oltre 90 metri e considerato all'epoca uno dei velivoli più grandi mai costruiti. Oggi, però, materiali più leggeri, sistemi di navigazione avanzati e propulsioni elettriche stanno rendendo nuovamente appetibile questo concetto, soprattutto per applicazioni civili.

La Cina non è l'unico Paese a investire nel settore: negli Stati Uniti il Dipartimento della Difesa sta sviluppando il programma Liberty Lifter, mentre l'azienda Regent sta testando il proprio Viceroy destinato al trasporto regionale. Con un prezzo di listino di circa 100 mila dollari, il WaveFly 5X punta invece a creare una nuova categoria di mezzi ricreativi e turistici, trasformando una tecnologia nata per scopi strategici in un prodotto accessibile al grande pubblico.

  •  

Ila Berlin 2026, l’Italia porta in vetrina difesa e spazio

Ila Berlin 2026 si apre come uno dei principali appuntamenti internazionali per aerospazio e difesa, con una forte attenzione a industria, innovazione, sicurezza e cooperazione tra Paesi europei. Al Berlin ExpoCenter Airport la fiera riunisce aziende, istituzioni, forze armate e ricerca, offrendo una fotografia dei programmi che stanno ridisegnando il settore.

La presenza italiana è significativa. Gli espositori sono 25, con un padiglione nazionale coordinato da Ita/Ice che raccoglie 13 aziende, accanto alla partecipazione di Aiad e di gruppi come Leonardo, Mbda, Avio Aero ed ELT Group. Il dato industriale si accompagna a una presenza tecnologica che tocca elicotteri, difesa elettronica e osservazione della Terra.

Il debutto operativo dell’AW249

Il simbolo più immediato è l’AW249 di Leonardo, presentato con un esemplare di pre-serie e impegnato per la prima volta anche in voli dimostrativi. Il velivolo, destinato all’Esercito italiano con la denominazione AH-249 Fenice, dovrà sostituire l’AH-129D Mangusta.

Il programma prevede 48 esemplari a partire dal 2027. La novità non riguarda solo il ricambio di una piattaforma. L’AW249 viene presentato come un sistema digitale e interoperabile, pensato per missioni di esplorazione e scorta in scenari multidominio. Il volo a Berlino serve quindi a mostrare capacità operative, integrazione e maturità industriale.

Sentinel-1 NG, nuova generazione in orbita

Nello spazio, il passaggio più rilevante è il contratto assegnato a Thales Alenia Space, joint venture tra Thales e Leonardo, per due satelliti Copernicus Sentinel-1 di nuova generazione. L’accordo con l’Agenzia spaziale europea è la prima tranche di un’intesa complessiva da 700 milioni di euro.

Sentinel-1 NG fornirà dati per ambiente, clima, gestione dei disastri naturali, sorveglianza marittima e monitoraggio di oceani, ghiacci e territorio. I satelliti osserveranno giorno e notte, indipendentemente dalle condizioni meteorologiche. Il radar ad apertura sintetica garantirà una risoluzione fino a quattro volte superiore rispetto alla prima generazione e coprirà aree più ampie. La piattaforma Mila consentirà anche il rientro controllato a fine vita operativa.

Difesa elettronica e asse italo-tedesco

ELT Group porta a Berlino una storia industriale costruita nel tempo con la Germania. Il gruppo opera nel Paese da oltre quattro decenni, con strutture a Meckenheim e un ufficio a Berlino, e partecipa a programmi centrali per la difesa europea come Eurofighter Typhoon e NH90.

La collaborazione riguarda anche la Marina tedesca, con sistemi pensati per proteggere le fregate classe F124 dalle minacce nello spettro elettromagnetico. A Ila, l’azienda presenta inoltre soluzioni che uniscono difesa elettronica, cyber e spazio. Tra queste c’è TEWS, una tecnologia montata su piattaforme mobili che aiuta a intercettare segnali, raccogliere informazioni e migliorare la consapevolezza operativa sul campo.

La partecipazione italiana alla fiera mostra quindi una filiera orientata a programmi europei ad alta intensità tecnologica. Il passaggio decisivo sarà trasformare visibilità, cooperazione e contratti in capacità operative concrete.

  •  

Così Irini diventa il volto della nuova assertività europea in mare

Il 7 giugno una nave dell’operazione europea Irini ha effettuato un flag verification boarding della MV Sandhya in alto mare nell’ambito delle attività europee di contrasto alla cosiddetta shadow fleet russa. L’ispezione è arrivata pochi giorni dopo un’analoga operazione condotta il 1° giugno sulla MV Oneiroi e a meno di un mese da un precedente intervento sulla MV Nelsa, effettuato l’11 maggio. Le attività dell’operazione europea nel Mediterraneo raccontano qualcosa che va oltre la verifica di singole imbarcazioni sospettate di utilizzare una falsa registrazione di bandiera. Queste attività rappresentano uno dei segnali più evidenti dell’evoluzione in corso all’interno di IRINI e, più in generale, della crescente attenzione dell’Unione Europea verso la sicurezza marittima nel Mediterraneo.

Le operazioni sono state condotte sulla base dell’articolo 110 della Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare (Unclos), che consente alle navi militari di esercitare il diritto di visita in presenza di fondati sospetti relativi alla nazionalità di una nave. L’obiettivo è verificare l’autenticità della bandiera dichiarata quando emergono incongruenze documentali o comportamentali, condividendo poi le informazioni raccolte con gli Stati membri e le autorità competenti.

Dal punto di vista operativo si tratta di procedure previste dal diritto internazionale. Dal punto di vista politico, però, il loro significato è più ampio. Nata nel 2020 per contribuire all’attuazione dell’embargo sulle armi verso la Libia, Irini ha progressivamente ampliato il proprio raggio d’azione. L’evoluzione del quadro di sicurezza regionale e il rafforzamento delle attività legate alla Maritime Situational Awareness hanno portato l’operazione ad assumere compiti che vanno oltre il dossier libico, pur mantenendo con esso il legame diretto.

La crescente attenzione verso le reti marittime utilizzate per aggirare i regimi sanzionatori europei si inserisce in questo percorso. Le attività di flag verification boarding vengono considerate a Bruxelles uno strumento utile per aumentare la trasparenza del traffico marittimo e ridurre le aree di opacità che caratterizzano una parte delle attività commerciali nel Mediterraneo.

D’altronde, la proliferazione di navi che operano con registrazioni sospette o con identità poco chiare rappresenta un problema che va oltre il singolo caso. Il rischio percepito è quello di una progressiva erosione delle regole che governano gli spazi marittimi, con la creazione di zone grigie suscettibili di essere sfruttate da attori statali e non statali.

