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Vannacci non è un problema per la destra liberale

In questi giorni si parla molto del generale Roberto Vannacci, per i sondaggi sempre più incoraggianti, per il successo di pubblico delle sue iniziative e per il crescente numero di parlamentari che abbandonano i partiti del centrodestra, specialmente la Lega, per passare con Futuro nazionale. Si dice che il centrodestra si trovi ora in grave difficoltà: tenerlo fuori significherebbe rinunciare a un pacchetto di voti che i sondaggi cominciano valutare piuttosto consistente, e in crescita; riaccoglierlo dentro, potrebbe significare perderne altrettanti al centro, oltre a creare ovvi problemi agli alleati, e anzitutto alla Lega da cui è uscito con una scissione a freddo, poco dopo esservi entrato (ed essere stato eletto parlamentare europeo, e pure vicesegretario del partito). Per non parlare dei problemi relativi alla politica estera, posti dalle sue posizioni smaccatamente filorusse. Tutto perfettamente comprensibile. Al tempo stesso, però, c’è qualcosa che non mi convince nel modo in cui la vicenda viene raccontata e analizzata. In breve, non penso che il generale Vannacci, con le sue posizioni, costituisca un problema per la destra liberale, per la semplice ragione che in Italia la destra liberale non esiste.

Non voglio rivangare vecchie polemiche su Silvio Berlusconi e la natura del berlusconismo che non mi appassionavano nemmeno quando Berlusconi era vivo, figuriamoci adesso. Ricordo solo agli smemorati che alle elezioni del 2006 la coalizione guidata dal Cavaliere comprendeva il Movimento sociale – Fiamma Tricolore, quello fondato da Pino Rauti in contrasto con la svolta di Fiuggi del Msi di Gianfranco Fini, nonché Forza Nuova di Roberto Fiore e Fronte sociale nazionale di Adriano Tilgher, federati con Libertà di azione di Alessandra Mussolini sotto il simbolo, di sicuro richiamo per i rispettivi elettorati, «Alternativa sociale con Musssolini» (e c’era pure una lista «No euro iniquo»).

A conferma del fatto che già vent’anni fa, nel centrodestra guidato da Berlusconi, non costituiva nemmeno motivo di discussione accogliere nella coalizione movimenti e leader neofascisti come quelli summenzionati, personaggi con ruoli non secondari nella storia dell’eversione nera, rispetto ai quali i giochi di parole di Vannacci sulla Decima Mas, francamente, appaiono cose da bambini. Non voglio ripetere quello che qui ho già scritto e declamato, e che vi invito a non rileggere né riascoltare, ammesso lo abbiate mai fatto, affinché io possa rivendervelo come nuovo alla prima occasione (cioè molto presto, visto il tasso di innovazione della politica italiana), ma il punto è sempre quello, c’è poco da fare: la logica centrifuga del bipolarismo maggioritario.

Contrariamente alla favola propalata dai suoi indefessi sostenitori, secondo cui il meccanismo avrebbe portato gradualmente alla costituzionalizzazione delle estreme, quello che è accaduto in questi trent’anni è semplicemente che le posizioni delle frange più estreme sono diventate la bandiera delle maggioranze. Del resto, non c’è una sola parola, iniziativa o slogan lanciato da Vannacci, dalla remigrazione alla propaganda putiniana, che non sia stato già ampiamente sbandierato, a suo tempo, da Lega e Fratelli d’Italia. Dunque, al di là delle questioni personali e di potere, se restiamo sul piano delle idee e dei valori, non si vede proprio perché mai adesso dovrebbero fare tanto i difficili.

Questo è un estratto di “La Linea” la newsletter de Linkiesta curata da Francesco Cundari per orientarsi nel gran guazzabuglio della politica e della vita, tutte le mattine – dal lunedì al venerdì – alle sette. Più o meno. Qui per iscriversi.

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Il silenzio degli insipienti mentre si ridisegna la mappa del potere bancario

Fa un certo effetto leggere della proposta di acquisizione del Monte dei paschi di Siena da parte di una cordata formata da Intesa e Unipol, dopo tutto quello che gli allora manager di Unipol passarono, esattamente vent’anni fa, per avere solo osato pensare di scalare una banca (la Bnl).

