Reading view

Morto a novant’anni il giurista Natalino Irti: avvocato e accademico, è stato maestro del diritto civile

È morto a novant’anni Natalino Irti, tra i più autorevoli giuristi italiani del secondo Novecento e una delle voci più influenti del diritto civile contemporaneo. Originario di Avezzano (L’Aquila), avvocato e professore ordinario, è stato accademico dei Lincei, presidente emerito dell’Istituto italiano per gli studi storici e dal 1977 docente all’Università La Sapienza di Roma, dove ha insegnato istituzioni di diritto privato, diritto civile e teoria generale del diritto, contribuendo alla formazione di generazioni di magistrati, avvocati e accademici. È stato anche presidente del Credito Italiano, vicepresidente dell’Enel, membro del consiglio d’amministrazione dell’Iri (Istituto per la ricostruzione industriale) e del Comitato per le privatizzazioni. Il nome di Irti resta legato soprattutto a “L’età della decodificazione”, opera con cui ha interpretato la progressiva perdita di centralità del codice civile e la nascita di sottosistemi normativi autonomi, governati da logiche e principi propri. Una riflessione che ha segnato in profondità il modo di leggere il diritto privato nell’Italia contemporanea, aprendo un confronto sul ruolo della dottrina, sulla certezza del diritto e sul rapporto tra codici, leggi speciali, economia e potere politico.

“Con Natalino Irti scompare uno dei protagonisti assoluti del pensiero giuridico italiano”, lo ricorda il presidente del Consiglio nazionale forense (l’organismo di vertice dell’avvocatura) Francesco Greco. “La sua riflessione ha attraversato il diritto nella sua dimensione più profonda, interrogandosi non solo sugli istituti ma sul senso stesso dell’ordinamento. Ha ridefinito il modo di leggere il codice civile e il diritto privato contemporaneo ed è stato sempre un osservatore attento alle trasformazioni profonde della società. Il Consiglio nazionale forense tutto lo ricorda con gratitudine e reverenza e si stringe al dolore della famiglia”. Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione bancaria italiana, “ricorda commosso la limpida figura di Natalino Irti, che è stato anche banchiere e che fino alla scomparsa era proboviro” dell’associazione: “Di Natalino ho sempre ammirato la profonda cultura giuridica dell’insigne docente, le grandi e poliedriche sensibilità culturali e l’impegno professionale rigoroso. Con lui già negli anni Ottanta parlavamo di privatizzazioni bancarie, in anticipo rispetto a quanto poi sarebbe avvenuto”, dichiara in una nota.

L'articolo Morto a novant’anni il giurista Natalino Irti: avvocato e accademico, è stato maestro del diritto civile proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Papa Leone XIV parla ai migranti dal “porto della vergogna” delle Canarie: “La dignità umana non ha un passaporto”

Parla dal molo di Arguineguin, approdo dei migranti della rotta atlantica a Gran Canaria, noto come il ‘molo della vergogna’ e simbolo della crisi migratoria del 2020. Alle spalle, i professionisti del Salvamento Maritimo a bordo di una nave. In prima fila, tra le autorità, c’è il premier Pedro Sanchez. Papa Leone XIV, nella penultima tappa del suo viaggio in Spagna, incontra migranti e volontari, e concentra il suo messaggio sulla dignità della persona. E dopo aver ascoltato le testimonianze dei sopravvissuti, si è avvicinato al bordo del molo per gettare in mare una corona di fiori in segno di commemorazione delle vittime dei naufragi, morte nella rotta atlantica dall’Africa all’Europa, in un gesto che ricorda quello dell’8 luglio 2013 di papa Francesco a Lampedusa.

“Cari migranti: prima di dirvi qualsiasi altra parola, voglio inchinarmi davanti alla vostra dignità. Non siete numeri, né fascicoli! Siete persone con una famiglia e una casa che vi siete lasciata alle spalle, con sogni che nessuno ha il diritto di disprezzare – ha esordito il Pontefice nel suo intervento -. La dignità umana non ha passaporto, né perde valore quando attraversa una frontiera. La dignità umana – ha continuato – esige vie legali e sicure, soccorso e assistenza, cooperazione reale contro i trafficanti, protezione effettiva delle vittime, processi seri di accoglienza e integrazione, e politiche che permettano a ogni persona di vivere con dignità nella propria terra”. “Se esiste il diritto di cercare rifugio”, ha aggiunto, “esiste anche il diritto di non dover migrare: di rimanere nella propria casa senza fame, senza guerra, senza persecuzioni, senza che la corruzione rubi il pane ai poveri e le armi distruggano il futuro dei bambini. Non possiamo abituarci a contare i morti”.

Prevost ha poi precisato che “non basta gestire gli arrivi, distribuire cifre, rafforzare le frontiere o lamentare le morti quando sono già avvenute”. “Ogni barca che arriva – ha sottolineato interpellando le coscienze – non porta solo migranti; porta con sé una domanda: che mondo abbiamo costruito, se tanti fratelli devono rischiare la morte per cercare la vita? Da quest’isola, – dice in un passaggio applaudito – vorrei che la voce di coloro che hanno parlato oggi raggiungesse chi ha in mano responsabilità decisive – autorità civili, parlamenti, governi e organizzazioni internazionali – e anche le comunità cristiane, le altre tradizioni religiose e tutti gli uomini e le donne di buona volontà”. Per il Pontefice, “ogni vita umana è una benedizione di Dio. Nessuno può comprarla, venderla, usarla o scartarla, perché in ogni persona risplende l’immagine e la somiglianza del Creatore”. Parlando appunto della testimonianza di un migrante, Leone osserva: “Ci hai raccontato di aver lasciato il tuo Paese, non perché lo volessi, ma perché non c’era altra scelta. Nelle tue parole sentiamo il dramma di tante persone costrette a partire perché la povertà, la guerra, la minaccia o lo sfruttamento hanno chiuso loro ogni altra strada. Vorrei che questo messaggio arrivasse a te e a tante donne vittime della tratta e dello sfruttamento: se altri hanno dato un prezzo al tuo corpo, Dio non ha mai smesso di guardarti come una persona di valore inestimabile. Se hanno voluto rinchiuderti in un passato di dolore, Dio continua a pronunciare su di te una promessa di futuro. Se ti hanno trattata come una cosa, la Chiesa vuole dirti oggi: sei figlia e sorella, sei una benedizione. La tua vita non appartiene a chi ti ha fatto del male”. Il Papa si è poi rivolto alle istituzioni, perché il dramma dei migranti “deve diventare un esame di coscienza: per le nazioni di origine, che devono creare condizioni di pace, giustizia e sviluppo, per le nazioni di transito, chiamate a proteggere e a non lasciare i deboli nelle mani di reti criminali, per l’Europa, che non può proclamare la dignità umana e abituarsi a che il Mediterraneo e l’Atlantico siano cimiteri senza lapidi, per la comunità internazionale, chiamata a una cooperazione efficace e perseverante”.

