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The Iran war and the billion‑dollar fund for Trump’s allies are eroding the president’s grip on Republicans in Congress

The vote in the House of Representatives on Wednesday to limit Donald Trump’s authority to continue his war in Iran will not bring that conflict to an end. But it does represent a symbolic setback for the U.S. president on an issue — the Middle East — that has become, both domestically and in foreign policy, the most painful stone in the shoe of his return to the White House. Meanwhile, the weeks go by and, with the peace deal with Tehran stalled, it seems clear that Washington has no idea how to extract itself from a quagmire of its own making.

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© Alex Brandon (AP Photo/Alex Brandon)

Trump on Wednesday in the Oval Office displays a chart comparing the length of the Lincoln Memorial pool with the height of iconic skyscrapers.
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Israel continues bombing Lebanon despite ceasefire extension: ‘We have freedom of action’

The ceasefire that has never truly stopped the fighting between Israel and Hezbollah followed the same dynamic on Thursday after being extended in a new round of talks in Washington.

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© Stringer (REUTERS)

Smoke after an Israeli strike in Nabatiyeh, in southern Lebanon, on Thursday.
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Israel and Lebanon agree to Washington-mediated ceasefire

Israel and Lebanon have agreed to a ceasefire, a tripartite statement from both governments and the U.S. State Department announced. The cessation of hostilities is conditional on the Lebanese fundamentalist militant group Hezbollah completely halting its attacks and withdrawing its operatives from south of the Litani River. If implemented, the pact would open the door to relaunching peace talks between the United States and Iran.

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© Mohammed Zaatari (AP Photo/Mohammed Zaatari)

Rescuers search for victims beneath the rubble of a building in Tyre, Lebanon.
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Etgar Keret, writer: ‘Living in Israel today is like living in a zombie movie’

Etgar Keret on May 11 at his home in Tel Aviv.

Writer Etgar Keret (Ramat Gan, Israel, 58) had planned to deliver his ninth book of short stories to his publisher on October 8, 2023. He had picked the date at random: he produces one every seven years or so and sets himself a firm deadline. Two days earlier, he told his wife, Shira Geffen — the screenwriter and filmmaker who wrote the film Jellyfish (2007), directed by Keret and awarded at Cannes — that he felt the book had become too dark because of the personal and political events that had marked him in preceding years: his mother’s death, the coronavirus pandemic, a herniated disc, the return to power of Benjamin Netanyahu with the most right-wing government in the country’s history… His wife advised him to reread it calmly the next day and, if he still felt that way, to ask the publisher for an extension.

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Etgar Keret poses with his rabbit before the interview, at his home in Tel Aviv.
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Trump: “Netanyahu è pazzo, ma lavoriamo bene insieme. L’Iran ha accettato di rinunciare all’arma nucleare”

Parla di guerra, di Iran, di Netanyahu che conferma di avere dichiarato essere “pazzo” – come rivelato da Axios – ma allo stesso tempo aggiunge di lavorare molto bene con lui. Spera di incontrare Khamenei e addirittura annuncia che l’Iran ha rinunciato all’arma nucleare. Quarantotto minuti di intervista con Miranda Devine, in esclusiva per il podcast Pod Force One della giornalista del New York Post. Il tema della guerra in Medioriente è centrale. Il capo della Casa Bianca, spiegando che sono in corso i negoziati per trovare un’intesa (“e se non la troveremo bene lo stesso, agiremo in un’altro modo”) dichiara che l’Iran ha accettato di non avere un’arma nucleare. “Poi possono cambiare idea, ma quella è stata la cosa principale”, ha proseguito col consueto linguaggio colloquiale, lontanissimo – come sempre – dalle formule della diplomazia. Ha poi detto di volere incontrare la Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei. “È coinvolto nei negoziati, nutrono molto rispetto verso di lui. Non ho avuto il privilegio di incontrarlo. Sento che non sta molto bene: gli mancano diverse parti. Sembriamo andare molto d’accordo con l’ayatollah. Vorrei incontrarlo e penso che lo incontrerò a un certo punto”. Quanto ai negoziati, che “stanno “evolvendo rapidamente”, oltre alla rinuncia all’arma nucleare “accadranno molte altre cose positive”, ha aggiunto, senza specificare a cosa facciano riferimento le sue dichiarazioni. Oltre a non avere alcun fondamento, visto che le parti non hanno esplicitato alcuna intesa, a smentire il presidente Usa è intervenuta l’agenzia di stampa iraniana Tasnim, considerata vicina alle Guardie Rivoluzionarie, che ha riferito, citando alcune fonti, che “a causa dei crimini di Israele in Libano, l’Iran ha sospeso lo scambio di messaggi tramite intermediari fino a quando non saranno soddisfatte le condizioni poste dall’Iran riguardo al Libano. Le affermazioni del presidente statunitense Donald Trump sulla risposta iraniana contraddicono completamente la realtà”.

