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Caso Minetti, Gomez: “Mai vista un’indagine per stabilire se qualcuno ha detto il vero e poi non viene interrogato”

“In tutta la mia carriera non avevo mai visto un’indagine che si fa per stabilire se” una persona “ha detto ad un giornale o in tv delle cose vere e poi non viene interrogato“. A parlare è Peter Gomez, direttore de ilfattoquotidiano.it e condirettore del Fatto Quotidiano, intervistato da Giorgio Lauro e Nancy Brilli a Un Giorno da Pecora, su Rai Radio1. Il tema è la relazione conclusiva della Procura generale di Milano sulla nuova istruttoria che ha rivalutato l’iter che ha portato al provvedimento di grazia per l’ex consigliera regionale Nicole Minetti.

Gomez sottolinea che nel comunicato della procura generale “si scrive che non è stata fatta la rogatoria, perché non si poteva fare, quindi non hanno sentito la testimone che noi abbiamo intervistato”. “Non hanno fatto altri atti di indagine, se non appoggiandosi all’Interpol, ma hanno stabilito sulla base delle indagini difensive, e di qualcuno che hanno sentito, che non è vero quello che ha detto a noi la testimone”.

Continua il direttore de ilfatto.it: “Noi non facciamo le inchieste per far revocare qualcosa, noi abbiamo fatto un’inchiesta per raccontare una storia alla luce di un fatto preciso. La decisione di graziare Nicole Minetti ha provocato un enorme sconcerto dell’opinione pubblica perché è una decisione che è stata scoperta per caso perché è stata tenuta segreta inizialmente per motivi legati alla presenza di un minore. Dopodiché abbiamo avuto delle notizie, le abbiamo raccontate con nome e cognome e prendiamo atto che le notizie che abbiamo raccontato non vengono considerate vere senza sentire la fonte da cui provengono. Curioso”. Ad ogni modo, assicura Gomez, “le inchieste del Fatto non finiscono qui”.

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“Troppe spese per la difesa”: mozione unitaria di Pd, M5s, Avs e Iv per chiedere di “riconsiderare gli impegni Nato”

Alla fine hanno trovato l’intesa. I gruppi alla Camera di Partito democratico, Movimento 5 stelle, Alleanza verdi e sinistra e Italia viva, hanno chiesto, in una mozione unitaria, di “riconsiderare urgentemente gli impegni assunti in sede Nato in materia di spese per la difesa“, considerando quanto queste abbiano un “impatto strutturale sulla finanza pubblica di fatto insostenibile alla luce dei dati Istat”.

Da giorni, come anticipato dal Fatto Quotidiano, i partiti dell’opposizione stavano lavorando per trovare una quadra unitaria che desse anche un segnale di alternativa possibile al governo Meloni.

Nel documento, presentato a prima firma dell’esponente del M5s Filippo Scerra, viene chiesta anche “una revisione integrale del patto di stabilità“.

Sono quindi due i punti chiave sui quali l’opposizione chiede che “un eventuale scostamento di bilancio sia esclusivamente indirizzato al contrasto della povertà assoluta, al sostegno per la sanità pubblica e per famiglie e imprese colpite dalla crisi energetica, escludendo che le risorse disponibili siano assorbite da impegni di spesa militare”. In aggiunta Pd, M5s, Avs e Iv chiedono di “promuovere una politica di difesa comune europea attraverso la pianificazione, l’acquisizione e la gestione di capacità condivise, al fine di efficientare le risorse già previste e sfruttando le economie di scala”.

In tutto i punti su cui la mozione unitaria impegna il governo sono 10. Sul patto di stabilità le opposizioni chiedono al governo di “adottare iniziative urgenti in sede di unione europea volte a pro-muovere una revisione integrale del patto di stabilità che abbia come obiettivo quello di sostenere una crescita inclusiva e sostenibile, senza ricorrere a politiche di austerità, preservando la qualità e il livello di spesa pubblica”. Per questo, scrivono ancora, va sostenuto “un piano di investimenti comuni sul modello di Next Generation EU da 750-800 miliardi annui, anche ricorrendo a debito comune, finalizzato alla crescita economica, nonché a promuovere azioni volte a realizzare lo scorporo dal calcolo degli indicatori sul deficit per gli investimenti nazionali destinati ad interventi di carattere economico sociale a sostegno delle famiglie e imprese, evitando pesanti tagli allo Stato sociale e sostenendo una crescita inclusiva e sostenibile di medio e lungo termine”.

