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Omicidio di Willy Monteiro Duarte, Gabriele Bianchi condannato all’ergastolo nel processo di appello ter

L’appello ter del processo a Gabriele Bianchi, l’uomo che insieme al fratello Marco massacrò di botte, uccidendolo, il 21enne Willy Monteiro Duarte, ha stabilito definitivamente la condanna all’ergastolo. Il lottatore di Mma era stato condannato in primo grado, così come il fratello, al carcere a vita, pena che era scesa a 24 di anni nel primo procedimento di appello grazie alla decisione dei giudici di concedere le attenuanti generiche. Nell’appello bis, invece, Marco Bianchi era stato condannato all’ergastolo, mentre Gabriele a 28 anni di reclusione.

Il nuovo processo di appello si è celebrato dopo il rinvio disposto dalla Cassazione lo scorso novembre per ridiscutere proprio le attenuanti per Gabriele Bianchi, mentre per Marco la condanna all’ergastolo era già definitiva. La Seconda Corte di Assise di Appello di Roma ha deciso di accogliere le richieste del pm Francesco Brando e del pg Carlo Lasperanza che chiedevano l’ergastolo. Inoltre, la Cassazione con la prima pronuncia aveva già riconosciuto la responsabilità penale per tutti gli imputati per omicidio volontario e reso definitive le condanne per gli altri due imputati, 23 anni per Francesco Belleggia e 21 anni per Mario Pincarelli.

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“L’Occidente è morto a Gaza”: le storie di resistenza dalla Striscia che i media non vogliono più raccontare

Una manciata di toccanti e risolute storie di resistenza umana da Gaza che i giornali non vogliono più raccontare. “L’Occidente è morto a Gaza” (Solferino), sottotitolo ancor più pregnante Israele e Palestina: il sonno della ragione, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, squarcia ulteriormente il velo sullo sterminio di inermi e innocenti in corso a Gaza (e “a breve in Cisgiordania”, viene suggerito tra le pagine del libro) scolpendo nella pietra della storia le testimonianze dirette, di ogni età e sesso, dell’impossibile quotidianità gazawa. In mezzo alle macerie di uno spazio politico che viene ogni giorno sistematicamente e militarmente annientato, metro dopo metro, casa dopo casa, ci sono, tra gli altri: Yusef, il ragazzino rapper che adorava il Real Madrid, morto con una pallottola a farfalla – “che si frantuma all’impatto polverizzando tessuti, arterie ed ossa” – conficcata nella schiena sparata da un cecchino israeliano; Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa che si innamora via social di Hisham, un giovane gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia; oppure Hani, diventato giornalista suo malgrado, ostaggio sotto gli orrori delle bombe del territorio occupato che non risparmiano nessuno, per testimoniare l’invisibile e volontariamente nascosta (spoiler: non ci fa una bella figura nemmeno il New York Times) distruzione di Gaza.

Per ogni storia, per ogni donna e uomo che incredibilmente resiste, senza mai sconfortarsi, senza retrocedere un centimetro, Ghazy ne dipinge un ritratto a tutto tondo, di sincera e prossima umanità, evidenziando in ogni capitolo, dati alla mano, il genocidio di un popolo e ancor di più le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative dell’occultamento del criminale agire israeliano. “Quante volte ci siamo sentiti dire che Israele è l’avamposto dei nostri valori occidentali o l’unica democrazia del Medio Oriente, così a giustificare nel corso degli anni la repressione del popolo palestinese?”, si è chiesto Peter Gomez, direttore del FattoQuotidiano.it, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino presentando il libro di Ghazy. “Noi europei, e gli occidentali in genere, vivono innanzitutto in una sorta di peccato originale: gli ebrei nei campi di concentramento ce li abbiamo messi noi. Un peccato originale in virtù del quale, anche noi italiani, chiudiamo gli occhi su Gaza”.

Gomez ha così analizzato quello che ritiene la grande finzione da cui tutto ha origine: la tesi secondo cui l’Europa abbia radici giudaico cristiane. “E allora perché non Zeus e Giove? Le radici europee e occidentali non sono quelle, ma risiedono nella rivoluzione francese. L’Europa è figlia del secolo dei lumi, dove si consentiva l’ateismo o di credere in un dio o un altro, come del resto cita anche la costituzione americana. Le radici cristiane dell’Europa volevano dire potere temporale della Chiesa, dimenticando che la Chiesa fino al Concilio Vaticano II considerava gli ebrei come “perfidi giudei”. Quando dopo un mese circa dal 7 ottobre 2023 io, e pochi altri, abbiamo detto ‘ma non vedete cosa sta succedendo a Gaza’ e che quella israeliana non è una guerra contro Hamas ma una vendetta, mi sono sentito dare all’antisemita. Ma come? Io sono per gli esseri umani”.

Il tema del “vittimismo collettivo” e dell’ “infallibilità morale” israeliani costruiti socialmente sotto quintali di retorica educativa dell’Holocaust upbringing (“che permette di giustificare ogni male fatto ai palestinesi”) nelle scuole e nella cultura ebraica è centrale nelle analisi dell’autrice del libro. “Una sorta di esclusiva del dolore e del vittimismo, che ha permesso di trasformare lo Stato di Israele in una specie di divinità” – scrive Ghazy citando il collega Peter Beinart-, “un approccio che ha soprattutto reso impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’autrice, seguendo il ragionamento di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, affianca il celebre concetto coniato da Hannah Arendt della “banalità del male” all’agire dei soldati israeliani “che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano le bombe e postano su TikTok video in cui deridono le vittime”. Infine rifacendosi al professore Roberto De Vogli, Ghazy scrive: “De Vogli dice, con parole forti che non temono giudizi: “Quando il mondo verserà per Hind Rajab le stesse lacrime che ha pianto per Anna Frank forse inizierà a decolonizzare la propria memoria e la propria empatia”.

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Le sedie coltivate nel terreno e vendute a 80mila euro: il bosco dei “mobili viventi” fa discutere

Nel Derbyshire, in Inghilterra, i mobili non vengono tagliati, assemblati o incollati: vengono seminati e coltivati. Gavin e Alice Munro hanno trasformato un piccolo appezzamento agricolo nel “Chair Orchard” (il Frutteto delle Sedie), un terreno in cui le sedute crescono direttamente dalla terra. Questo processo di bio-design, che necessita di tempi di attesa fino a dodici anni per la realizzazione di un singolo esemplare, porta alla creazione di sculture viventi prive di chiodi e colle, battute oggi sul mercato dell’arte contemporanea per cifre che sfiorano i 90.000 dollari (circa 80.000 euro). A documentare i dettagli del progetto è l’Agi, che ricostruisce la vicenda riprendendo le dichiarazioni rilasciate dalla coppia al Washington Post.

L’intuizione ospedaliera e la critica al design industriale

La scintilla creativa alla base dell’azienda agricola affonda le radici nell’infanzia di Gavin Munro. A sette anni, costretto a lunghi ricoveri ospedalieri per curare la scoliosi e la sindrome ossea di Klippel-Feil, il bambino passava il tempo osservando i bonsai del giardino di famiglia. Uno di questi, cresciuto in modo irregolare, assunse la sagoma di un trono. Anni dopo, intraprendendo gli studi di design del mobile, quell’immagine si è unita a una profonda critica ai metodi produttivi contemporanei. Come riportato dal Washington Post, Munro ha individuato un’assurdità di fondo nel settore: il metodo standard prevede di abbattere alberi cresciuti per decenni, ridurli in frammenti e incollarli in forme che nel tempo tenderanno ad allentarsi. La sua riflessione si è tradotta in un cambio di paradigma: plasmare l’albero direttamente durante la sua crescita naturale per creare oggetti solidi e secolari.

Il metodo produttivo: tagli a ceduo e innesti guidati

La produzione, avviata con la moglie Alice (esperta di orticoltura), non utilizza la forza ma sfrutta antiche tecniche agricole come il taglio a ceduo, l’innesto e l’intreccio. Il ciclo produttivo inizia piantando un alberello (salice, quercia, frassino o ciliegio) e lasciandolo radicare indisturbato per circa cinque anni. Successivamente, la pianta viene tagliata fino al ceppo. Questa operazione stimola la produzione di nuovi germogli, ancora estremamente flessibili, che vengono guidati attorno a un’intelaiatura che riproduce la forma di una sedia capovolta. I rami superflui vengono eliminati, mentre altri vengono innestati tra loro per fondersi in una struttura portante unica. I Munro non utilizzano chiodi né colle, ma si limitano a praticare piccole incisioni mirate sulla corteccia per suggerire alla pianta la direzione di sviluppo. Per completare la crescita servono dai sei ai dodici anni, a cui segue un intero anno di essiccazione al chiuso e un accurato lavoro di levigatura.