Perché Arguineguin è chiamato “il porto della vergogna”– Il nome nasce dalla crisi migratoria del 2020 quando, in piena pandemia Covid, in una sola settimana sbarcarono circa tremila migranti partiti dalle coste africane (Mauritania, Senegal e Marocco) a bordo di imbarcazioni di fortuna inadatte all’oceano (chiamate pateras o cayucos). Viste le misure restrittive in vigore e la mancanza di strutture adeguate, le banchine di asfalto del porto si sono trasformate in un campo di accoglienza improvvisato, sovraffollato e inadeguato con migliaia di persone costrette a rimanere accampate all’aperto per giorni, senza ripari adeguati, servizi igienici sufficienti o cibo a sufficienza. Solo la Caritas e i volontari fecero fronte ai bisogni dei migranti. A fronte delle restrizioni imposte dalla pandemia, i migranti sono rimasti a lungo ad Arguineguin, in attesa di un trasferimento in strutture adeguate all’interno dell’isola. Una situazione di stallo che ha generato condizioni di estrema precarietà, attirando le critiche delle organizzazioni umanitarie per la gestione inadeguata e tardiva da parte delle autorità. A seguito di questa grave crisi e dell’attenzione mediatica internazionale, la zona è diventata il simbolo delle tragiche traversate nel tentativo di raggiungere l’Europa. Più recentemente, a causa della forte mobilitazione della società civile e della Caritas per soccorrere i naufraghi, il molo è stato simbolicamente ribattezzato da alcuni come il “porto della speranza” (Muelle de la esperanza)

L'articolo Papa Leone XIV parla ai migranti dal “porto della vergogna” delle Canarie: “La dignità umana non ha un passaporto” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Voglio dire addio alla mia bambina”: la mamma di Beatrice potrà partecipare ai funerali della bimba di due anni

“Voglio dire addio alla mia bambina”. Ci sarà anche Emanuela Aiello, la mamma di Beatrice, la bambina di due anni morta lo scorso febbraio a Bordighera (Imperia), ai funerali della piccola. La donna, in carcere con l’accusa di maltrattamenti alla figlia aggravati dalla morte, come anticipa il Secolo XIX, ha chiesto e ottenuto di poter partecipare alle esequie la cui data non è ancora stata fissata.

Per poter organizzare la cerimonia, infatti, la procura di Imperia sta attendendo la relazione definitiva del medico legale che ha voluto eseguire ulteriori accertamenti sul Dna trovato sul corpo della piccola.

Aiello, per poter partecipare, dovrà essere trasferita dal carcere Cotugno Lorusso di Torino dove si trova in isolamento da circa tre mesi. La donna è accusata della morte della piccola insieme al compagno, Emanuel Iannuzzi.

Alle esequie parteciperà anche il padre biologico della piccola a sua volta detenuto per altri reati.

Intanto la zia di Beatrice ha chiesto di ottenere l’affidamento delle due sorelle della vittima, oggi in una struttura protetta: è anche grazie ai loro racconti che è stato possibile ricostruire quanto avvenuto alla piccola che sarebbe stata picchiata quasi quotidianamente nei due mesi precedenti alla morte.

L'articolo “Voglio dire addio alla mia bambina”: la mamma di Beatrice potrà partecipare ai funerali della bimba di due anni proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Treni, nuovi lavori a Firenze a luglio: percorsi cambiati e tempi più lunghi in 9 giorni per chi viaggia tra Nord e Sud

Quasi nove giorni di stop, divisi in due tranche, per rimuovere un ponte e varare quello nuovo. Non sarà una un luglio semplice per il nodo ferroviario di Firenze, a causa dei lavori di sostituzione del cavalcaferroviaria stradale Ponte al Pino. L’opera, realizzata da Rete ferroviaria italiana, rappresenta “un intervento significativo per il rinnovo e il potenziamento della sicurezza di un’infrastruttura” che collega il centro di Firenze con l’area di Campo di Marte, spiega l’azienda illustrando il piano di quei giorni che rientra in un più ampio quadro di interventi già illustrati nelle scorse settimane per preparare i passeggeri agli eventuali disagi ai quali andranno incontro a causa dei cantieri, in molti casi legati ai lavori previsti dal Pnrr.

Per quanto riguarda i lavori a Firenze, le attività entrano nella fase più complessa che richiederà due interruzioni della circolazione ferroviaria: dalle 23 del 5 luglio alle 4 del 10 luglio e dalle 23 del 26 luglio alle 11 del 30 luglio. Per garantire la continuità dei collegamenti, una parte dei treni a lunga percorrenza sarà deviata sulla linea Tirrenica, una parte avrà origine o destinazione a Firenze Santa Maria Novella per i collegamenti verso il Nord e a Firenze Campo di Marte per quelli verso il Sud, mentre alcuni collegamenti prevedranno un trasferimento in autobus tra le due stazioni.

Le modifiche di percorso si rendono necessarie per l’interruzione della circolazione sulle tratte Firenze Campo di Marte-Firenze Rifredi e Firenze Campo di Marte-Firenze Santa Maria Novella. La sospensione avrà effetti su tutta l’offerta di Trenitalia, dai Regionali fino all’Alta Velocità (anche di Italo) e, per tentare di restringere il perimetro dei disagi, sarà rimodulata con una riduzione di circa il 50% dei treni programmati. Nel dettaglio, spiega Ferrovie dello Stato, verranno instradati sulla linea Tirrenica due treni ogni ora tra quelli che coprono la tratta Roma-Milano-Torino; saranno inoltre garantiti quattro treni ogni ora da e per Firenze Santa Maria Novella verso il Nord e tre treni ogni ora da e per Firenze Campo di Marte verso il Sud.