Ma il capo della Casa Bianca, come osservato sin dall’inizio del conflitto, ha spesso avanzato dichiarazioni e ultimatum che non hanno avuto seguito e che sono stati smentiti a stretto giro. Nel corso dell’intervista trova spazio anche il commento alle indiscrezioni di Axios rispetto a quanto pensi del primo ministro israeliano. Indiscrezioni che Trump ribadisce in pieno: ha confermato di aver dato del “fottutamente pazzo” a Benjamin Netanyahu, nel corso della loro recente telefonata per discutere del cessate il fuoco in Libano, ma ha ammesso comunque di “lavorare bene insieme” al primo ministro israeliano. “Ero un po’ turbato dai suoi continui combattimenti in Libano – ha detto Trump – Ma mi piace molto Bibi. E lavoro molto bene con lui. Io sono un presidente in tempo di guerra, e lui è un primo ministro in tempo di guerra”. Ha poi deriso le affermazioni secondo cui sarebbe stato ingannato da Netanyahu per entrare in guerra contro l’Iran. “Mi ha ingannato? Sono stato io a cominciare – ha detto -. Ho iniziato perché non possiamo permettere che l’Iran si doti di un’arma nucleare”. Questo, ha aggiunto, “riguarda Israele, perché probabilmente sarebbero stati i primi a essere colpiti. Israele non esisterebbe. Sapete cosa? Se non ci fossi stato io, Israele non esisterebbe adesso”.

Parla anche dell’ipotesi del tutto remota dell’invio di truppe Usa in Iran, tema caro all’opinione pubblica americana. “Abbiamo eliminato gran parte del loro esercito solo con le bombe”, ha detto, dunque non c’è alcun bisogno dell’invio di soldati sul campo. Ed esaltando se stesso per il lavoro svolto alla presidenza, ha descritto gli Stati Uniti come il Paese “più ‘hot’ e più di successo nel mondo”, tanto che anche il presidente cinese Xi Jinping – che ha incontrato a metà maggio a Pechino – “ammira” quanto ottenuto dal presidente americano nel suo secondo mandato alla guida del Paese. Infine, in contrapposizione al suo lavoro, dedica anche una parte dell’intervista a denigrare Joe Biden, definendo “stupide” le persone che facevano parte della sua squadra. E per marcare la differenza col predecessore, ha ricordato che le sue capacità cognitive sono “al 100%”.

L'articolo Trump: “Netanyahu è pazzo, ma lavoriamo bene insieme. L’Iran ha accettato di rinunciare all’arma nucleare” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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Noa: “Rispetto l’opinione di De Gregori, ma non può dire agli altri cosa devono fare. Springsteen è un eroe, che rischia la vita. Netanyahu è una maledizione per il mio popolo, Ben Gvir è un mostro”

Noa, partiamo da quella sera. 4 novembre 1995, Tel Aviv, la manifestazione per celebrare gli Accordi di Oslo. Sono le 21.30.
“Avevo cantato, ero già scesa dal palco per dare un abbraccio e un bacio a Yitzhak Rabin. Il premier sale su per fare il coro, stonatissimo e imbarazzato, in ‘Shira LaShalom’ con Miri Aloni, che aveva reso famoso questo pezzo pacifista quando era nell’esercito”.

E dopo?
“È sceso anche lui, il foglio con il testo della ‘Canzone della pace’ ripiegato nel taschino della giacca. È stato quello, dei tre proiettili sparati dal killer, un estremista di destra ebreo, a risultare fatale. Trapassando il foglio e inondandolo del suo sangue. Lo conserviamo al Centro Rabin per la Pace. Fu un momento tragicamente mitologico”.