Dai prototipi calpestati al MoMA di San Francisco

L’evoluzione del “Chair Orchard” ha richiesto decenni di test e fallimenti. I primi esperimenti, avviati nel 2006, sono stati vanificati dalla scarsa esposizione solare e dalle mandrie di mucche che calpestarono i germogli. La svolta è arrivata nel 2008 con l’affitto di un nuovo campo e la piantumazione di 3.000 alberi. A causa delle variabili climatiche britanniche e degli errori di percorso, fino a oggi i Munro hanno prodotto circa quindici prototipi. Un numero ristretto che ha però attirato l’attenzione del design globale: le sedie sono state esposte in Asia e negli Stati Uniti, e un esemplare è stato acquisito dalla collezione permanente del San Francisco Museum of Modern Art. Attraverso le gallerie londinesi, numerosi pezzi sono stati venduti a collezionisti privati.

Il lancio dell’accademia di bio-design

Nonostante l’esclusività delle loro opere, i due designer hanno confessato al Washington Post un dettaglio singolare sulla loro quotidianità: in casa non possiedono nemmeno una delle loro sedie. Il motivo è strettamente pratico, poiché la loro cagnolina Doris finirebbe per trasformarle in uno spuntino. L’obiettivo a lungo termine dei Munro è ora la condivisione delle competenze. Entro la prossima primavera, la coppia inaugurerà un’accademia di “citizen science”, strutturata per insegnare queste tecniche di bio-design al grande pubblico. L’intento di Gavin e Alice non è brevettare un segreto industriale, ma fornire gli strumenti affinché chiunque, avendo a disposizione un pezzo di terra, possa coltivare autonomamente i propri arredi assecondando i ritmi naturali della vegetazione.

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Maeve ed Estasi americana: così la penna disturbante di CJ Leede racconta il crollo dell’Occidente

C’è un’America che non finisce mai di morire, che continua a ballare sui propri resti con una ferocia che toglie il fiato. È l’America delle luci chimiche, dei centri commerciali eretti come cattedrali del nulla e delle villette a schiera dove il perbenismo nasconde abissi di repressione. In questo panorama di macerie morali e sogni andati a male, la casa editrice Mercurio ha calato un asso che scotta: CJ Leede. Con la complicità di una traduzione impeccabile e vibrante firmata da Gaja Cenciarelli, arrivano sugli scaffali italiani Maeve ed Estasi americana, due romanzi che non chiedono permesso, ma entrano in casa vostra a calci, pronti a fare a pezzi ogni residuo di pudore borghese.

Partiamo da Maeve. A Los Angeles la finzione è l’unica moneta che circoli davvero. Maeve, la protagonista, lavora in un parco divertimenti: è la Regina di Ghiaccio, l’idolo dei bambini. Ma sotto il costume batte il cuore di una predatrice che di notte scivola lungo la Sunset Strip su una Mustang rosa del ’67. Il dispositivo narrativo è chiaro: il contrasto tra l’innocenza del ruolo pubblico e la scia di distruzione privata. Qui Leede gioca con il luogo comune della Città degli Angeli – il neon, i cocktail bar, la vacuità dei Red Carpet – e lo fa con una consapevolezza tale che il cliché smette di essere noioso per diventare un’arma affilata.

Maeve non è una vittima delle circostanze, né una final girl che attende il suo turno per piangere. È una forza della natura, un vertice di distruzione che venera il corpo malato della nonna Tallulah come un feticcio pagano. Il libro è stato giustamente definito un American Psycho contemporaneo al femminile. Ed è qui che arriva la nota dolente, ma necessaria: se la prima parte del romanzo è un’allucinazione magnetica, la seconda perde un po’ di mordente. Leede si appoggia troppo pesantemente alle lezioni di Bret Easton Ellis. La celebre scena della tortura col topo, presa di peso dal capolavoro di Ellis, sa di già visto e rischia di trasformare l’omaggio in scopiazzatura.

Eppure, nonostante queste incertezze da esordiente e un finale meno incisivo di quanto ci si aspetterebbe, Maeve resta un pugno nello stomaco formidabile, un’indagine sporca sul desiderio che non conosce confini.

Ma è con Estasi americana che Leede compie il vero salto nel buio, spostando il baricentro dal glamour marcio di Hollywood al cuore nero del Midwest. Qui l’autrice immagina una variante virale che trasforma gli infetti in macchine carnali, travolti da una psicosi sessuale che dissolve ogni freno inibitore. Al centro della tempesta c’è Sophie Allen, sedici anni, cresciuta in una prigione di fanatismo cattolico e sensi di colpa.

Se Maeve era un noir psicotropo, Estasi americana è un horror sociologico di rara potenza. Il virus non è che l’innesco per far esplodere le contraddizioni di una società che ha trasformato il corpo femminile in un campo di battaglia politico e religioso. Mentre il Paese brucia e gruppi estremisti cavalcano il caos in nome di un Dio crudele, Sophie intraprende un viaggio di formazione che è anche un esorcismo contro la vergogna. Qui il desiderio non è più peccato, ma l’unica via di fuga verso una libertà che somiglia a un incubo, ma che almeno è vera.

Leede ha il merito di non distogliere mai lo sguardo. Racconta la violenza, la lussuria e l’individualismo di un’America tribale con una prosa che non concede sconti. La cura di Gaja Cenciarelli nella resa italiana restituisce perfettamente la sporcizia e la poesia di questi testi, mantenendo intatta quella sensazione di vertigine infuocata che attraversa entrambi i volumi.

Leggere CJ Leede è un’esperienza disturbante. Ti costringe a guardare nell’abisso delle tue pulsioni più spaventose, ricordandoti che la civiltà è solo una sottile pellicola pronta a lacerarsi al primo morso. Non sono letture per tutti: c’è tortura, c’è violenza sessuale, c’è un nichilismo che non offre redenzione facile. Ma se cercate una voce che sappia raccontare il crollo dell’Occidente con la stessa lucidità di un chirurgo che opera senza anestesia, allora questi sono i libri che stavate aspettando.

Un debutto e una conferma che ci consegnano una delle autrici più estreme e necessarie degli ultimi anni. Benvenuti nel bellissimo incubo di CJ Leede. Fatevi del male, ne varrà la pena.

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Rapirò Gianfranco Zola: il libro di Marco Cattaneo su Fabrizio Maiello riesce in un’impresa rara

È un peccato che Jean-Luc Godard e Jean-Paul Belmondo non siano più vivi, perché avrebbero potuto raccontare perfettamente la storia di Fabrizio Maiello. O forse è meglio così. Perché nella loro versione il finale sarebbe stato amaro, autodistruttivo, condannato alla fierezza tragica di certi personaggi francesi. Questa storia invece appartiene a un altro approdo narrativo: non al fatalismo romantico da Nouvelle Vague, ma alla redenzione tormentata di un personaggio di Dostoevskij.

Rapirò Gianfranco Zola di Marco Cattaneo (De Agostini) è un libro che riesce in un’impresa rara: prendere una vicenda da cronaca nera e trasformarla in un rocambolesco Bildungsroman, senza mai scadere nel moralismo o nel compiacimento strappalacrime. Cattaneo, che molti conoscono per la sua capacità di governare con disinvoltura il caos narrativo da lui stesso creato nelle dirette e nelle improvvisazioni di Elastici (la trasmissione più libera e folle, da lui condotta, del bellissimo format Cronache di Spogliatoio), declina qui la stessa sapiente mercurialità per raccontare una storia piena di svolte improvvise, beffe karmiche tragiche e agnizioni commoventi.

Il ritmo resta sempre controllato, anche quando il materiale rischierebbe continuamente di scivolare nella retorica (forse la vicinanza in studio con Fabrizio Biasin e la sua memorabile rubrica su “I poveri soldati” è servita da potente antidoto).

In questo frangente, la materia da trattare è preziosa quanto fragile. Fabrizio Maiello era un talento purissimo. A Monza, da bimbo, lo chiamavano “il Brasiliano”, per l’imprevedibilità nei dribbling e la leggerezza con cui gli riuscivano le giocate più difficili col pallone ai piedi. L’aura della promessa, gli allenamenti a cui sacrificare le distrazioni adolescenziali, il padre che con inquietante profezia gli addita a monito il carcere accanto allo stadio, prefigurando le sliding doors di un’esistenza romanzesca.

Poi arriva il ginocchio distrutto. Fine della carriera. E inizio dell’avventura criminale. Cominciano le rapine, la droga, il carcere. Ma il libro evita accuratamente la scorciatoia sociologica. Non cerca alibi, né costruisce santini. Mostra semplicemente un uomo che precipita e che, a un certo punto, smette di distinguere fra rabbia e destino. La svolta avviene il 31 ottobre 1994. Maiello organizza il sequestro di Gianfranco Zola. Un miliardo di lire di riscatto. Autogrill, appostamento, fuga: sembra la scena di un noir anni ‘70, di quelli amati da Tarantino.