I treni deviati sulla Tirrenica registreranno un incremento dei tempi di viaggio fino a circa 2 ore e 30 minuti, mentre per i collegamenti con trasferimento in autobus tra Santa Maria Novella e Campo di Marte l’allungamento sarà di circa un’ora e trenta minuti. Nel momento i cui si acquisterà un biglietto, il sistema di vendita sia di Trenitalia che di Italo indicherà già le modifiche di orario e di percorso così da permettere ai passeggeri di programmare gli spostamenti.

L'articolo Treni, nuovi lavori a Firenze a luglio: percorsi cambiati e tempi più lunghi in 9 giorni per chi viaggia tra Nord e Sud proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Ha fatto cose che non volevo, poi sono arrivati i suoi amici”: la studentessa spagnola violentata a Milano racconta la mezz’ora del terrore

“Ha iniziato a fare cose che non volevo” poi “ho visto arrivare altri suoi amici“. È il racconto della studentessa spagnola di 20 anni, a Milano per uno stage nell’ambito del programma Erasmus, che ha denunciato di essere stata violentata da un gruppo di ragazzi fuori da un locale la notte tra il 22 e il 23 maggio scorso.

Come riporta il Corriere della Sera, la ragazza ha ricostruito davanti agli investigatori la mezz’ora, definita “brutale” dagli inquirenti, vissuta con quei ragazzi.

Tutto comincia alla discoteca The Beach, in zona Ortica. La giovane è lì con un’amica, una connazionale, per la serata “Fu…ing Beach”. A un certo punto perde di vista l’amica, anche se non ricorda l’ora esatta, e si va a “sedere sui divanetti presenti su una pedana in un angolo del locale”.

Lì viene avvicinata da dei ragazzi, due all’inizio. Sono coetanei, ricostruisce il Corriere, e italiani. “Non ricordo chi si è avvicinato per primo ma abbiamo iniziato a parlare”, racconta. Una situazione normalissima per una serata tra giovani. Poco dopo arriva l’invito di uno dei due ad accompagnarlo fuori. Lì, però, per la 20enne inizia l’incubo. Il coetaneo prima la porta lontano dal locale, tra le auto parcheggiate. Dietro di loro c’è l’altro amico che li sta seguendo. Iniziano così le violenze, “cose che non volevo” fare, racconta ancora la studentessa, descrivendo l’arrivo di altri amici dei due ragazzi. “Ricordo che avevo paura – dice ancora – non so se mi hanno spinto o preso per il braccio”. Il branco la strattona e si sposta in un posto ancora più appartato: l’auto di uno degli aggressori. Lì proseguono gli abusi.

Alla fine la ragazza viene buttata fuori dall’auto. Lei arriva all’ingresso del locale e racconta tutto prima al buttafuori, poi all’amica. Da lì la catena per l‘attivazione del codice rosso, la visita in ospedale, alla Mangiagalli, la denuncia in questura, e poi il rientro in Spagna.

Ora gli investigatori, coordinati dalle pm Letizia Mannella e Rosaria Stagnaro, stanno cercando di incrociare dati dei telefoni e immagini per risalire agli aggressori.

L'articolo “Ha fatto cose che non volevo, poi sono arrivati i suoi amici”: la studentessa spagnola violentata a Milano racconta la mezz’ora del terrore proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Nessy Guerra: “Mio ex marito arrestato? Ora ho paura di ritorsioni, non posso ancora lasciare l’Egitto”

Dopo l’arresto dell’ex marito, Nessy Guerra, la cittadina italiana che da mesi si trova bloccata nel Paese insieme alla figlia di tre anni, accusata di adulterio e condannata a sei mesi di detenzione con divieto di espatrio, non si sente ancora al sicuro.

L’uomo è stato arrestato dalle autorità egiziane dopo una serie di denunce e segnalazioni che lo riguardavano, comprese quelle presentate da rappresentanti della rete diplomatica italiana, ma per Guerra, dice in una lunga intervista al Corriere della Sera, “non è cambiato quasi nulla”. “Lui è stato arrestato – spiega – io sono ancora qui. Non posso uscire di casa, non posso prendere un aereo, non posso tornare a Sanremo”.

La donna, infatti, vive in un posto sicuro a Hurghada con la figlia, ma “non è vita”, dice ancora. Alla piccola, che ha tre anni, racconta spesso dell’Italia ma, spiega, ha “paura di prometterle qualcosa che non dipende da me”.

Per l’italiana l’auspicio è che l’arresto del marito sia una “leva” per la giustizia egiziana. “Non cancella la condanna per adulterio né il blocco dell’espatrio di mia figlia, però dimostra che non siamo davanti soltanto a una lite familiare“, ribadisce, sottolineando poi di avere quasi più paura di lui che di una condanna in cassazione. “Finora non sono stata ascoltata – racconta ancora – La sentenza d’appello sembra la copia di quella di primo grado. Non è stato considerato che sono vittima di violenza, che lui è stato condannato in Italia, che il testimone indicato come mio presunto amante ha ritrattato. Invece sono stati ritenuti credibili tre testimoni portati da lui”.

Ora Guerra teme “ritorsioni” e anche di “essere arrestata” e che la figlia “continui a crescere senza una vita normale”. L’appello è anche all’Italia per fare un “atto politico”, vale a dire “un rimpatrio per motivi di sicurezza” e “protezione per me e per mia figlia”.

L'articolo Nessy Guerra: “Mio ex marito arrestato? Ora ho paura di ritorsioni, non posso ancora lasciare l’Egitto” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Camionista fa inversione al casello di Bologna e imbocca l’autostrada A1 contromano: la manovra pericolosa ripresa dalle telecamere

Manovra pericolosa per un camionista, un autotrasportatore ungherese di 44 anni, al casello di Bologna Casalecchio. L’uomo ha imboccato contromano l’autostrada A1 dopo aver effettuato un’inversione di marcia al casello. L’episodio è avvenuto nella prima mattina di venerdì 5 giugno e si è concluso con la denuncia del conducente da parte della Polizia di Stato.