Che le cambiò la vita.
“A 25 anni ero una star. La beniamina di Israele, con i riccioli e la voce d’oro. Riempivo gli auditorium, avevo un disco con la Geffen Records. Mi consideravano la nuova Celine Dion. Ricordo l’istante in cui ho pensato: ‘Riuscirai a fuggire da questa gabbia, Noa? Ti dedicherai solo a inseguire il successo o ti tufferai nelle acque insanguinate, sapendo che ci sarà un prezzo da pagare? Molti ti odieranno’. Decisi di diventare come Neytiri”.

Il personaggio di Avatar.
“Mi trasformai in uno spirito guerriero. Sono da 30 anni in questa missione, è il mio destino, tra un paio di generazioni forse il mio seme avrà generato qualche piantina. Nessun artista che si reputi tale deve andare in panico per compiacere il pubblico, ma continuare a esplorare, facendo in modo che la musica offra un briciolo di verità. I Beatles, Joni Mitchell, Leonard Cohen, Paul Simon e…i contrappunti di Bach ce lo hanno insegnato. Difendi la tua innocenza, esplora la tua anima, fai in modo che vada a occupare uno spazio ancora vuoto, prima sia troppo tardi”.

Lo dimostra nel suo ultimo album, ‘The giver and the see’, che è baciato dalla grazia. C’è ispirazione a ogni passo. E ci vedi pure, in controluce, l’ombra di questa realtà angosciosa. Eppure lei, diversamente da De Gregori e Vasco, ha scelto di non raccontare le cose solo nelle canzoni.
“Rispetto l’opinione di De Gregori, ma lui non può dire agli altri cosa debbano fare o meno. Ha optato per non parlare se non con la sua musica? Ok, ma Springsteen è un eroe, che sta mettendo a repentaglio la propria vita con immenso coraggio per schierarsi contro Trump. Da sempre Bruce racconta la cosa più preziosa per lui, l’America: e se capisce che quell’idiota del presidente la sta distruggendo dovrebbe starsene in disparte? De Gregori dice: chi siamo noi cantanti per parlare di politica? Certo, non siamo obbligati. Però puoi parlare di valori, della pace, dei diritti umani, essere contro il razzismo e la xenofobia. O dobbiamo lasciare questi temi agli storici e ai filosofi?”.

Il 3 ottobre ci sarà nel Maryland il Power to the People Festival, con Springsteen, Tom Morello, Foo Fighters…
“Ci andrei a piedi, se mi invitassero. Wow, ci sarà anche Joan Baez”.

Torniamo all’album: è il primo senza la chitarra di Gil Dor, spicca il piano di Ruslan Sirota, che la seguirà nel tour italiano in estate.
“Amo Gil, è un genio, ma ha 17 anni più di me, oggi ha interessi diversi. Il nostro suono era diventato un nodo inestricabile, come Tuck & Patti. Facemmo un disco ai tempi del Covid, ‘Afterallogy’. E poi, e poi…arrivò il 7 ottobre. In un post sui social dissi a chiunque: se avete bisogno di noi, veniamo a suonare a casa vostra. Raccoglievamo fondi per Gaza”.

Subito dopo il 7 ottobre il mondo intero era al fianco di Israele. Però Netanyahu…
“Netanyahu è una maledizione per il mio popolo. Un bugiardo, un disperato che sta facendo la guerra per salvarsi dalla galera e dall’inferno che merita. Il 7 ottobre Hamas ha ucciso i nostri ragazzi, ha trucidato bambini. Un Primo Ministro assennato avrebbe chiuso la questione in fretta, attaccando Hamas e facendosi restituire gli ostaggi. Netanyahu no: ha tradito Israele da quando è al potere, da 20 anni. Si è venduto una prosperità tecnologica regionale foraggiando la stessa Hamas con milioni di dollari e si aspettava che quelli ricambiassero la protezione senza attaccarci. Netanyahu è una merda, così come quel pazzo figlio di puttana di Trump che gli fornisce le armi. E neppure il vecchio, democratico Biden era riuscito a fermare Bibi”.