Da qui la convinzione, sempre più diffusa nelle istituzioni europee, che l’Unione non possa limitarsi a monitorare tali fenomeni ma debba dimostrare la capacità di intervenire utilizzando gli strumenti previsti dal diritto internazionale.

La traiettoria di Irini si inserisce dunque in una riflessione più ampia sul ruolo dell’Europa come attore di sicurezza. Negli ultimi mesi il Servizio europeo per l’azione esterna (Eeas) ha più volte richiamato la necessità di rafforzare la presenza europea negli spazi marittimi strategici, mentre l’Alta rappresentante dell’Unione per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Kaja Kallas, ha insistito sulla necessità che l’Europa sia in grado di proteggere in modo più efficace i propri interessi e il proprio vicinato.

In questo quadro, l’operazione nel Mediterraneo viene sempre più spesso considerata come uno dei pochi strumenti europei capaci di produrre effetti tangibili sul terreno. Non soltanto monitoraggio e raccolta di informazioni, ma anche attività in grado di esercitare una forma di pressione concreta sul traffico marittimo ritenuto sospetto.

All’interno dell’operazione questa maggiore assertività viene interpretata come un test della credibilità europea. La questione non riguarda soltanto la shadow fleet o l’applicazione delle sanzioni: il piano si sposta sulla capacità dell’Unione di agire come security provider in un’area che considera strategica come il Mediterraneo.

La percezione è che Bruxelles stia cercando di evitare che il bacino di raccordo geostrategico tra Europa e Asia diventi uno spazio caratterizzato da una crescente competizione incontrollata tra potenze esterne. In questo senso, le attività di Irini assumono anche una valenza di deterrenza e di presenza politica.

I boarding effettuati nelle ultime settimane non modificano da soli gli equilibri del Mediterraneo. Segnalano però una tendenza più ampia: la volontà dell’Unione Europea di utilizzare in modo più sistematico gli strumenti marittimi a propria disposizione per difendere regole, interessi e credibilità strategica. È una trasformazione ancora in corso. Ma i casi Sandhya, Oneiroi e Nelsa suggeriscono che il cambiamento sia già visibile sul mare. D’altronde, ad aprile, era stato il comandante dell’operazione, il contrammiraglio Marco Casapieri, a parlare con Decode39 di questa “nuova fase” dell’operazione, necessaria davanti l’evoluzione delle minacce.

  •  

La nuova Leonardo riparte da Bromo, Gcap e Usa

Leonardo entra nella nuova gestione con un’agenda che tiene insieme spazio, difesa europea e alleanze industriali. Il progetto Bromo, l’iniziativa satellitare con Airbus e Thales, è il dossier più avanzato e simbolico di questa linea, perché punta a unificare attività spaziali europee che negli ultimi anni hanno perso terreno rispetto alla velocità di crescita di SpaceX.

In un’intervista a Bloomberg, il nuovo amministratore delegato Lorenzo Mariani ha indicato Bromo come un passaggio decisivo per il settore. “Bromo è davvero il futuro dello spazio in Europa in termini di business”, ha detto. Il confronto con SpaceX resta inevitabile, ma Mariani distingue i due modelli. L’azienda di Elon Musk viene definita “un’impresa fantastica”, mentre Bromo è presentato come un progetto più ampio, destinato a coprire diversi segmenti dello spazio.

La logica è costruire una piattaforma industriale europea con dimensioni maggiori e competenze integrate. Il progetto non riguarda solo la capacità di competere meglio, ma anche il modo in cui l’Europa organizza le proprie attività spaziali in un mercato sempre più rapido e concentrato.

Il passaggio europeo

Il percorso dipende ora dalle autorizzazioni europee. Mariani prevede il via libera entro la seconda metà del 2027. Bromo sarebbe uno dei primi casi rilevanti del nuovo quadro Ue sulle fusioni, pensato per favorire campioni regionali capaci di reggere il confronto con gruppi statunitensi e cinesi.

Il dossier resta complesso. I passaggi politici e antitrust sono “delicati” e il progetto ha già incontrato resistenze da sindacati e fornitori, preoccupati per l’impatto su occupazione e concorrenza. Mariani sostiene però che anche i sindacati comprendano il peso dell’operazione. “Tutti sanno che abbiamo a che fare con un settore che si sta evolvendo molto velocemente”, ha spiegato. “Quindi dobbiamo fare qualcosa, e questo qualcosa è sicuramente unire le forze, unire le forze in modo intelligente”.

Per Leonardo e i partner, il punto di equilibrio sarà tra integrazione e tutela della filiera. Bromo può dare più scala all’industria europea, ma dovrà superare verifiche regolatorie e resistenze interne al sistema industriale.

Il capitolo difesa

La stessa impostazione ritorna nel dossier Gcap, il programma per il caccia di nuova generazione guidato da Italia, Regno Unito e Giappone. Mariani si dice favorevole, in linea di principio, all’ingresso della Germania, che dal punto di vista industriale e della condivisione dei costi rappresenterebbe un vantaggio.

Il nodo riguarda però i tempi. “Avere la Germania come membro a pieno titolo del team sarebbe una buona cosa”, ha detto Mariani. L’ingresso di un nuovo partner in questa fase rischierebbe tuttavia di essere “dirompente” rispetto all’obiettivo di avere un velivolo operativo e dimostrabile nel 2035. Ogni allargamento richiede infatti accordi su governance, responsabilità e ripartizione del lavoro industriale.

Mariani ha segnalato anche il rischio di una dispersione europea, con più programmi di sesta generazione condotti in parallelo. A rendere più sensibile il quadro c’è anche Team Gen 6, il possibile consorzio guidato da Airbus e formato da otto aziende della difesa dopo il fallimento del programma franco-tedesco-spagnolo Fcas. Per ora resta una traiettoria più che un programma definito, mentre Berlino valuta anche altre opzioni, dall’acquisto di ulteriori F-35 statunitensi all’adesione ad altre iniziative europee. Gcap, il successore del Rafale di Dassault, una possibile iniziativa tedesca e un’estensione svedese del Gripen renderebbero il quadro “davvero impegnativo”. Per Leonardo, la cooperazione deve quindi produrre efficienza, senza aggiungere nuova complessità.

Stati Uniti e aerostrutture

Accanto alla dimensione europea, Mariani intende rafforzare il collegamento con gli Stati Uniti attraverso Leonardo DRS. Difesa aerea e intelligenza artificiale sono tra le aree indicate per una collaborazione più stretta tra le due componenti del gruppo. L’iniziativa Michelangelo viene citata come uno degli ambiti in cui le capacità americane potrebbero offrire il contributo maggiore.

Resta aperta anche la partita delle aerostrutture, una delle attività più difficili di Leonardo. Il gruppo discute con il Public Investment Fund saudita una joint venture dedicata al settore. I colloqui avanzano e un’intesa iniziale è attesa entro la fine dell’anno.