Il camionista guidava una bisarca carica di autovetture quando, anziché uscire regolarmente dal casello, ha invertito il senso di marcia percorrendo contromano lo svincolo di immissione. Una manovra ad alto rischio soprattutto per gli altri automobilisti che però, fortunatamente, non ha provocato incidenti. A immortalare la scena in tempo reale sono state le telecamere del Centro Operativo della Polizia Stradale. Così le pattuglie della Sottosezione di Bologna Sud della Polstrada sono subito intervenute fermando il veicolo e contestando al conducente la violazione dell’articolo 176, comma 20, del Codice della Strada. Per il camionista sono scattati la revoca della patente e il fermo amministrativo del mezzo per tre mesi.

L'articolo Camionista fa inversione al casello di Bologna e imbocca l’autostrada A1 contromano: la manovra pericolosa ripresa dalle telecamere proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Dassilva assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli. La moglie: “È stata fatta giustizia” – Video

Louis Dassilva assolto e immediatamente liberato dopo oltre 16 ore di camera di consiglio della Corte di assise di Rimini: per i giudici, non è lui l’assassino di Pierina Paganelli, anziana vicina di casa dell’unico imputato, uccisa il 3 ottobre del 2023. Dassilva rischiava la condanna all’ergastolo, chiesta dal pm Daniele Paci, ed era in carcere da luglio 2024. “Penso che sia veramente una giornata molto importante per lui. Non solo perché riacquista la libertà, ma perché finalmente una corte accoglie quello che lui ci ha sempre detto”, ha dichiarato l’avvocato Riario Fabbri, legale di Louis Dassilva. La moglie del senegalese, Valeria Bartolucci si è detta “felice perché è stata fatta un po’ di giustizia”.

L'articolo Dassilva assolto per l’omicidio di Pierina Paganelli. La moglie: “È stata fatta giustizia” – Video proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Beatrice Venezi impugna la risoluzione del contratto con La Fenice: “Provvedimento nullo e discriminatorio”

Contesta la decisione resa pubblica nelle scorse settimane e ribadisce la volontà di proseguire regolarmente l’attività professionale prevista dal contratto sottoscritto tra le parti. La direttrice d’orchestra Beatrice Venezi ha formalmente impugnato il recesso dal rapporto di collaborazione con il Teatro La Fenice, dove era stata nominata dal sovrintendente Nicola Colabianchi, con incarico di quattro anni a partire dal 1° ottobre 2026. Secondo quanto si legge nella lettera inviata dagli avvocati della musicista alla Fondazione lirico-sinfonica veneziana, di cui l’Adnkronos ha preso visione, Venezi sarebbe venuta a conoscenza attraverso gli organi di stampa della comunicazione rilasciata il 26 aprile scorso di Colabianchi, che annunciava l’interruzione del rapporto di lavoro “per presunte e apodittiche ‘dichiarazioni’, in alcun modo precisate, rese dal maestro Beatrice Venezi ad una non meglio individuata e precisata ‘stampa internazionale’ e che in ragione di tali presunte ed imprecisate dichiarazioni sarebbe stata lesa l’immagine della Fondazione”. Nella lettera si puntualizza inoltre che il rapporto di lavoro è stato “costituito con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, decorrente dal 1° ottobre 2026 al 5 marzo 2030”.

A fare scattare il provvedimento di licenziamento, era stata l’intervista rilasciata il 23 aprile scorso al giornale argentino La Nación, in cui Venezi ha accusato l’orchestra di nepotismo: “Non vengo da una famiglia di musicisti. E questa è un’orchestra nella quale i posti si passano praticamente di padre in figlio”, le sue parole. Per il sovrintendente, “tali affermazioni, non condivise nel merito e nei giudizi espressi, risultano incompatibili con i principi della Fondazione e con la tutela e rispetto dovuto ai professori d’orchestra”. La Fondazione, conclude, “ribadisce il proprio impegno nella promozione di un ambiente professionale fondato sul rispetto reciproco, sulla collaborazione costruttiva e sull’eccellenza artistica”.

Nella comunicazione, i legali di Venezi contestano la legittimità del provvedimento, definendolo “nullo, illegittimo, inefficace e discriminatorio”. La direttrice sostiene, inoltre, che le dichiarazioni contestate non siano state specificate e che le motivazioni addotte dalla Fondazione risultino generiche. La musicista manifesta la propria disponibilità a rispettare gli impegni contrattuali assunti, confermando l’intenzione di mettere a disposizione della Fondazione le proprie competenze artistiche e professionali e di svolgere tutte le attività preparatorie, organizzative e produttive necessarie all’esecuzione dell’incarico. Nella lettera, Venezi scrive, infatti, che da parte sua “conferma che – in ossequio all’impegno contrattuale assunto – intende continuare a mettere a disposizione della stessa Fondazione le proprie energie e prestazioni artistiche professionali e compiere tutte le attività professionali, organizzative e produttive preliminari ed essenziali al rapporto lavorativo siglato tra le parti, nonostante le numerose attività ostative ad oggi poste in essere dalla dirigenza apicale al fine di limitare ed impedire l’esecuzione delle stesse prestazioni lavorative”. I legali concludono riservandosi l’adozione dei ”provvedimenti ritenuti più opportuni e prudenziali a tutela dei diritti e degli interessi della propria assistita”.

Secondo quanto risulta all’Adnkronos, la lettera è stata trasmessa dai legali di Venezi alla Fondazione Teatro La Fenice tramite posta elettronica certificata nella tarda serata di martedì 9 giugno. La direttrice d’orchestra è assistita dallo Studio Legale Andretta di Napoli, specializzato in diritto del lavoro. La comunicazione è firmata oltre che da Venezi anche dall’avvocata Maria Cristina Lanero e dall’avvocato Francesco Andretta. La lettera sarà oggi all’attenzione della Fondazione, nel giorno in cui, alle ore 11.30, il sovrintendente e direttore artistico Nicola Colabianchi presenterà la nuova stagione 2026/2027 del Gran Teatro La Fenice.

L'articolo Beatrice Venezi impugna la risoluzione del contratto con La Fenice: “Provvedimento nullo e discriminatorio” proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Scontro tra tir e furgone sulla superstrada Sora-Avezzano: morti tre operai edili. La dinamica dell’incidente

Un violento scontro tra un tir e un furgone. E le tre persone a bordo di quest’ultimo che hanno perso la vita. È successo nel pomeriggio all’altezza dello svincolo per Sora Nord della superstrada Sora-Avezzano, nel Frusinate. L’incidente ha coinvolto un autoarticolato Renault Truck 480 e un furgone cassonato Fiat 250 con a bordo alcuni lavoratori di un’impresa edile.