Poi succede qualcosa che manda in cortocircuito tutto il piano, la macchina narrativa, il destino stesso.
Zola si avvicina, sorride e dice: “Ciao ragazzi”. Maiello, con la pistola nascosta dietro alla schiena, davanti alla disarmante umanità del suo idolo sportivo decide di non rapirlo. Spiazzato e commosso, gli chiede un autografo sulla carta d’identità. Gesto dalla potenza simbolica rivelatoria: la firma del campione che Maiello sarebbe potuto essere sul simulacro formale della sua identità smarrita.

L’autentica redenzione arriverà dopo, nell’OPG di Reggio Emilia, quando Maiello usa il proprio carisma da “Maradona delle carceri” (da anni era divenuto una “star” per i suoi palleggi da record senza far cadere mai la palla) per difendere un detenuto disabile continuamente bullizzato e umiliato dagli altri internati. È quello il passaggio decisivo della sua vita: non il crimine mancato, ma la scelta di sacrificare se stesso per proteggere qualcuno di ancora più fragile, che deciderà di accudire come un fratello bisognoso di cure quotidiane. Una storia talmente incredibile da essere assolutamente vera (non solo il contrario).

Forse, non è un caso che abbia incontrato questa storia grazie a quella che Jung avrebbe definito “sincronicità”. Ero a Milano per lavoro, dovevo incontrarmi con Giuseppe Pastore e Ilaria Mencarelli (ritorno a segnalare ai cinefili il loro interessante podcast Noodles), mi invitano alla presentazione del libro, temo di non poter fare in tempo ma… scopro che l’evento si sarebbe tenuto nello stesso edificio in cui già mi trovavo: con uno straniante effetto alla Inception, sono stato catapultato dentro la redazione di Cronache di Spogliatoio, incontrando dal vivo Siani, Pastore, Cattaneo, ovvero le voci che tutti i giorni mi parlano nelle cuffie, da fedele ascoltatore di Cronache, come già raccontai su queste colonne.

E poi ho incontrato Fabrizio Maiello. Stringergli la mano e guardarlo negli occhi è stata un’emozione che porterò dentro di me per molto tempo.

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L’arte nascosta nei giardini segreti di Venezia: da Flora Fantastica al Redentore, il filo verde della Biennale 2026

A Venezia esistono giardini che non si offrono subito allo sguardo. Bisogna arrivarci per sottrazione: lasciarsi alle spalle il passo compatto di Piazza San Marco, il rumore dei trolley, la corrente dei visitatori che si sposta da una riva all’altra, e poi entrare in una zona più quieta, dove il verde appare quasi per scarto, come se la città lo avesse custodito per sé. I Giardini Reali sono così: un cuore verde a pochi metri dal bacino di San Marco, nascosto e centrale insieme, abbastanza vicino alla piazza più fotografata del mondo da sembrarne un controcampo segreto. La serra ottocentesca che oggi ospita Flora Fantastica, la mostra promossa da Swatch per celebrare l’anniversario dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai, sembra il luogo giusto per cominciare un itinerario veneziano diverso, costruito non sulla fretta di vedere tutto, ma su un filo più sottile: l’arte quando incontra i giardini, le serre, gli orti murati, gli spazi verdi sottratti per qualche ora alla pressione della città.

La 61ma Esposizione Internazionale d’Arte, intitolata In Minor Keys, si svolge dal 9 maggio al 22 novembre 2026 e accende la città con una costellazione di mostre, fondazioni e palazzi aperti che funzionano come una sorta di Fuori Biennale. Basta dare uno sguardo ai numeri per avere un’idea della portata dell’evento: la Fondazione prevede un risultato positivo di 4,985 milioni di euro e ricavi da biglietteria, editoria, servizi di ristorazione, sponsorizzazioni ed erogazioni liberali per 36,364 milioni di euro; dentro questa voce, le sole sponsorizzazioni e donazioni private sono stimate in 7,920 milioni, mentre gli altri ricavi legati anche a eventi collaterali, ospitalità, utilizzo di spazi e aree ammontano a 7,279 milioni. Sono numeri che spiegano perché, nei mesi della Biennale, Venezia cambi scala: l’effetto non si misura solo nei biglietti staccati ai Giardini e all’Arsenale, ma negli alberghi, nei ristoranti, nei trasporti, nelle fondazioni private, nelle gallerie, nei palazzi aperti per mostre temporanee e in quel fitto “Fuori Biennale” che trasforma l’intera città in una piattaforma culturale diffusa. Di fronte a questa mappa sterminata, la “fomo” – la paura di perdersi qualcosa – colpisce anche l’arte. Ma l’urgenza è immotivata: le esposizioni durano mesi. La scelta migliore è rinunciare all’ansia del programma totale, individuare un filo conduttore e seguirlo per due giorni, magari lontano dai ponti festivi e dai weekend più affollati. Noi abbiamo scelto il verde.

Dai platani di Shanghai all’orchidea barocca: l’arte mutevole nella serra ottocentesca

La prima tappa ci porta a due passi da Piazza San Marco, ai Giardini Reali. Qui, all’interno della storica serra ottocentesca, va in scena Flora Fantastica, progetto a ingresso gratuito promosso da Swatch per celebrare i quindici anni dello Swatch Art Peace Hotel di Shanghai. Il verde del parco filtra dalle ampie vetrate, l’umidità lagunare altera i riflessi dei materiali e la luce naturale trasforma l’esposizione in un organismo vivo. I cinque artisti invitati, tutti ex residenti dell’hub creativo cinese, utilizzano linguaggi distanti per esplorare la natura come archivio di identità e memoria, senza mai forzare lo spazio che li ospita. Il confine tra dentro e fuori, tra opera e ambiente, resta volutamente instabile: una corteccia fotografata a Shanghai dialoga con gli alberi veneziani, un arancio ricamato riporta al Mediterraneo, una creatura subacquea digitale sembra rispondere alla laguna.

I lavori chiedono uno sguardo lento. L’italiana Stefania Orrù dialoga con la matericità del luogo: usa calce, sabbia e pigmenti naturali su iuta per evocare le ombre dei giardini urbani di Shanghai. “Non c’è una figura che voglio descrivere, ma semmai una vibrazione che voglio far provare”, spiega davanti a tele che paiono superfici erose dal tempo, dalle quali l’immagine sembra emergere anziché essere dipinta. La fotografa cinese Hammer Chen porta dentro la serra le cicatrici della memoria urbana: i frammenti di platani fotografati a Shanghai vengono ricomposti in strutture monumentali su rame e tessuto, trasformando la natura cittadina in una texture metallica e anatomica. Il turco Mustafa Boğa impone uno spazio ancora più intimo. La sua serie Orange Tree intreccia i ricordi d’infanzia del sud della Turchia: quelli che da lontano sembrano dipinti a olio o vecchie stampe, da vicino si rivelano fittissimi ricami realizzati a mano, capaci di trattenere il respiro del tempo. Il ritmo si spezza con l’argentina Elisa Insua, che trasforma i rifiuti e l’accumulo in una gigantesca scultura floreale barocca: un’orchidea composta da bijoux e materiali di recupero scovati nei mercatini, dove ciò che era nato come decorazione effimera si fa struttura monumentale. Chiude l’esposizione la canadese-cinese Catherine Chun Hua Dong con un’installazione in realtà virtuale che reinterpreta il mito di Mulan in un paesaggio sottomarino dai colori intensi, dimostrando come il corpo e l’identità continuino a trasformarsi proprio come il paesaggio naturale. Cinque linguaggi diversi che, nello spazio dei Giardini Reali, non vengono ricondotti a un’unica estetica ma a una stessa domanda: cosa resta della natura quando passa attraverso la memoria, la città, il consumo, la tecnologia, l’identità personale?

È una rivoluzione gentile, quella cercata dal marchio svizzero: “Abbiamo creato qualcosa di speciale all’interno di un luogo magico“, racconta Carlo Giordanetti, Ceo dello Swatch Art Peace Hotel. “Avevamo dato un tema d’ispirazione naturale e ci siamo accorti che, in modo spontaneo, i lavori di molti artisti della residenza si stavano avvicinando a quell’idea. La natura ci piace perché ha un numero di suggestioni quasi infinito”. Il focus, precisa Giordanetti, è totalmente slegato dal prodotto commerciale: “Per noi è importante che l’artista capisca che non viene alla residenza per lavorare su degli orologi, ma per lavorare su se stesso, per la propria carriera, per esprimere al meglio il proprio linguaggio. Il nostro è un inno alla libertà artistica. Ci piace sovvertire le regole, portare avanti questo progetto con i giovani artisti per cercare di dare loro lo spazio che si meritano e offrire una visibilità che altrimenti farebbero più fatica ad avere”.