Mariani lega il progetto alla ricerca di nuove opportunità di crescita, “preservando e rafforzando le competenze e le capacità industriali sviluppate in Italia nel corso di decenni”. È una linea che tiene insieme consolidamento europeo, cooperazione transatlantica e gestione delle attività più complesse del gruppo. Il risultato dipenderà dalle autorizzazioni, dalla tenuta dei programmi industriali e dalla capacità di evitare che la cooperazione si trasformi in ulteriore frammentazione.

  •  

Putin spegne le telecamere: il caso Khamenei fa scattare l’allarme al Cremlino

L’asimmetria tecnologica nel dominio informativo sta ridisegnando gli equilibri della sicurezza internazionale. La combinazione tra intelligenza artificiale, reti di sorveglianza urbana e analisi predittiva consente oggi di trasformare infrastrutture civili in strumenti d’intelligence. Il Financial Times riferisce che, dopo un’operazione condotta in Iran attribuita a Israele e Stati Uniti, il Cremlino avrebbe rivalutato l’intero sistema di protezione del vertice statale, fino a disattivare temporaneamente alcune componenti della videosorveglianza riservata alla sicurezza di Vladimir Putin.

Cosa sappiamo

Secondo le ricostruzioni della testata britannica, la rete di telecamere di Teheran sarebbe stata utilizzata come architettura di acquisizione dati per la ricostruzione delle abitudini della leadership iraniana. L’elemento decisivo non sarebbe stato il singolo sensore, ma la massa critica informativa: flussi video continui, intercettazioni telefoniche e correlazioni geospaziali trattati attraverso sistemi di machine learning.

L’analisi avrebbe consentito di costruire profili comportamentali dettagliati degli apparati di sicurezza, includendo turnazioni, percorsi e interazioni operative. Tale approccio, noto nelle dottrine militari come “pattern of life”, consente di trasformare la mobilità quotidiana in una matrice prevedibile. In parallelo, la rete sarebbe stata integrata con altre risorse informative fino a consentire la ricostruzione temporale di una riunione interna dei vertici iraniani con un margine di errore estremamente ridotto.

Guerra multidominio e collasso delle barriere comunicative

L’operazione descritta si sarebbe sviluppata lungo una catena integrata che combina intelligence elettronica, cyber-operazioni e capacità cinetiche di precisione. Le fonti indicano l’impiego di interferenze mirate su infrastrutture di telecomunicazione nell’area sensibile di Teheran, con la temporanea neutralizzazione di nodi cellulari strategici per ridurre la reattività delle forze di sicurezza.

In parallelo, unità specializzate avrebbero utilizzato analisi di rete per mappare la struttura decisionale iraniana, identificando i punti di concentrazione del potere. L’integrazione con un agente sul terreno avrebbe fornito la conferma finale della presenza del vertice politico nel sito colpito. L’attacco sarebbe stato condotto con munizionamento guidato a lungo raggio, impiegato in una finestra temporale ristretta per massimizzare l’effetto sorpresa e colpire la catena di comando, provocando la morte di decine di funzionari di alto livello e alterando gli equilibri interni del sistema di sicurezza iraniano.

Effetto di ritorno e risposta del Cremlino

Le conseguenze dell’operazione hanno prodotto un effetto di ritorno immediato sulle dottrine di sicurezza di altri attori statali. In Russia, secondo quanto riportato dal Financial Times, le autorità avrebbero temporaneamente disattivato segmenti del sistema di videosorveglianza dedicato alla protezione del presidente Putin, avviando una revisione tecnica orientata all’isolamento fisico delle reti e alla riduzione dell’esposizione digitale.

La valutazione strategica è chiara: infrastrutture progettate per garantire sicurezza interna possono diventare superfici di attacco informativo se integrate in ecosistemi digitali vulnerabili alla correlazione massiva dei dati. Il caso iraniano, per alcuni analisti, evidenzia una transizione già in atto: la deterrenza non si gioca più solo sul piano militare convenzionale, ma sulla capacità di controllo dei flussi informativi internazionali . In questo scenario, la distinzione tra sorveglianza, intelligence e targeting militare appare sempre più labile, con effetti diretti sulla stabilità delle gerarchie geopolitiche.

  •  

Fcas e il limite dell’integrazione strategica europea. Il commento di Castellaneta e Preziosa

La fine del programma Fcas (Future Combat Air System) segna molto più del fallimento di un ambizioso progetto aeronautico. Rappresenta una battuta d’arresto per l’idea stessa di integrazione strategica europea e solleva interrogativi che vanno ben oltre il settore della difesa.

Per quasi un decennio Fcas è stato presentato come il simbolo dell’autonomia strategica europea. Francia, Germania e successivamente Spagna avevano immaginato un sistema destinato a sostituire Rafale ed Eurofighter nella seconda metà del secolo. Non si trattava semplicemente di un nuovo caccia, ma di un ecosistema integrato composto da un velivolo di sesta generazione, droni collaborativi, intelligenza artificiale, capacità avanzate di guerra elettronica e un combat cloud in grado di fondere in tempo reale dati provenienti da sensori e piattaforme differenti.

Il fallimento del programma non deriva tuttavia da limiti tecnologici. L’Europa possiede le competenze industriali, scientifiche e finanziarie necessarie per sviluppare un sistema di questo livello. Le ragioni sono essenzialmente politiche e strategiche. Le dispute tra Airbus e Dassault sulla leadership industriale, sulla proprietà intellettuale e sulla distribuzione dei futuri ritorni economici hanno rappresentato soltanto la manifestazione più evidente di divergenze più profonde.

Per la Francia, Fcas avrebbe dovuto essere il successore del Rafale e uno strumento centrale della propria sovranità strategica. Il nuovo velivolo era concepito per operare da portaerei e svolgere missioni nucleari, integrandosi pienamente nella Force de Frappe francese. La Germania, al contrario, vedeva il progetto come un programma autenticamente europeo, fondato su una distribuzione equilibrata di leadership, competenze e benefici industriali.

In sostanza, Parigi e Berlino stavano cercando di costruire lo stesso sistema partendo da concezioni diverse della sovranità.

La vicenda presenta significative analogie storiche. Negli anni Settanta la Francia abbandonò il programma che avrebbe portato alla nascita del Tornado; negli anni Ottanta uscì anche dal progetto destinato a diventare l’Eurofighter Typhoon, scegliendo di sviluppare autonomamente il Rafale. Fcas sembra riproporre la stessa dinamica: la Francia accetta la cooperazione europea finché questa non entra in conflitto con ciò che considera il nucleo della propria autonomia strategica.

La differenza rispetto al passato è che oggi il costo geopolitico di tali scelte è molto più elevato.