La dinamica è in fase di accertamento da parte dei carabinieri della compagnia di Sora. Da quanto si apprende, l’autoarticolato ha centrato il pieno lo sportello del conducente del furgone che, stando alla posizione dei mezzi, viaggiava nella sua stessa direzione. Due persone sono morte sul colpo, un cittadino nigeriano di 29 anni alla guida e il passeggero alla sua destra, un operaio edile di 66 anni. Il terzo operaio che era con loro è stato portato all’ospedale Santissima Trinità di Sora ma anche lui è deceduto e non è stato ancora identificato. Alla guida del tir, invece, c’era un uomo di 57 anni residente a Raiano, in provincia de L’Aquila. Illeso ma sconvolto.

Sul posto sono intervenute tre pattuglie dei carabinieri della compagnia di Sora, personale sanitario del 118, i vigili del fuoco e squadre dell’Anas. La statale 690 “Sora-Avezzano” è stata provvisoriamente chiusa al traffico in direzione del confine con la Regione Abruzzo, in corrispondenza del km 40 e deviato con uscita obbligatoria allo svincolo di Sora Nord al km 42. L’autoarticolato appartiene alla società Di Nino Trasporti con sede a Pratola Peligna, il furgone è dell’impresa edile Edil Pe. Costruzioni di Frosinone.

L'articolo Scontro tra tir e furgone sulla superstrada Sora-Avezzano: morti tre operai edili. La dinamica dell’incidente proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Caso Minetti e il giornalismo da sottosuolo: le lezioni di chi scrive senza sapere (e a volte senza nemmeno capire) | il commento

Il Fatto Quotidiano dovrebbe chiedere scusa”. È Paolo Mieli, decano dei giornalisti italiani, che offre a Marco Travaglio la possibilità di divenire un salice piangente, che lo faccia apparire finalmente genuflesso e con lui il giornale, e col giornale tutti coloro che hanno pensato che il caso Minetti sia stata la più clamorosa anche un po’ vergognosa storia d’appendice del fantastico mondo di Silvio B. Mieli inaugura così la più vasta operazione di prossimità del giornalismo da sottosuolo. In definitiva un’opera di scavo al contrario, dove il viceversa diviene destino e il protagonista della vicenda, cioè il principio, si riduce a ospite inatteso, testimone muto, corpo invisibile.

Infatti la notizia della grazia, presa in sé, presto sparisce dalle note d’agenzia. Non è più la decisione del presidente della Repubblica ad essere commentata, favorevolmente o meno. Le forze giornalistiche, raggruppate in una sorta di invincibile armata contro questo giornale, sorprese dall’audacia, nel tempo a loro dire divenuta incoscienza, definiscono il nostro lavoro come una truce abilità alla denigrazione. Di chi? Della Minetti, forse, di Mattarella sicuramente. Si è così venuto a disporre, nello sviluppo del confronto, la pianta organica del giornalismo da sottosuolo. È una tecnica che capovolge i principi e rinuncia a valutare i fatti, a rispondere alle memorabili cinque domande di chi si avvicina a questo mestiere: cosa è accaduto, per mano di chi, dove, come, quando e perché. Inizia il Domani a indagare sull’inchiesta del Fatto, a svolgere accertamenti sul nostro accertamento dimenticando l’oggetto: perché Nicole Minetti ha ricevuto la grazia? Perchè il suo nome è stato scelto tra le migliaia di domande giunte al Quirinale? E poi: la grazia si fondava su una condizione ( il figlio incurabile in Italia) rivelatasi vera o meno? E infine: il lifestyle uruguaiano, il Gin Tonic, il ranch da mille e una notte, le feste rispondano a verità o a fantasia.

Il Domani ha fatto trasmigrare la mendacia da lei a noi, proponendo una sperimentazione del contrario, dell’ignoto rispetto al noto. Il figlio di Minetti poteva o no essere curato in Italia? La massaggiatrice Graciela ha detto la verità o la bugia al Fatto? E il Fatto ha preso per oro colato le sue parole o le ha verificate. Infine: lo stile di vita, le feste, l’immagine del ranch erano conosciute in Uruguay già prima della concessione della grazia oppure no? La notizia capovolta era che avessimo denigrato per abitudine all’odio. La valutazione antropologica delle abilità giornalistiche nostre è del Foglio che mira, nella consueta rassegna, a sondare la crisi ormonale del giornalismo del Fatto, la spudoratezza come sintomo di una malattia esecrabile, fuori dal recinto della salute pubblica. Il Fatto, ovvero il Falso, ovvero il Fango. Sulle effe i colleghi del Foglio hanno prodotto una meritoria partitura affidandoci il senso della loro disistima e naturalmente fregandosene dei fatti giacché loro scrivono solo gli antefatti e non si perdono nelle cronache della vita. Del perché alla Minetti sia stato concesso un provvedimento di clemenza non avendo nessuno dei requisiti previsti a loro frega zero. Nulla. Siamo sotto lo zero di interesse fogliante rispetto al successivo quesito: perché Sergio Mattarella, sempre prudentissimo e misurato, si è reso protagonista di un atto che, col senno del poi, macchia la sua figura, colpisce il suo prestigio e costituisce il primo serio inciampo.

Per chi tifa Maurizio Belpietro, il direttore de la Verità? Ma per Nicole Minetti logicamente! E cosa si augura Belpietro? Che il Fatto, magari coperto di decreti ingiuntivi, si ritrovi a essere lobotomizzato dal rude Cipriani, il newyorkese super ricco. Libero, al cui timone è da pochi giorni è approdato Alessandro Sallusti al quale, guarda tu il destino, il Quirinale nel 2012 concesse la clemenza (pena detentiva commutata in pena pecuniaria), vorrebbe Travaglio sul patibolo o, in mancanza, in qualche spiaggia di Guantanamo. È tutto un corri corri ad aiutare Minetti, a sollevare Mattarella da ogni responsabilità e ad accusare il Fatto di ogni nefandezza. Così lHuffington Post si chiede dove mai sia giunto il diritto di critica allungandosi fino al punto di non indietreggiare davanti a una ritrattazione della massaggiatrice in una confessione giurata davanti al notaio. Volete di più? Volete davvero arrivare al punto di non credere che la massaggiatrice si è sbagliata, ha visto gatti e li ha scambiati per orchi, donne per escort? Nemmeno davanti al qui pro quo il Fatto si ferma, e l’Huffington chiede allora l’intervento dell’ordine dei giornalisti o di qualcuno che fermi i cronisti e soprattutto tagli le mani a quelli del Fatto. E la reputazione? Le risposte al prossimo ciclo di lezioni, questa volta sul giornalismo impressionista giacché non è necessario capire ciò che si scrive.