Come sottrarsi alla morsa dei tiranni?
“Noi israeliani abbiamo un’ultima possibilità: le elezioni in ottobre. Se Netanyahu le rivincerà il mio Paese precipiterà nell’abisso, e io stessa, che vivo in un kibbutz, me ne andrò. C’è questa estrema chance prima della catastrofe. Il dramma è che non abbiamo una costituzione che limiti la sua possibilità di ricandidarsi”.

Ha fiducia che possa essere sconfitto?
“I media internazionali cavalcano la falsa equazione fra Netanyahu e Israele. Perché non vediamo mai nei vostri Tg Meir Golan, il leader della nostra coalizione democratica? Questo è un problema per noi israeliani di sinistra, che siamo moltissimi. Senta questa storia: uno studente va da un saggio e gli chiede: ci sono due lupi, quello della luce e quello delle tenebre, chi vincerà? Il saggio gli risponde: quello che nutri. Ed è così”.

Dunque esiste una solida opposizione da voi.
“Scherza? Un giorno manifestammo attorno alla Knesset, dormimmo lì in tenda. Ci fu un attacco e sbaraccammo la piazza, perché tutti i nostri figli sono mobilitati nell’esercito. Israele è un piccolo Paese sotto tiro costante, siamo terrorizzati che i nostri ragazzi, i nostri fratelli e sorelle non tornino a casa. Io stessa, agli esordi della carriera, passai due anni nell’IDF, come vuole la legge. Due dei miei figli sono arruolati. La più piccola mi ha detto: Mamma, me ne vado all’estero, non posso imbracciare il fucile per questi corrotti e per Netanyahu”.

E per Ben Gvir.
“Lo odio, è un mostro. Ma per i suoi fans le violenze sulla Flotilla lo hanno reso ancora più forte. Lui, Netanyahu e Trump sono banditi, mafiosi, criminali. Occhio: Trump lavora per l’ego e l’avidità. Ben Gvir è persino più pericoloso poichè sostiene di operare per conto di Dio. Crede che la sua missione divina sia liberare la terra dai palestinesi e creare il Regno di Giudea per la venuta del Messia. Dal fiume al mare. E costruire il Terzo Tempio. Questa è gente pericolosissima, malvagia. Sa chi era l’idolo di Ben Gvir?

Dica.
“Si chiamava Meir Kahane, un rabbino ebreo americano, aveva fondato un movimento razzista e suprematista come il Ku Klux Klan, però ebraico”.

All’inizio dei ’70 Dylan, nel suo periodo religioso, ne parlava bene. Lo incontrò- Poi si ricredette.
“Quando Kahane fu eletto in Parlamento tutti gli altri deputati abbandonarono l’aula. Il suo partito fu messo fuori legge. Ora Ben Gvir sta controllando la polizia e la nostra sicurezza interna”.

A proposito, ha sentito del battello della Flotilla senza equipaggio che ha raggiunto la Striscia?
“Un miracolo della corrente, della natura. Spero che a bordo vi fossero ancora cibo e aiuti. Tuttavia, è l’unico risultato concreto della Flotilla. Sapevamo che l’obiettivo praticabile fosse mostrare al mondo, di nuovo, quanto fosse orribile Ben Gvir”.

E la violenza dei coloni? Non dovrebbero essere lì.
“Quelli che vediamo nelle news internazionali sono una ristrettissima minoranza, i cosiddetti Ragazzi delle Colline, così violenti e brutali. I coloni sono negli insediamenti perché i governi di Israele hanno concesso loro terra a buon mercato: Tel Aviv è più cara di Parigi per comprare una casa. I coloni erano andati lì quando subivamo la massima pressione di Arafat e dell’OLP, gli attentati e i missili. Ora lasciare quelle aree significherebbe scatenare una guerra civile. Siamo rimasti nella sindrome dell’accerchiamento. Netanyahu cavalca lo spettro di Hitler per premere sugli israeliani traumatizzati dall’Olocausto”.

Se ne esce?
“Finché lui resta in sella, l’Occidente e l’Italia non debbono interrompere gli accordi commerciali”.

No?
“Le sanzioni lo renderebbero un condottiero impossibile da disarcionare. Detto questo, tutti devono smettere di spararsi addosso. Adesso. Hezbollah non deve tirare razzi entro i nostri confini e noi non dobbiamo avanzare in Libano. Lo stesso deve accadere con l’Iran. I popoli libanesi, iraniani, israeliani sono meravigliosi. I loro leader sono tutti dei bastardi”.