Il campo largo chiede inoltre di “adoperarsi per la revisione delle regole fiscali comprese nel Patto di stabilità e crescita, al fine di adattarle alle nuove sfide che l’Unione europea e i suoi Stati membri sono chiamati ad affrontare, nonché a perseguire politiche di bilancio sostenibili, prevedendo percorsi di rientro dal debito più realistici che tengano conto delle specificità degli Stati membri e del loro quadro macroeconomico complessivo” e a “promuovere iniziative volte a porre le basi di una riforma sul tema della creazione di un’adeguata capacità fiscale dell’Unione, che riveste un’importanza centrale per il processo di integrazione europea ed è strumento essenziale di governance economica in quanto strettamente complementare alla disciplina di bilancio per gli Stati, in particolare chiedendo che le politiche economiche nazionali siano sostenute e integrate da efficaci politiche europee, uniche in grado di far fronte a gravi shock (simmetrici o asimmetrici) o farsi carico della produzione di beni pubblici di interesse generale”.

Le opposizioni chiedono poi al governo di impegnarsi ad “adottare iniziative in sede europea volte ad adattare alcuni elementi di successo dell’esperienza del Dispositivo di ripresa e resilienza alla nuova architettura della politica di bilancio europea”. Un impegno possibile, secondo il documento, “trasformando il programma Next generation EU in uno strumento permanente, da finanziare attraverso il bilancio europeo con la conseguente istituzione di nuove fonti di entrate nella forma di risorse proprie dell’Unione europea e l’inclusione dell’emissione di debito comune europeo come strumento stabile, finalizzati a sostenere l’impegno comune per il rafforzamento degli investimenti nella produzione di ‘beni pubblici’ che consentano di rispondere al meglio alle esigenze concordate a livello europeo, come ricerca, innovazione, sicurezza e transizione energetica, al fine di assicurare all’Unione europea un proprio spazio fiscale autonomo, capace di avviare una politica economica anticiclica, che la sottragga a quelli che i firmatari del presente atto di indirizzo giudicano ‘ricatti’ dei contributi nazionali”.

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2 giugno, Ilaria Salis contro la parata militare: “Da abolire”. E Meloni risponde

Mentre né Elly SchleinGiuseppe Conte (ma neppure il ministro Matteo Salvini) sono andati alla parata militare del 2 giugno, l’eurodeputata Avs Ilaria Salis è intervenuta per lanciare una proposta provocatoria: abolire la sfilata delle forze armate per “restituire alla Festa della Repubblica il suo originario carattere civile, popolare e democratico”, ha scritto su X. “In un’epoca pericolosamente segnata da riarmo, militarismo e guerre sempre più vicine, servirebbe il coraggio di compiere una scelta forte e controcorrente”. E per rispondere alla parlamentare, nota per essere stata incarcerata in Ungheria con l’accusa di aggressione durante uno scontro con un gruppo neonazista, è intervenuta la stessa presidente del Consiglio, seguita dal presidente leghista della Camera Lorenzo Fontana.

Una proposta inaccettabile per la maggioranza di governo. Tanto da spingere la premier a un intervento pubblico: “Reputo queste dichiarazioni”, ha scritto Meloni, “non solo vergognose, ma anche indegne verso i tanti uomini e donne in divisa che ogni giorno servono l’Italia con disciplina, onore e spirito di sacrificio”. Per Meloni “la Festa della Repubblica e la parata non celebrano soltanto una ricorrenza istituzionale”, ma “l’identità della Nazione, il senso dello Stato e il valore di chi quello Stato lo difende, lo rappresenta e lo onora. Disprezzare tutto questo da ruoli istituzionali significa non aver capito nulla della nostra storia, della Repubblica e del dovere che si ha verso di essa”. Stessa linea tenuta dal leghista Fontana, nonostante l’assenza del suo leader: “Penso”, ha detto su Rete4, “che i ragazzi delle Forze dell’ordine e delle Forze armate ci garantiscano la sicurezza, la libertà e la democrazia: sono essenziali per la sopravvivenza del Paese e di questi valori. È quindi credo che sia fondamentale invece ringraziarli per il fatto che ci sono, che ci garantiscono questi valori, che ci permettono di vivere in un paese libero”.