L'articolo Caso Minetti e il giornalismo da sottosuolo: le lezioni di chi scrive senza sapere (e a volte senza nemmeno capire) | il commento proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Arrestato in Egitto l’ex marito di Nessy Guerra: era stato denunciato per minacce anche al console italiano

Una svolta arriva dall’Egitto nella vicenda di Nessy Guerra, la cittadina italiana che da mesi si trova bloccata nel Paese insieme alla figlia di tre anni, al centro di una complessa battaglia giudiziaria con l’ex marito. L’uomo è stato arrestato dalle autorità egiziane dopo una serie di denunce e segnalazioni che lo riguardavano, comprese quelle presentate da rappresentanti della rete diplomatica italiana. Secondo quanto riferito da fonti informate, l’uomo era già stato condannato in via definitiva dalla magistratura italiana per diversi reati commessi in Italia, tra cui atti persecutori e lesioni personali, oltre a furto e truffa. Negli ultimi mesi il suo nome era tornato al centro dell’attenzione anche per presunti episodi intimidatori avvenuti in Egitto.

L’arresto arriva infatti dopo una denuncia presentata alla polizia egiziana dal console onorario d’Italia a Hurghada per minacce e tentativo di aggressione. Stando alle ricostruzioni emerse nei giorni scorsi, Hamouda si sarebbe presentato insieme alla madre presso il resort che ospita il consolato onorario, dove avrebbe rivolto pesanti intimidazioni nei confronti del rappresentante italiano. La vicenda era stata raccontata pubblicamente dalla stessa Nessy Guerra in un video diffuso sui social network. La donna aveva denunciato che l’ex marito e la suocera avrebbero minacciato il console chiedendo denaro e prospettando gravi conseguenze fisiche in caso di rifiuto.

La storia di Nessy Guerra è diventata un caso diplomatico e giudiziario seguito con attenzione anche in Italia. La donna è infatti sottoposta a un divieto di espatrio che le impedisce di lasciare l’Egitto insieme alla figlia. Nei mesi scorsi è stata inoltre condannata a sei mesi di detenzione e lavori forzati con l’accusa di adulterio, una sentenza che ha suscitato forte attenzione mediatica e sulla quale la difesa continua a contestare la fondatezza delle accuse. Parallelamente è in corso il contenzioso relativo all’affidamento della bambina, cittadina italo-egiziana, che vede contrapposti i due genitori davanti ai tribunali egiziani. In attesa delle decisioni della magistratura locale, Nessy Guerra ha più volte dichiarato di vivere nascosta insieme alla figlia e ai propri genitori per timore di possibili aggressioni o ritorsioni da parte dell’ex marito.

L'articolo Arrestato in Egitto l’ex marito di Nessy Guerra: era stato denunciato per minacce anche al console italiano proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Coltivazione piante di papavero da oppio in zona vietata per la frana di Niscemi: due denunciati

La scoperta ha sorpreso anche i carabinieri. In un’area impervia di Niscemi (Caltanissetta), sottoposta a interdizione dopo la frana del gennaio scorso, c’era una intera piantagione di piante di papavero da oppio. I militari dell’Arma hanno trovato una coltivazione di circa 720 piante di Papaver somniferum.

Il ritrovamento è avvenuto nel corso di un’operazione condotta dai militari dello squadrone eliportato Cacciatori Sicilia, con il supporto dei carabinieri della Stazione locale. La zona, caratterizzata da fitta vegetazione e condizioni di difficile accesso, è risultata completamente isolata e rientra tra quelle interdette per motivi di sicurezza legati al dissesto del terreno.

Secondo quanto ricostruito dagli investigatori, le piante si trovavano in avanzato stato di maturazione e sarebbero servite alla produzione di sostanze stupefacenti. I carabinieri hanno denunciato alla Procura di Gela un uomo di 57 anni e una donna di 48 anni, entrambi residenti a Niscemi, ritenuti responsabili della coltivazione. Su disposizione dell’autorità giudiziaria, l’intera piantagione è stata sequestrata.

L'articolo Coltivazione piante di papavero da oppio in zona vietata per la frana di Niscemi: due denunciati proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Camionista ubriaco guida un tir in contromano per 10 chilometri sull’A26: denunciato e revocata la patente

Stava guidando ubriaco contromano in autostrada, la polizia è riuscito a fermarlo prima che ferisse qualcuno. È successo nei giorni scorsi sulla A26 Voltri-Sempione: il camionista alla guida di un tir ha proseguito la sua corsa per circa 10 chilometri.

Quando la polizia stradale lo ha fermato è risultato positivo all’etilometro, con un valore di 2,18 g/l. È stato denunciato per guida in stato di ebrezza e sanzionato amministrativamente per il contromano con patente revocata e fermo amministrativo dell’autoarticolato per tre mesi.

Intorno alle 22.00, le pattuglie della polstrada della sezione di Novara hanno ricevuto la segnalazione di un tir in contromano nel tratto Romagnano Sesia – Vercelli Est. Una volta raggiunto il punto, avvicinandosi al mezzo, le due pattuglie hanno usato il dispositivo safety-car per rallentare e bloccare i veicoli che sopraggiungevano nel senso di marcia corretto, al fine di evitare collisioni. Nei 1o chilometri percorsi, il conducente ha urtato più volte il guard-rail. L’autoarticolato è quindi stato intercettato all’altezza dell’intersezione con l’A4 Torino-Milano e, grazie alle manovre di interruzione del traffico messe in atto, è stato posto in sicurezza fuori dalla carreggiata.