Per comprenderne la portata occorre tornare alle origini dell’integrazione europea. Quando Jean Monnet e Robert Schuman concepirono la Comunità europea del Carbone e dell’Acciaio nel 1950, Francia e Germania erano uscite da tre guerre in meno di ottant’anni. Eppure riuscirono a mettere in comune proprio le risorse che rendevano possibile la guerra. L’intuizione era semplice e rivoluzionaria: condividere la sovranità economica per rendere il conflitto non solo indesiderabile, ma anche materialmente più difficile.

Oggi il paradosso è evidente. Dopo decenni di integrazione, con un mercato unico, una moneta comune e istituzioni sovranazionali consolidate, Francia e Germania non riescono a costruire insieme il futuro caccia europeo. La domanda è inevitabile: come è stato possibile condividere carbone e acciaio all’indomani della Seconda guerra mondiale e non riuscire oggi a condividere brevetti, leadership industriale e requisiti operativi?

La risposta è probabilmente che la Ceca nacque da una precisa volontà politica di mettere in comune quote di sovranità. Fcas, invece, si è arenato perché tutti desideravano i vantaggi della cooperazione senza accettarne fino in fondo i costi politici.

Questo elemento assume particolare rilevanza anche alla luce delle recenti iniziative europee volte ad aumentare gli investimenti nella difesa. Si potrebbe infatti osservare che proprio i meccanismi elaborati dall’Unione europea per facilitare l’incremento della spesa militare rischiano di produrre l’effetto opposto a quello dichiarato: rafforzare la frammentazione esistente anziché favorire una reale convergenza verso capacità e programmi comuni. Se manca una visione condivisa degli interessi strategici e della sovranità europea, l’aumento delle risorse disponibili potrebbe tradursi semplicemente in una moltiplicazione di programmi nazionali paralleli.

La vicenda Fcas assume un significato ancora più profondo se osservata attraverso il dibattito sulla deterrenza nucleare europea. Negli ultimi anni, soprattutto dopo l’invasione russa dell’Ucraina, in Germania sono emerse proposte volte a esplorare forme di maggiore integrazione con la deterrenza francese, attraverso meccanismi di protezione estesa o un coinvolgimento europeo più strutturato nella riflessione strategica di Parigi.

Il fallimento di Fcas rende però questa prospettiva più complessa. Se Francia e Germania non riescono a condividere la progettazione del futuro vettore destinato a operare anche nel dominio nucleare, appare difficile immaginare una reale condivisione della dimensione più sensibile della sovranità nazionale.

La deterrenza nucleare non è soltanto una tecnologia. È una relazione politica fondata sulla fiducia. E la fiducia strategica richiede una convergenza di interessi e di visioni che il caso Fcas dimostra essere ancora incompleta. La Francia continuerà probabilmente a considerare la propria deterrenza come uno strumento nazionale al servizio della sicurezza europea, ma difficilmente accetterà meccanismi che limitino la propria autonomia decisionale.

Dalla vicenda emerge anche una conseguenza di natura industriale e geopolitica. Parigi sembra destinata a sviluppare autonomamente il successore del Rafale, mentre Berlino dovrà decidere come preservare le proprie competenze nel settore dei velivoli da combattimento di nuova generazione.

In questo contesto, il Gcap (Global Combat Air Programme), sviluppato da Regno Unito, Italia e Giappone, potrebbe diventare il naturale polo di attrazione per la Germania. Se ciò dovesse accadere, assisteremmo a una significativa ridefinizione degli equilibri industriali europei. Il programma anglo-italo-giapponese diverrebbe il principale progetto occidentale di sesta generazione al di fuori degli Stati Uniti, mentre la Francia proseguirebbe lungo una traiettoria autonoma.

Per l’Italia si aprirebbe una fase di particolare rilevanza strategica. Grazie all’esperienza maturata con Eurofighter, F-35 e con la partecipazione al Gcap, il nostro Paese si troverebbe al centro dell’unico grande programma multinazionale occidentale di nuova generazione oggi pienamente operativo.

La lezione finale della vicenda Fcas è forse la più importante. Per decenni l’integrazione europea ha avuto successo sul piano economico e commerciale. La difesa, tuttavia, richiede qualcosa di diverso: richiede la condivisione del potere e, in ultima analisi, della sovranità.

Fcas non è fallito per mancanza di tecnologie, finanziamenti o competenze industriali. È fallito perché mancava una visione comune della sovranità strategica europea. E se l’Europa non riesce a costruire insieme il velivolo destinato a difenderla, sarà ancora più difficile costruire insieme una deterrenza capace di proteggerla.

  •  

Difesa e consenso, la partita che l’Italia ha smesso di giocare

C’è una frase, pronunciata ad un giornalista da Lorenzo Mariani durante la sua guida di Mbda Italia, che mi è rimasta in testa: “Senza la sicurezza, l’economia non può funzionare”. Oggettivamente vera. Strategicamente rilevante. E narrativamente solitaria come una voce che parla in una stanza vuota, senza che nessuno abbia pensato all’acustica.

Non è una critica a Mariani, oggi in Leonardo a guidare sfide ancora più grandi. È una diagnosi del sistema che quella frase avrebbe dovuto sostenere e amplificare. Perché le parole giuste esistono. Nel mondo della difesa italiana ci sono manager capaci, analisi solide, strategie industriali serie. Il problema è che rimangono dentro le stanze. E fuori dalle stanze, nell’unica arena che determina il consenso nel tempo, il campo è stato lasciato libero a narrazioni altrui. Non è rumore di fondo. È il campo di battaglia vero. Ed è un campo che l’Italia ha lasciato incustodito per troppo tempo.

Chi controlla il frame controlla il giudizio

C’è un principio elementare nella comunicazione politica che il nostro sistema istituzionale non ha mai metabolizzato davvero: non vince chi ha i dati migliori, vince chi imposta la cornice dentro cui quei dati vengono letti. Un frame, per dirla con George Lakoff, non è una bugia ma una prospettiva. E la prospettiva determina il giudizio prima ancora che il ragionamento possa intervenire.

In Italia, il frame dominante sulla difesa è rimasto invariato per decenni: risorse sottratte al sociale per alimentare una macchina militare obsoleta e moralmente ambigua. Dentro questa cornice, qualsiasi investimento in difesa diventa automaticamente un trade-off con sanità, scuola, welfare. Non importa che i numeri raccontino un’altra storia (la spesa per la difesa è strutturalmente inferiore a quella sanitaria) perché il frame non è razionale, è emotivo. E le emozioni, come ha dimostrato Daniel Kahneman in una vita di ricerca, decidono prima che il ragionamento riesca ad attivarsi.