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Giardini Reali in Venedig im Sommer

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a green arch made of trees in front of the entrance to the house in the Giardini Reali of Venice

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Elisa Insua @ Credit Jake Homovich

Il segreto della Giudecca: l’orto del Palladio svelato al pubblico dopo cinque secoli

Attraversando il bacino di San Marco si approda alla Giudecca, dove si svela un segreto custodito per cinque secoli. Dietro l’imponente facciata palladiana della chiesa del Santissimo Redentore, si apre l’antico Orto Giardino del convento dei frati minori cappuccini. Devastato dall’“acqua granda” del 2019, questo spazio è stato restituito alla città grazie a un meticoloso restauro filologico curato dalla Venice Gardens Foundation con il maestro paesaggista Paolo Pejrone. Camminare oggi sotto i 400 metri del pergolato in castagno, avvolti da rose e glicini, circondati da oltre 2.500 ulivi, cipressi e piante officinali, è un’esperienza estraniante.

“Restaurare un giardino, per noi, significa restituire un luogo alla comunità urbana: uno spazio di incontro, riflessione, meditazione“, sottolinea Adele Re Rebaudengo, presidente della Fondazione. “C’è poi un altro significato, forse il più profondo: il giardino come spazio di armonia tra corpo e anima. In linea con l’antica concezione monastica, per cui l’orto-giardino era un’anticipazione del paradiso, questo luogo induce a un senso di pace interiore. Non genera solo benessere fisico, ma diventa una cura per l’anima”.

In questa cornice si inserisce la mostra Orizzonte. Un giardino a Venezia (aperta fino a ottobre). Ospitata nelle Antiche Officine restaurate, l’esposizione porta la firma della fotografa e regista Sarah Moon. Invitata a trascorrere un periodo di isolamento tra queste mura, Moon ha realizzato un film di quattro minuti accompagnato dalle note di Arvo Pärt, affiancato da una selezione di fotografie che catturano ombre e silenzi. “Entrare in questo luogo significa varcare una soglia, fare un passo all’interno delle profondità del mondo, in un tempo sospeso fuori dal tempo, in un silenzio che non avevo mai sentito prima”, ha confessato l’artista. E Re Rebaudengo chiosa: “La sua arte e l’impegno della Fondazione convergono qui nel proposito di sentire la natura, concorrendo alla sua preservazione”.

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Il giardino segreto a Dorsoduro: l’arte contemporanea sbarca a Casa Sanlorenzo

Il nostro itinerario si conclude nel sestiere di Dorsoduro, a pochi passi da Punta della Dogana, dove l’estetica nautica ha inaugurato il suo nuovo presidio culturale. Casa Sanlorenzo è un polo espositivo di mille metri quadrati ricavato da un edificio degli anni Quaranta abbandonato da tempo. A renderlo unico nel fitto tessuto urbano veneziano è il suo giardino privato di 600 metri quadrati, che si affaccia direttamente sulle maestose cupole della Basilica di Santa Maria della Salute.

Il restauro, firmato dall’architetto Piero Lissoni, rifugge la nostalgia passatista: opta per una crasi tra il recupero delle facciate in mattoni e un minimalismo rigoroso negli interni, con geometrie in vetro e metallo che rimandano alla lezione del maestro veneziano Carlo Scarpa. A sancire questa unione è il nuovo ponte pedonale, con finiture in pietra d’Istria e un corrimano in legno che richiama un remo. Un manufatto che Lissoni definisce “non semplicemente una macchina per trasportare persone, ma un ponte culturale, ideale”. Lo spazio è un incubatore che affianca la collezione permanente del marchio alle mostre contemporanee. Un luogo dove l’industria si spoglia del concetto di lusso per abbracciare l’impegno civico e intellettuale, trovando nel suo giardino antistante la Salute il rifugio perfetto per concludere il viaggio. Gli spazi ospitano fino al 28 giugno 2026 la mostra WAVES, curata da Sergio Risaliti e Cristiano Seganfreddo, un percorso multisensoriale che fonde le opere di artisti come Lucio Fontana, Alexander Calder e Tony Cragg con i paesaggi olfattivi di Xerjoff e quelli sonori di Glauk, declinando il tema dell’onda come metafora di energia e trasformazione per la città d’acqua.

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Giornata Mondiale dell’Ambiente, dal fast fashion ai rifiuti: 5 libri per insegnare ai bambini il valore del riciclo e della sostenibilità

“In principio la terra era tutta sbagliata… C’erano solo gli uomini, con due braccia per lavorare, e agli errori più grossi si poté rimediare. Da correggere, però, ne restano ancora tanti, rimboccatevi le maniche, c’è lavoro per tutti quanti!”, Le parole di Gianni Rodari, tratte da Storia Universale, risuonano oggi con una forza attuale. Più che una poesia, un vero e proprio slogan all’azione per la tutela e la cura del nostro pianeta. Tra i suoi versi si cela una sorta di educazione che anticipa temi oggi centrali: la salvaguardia della biodiversità, la responsabilità dell’uomo e le conseguenze delle sue scelte. I risultati raggiunti hanno spesso portato a grandi errori naturali, causando danni profondi agli ecosistemi e all’ambiente.

Non a caso, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha istituito come data 5 giugno la Giornata Mondiale dell’Ambiente, con l’obiettivo di sensibilizzare sulla questione ambientale in tutto il mondo, sensibilizzando governi, imprese e cittadini sulla necessità di proteggere l’ambiente e promuovere uno sviluppo sostenibile.

Ma cosa significa davvero sviluppo sostenibile? Come intervenire su territori già compromessi, foreste disboscate e mari inquinati? È sufficiente investire nell’occupazione e nella lotta alla povertà? E soprattutto, come educare le nuove generazioni a non ripetere gli errori del passato? Tra le voci più attive emerge quella di Matteo Ward, imprenditore e CEO di Inside Out Fashion Textiles & Home e di WRÅD. Il suo lavoro si muove tra progetto, impresa e cultura, con l’obiettivo di ripensare il ruolo della moda nella società contemporanea, può fornirci adeguate risposte a tutte queste domande, dimostrando come anche la moda possa diventare uno strumento concreto di cambiamento. Perché, come ricordava Rodari, il lavoro da fare è ancora tanto. E riguarda tutti.

Matteo cosa ha comportato nel corso del tempo l’azione errata dell’uomo verso il Pianeta?

Nel mondo occidentale abbiamo disegnato, soprattutto a partire dal Seicento, un sistema fondato sulla sovrapproduzione e sul sovraconsumo. Un sistema che, a ritmi e latitudini diverse nel corso dei secoli, ha normalizzato l’estrazione ad ogni costo, lo sfruttamento sociale e la manipolazione psicologica della società (altresì detta ‘mercato’). È una filosofia, una visione del mondo divenuta purtroppo un imperativo strutturale, un sistema che ha superato oramai limiti di velocità e capienza, e che ci ha portato a relazionarci in modo errato con il Pianeta. Un errore fondato, prima di tutto, sull’idea di considerarci separati da esso. Le conseguenze oggi non riguardano solo l’ambiente: riguardano direttamente anche la nostra salute. L’aria che respiriamo, l’acqua che utilizziamo, ma anche ciò che indossiamo ogni giorno. La pelle è il nostro organo più grande ed è il primo punto di contatto con il mondo esterno. Eppure, per molto tempo, abbiamo progettato materiali, prodotti e processi senza considerare davvero come potessero interagire con il nostro corpo. Quando un sistema produttivo ignora questi equilibri, l’impatto quindi non resta confinato nelle fabbriche o nei fiumi: entra nelle nostre case, nei nostri armadi, nella nostra quotidianità.

Raccontaci un’esperienza chiave che hai vissuto in prima persona durante i tuoi viaggi, che ti ha fatto cambiare ancora di più prospettiva d’agire per contrastare l’inquinamento e diventare più consapevoli del proprio impatto ambientale?

Indonesia, nord Sumatra. Immerso nella giungla, ospite della tribù di Janji Maria, un presidio contro la deforestazione che serve gli interessi delle industrie che producono olio di palma per gli alimenti e viscosa per i vestiti. Immaginate di trovarvi in uno dei luoghi più incredibilmente ricchi di vita del mondo e, allo stesso tempo, di percepire il pericolo ogni minuto della giornata: in lontananza, dal cuore della foresta, si sentiva il rumore incessante delle motoseghe che abbattevano gli alberi.

Il crollo di una foresta significa la distruzione della vita per milioni di specie. Lì ho vissuto uno dei momenti più toccanti della mia vita: l’incontro con una mamma orangutan che, insieme al suo piccolo, fuggiva da quel disastro. E allora viene spontaneo chiedersi: come possiamo arrivare a distruggere così tanto per produrre fibre che finiranno in magliette vendute a pochi euro e gettate dopo pochissimi utilizzi? Il consumo sfrenato di vestiti mi porta a un’altra esperienza chiave: quella vissuta ad Accra, in Ghana. Una città dove, secondo le organizzazioni locali, arrivano quasi 15 milioni di vestiti di scarto a settimana.

Ogni giovedì mattina, verso le tre o quattro, file infinite di camion portano nel mercato di Kantamanto il risultato del nostro consumo sfrenato di vestiti. Persone che non hanno altre possibilità lavorative li comprano al chilo, sperando di riuscire a rivenderli. Ma i vestiti sono così tanti, e la qualità ormai così bassa, che se riescono a venderne il 40% sono fortunati. Il resto si accumula nei territori circostanti: nelle campagne, nelle spiagge. Ho letteralmente scalato colline di vestiti, alte diversi metri, e camminato lungo coste ricoperte di tessuti fatti perlopiù di plastica. Una nuova morfologia del territorio, creata dalla stratificazione dei vestiti fast fashion che abbiamo abbandonato.