FOTO DI ARCHIVIO

L'articolo Camionista ubriaco guida un tir in contromano per 10 chilometri sull’A26: denunciato e revocata la patente proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

“Molestie per un passeggero su tre”, un’indagine della Statale di Milano fotografa la “paura” su metro, treni e autobus

Un passeggero su tre dichiara di aver subito almeno una molestia sui mezzi pubblici. È il dato che colpisce maggiormente nella ricerca “Sentirsi al sicuro sui mezzi pubblici: una priorità per tutti”, realizzata dall’Università Statale di Milano insieme all’Agenzia del trasporto pubblico locale della Città metropolitana di Milano, Monza e Brianza, Lodi e Pavia.

L’indagine, presentata nell’Aula Magna di via Festa del Perdono come ripotano i media milanesi, ha raccolto le risposte di oltre 3.500 persone appartenenti alla comunità universitaria, tra studenti, docenti e personale tecnico-amministrativo. Un campione numericamente ampio, che consente di individuare tendenze significative, ma che rappresenta una popolazione specifica e non l’insieme degli utenti del trasporto pubblico lombardo. Un elemento metodologico importante per interpretare correttamente i risultati.

Dai contatti fisici ai furti: le tipologie

Il quadro che emerge racconta comunque una percezione di insicurezza diffusa. Oltre l’80% degli intervistati utilizza abitualmente il trasporto pubblico come principale mezzo di spostamento e quasi il 30% riferisce di aver vissuto direttamente episodi di molestie o comportamenti ritenuti intimidatori. Le esperienze riportate variano sensibilmente a seconda del genere. Tra le donne prevalgono gli apprezzamenti verbali indesiderati e i contatti fisici inappropriati. Tra gli uomini, invece, emergono soprattutto minacce, aggressioni e furti. Una differenza che riflette forme diverse di vulnerabilità nello spazio pubblico e che contribuisce a modellare la percezione del rischio.

Più ancora degli episodi denunciati, a colpire è il senso di solitudine raccontato da molte vittime. In una larga maggioranza dei casi, infatti, chi assiste non interviene. Lo studio richiama il cosiddetto “bystander effect“, il fenomeno per cui i testimoni di una situazione problematica tendono a non agire, spesso pensando che lo farà qualcun altro oppure per timore di esporsi personalmente.

I livelli di insicurezza percepita

La ricerca evidenzia inoltre come il timore non sia distribuito in modo uniforme. Donne, anziani, persone con disabilità e appartenenti a minoranze etniche dichiarano livelli di insicurezza più elevati rispetto alla media. Le fasce orarie serali e le zone periferiche sono indicate come i contesti in cui la percezione del rischio aumenta maggiormente.

Un aspetto particolarmente interessante riguarda le conseguenze concrete di questa percezione. Per molti intervistati il problema non si limita al disagio psicologico: la paura modifica le abitudini quotidiane, induce a evitare determinati percorsi o orari e, nei casi più estremi, può limitare la libertà di movimento. È su questo punto che insistono i promotori dello studio, sottolineando come la sicurezza percepita sia una componente essenziale della qualità del servizio, al pari dell’efficienza e della puntualità.

I risultati mostrano anche che la sicurezza non dipende soltanto dalla presenza di reati o comportamenti illeciti. Illuminazione delle fermate, pulizia degli ambienti, affollamento, presenza di personale e qualità degli spazi influenzano in modo significativo il senso di protezione dei passeggeri. In altre parole, la sicurezza percepita nasce dall’insieme delle condizioni che accompagnano l’esperienza di viaggio. Tra le proposte avanzate dagli intervistati figurano il rafforzamento della presenza visibile di personale e forze dell’ordine, l’estensione dei sistemi di videosorveglianza, il miglioramento dell’illuminazione e delle infrastrutture, oltre a campagne di sensibilizzazione rivolte ai cittadini per favorire una maggiore responsabilità collettiva.

Lo studio non pretende di misurare in termini assoluti il fenomeno delle molestie sui mezzi pubblici, ma offre una fotografia significativa di una popolazione che utilizza quotidianamente metro, treni, tram e autobus. Un’indicazione che, pur non essendo automaticamente estendibile a tutti gli utenti del trasporto pubblico, evidenzia come il tema della sicurezza percepita sia ormai parte integrante del dibattito sulla mobilità urbana e sull’accessibilità delle città.

L'articolo “Molestie per un passeggero su tre”, un’indagine della Statale di Milano fotografa la “paura” su metro, treni e autobus proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Sara Vetrano travolta e uccisa sul Lago Maggiore, indagato il conducente della Panda. Il dolore del padre accanto al corpo della figlia

C’è un uomo che si stende sull’asfalto accanto al corpo della figlia e resta lì, immobile, mentre attorno continuano a lampeggiare le luci delle ambulanze. È l’immagine – raccontata dal Corriere della Sera – che più di ogni altra racconta il dramma seguito all’incidente costato la vita a Sara Vetrano, la studentessa di 17 anni travolta e uccisa domenica pomeriggio a Maccagno, sul Lago Maggiore. Domenica un’auto ha travolto un gruppo di giovani pedoni: oltre alla ragazza morta, quattro giovani tra cui la sorella della vittima sono finiti in ospedale in gravi condizioni.

Mentre la famiglia affronta ore devastanti, la Procura di Varese ha aperto un’inchiesta per omicidio stradale e lesioni stradali. Nel registro degli indagati è stato iscritto il 31enne di Luino che era alla guida della Fiat Panda finita contro il gruppo di ragazzi diretti verso la spiaggia. Gli investigatori attendono ora gli esiti degli esami tossicologici disposti sull’automobilista per verificare se si fosse messo al volante dopo aver assunto alcol o sostanze stupefacenti. Nel frattempo è stato disposto il sequestro della vettura e verranno affidate una consulenza cinematica per ricostruire l’esatta dinamica dell’investimento e una consulenza medico-legale sulle cause del decesso della giovane e sulle lesioni riportate dagli altri feriti.

Secondo la ricostruzione finora emersa, l’auto avrebbe perso il controllo all’uscita di una curva prima di travolgere i cinque ragazzi che stavano raggiungendo il lago. Per Sara non c’è stato nulla da fare. La tragedia ha avuto conseguenze pesantissime anche per la sua famiglia. Tra i feriti c’è infatti la sorella ventenne della ragazza, ricoverata all’ospedale di Monza in prognosi riservata. Le sue condizioni continuano a destare preoccupazione. Un’altra giovane coinvolta nell’incidente resta sotto osservazione all’ospedale di Varese, ma con un quadro clinico considerato complessivamente soddisfacente. Non preoccupano invece le condizioni degli altri due ragazzi investiti.