Per certi aspetti, considerando la posizione assunta allora da Mps, il suo ruolo nella guerra finanziaria che si combatté attorno a quella e ad altre operazioni più o meno collegate, e tutto quello che capitò dopo, con l’acquisto dell’Antonveneta e le sue conseguenze sui bilanci di Mps, il risultato somiglia a una grande rivincita, o anche a una nemesi, a seconda dei punti di vista. E lo stesso si potrebbe dire dei vertici dei Democratici di sinistra, perché il Partito democratico non c’era ancora, e anche per questo – per riequilibrare con le cattive i rapporti di forza in vista della fusione Ds-Margherita – Francesco Rutelli e tutto il suo partito appoggiarono senza riserve la violentissima campagna di stampa che sulla scorta di virulente iniziative giudiziarie mise alla gogna la sinistra, ponendo le basi della non-vittoria elettorale del 2006 (la prima di una lunga serie).

Molte cose ci sarebbero da dire, ripensando a tanti indignati editoriali di allora, ai dirigenti di un partito di opposizione messi sotto processo per il reato di «tifo», per avere espresso simpatia per il movimento cooperativo e per la possibilità che acquisisse una banca. Tanto più se si confronta quella sfilza di invettive con il silenzio che ha accompagnato le spericolate manovre finanziarie della destra di oggi, direttamente dal ministero dell’Economia.

Potrei andare avanti così per ore, solo con l’elenco delle cose che ci sarebbero da dire, ma se non le dicono i dirigenti della sinistra, se nemmeno loro si azzardano a dire mezza parola su tutto questo, è possibile che debba sempre far tutto io?

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Anche l’Armenia scarica Putin, ora gli resta solo la tv italiana

Quando la guerra in Ucraina sarà finita, è probabile che nei libri di storia l’invasione su larga scala lanciata da Vladimir Putin nel 2022 sarà presentata come una delle dimostrazioni di imperizia strategica e autolesionismo politico più clamorose che si siano mai viste nella storia umana dai tempi del rapimento di Elena da parte di Paride, in tempi più recenti paragonabile forse solo all’attacco giapponese di Pearl Harbor che trascinò gli Stati Uniti nella Seconda guerra mondiale, conclusa con le bombe atomiche su Hiroshima e Nagasaki.

Ma quello che renderà il caso un oggetto di studio ancora più interessante e misterioso sarà l’incredibile divario tra l’evidenza di questo catastrofico errore e la fanciullesca inconsapevolezza con cui una parte della politica, della stampa e dell’opinione pubblica occidentale ha continuato a prendere per buona la narrazione dell’invincibile impero russo e dell’insuperabile stratega del Cremlino. A cominciare da giornali e talk show italiani, ormai prigionieri in una specie di realtà alternativa.

Eppure l’elenco dei rovesci politici e militari subiti da Putin negli ultimi quattro anni si è fatto ormai talmente lungo che è difficile darne conto senza dimenticare qualcosa.

Per quanto riguarda la situazione sul fronte ucraino, dall’inizio dell’anno la Russia perde circa 35 mila soldati al mese tra morti e feriti, più di quanti riesca ad arruolarne, mentre l’Ucraina ha riconquistato più territorio di quanto ne abbia perso, oltre ad avere acquisito la capacità di colpire pesantemente in territorio nemico attraverso missili e droni, infliggendo danni pesanti all’industria bellica, alle infrastrutture energetiche e all’economia russa. La guerra scatenata per impedire l’accerchiamento della Nato, almeno secondo la versione ufficiale del Cremlino, ha spinto a entrare nella Nato anche Svezia e Finlandia, e suscitato in tutta Europa la corsa al riarmo.