I locali li chiamano “obroni wawu”, che significa i vestiti dell’uomo bianco morto. In Ghana, infatti, culturalmente ci si separa dai vestiti in buone condizioni solo in punto di morte. Per questo, all’inizio, si pensava che tutti quei vestiti arrivassero dalle persone morte in Europa o in America. Oggi sanno che non è così. Ma il nome è rimasto. Ed è forse uno dei racconti più chiari della nostra epoca. L’industria della moda è la seconda più inquinante a livello globale dopo quella petrolifera: Wråd è un movimento che ridisegna la moda a partire dalla sostenibilità.

Come possiamo raccontare gli obiettivi del tuo brand ai bambini e agli adulti?

Non c’è differenza tra un piatto di pasta e la maglietta che abbiamo nel guardaroba. Entrambi usano gli stessi ingredienti per essere prodotti: aria, acqua, terra, energia. Sono risorse essenziali per la vita, alle quali abbiamo imparato a dare valore. Ma non sempre. Quando queste risorse prendono la forma di una T-shirt o di un paio di jeans, facciamo più fatica a riconoscerlo. E allora diventa facile trattarle come se fossero usa e getta, oppure non farsi domande fondamentali sulla loro provenienza o sulla salubrità degli ingredienti utilizzati.

Ecco, riassunto in poche parole, l’obiettivo di WRÅD: per chi i vestiti li produce e per chi li indossa, disegnare un sistema che garantisca il miglior uso possibile delle risorse umane e naturali, per il bene della nostra salute e del Pianeta. In altre parole, In WRÅD lavoriamo proprio su questo: portare cultura, innovazione e una nuova filosofia di progettazione dentro il modo in cui progettiamo e utilizziamo i vestiti, con un focus sulla relazione tra i vestiti e la nostra salute fisica e psicologica. Politica inclusa!

Come insegnare ai bambini l’arte del riciclo e cosa comporta non utilizzare questa pratica?

Nel libro Storia di una Maglietta, che abbiamo scritto insieme alla FAO, distribuito in più di 140 paesi e tradotto in otto lingue, abbiamo provato a fare una cosa molto semplice: mostrare ai bambini che una T-shirt viene da un fiore. Dal cotone. Quando i bambini capiscono l’origine delle cose, capiscono anche il loro valore. Quel progetto non è rimasto solo un libro. È diventato un programma educativo che abbiamo portato nelle scuole. Attraverso workshop di upcycling, i bambini non imparano solo a trasformare una vecchia maglietta in qualcos’altro, ma scoprono che gli oggetti non finiscono quando smettiamo di usarli. Possono continuare a vivere, cambiare forma, raccontare nuove storie. Il riciclo diventa così uno stile di vita: più un’attitudine che un’azione sporadica. Ma ancora più che riciclare, si tratta di imparare ad allungare nel tempo il piacere d’uso di ciò che possediamo. È lì che si mette davvero in discussione il sistema.

Che strumenti possiamo dare ai bambini, affinché possano fare del riciclo un obiettivo quotidiano?
Prima di tutto insegnare a fare domande: Da dove viene? Chi l’ha fatto? Quanto durerà? Poi dare strumenti concreti: – imparare a riparare, anche in modo creativo – scambiare, donare, riusare – leggere le etichette Ma soprattutto dobbiamo dare l’esempio. I bambini non imparano da quello che diciamo. Imparano da quello che facciamo.

Ti consiglio 5 libri per giocare e divertirsi proteggendo l’ambiente.

Il riciclo

di Lorna Freytag

Traduttrice Benedetta Fabbri

Editore Lapis, Età di lettura: da 3 anni.

Dove vanno a finire gli oggetti che buttiamo nella spazzatura? Un libro ecologico che spiega ai più piccini edito da Lapis, una casa editrice attenta al tema ambientale. Un libro sostenibile realizzato con inchiostro 100% vegetale, carta ecologica e legno di foreste certificate FSC. Perché non si è mai troppo piccoli per affrontare il tema del rispetto ambientale.

Evviva il riciclo! La raccolta differenziata. Nina e Nello.

di Laura Novello

Illustratore Matteo Gaule

Editore Sassi, Età di lettura: da 3 anni.

Laura Novello attraverso i protagonisti Nina e Nello racconta ai più piccini i trucchi magici per ridurre l’inquinamento, tra questi: fare la raccolta differenziata. Un libro edito da Sassi che affronta un tema particolarmente delicato, attraverso attività interattive da fare, come ad esempio: realizzare dei fiori con materiali riciclati. L’autrice, naturopata e insegnante di yoga, trasmette ai più piccini temi importanti come sono l’ecologia, la sostenibilità e la tutela ambientale, semplicemente con amore e cura.

L’ atelier del riciclo

di Marie-Laurie Pham-Bouwens e Steffie Brocoli

Editore Edizioni del Borgo, Età di lettura: da 5 anni.

L’ atelier del riciclo è un volume interattivo, per trascorrere pomeriggi al’insegna della creatività, facendo crescere la passione del riciclo di materiali di uso quotidiano, con lo scopo di salvaguardare il Pianeta che ci circonda, perché ognuno di noi ha la responsabilità di tutelarlo e preservarlo. Adatto ai piccini che amano la manualità.

Rifiuti e riciclo. Il libro dei perché.

di Katie Daynes

Illustratore Peter Donnelly

Traduttore Dina Ostuni

Editore Usborn, Età di lettura: da 3 anni.

Esistono tanti perché a tante domande, come: cosa succede ai rifiuti che produciamo? come funziona il riciclo? perché è importante fare la raccolta differenziata? I libri di Usborn “Sollevo e scopro” hanno la capacità di rispondere a tutti questi perché, e soddisfano la curiosità dei bambini, grazie ad un linguaggio diretto, semplice e chiaro. Basta sollevare le robuste alette e divertirsi, affrontando un tema delicato come il riciclo.

Così per gioco… e per riciclo. Costruiamo insieme i nostri giocattoli con materiali di recupero

di Elve Fortis De Hieronymis

Editore Interlinea, Età di lettura: da 6 anni.

“Così per gioco…” si imparano tante cose come il recupero di materiali per trasformare e creare nuovi oggetti: carta, cartone, stagnola, vassoietti di cartoncino o polistirolo, bottiglie di plastica, piatti e bicchieri di carta, tappi di sughero e molti altri materiali di recupero. Una guida illustrata con tante attività pratiche da fare in famiglia, nei momenti di noia, quando fuori piove, ma anche a scuola insieme ai compagni e agli insegnanti. Un libro interattivo grazie ad un link che rimanda ad una piattaforma fruibile da smartphone e computer, con materiali extra e giochi sul tema del riciclo.

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Ahuva Zeloof arriva a Milano con “Faith”: libro e mostra dal 5 al 14 giugno alla Galleria Rubin

Il lancio di un libro e una mostra personale. Doppio appuntamento dal titolo Faith che segna l’approdo milanese del lavoro artistico di Ahuva Zeloof. Alla Fondazione Sozzani verrà presentato l’opera dell’autrice che ripercorre il suo percorso scultoreo, e quale occasione migliore per mostrare per la prima volta al pubblico del capoluogo lombardo, in questo caso alla Galleria Rubin, le creazioni raccontate tra le pagine del libro. La mostra, curata dall’art director Avshalom Gur, inizierà il 5 giugno e si concluderà il 14 in via Santa Marta 10.

Faith ripercorre lo sviluppo dell’ultima serie scultorea di Zeloof e si propone come una guida visiva per “riconnettersi con la propria anima” e ritrovare pace e armonia con il mondo naturale. Un impianto che si muove tra immagine e materia, e che restituisce la complessità di un lavoro in cui la scultura viene osservata tanto nella sua forma tridimensionale quanto nella sua trasposizione fotografica.

Il percorso dell’artista, iniziato negli anni Novanta attraverso la sperimentazione con diversi media, è segnato da un rapporto costante e quasi magnetico con la pietra. Un materiale che Zeloof non intende semplicemente modellare, ma interrogare, esplorando quel confine sottile tra ciò che viene scolpito e ciò che la natura ha già inscritto nella materia. Il progetto nasce anni fa su una spiaggia della Terra Santa, nei pressi di Cesarea, dove l’artista inizia a raccogliere pietre nubiane levigate dal mare. Con il tempo, quelle forme organiche sembrano rivelare ai suoi occhi scenari biblici e iconici: il Muro del Pianto, Mosè, il Monte Sinai. Ecco perché Zeloof sceglie di rinunciare alla manipolazione fisica della materia: “perché l’Arte è già lì”. L’artista si concentra quindi sulla composizione e sulla disposizione degli elementi, sperimentando per oltre un anno con materiali diversi, dal plexiglass al legno, affinché siano le forme stesse a raccontare una storia.