Nelle ore successive all’incidente è emerso il racconto del padre delle due sorelle, accorso sul luogo della tragedia dopo essere stato avvertito dell’accaduto. Quando è arrivato sulla statale, il corpo della figlia era già stato coperto dai soccorritori. L’uomo si è sdraiato accanto a Sara, rimanendole vicino in silenzio per lunghi minuti. Una scena che ha colpito profondamente chi si trovava sul posto e che è diventata il simbolo del dolore di una famiglia spezzata nel giro di pochi istanti.

Sara avrebbe compiuto 17 anni il 19 giugno. Frequentava l’indirizzo Servizi per la sanità e l’assistenza sociale dell’Ipc Einaudi di Varese ed era conosciuta per il suo impegno in oratorio e nelle attività dedicate ai più piccoli. Sognava di diventare psicologa e, secondo il ricordo di insegnanti e amici, aveva fatto dell’attenzione agli altri una sua caratteristica. La sua morte ha lasciato un segno profondo anche nella scuola. Nel giorno dell’ultima campanella, centinaia di studenti si sono raccolti in un silenzio insolito per ricordarla. “Doveva essere un giorno di festa e invece sarà un giorno di lutto”, ha scritto la dirigente scolastica Samantha Emanuele nel messaggio rivolto alla comunità scolastica.

L'articolo Sara Vetrano travolta e uccisa sul Lago Maggiore, indagato il conducente della Panda. Il dolore del padre accanto al corpo della figlia proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

Violenza sessuale di gruppo fuori da una discoteca di Milano: la vittima è una studentessa spagnola in Erasmus

La violenza fuori da un locale, poi la corsa in ospedale, infine in Questura. È l’incubo vissuto da una studentessa universitaria spagnola, di 20 anni, a Milano in Erasmus, vittima – secondo l’Ansa – di una violenza sessuale di gruppo. Il fatto si è verificato nella notte tra il 22 e il 23 maggio scorso alla fine di una serata in discoteca in via Corelli, periferia est del capoluogo lombardo.

La Procura di Milano, diretta da Marcello Viola, e la Squadra mobile della polizia stanno indagando per arrivare ad identificare gli aggressori, quattro o cinque, che hanno abusato della giovane fuori dal locale e in un’auto. La ragazza, dopo le violenze, accompagnata da un’amica, è andata in ospedale, dove sono stati accertati gli abusi, e poi in Questura a denunciare.

Da quanto si apprende, la giovane, che frequentava col progetto Erasmus una nota università milanese, era andata in discoteca per passare una serata di divertimento con una sua amica. Lì è stata agganciata da alcune persone che, una volta all’esterno, l’hanno prima trascinata in una via appartata e poi dentro una macchina, dove avrebbe subito le violenze. La studentessa in stato di choc è stata portata, poi, da un’amica in taxi in un ospedale per le visite. Gli abusi sono stati accertati dalla clinica Mangiagalli specializzata in casi di questo genere. Nelle ore successive la denuncia alla polizia. È stato subito attivato il “codice rosso” ed è stato aperto un fascicolo, al momento a carico di ignoti, coordinato dal pool di contrasto ai reati sessuali, guidato dalla pm Letizia Mannella. La ragazza è stata anche ascoltata a verbale per ricostruire le terribili violenze subite e ha cercato di fornire dettagli utili sugli stupratori. Successivamente è rientrata in Spagna dalla sua famiglia. Inquirenti e investigatori stanno lavorando da giorni per arrivare ad individuare gli autori.

L'articolo Violenza sessuale di gruppo fuori da una discoteca di Milano: la vittima è una studentessa spagnola in Erasmus proviene da Il Fatto Quotidiano.

  •  

L’amore infinito tra Roma e Alberto Sordi

L’amore infinito tra Roma e Alberto Sordi
alberto sordi e anna longhi la buzzicona

Il mito del cinema torna tra la gente, nella sua città

E’ stato svelato il prototipo della statua per Alberto Sordi realizzata da Fonderia Domus del 1963 e sarà visibile ai visitatori di Villa de Sanctis dal 15 Giugno, quando ci sarà l’inaugurazione nel parco del Municipio V, davanti alla casa della cultura Silvio Di Francia proprio nel giorno in cui Albertone avrebbe compiuto 106 anni, per restituire Alberto Sordi al suo ambiente più autentico, cioè tra la gente, nei luoghi più popolari e genuini, di cui Sordi ha sempre incarnato lo spirito più vero.

Sul mercato immobiliare le sue dimore

Nel frattempo è stata messa in vendita la dependance della villa estiva del grande attore, 160 mq e a due passi dal mare, a 600.000 Euro.Si trova a Vindicio, un tempo luogo di ritrovo di attori e registi in cerca di relax e tranquillità. Stesso destino per la villa estiva di Sordi, a Castigliocello, nella Maremma Livornese, in vendita per 6 milioni di euro, 900 mq, con due dependance, piscina di acqua salata, che lui chiamava la villa delle vacanze meravigliose, che, nell’Ottocento apparteneva al pittore Vittorio Corcos e che Sordi acquistò nel 1962. Un vero paradiso terrestre dove Alberto Sordi, che ospitava qui Mastroianni e Trapani, solo per citare alcuni illustri personaggi del mondo del cinema, passava parte delle sue vacanze dal 1962 al 1997 e che apparve anche nel famosissimo film “Il Sorpasso”.

Uno dei suoi rifugi tra arte e silenzio

Sordi non era un grande amante della mondanità e preferiva passare le sue vacanze immerso nella quiete e nella privacy di questo luogo magico. Il pittore Corcos, antico proprietario di questa meraviglia, noto per i suoi ritratti realistici, qui lasciò anche diversi suoi quadri. Il proprietario attuale, che acquistò la villa da Sordi nel 1996, ha ristrutturato la proprietà con un occhio di riguardo alla conservazione di ogni affresco, mobile d’epoca e statua. Anche lo studio di Sordi è rimasto intatto.

L'articolo L’amore infinito tra Roma e Alberto Sordi proviene da Affaritaliani.it.

  •  
❌