Nemmeno l’arrivo di Donald Trump alla Casa Bianca, con tutto quello che ha fatto per Putin, a cominciare dal taglio degli aiuti militari ed economici a Kyiv, è stato sufficiente a cambiare la situazione. Impantanato in Ucraina, il presidente russo ha assistito senza muovere un dito al rovesciamento di Bashar al Assad in Siria, al rapimento di Nicolás Maduro in Venezuela e al bombardamento dell’Iran.

E ormai si è dimostrato incapace di tenere le posizioni persino in quello che considera il suo cortile di casa. La riconferma di Nikol Pashinyan alle elezioni in Armenia ne è l’ultima clamorosa conferma. Come spiega sul Foglio Nona Mikhelidze, si tratta infatti del leader che ha guidato il paese durante la sconfitta nella guerra contro l’Azerbaigian (altra prova dell’impotenza della Russia, storica protettrice del paese aggredito), culminata con la perdita del Nagorno-Karabakh, una disfatta che avrebbe travolto qualsiasi governo. «In Armenia è accaduto il contrario: una parte significativa degli elettori ha scelto di valutare non soltanto il passato, ma la traiettoria futura proposta dal primo ministro – il progressivo distacco dalla dipendenza russa, l’avvicinamento all’Europa, l’apertura delle frontiere con Turchia e Azerbaigian, una maggiore integrazione economica regionale».

Come già accaduto in Moldova, in condizioni non meno difficili, anche in Armenia alla fine ha vinto il richiamo dell’Europa, cioè «la promessa della libertà individuale, della dignità umana, dello stato di diritto e di una vita migliore».

Quell’Europa che domenica a Londra, rappresentata dai tre leader dei cosiddetti paesi volenterosi (Germania, Francia e Gran Bretagna), si è riunita con Volodymyr Zelensky per confermargli pieno sostegno, come spiega su Linkiesta Victoria Vdovychenko, mentre in Italia stampa e tv favoleggiavano per la centesima volta sulla centomillesima pseudo-apertura negoziale di Putin, prontamente smascherata dalla lettera di Zelensky con la proposta di un incontro per chiudere il conflitto, ovviamente subito respinta da Mosca.

 

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Col maggioritario per i riformisti ci sarà sempre meno spazio

Pur essendomi sempre riconosciuto nelle posizioni della sinistra riformista, confesso di fare molta fatica ad appassionarmi alle vicende dei suoi esponenti, ovunque collocati o in via di collocazione, dalla relativa corrente del Pd ai suoi passati e futuri fuoriusciti, dagli eterni litiganti del fu terzo polo (Matteo Renzi, Carlo Calenda, Luigi Marattin) a Pina Picierno e al suo nuovo movimento, Spazio pubblico, passando per tutti quelli che insieme o in competizione con loro hanno di volta in volta partecipato, auspicato, sollecitato nuove iniziative e nuovi partiti. Non riesco ad appassionarmi perché penso ci sia ben poco che possano fare per contrastare la logica centrifuga del bipolarismo di coalizione, che del resto fu voluto, in realtà, proprio per questo, a partire cioè dall’ossessione del possibile ritorno della Balena Bianca o del grande centro o come lo si voglia chiamare.

E questo, infatti, è anche l’unico obiettivo che il sistema maggioritario introdotto per via referendaria nel 1993 abbia pienamente centrato. Non per niente, nel 1993, una semplice dichiarazione di Silvio Berlusconi a favore di Gianfranco Fini in vista delle elezioni per il sindaco di Roma portò anche un giornale moderato come il Corriere della sera a titolare scandalizzato sulla scelta di campo del «Cavaliere nero». Nel 2013, il panorama politico si era talmente radicalizzato che Fini era diventato lui il moderato, e sui giornali qualcuno arrivava persino a immaginarlo leader del centrosinistra. Dopodiché, a far rimpiangere persino Berlusconi, abbiamo avuto, a destra, l’ascesa di Matteo Salvini e poi di Giorgia Meloni, e siamo ora al generale Roberto Vannacci, che già ci spiega come gli stessi Salvini e Meloni siano troppo moderati. Mentre a sinistra la forza centrifuga del sistema ha prodotto la grillizzazione del Pd, la diaspora dei riformisti e il fallimento di tutti i tentativi centristi e terzopolisti.