Quando il frame è “armi contro ospedali”, hai già perso. Non perché l’argomento sia giusto, non lo è, ma perché stai portando una statistica a combattere contro un’emozione primaria. Non funziona. Quasi mai.

L’errore strutturale è stato accettare passivamente quella cornice invece di costruirne una alternativa. Per decenni l’approccio istituzionale è stato difensivo nel senso peggiore: giustificare invece di spiegare, reagire invece di affermare. “Sì, lo sappiamo che non piace, ma purtroppo è necessario.” Quando parti da “sì, ma” hai già concesso il terreno. Hai ammesso implicitamente che esiste un ideale morale superiore, un mondo senza difesa, e che tu rappresenti la spiacevole concessione al realismo. Da quella posizione, non puoi che arretrare. Sono stato a fianco di due ministri della Difesa come loro consigliere e posso testimoniare che il problema non era la qualità delle persone né la solidità delle analisi. Era l’assenza sistematica di una strategia narrativa verso il paese reale, quella che esiste nelle stanze e non esce mai da esse.

Il modello che l’Italia non ha mai scelto di seguire

Guardate la Francia. Non Dassault, non Thales, non Naval Group come aziende: guardate lo Stato francese. Parigi ha investito decenni nella costruzione deliberata di una narrazione coerente dove difesa significa sovranità e sovranità significa libertà di scegliere il proprio destino. Non si sono giustificati, hanno affermato. Non hanno chiesto scusa, hanno rivendicato. E lo hanno fatto attraverso comunicazione istituzionale strutturata, curricula scolastici, copertura mediatica organizzata, un Ministère des Armées con una direzione della comunicazione che ha una missione esplicita verso i cittadini, non solo verso i decisori nei corridoi.

Questo non è militarismo. I sondaggi dicono che i francesi non sono più bellicosi degli italiani. È una scelta politica deliberata, mantenuta con continuità attraverso governi di segno opposto. La grandeur militare francese è un progetto di Stato, non un sentimento spontaneo. E soprattutto: è il frutto di decenni di investimento nella narrazione pubblica, non di un’iniziativa estemporanea.

Noi cosa abbiamo fatto? Silenzio istituzionale sistematico. L’idea, comprensibile per certi versi, che fosse meglio non provocare dibattiti, che l’esposizione pubblica portasse più rischi che opportunità. Il risultato è prevedibile: quando lasci un vuoto narrativo, altri lo riempiono. In Italia lo hanno riempito populisti di varie sfumature e pacifisti ideologici, con narrazioni spesso false ma tremendamente efficaci. Perché erano le uniche disponibili.

Il silenzio non è neutralità. È resa.

L’occasione che non possiamo sprecare ancora

Proprio adesso, con il non-paper del ministro Crosetto sui conflitti ibridi, si apre un nuovo spazio narrativo, forse il più favorevole degli ultimi trent’anni. E sarebbe un errore storico sprecarlo come abbiamo fatto con le occasioni precedenti. La guerra ibrida dissolve le categorie tradizionali che rendevano il tema della difesa così difficile da comunicare al grande pubblico. Non è più militari contro civili, pace contro guerra, spese militari contro welfare. Quando la minaccia è un attacco cyber agli ospedali, quando il sabotaggio colpisce le reti elettriche delle città, quando la disinformazione sistematica destabilizza le elezioni democratiche, allora proteggere significa proteggere tutti. Non più “loro” che spendono soldi per le armi, ma un “noi” collettivo esposto a minacce che non hanno più niente di astratto o lontano.

Questo è il cambio di frame che l’Italia non ha ancora fatto. Non più “armi contro ospedali” ma “proteggere gli ospedali richiede capacità di difesa cyber”. Non più “spese militari contro welfare” ma “il welfare funziona solo se le infrastrutture critiche sono al sicuro”. Non è retorica ma la descrizione accurata di uno scenario che l’Ucraina ha reso visibile a chiunque volesse guardare.

Un cambio di frame di questa portata non lo possono fare le aziende. Non è il loro ruolo, non è la loro legittimità e sarebbe sbagliato aspettarselo. Può farlo solo lo Stato. Con continuità, con risorse dedicate, con una strategia comunicativa che esista ancora domani mattina e non solo il giorno della conferenza stampa.

Tre cose concrete

Cosa servirebbe, dunque? Non un piano strategico da cento pagine. Tre cose concrete, che altri paesi fanno già da anni.

La prima è la trasparenza sistematica sui dati d’impatto: occupazione, distribuzione territoriale, ricadute sulla ricerca, formazione delle competenze avanzate. Non comunicati stampa episodici ma dati pubblici, aggiornati, accessibili a tutti. In Francia è prassi ordinaria del Ministère des Armées. In Italia è ancora un’eccezione che dipende dalla buona volontà dei singoli.

La seconda è una comunicazione istituzionale strutturata e continua. Non l’audizione parlamentare tecnica che non guarda nessuno, non il comunicato che finisce negli archivi digitali. Una presenza costante nei luoghi dove si formano le opinioni. Oggi quei luoghi sono i podcast, i canali digitali, i format che parlano alle nuove generazioni. Quelle stesse generazioni che dopo l’Ucraina hanno sviluppato una consapevolezza pragmatica sulla sicurezza che nessuna istituzione italiana sta ancora intercettando.

La terza, e più difficile: la volontà politica di sostenere quella narrazione nel tempo, indipendentemente da chi governa. La grandeur francese non cambia con le elezioni. La nostra assenza narrativa, purtroppo, è rimasta costante attraverso tutti i governi che ho servito e osservato. È un problema culturale prima ancora che politico e i problemi culturali si risolvono solo con scelte deliberate e continuative, non con le buone intenzioni di turno.
Tra dieci anni la domanda non sarà quanto abbiamo investito in difesa. Sarà se eravamo ancora capaci di spiegare ai cittadini perché lo avevamo fatto. E quella capacità non si improvvisa all’ultimo momento: si costruisce adesso, o non si costruisce più.

Siamo pronti a farlo? O aspettiamo, ancora una volta, che siano altri a raccontare la storia al posto nostro?

 

  •  

Tajani e Crosetto ridisegnano la mappa delle missioni italiane

Dall’Ucraina al Medio Oriente, fino all’Iraq e alla Somalia. Sono queste le direttrici principali della relazione con cui Antonio Tajani e Guido Crosetto hanno illustrato alle Commissioni Esteri e Difesa la partecipazione italiana alle missioni internazionali. Il quadro tracciato dal governo tiene insieme guerra, sicurezza dei contingenti, rotte strategiche e stabilizzazione di aree considerate decisive per gli interessi italiani.