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Cacciari sbotta con Gruber: “Ce la prendiamo con Meloni, ma l’Europa di von der Leyen è infinitamente peggio di lei”

Scintille a Otto e mezzo (La) tra la conduttrice della trasmissione, Lilli Gruber, e il filosofo Massimo Cacciari sulla posizione del governo italiano e dell’Unione europea di fronte alle guerre in corso. Al centro del dibattito, l’immobilismo della presidente del Consiglio Giorgia Meloni sul fronte internazionale e le responsabilità ben più gravi che, secondo Cacciari, ricadono sulle istituzioni europee.
Gruber chiede direttamente se Giorgia Meloni sappia ancora dove collocarsi sullo scacchiere globale e come possa ricostruire un posizionamento credibile in politica estera. Cacciari risponde che la premier si barcamena come può: non può certo applaudire le scelte di Trump e Netanyahu, ma allo stesso tempo non può permettersi di prenderne le distanze in modo netto. “Dove va? Con chi si allea? Con Putin? È una condizione totalmente obbligata”, sottolinea.

Poi sposta il tiro sull’Unione europea: “Noi ce la prendiamo con la Meloni. E l’Europa? È infinitamente peggio, perché forse l’Europa potrebbe almeno sforzarsi di approntare una politica estera decente, che manca totalmente. Se la Meloni è stata fin qui succube di Trump e di Netanyahu, allora cosa dire della von der Leyen? – continua – Soltanto sui dazi ha alzato un po’ la voce, ma neanche sulle più efferate stragi ha preso una posizione chiara e definita. Ha per caso proposto una qualche sanzione nei confronti di Israele? Quindi, ce la prendiamo con la Meloni?”.
E ribadisce: “Scenari addirittura apocalittici di questo genere possono essere affrontati soltanto da grandi spazi politici. Certo, l’Italia non fa niente, ma cosa potrebbe fare? In ogni caso, non potrebbe fare nulla. L’unico soggetto che potrebbe avere peso e incidere su queste tragedie sarebbe l’Europa. E l’Europa non solo non c’è, ma per quel poco che esiste è infinitamente peggiore della Meloni”.
Il filosofo lancia quindi una stoccata ai dem: “Certamente questa Europa è anche appoggiata da tutti, visto che la von der Leyen è stata votata dalla Meloni e pure dal Pd“.

Le parole di Cacciari provocano la reazione immediata di Gruber, che si rivolge alla storica Michela Ponzani: “Dobbiamo prendercela con l’Europa e non con Giorgia Meloni, né coi sovranisti che minano in realtà l’Europa e che fanno di tutto per disunire?”.
A quel punto Cacciari sbotta: “Scusi Gruber, cerchi di non equivocare in questo modo quello che dico. È chiaro che bisogna prendersela con i sovranisti e con tutti gli altri, ma certamente le responsabilità non sono di quattro scemi che fanno i populisti e i sovranisti, sono responsabilità della Commissione Europea e delle leadership effettive. E queste non sono certamente i sovranisti o qualche fascista in giro per l’Europa, che non contano niente di niente. Certo che me la prendo con i sovranisti, ma sono ben altre le responsabilità”.
La conduttrice insiste: “Ho capito, ma bisognerebbe anche ricordare che sulla maggioranza delle questioni cruciali c’è ancora il diritto di veto in Europa, quindi per essere più operativi l’Unione Europea ha bisogno di toglierlo“.
Cacciari dissente con fermezza: “Ma non c’è bisogno di toglierlo, perché la Commissione Europea su quelle questioni è andata davanti sparata. Sono stati sempre tutti compatti e uniti nella politica estera che hanno adottato. Ma scherziamo?”.

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Bersani a La7: “La ricchezza si sta concentrando sempre più in mano a pochi. È ora che paghino qualcosa, altrimenti la gente si incazza”

“Questi qui devono rendersi conto che è ora che paghino qualcosa perché dopo un po’ la gente si incazza“. Con questa frase durissima, pronunciata a Dimartedì (La7), Pier Luigi Bersani mette il dito nella piaga di un’Italia sempre più divisa tra chi accumula ricchezza a ritmi vertiginosi e chi fatica a mettere insieme il pranzo con la cena. L’occasione della riflessione dell’ex ministro è data dalle immagini dell’inaugurazione del Tala Beach, il nuovo stabilimento balneare di lusso firmato da Daniela Santanchè e dal compagno Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena a Marina di Pietrasanta, in Versilia. Si tratta di un video che la stessa ex ministra del Turismo ha voluto diffondere sui social con orgoglio: una festa notturna tra dj set, cocktail, spettacoli, personaggi famosi (tra cui spiccano Ignazio La Russa) e arredi di pregio, con tende da sole da 12mila euro l’una, lettini esclusivi, area relax con piscina e un’atmosfera da salotto buono per vip.