Dunque, che si parli della minoranza del Pd, dei riformisti schierati nel centrosinistra, di quelli decisi a correre fuori da i due poli o persino dei sedicenti riformisti di Forza Italia, per quanto mi riguarda, l’unica battaglia che devono fare è quella per il ritorno a una vera legge proporzionale, senza premi di maggioranza e dunque senza coalizioni pre-elettorali. Qualunque altra discussione e iniziativa continuerà ad apparirmi nella migliore delle ipotesi velleitaria, nella peggiore una truffa, utile solo a raccattare i voti degli ultimi elettori ragionevoli ancora rimasti per portare anche quelli al mulino di Vannacci. O di qualche vannaccino con la pochette.

 

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Chissà che pensavano del razzismo contro i bianchi i migranti arsi vivi

In questi giorni in Gran Bretagna il governo di Keir Starmer è sotto attacco per il caso del diciottenne Henry Novak, accoltellato a dicembre da un giovane indiano, Vickrum Digwa, che subito dopo chiama la polizia raccontando di essere stato vittima di un’aggressione razzista ed essersi quindi dovuto difendere, e così Novak muore mentre gli agenti lo ammanettano, nonostante le sue richieste di aiuto. Con la condanna dell’assassino e le immagini delle bodycam rese pubbliche, la destra populista di Nigel Farage e la destra fascista di Tommy Robinson hanno lanciato la campagna «white lives matter», giudicando scandaloso che la polizia abbia creduto alla denuncia di un uomo di colore anziché alla parola di un ragazzo bianco, prova definitiva, ai loro occhi e a quelli dell’intera internazionale sovranista, a cominciare ovviamente da Elon Musk, che in Gran Bretagna, come in tutta Europa, la vera emergenza sociale ormai è il razzismo contro i bianchi.

Nel frattempo, in Italia, quattro braccianti di cui non ci sforziamo nemmeno di ricordare i nomi venivano bruciati vivi in un’auto dai loro caporali. Chissà che ne pensavano, loro, del razzismo contro i bianchi. Quanto la piaga sia diffusa anche in Italia lo testimonia del resto il fatto che sul Corriere della sera di martedì, come ricorda Guia Soncini su Linkiesta, il catenaccio in prima pagina era «La pista di una vendetta tra gruppi di immigrati». Una sintesi che a Soncini fa tornare in mente una vecchia striscia di Pericoli e Pirella: «Un giornalista batteva a macchina un titolo. “Uomo investe giovane donna”. Poi correggeva: “Meridionale investe giovane donna”. Poi ancora: “Meridionale investe donna meridionale”. E arrivava alla versione definitiva: “Regolamento di conti tra meridionali”».

Soncini cita anche un podcast di Luca Bizzarri, secondo cui di questa storia non ci frega niente perché garantire diritti ai lavoratori alzerebbe il prezzo delle fragole, e noi le fragole non le vogliamo pagare di più. Io però penso che non sia nemmeno questo il problema, o almeno non il problema principale. Il ragionamento di Bizzarri è fin troppo sofisticato. Non ce ne frega niente, anzitutto, perché non ce ne frega niente. Politici, giornalisti e twittatori di destra ripeteranno allo sfinimento slogan come «White lives matter» a proposito di quanto accaduto l’anno scorso in Inghilterra (e qui la mia insopprimibile vocazione al martirio mi obbliga a farvi notare che tale disgustosa strumentalizzazione della tragedia in chiave ritorsiva contro Black lives matter è perfettamente speculare a quella di chi non può trattenersi dal ritorcere l’accusa di «genocidio» contro gli ebrei), mentre ben pochi politici si sogneranno di farla tanto lunga su quei quattro braccianti senza nome, come non lo faranno i giornali, né le trasmissioni televisive, neanche a sinistra, perché la verità è che a parlare di immigrati come vittime, a riconoscerne i diritti, ad attribuire loro un ruolo nella società che non sia quello del carnefice, si perdono voti, si perdono copie e si perdono ascolti, motivo per cui non lo fa nessuno, e infatti quando finiscono in prima pagina perché uno dei Caronte che li tengono in quegli inferni a cielo aperto che noi non vogliamo vedere dà loro fuoco, o li lascia senza un braccio a morire dissanguati davanti alla porta di casa, li definiamo «invisibili», con una formula che vorrebbe essere autocritica ma è di fatto autoassolutoria, perché il significato letterale prevale di gran lunga su quello figurato.