Il riferimento alla natura e alla sua capacità di generare meraviglia si intreccia con una sensibilità che richiama i maestri del Romanticismo. In questa prospettiva, la natura diventa luogo di rigenerazione di senso, capace di restituire speranza e unità in contrasto con la vita urbana contemporanea. La fede, suggerisce il progetto, emerge così come sentimento universale, inscrivibile anche nelle forme più umili, semplicemente “trovate” dall’artista. “Questa volta non cerco volti, ma figure bibliche. Monumenti sacri e scene di pellegrinaggio appaiono ai miei occhi quando guardo queste collezioni di pietre. Creato dalla natura e trovato dall’artista”, spiega Zeloof.

Faith 25 in bronze (foto di Georgia Metaxas)

Figura nota per le sue sculture in pietra e per le figure in bronzo, Zeloof ha attraversato un lungo percorso di ricerca sul tema della texture e della completezza artistica. Dopo aver cresciuto quattro figli, ha iniziato a scolpire solo quando questi hanno lasciato la casa: un passaggio biografico che ha segnato l’avvio di una nuova fase creativa, culminata in un successo sviluppatosi negli ultimi quindici anni. L’artista ha esposto a livello internazionale accanto a nomi come Tracey Emin e David Hockney, e ha presentato tre grandi mostre personali a Londra. Faith è un ulteriore punto di svolta del suo percorso, in cui la manipolazione della materia si riduce per lasciare spazio a una dimensione più essenziale e spirituale, affidata allo sguardo di chi osserva.

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Premio Strega 2026, svelata la sestina finalista: Michele Mari in testa, sorpresa per Bianca Pitzorno. I nomi e i possibili vincitori

Tre donne e tre uomini in “sestina”. E tra Einaudi e Feltrinelli si intravede il Premio Strega 2026. Per il vincitore o vincitrice dell’80esima edizione del più prestigioso riconoscimento letterario italiano la sentenza arriva dal Teatro Romano di Benevento dove è avvenuto lo spoglio definitivo dei voti durante la soporifera diretta di RaiPlay.

È Michele Mari, autore di I convitati di pietra (Einaudi) ad aver ottenuto più voti di tutti, 280. Seguono da vicino Matteo Nucci, autore di Platone – Una storia d’amore (Feltrinelli) con 242 voti (in cinquina già nel 2010 e 2017) e la vera sorpresa della sestina, l’83enne Bianca Pitzorno che con La sonnambula (Bompiani) raccoglie 195 voti. Al quarto posto Teresa Ciabatti, già finalista dello Strega nel 2017, con Donnaregina (Mondadori), 184 voti. Mentre Alcide Pierantozzi, autore di Lo sbilico (Einaudi) raccoglie 170 voti dopo essere stato a lungo in testa nei primi due scrutini.

La cinquina, come da regolamento, si allarga a sestina per accogliere un editore medio-piccolo, qui L’orma che con Vedove di Camus scritto da Elena Rui allarga i concorrenti per la vittoria finale.

Escono quindi di scena sia il veterano Ermanno Cavazzoni e il suo ottimo romanzo Storia di un’amicizia (Quodlibet) dedicato a Gianni Celati e la 33enne Nadeesha Uyangoda, l’autrice italiana di origine srilankese che con Acqua Sporca (Einaudi) nei primi due scrutini sembrava aver centrato la cinquina. Anche il popolare Marco Vichi e l’onnipresente Christian Raimo rimangono lontanissimi dal sesto posto, penultimo e ultimo, confermando che lo Strega soprattutto per Vichi non è una questione di copie vendute.

A succedere ad Andrea Bajani, però, sembra essere Mari che con I convitati di pietra, un bizzarro e perfido patto alla It tra compagni di scuola, sembra aver già convinto da tempo gli Amici della Domenica. Nel caso, per Einaudi – che in finale va con due titoli – sarebbe il quarto Strega (Cognetti, Desiati, Di Pietrantonio) negli ultimi dieci anni. Le uniche insidie al 70enne poeta e traduttore milanese arrivano solo dal solenne Platone – Una storia d’amore di Matteo Nucci (a Benevento con un chiodo in fintapelle alla Marlon Brando) e con una delle autrici, principalmente per bambini, più vendute in Italia (oltre due milioni di copie), la sassarese Bianca Pitzorno che con La sonnambula entra nella storia di fine ottocento di una inventata città sarda per seguire le gesta di una veggente che sviene e predice il futuro.

La finale con la proclamazione del vincitore/trice avverrà l’8 luglio per la prima volta nella splendida cornice del Campidoglio a Roma.

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Come spiegare la Costituzione ai bambini? 6 libri per parlare di cittadinanza, memoria e democrazia

Nel 2026 l’Italia celebra un anniversario fondamentale della propria storia: gli 80 anni dell’Assemblea Costituente, del referendum istituzionale e del primo voto delle donne. Un triplice appuntamento che segna la nascita della Repubblica e che viene ricordato attraverso numerose iniziative dedicate ai valori costituzionali. L’obiettivo è quello di custodire e promuovere i principi della cittadinanza italiana, rafforzando l’identità nazionale, attraverso la memoria civica. Queste celebrazioni non sono altro che l’occasione per rinnovare la memoria delle nostre radici democratiche e coinvolgeranno in particolar modo i giovani per scoprirne i valori di cittadinanza.

Come insegnare ai più piccoli questi valori di cittadinanza? Il ruolo della scuola resta centrale. Gli istituti scolastici rappresentano infatti i primi fruitori di insegnamento civico, attraverso percorsi didattici, momenti di riflessione, iniziative e incontri celebrativi, atti a far conoscere la storia del Paese. Dall’Inno di Mameli alla bandiera nazionale, sono molti gli elementi che contribuiscono a costruire un senso di appartenenza e identità condivisa. La scuola, appunto, è il principale luogo deputato alla formazione e all’evoluzione dell’unità nazionale che garantisce la crescita di nuove generazioni consapevoli. Accanto all’educazione scolastica, un ruolo fondamentale è svolto dai libri: dispensatori di memorie, di testimonianza storica e di eroi che hanno segnato la storia dell’Italia, fatta di uomini e donne valorose. Molti di loro hanno contribuito, spesso sacrificando la propria vita, all’affermazione dei valori che riconosciamo nella Costituzione: un testo legislativo scritto in cui vengono definiti norme e principi, atti a definire l’organizzazione dello Stato. Principi di democrazia, libertà e uguaglianza, che garantiscono i diritti e i doveri dei cittadini.

Il loro esempio rappresenta uno strumento prezioso per educare le nuove generazioni a una cittadinanza attiva e responsabile. Infatti, a queste figure è dedicato un ricordo, una testimonianza che vive nelle pagine di molti libri, strumenti preziosi per educare nuove generazioni ad una cittadinanza più consapevole, più attiva e più responsabile. Ti consiglio sei libri per raccontare ai ragazzi i valori della Costituzione e della democrazia.

Ventuno. Le donne che fecero la costituzione.

di Romano Cappelletti e Angela Iantosca

Editore Paoline, Età di lettura: da 8 anni

Romano Cappelletti e Angela Iantosca, hanno racchiuso nel libro edito da Paoline, la storia di ventuno donne che hanno contribuito all’elaborazione della Costituzione italiana. Storie di lotte, di sacrificio e battaglie, storie raccontate in prima persona da chi l’ha vissute, attraverso le loro stesse voci per trovare un filo di comunicazione diretto con i giovani lettori. Storie di eroi ed eroine che hanno ricostruito un Paese uscito da una devastante guerra. Fare memoria, ricordare i loro gesti, attraverso le pagine di questo libro che indica la strada giusta da perseguire.

Libere per Costituzione. Le 21 donne che hanno fatto l’Italia

di Serena Riglietti, Margherita Madeo e Valeria De Cubellis

Editore Salani Età di lettura: da 8 anni.

Libere per Costituzione è l’elogio di 21 donne che hanno scritto la storia dell’Italia e il loro contributo alla Costituzione ha determinato una chiave di svolta, soprattutto in quel 2 giugno 1946, quando ai seggi, per la prima volta, anche le donne si sono recano al voto dando un nuovo volto all’Italia. Serena Riglietti, Margherita Madeo e Valeria De Cubellis hanno raccontato tra le pagine di questo libro edito da Salani, la storia di queste Ventuno donne che hanno lottato per l’uguaglianza e l’affermazione dei diritti, senza discriminazione. Un insegnamento di coraggio e lotta per i giovani lettori a costruire un futuro migliore, restando liberi.

Che storia!