La delibera prevede circa 7.500 militari impegnati, con un contingente massimo che può arrivare a 12mila unità, 37 assetti navali e 147 aerei. Lo stanziamento indicato è di circa 1,38 miliardi di euro, con una riduzione prossima al 6 per cento rispetto all’anno precedente. Dentro questi numeri si muove una linea politica che punta a confermare la presenza italiana nei principali teatri di crisi.

Ucraina, sostegno a Kyiv e rischio nucleare

Sull’Ucraina, Crosetto ha descritto una guerra ancora bloccata in una “sostanziale situazione di stallo”. La frase più forte riguarda il rischio nucleare. Per il ministro della Difesa, “torna attuale la minaccia atomica che pensavamo di aver consegnato ai libri di storia”. Una soluzione soltanto militare, ha aggiunto, “appare difficilmente perseguibile sul lungo termine”.

Tajani ha confermato il sostegno italiano a Kyiv, anche attraverso nuovi fondi per infrastrutture energetiche e sminamento. Ha però riconosciuto che un accordo con Mosca resta “lontanissimo”. La posizione del governo resta quindi costruita su due piani, aiutare l’Ucraina a difendersi e mantenere aperta la prospettiva di un negoziato, con un ruolo europeo nel passaggio finale.

Libano e Unifil, la sicurezza dei militari italiani

Nel Libano meridionale, la priorità indicata da Tajani è la sicurezza degli oltre mille militari italiani impegnati in Unifil e nella missione bilaterale Mibil. Il ministro ha sintetizzato la posizione con una formula netta, “i caschi blu non si toccano”.

Il mandato di Unifil è destinato a terminare, ma per il governo restano aperte le esigenze di sicurezza lungo la Linea blu e nel Sud del Libano. Per questo Roma ha posto alle Nazioni Unite e in Europa il tema della futura presenza internazionale nell’area. La questione non riguarda solo la continuità della missione, ma la tenuta di un presidio considerato essenziale per evitare un ulteriore deterioramento del fronte libanese.

Medio Oriente, rotte e mandato internazionale

Il Medio Oriente è stato descritto come il quadrante più esposto al rischio di allargamento delle crisi. Tajani ha richiamato gli attacchi iraniani contro Israele, la risposta israeliana e la minaccia degli Houthi di chiudere Bab el-Mandeb, lo stretto tra Mar Rosso e Oceano Indiano dove opera la missione europea Aspides a comando italiano.

Il governo lega ogni possibile impegno alla cornice multilaterale. “Non andremo mai a Hormuz da soli”, ha detto Tajani, chiarendo che un’eventuale partecipazione italiana per la libertà di navigazione richiederebbe una bandiera internazionale, europea, dell’Onu o comunque un mandato condiviso. È il limite politico fissato dall’esecutivo per evitare iniziative isolate in uno scenario già fragile.

Iraq e Somalia, le nuove missioni

La delibera apre anche due nuove missioni bilaterali, in Iraq e in Somalia. In Iraq, l’impegno italiano si inserisce nella fase di transizione legata alla conclusione dell’operazione contro il Daesh e punta a sostenere le forze di sicurezza locali.

In Somalia, Crosetto ha spiegato che il rafforzamento risponde a una richiesta del governo somalo per attività di formazione. Il ministro ha definito il Paese un punto fondamentale per i rapporti tra Africa e Asia e per le rotte commerciali del continente africano. La logica è costruire condizioni minime di sicurezza attraverso forze locali più solide. È una missione limitata negli strumenti, ma significativa per la strategia italiana in Africa, dove stabilità, formazione e presenza militare vengono presentate come parti dello stesso disegno.

  •  

Difesa aerea, ecco perché la Svizzera guarda al sistema italo-francese Samp/T

La Svizzera sta valutando l’acquisizione di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio mentre le consegne dei sistemi Patriot ordinati agli Stati Uniti registrano ritardi che potrebbero protrarsi fino al 2032 o oltre. Lo ha dichiarato Markus Mäder, segretario di Stato per la Sicurezza, indicando il sistema franco-italiano Samp/T come la principale opzione europea presa in esame da Berna.

La Svizzera aveva acquistato nel 2022 cinque batterie Patriot nell’ambito del programma Air2030 per un valore di circa 2,3 miliardi di franchi svizzeri. Le consegne erano inizialmente previste tra il 2027 e il 2028, ma il calendario è stato successivamente posticipato di almeno cinque anni.

Secondo Mäder, la priorità della Svizzera è garantire l’interoperabilità con il contesto europeo. “Vogliamo essere interoperabili con il nostro ambiente, e il nostro ambiente è l’Europa”, ha affermato in un’intervista al Financial Times. Pur escludendo l’abbandono del programma Patriot, Mäder ha spiegato che Berna sta valutando soluzioni complementari alla luce dei ritardi accumulati.

Un eventuale ordine del Samp/T rappresenterebbe una novità significativa per la strategia di approvvigionamento svizzera. Il governo ha confermato il mese scorso di aver ricevuto risposte da Francia, Germania, Israele e Corea del Sud nell’ambito della ricerca di un secondo sistema di difesa aerea e missilistica a lungo raggio.

Il Samp/T è il principale sistema europeo della categoria ed è attualmente in fase di evoluzione verso la versione Samp/T NG. Il programma è sviluppato da MBDA insieme ai partner industriali Thales e Leonardo. Le prime consegne della nuova versione a Francia e Italia sono previste entro la fine di quest’anno, mentre la Danimarca è diventata nel 2024 il primo cliente export del sistema, con consegne attese a partire dal 2028.

Pur mantenendo la propria posizione di neutralità e restando al di fuori della Nato e dell’Unione europea, la Svizzera intende rafforzare la cooperazione in materia di difesa con i Paesi vicini. Mäder ha sottolineato che Berna si considera “parte integrante della sicurezza europea”.

Il segretario di Stato ha inoltre ribadito che una maggiore cooperazione con l’Europa non è incompatibile con il mantenimento dei rapporti con Washington. “Vogliamo intensificare la cooperazione con l’Europa, ma allo stesso tempo mantenere quella cooperazione in materia di sicurezza e difesa che funziona bene con gli Stati Uniti”, ha dichiarato. 

  •  

Il caccia europeo franco-tedesco non verrà mai prodotto: progetto fallito a causa dello scontro tra Airbus e Dassault

Il fallimento era stato in qualche modo anticipato dalle indiscrezioni dei mesi scorsi. Oggi, ad ufficializzarlo ci hanno pensato fonti del governo tedesco: il progetto del caccia europeo costruito in partnership tra Francia e Germania attraverso i loro colossi dell’aviazione Airbus e Dassault è definitivamente fallito. L’aereo da combattimento Fcas (Future Combat Air System), quindi, non vedrà mai la luce. Rivelazioni giornalistiche sostenevano che il “tradimento” fosse opera di Friedrich Merz, più interessato al progetto curato da Italia, Regno Unito e Giappone (Global Combat Air Programme). Ed è proprio da Berlino che arriva l’annuncio della fine del progetto: “Il presidente Macron e il cancelliere federale sono giunti alla valutazione condivisa che le aziende coinvolte non siano riuscite a trovare un’intesa sulla costruzione di un caccia comune – spiegano fonti governative tedesche – Il cancelliere Merz ha quindi suggerito al presidente Macron di non proseguire nella costruzione di un aereo da combattimento comune”.