E il primo politico così ingenuo da dire mezza parola al riguardo si sentirà subito domandare dal giornalista, di rimando, se ritenga dunque che gli italiani siano razzisti, e dovrà affrettarsi a giurare e spergiurare di no, assolutamente, ma nemmeno per un momento, se vorrà avere la minima speranza di essere rieletto, foss’anche solo al congresso di Rifondazione comunista.

 

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L’ortografia al tempo della sua riproducibilità tecnica

Il settimanale tedesco Die Zeit apre con una domanda che non è proprio l’equivalente delle tette in copertina con cui hanno campato i settimanali italiani per decenni, ma per gli appassionati del genere forse è anche meglio: «L’ortografia è ancora importante?». Tra l’altro, se buttate un occhio all’immagine qui sopra, vi prego di notare la finezza del refuso nella testata sottolineato in rosso (io ovviamente ci ho messo ore ad accorgermene).

Ad ogni modo, il punto è questo: grazie all’intelligenza artificiale e ai correttori automatici, non è mai stato così facile scrivere senza fare errori. Dunque, perché dovremmo preoccuparci di studiare come scrivere correttamente? Si tratta ovviamente di una domanda retorica, cui seguono varie buone ragioni per non delegare anche questo compito alle macchine (o almeno non del tutto). Io però non riesco a non pensare al fatto che ogni volta che apro Netflix ci trovo una serie americana, «The Lincoln lawyer», il cui titolo in italiano – o meglio, in quello che vorrebbe essere italiano – recita così: «Avvocato di difesa». Il titolo. Su Netflix. Dove evidentemente, tra quelli che si occupano del mercato italiano, non c’è nessuno – un dirigente, uno scrittore, un correttore di bozze, un manovale, un facchino, un usciere, un parente o un amico di uno qualsiasi di questi qui – che abbia abbastanza dimestichezza con la nostra lingua da sapere che in italiano si dice «avvocato difensore» e non «avvocato di difesa» (sì, il fatto che il romanzo da cui è tratta la serie sia stato pubblicato in Italia con quel titolo vent’anni fa non è un’attenuante, per Netflix, semmai un’aggravante, per l’Italia; d’altra parte, se gli uffici del Quirinale funzionano come funzionano quando si occupano di questioni leggermente più delicate come il potere di grazia, posso io prendermela con chi decide i titoli delle serie tv?).

In realtà, non penso che un caso del genere si possa definire neanche un errore di ortografia, è evidente che qui non si tratta della correttezza della scrittura, che il problema è a monte, ma comunque, insomma, forse in Italia con l’intelligenza artificiale dovremmo essere un po’ meno schizzinosi dei tedeschi.

P.S. Volendo inserire il link all’articolo, che avevo letto sull’ipad in pdf, ho messo il titolo su google – Ist Rechtschreibung noch wichtig? – e come capita ormai sempre più spesso alla domanda ha risposto direttamente l’intelligenza artificiale: «Sì, l’ortografia è ancora fondamentale. Garantisce chiarezza, professionalità e rispetto nella comunicazione. Anche nell’era della correzione automatica e dell’intelligenza artificiale, testi corretti rimangono importanti per evitare malintesi e per lasciare una buona impressione sul lettore». Decida dunque il lettore se la risposta conferma o smentisce la tesi di cui sopra.

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Il caso Minetti e l’errore di andare appresso a vongola75 e torquemada76

La procura generale di Milano, dopo il supplemento di indagine sollecitato dal Quirinale, conferma il parere favorevole alla Grazia per Nicole Minetti e smentisce ogni dettaglio dell’inchiesta pubblicata dal Fatto. In sintesi: nessuna irregolarità nell’adozione del bambino, nessuna battaglia legale per ottenerlo, conferma del «grave quadro sanitario del minore», nessuna bugia sull’attività di volontariato svolta da Minetti.