Editore Demoela, Eta’ consigliata: 8+

Sai tutto sulle Guerre puniche ma non sai cosa sia successo il 6 marzo del 1975? Vorresti scoprire di più sulla storia recente dell’Italia? Che storia! è un gioco di carte per giovani per addentrarsi nella storia della nostra Repubblica attraverso gli eventi politici, culturali, sociali e criminali che hanno segnato l’Italia negli ultimi settant’anni. una scoperta ma anche insegnamento degli articoli della Costituzione. Un gioco-sfida da fare con amici, parenti e anche a scuola con i compagni e l’insegnante per conoscere il passato e costruire il futuro, edito da Demoela.

La Costituzione nelle parole. La storia di come è stata scritta la Costituzione italiana

di Susanna Mattiangeli

Illustratore Giovanni Gastaldi

Editore Lapis, Età di lettura: da 10 anni

Un libro guida per avvicinare le nuove generazioni alla carta costituzionale. Un testo giuridico tra i più completi al mondo che racchiude messaggi e senso civico. Preferibilmente usato nelle scuole come testo guida, attraverso parole e concetti semplici, comprensibili al lettore. L’autrice, Susanna Mattiangeli, ha coinvolto 556 deputati a discutere sui loro diversi modi di vedere il mondo. Un dibattito spesse volte acceso, ma costruttivo, permettendo al lettore di avere diversi punti di vista, raccontando l’esperienza di scrittura dei principi costituzionali a cui tutti noi dobbiamo far riferimento.

La più bella del mondo. La Costituzione raccontata a ragazze e ragazzi

di Walter Veltroni e Francesco Clementi

Illustratore Marcella Onzo

Editore ‏Feltrinelli, Età di lettura: da 11 anni

Dodici storie di bambini che corrispondono ai dodici principi fondamentali della Costituzione, per raccontare i principi fondamentali della Costituzione, così l’autore Walter Veltroni intraprende questo viaggio-racconto sulla Legge della legge, quella costituzionale. Ogni storia illustra temi essenziali come dignità, diritti, accoglienza, pace, accompagnata magistralmente dalle spiegazioni di Francesco Clementi, professore di Diritto pubblico italiano e comparato. Un libro edito dalla Feltrinelli per ragazzi più grandi che sono curiosi di approfondire questa tematica.

Il primo voto di Matilde

di Fulvia Degl’Innocenti

Editore ‏Settenove Età di lettura: da 12 anni.

Fulvia Degl’Innocenti racconta tra le pagine del suo libro edito da Settenove, la storia di Matilde, una giovane ragazza piena di sogni e speranza. Una storia che si ambienta nella campagna toscana del 1945 dopo la fine della guerra, quando tutto intorno si respira la voglia di riscatto. Il sogno di Matilde è quello di voler continuare gli studi, imparare, capire e discutere dei temi più importanti, come la politica, il diritto di voto universale, la libertà delle donne, il diritto di contribuire insieme, uomini e donne, alla rinascita del Paese. Una storia che oltre al riscatto, si inonda di un incontro importante per lei, che darà origine all’amore e che l’accompagnerà a vivere quel famoso 1946 quando le donne sono chiamate a votare per la prima volta. In lei vive il sentimento della gioia e partecipa attivamente, insieme alle donne della sua famiglia, anche se dovrà attendere il suo primo voto al compimento della sua maggiore età per affermare le sue idee e votare al seggio del 2 giugno 1946 un momento solenne: il referendum tra monarchia e repubblica. Un libro che si legge tutto d’un fiato, un racconto personale dell’autrice di sua zia.

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Escola de Artes de Lagoa promove oficina intitulada ‘Arte e Afeto’

Sentir e crescer juntos através da arte é o desafio para uma oficina na Escola de Artes de Lagoa – Mestre Fernando Rodrigues, onde se pretende, através da partilha em grupo, de atividades de expressão plástica, histórias e jogos, ajudar os jovens a reconhecer, compreender e expressar as suas emoções de forma natural e segura.

Será de 13 junho a 29 agosto, em 12 sessões, aos sábados das 10h00 às 11h30, sendo que esta iniciativa surge como um espaço seguro, acolhedor e promotor do bem-estar, facilitando a livre expressão de emoções, sentimentos e opiniões, bem como a exploração do mundo interior e o relacionamento com o Outro.

Desta forma, pretende-se criar condições facilitadoras do desenvolvimento pessoal que envolve o autoconhecimento, a autorregulação emocional, a autoconfiança e as habilidades sociais. Para isso, o projeto vai canalizar e potencializar o efeito terapêutico da arte, aliado a outras técnicas da psicologia, como veículo de expressão.

Os participantes serão convidados a explorar a sua “paleta interior” através da introdução e discussão de temas que englobam a inteligência emocional, a partilha de experiências e a realização de atividades práticas — como desenho, pintura, moldagem, recorte e colagem — relacionadas com temas centrais (por exemplo: conhecer o meu Eu, o medo, a coragem, comunicar com o Outro, entre outros). 

As sessões serão estruturadas por tema, mas sofrendo adaptações conforme as características e necessidades do grupo, mantendo sempre a flexibilidade e o espaço para o que os jovens quiserem expor no dia. No final, se as crianças assim o desejarem, será possível expor as suas obras para os pais e para o público geral. 

A atividade será inteiramente orientada por Valeria Gore, psicóloga clínica, o que garante um acompanhamento cuidadoso e personalizado a cada participante. A sua experiência permite identificar necessidades emocionais, apoiar a gestão das emoções e promover a confiança, o bem-estar e relações mais positivas com os outros.

A Escola de Artes de Lagoa – Mestre Fernando Rodrigues Num ambiente seguro, acolhedor e respeitador, os jovens poderão desenvolver competências emocionais, cognitivas e motoras importantes para o seu crescimento saudável.

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Gioacchino Criaco, il Cucùlo e Africo Vecchio come metafisica del mondo

È appena uscito il nuovo romanzo di Gioacchino Criaco, Dove canta il cuculo, ed è già un caleidoscopio d’appuntamenti lungo tutto lo stivale che lasciano ben sperare. Un cambio di passo editoriale (dai tipi di Feltrinelli a Piemme di Mondadori) per un sequel, a distanza di quasi vent’anni dalla pubblicazione di Anime Nere, il suo primo romanzo che l’ha consacrato al successo narrativo e cinematografico, con i suoi nove David di Donatello.

Scrittore calabrese, in connessione sentimentale con Alvaro e Strati, Criaco mette al centro delle sue narrazioni il cuore dell’Aspromonte, Africo, soprattutto Africo vecchio, nel cuore d’una montagna spietata dove il tempo sembra essere sospeso e dove ancora si parla il greco antico di Omero, più grecìa della Grecia stessa, la Bovesìa. Una montagna vittima d’un equivoco linguistico: non aspra dall’asper latino, semmai bianca, lucente (dal greco aspròs), d’una luminosità senza pari. Una favola nera che si snoda tra delitti di sangue e identità territoriale, accattivante sin dal titolo che rimanda ad un uccello migratore dal suono onomatopeico, “un falco travestito da colomba”, novello bullo e parassita giacché la femmina non costruisce un nido suo ma depone le uova in un nido altrui, dopo averne buttato giù gli abitanti legittimi. Una lunga tradizione letteraria quella del cuculo, dalle Favole di Esopo a Cime tempestose di Emily Brontë, dove l’uccello viene paragonato a Heathcliff, protagonista e antagonista al tempo stesso, come qui Salvo Pizzi, re del biologico dalla doppia vita e capo dei capi perché “se la ‘ndrangheta mi volesse morto sarei il primo a saperlo, visto che la comando”. Anche Gino, l’altro protagonista del romanzo, abita un nido che non è suo per un inganno sin dalla nascita e, come Criaco svelerà sul finire, qui di inganno a tutto tondo si tratta.

Non solo noir però, più in generale una riflessione metafisica sul mondo, con un intreccio tra legalità e illegalità diffusa che coinvolge diverse sfere, dalla politica al mondo dell’impresa sino ai funzionari pubblici. E una prosa che ha tra l’altro il merito, accanto alla crudezza neorealistica del racconto, di far emergere dalla pagina i profumi delle felci e i sapori dell’Aspromonte.

Una narrazione che si snoda da Acapulco alla Calabria, da Milano a Toronto fino in Messico, in un viaggio dalla Locride al mondo, la cui focalizzazione è il punto di vista dei cattivi seriali, antieroi dalle buone letture raffigurati come esseri dotati di un’intelligenza fuori dal comune e con un nuovo cambio di passo perché se i personaggi di Anime nere erano immorali qui invece sono amorali. Un racconto che svela quello che è sotto gli occhi di tutti, ovvero d’una organizzazione criminale, quella calabrese, tra le più forti al mondo, in una terra di eterni contrasti. Una tragedia greca, meglio ancora una tragudìa come ci dice l’autore, da canto del capro, il ditirambo in onore di Dioniso che è all’origine del teatro. Una tragedia pre greca ermetica, da trobar clus della tradizione occitanica, che affonda le sue radici nella Chanson d’Aspremont, opera medievale di grande successo che sarà alla base dei poemi di Ludovico Ariosto, dell’Orlando Furioso e dell’Orlando innamorato, una chanson de geste in 18 canti che, tra cavalieri e duelli, narra le gesta del re carolingio Carlomagno contro Agolante, re dei saraceni, e il cui teatro è l’Aspromonte.