Il sistema d’armi era stato ideato per sostituire gradualmente i rispettivi caccia nazionali, oltre a quelli spagnoli, e vantava una tecnologia innovativa definita un ‘sistema di sistemi‘, dato che l’aereo pilotato avrebbe dovuto collaborare con sciami di droni e un cloud da combattimento. Un progetto da miliardi di euro che doveva entrare in funzione dagli anni Quaranta del 2000 e avrebbe avuto il merito di unificare i sistemi d’arma di tre fra i principali Paesi dell’Ue, ma che oggi deve essere considerato definitivamente abortito a causa di controversie durate anni su competenze, tecnologie e ripartizione degli appalti. L’unica eredità che questo progetto mai nato potrebbe lasciare è quella di un sistema comune europeo, con la rinuncia allo sviluppo franco-tedesco e la creazione esclusiva di un cloud militare europeo. Le fonti tedesche che hanno dato l’annuncio precisano non a caso che “questo rappresenta in qualche modo il sistema nervoso che mette in rete aerei, droni e altri componenti in un insieme integrato”.

L'articolo Il caccia europeo franco-tedesco non verrà mai prodotto: progetto fallito a causa dello scontro tra Airbus e Dassault proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Scaf, il caccia franco-tedesco non volerà mai. Ora Berlino guarderà al Gcap?

Il Système de combat aérien du futur (Scaf) non volerà mai, e adesso è ufficiale. Secondo quanto riporta il settimanale tedesco Der Spiegel, il cancelliere tedesco Friedrich Merz e il presidente francese Emmanuel Macron avrebbero concordato di bloccare definitivamente lo sviluppo del caccia di sesta generazione franco-tedesco (e spagnolo), mettendo la parola fine a uno dei progetti di difesa più travagliati dell’ultimo decennio. La decisione era nell’aria da mesi (per non dire anni), complice il complesso rapporto tra i soggetti industriali dei due Paesi, ma adesso si apre un’altra partita: cosa faranno Parigi e Berlino? E quanto è probabile che almeno uno dei due guardi adesso concretamente all’opzione Gcap?

Un programma che non s’aveva da fare

Il programma era nato dalla volontà di Macron e dell’allora cancelliera Angela Merkel di dotare l’Armée de l’Air et de l’Espace e la Luftwaffe di un velivolo da combattimento di sesta generazione da immettere in servizio tra il 2035 e il 2040. Al nucleo franco-tedesco si era successivamente aggiunta la Spagna, con Dassault Aviation come appaltatore principale per il caccia di nuova generazione e Airbus come partner industriale per Berlino e Madrid. Il valore complessivo del programma era stimato in oltre cento miliardi di euro. Sin dall’inizio, però, l’Fcas/Scaf non partiva con i migliori auspici. Le problematiche sulla suddivisione del lavoro tra Airbus e Dassault non erano mai state superate, con negoziazioni continue e sempre difficili tra le parti. Il nodo centrale era quello della governance industriale, con Dassault che riteneva indispensabile l’esistenza di un leader unico in grado di decidere sui sotto-appaltatori, sulle forme dell’aereo e di assumersi la responsabilità di portarlo in volo, mentre Airbus spingeva nella direzione opposta. A un certo punto, la Francia avrebbe persino comunicato alla Germania di voler ottenere l’80% del workshare complessivo del programma, una richiesta che avrebbe ulteriormente avvelenato il clima delle trattative. Il ceo di Dassault, Eric Trappier, aveva denunciato che la metodologia di lavoro frammentata era la causa principale dei continui ritardi, lamentando discussioni “inutili e infinite” che impedivano qualsiasi avanzamento concreto. A marzo 2026, lo stesso Trappier aveva dichiarato pubblicamente che il programma era da considerarsi “morto” se lo scontro con Airbus non fosse stato risolto. Non lo è stato.

“Il fallimento del programma Scaf/Fcas dimostra la difficoltà del collaborare con l’industria francese, e più in generale con la Francia, le quali non hanno evidentemente ancora maturato una visione moderna del concetto di collaborazione, inteso come lavorare assieme anziché come partecipazione minoritaria in un programma in tutto e per tutto francese”, ha detto Gregory Alegi, storico e docente presso la Luiss Guido Carli, parlando con Airpress“In questo senso”, prosegue Alegi, “lo scenario del caccia è lo stesso che abbiamo visto nel passato recente con l’idea del carro armato europeo. Riuscire a superare questa mentalità è un elemento fondamentale in una fase storica in cui costruire una difesa europea è una priorità assoluta; anche sotto il profilo industriale, senza il quale non può esserci una vera sovranità”.

Prospettiva condivisa anche da Michele Nones, vice presidente dell’Istituto affari internazionali (Iai), il quale riconduce questa decisione anche alla rinnovata postura tedesca sulla difesa. “È evidente che, con la decisione di Berlino di investire massicciamente nel settore della difesa, l’alleanza franco-tedesca, che era basata sulla supremazia francese, non poteva andare avanti”.

E adesso?

La domanda che si pone tutta l’industria della difesa europea è cosa succederà ai due protagonisti di questo naufragio. I percorsi di Parigi e Berlino sembrano ora destinati a divergere nettamente. Per la Francia, la traiettoria più probabile è quella del ritorno a un programma nazionale. Non sarebbe la prima volta, il Rafale (oggi considerato uno dei caccia di quarta generazione più capaci al mondo) nacque proprio quando Parigi decise sfilarsi dal programma Eurofighter con gli altri partner europei e, in generale, la preferenza francese per soluzioni interamente nazionali è ben nota.

Per la Germania, invece, il discorso è più articolato, e potenzialmente più interessante per l’Italia. Già negli scorsi mesi era emerso che il cancelliere Merz aveva sondato la disponibilità dell’Italia ad accogliere Berlino nel programma Gcap (il Global Combat Air Programme, sviluppato con Regno Unito e Giappone) durante il bilaterale Italia-Germania di gennaio. A dicembre 2025, il ministro Guido Crosetto aveva già dichiarato davanti al Parlamento che la Germania avrebbe potuto probabilmente aderire al progetto in futuro, aggiungendo che anche Australia, Arabia Saudita e Canada avevano manifestato interesse. Il programma Gcap sarebbe peraltro strutturalmente compatibile con la scelta tedesca degli F-35, essendo stato pensato anche per Paesi che già utilizzano o utilizzeranno il caccia americano. Un dettaglio non irrilevante per Berlino, che negli ultimi anni ha investito nella flotta Lockheed Martin. I vantaggi non sarebbero solo per la Germania però. Un ingresso di Berlino nel programma porterebbe infatti investimenti pubblici e capacità tecnologico-industriali private che renderebbero il programma ancora più solido.