Quanto all’avvocata dei genitori biologici del bambino morta in circostanze misteriose, non era l’avvocata dei genitori, bensì del figlio, ed era pure favorevole all’adozione. Infine «risultano smentite da numerose dichiarazioni assunte in sede di indagini difensive, nonché dalle dichiarazioni rese ai carabinieri da persone informate sui fatti, le affermazioni circa feste con droga e sesso a cui avrebbe preso parte Nicole Minetti negli ultimi anni».

Come si vede, una ricostruzione piuttosto circostanziata, che a questo punto suona inevitabilmente come una smentita non solo degli articoli del Fatto, ma anche dell’irrituale iniziativa del Quirinale, che avrebbe avuto mille possibilità per consultare la stessa procura, e al limite altri apparati, in modi più discreti e informali. L’idea che il capo dello stato abbia agito solo ed esclusivamente sulla base degli articoli del Fatto – e magari, ancora peggio, dei conseguenti tweet di vongola75 e torquemada76 – non suona per niente rassicurante.

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L’anno orribile di Putin e Trump, prime vittime delle loro guerre

Mentre in Italia centrodestra e centrosinistra, avvicinandosi le elezioni, rifluiscono naturalmente sulle posizioni delle forze più radicali, cioè più populiste e filoputiniane, persino nel partito di Donald Trump cominciano a emergere segnali di un risveglio, non dico delle coscienze, ma almeno dell’istinto di sopravvivenza, come dimostra il duro colpo assestato ieri dalla Camera dei rappresentati al presidente, grazie al voto di diversi deputati repubblicani, sia sull’Iran sia sull’Ucraina.

Dapprima una risoluzione approvata grazie a quattro repubblicani dissidenti chiede infatti al presidente di ritirare le forze americane dal conflitto con l’Iran o di ottenere l’approvazione del Congresso per continuare la guerra.

Poco dopo, nonostante l’opposizione della leadership repubblicana, ben sei esponenti del Gop e un indipendente si sono uniti ai democratici per portare in aula, contro la volontà dello speaker, un provvedimento mirato a imporre nuove sanzioni alla Russia e a fornire ulteriori aiuti all’Ucraina. Uno scatto tanto più significativo nel giorno in cui i droni di Kyiv infliggevano un nuovo colpo a quel che restava dell’immagine di invincibilità della Russia, colpendo San Pietroburgo nel bel mezzo del forum economico, la cosiddetta «Davos russa». Insomma, tanto i risultati sul campo quanto i loro riflessi politici interni dimostrano la crisi dell’asse trumputiniano. Prima o poi se ne accorgeranno anche giornali e partiti italiani.

 

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L’Ucraina resiste meglio della Russia alle difficoltà di una guerra lunga

Gli atroci bombardamenti sui civili scatenati dalla Russia, che continuano a colpire edifici residenziali e persino un parco giochi, dimostrano la malvagità di chi prende di mira consapevolmente uomini, donne e bambini, e anche di chi continua a battersi per negare l’invio di sistemi antimissile a Kyjiv. Ma non cambiano il risultato sul campo.

Anche Foreign Affairs scrive ormai che l’Ucraina ha rovesciato la situazione. Per tutto il 2024 e buona parte del 2025, osserva Jack Watling, la Russia è riuscita a reclutare più uomini di quanti ne perdesse al fronte, mentre il contrario accadeva all’Ucraina, e così Putin poteva ritenere che col tempo, sia pure al prezzo di un numero di perdite esorbitante, avrebbe raggiunto i suoi obiettivi, dunque non aveva motivo di trattare.