Bersani non ci gira intorno: “Io penso che questa cosa disveli al meglio quello che ci dicono le statistiche, comprese le parti che non si riprendono mai della relazione del governatore della Banca d’Italia, e cioè che è in corso un fenomeno di concentrazione della ricchezza galoppante nel mondo e in Italia“.
Secondo l’ex segretario del Pd, che la grande maggioranza degli italiani possa riconoscersi in quel mondo dorato è un’illusione che si allontana sempre di più man mano che la ricchezza si concentra nelle mani di pochi. Il confronto con l’era Berlusconi arriva subito, ma Bersani lo respinge con decisione: “No, ma non mi paragoni Berlusconi con la Santanchè. Berlusconi aveva tante frecce al suo arco. Era simpatico Berlusconi, a me non molto, ma insomma a tanta gente risultava simpatico e questo fenomeno però non era così galoppante allora“.

Oggi, invece, l’accelerazione è evidente e preoccupante. “Credo che per tenere assieme questa società – osserva Bersani – bisognerà averne consapevolezza. Non è un fenomeno che genera automaticamente una risposta politica organizzata, quanto piuttosto un aggravamento del distacco tra cittadini e istituzioni, cioè il rischio è che aumenti la fascia di popolazione che dice se il mondo è così non venitemi a cercare oppure lo rifiuto in toto: la politica, la democrazia, tutto”.
La riflessione di Bersani si chiude con una domanda diretta rivolta al governo Meloni: “Ma noi possiamo o no andare a chiedere un contributo a quel 5% di italiani che hanno il 49% delle ricchezze? Possiamo leggere quel che dice Banca Italia, l’Istat, Oxfam, sul dirompente fenomeno di concentrazione delle ricchezze che abbiamo in atto? Pensiamo di arrenderci?”.

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Travaglio a La7: “La parata del 2 giugno puzza di ipocrisia. Se sfilano droni, diciamo chiaramente che l’Italia non ripudia più la guerra”

“A me questa parata del 2 giugno puzza, distante un miglio, di ipocrisia, di fasullume, di vuotaggini“. Sono le parole pronunciate a Otto e mezzo (La7) dal direttore del Fatto Quotidiano, Marco Travaglio, che, interpellato da Lilli Gruber sul discorso tenuto ieri alla festa della Repubblica del presidente Mattarella e sul contesto internazionale segnato da riarmo e tensioni, sceglie la via della sincerità senza filtri.
“Purtroppo come in ogni 2 giugno mi cogli al punto più basso del mio spirito patriottico – esordisce il giornalista – Io ho sentito dire che la nostra Costituzione ripudia la guerra mentre sfilavano droni, carri armati, missili, bombardieri e quindi o è vera una o è vera l’altra”.

Travaglio non contesta il principio della difesa, ma mette in discussione la scelta simbolica di celebrare l’ottantesimo anniversario della Repubblica con un’esibizione di armamenti. Quest’anno, in particolare, l’attenzione si è concentrata sui droni, presentati come vanto della produzione nazionale. Per il direttore del Fatto si tratta invece di un simbolo problematico: “Il drone è l’arma più vile che esista perché la telecomandi a distanza, perché fa un sacco di vittime civili, perché può essere deviata, perché non fa vittime tra i tuoi ma solo tra gli altri e quindi deresponsabilizza completamente chi la utilizza. Ma che gli è saltato in mente di far sfilare i droni? Per carità li producono tutti, li produciamo anche noi, ma perché dovrebbero diventare il simbolo e il vanto della nazione?”.

E aggiunge: “Facciamo sfilare dei diplomatici, dei cooperanti, dei volontari, dei facilitatori, della gente che mette insieme il dialogo fra i popoli, non degli strumenti che mai come in questo momento distruggono e uccidono”.
Il giornalista richiama poi episodi recenti per rafforzare la sua tesi: “L’altro giorno i droni ucraini hanno fatto secchi 21 studenti in una scuola del Lugansk, poi c’è stato il drone deviato, a Gaza i droni sono stati utilizzati per sterminare la popolazione civile e adesso in Libano“.
Di fronte a queste immagini, conclude, l’articolo 11 della Costituzione rischia di suonare vuoto: “A questo punto, smettiamola di celebrare l’articolo 11 della Costituzione e diciamo che l’Italia ripudia la pace e che non ripudia la guerra, perché altrimenti suona tutto finto e tutto fasullo. E la gente non ci capisce più niente”.