Quindi come si costruisce la pace?
“Convincendoci, tutti in Medio Oriente, di poter convivere. E se penso a Gaza so che non è facile smarcarsi da Hamas: quegli schifosi dei terroristi se ne stanno rintanati a ingrassare in Qatar sulla pelle dei bambini palestinesi. Tengono in ostaggio la gente di Gaza: lì se ti ribelli ad Hamas in cinque minuti ti fanno fuori. Io in Israele posso ancora parlare, non so per quanto”.

Ha sentito la nuova versione di ‘Comfortably Numb’ ricantata da Roger Waters con Mona Mair in inglese e arabo e il video per Gaza?
“Interessante, ma Waters mi ha perso quando ai suoi concerti faceva volare un maiale con la Stella di David. Non puoi usare il nostro simbolo più sacro sovrapponendovi quello meno amato. È come se avesse detto al popolo ebraico: andate tutti a fare in culo. Questo è inaccettabile. Le parole possono essere benedizioni, oppure armi. Waters ha abusato del suo potere e della sua popolarità, diventando così radicale da meritarsi il disprezzo anche degli israeliani di sinistra come me, che pensano che gli abitanti di Gaza debbano essere liberi e che i palestinesi debbano avere un loro stato accanto ad Israele. Coesistendo fianco a fianco”.

Non dicevamo che schierarsi è sempre meglio che tacere?
“Ovvio, ma senza incorrere in errori di prospettiva. Prenda i movimenti pro-Pal: dovrebbero imparare a capire che il sostegno alla Palestina non deve andare a discapito del diritto alla vita e alla sicurezza del mio popolo. Troppi intellettuali occidentali, anche nelle università o nella comunità artistica male informata, confondono Gaza con Hamas, ed è un errore tragico per tutti. Chi vorrebbe sentirsi dire: ‘Gazawi, dovete diventare martiri in nostro nome’? Al tempo stesso, questa miopia fa il gioco di Netanyahu. Dobbiamo costruire ponti per la pace. Crederci allo sfinimento”.

Come ha fatto lei, Noa, organizzando con Mira Awad il Re-Imagine Peace Festival con artisti israeliani, palestinesi e italiani, tra cui Neri Marcorè, all’Anfiteatro delle Cascine di Firenze dal 10 al 12 luglio. Non ha invitato politici, parteciperà il Patriarca di Gerusalemme Pizzaballa.
“Che è un grande uomo, una rockstar! Sono stata davvero a disagio per lui dopo l’incidente della Domenica delle Palme. Pizzaballa si è ricordato di quando feci un concerto nella sua Bergamo destinando i fondi all’ospedale per affrontare il Covid. A Firenze sarà un evento gratuito, tutti i cittadini sono i benvenuti per parlare e capire insieme. Se metti da parte le ideologie, le tifoserie e vedi un essere umano che soffre, schierati dalla sua parte. Se non riesci a sentire il grido d’aiuto di qualcuno, non aspettarti che poi qualcun altro ti soccorra nel tuo momento del bisogno. Io sono una donna ebrea yemenita, dunque di sangue arabo. Quel che conta è la mia identità. Che è come il mantice di una fisarmonica. Se lo comprimo, sarò schiacciato e isolato dalla mia particolarità, se lo espando mi sentirò accolto nel mondo”.

Dove ha coltivato la saggezza?
“Da dieci anni pratico la meditazione estrema, la Vipassana. Non sono più la Noa di un tempo. Un mio amico, il grande storico Yuval Noah Harari, è persino più avanti di me. Riesce a stare in silenzio totale per 60 giorni l’anno. Harari, un conferenziere mondiale. Dice: è la cosa più importante della mia vita. I monaci buddisti insegnavano che se c’è qualcosa che puoi fare, agisci. Altrimenti lascia che sia. O come mi diceva il mio mentore Shimon Peres: ‘Ottimisti e pessimisti sono entrambi destinati a morire. La differenza è come impieghi la tua vita’”.

L'articolo Noa: “Rispetto l’opinione di De Gregori, ma non può dire agli altri cosa devono fare. Springsteen è un eroe, che rischia la vita. Netanyahu è una maledizione per il mio popolo, Ben Gvir è un mostro” proviene da Il Fatto Quotidiano.

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