Ora però la situazione si è rovesciata, sia per il modo in cui le forze armate ucraine hanno saputo riorganizzarsi, e utilizzare al meglio l’innovazione tecnologica per impedire l’avanzata del nemico e al tempo stesso colpire in profondità sul territorio russo, sia per la crescente inefficienza, corruzione e impreparazione degli invasori. Esempio: «In un esercito in cui la logistica è coordinata in modo preponderante tramite Telegram, ma in cui Telegram è vietato, un addetto alla logistica coscienzioso corre un alto rischio di essere fermato dalla polizia militare ed essere costretto a scegliere tra pagare una tangente e venire riassegnato alle unità d’assalto».

Per tutte queste ragioni vi sono alte probabilità che la Russia cominci a prendere seriamente in considerazione l’idea di un cessate il fuoco. Resta da vedere, ma è un punto che l’articolo non affronta, se l’eventuale accordo segnerebbe effettivamente la fine della guerra e del progetto imperialista del regime putiniano, o invece solo una breve pausa, o addirittura una tregua di facciata, funzionale a preparare il terreno per nuove aggressioni, come avvenne di fatto con la vergognosa pace di Minsk.

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Trump si dimostra più lucido degli apologeti di Netanyahu

La telefonata rivelata da Axios in cui Donald Trump rovescia la sua epic fury su Benjamin Netanyahu, dicendogli improvvisamente la verità, tutta la verità, nient’altro che la verità («Sei completamente pazzo. Saresti in prigione se non fosse per me. Ti sto salvando il culo. Ora tutti ti odiano. Tutti odiano Israele per questo») dimostra anzitutto due cose. La prima è che Trump, pur mentendo costantemente e spesso anche delirando in pubblico, in privato è molto più lucido di quanto sembrerebbe; la seconda è che è comunque molto più razionale di tanti apologeti di Netanyahu, e di tutti coloro che si ostinano a imbastire implausibili difese dell’indifendibile, danneggiando la loro causa e la loro credibilità. Per colpa di Netanyahu, che a quest’ora dovrebbe essere in galera da un pezzo, oggi tutti odiano Israele, come testimonia lo sfogo del suo ultimo sostenitore rimasto sul pianeta. Il che ovviamente non vuol dire che di questa situazione Netanyahu sia l’unico e solo responsabile, come dimostra il fatto stesso che ci sia ancora qualcuno, persino in Italia, che ha il coraggio di difenderlo. Del resto, più passa il tempo e più l’assoluta indifferenza per le vittime degli attacchi israeliani (o delle violenze dei coloni) avvicina i commentatori filo-Netanyahu alle vette di cinismo, disprezzo della logica e della vita umana del circo filo-putiniano.

C’è chi dice che non esistano in Italia sostenitori disinteressati di Vladimir Putin, ma è una teoria che mi convince poco e mi piace ancora meno, non foss’altro perché «chi ti paga?» è il tipico grido di battaglia degli sbandati organizzati e aizzati dai troll del Cremlino, e lo lascio volentieri a loro. Ma comincio a pensare che, tanto per i sostenitori di Putin quanto per quelli di Netanyahu, la disarmante sincerità di Trump, la sua fanciullesca inconsapevolezza, la trasparente, spudorata, evidente empietà dei suoi metodi e dei suoi fini possano avere paradossalmente un effetto catartico, mostrando al mondo intero la patetica inconsistenza di tutte le loro narrazioni e giustificazioni.

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Quelli che usano la libertà d’espressione contro la libertà

In questi giorni, forse anche perché legittimamente annoiati dal delirio di onnipotenza trumpiano da un lato e dal delirio d’impotenza della politica italiana dall’altro, in tanti ci siamo esercitati su un certo numero di polemiche che ruotavano tutte, per un verso o per l’altro, attorno alla libertà d’espressione, il più malinteso e manipolato tra i valori della democrazia liberale, divenuto non per caso la bandiera di tutti i peggiori fascismi in circolazione.

Dall’intervista di Erri De Luca su Gaza fino alle parole di Enrico Mentana sulla programmazione della 7, passando per le dichiarazioni di Francesco De Gregori contro certe pose da artisti impegnati e per l’annullamento del concerto di Kanye West a Reggio Emilia, su giornali, talk show e social network praticamente non si parla d’altro, da giorni. Il problema è che se ne parla male. Quindi vi dico subito in modo chiaro e semplice come la vedo io: quello che conta, nella libertà di espressione, è la libertà, non l’espressione.