La storia è ipnotica, si snoda lungo il ritmo del noir oltrepassandolo perché ci consegna una più generale considerazione sulla Calabria e sul mondo dominato, a tutti i livelli, dalla legge del più forte, specchio d’una realtà complessa, tra postmoderno e realismo magico. Una narrazione da realtà metafisica, sul genere del detective fiction metafisico, dove la storia pulp diventa pretesto narrativo per sollevare questioni più grandi, epistemologiche, in un mondo fatto di troppi intrecci tra politica e malaffare. Un giallo metafisico in cui si determina un cambiamento dell’universo femminile dello scrittore, dalle gelsominaie, le raccoglitrici di gelsomino che durante la notte e fino alle prime luci dell’albero raccoglievano il fiore destinato all’industria profumiera francese e simbolo d’un lavoro stagionale al femminile pagato a peso e senza tutele, a quelle del Cuculo dove “Gli uomini sognano grandezze e realizzano tragedie. Le donne costruiscono quotidianità prima di badare ai sogni”. Qui e per la prima volta nelle narrazioni dello scrittore africota, le donne abbandonano al proprio destino l’universo maschile nella consapevolezza che questo non potrà più essere salvato.

Frattanto Criaco porta il suo Cuculo in tutta Italia, tra presentazioni e reading. Se ne continuerà a parlare, e magari lo vedremo sul grande schermo. Di sicuro se ne parlerà su questa montagna di luce, ad Africo vecchio, nella due giorni Gente d’Aspromonte, oramai arrivata alla sua 8.a edizione. Per chi vorrà saperne di più, su questo raduno anarchico che ha come teatro il querceto più antico d’Europa, l’appuntamento è al Rifugio Carrà, dal 22 al 23 agosto.
La metafisica dei luoghi, da luce metafisica tipica dell’Oriente, è assicurata.

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Storia di un mercato evolutosi a regola d’arte

Il volume Trading Beauty: Art Market Histories from the Altar to the Gallery di Valentina Castellani (Allemandi Editore, 2026) mette in discussione l’idea che le opere d’arte possano essere comprese indipendentemente dal mercato che le ha generate e fatte circolare. Ogni oggetto oggi conservato in un museo è stato anche il risultato di accordi economici, interessi politici e aspettative legate all’evoluzione del gusto. La storia dell’arte coincide, in larga parte, con una storia di scambi. Il volume ricostruisce i dispositivi che hanno organizzato il sistema delle immagini nel corso dei secoli: pratiche, attori, rituali e infrastrutture che hanno reso possibile la produzione delle opere, ne hanno determinato il riconoscimento e ne hanno influenzato il valore.

Con la fine dell’Impero romano d’Occidente, la scomparsa dei mecenati pubblici e privati aveva lasciato un vuoto profondo. Questo spazio fu riempito dal mecenatismo ecclesiastico: la scultura – dai capitelli ai portali fino alle forme tridimensionali –, i cicli di affreschi e le vetrate avevano l’obiettivo comune di glorificare la Chiesa, e diffondere la parola di Dio. Trasmettere insegnamenti ecclesiastici alla popolazione analfabeta divenne lo scopo primario dell’arte. 

Il viaggio intrapreso da Castellani comincia nel Medioevo e nel Rinascimento. In quell’epoca ogni opera poteva esistere solo se commissionata, secondo le esigenze e le indicazioni del committente. Il mecenatismo era infatti la forza motrice del mercato artistico, ed era la domanda a dettare i meccanismi della produzione. 

Nel Quattrocento, come spiega lo storico d’arte britannico Michael Baxandall, citato nel libro, un dipinto del XV secolo era la testimonianza di un rapporto sociale, fondato sulla dipendenza economica dell’artista. Lo scopo principale di una cappella privata era infatti quello di celebrare il prestigio finanziario, politico e sociale del suo mecenate, piuttosto che mostrare il talento degli artigiani. Il valore dell’opera risiedeva nella sua materialità: le sue dimensioni, il tempo di lavoro e l’uso di pigmenti costosi, come per esempio il blu oltremare. 

La rinascita della vita cittadina verso la fine del XII secolo e l’ascesa della borghesia urbana permisero agli artisti di emanciparsi, stabilirsi in botteghe stabili e iniziare a firmare le proprie opere. Tuttavia, l’attività era strettamente regolata dal sistema medievale delle corporazioni: per poter lavorare legalmente era necessario iscriversi alla corporazione, che regolava la formazione, stabiliva il numero di apprendisti, definiva orari e standard di qualità, e imponeva rigide barriere protezionistiche nei confronti degli artisti stranieri.

Nel 1550 la pubblicazione delle Vite di Giorgio Vasari introdusse poi il concetto di «genio» come espressione di una personalità originale. Il pittore spostò il valore dell’opera d’arte dai materiali utilizzati all’ingegno dell’artefice, l’artifex, un termine che tradizionalmente era riservato negli scritti teologici a Dio. Pur non usando ancora l’appellativo di “artista”, Vasari contribuì a modificare lo status intellettuale dei produttori di opere d’arte. Un cambio di paradigma che si tradusse in una straordinaria ascesa economica.

Nel contesto italiano, la frammentazione politica in città-stato favorì una competizione culturale: le dinastie al potere elevarono il mecenatismo a uno strumento di legittimazione. Una transizione importante si verificò nel XVII secolo, in quello che fu definito il Secolo d’oro olandese. In seguito alla guerra d’indipendenza contro la Spagna, l’Olanda si costituì come repubblica protestante, ponendo fine al sistema di committenza legato alla Chiesa cattolica e alle corti. Gli artisti dovettero così ripensare la propria posizione, e rivolgendosi a un mercato più aperto e anonimo, dominato dalla borghesia mercantile.

Questo scenario diede vita a una produzione di massa senza precedenti: nel Seicento le opere prodotte superarono i cinque milioni. L’arte entrò nelle case dei ceti medi e persino in quelle dei semplici artigiani: si stima che a Delft, in Olanda, due terzi della popolazione possedeva almeno un quadro. Cambiarono radicalmente anche i soggetti: le composizioni mitologiche e storiche furono sostituite dai paesaggi, dalle nature morte e dalle scene di interno domestico, che celebravano i valori quotidiani della borghesia. Questa massificazione comportò un forte ribasso dei prezzi: un dipinto semplice poteva costare solo due o tre fiorini, e un buon ritratto sessanta fiorini: meno del prezzo di un bue, che ne valeva novanta.

Oggi, le domande fondamentali intorno al mercato dell’arte rimangono le stesse: chi autorizza che cosa è arte? Chi trasforma l’attenzione in valore? In Trading Beauty Valentina Castellani prova a rispondere a questa domanda analizzando la metamorfosi della galleria d’arte moderna, che si evolve da semplice spazio di vendita a laboratorio di posizionamento reputazionale.

Un fenomeno centrale della storia recente è l’ibridazione tra spazio commerciale e istituzione pubblica tramite le mostre “museali” presenti in galleria. Il caso di studio analizzato nel volume è la mostra Picasso: Mosqueteros, organizzata dall’autrice per Gagosian a New York nel 2009, che dimostra come la distinzione tra pubblico e privato non sia più strutturale. Il progetto, focalizzato sulla produzione tarda di Picasso, fu concepito con rigore scientifico, prestiti internazionali istituzionali, la curatela del biografo John Richardson e l’allestimento dell’architetta Annabelle Selldorf. L’operazione culturale ha colmato un vuoto critico, generando al contempo una rivalutazione di mercato del segmento specifico dell’artista. La galleria si trasforma così in un’istituzione capace di produrre senso e valore economico, dimostrando che la costruzione del mercato e la produzione di conoscenza possono coincidere.

Nel capitolo finale, il volume affronta le turbolenze del presente: la vita post-pandemia, la crescita esponenziale del mercato dell’arte cinese, le piattaforme digitali, l’economia dell’attenzione, e l’avvento dell’intelligenza artificiale. Oggi, la legittimazione dell’opera è frammentata: si disperde tra i social media e tra nuove geografie, portando con sé il rischio di volatilità e di omologazione del gusto, dettata dagli algoritmi. 

Emerge anche una tendenza legata alle sensibilità delle generazioni più giovani, che esprimono urgenti di riequilibrio verso artisti storicamente marginalizzati. Il  collezionista contemporaneo si deve fare carico di una responsabilità culturale nei confronti della storia, invitandolo a privilegiare principi guida universali: l’autenticità della passione e lo studio metodico, gli unici strumenti capaci di riconoscere la qualità artistica.

Trading Beauty, Cover. Società Editrice Allemandi / Leo Gilardi

“Trading Beauty. Il mercato dell’arte dall’altare alla galleria”, di Valentina Castellani, Allemandi Editore, 2026, 34€, 312 pagine

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