“Se la Germania si sgancia”, aggiunge Nones, “Berlino torna a essere un attore estremamente importante per le altre possibili collaborazioni, perché nemmeno con i suoi massicci investimenti può pensare di fare tutto da sola”. Procedendo in autonomia, la Germania “rischierebbe di ritrovarsi con una frammentazione completa del mercato europeo e questo ripropone la possibilità di cercare nuovi accordi con i tedeschi. Non solo sul Gcap, ma ad esempio anche sul progetto di elicottero anti-carro, settore in cui l’Italia ha il programma più avanzato in ambito europeo”.

Restano però degli ostacoli. Innanzitutto, le prime acquisizioni del Gcap sono previste non prima del 2035 (e forse anche dopo il 2040), il che renderà necessaria una pianificazione di bilancio a lungo termine. I tre Paesi fondatori (Italia, Regno Unito e Giappone) dovranno poi trovare un accordo politico su come e quando aprire il programma ai nuovi partecipanti, proprio onde evitare la ripetizione di dinamiche analoghe a quelle dell’Fcas/Scaf. Ma il naufragio definitivo del caccia franco-tedesco, per quanto telefonato, cambia ora le carte in tavola e, per il Gcap (ormai unico programma di sesta generazione in Europa) potrebbe essere la migliore notizia degli ultimi anni.

  •  

Al Forum Machiavelli prende forma la nuova equazione della difesa

La quinta edizione del Forum Machiavelli Difesa, a Roma, ha restituito il quadro di una difesa chiamata a cambiare tempi, strumenti e linguaggio. Il tema scelto per il 2026, “Qualità e quantità: affrontare e vincere le sfide di massa e innovazione”, ha attraversato il confronto tra governo, Forze armate e industria, sullo sfondo di conflitti ibridi, droni, aerospazio, cybersicurezza e nuove forme di pressione sotto soglia.

Sicurezza e sistema Paese

Il punto di partenza è la natura delle minacce. Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, le ha descritte come “sempre più pervasive, sempre più difficili da individuare, sempre più capaci di produrre effetti concreti sulla sicurezza dei cittadini e sulla tenuta delle nostre democrazie”. Da qui discende una trasformazione della Difesa che non può limitarsi all’acquisto di nuove tecnologie. La digitalizzazione, ha avvertito il ministro, “deve tradursi in un cambiamento reale, non solo tecnologico, ma soprattutto mentale”.

Il passaggio riguarda lo strumento militare, ma anche ciò che gli sta intorno: industria, università, centri di ricerca, imprese. Isabella Rauti ha ricondotto il tema alla capacità del sistema Paese di sostenere nel tempo lo sforzo richiesto dai nuovi scenari. “La tecnologia è una condizione necessaria, ma non sufficiente”, ha spiegato la sottosegretaria alla Difesa. La qualità serve a garantire vantaggio operativo e superiorità informativa, ma “è la quantità che garantisce durata, resilienza, rigenerazione delle forze e capacità di sostenere lo sforzo nel tempo”.

In questa cornice, gli investimenti diventano anche una questione politica. Il presidente della commissione Difesa del Senato, Maurizio Gasparri, ha ricordato che la spesa per la difesa ha ricadute tecnologiche e industriali, ma soprattutto si lega alla sicurezza collettiva: “Senza investimenti nella difesa non c’è libertà, non c’è vita e non c’è futuro”.

Dati, spazio e droni

La trasformazione passa poi dalla capacità di vedere, decidere e reagire più rapidamente. Per il capo di Stato maggiore dell’Aeronautica, Antonio Conserva, dati, spazio e resilienza cyber sono ormai la base della difesa futura. I sistemi di comando e controllo dovranno raccogliere ed elaborare informazioni da sensori, velivoli, droni e assetti spaziali. “Senza questa infrastruttura, basata su dati certi e digitali prontamente disponibili al decisore, non si va da nessuna parte”, ha osservato il generale.

I conflitti in corso mostrano anche come mezzi a basso costo possano modificare in profondità il campo di battaglia. In Ucraina, ha ricordato Conserva, i droni con visuale in prima persona stanno creando una “kill zone” che rende “quasi impossibile la manovra terrestre per come l’abbiamo intesa fino ad oggi”. La loro diffusione, anche presso attori non statuali, segnala una “democratizzazione dell’uso delle tecnologie” che obbliga a ripensare difesa e deterrenza.

Lo stesso tema si riflette nel dominio marittimo. Giuseppe Berutti Bergotto ha indicato nei mezzi senza pilota una direttrice inevitabile di sviluppo. Le crisi attuali dimostrano che “servono dei mezzi nuovi”, ma la questione non è sostituire le piattaforme tradizionali. Per il capo di Stato maggiore della Marina, la priorità è farle dialogare con i sistemi unmanned: “È la connessione, quello che nel futuro farà la differenza”.

Industria e produzione

La capacità militare dipende infine dalla velocità con cui industria e istituzioni riescono a programmare, produrre e rigenerare scorte. Nel ragionamento di Lorenzo Mariani, amministratore delegato di Leonardo, la risposta passa da una cooperazione europea più concreta, da procedure di acquisto meno rigide e da una maggiore continuità nei programmi comuni. Occorre, ha spiegato, “mettere a fattor comune anche attività di procurement in Europa”, mentre l’aumento progressivo dei finanziamenti resta “mandatorio”.

Ancora più netto il richiamo di Giuseppe Cossiga, presidente di Mbda Italia e di Aiad, alla capacità di adattamento del sistema produttivo. Italia ed Europa, ha osservato, non sono pronte “alla guerra che vediamo combattere oggi” e, allo stesso tempo, “non saremo pronti neanche alla prossima”. Il punto critico resta la lentezza con cui il sistema riesce a reagire: “Siamo diventati lenti nell’aumentare la produzione e lenti nel concepire e fare conto delle nostre idee”.

Dal Forum resta l’immagine di una difesa chiamata a muoversi su più piani nello stesso tempo. Non basta inseguire l’innovazione, se mancano capacità produttiva, continuità negli investimenti e riserve sufficienti a sostenere crisi prolungate. È su questo equilibrio, tra tecnologia, industria e massa, che si misura oggi la credibilità dello strumento militare.

  •  
❌