Consentire una serie di letture pubbliche del Mein Kampf nel ghetto di Roma sarebbe certamente un modo esemplare di assicurare la facoltà di esprimersi di migliaia di antisemiti in camicia bruna, ma confliggerebbe con la libertà dei residenti e con il loro diritto a uscire di casa senza dover temere di venire aggrediti, linciati o ammazzati in mezzo alla strada. Fatta questa premessa di carattere generale, veniamo ai casi particolari e ad alcune necessarie distinzioni, cioè esattamente quello che a mio parere è mancato in un dibattito soffocato dalla logica dell’appartenenza tribale, o forse solo dall’attaccamento di tutti i partecipanti alle proprie ossessioni e idiosincrasie.

Sul caso che ha fatto più rumore – e ragionevolmente si è portato dietro gli altri, secondo la stessa logica per cui se un giocatore di golf uccide qualcuno a mazzate in modo particolarmente efferato, per i successivi due mesi giornali e tv si riempiono di serial killer golfisti, magari anche solo amatori, o al limite spettatori occasionali – ho già scritto qui in dettaglio, dunque mi limito a sottolineare un punto. E cioè che si può benissimo condividere la riprovazione di De Luca per l’uso ritorsivo del termine «genocidio» contro Israele, senza però accettare la sua giustificazione dei massacri di Gaza con l’argomento secondo cui «il numero di vittime civili è enorme e terribile perché quando si combatte in uno spazio urbano denso, tra scuole e ospedali, la popolazione paga sempre il prezzo più alto», e ancor meno l’assurdo parallelo con Mosul, Raqqa e Mariupol. Allo stesso modo si può condividere la critica di De Gregori all’idea che l’artista debba dare al mondo continue lezioni di vita, politica e educazione civica (come mostrano di condividerla, su Linkiesta, Cataldo Intrieri e Guia Soncini), e trovare tuttavia insostenibile, ingeneroso e persino irritante indicare come esempio di un simile modo di fare proprio Bruce Springsteen.

Di fronte alle squadracce di Donald Trump che ammazzano cittadini in mezzo alla strada, e a editori multimiliardari di quotidiani e tv che gli baciano la mano, per non dire di peggio, il fatto che almeno lui alzi la voce e cerchi di scuotere il suo paese è un esempio di coraggio e dirittura morale per cui bisognerebbe ringraziarlo e rendergli onore, certo non sfotterlo. Quanto alle parole di Mentana sulla linea antigovernativa dei talk show della 7, il punto è semplicemente che l’espulsione dalla Rai di programmi e conduttori non allineati ha fatto la fortuna della concorrenza (vogliamo parlare dei dati di ascolto della Nove grazie a Fabio Fazio?) creando un vuoto, una distorsione del mercato, tra la Rai meloniana e la Mediaset berlusconiana, di cui per La 7 sarebbe stato folle non approfittare.

Lo scandalo, ovviamente, è il fatto che pressoché tutti o quasi tutti i giornalisti e conduttori di maggiore successo siano finiti su La 7, per l’intollerante prepotenza dei nuovi padroni della tv, al tempo del mono-duopolio meloniano Rai-Mediaset. Quanto infine alla polemica sul concerto annullato di Kanye West, rapper ultra-trumpiano che ha apertamente inneggiato a Hitler, mi colpisce solo per un aspetto: che ci ricorda una volta di più quanto la retorica sui rischi del nuovo antisemitismo da parte della destra trumpiana e filotrumpiana sia completamente fasulla e strumentale, e sia esattamente l’altra faccia della loro non meno fasulla e strumentale battaglia sulla libertà d’espressione: l’una e l’altra si traducono banalmente nel cercare scuse per ridurre al silenzio gli avversari politici e per diffondere in ogni modo ogni possibile discorso d’odio. Una manovra che come al solito vede convergere e confondersi, in una miscela esplosiva, furbacchioni di destra e fessi di sinistra.

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