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Emanuele Pozzolo (Futuro Nazionale) fuori strada con il suv a Biella: tasso alcolemico di molto al di sopra del limite

Emanuele Pozzolo, esponente di Futuro Nazionale, è finito fuori strada a bordo del suo suv nel Biellese martedì pomeriggio mentre percorreva la strada che porta a Cossato. A quanto si apprende, il deputato – sottoposto ad alcol test dai vigili del fuoco e dalla polizia stradale, intervenuti sul posto – è risultato con un tasso alcolemico circa il doppio del limite. L’incidente è avvenuto durante un’ondata di maltempo senza alcun impatto con altre auto né conseguenze fisiche per l’esponente del partito di Roberto Vannacci. Al parlamentare è stata ritirata la patente e viene contestato il reato di guida in stato di ebbrezza.

Nell’ottobre dello scorso anno Pozzolo, eletto con Fratelli d’Italia e poi transitato in Futuro Nazionale, è stato condannato in primo grado dal tribunale di Biella a un anno e tre mesi per porto abusivo di armi – una mini pistola North American Arms -, con sospensione condizionale della pena in relazione all’incidente del Capodanno 2024. In quella circostanza, durante una festa a Rosazza, con alcuni colleghi di FdI, Luca Campana, il compagno della figlia del capo scorta di Andrea Delmastro – ai tempi ancora sottosegretario alla Giustizia – venne ferito da un colpo di pistola esploso con l’arma dello stesso Pozzolo.

Poche settimane fa, una situazione simile era capitata al sindaco di Ferrara, Alan Fabbri, e all’assessora Francesca Savini. Quest’ultima era alla guida dell’auto, con a bordo entrambi, tra Sermide e Felonica, nel Mantovano, quando ha perso il controllo del mezzo ed è finita nelle campagne. Nessuno aveva riportato ferite, ma Savini era risultata positiva all’acol test e le era stata ritirata la patente. In seguito all’accaduto, l’assessore si era dimessa.

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Salvini diserta (ancora) la parata del 2 giugno: “Al lavoro al ministero”. La Russa: “Ognuno è dove vuole”

Dalla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, ai presidenti di Senato e Camera, Ignazio La Russa e Lorenzo Fontana, passando per il vicepremier Antonio Tajani e anche i ministri, come Giuseppe Valditara, Carlo Nordio eGilberto Pichetto Fratin. Tutti nel palco d’onore insieme al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e i vertici militari per partecipare alla tradizionale parata del 2 giugno. Il grande assente è stato però l’altro vicepremier, il leader della Lega Matteo Salvini.

Non è la prima volta che l’attuale ministro alle Infrastrutture e trasporti diserta la cerimonia della Festa della Repubblica. Questa volta, però, la sua assenza è stata fatta presente agli altri esponenti del partito di governo. “Questa è la festa di tutti gli italiani e mi dispiace per chi era assente. Non ho visto Salvini, ma non ho visto molti. Tranne Italia Viva, non ho visto un capogruppo“, ha commentato La Russa. Per la seconda carica dello Stato “ognuno è dove vuole“: “Io non chiedo mai dove sono, sono altri che hanno la mania di chiedere dove sono”, conclude il presidente del Senato.

Sulla stessa linea l’altro vicepremier che, per sviare le critiche, tira in ballo i leader dell’opposizione: “Salvini assente? Non so, lo dovete domandare a lui. Non c’erano neanche Conte e la Schlein, non li ho visti. È un peccato quando si manca…”, ha detto il leader di Forza Italia parlando a margine delle celebrazioni.

Dopo le dichiarazioni di La Russa e Tajani fonti del ministero delle Infrastrutture e Trasporti fanno sapere che Matteo Salvini, “ha passato tutta la mattinata al lavoro, come ieri peraltro, su trasporti e opere pubbliche da completare, Pnrr in primis, con l’obiettivo fra gli altri di evitare lo sciopero dei ferrovieri per il prossimo 11 giugno”.

Quindi gli impegni di lavoro avrebbero costretto il ministro a non potere partecipare alla parata. In realtà, anche negli anni passati è stato assente diverse volte. Un giorno molto particolare per Salvini considerando che il 2 giugno del 2013, da segretario di quella che si chiamava ancora “Lega Nord“, sui social scriveva “Non c’è un caz** da festeggiare. Tra l’altro sempre il 2 giugno, ma di due anni fa, il Carroccio è stato protagonista di un duro attacco al presidente Mattarella: dichiarazioni, di Claudio Borghi prima e Salvini poi, che provocare molto imbarazzo nel governo.

(Foto dal sito del Ministero della Difesa)

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